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Il recente dibattito attorno alla Campagna “Un’altra difesa è possibile” e alla relativa proposta di legge di iniziativa popolare (LIP) si è concentrato sulla finalizzazione del testo legislativo, sollevando il dilemma cruciale se concepire la difesa civile come autonoma rispetto ai militari o in rapporto di complementarità con essi.
Tuttavia, l'analisi critica evidenzia come l'operazione rischi di configurarsi come una forma di marketing sociale. La LIP, infatti, tende a presentare come novità assolute contenuti normativi che erano già stati ampiamente previsti e incardinati nella legislazione italiana precedente (frutto delle lotte storiche dal dopoguerra e delle riforme degli anni '90). L'unico vero elemento di novità economico-finanziaria introdotto dalla LIP è rappresentato dal meccanismo fiscale del 6 per mille (la facoltà per i contribuenti di destinare una quota del gettito IRPEF alla difesa civile).

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All'indomani delle rivoluzioni nonviolente del 1989 — culminate nella caduta del muro di Berlino, nel dissolvimento del Patto di Varsavia, nel crollo dell’URSS e nella fine della Guerra Fredda — il sistema internazionale bipolare basato sulla deterrenza nucleare e sulla contrapposizione militare rigida entrò in crisi profonda.
Per la prima volta dal secondo dopoguerra, si aprì in Europa una straordinaria finestra storica di opportunità: la possibilità concreta di rifondare lo Stato partendo dalle sue fondamenta costituzionali più delicate, ovvero la Difesa e la sicurezza nazionale.
Fino ad allora, il concetto di difesa era stato monopolizzato dallo strumento militare e dalla logica della forza armata. La fine del blocco sovietico offrì l'occasione per ripensare radicalmente il concetto di sicurezza, non più fondato sulla distruzione muta e sulla proiezione di potenza, ma sulla cooperazione internazionale, sulla prevenzione dei conflitti e sulla risoluzione pacifica delle controversie, legittimando teoricamente una difesa basata su strumenti interamente civili e nonviolenti.
Di fronte a questa opportunità storica, il movimento nonviolento europeo non avanzò una risposta monolitica, ma si è articolò in due orientamenti strategici e culturali distinti:
• La via della riforma istituzionale e strutturale: rappresentata in modo emblematico dal movimento italiano (con la Campagna OSM-DPN), scelse di confrontarsi direttamente con le istituzioni dello Stato per riformare dall'interno l'ordinamento della Difesa, cercando di inserire la difesa civile non armata nel tessuto costituzionale e legislativo vigente.
• La via della radicalità teorica e dell'autonomia esterna: sostenuta da correnti di pensiero europee più radicali, orientate a rifiutare ogni compromesso con le strutture statali e militari tradizionali, privilegiando la costruzione di contropoteri e pratiche di resistenza civile del tutto sganciate dall'apparato istituzionale.
La Campagna OSM-DPN, la Legge 230 del 1998 e la Sentenza 219 del 2015
In Italia, la Campagna OSM-DPN (Obiezione di Coscienza - Difesa Popolare Nonviolenta) ha incarnato il percorso di riforma strutturale della Difesa istituzionale. Questo cammino, irto di resistenze politiche e burocratiche, ha prodotto tappe di straordinario rilievo giuridico:
• La Legge n. 230 del 1998: ha rappresentato un momento di svolta normativa, ridefinendo lo status giuridico dell'obiezione di coscienza e ponendo le basi per l'istituzionalizzazione del servizio civile alternativo a quello militare, avvicinandolo strutturalmente al concetto di difesa civile.
• La Sentenza della Corte Costituzionale n. 219 del 2015: ha rappresentato un ulteriore e fondamentale riconoscimento giurisprudenziale. La Corte ha ribadito e chiarito il perimetro costituzionale dei doveri di difesa della Patria (articolo 52 della Costituzione), confermando che la difesa della comunità nazionale non si esaurisce nell'uso delle armi, ma trova nella difesa civile e nonviolenta una piena dignità ordinamentale.
L’odierna Campagna "Un’altra difesa è possibile", la LIP, autonomia vs. complementarietà e il marketing sociale
Il recente dibattito attorno alla Campagna “Un’altra difesa è possibile” e alla relativa proposta di legge di iniziativa popolare (LIP) si è concentrato sulla finalizzazione del testo legislativo, sollevando il dilemma cruciale se concepire la difesa civile come autonoma rispetto ai militari o in rapporto di complementarità con essi.
Tuttavia, l'analisi critica evidenzia come l'operazione rischi di configurarsi come una forma di marketing sociale. La LIP, infatti, tende a presentare come novità assolute contenuti normativi che erano già stati ampiamente previsti e incardinati nella legislazione italiana precedente (frutto delle lotte storiche e delle riforme degli anni '90). L'unico vero elemento di novità economico-finanziaria introdotto dalla LIP è rappresentato dal meccanismo fiscale del 6 per mille (la facoltà per i contribuenti di destinare una quota del gettito IRPEF alla difesa civile).
Di conseguenza, insistere su una nuova proposta di legge rischia di far dimenticare all'opinione pubblica che il problema reale non è l'assenza di norme, ma il fatto che le conquiste giuridiche del passato siano state relegate in un limbo d'inapplicabilità a causa della sospensione della leva obbligatoria nel 2004, rendendo prioritaria non una nuova legge di facciata, ma la rivitalizzazione e l'attuazione dell'ordinamento esistente, a partire dall'albo pubblico degli obiettori.

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Oltre il marketing sociale: la difesa civile nonviolenta tra conquiste giuridiche dimenticate e la necessità di disonorare la guerra

a cura di coordinamento dei Disarmisti esigenti (10 agosto 2026)

Introduzione: Il crocevia post-1989 e le due anime della difesa alternativa

All'indomani delle rivoluzioni non violente del 1989 e del crollo del blocco sovietico, si aprì in Europa una finestra storica straordinaria: la possibilità concreta di rifondare lo Stato partendo dalle sue fondamenta costituzionali più delicate, la Difesa e la sicurezza nazionale. Di fronte alla crisi del modello bipolare e alla necessità di ripensare il monopolio militare della forza, il movimento nonviolento europeo, ci indica Antonino Drago, si divise, o meglio si articolò, in due risposte strategiche e culturali distinte.

Da un lato, in Italia, la Campagna OSM-DPN (Obiezione di Coscienza - Difesa Popolare Nonviolenta) ha scelto la via della riforma strutturale della Difesa istituzionale. Un percorso irto di ostacoli ma coronato da tappe storiche fondamentali, culminate nella legge n. 230 del 1998 e corroborate da pronunce cruciali della Corte Costituzionale — prima fra tutte la celebre sentenza n. 219 del 2015 — che hanno iniziato a ridefinire i contorni giuridici della difesa armata e non armata.

Dall'altro lato, un filone del pensiero nonviolento europeo ha insistito su tesi radicalmente differenti, allineandosi a posizioni teoriche espresse da figure di spicco come Michael Randle (esponente della nonviolenza inglese) e Jean-Marie Muller (riferimento della nonviolenza francese). A quest'ultimo, in particolare, chi scrive rispose nella prefazione al volume Vincere la guerra, principi e metodi dell'intervento civile (EGA, 1999), un testo la cui pubblicazione fu insistentemente voluta e sollecitata da Nanni Salio, animatore del Centro Sereno Regis di Torino.

È in questo solco storico e teorico che si inserisce il recente dibattito attorno alla Campagna “Un’altra difesa è possibile” e alla relativa proposta di legge di iniziativa popolare (LIP). Un dibattito che si è concentrato sulla finalizzazione del testo legislativo e, in particolare, sul dilemma se concepire tale difesa come autonoma rispetto ai militari o in rapporto di complementarietà con essi. Tuttavia, un'analisi rigorosa della materia svela una realtà ben diversa: la LIP in questione rischia di configurarsi prevalentemente come una operazione di marketing sociale, capace di far dimenticare all'opinione pubblica che gran parte dei contenuti innovativi sbandierati erano già stati incardinati nell'ordinamento giuridico italiano, fatta eccezione per il meccanismo fiscale del 6 per mille, proposto tra gli altri, da Padre Alex Zanotelli.

  1. Il nodo di genere: "disonorare la guerra" come prerequisito

Per comprendere appieno perché la LIP si limiti a una superficie normativa, eludendo la sostanza delle motivazioni che spingono alla trasformazione, occorre integrare la riflessione giuridica con quella antropologica. È qui che il contributo di Alfonso Navarra, all'interno del volume collettaneo "Disonorare la guerra" (a cura di Maschile Plurale), ha un suo peso. Navarra solleva una questione che la politica "tecnica" della LIP tende a rimuovere: il legame viscerale tra il patriarcato, la costruzione dell'identità maschile e il ricorso sistemico alla violenza bellica.

Nel suo contributo, Navarra, in sintonia con tutta la logica del lavoro coordinato da Marco Deriu, articola una tesi provocatoria e necessaria: la guerra non è un incidente di percorso della storia, ma il prodotto di un "sistema di genere" che, per secoli, ha identificato la virilità con la capacità di esercitare la forza distruttiva. Il guerriero è l'archetipo dell'uomo "completo" nel sistema patriarcale, colui che difende – o aggredisce – in nome di un interesse superiore, spesso camuffato da patriottismo. "Disonorare la guerra", quindi gli apparati predisposti a prepararla e combatterla, significa, in quest'ottica, scardinare proprio questo prestigio virile. Se la difesa della patria è stata storicamente monopolio maschile, allora la vera "difesa alternativa" non può essere un semplice aggiustamento burocratico, ma deve passare attraverso una tensione verso la metamorfosi del maschile.

Navarra, con le altre autrici ed autori del libro, evidenzia come gli uomini, storicamente, abbiano delegato alla guerra la costruzione della propria identità pubblica, consegnando alle istituzioni militari il diritto di vita e di morte sui corpi, propri e altrui. La LIP, ignorando questo sottofondo culturale, si condanna all'irrilevanza politica, perché propone strumenti di difesa civile disarmata senza interrogarsi su chi debba essere il soggetto della difesa. Se il "difensore" rimane ancorato all'archetipo dell'eroe che usa la forza per affermare la propria posizione, nessuna legge, per quanto tecnicamente perfetta, potrà mai eliminare la logica della guerra.

Il contributo di  "Disonorare la guerra"  è una chiamata alla responsabilità: gli uomini devono riconoscere di essere stati, storicamente, il braccio operativo della violenza istituzionalizzata. "Disonorare la guerra" significa ritirare il consenso a questo modello, non solo obiettando al servizio militare, ma decostruendo attivamente il mito della forza come fondamento del potere. La difesa civile nonviolenta richiede una soggettività "altra", che non cerchi nel conflitto la prova della propria efficacia, ma che trovi nella cura e nella mediazione la cifra di un nuovo modo di abitare lo spazio pubblico.

In questo senso, un limite della LIP risiede proprio nella sua neutralità rispetto ai modelli di genere. Essa propone la difesa civile come una funzione dello Stato, quasi come una "tecnica di gestione dei conflitti", privandola della sua carica eversiva: quella di essere una pratica di liberazione dall'oppressione patriarcale. La proposta di legge finisce per istituzionalizzare la nonviolenza senza scalfire il paradigma che rende la violenza "naturale" e "maschile". Se non si disonora la guerra — intesa come pilastro della cultura virilista — la difesa civile rimarrà sempre un accessorio, un'appendice etica da sfoderare quando la politica non sa più come gestire le proprie contraddizioni, invece di diventare la forma primaria di relazione tra le comunità umane.

La lezione di Navarra, dunque, completa la critica alla LIP: se è vero che le leggi per una difesa nonviolenta esistono già nell'ordinamento (e sono state dimenticate), è altrettanto vero che queste leggi sono rimaste lettera morta perché mancava (e manca ancora) una base sociale maschile, consapevole e organizzata, che si rifiuti di onorare la guerra. Il marketing sociale della LIP cerca di convincere il legislatore con la ragione dei numeri e delle procedure, ma ignora che, finché l'immaginario dominante sarà quello della forza come suprema virtù maschile, nessuna "difesa alternativa" potrà mai scalzare il privilegio della difesa armata. La vera iniziativa popolare, per Navarra, dovrebbe essere una presa di parola degli uomini che "disertano" il ruolo di guerrieri, creando le condizioni culturali affinché la difesa civile non sia un'opzione minoritaria, ma la scelta di un'umanità che ha finalmente deciso di smettere di celebrare la morte come misura del valore personale.

  1. La genealogia giuridica: quando la difesa nonviolenta era già legge (o quasi)

Accanto a questa necessaria rivoluzione culturale, permane la questione della tenuta normativa. Per comprendere ulteriormente la portata della tesi secondo cui la LIP odierna rappresenta un'operazione di maquillage, occorre riavvolgere il nastro della legislazione italiana degli ultimi decenni. La pretesa di introdurre "per la prima volta" istituti di difesa civile alternativa ignora colpevolmente il patrimonio accumulato dalle lotte dei movimenti per l'obiezione di coscienza e dalle successive mediazioni parlamentari e giurisprudenziali.

Fin dalla Legge 772 del 1972, e passando attraverso la Legge 230 del 1998, il legislatore italiano aveva progressivamente riconosciuto che il dovere costituzionale di difesa della Patria (articolo 52 della Costituzione) poteva — e in certi casi doveva — essere adempiuto con mezzi e strumenti non armati. La giurisprudenza costituzionale, consolidatasi nel tempo, ha smantellato il monopolio ontologico della forza militare, aprendo la strada a un concetto integrato di difesa civile. La citata sentenza della Corte Costituzionale n. 219 del 2015 ha ulteriormente chiarito la portata di questi diritti e doveri costituzionali, ribadendo che la difesa della comunità nazionale non si esaurisce nella proiezione della potenza militare, ma trova nel servizio civile e nella difesa popolare nonviolenta un pilastro di pari dignità ordinamentale.

Il Centro Studi Difesa Civile, fin dalla sua nascita nel 1984, aveva impostato il lavoro di ricerca teorica e applicata proprio su questo presupposto: non già la contrapposizione frontale e utopica a ogni struttura dello Stato, bensì l'inserimento della difesa civile all'interno di una cornice istituzionale organica, capace di dialogare persino con i settori della Difesa strategica (come dimostrato dal volume curato da Francesco Tullio nel 2000).

Ciò significa che i pilastri portanti di un sistema di difesa civile alternativa — il riconoscimento dei corpi civili di pace, l'istituzione di percorsi formativi alla risoluzione nonviolenta dei conflitti, l'integrazione delle competenze di protezione civile e diplomazia preventiva — non sono un'invenzione recente della LIP. Erano già stati previsti, abbozzati o direttamente codificati in testi normativi e decreti attuativi che attendevano soltanto il completamento del loro iter di piena vigenza. La LIP non crea il diritto, lo "reimpacchetta" per renderlo digeribile a un pubblico che ha dimenticato la storia giuridica del proprio Paese.

  1. Il 6 per mille e il finto specchietto per le allodole della LIP

Se si esamina analiticamente il testo della Campagna “Un’altra difesa è possibile”, l'unico vero elemento di originalità giuridico-finanziaria risiede nell'opzione fiscale del 6 per mille, ovvero la possibilità per i contribuenti di destinare una quota del proprio gettito IRPEF al finanziamento della difesa civile alternativa anziché a quella militare.

Questo singolo elemento — per quanto politicamente rilevante e simbolico — è stato utilizzato come cavallo di Troia mediatico per oscurare il fatto che il resto dell'ossatura della proposta di legge ricalca fedelmente istituti giuridici già esistenti. Si tratta di un'operazione di marketing sociale confezionata ad hoc per mobilitare un elettorato sensibile ai temi della pace, ma spesso digiuno di ermeneutica giuridica e di storia istituzionale del movimento nonviolento.

Presentare come una "conquista rivoluzionaria" ciò che il diritto dello Stato aveva già recepito sul piano concettuale e normativo produce un duplice effetto negativo:

  1. Delegittima e cancella la memoria storica delle lotte condotte per decenni dalle associazioni nonviolente, dai radicali, dai cattolici del dissenso e dagli obiettori di coscienza che quelle leggi le avevano sudate e scritte.
  2. Sposta l'asse dell'impegno politico su una nuova raccolta di firme e su un iter parlamentare incerto e defatigante, distogliendo le energie dalla vera criticità: il blocco e l'inapplicabilità in cui sono precipitate le norme già vigenti.
  1. Il limbo dell'inapplicabilità: gli effetti della sospensione della leva

Perché, dunque, se le norme esistevano già, oggi si avverte la necessità di "un'altra difesa"? La risposta risiede in un passaggio storico cruciale che i promotori della LIP tendono abilmente a sottacere: la sospensione della leva obbligatoria (avvenuta con la legge di riforma del 2004, la cosiddetta Legge Martino, e i successivi decreti attuativi).

Con l'abolizione della leva obbligatoria e il passaggio a un esercito professionale, è venuta a mancare la massa critica di giovani che alimentava il meccanismo dell'obiezione di coscienza e del conseguente servizio civile sostitutivo. Questo evento non ha rappresentato soltanto una trasformazione ordinamentale delle forze armate; ha inferto un colpo mortale all'architettura istituzionale che legava indissolubilmente il diritto di obiezione a una struttura di servizio civile nazionale obbligatorio.

Nel vuoto normativo e nella transizione verso il servizio civile volontario (poi disciplinato dal Servizio Civile Universale), tutte le conquiste giuridiche sulla difesa civile alternativa sono state relegate in un limbo di indeterminatezza e inapplicabilità. Le norme c'erano, e in parte ci sono ancora sulla carta, ma prive del motore propulsivo originario e di un chiaro inquadramento organico statale, sono diventate lettere morte.

È qui che si consuma l'equivoco della LIP: di fronte all'inapplicabilità di norme già esistenti a causa della fine della leva e dell'inerzia politica, si è preferito percorrere la strada della spettacolarizzazione legislativa ex novo, anziché aggredire il nodo gordiano della vigenza e dell'attuazione di ciò che era già stato conquistato per via giudiziaria e parlamentare.

  1. La strategia necessaria: rendere attuale l'esistente e ripartire dall'Albo

Di fronte a questo scenario, la strategia più opportuna e intellettualmente onesta per il movimento nonviolento — inteso nel senso profondo auspicato da Alfonso Navarra in Disonorare la guerra — non è inseguire chimere legislative o operazioni di marketing politico, bensì battersi per rendere attuale e operativo ciò che si sarebbe già dovuto ottenere sulla carta.

La battaglia per la difesa alternativa nonviolenta non ha bisogno di nuove leggi bandiera destinate a insabbiarsi nei rami del Parlamento, ma di un'azione di pressione giuridica e politica mirata a rivitalizzare l'ordinamento esistente, in un contesto dove si è finalmente compreso che il disarmo passa per il disarmo dei cuori e delle identità maschili.

Il primo, irrinunciabile passo di questa riconquista deve essere il ripristino, l'aggiornamento e la piena valorizzazione dell'albo pubblico nazionale degli obiettori e delle obiettrici di coscienza. L'albo non è un mero registro burocratico del passato; rappresenta l'anagrafe civile di una cittadinanza attiva che ha scelto costituzionalmente di ripudiare la logica della difesa armata. Mantenere in vita, digitalizzare, tutelare e rilanciare quell'albo significa:

  • Riconoscere giuridicamente il valore identitario e politico di chi rifiuta le armi, integrando la riflessione dell'ecofemminismo sulla necessità di una nuova maschilità che non si riconosce nell'eroismo bellico.
  • Offrire una base di reclutamento permanente e organizzata per i Corpi Civili di Pace e per la Difesa Civile Nonviolenta.
  • Forzare lo Stato a implementare quei decreti attuativi e quelle strutture di coordinamento interministeriale (tra Presidenza del Consiglio, Ministero della Difesa e Ministero degli Esteri) che sono già previsti nel reticolo normativo ereditato dalle lotte degli anni Novanta e Duemila.

Continuare a ignorare l'esistente per inseguire la narrazione della "nuova legge" significa fare il gioco di una politica autoreferenziale che confonde la comunicazione sociale con la trasformazione strutturale dello Stato. La vera nonviolenza politica non ha bisogno di inventare l'acqua calda a ogni legislatura; ha la forza e la coerenza di pretendere l'applicazione integrale delle leggi di giustizia che essa stessa ha strappato, con la lotta e con il diritto, alla cultura della guerra. Disonorare la guerra oggi significa, in definitiva, smettere di chiedere al Palazzo una nuova legge e iniziare a pretendere che il Paese applichi, finalmente, quella Costituzione che, tramite l'obiezione e il servizio civile, ha già tracciato la strada per una difesa di popolo, disarmata, libera dal patriarcato e pienamente attuale.

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La LIP "UN'ALTRA DIFESA E' POSSIBILE" arranca e, nel momento in cui scriviamo, 11 agosto 2026, diventa una possibilità effettiva che essa non raggiunga le 50.000 firme necessarie. La data esatta di scadenza per la raccolta delle è fissata per metà settembre 2026, e più precisamente entro il 16 settembre 2026.

Il testo, promosso da CNESC, Rete Italiana Pace e Disarmo e Sbilanciamoci!, era stato infatti depositato ufficialmente in Cassazione il 16 marzo 2026, dando il via ai sei mesi canonici previsti dalla legge italiana per completare la raccolta delle sottoscrizioni anche online tramite SPID o CIE.

Tra i nonviolenti è legittimo che ci sia chi già pensa a come rimediare il danno politico e a proporsi come "salvatore per quel flop", che sembra proprio si vada profilando. Vorrebbero - questi aspiranti "salvatori", presentare un ddl rivolgendosi ai parlamentari per dare forma istituzionale alla difesa civile, non armata e nonviolenta, entro la fine della legislatura, però con i punti della LIP (più piccoli emendamenti) e facendo esplicitamente riferimento ad essa:

  • istituzione del Dipartimento per la difesa nonviolenta presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, ma dotata di indipendenza organizzativa e finanziaria;
  • creazione di Corpi civili di pace;
  • un Fondo nazionale per la difesa nonviolenta finanziato dai cittadini che includa la possibilità di destinare ad esso il 6 per mille dell'IRPEF;
  • In aggiunta rispetto alla LIP della RIPD: riconoscimento dell'obiezione di coscienza attraverso un albo nazionale che valorizzi la scelta di chi rifiuta le armi integrandola formalmente nei percorsi di difesa civile.

Richiesti di un parere sull'iniziativa, noi Disarmisti esigenti abbiamo subito osservato che il punto debole dell'idea è l'approccio sbagliato con cui si parte. Si omettono i riferimenti giuridici alle sentenze della Corte costituzionale sul servizio civile "equipollente" a quello militare e sulle conquiste normative che il movimento pacifista e degli obiettori può già vantare in materia e che poi sono state compromesse da sviluppi giuridici successivi, in particolare dopo la sospensione della leva obbligatoria, che -in particolare con il Codice dell'ordinamento militare (COM) - hanno praticamente abrogato la 238/1998.

La questione non è di "fare quelli che si spacciano per gli alfieri di una soluzione nuova", bensì quelli che possono dire" "La Costituzione, e la Corte costituzionale, ci dicono già che la difesa nonviolenta va fatta e quindi lo Stato la applichi, le dia una architettura giuridica. Anzi, riapplichi quel quadro che l'intero schieramento parlamentare in modo bipartisan aveva già, a suo tempo, approvato".

Se si vuole presentare una bozza di DDL ai parlamentari (dopo il flop della LIP) bisognerebbe partire non da una campagna fallita ma da una premessa intitolata: le conquiste giuridiche che lo Stato omette di applicare.

Una accortezza strategica poi, consapevole della fase politica di arretramento che stiamo vivendo (il vento bellicista soffia molto forte, non è vero?), suggerirebbe di cominciare col punto più semplice dalla caratteristica di provocare meno reazioni negative immediate, vale a dire con l'albo pubblico degli obiettori, oltretutto base umana affidabile per i corpi civili di pace. In una fase politica in cui il riarmo impazza bisogna sapere individuare i punti di resistenza (le "linee del Piave") su cui attestarsi per limitare i danni!

Subito dopo verrebbe l'istituto di ricerca per la pace, come punto a sé. Bisognerebbe fare in modo che l'elemento accademico sia bilanciato dall'elemento associativo, per valorizzare gli "esperimenti con la verità" fatti sul campo.

E' utile, per impostare una linea strategica costruttiva, ricordare il periodo 1972- 2001 con le sue tappe e i suoi voti.

1972 - Legge 772: Riconoscimento Obiezione di Coscienza
Governo: Colombo, poi Andreotti. DC.
Voto: approvata con i voti di DC, PSI, PSDI, PRI, PLI, PCI. Solo MSI e monarchici contrari.
Già qui è bipartisan: governo DC, ma approvata anche con PCI e socialisti.

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1986 - Legge 958, nota come "Norme sul servizio militare": all'art. 2 si occupa di obiezione di coscienza.
Governo: Craxi. Pentapartito: DC, PSI, PSDI, PRI, PLI.
Voto: approvata con larga maggioranza. PCI astenuto ma non contrario nel merito.

L'istituzionalizzazione concettuale e giuridica del servizio civile come "difesa della Patria non armata" (in attuazione dell'articolo 52 della Costituzione) non nasce primariamente dalla Legge 958/1986, bensì dalla celebre Sentenza della Corte Costituzionale n. 164 del 1985. Fu quella pronuncia della Consulta a sdoganare definitivamente il servizio sostitutivo civile non come una "concessione punitiva" (impostazione originaria della Legge 772/1972), ma come un vero e proprio modo di adempiere al dovere costituzionale di difesa della Patria con mezzi non armati.

La legge 958/1986 fu un provvedimento di grande impatto perché ridusse la durata della ferma militare (portandola a 12 mesi per l'Esercito e l'Aeronautica, e a 18 per la Marina) e, di conseguenza, incise direttamente anche sulla durata del servizio sostitutivo civile per gli obiettori di coscienza, che venne parametrato a quello militare (solitamente con una durata leggermente superiore per compensare l'assenza di addestramento all'uso delle armi).

La legge cercò di dare ordine a un sistema di obiezione di coscienza che, nato con la Legge 772 del 1972, era cresciuto a dismisura nei primi anni Ottanta con decine di migliaia di richieste di giovani che rifiutavano il servizio militare armato, mettendo in crisi le strutture burocratiche e ministeriali dell'epoca.

Le norme della Legge 958/1986 relative alla leva obbligatoria e al servizio civile sostitutivo obbligatorio non sono state "abrogate" da un unico giorno all'altro con una formula secca, ma sono state superate, svuotate di efficacia e infine abrogate/ordinate attraverso un percorso in tre tappe:

  1. La riforma del 1998 (Legge n. 230/1998): Ha completamente riscritto lo status giuridico dell'obiettore di coscienza, superando l'impostazione della vecchia legge del 1972 e integrando i principi della giurisprudenza costituzionale (spostando la competenza dal Ministero della Difesa a quello della Presidenza del Consiglio e valorizzando il servizio civile).

  2. La sospensione della leva (Legge n. 226/2004, c.d. "Legge Martino"): Con l'introduzione del modello di difesa professionale e la sospensione della leva obbligatoria a partire dal 1° gennaio 2005, sono venuti meno i presupposti fattuali della chiamata alle armi e, di riflesso, l'istituto dell'obiezione di coscienza legata alla leva obbligatoria e del conseguente servizio civile sostitutivo obbligatorio.

  3. Il Codice dell'Ordinamento Militare (Decreto Legislativo n. 66 del 2010): Il governo, attraverso il riordino normativo (il Codice dell'Ordinamento Militare e il relativo Testo Unico), ha formalmente abrogato la gran parte delle vecchie leggi sulla leva e sul servizio militare del Novecento — inclusi i residui della Legge 958/1986 e la storica Legge 772/1972 — assorbendo o dichiarando superate le vecchie disposizioni, traghettando l'ordinamento verso il Servizio Civile Nazionale prima e Universale poi (regolato oggi dal D.Lgs. n. 40/2017) su base esclusivamente volontaria.

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1998 - Legge 230: Nuova disciplina Obiezione di Coscienza
Governo: Prodi. Ulivo: DS, PPI, Verdi, Comunisti Italiani.
Relatore: on. Franco Russo, Verdi.
Voto: approvata alla Camera 340 sì. A favore: Ulivo + Forza Italia + AN + CCD.
Contro: Lega e Rifondazione.
Bipartisan pieno: governo centrosinistra, ma votata anche da FI e AN.

2001 - Legge 64: Istituzione Servizio Civile Nazionale
Governo: Amato. Poi entrato in vigore col governo Berlusconi II.
Relatori: sen. Bastianoni DS, on. Volontè CCD.
Voto: approvata all’unanimità al Senato. Alla Camera 420 sì, 2 no.
Bipartisan totale: passa da Amato a Berlusconi senza cambiare una virgola.

PERIODO 1998 - 2001: DA NOTARE E SOTTOLINEARE IL CUORE BIPARTISAN

Quello è stato il quadriennio d’oro ed è la prova provata.
1998: legge 230 la fa il centrosinistra ma la votano anche FI e AN.
2001: legge 64 la licenzia il centrosinistra ma la applica e finanzia il centrodestra appena andato al governo.

Significa che su ODC e SCN c’era un accordo istituzionale trasversale. Nessuno la metteva in discussione nel merito.
Poi è arrivata la sospensione della leva nel 2005 e il COM che ha svuotato tutto.

CONCLUSIONE POLITICA

Quindi sì: quando diciamo ai parlamentari di oggi "riprendiamo il percorso 1998-2001" non stiamo parlando di una legge di parte.
Stiamo parlando dell’ultimo pezzo di legislazione sulla difesa che è passato con i voti sia di Berlusconi  (e alleati/supporter) sia di Prodi (e alleati/supporter).

È questo l’argomento per "spaccare" (direbbero i rapper odierni): non chiediamo una novità. Chiediamo di ripristinare e riparare ciò che tutti, anche nell'arco parlamentare vigente, avevano già condiviso e che si è perso per strada...

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MAO VALPIANA RISPONDE AL "FUOCO PACIFISTA". UN ARTICOLO PUBBLICATO SU PRESSENZA

Il Movimento Nonviolento risponde al fuoco pacifista: “Adesso anche basta”

Gli attacchi ci possono stare, ma le mistificazioni non sono tollerabili.

Finora non avevamo risposto perché davvero non ne valeva la pena, e abbiamo altro da fare.

Ma se la calunnia viene riprodotta a mezzo stampa, allora la replica è d’obbligo.

Primo falso. Si dice che ci sarebbe “un dibattito che sta attraversando il movimento nelle sue varie anime”. Non è così. Ci sono sei persone (Tusini, Lucivero, Dinelli, Drago, Navarra, Ferraro) che hanno espresso un loro parere personale molto critico verso la proposta di legge di iniziativa popolare “Istituzione e modalità di finanziamento del Dipartimento della Difesa civile non armata e nonviolenta”; dall’altra parte ci sono tutte le associazioni delle tre Reti promotrici della Campagna Un’altra difesa è possibile, impegnate nella raccolta firme e in moltissime iniziative sul territorio per informare sui contenuti della proposta. Più che un dibattito vediamo sei monologhi da una parte e una mobilitazione dall’altra.

Secondo falso. Sul sito dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università viene dato spazio ad un Manifesto in cui si fanno affermazioni gravissime (senza portare nessuna argomentazione) che lanciano discredito su uno dei pilastri portanti della proposta di Legge, tipo “Il Servizio civile diventa strumento utile ai guerrafondai come cavallo di Troia per riportare la leva militare e per militarizzare tutta la società”, e in generale si criminalizza l’idea di un’altra difesa possibile dicendo che sarebbe “strumento funzionale alla strategia Nato della difesa totale, e dunque complice delle guerre d’aggressione”. Addirittura! … e senza uno straccio di argomento.

Non sappiamo da cosa sia motivato un attacco così pesante e assurdo. L’unica risposta che ci diamo è che il populismo ideologico ha fatto breccia anche in quell’area minoritaria pacifista che deve trovare un nemico per motivare se stessa. Un populismo pacifista che si nutre di faziosità ed estremismo, formula accuse pretestuose, utilizza argomenti fantoccio.

L’accusa di fondo ruota attorno al fatto che la proposta sarebbe “complementare” alla difesa militare e non “alternativa”.

Per chi ha un minimo di onestà intellettuale vale forse la pena chiarire un paio di cose:

La “difesa totale” è una dottrina militare che non c’entra con ciò di cui stiamo parlando. La “difesa civile”, intesa come componente della difesa totale subordinata alla difesa militare, non ha niente a che fare con la “Difesa civile non armata e nonviolenta” oggetto del disegno di Legge; basterebbe leggere senza pregiudizi il testo di legge e la sua relazione: La Difesa civile non armata e nonviolenta viene attuata da uno specifico Dipartimento totalmente indipendente e autonomo dalle strutture militari. Viene definita “complementare” perché andrebbe ad aggiungersi alle forme di difesa militare oggi esistenti (in attuazione dell’articolo 52 della Costituzione”). Non è possibile infatti definirla “alternativa”, in quanto non può prefiggersi di abolire o sostituire le attuali forze armate (articoli 78 e 87 della Costituzione). Sono considerazioni persino banali da fare, che non mettono minimamente in crisi la visione pacifista e nonviolenta della proposta.

Mettere in contrapposizione, come si tenta di fare, la Difesa civile non armata e nonviolenta costituzionale con l’obiezione di coscienza nonviolenta è un’operazione divisiva fatta in mala fede.

Non c’è nessun dualismo: l’obiezione di coscienza è il cuore della Campagna di Obiezione alla guerra promossa dal Movimento Nonviolento; la Difesa civile non armata e nonviolenta è il cuore della Campagna Un’altra difesa è possibile. Viaggiano in perfetta armonia sugli stessi binari.

Speriamo che questo surreale “fuoco pacifista” finisca qui. Grazie.

Mao Valpiana (presidente)

con il Direttivo del Movimento Nonviolento

 

Oltre il muro dei "sette monologhi": perché il fuoco pacifista sulla LIP è un  baluardo della coscienza critica

di Alfonso Navarra - segretario della Lega per il disarmo unilaterale - 10 agosto 2026

Introduzione: quando il vertice chiama "monologo" la voce della coscienza critica

La nota ufficiale pubblicata su Pressenza a firma di Mao Valpiana e del Direttivo del Movimento Nonviolento, intitolata non a caso “Il Movimento Nonviolento risponde al fuoco pacifista: Adesso anche basta”, segna uno spartiacque amaro nel dibattito politico dell'area pacifista e nonviolenta italiana. Di fronte alle critiche argomentate mosse da storici esponenti e studiosi del settore — un coro che da sei voci (Tusini, Lucivero, Dinelli, Drago, Navarra, Ferraro) si è arricchito del contributo di Gian Marco Pisa, arrivando a quota sette —, la risposta della presidenza non sceglie la via del confronto dialettico, ma quella della delegittimazione sommaria.

Le voci critiche vengono liquidate come “sei monologhi” privi di costrutto, bollati come populismo ideologico, faziosità e ricerca di un nemico purchessia. Si contrappone a essi la forza numerica e la mobilitazione di massa delle tre Reti promotrici della Campagna “Un’altra difesa è possibile”.

Ma è davvero così? Etichettare il dissenso interno e militante come un fastidioso “fuoco amico” o peggio come un esercizio di stile autoreferenziale significa capovolgere la realtà dei fatti. Non siamo di fronte a monologhi isolati, ma alla resistenza di un pensiero critico che rifiuta di svendere l'eredità storica della nonviolenza politica sull'altare del marketing sociale e del compromesso istituzionale. È tempo di rispondere punto per punto alle argomentazioni di Mao Valpiana, smontando le false simmetrie e riportando al centro del dibattito la verità giuridica, storica e antropologica che la proposta di legge d'iniziativa popolare (LIP) tenta di edulcorare.

1. Il metodo: dissenso democratico o "monologhi" da reprimere?

La prima mossa retorica della nota di Valpiana consiste nel negare l'esistenza stessa di un dibattito: “Non è così. Ci sono sei persone [...] dall’altra parte ci sono tutte le associazioni delle tre Reti [...] Più che un dibattito vediamo sei monologhi da una parte e una mobilitazione dall’altra.”

Questo argomento quantitativo — la folla contro i singoli, le Reti contro le voci isolate — è un classico espediente della politica burocratica e organizzativa. Si confonde il consenso di apparato, alimentato da campagne di raccolta firme basate su slogan accattivanti, con la validità teorica e strategica di una proposta. Nella storia dei movimenti sociali, le intuizioni più profonde e corrette sono quasi sempre nate da minoranze critiche che osavano rompere il coro unanime dell'ortodossia dominante.

Bollare come "monologo" l'analisi rigorosa di chi, come Tonino Drago o Alfonso Navarra, ha speso decenni a studiare e praticare la nonviolenza politica significa compiere un atto di chiusura autoritaria. Il dissenso non è "calunnia" né "fuoco pacifista" mosso da livore: è l'esercizio fondamentale della responsabilità intellettuale. Quando un'organizzazione che si definisce "nonviolenta" reagisce alle critiche di merito urlando il proprio "adesso anche basta" e chiudendosi a riccio dietro le proprie bandiere associative, dimostra di temere il confronto aperto e di preferire l'indottrinamento alla ricerca della verità.

2. Il nodo della "complementarietà": indipendenza di carta o subordinazione strategica?

Il cuore della difesa di Valpiana ruota attorno alla natura della proposta di legge: la difesa civile non armata e nonviolenta non c'entrerebbe nulla con la "difesa totale" o con le dottrine Nato, perché verrebbe attuata da uno “speciale Dipartimento totalmente indipendente e autonomo dalle strutture militari”. Perché allora nel testo si definisce “complementare”? Perché — argomenta Valpiana — “andrebbe ad aggiungersi alle forme di difesa militare oggi esistenti (in attuazione dell’articolo 52 della Costituzione). Non è possibile infatti definirla ‘alternativa’, in quanto non può prefiggersi di abolire o sostituire le attuali forze armate (articoli 78 e 87 della Costituzione).”

Qui si svela l'inganno concettuale e politico della LIP. I critici non hanno mai sostenuto che il Dipartimento proposto rispondi direttamente ai comandi della NATO o che sia un plotone dell'esercito travestito da pacifisti; la critica è ben più sottile e devastante sul piano strategico: accettare il principio della "complementarietà" significa subordinare la nonviolenza all'architettura complessiva della difesa armata dello Stato.

Se la difesa civile è "complementare" a quella militare all'interno del perimetro dell'articolo 52 della Costituzione, essa diventa un'ancora di salvataggio etica e funzionale per lo Stato di potenza. In caso di crisi o conflitto, il sistema statuale integrerà le risorse civili per "completare" lo sforzo bellico o di gestione della crisi, riducendo la nonviolenza a una sorta di protezione civile umanitaria ancillare rispetto alla geopolitica della forza.

La vera Difesa Popolare Nonviolenta (DPN), teorizzata da Tonino Drago e dal movimento storico, nasceva esattamente come alternativa e antagonista al modello militare, non come suo complemento subalterno. Rinunciare all'alternatività con la scusa che la Costituzione (agli articoli 78 e 87) prevede le forze armate significa abdicare preventivamente alla vocazione eversiva e di radicale trasformazione sociale della nonviolenza. Significa accettare di fare la "ruota di scorta" morale di uno Stato armato. Dire che la complementarietà è un dettaglio tecnico inevitabile è un falso storico e politico: significa istituzionalizzare la nonviolenza riducendola a tecnica di gestione statale.

3. La farsa della novità e l'oblio delle conquiste giuridiche

Valpiana e il Direttivo bollano come "affermazioni gravissime e senza argomentazioni" le critiche che denunciano il rischio di strumentalizzazione o la futilità di una nuova legge rispetto all'esistente. Ma è proprio qui che il castello di carta della LIP crolla di fronte all'analisi giuridica.

Come ampiamente documentato da chi contesta l'operazione, la quasi totalità dei contenuti innovativi sbandierati nella LIP — dai corpi civili di pace alla formazione alla gestione nonviolenta dei conflitti, fino all'impianto di una difesa civile organizzata — esisteva già ed era stata incardinata nell'ordinamento giuridico italiano grazie alle lotte storiche del movimento e a pietre miliari come la Legge n. 230 del 1998 e la celebre sentenza della Corte Costituzionale n. 219 del 2015.

Il vero dramma istituzionale — che la LIP fa finta di ignorare per poter intestarsi una "nuova battaglia" — è che con la sospensione della leva obbligatoria (2004) e il passaggio all'esercito professionale, tutte quelle conquiste giuridiche sono state relegate in un limbo di indeterminatezza e inapplicabilità.

Promuovere una nuova legge di iniziativa popolare oggi, concentrandosi unicamente sull'introduzione del "6 per mille" fiscale come specchietto per le allodole, rappresenta a tutti gli effetti un'operazione di marketing sociale. Si raccogliono firme su bisogni reali spacciandoli per "scoperte ex novo", occultando colpevolmente il fatto che le norme giacevano nei cassetti dello Stato perché la politica (e il movimento stesso) ha smesso di pretenderne l'attuazione. (O ne ha accettato di fatto una attuazione stravolgente). Chiedere una nuova legge anziché pretendere l'attuazione dell'esistente — a partire dal ripristino e dalla digitalizzazione dell'albo pubblico nazionale degli obiettori e delle obiettrici di coscienza — è un modo per eludere la fatica del controllo democratico e della rivendicazione strutturale.

4. L'obiezione tradita e la rimozione del nodo antropologico

Valpiana sostiene che mettere in contrapposizione la difesa civile costituzionale con l’obiezione di coscienza sia un'operazione divisiva in mala fede, affermando che viaggiano in perfetta armonia sugli stessi binari.

Ma l'armonia sbandierata è solo di facciata. L'obiezione di coscienza storica era un rifiuto radicale del sistema d'arma e della coscrizione obbligatoria legata alla difesa militare dello Stato patriarcale. Nel testo della LIP, invece, il servizio civile e la difesa civile vengono sganciati da quella radice di radicale contestazione etico-politica per essere trasformati in una funzione pubblica standardizzata, avulsa dalla critica al sistema di potere dominante.

È qui che si salda la critica mossa da pensatori teorico/pratici come Alfonso Navarra (vedi contributo nell'opera a tante voci per Disonorare la guerra, a cura di Maschile Plurale): una difesa civile che, nelle sue premesse culturali, non si richiami all'unica famiglia umana e al "matriottismo", non metta in discussione il legame profondo tra patriarcato, identità maschile e violenza bellica è destinata a fallire. La LIP ignora completamente l'aggancio necessario con una trasformazione antropologica, insita nelle scelte personali "di coscienza", trattando la nonviolenza come una procedura burocratica o una voce di bilancio (il 6 per mille) anziché come una rivoluzione dei corpi e dei comportamenti.

Ridurre l'obiezione a un binario compatibile con una difesa civile "complementare" allo Stato armato significa sterilizzarla della sua carica eversiva. I critici non dividono il movimento: denunciano la sua domesticazione istituzionale.

Conclusione: oltre il marketing, per la verità della nonviolenza

La replica stizzita del Movimento Nonviolento potrebbe dimostrare che la proposta di legge "Un’altra difesa è possibile" non è solo un testo legislativo discutibile, ma è diventata un totem identitario intoccabile per i suoi promotori. Chiunque osi scalfirne la superficie con gli strumenti dell'analisi critica, della storia giuridica e della coerenza teorica viene espulso dal perimetro della "correttezza" ed etichettato come oppositore in malafede.

Ma la nonviolenza politica non ha bisogno di dogmi religiosi né di uffici stampa che gridino "adesso basta" per mettere a tacere i dissidenti, per giunta individuati come "sei gatti". Ha bisogno di verità, di rigore intellettuale e del coraggio di fare i conti con i propri limiti storici.

Continuare a difendere una LIP che fa marketing sui diritti acquisiti, che accetta la subordinazione concettuale della complementarietà militare e che ignora il limbo in cui sono finite le vere leggi sulla difesa popolare nonviolenta (da Tonino Drago in poi) non serve alla causa della pace. Serve solo a dare una vernice ecologica e civile a uno Stato che continua a investire nei cannoni. La risposta al "fuoco pacifista" non dovrebbe essere l'alzata di scudi burocratica, ma un bagno di umiltà e l'apertura di un vero, profondo, rigoroso confronto sui fondamenti stessi della nonviolenza nel XXI secolo.

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La trappola della "Complementarietà": perché la Difesa nonviolenta non può essere la ruota di scorta del sistema di guerra

di Alfonso Navarra - segretario della Lega per il disarmo unilaterale - 11 agosto 2026

Per anni, il movimento per la Difesa Popolare Nonviolenta (DPN) - la Campagna per l'obiezione di coscienza alle spese militari ne è stata la struttura trainante - ha coltivato un sogno: creare una struttura capace di sostituire la guerra con mezzi nonviolenti. Eppure, nel dibattito attuale sulla Legge di Iniziativa Popolare (LIP), ci troviamo di fronte a un paradosso paralizzante. Si sostiene che, per essere "legale" e "praticabile" all'interno del nostro ordinamento, la difesa civile debba dichiararsi "complementare" alla difesa militare.

Questa affermazione, apparentemente di puro buonsenso giuridico, nasconde in realtà una capitolazione politica. Accettare la "complementarietà" non è un compromesso tecnico: è un’ammissione di sconfitta strategica. È il momento in cui l'aspirazione a trasformare la società si trasforma in un servizio di supporto alla gestione statale. Cerchiamo di capire perché, partendo dal piano costituzionale per arrivare alle conseguenze pratiche che un ecopacifista deve conoscere bene.

1. Il falso mito del realismo costituzionale

L'argomento difensivo principale è: "Non possiamo abolire l'esercito (Art. 78 e 87), quindi dobbiamo inserirci dove possiamo (Art. 52)". È un sillogismo seducente: la Costituzione prevede la difesa armata, quindi la difesa nonviolenta deve porsi in continuità con essa per esistere.

Tuttavia, questo è un errore di prospettiva. Interpretare l'articolo 52 come un obbligo di difesa esclusivamente militare è una scelta politica, non un dato di fatto immutabile. L'articolo 52 recita: "La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino". Non dice "la difesa armata della Patria". La "Patria" non è un territorio astratto che si difende solo dai carri armati nemici; la Patria è la comunità, il territorio, l'ambiente, i diritti. Se il dovere di difesa è sacro, allora è un dovere che appartiene al cittadino in quanto tale, non al soldato.

Definire la DPN come "complementare" significa accettare l'interpretazione che la difesa è un monolite unico, governato dallo Stato, di cui la componente militare è il "motore principale" e quella civile un "aggiustamento di rotta". Ma se la difesa è un dovere del cittadino, allora la cittadinanza può e deve autodeterminarsi. La DPN non deve "aggiungersi" all'esercito; deve svuotare di senso la necessità dell'esercito. Se io ho un sistema efficace per prevenire e gestire i conflitti attraverso la nonviolenza, la diplomazia popolare e la resistenza civile, allora la minaccia bellica perde la sua giustificazione.

Dire che la complementarietà è inevitabile perché la Costituzione prevede le forze armate è come dire che, poiché lo Stato ha un sistema carcerario, allora l'educazione dei giovani deve essere "complementare" al carcere. No: se l'educazione funziona, il carcere diventa inutile. La difesa civile, nonviolenta, deve essere l'educazione che rende inutile la prigione militare della "deterrenza".

2. La frattura rimossa: patriarcato, identità maschile e il mito del guerriero

C'è un altro aspetto cruciale, troppo spesso colpevolmente rimosso nel dibattito sulla Legge di Iniziativa Popolare, che smaschera la presunta "armonia" sbandierata tra la difesa civile e l'obiezione di coscienza storica. Valpiana sostiene che mettere in contrapposizione queste due dimensioni sia un'operazione divisiva e in mala fede, affermando che viaggiano in perfetta sintonia sugli stessi binari. Ma questa armonia è soltanto di facciata.

L'obiezione di coscienza storica, quella che ha segnato le lotte antimilitariste del Novecento, non era un mero adempimento burocratico né una funzione pubblica standardizzata: era un rifiuto radicale, viscerale e politico del sistema d'arma e della coscrizione obbligatoria legata alla difesa militare dello Stato patriarcale. Nel testo della LIP, al contrario, il servizio civile e la difesa civile vengono pericolosamente sganciati da quella radice di contestazione etico-politica. Vengono depotenziati e trasformati in ingranaggi amministrativi, avulsi dalla critica radicale al sistema di potere dominante.

Qui si salda la lucidissima critica mossa da pensatori teorico-pratici come Alfonso Navarra — il cui contributo nell'opera corale Disonorare la guerra, curata da Maschile Plurale, si è proposto di aprire una breccia nel pensiero pacifista corrente. Una difesa "nonviolenta" che, nelle sue premesse culturali, non si richiami all'unica famiglia umana e a una logica di "matriottismo" anziché di patriottismo armato, ed evita di mettere radicalmente in discussione il legame profondo tra patriarcato, identità maschile e violenza bellica, è una difesa destinata a fallire alla radice.

La guerra, infatti, non è un incidente della storia o una mera disfunzione geopolitica: è il prodotto supremo dell'immaginario patriarcale del guerriero, della necessità di dominare, di possedere, di affermare la virilità attraverso la sopraffazione e il monopolio della forza letale. La LIP ignora colpevolmente questo aggancio necessario con la trasformazione antropologica, un cambiamento profondo che è insito nelle scelte personali "di coscienza". Riduce la nonviolenza a una procedura burocratica o a una mera voce di bilancio — quel famoso "6 per mille" sventolato come una conquista — anziché riconoscerla per ciò che deve essere: una rivoluzione dei corpi, dei comportamenti e delle relazioni umane.

Ridurre l'obiezione di coscienza a un binario compatibile, complementare e rassicurante per lo Stato armato significa sterilizzarla della sua carica eversiva. I critici che oggi denunciano questa deriva non stanno dividendo il movimento per il gusto della frammentazione; stanno coraggiosamente denunciando la sua domesticazione istituzionale. Accettare che la nonviolenza diventi ancella di un apparato statale fondato sul controllo significa tradire l'eredità più autentica di chi, disobbedendo alle armi, ha scelto di disarmare prima di tutto se stesso e il proprio ego machista.

3. La trappola della subordinazione strategica

Entriamo nel vivo della logica di potere. In ogni apparato statale, il comando è unito. Se tu, come Dipartimento di Difesa Civile, sei "complementare" al Dipartimento della Difesa Militare, a chi risponderai nelle situazioni di crisi?

Pensiamo a uno scenario di conflitto internazionale, a una crisi geopolitica, o a un'emergenza che minaccia la sicurezza nazionale. Se la struttura è integrata nel sistema di difesa statale, il potere politico (il governo) userà le risorse civili per quello che gli serve. E cosa serve a uno Stato di potenza in tempo di crisi? Serve manodopera, serve logistica, serve protezione civile, serve gestione delle emergenze per permettere alla macchina militare di operare senza intralci.

Accettando la complementarietà, trasformiamo la nonviolenza in un "servizio di pulizia" o di "supporto umanitario" per la guerra. Immaginiamo una crisi dove l'esercito sta operando: il Dipartimento di Difesa Civile, in quanto complementare, verrebbe inviato a gestire i profughi o a ricostruire le infrastrutture danneggiate mentre l'esercito conduce le operazioni offensive. Risultato? Stiamo liberando l'esercito dal peso di gestire le conseguenze umane del suo operato. Stiamo, di fatto, ottimizzando la macchina da guerra, rendendola più "accettabile" o "umana" nei suoi effetti collaterali.

Questo è il concetto di "ausiliarietà". Essere complementari significa essere subordinati alla logica del più forte. Se il sistema militare decide che la strategia è la deterrenza (ovvero la minaccia dell'uso della forza), la difesa civile "complementare" non può fare altro che operare nel perimetro lasciato libero dalla minaccia. Non può contestare la deterrenza, perché ne è parte integrante. Si riduce a una tecnica di mitigazione del danno, non a una strategia di pace.

4. Il tradimento dell'antagonismo: la DPN di Tonino Drago

La Difesa Popolare Nonviolenta, così come teorizzata da figure come Tonino Drago, primo presidente del Comitato per la difesa civile nn armata e nonviolenta presso la Presidenza del Consiglio, non era una proposta di legge da integrare burocraticamente nel Ministero della Difesa. Era un'idea di alternativa sistemica.

L'alternatività significa che, davanti a una minaccia, la società civile sceglie strumenti altri. Se la difesa civile è alternativa, essa insegna che non c'è bisogno di una flotta navale per difendere le rotte commerciali o gli interessi nazionali; si insegna che la sicurezza si costruisce tramite il commercio equo, il rispetto dei diritti umani, la transizione ecologica e la mediazione dei conflitti.

Quando rinunciamo all'alternatività, rinunciamo al cuore pulsante della nonviolenza: la capacità di opporsi. La nonviolenza è eversiva nella sua costruttività. È eversiva perché nega al potere la legittimità della forza come risolutore di problemi. Ma se la inserisci nel sistema, la neutralizzi. Diventa "Difesa Civile" di Stato. Il governo non temerà mai una struttura che lui stesso finanzia, gestisce e coordina. La vera DPN deve far paura al potere, non perché è violenta, ma perché è efficace nel rendere superfluo il potere militare.

La complementarietà è la gabbia dorata. Danno un piccolo ufficio, un budget limitato, qualche divisa (magari di colore diverso) e dicono agli attivisti: "Potete occuparvi dei conflitti minori, mentre noi, i grandi, ci occupiamo della difesa vera, quella seria, quella con le bombe". E noi, accettando questo ruolo, diventiamo complici del monopolio della violenza che avremmo dovuto combattere.

5. L'insostenibilità ecologica del "complementare"

Per chi ha a cuore l'ecologia, la questione è ancora più bruciante. La guerra è uno dei maggiori agenti inquinanti del pianeta. I conflitti distruggono ecosistemi, contaminano falde acquifere, bruciano risorse preziose. Il complesso militare-industriale è un mostro energivoro che vive di combustibili fossili e che ignora la crisi climatica in nome della "sicurezza nazionale".

Se la Difesa Civile è complementare alla Difesa Militare, noi diventiamo i manutentori del sistema di guerra. Il nostro ruolo diventerebbe quello di tamponare le ferite che il sistema bellico infligge al pianeta e alle comunità. Non stiamo cambiando il paradigma della sicurezza, stiamo solo offrendo un servizio di riparazione.

Una vera difesa ecopacifista deve partire dal presupposto che la vera sicurezza oggi è la salute del pianeta, non il controllo delle frontiere. La DPN dovrebbe mobilitarsi per difendere il territorio dal cambiamento climatico, dalle grandi opere inutili, dall'inquinamento delle industrie belliche. Se la DPN fosse alternativa, il suo primo atto sarebbe la smilitarizzazione: "Non abbiamo bisogno di armi per difenderci, abbiamo bisogno di ripristinare l'ecosistema perché è quello che ci mantiene in vita".

Ma se siamo complementari, questa voce diventa impossibile. Come può il Dipartimento di Difesa Civile criticare l'inquinamento di una base militare o le emissioni di un cacciabombardiere se è "complementare" alla struttura che li possiede e li utilizza? Sarebbe un conflitto di interessi insanabile. L'attivista ecopacifista che accetta la complementarietà sta accettando di sedere al tavolo con chi sta distruggendo il suo futuro, sperando di ottenere qualche briciola di "gestione civile" nel mentre che il mondo brucia.

6. Che cosa significa, allora, essere radicali, intelligenti con la mente e con il cuore?

Essere radicali non significa essere estremisti, ma andare alla radice. La radice del problema è che lo Stato si è arrogato il monopolio della difesa.

La proposta di una legge sulla difesa civile nonviolenta dovrebbe essere una sfida democratica al cuore dello Stato:

  • Non chiediamo di essere "complementari" all'esercito, ma di sostituire la spesa militare con la spesa per la sicurezza civile.

  • Non chiediamo un "Dipartimento sotto il governo", ma un sistema di difesa popolare basato sull'autogestione, sulla formazione diffusa, sulla capacità di intervento nonviolento dei cittadini.

  • Non cerchiamo il riconoscimento di un Ministero, cerchiamo il riconoscimento del diritto dei cittadini a difendere la Patria senza uccidere, senza armi, senza obbedire a una catena di comando militare.

L'idea di "complementarietà" è la scusa di chi non ha il coraggio di dire che la Difesa Militare è obsoleta, dannosa e contraria alla vita. È la paura di perdere il contatto con le istituzioni. Ma il movimento nonviolento non deve cercare il contatto con le istituzioni; deve trasformare le istituzioni.

Se la DPN non è alternativa, allora non è difesa. È volontariato di Stato. E il volontariato di Stato non ha mai cambiato la storia; l'ha solo resa più tollerabile per chi detiene il potere.

7. La bussola del Transarmo: una transizione reale, non una convivenza armata

A chi accusa questa visione radicale di essere "utopistica" o di lasciare il Paese in un presunto vuoto di sicurezza, si risponde richiamando uno dei pilastri più lucidi e rigorosi della ricerca internazionale per la pace: il concetto di Transarmo (o transarmament) teorizzato da Johan Galtung.

Spesso si fraintende la transizione confondendola con un compromesso statico o con una coesistenza pacifica tra opposti. Ma Galtung ci ha insegnato che il transarmo non è affatto una convivenza permanente tra due sistemi armati e civili che remano a braccetto sotto la tutela dello Stato di potenza; è, al contrario, un processo dinamico, strutturale e programmatico di sostituzione progressiva.

Esattamente come nella transizione ecologica si abbandonano scientemente i combustibili fossili per passare alle fonti rinnovabili — senza cadere nell'inganno di definire il petrolio (con il nucleare sedicente "civile") e il fotovoltaico "complementari" per l'eternità —, allo stesso modo il transarmo prevede il progressivo smantellamento delle strutture di morte militari e la loro contestuale sostituzione con le infrastrutture vive della difesa popolare nonviolenta.

Accettare la "complementarietà" della Legge di Iniziativa Popolare significa invece congelare lo status quo: significa rassegnarsi all'idea che l'esercito resti il padrone incontrastato della sicurezza nazionale e che la nonviolenza si limiti a fare la badante o l'assistente sociale della geopolitica della forza. Il transarmo, al contrario, è un cammino di emancipazione e di transizione strategica. Esso riconosce con realismo che esiste una fase di passaggio — nessuno pretende di azzerare l'apparato militare dall'oggi al domani —, ma pretende che ogni singolo passo politico e legislativo compiuto vada rigorosamente nella direzione di indebolire la logica della deterrenza armata e di rafforzare l'autogestione pacifica dei conflitti.

Non si tratta di integrare la difesa civile nella catena di comando della NATO o nei piani strategici dello Stato armato, ma di usare gli spazi di agibilità democratica per costruire istituzioni sociali autonome, basate sulla cooperazione internazionale, sulla giustizia climatica e sulla resistenza civile non armata, riducendo progressivamente il bilancio, il personale e la legittimità delle armi fino a renderle storicamente superflue.

Il transarmo è dunque la perfetta sintesi tra concretezza e radicalità ecopacifista: sa che la trasformazione richiede metodi, tappe e pazienza pedagogica, ma rifiuta categoricamente l'inganno di un'armonia impossibile tra la cultura della pace e la cultura della guerra. Scegliere la via del transarmo significa dire chiaramente al potere che la nonviolenza non è un accessorio decorativo per abbellire le leggi dello Stato, ma la vera architettura del futuro. È il ponte pratico che ci conduce fuori dalla barbarie della deterrenza atomica verso una civiltà finalmente disarmata, ecologica, femminista e umana.

Conclusione: Il bivio

Siamo a un bivio. Da una parte, la via della "complementarietà": un percorso sicuro, istituzionalizzato, che ci permette di entrare nelle stanze del potere, di avere un timbro, una scrivania, magari anche qualche fondo. Ma saremo, a tutti gli effetti, gli "assistenti sociali" della guerra. La nostra nonviolenza sarà utile solo finché non disturberà i piani dei generali.

Dall'altra parte, la via dell'alternatività, ma con intelligenza strategica: un percorso difficile, ripido, che ci pone in rotta di collisione con la logica della difesa armata. È la via che spaventa i palazzi, perché dice che il Re è nudo, che le armi non servono a nulla se non a produrre morte, e che la sicurezza vera è la cura dell'altro e della Terra.

L'ecopacifismo, che è anche ecofemminismo, non può permettersi il lusso della neutralità istituzionale. Non possiamo essere "complementari" alla distruzione. Il nostro dovere, come cittadini che hanno compreso la follia della guerra e la catastrofe climatica in atto, è di restare obbedienti civili, cioè disobbedienti nonviolenti. Non per odio, ma per amore della vita.

Dobbiamo avere il coraggio di dire: "La nostra difesa non integra la vostra guerra; la vostra difesa rende la vostra guerra obsoleta". Questa è la radicalità di cui abbiamo bisogno. Tutto il resto è solo gestione del declino. Se la legge non riflette questa ambizione – se la legge accetta di essere la ruota di scorta – allora forse è meglio non averla affatto, piuttosto che averne una che serve a legittimare l'esistenza stessa dell'apparato militare. La storia della nonviolenza è storia di rotture, anche con "compromessi belli", ma senza accomodamenti ("inciuci") privi visione. È ora di "tornare a rompere" con le nostre idee e pratiche costruttive, essendo da subito il cambiamento che vogliamo vedere realizzato.

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