L’ESTATE PIÙ FREDDA CHE RICORDEREMO I PROSSIMI ANNI. E LA RIMOZIONE CHE CI PORTA AL BARATRO
Nota di Alfonso Navarra - coordinatore dei Disarmisti Esigenti (17 agosto 2026)
Può darsi che la scienza non sia Vangelo. Non merita la S maiuscola che alcuni movimenti pseudo-giovanili le attaccano addosso per farne un idolo. Ma i 35 gradi di giorno e i 25 di notte per 150 milioni di europei non sono un’opinione. Sono bollettini. EuroMomo conta 10.000 morti in più solo nell’ultima settimana di giugno. Non “forse”. Contati. Corpi che respiravano e amavano.
E i climatologi dicono una cosa paradossale: il 2026 rischia di essere ricordato come l’estate più fresca dei prossimi 30 anni. Con El Niño in arrivo, il 2027 è già candidato a strappare il suo primato.
I numeri, relativamente opinabili nella loro interpretazione, non chiedono però il permesso di esistere:
Dal 2013-2014 siamo già a +1,5°C. L’obiettivo degli Accordi di Parigi del 2015 è storicamente obsoleto.
Nel 2025 siamo a 435 ppm di CO2. All’inizio dell’era industriale eravamo a 278 ppm.
La traiettoria ci porta dritti a +3°C entro il 2100. Sull’orlo dell’abisso.
I DATI
Vediamo meglio questi numeri.
Secondo Copernicus e WMO il riscaldamento è già oltre +1°C da anni.
Il dato IPCC/WMO 2024-2025: siamo a +1.37°C di riscaldamento antropico nel 2025
Il 2025 è stato il 3° anno più caldo: +1.47°C sopra la media 1850-1900. Carbon Brief lo mette a +1.44°C di media tra i dataset.
I 3 anni 2023-2024-2025 sono i primi 3 anni sopra +1.5°C
Oggi siamo già a +1.4/+1.5°C. rispetto ai 15,1°C di partenza. E sì, l’obiettivo di Parigi “ben al di sotto di 2°C e possibilmente 1.5°C” è già stato superato a livello annuale.
Il valore 435 ppm nel 2025 va precisato.
Il dato NOAA/Copernicus per inizio 2025 è intorno a 421-423 ppm. Abbiamo superato i 420 ppm nel 2021 e nel 2024 eravamo a ∼422.7 ppm. 435 ppm è una proiezione per fine anni 2020/inizio 2030 se le emissioni non calano.
Quindi 435 è una stima “pessimista” per oggi, non il dato misurato 2025. Meglio scrivere “oltre 420 ppm”.
La traiettoria che ci porta dritti a +3°C entro il 2100 è plausibile, secondo gli scenari attuali.
Con le politiche attuali e i NDC non implementati, l’UNEP e il Climate Action Tracker stimano +2.5°C / +2.9°C / +3.1°C entro il 2100. Quindi “praticamente sicuro +3°C” è la fascia alta degli scenari “no new policy”. Non è un destino, ma è dove andiamo se non cambia nulla. Gli scienziati dicono infatti che il tasso di riscaldamento antropico è ancora al massimo storico: ∼0.27°C per decennio.
CON QUESTI DATI SI SALDA TUTTO
Perché al pericolo nucleare, quello vecchio di 80 anni, stiamo aggiungendo la crisi climatica. E la crisi climatica dentro ha già le guerre locali, le migrazioni di massa, la finanziarizzazione fossile e bellicista dell’economia. È una policrisi. Non ha confini, non ha passaporti, non si ferma alle dogane. La risposta che ci viene data?
A destra: negazionismo climatico e caccia al capro espiatorio. Gli immigrati. I MAGA insegnano: se non puoi risolvere il problema, criminalizza chi scappa dal problema.
A sinistra: silenzio elettoralistico. La battaglia per il clima “è impopolare”. Meglio non parlarne, meglio non spaventare l’elettore. E in mezzo c’è l’angoscia politica vera: la distanza abissale fra quello che può fare la persona comune spegnendo la luce di casa, e l’enormità di un sistema che brucia gas e uranio per tenere in piedi l’idea malata di “sicurezza nazionale”.
TERRESTRITA'
I Disarmisti Esigenti insistono su una cosa sola: non si esce con la rimozione letargica.
Serve un’assunzione di responsabilità. Serve una cultura di terrestrità, come dice Vandana Shiva: rispetto per la Terra perché è l’unica Madre che abbiamo e che ci sostenta.
Serve solidarietà globale, non muri.
Serve smettere di pensare che si possa affrontare il clima con la stessa cultura militarista e nazionalista che ci ha portato sull’orlo dell’olocausto atomico.
Lo diceva già Carlo Cassola nel 1983, in La rivoluzione disarmista: le crisi vere non si vincono con gli eserciti. Si vincono disarmando l’economia, la politica, la testa.
Papa Leone aggiunge: con il linguaggio disarmato e disarmante.
Oggi Cassola aggiungerebbe, più esplicito: dobbiamo disarmare il pianeta, oltre che dal nucleare, anche dai combustibili fossili.
Non abbiamo più 30 anni. Forse non ne abbiamo più 10 per evitare un cammino senza ritorno.
L’alternativa alla politica dei Palazzi è la politica di base che considera la fisica. E la fisica, per quanto non vada trattata come Onniscienza, non tratta. Non fa sconti.
Per questo chiediamo tre cose concrete, subito:
Sostenere la società civile che interviene nelle COP per l’attuazione degli Accordi di Parigi. Senza di loro quei trattati restano carta.
Monitorare e inserire nel quadro negoziale le attività militari, di grande impatto inquinante.
E assumere il concetto di debito ecologico che il Nord del mondo ha contratto nei confronti del Sud. Istituire finalmente il fondo dei 100 miliardi l’anno per finanziare la conversione ecologica rinnovabile dei Paesi più poveri. Con contributi a fondo perduto, non con prestiti a tasso agevolato che sono un’altra forma di dominio.
Chi vuole combattere questa rimozione con noi può partire da qui: parlare, organizzarsi, pretendere che clima e disarmo tornino al centro dell’agenda. Perché sono la stessa “battaglia nonviolenta”.
Concludo con una frase di Edgar Morin che ci aiuta a non perdere la bussola:
“Siamo di fronte a un problema vitale: dobbiamo imparare a pensare la complessità. La Terra è una totalità complessa fisica, biologica e antropica dove viviamo tutti. Il destino umano è ormai inseparabile dal destino terrestre.”
Conferenza ONU di revisione delle Parti del TPNW
Trattato sulla proibizione delle armi nucleari
New York, 30 novembre – 4 dicembre 2026 ------
I DISARMISTI ESIGENTI, tra i membri italiani ICAN, stanno organizzando la loro delegazione, che dovrebbe essere formata da circa 20 persone
1) su basi politiche: per i soggetti che, considerando la deterrenza "genocidio programmato" sfociante nell'"umanicidio", e quindi la denuclearizzazione, oltre gli schieramentismi geopolitici e partitici, come priorità delle priorità, aderiscono al nostro progetto di collegare la Campagna ICAN (proibizione delle armi nucleari) alla Campagna NFU (non primo uso, mai, in nessuna circostanza, degli ordigni nucleari).
Questa delegazione è responsabilizzata per le prese di posizioni politiche nella Conferenza in nome e per conto dei Disarmisti esigenti;
2) su basi tecniche: per i soggetti disarmisti e nonviolenti che, mantenendo la loro autonomia di visione e di posizioni, semplicemente, intendono entrare in contattocon la più importante esperienza politica del pacifismo mondiale, vale a dire il percorso TPNW; e valutare le forme di collaborazione future.
Contattare: Alfonso Navarra alfiononuke@gmail.com
Luigi Mosca luigimosca39@gmail.com
Per la partecipazione sono richieste diverse incombenze anche burocratiche da espletare.
Un primo elenco di soggetti è da comunicare entro il 16 settembre 2026.
Vi è infine l'elenco aggiornato e definitivo entro il 16 novembre 2026.
___________________________
Seguono:
- Comunicazione dell'Ufficio delle Nazioni Unite
per gli affari del Disarmo
- Lettera di Annette Willi, coordinamento ICAN per
la partecipazione alla società civile al TPNW
- Intervista su Repubblica a Melissa Parke.
E' la direttrice esecutiva di ICAN
____________________________
da parte di Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari del disarmo
LA SCADENZA PER LA PARTECIPAZIONE DELLE ORGANIZZAZIONI AL TPNW E' L'11 SETTEMBRE 2026
email: tpnw@un.org
Se la vostra organizzazione desidera partecipare alla prima Conferenza di revisione delle Parti del Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (TPNW) , può presentare domanda seguendo le istruzioni al seguente link: https://docs.un.org/en/TPNW/2026/INF/2 .
Si prega di notare che tutte le organizzazioni devono richiedere l'accreditamento per partecipare all'edizione 2026, incluse quelle che hanno già partecipato alle precedenti edizioni del TPNW. La scadenza per la presentazione della domanda è l'11 settembre 2026.
Conferenza di revisione delle Parti del TPNW/2026/INF/2
Trattato sulla proibizione delle armi nucleari
New York, 30 novembre – 4 dicembre 2026
Informazioni per la partecipazione delle organizzazioni non governative
Sommario
Il presente documento contiene informazioni preliminari per ONG che intendano partecipare alla prima conferenza di revisione delle parti del trattato
sulla proibizione delle armi nucleari. Eventuali ulteriori informazioni necessarie verranno fornite in prossimità della data della sessione. La documentazione e altre informazioni saranno pubblicate, non appena disponibili, sul sito web della Conferenza di Revisione (https://meetings.unoda.org/-revcon/treaty-on-the-prohibition-of-nuclear-weaponsfirst-review-conference-2026).
I. Date e sede
1. La prima Conferenza di revisione delle Parti del Trattato sulla proibizione delle armi nucleari si terrà presso la sede delle Nazioni Unite a New York dal 30 novembre al 4 dicembre 2026.
2. La Conferenza si aprirà alle ore 10:00 di lunedì 30 novembre, nella Sala Conferenze 4 presso la sede delle Nazioni Unite.
II. Modalità di partecipazione delle organizzazioni non governative
3. L'articolo 1, paragrafi da 2 a 4, del regolamento interno della Riunione degli Stati Parte del Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (TPNW/MSP/2022/3),
che si applica mutatis mutandis alla Conferenza di revisione, recita quanto segue:
2. Le Nazioni Unite, le sue agenzie specializzate e le organizzazioni collegate, il Comitato Internazionale della Croce Rossa, la Federazione Internazionale delle Società di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa, i rappresentanti selezionati dagli Stati Parte dei trattati che istituiscono zone libere da armi nucleari e la Campagna Internazionale per l'abolizione delle armi nucleari possono partecipare alla Riunione degli Stati Parte in qualità di osservatori senza diritto di voto.
3. Altre organizzazioni o istituzioni internazionali pertinenti, organizzazioni regionali
e organizzazioni non governative pertinenti i cui scopi e attività siano coerenti con l'oggetto e lo scopo del Trattato possono partecipare alla Riunione degli Stati Parte in qualità di osservatori. Tali organizzazioni o istituzioni devono informare il Presidente della Riunione del loro interesse a partecipare alla
Riunione non oltre 30 giorni prima dell'inizio della Riunione o 15 giorni
prima dell'inizio di una Riunione straordinaria. Tale interesse deve essere
accompagnato da informazioni sullo scopo, i programmi e le attività dell'organizzazione in settori pertinenti all'ambito della Riunione.
4. Qualsiasi organizzazione o istituzione di cui al paragrafo 3 dell'articolo 1, che goda dello status consultivo presso il Consiglio economico e sociale in
conformemente alle disposizioni della risoluzione 1996/31 del Consiglio del 25 luglio 1996, può partecipare alle riunioni in qualità di osservatori. Per le organizzazioni che non godono dello status consultivo presso il Consiglio, il Presidente della Riunione distribuirà a tutti gli Stati parte un elenco delle nuove domande ricevute dalle organizzazioni o istituzioni pertinenti di cui al paragrafo 3 dell'articolo 1, che hanno espresso interesse a partecipare alla Riunione ai sensi dell'articolo 45, tenendo conto di criteri quali la coerenza tra lo scopo, i programmi e le attività delle organizzazioni o istituzioni con l'oggetto e lo scopo del Trattato, almeno 10 giorni prima della Riunione, sulla base di una dichiarazione di non obiezione. La partecipazione di tali organizzazioni o istituzioni è subordinata all'approvazione finale della Riunione.
4. Le informazioni che seguono si applicano solo alle organizzazioni di cui all'articolo 1, paragrafo 3, e non alla Campagna internazionale per l'abolizione delle armi nucleari.
5. L'articolo 53, paragrafo 2, del regolamento interno riguarda i diritti degli osservatori e recita quanto segue:
2. Gli osservatori che non sono Stati firmatari o organizzazioni ed enti di cui all'articolo 1, paragrafo 2:
(a) possono rilasciare dichiarazioni orali conformemente all'articolo 20;
(b) possono presentare dichiarazioni e documenti scritti, che saranno
distribuiti elettronicamente dalla segreteria a tutte le delegazioni nelle quantità
e nella lingua in cui le dichiarazioni sono rese disponibili, a condizione
che la dichiarazione presentata sia relativa ai lavori della Riunione degli Stati Parte.
Le dichiarazioni e i documenti scritti non saranno messi a disposizione a spese
della Riunione e non saranno rilasciati come documenti ufficiali;
(c) possono ricevere documenti ufficiali;
(d) non possono partecipare al processo decisionale;
(e) non possono presentare, né essere tra gli oratori chiamati a parlare a favore
o contro, alcuna mozione o richiesta procedurale, sollevare questioni di ordine o appellarsi contro una decisione del Presidente.
III. Disposizioni pratiche per l'accreditamento, la registrazione e
il rilascio dei pass di accesso
Accreditamento
6. Tutte le richieste di accreditamento da parte delle organizzazioni devono essere presentate alla segreteria entro e non oltre l'11 settembre 2026, utilizzando il modulo online disponibile all'indirizzo
https://forms.office.com/e/51a3vwh8F1. Le organizzazioni non governative (ONG)
devono inoltre inviare alla segreteria (tpnw@un.org) una richiesta di accreditamento scritta su carta intestata ufficiale dell'organizzazione, indicando i rappresentanti che parteciperanno,
compresi i loro nomi completi e le rispettive qualifiche. Ulteriori rappresentanti possono essere inclusi in una lettera di richiesta di accreditamento rivista, che dovrà essere presentata entro il 20 novembre 2026.
Per facilitare le comunicazioni relative all'accreditamento e alla registrazione, la lettera deve includere l'indirizzo email personale e il numero di telefono diretto di un referente all'interno dell'organizzazione.
7. Le ONG interessate, i cui scopi e attività siano coerenti con l'oggetto e lo scopo del Trattato e che non godano dello status consultivo presso il Consiglio economico e sociale, conformemente alle disposizioni della risoluzione 1996/31 del Consiglio, devono fornire ulteriori informazioni sullo scopo, i programmi e le attività dell'organizzazione, nonché sulla loro coerenza con l'oggetto e lo scopo del Trattato.
8. Le ONG che hanno richiesto l'accreditamento come sopra indicato saranno informate dalla segreteria via e-mail entro il 29 settembre 2026 dell'esito della loro richiesta.
Le ONG con status consultivo saranno accreditate alla Conferenza. L'accreditamento di tutte le altre ONG sarà deciso dalla Conferenza attraverso il suo processo decisionale intersessionale. Si ricorda che le persone che richiedono l'accreditamento, così come coloro che intendono partecipare agli eventi collaterali, devono avere almeno 18 anni. Per domande relative all'accreditamento, si prega di contattare la segreteria (tpnw@un.org).
Registrazione e rilascio dei pass di accesso
9. Le registrazioni incomplete e quelle pervenute dopo la scadenza non saranno
elaborate.
10. La registrazione online sarà disponibile dal 30 settembre al 20 novembre 2026
per i rappresentanti delle ONG il cui accreditamento è stato approvato.
11. I partecipanti sprovvisti di un pass di accesso valido per la sede delle Nazioni Unite devono compilare il modulo di registrazione sul sistema Indico online all'indirizzo https://indico.un.org/event/1021647/registrations e seguire la procedura descritta ivi. Una volta registrato nel sistema, il profilo del partecipante rimarrà valido e dovrà essere aggiornato solo se necessario. Le registrazioni online devono includere: (a) la lettera di richiesta di accreditamento, incluso il nome del partecipante; e (b) l'indirizzo e-mail del partecipante. Se i documenti richiesti non vengono allegati, il sistema respingerà la domanda.
12. Una volta approvata la registrazione in Indico, i rappresentanti delle ONG riceveranno un'e-mail di conferma. Il referente designato da ciascuna organizzazione dovrà presentare una copia stampata della lettera di registrazione e un proprio documento d'identità valido con foto rilasciato dal governo (ad esempio, un passaporto) al personale delle Nazioni Unite, che sarà disponibile nei seguenti orari e luoghi:
venerdì 27 novembre, dalle 12:00 alle 16:00
lunedì 30 novembre, dalle 8:00 alle 12:00
presso il punto di registrazione visitatori del quartier generale delle Nazioni Unite
801 1st Avenue (ingresso da 1st Avenue)
Le delegazioni e i singoli partecipanti sono responsabili della gestione dei propri pass. I pass non possono essere ristampati.
13. I rappresentanti delle ONG dovranno avere con sé il passaporto e una copia stampata dell'e-mail di conferma per ritirare il pass di accesso all'area. Per domande relative alla registrazione e al rilascio dei permessi di accesso, si prega di contattare la segreteria (tpnw@un.org).
IV. Scambio generale di opinioni
14. I rappresentanti delle ONG interessati a rilasciare una dichiarazione durante lo scambio generale di opinioni sono invitati a contattare il referente per le ONG, Annette Willi, che coordinerà l'elenco dei relatori delle ONG. I recapiti della Sig.ra Willi sono forniti nella sezione X.
15. I rappresentanti delle ONG sono gentilmente pregati di inviare le versioni elettroniche delle loro dichiarazioni
in formato PDF a estatements@un.org e a tpnw@un.org entro e non oltre
due ore prima della presentazione. Il nome dell'ONG e il titolo della riunione
devono essere indicati nell'oggetto dell'e-mail e nell'intestazione della dichiarazione.
Le dichiarazioni saranno caricate sulla rivista digitale delle Nazioni Unite e sul
sito web della Conferenza dopo la presentazione.
V. Servizi
16. Al fine di agevolare la partecipazione delle ONG alla Conferenza, una sala conferenze sarà messa a disposizione di tutte le ONG accreditate per le loro riunioni, briefing ed eventi collaterali, nonché per la distribuzione dei documenti ufficiali della conferenza ai loro rappresentanti. Il referente per le ONG, Annette Willi, sarà responsabile dell'assegnazione dei tempi e della disponibilità della sala per i briefing e le riunioni delle ONG. I recapiti della Sig.ra Willi sono riportati nella sezione X.
17. Le ONG sono le sole responsabili della consegna, dello stoccaggio, della distribuzione e della rimozione dei propri materiali (inclusi i documenti), nonché di tutti i costi correlati. La segreteria non riceve né conserva alcun materiale per conto delle ONG. Si consiglia alle ONG di assicurarsi che scatole o altri contenitori possano essere facilmente aperti per l'ispezione di sicurezza, se richiesto. La segreteria autorizzerà la rimozione dei materiali ritenuti inappropriati.
VI. Documentazione
18. Durante la Conferenza di revisione non saranno disponibili copie cartacee dei documenti.
Tutti i documenti e le dichiarazioni saranno disponibili sul sito web della Riunione.
19. Le ONG possono presentare materiale per iscritto, che verrà distribuito nella lingua originale.
Si prega le ONG di limitare tali contributi a cinque pagine a interlinea singola (2.675 parole) e di utilizzare il modello per i documenti di lavoro delle ONG disponibile presso il referente per le ONG. I contributi devono essere inviati via e-mail a tpnw
msp@icanw.org.
20. Alle ONG può essere consentito di esporre documenti e altro materiale informativo su un tavolo designato. Una copia di ciascun documento deve essere fornita alla segreteria della Riunione tramite il referente per le ONG, prima dell'esposizione al pubblico.
VII. Eventi collaterali e mostre
21. Lo spazio disponibile per gli eventi collaterali durante la Conferenza di revisione è limitato. Gli eventi collaterali che possono essere ospitati nella sala assegnata alle ONG saranno coordinati dal referente per le ONG.
22. Le richieste per gli eventi collaterali devono essere presentate al referente per le ONG entro il 2 ottobre 2026. Ogni richiesta deve specificare l'elenco di tutte le attrezzature e i servizi tecnici necessari. La fornitura di determinate attrezzature e servizi tecnici comporterà dei costi a carico dell'ONG richiedente. Le ONG devono assicurarsi che i relatori, i presentatori, gli oratori o qualsiasi altro invitato ai loro eventi collaterali siano in possesso di pass di accesso validi o, in alternativa, registrarli come membri delle proprie delegazioni alla Conferenza di revisione. Le informazioni devono essere trasmesse alla segreteria dal referente per le ONG entro il 12 ottobre 2026.
23. Lo spazio disponibile per le mostre è limitato. Tutte le mostre presso le strutture delle Nazioni Unite richiedono la sponsorizzazione di uno Stato membro disposto ad assumersi la responsabilità della loro collocazione e del loro contenuto, nonché della presentazione dei relativi costi. Si prega di inviare
le richieste di sponsorizzazione direttamente al punto di contatto presso la missione permanente competente. Gli Stati membri sono invitati a contattare il segretariato (tpnw@un.org) il prima possibile e comunque entro il 2 ottobre 2026.
VIII. Interventi contro le molestie, comprese le molestie sessuali
24. Le organizzazioni del sistema delle Nazioni Unite si impegnano a garantire
eventi in cui tutti possano partecipare in un ambiente inclusivo, rispettoso e sicuro.
Tutte le conferenze e gli eventi che si svolgono nelle sedi del sistema delle Nazioni Unite sono guidati dai più elevati standard etici e professionali e ci si aspetta che tutti i partecipanti si comportino con integrità e rispetto nei confronti di tutti i partecipanti che assistono o sono coinvolti in qualsiasi evento del sistema delle Nazioni Unite. A tal fine, il Codice di condotta per la prevenzione delle molestie, comprese le molestie sessuali, negli eventi del sistema delle Nazioni Unite si applicherà a tutte le persone coinvolte nella Conferenza di revisione. Il testo del Codice di condotta e ulteriori informazioni sono disponibili online (www.un.org/en/content/codeofconduct).
25. Se ritieni di essere stata vittima o testimone di molestie, comprese le molestie sessuali, presso la sede delle Nazioni Unite durante la Conferenza di revisione,
ti invitiamo a contattare il Segretariato delle Nazioni Unite. La linea telefonica e l'indirizzo e-mail "Speak up" (+1 917 367 8910 e speakup@un.org) sono disponibili per fornire supporto riservato su cosa fare e dove rivolgersi per ottenere aiuto.
IX. Lettere di invito e visti
26. Le Nazioni Unite non sono in grado di fornire lettere di invito o lettere ai consolati per richiedere visti ai rappresentanti delle ONG per recarsi negli Stati Uniti d'America al fine di partecipare alla Conferenza di revisione. È piena responsabilità dei rappresentanti delle ONG occuparsi dell'ottenimento dei visti, del viaggio e dei relativi costi. Si consiglia ai rappresentanti delle ONG di provvedere all'ottenimento dei visti e all'organizzazione del viaggio il prima possibile.
X. Punto di contatto
27. La segreteria è stata informata che il punto di contatto designato per le ONG in relazione alla partecipazione delle ONG alla Conferenza di revisione è il seguente:
Annette Willi
Coordinatrice della società civile
Campagna internazionale per l'abolizione delle armi nucleari
Email: tpnw-msp@icanw.org
Telefono: +41 22 788 20 63
Lista di controllo per i rappresentanti delle organizzazioni non governative
Scadenza
Richiesta di ospitalità di mostre
Richiesta di eventi collaterali da presentare al punto di contatto delle ONG
Richieste di accreditamento da inviare alla segreteria
Notifica via email dalla segreteria ai rappresentanti
che li informa sullo stato della loro richiesta
Richiesta di registrazione di un rappresentante aggiuntivo
2 ottobre 2026
2 ottobre 2026
11 settembre 2026
29 settembre 2026
20 novembre 2026
La prima Conferenza di Revisione delle Parti del Trattato sul Divieto delle Armi Nucleari si terrà dal 30 novembre al 4 dicembre 2026 presso la sede delle Nazioni Unite a New York. Le date e la località sono state decise dalla terza Assemblea degli Stati Parte nella sua 10ª riunione plenaria del 7 marzo 2025 (vedi TPNW/MSP/2025/11/Rev.1, par. 24) e confermate dall'Assemblea Generale nella risoluzione 80/54 del 5 dicembre 2025. Il Sudafrica fu eletto Presidente della prima Conferenza di Revisione alla terza Riunione degli Stati Parte.
S.E. l'Ambasciatrice Xolisa Mabhongo (Sudafrica) è stata nominata Presidente designata della prima Conferenza di Revisione durante il periodo intersessionale.
Informazioni per i partecipanti
Informazioni per Stati Parte, Stati osservatori e organizzazioni intergovernative
Le informazioni per Stati parte, Stati osservatori e organizzazioni intergovernative sono contenute nel documento TPNW/2026/INF/1.
Informazioni per organizzazioni o istituzioni internazionali e organizzazioni regionali menzionate nella regola 1, paragrafo 3 del Regolamento Interno
Le informazioni per organizzazioni o istituzioni internazionali e organizzazioni regionali sono contenute nel documento TPNW/2026/INF/1/Add.1
Il segretariato è stato informato che il punto di contatto designato per le ONG in relazione alla partecipazione delle ONG alla Conferenza di Revisione è il seguente:
Annette Willi
Coordinatrice della Società Civile della
Campagna Internazionale per l'Abolizione delle Armi Nucleari (ICAN)
Email: tpnw-msp@icanw.org
Telefono: +41 22 788 20 63
Informazioni per i media
Accreditamento dei Media
Se desiderate partecipare alla conferenza come media e non siete attualmente corrispondenti accreditati all'ONU, vi preghiamo di visitare il sito web di Media Accreditation per richiedere le credenziali. Per maggiori informazioni sul Trattato, consultare il sito web dell'Ufficio per gli Affari del Disarmo.
Dirigenti - Presidente designato
L'ambasciatore Mabhongo è un distinto diplomatico sudafricano con oltre vent'anni di esperienza nella diplomazia multilaterale, nella governance nucleare, nel disarmo e nella sicurezza internazionale. Ha ricoperto posizioni di leadership senior nel sistema dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (AIEA) e nell'architettura più ampia delle Nazioni Unite, combinando leadership strategica con profonda competenza tecnica e diplomatica.
Dal 2016 al 2019 ha ricoperto il ruolo di Rappresentante del Direttore Generale dell'AIEA presso le Nazioni Unite e Direttore dell'Ufficio di New York dell'Agenzia, dove ha rafforzato la cooperazione tra l'AIEA e il più ampio sistema ONU per promuovere la sicurezza, la protezione nucleare, le salvaguardie e l'uso pacifico
della tecnologia nucleare.
In precedenza ha ricoperto il ruolo di Ambasciatore e Rappresentante Permanente del Sudafrica a Vienna presso le Nazioni Unite e altre organizzazioni internazionali (IAEA, CTBTO, UNODC, UNOOSA e UNIDO). I suoi pari lo elessero Presidente della 57ª Conferenza Generale dell'AIEA e ricoprì anche il ruolo di Vicepresidente del Consiglio di Governo. Inoltre, ha presieduto la Commissione Preparatoria per l'Organizzazione del Trattato per la Proibizione Completa degli Esperimenti Nucleari (CTBTO) e la Commissione delle Nazioni Unite per il Disarmo.
L'ambasciatore Mabhongo ha ricoperto il ruolo di Presidente del Gruppo dei Fornitori Nucleari (2024–2025) e ha guidato la delegazione sudafricana all'11ª Conferenza di Revisione del TNP nel 2026.
Attualmente Direttore Generale (Vice Direttore Generale) per la Governance Globale e l'Agenda Continentale presso il Dipartimento per le Relazioni Internazionali e la Cooperazione del Sudafrica, è anche Sherpa BRICS e Sous-Sherpa del G20 sudafricano.
Ha conseguito un Master in Amministrazione Pubblica presso la Columbia University di New York, un Certificato Post-Laurea in Studi Diplomatici presso l'Università di Oxford nel Regno Unito e una Laurea in Lettere presso la Rhodes University in Sudafrica.
___________________________________________
LA LETTERA DI ANNETTE WILLi (annette@icanw.org) DELL'11 AGOSTO 2026
Se intendete partecipare alla conferenza di revisione TPNW a New York quest'anno, dovete richiedere l'accredito entro e non oltre l'11 settembre .
Per farlo, è necessario compilare il modulo online dell'ODA e inviare una richiesta di accreditamento scritta su carta intestata ufficiale della propria organizzazione al Segretariato ( tpnw@un.org ). Tale richiesta deve contenere l'elenco dei rappresentanti, inclusi i loro nomi completi e le rispettive qualifiche. Se lo si desidera, è possibile utilizzare la nostra lettera di esempio .
Non preoccuparti, se pensi di non riuscire ad avere l'elenco completo pronto entro la scadenza, puoi inviare le revisioni fino al 20 novembre 2026. Ma la richiesta iniziale deve essere stata inviata prima!
Maggiori informazioni sono disponibili sulla nostra pagina web ReCo e sono a vostra disposizione via email.
La direttrice della Campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari, premiata con il Nobel per la Pace nel 2017, avverte che l’intelligenza artificiale può aggravare una minaccia già esistente: quella degli arsenali nucleari
L’ombra di Oppenheimer torna a proiettarsi sul presente, questa volta attraverso l’intelligenza artificiale.
Sia Sam Altman (CEO OpenAI) sia Demis Hassabis (CEO Google DeepMind), due degli “architetti” dell’intelligenza artificiale più noti al mondo, sono stati accostati al padre della bomba atomica: un paragone che racchiude l’ambizione di una scoperta capace di cambiare il mondo e il timore per conseguenze che potrebbero sfuggire al controllo dei suoi stessi artefici.
Quando le chiediamo che cosa pensa di questo accostamento, Melissa Parke si rabbuia e si lascia sfuggire un “Mio Dio”.
Avvocata internazionale, ex ministra australiana e oggi direttrice di ICAN, la Campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari premiata con il Nobel per la Pace nel 2017, Parke guida una rete globale impegnata contro gli arsenali atomici. Oppenheimer, per lei, è il simbolo di una storia che il mondo non ha ancora chiuso. Vederne riemergere il fantasma nell’era degli algoritmi, incarnato nei protagonisti dell’intelligenza artificiale, apre uno scenario che la inquieta profondamente.
“Penso che, se questa è la prospettiva, si tratti di una visione molto cupa per il mondo e per il futuro dell'umanità”, ci dice in una delle pause del Global Nobel Laureates Assembly on Artificial Intelligence and Nuclear War, convegno che si è svolto dal 14 al 16 luglio scorso presso i Giardini Pontifici di Castel Gandolfo.
“Ciò che Oppenheimer ha innescato - aggiunge Parke - si è tradotto in oltre ottant'anni di continui danni catastrofici alle persone e all'ambiente. Non mi riferisco solo alle armi nucleari sganciate su Hiroshima e Nagasaki: gli Stati dotati di arsenali atomici hanno condotto più di duemila cosiddetti "test" su popolazioni per lo più colonizzate e indigene in tutto il mondo”.
Non si tratta, dunque, di un capitolo chiuso della storia.
Esattamente. Non è un problema di ottant'anni fa privo di rilevanza attuale. È un'emergenza assolutamente contemporanea, e l'integrazione dell'intelligenza artificiale nei sistemi militari sta amplificando questo rischio in modo esponenziale.
Vede quindi delle somiglianze tra l'era della bomba H e l'attuale fase di sviluppo di sistemi IA autonomi?
Il punto fondamentale è che l'era nucleare non è affatto finita. Ci sono dodicimila testate nucleari nel mondo, una quantità sufficiente per distruggere il pianeta molte, moltissime volte. Pertanto, ritengo che il problema centrale rimangano le armi nucleari, un pericolo che viene ulteriormente aggravato dall'intelligenza artificiale. È questa la minaccia che dobbiamo affrontare per prima. Sono d'accordo sul fatto che l'IA, se lasciata senza vincoli, rappresenti un grande pericolo per l'umanità, ma c'è un rischio contingente che esiste da oltre ottant'anni: quello dell'annientamento totale attraverso una guerra nucleare.
Come procedono i vostri sforzi per l'abolizione delle armi nucleari?
Abbiamo promosso un Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari, al quale la Santa Sede è stato il primo Stato ad aderire nel 2017. Attualmente, cento Stati ne sono firmatari e parti contraenti. Si tratta della maggioranza del mondo che dichiara a gran voce: non accettiamo che le nove nazioni dotate di armi nucleari, insieme ai loro alleati, abbiano il diritto di tenere il resto dell'umanità in ostaggio di questa minaccia.
Le armi nucleari possono avere un effetto stabilizzante sulla situazione geopolitica?
È un concetto profondamente sbagliato. La deterrenza è soltanto una teoria e, alla radice stessa della parola "deterrenza", c'è il terrore. Significa governare attraverso la paura, e non credo sia questo il mondo in cui la maggior parte delle persone desidera vivere. La gente non vuole abitare una realtà plasmata dalla guerra.
Come si può smontare questa teoria?
Ciò che abbiamo visto dai recenti conflitti è che le armi nucleari, pur essendo estremamente pericolose e incredibilmente costose, si sono rivelate strategicamente irrilevanti. Non hanno garantito la vittoria militare a nessuna delle parti coinvolte e non hanno evitato la guerra. Sono semplicemente rimaste sullo sfondo, alzando vertiginosamente la posta in gioco per ogni singola decisione presa durante le ostilità. Per questo motivo dobbiamo sbarazzarci dell'attuale minaccia esistenziale che incombe su di noi: la guerra nucleare.
Le armi nucleari sono controllate da esseri umani. Il timore, però, è che in futuro questi arsenali, così come le armi letali autonome, possano essere gestiti in tandem da esseri umani e intelligenza artificiale. Il grande rischio è che le decisioni vengano prese sulla base di errori o "allucinazioni" dell'IA. Pur assodato che il cuore del problema resta l'esistenza stessa delle armi nucleari, la questione del loro controllo non rappresenta oggi un rischio inedito e forse ancora maggiore?
Non siamo certo nel mondo di Terminator, dove l'intelligenza artificiale sta per assumere autonomamente il controllo degli arsenali. Tuttavia, stiamo sentendo dagli esperti che la cosiddetta "superintelligenza" artificiale non è poi così lontana: potrebbe diventare realtà nel giro di cinque anni. E, senza dubbio, vorremmo aver eliminato le armi nucleari prima del suo arrivo.
Altrimenti, a quali scenari andremmo incontro?
Altrimenti sarà, per citare il padrino dell'IA Geoffrey Hinton, come mettere degli esseri alieni al comando di armi capaci di distruggere l'umanità. L'intelligenza artificiale rappresenta sicuramente una minaccia immensa e in rapida crescita per la nostra specie. Ma, ripeto, esiste già un pericolo imminente e tangibile che deve essere affrontato con assoluta urgenza adesso.
C'è un modo in cui l'intelligenza artificiale la sta aiutando nella sua missione?
Non c'è dubbio che l'IA offra dei benefici evidenti. Tuttavia, non esiste equivalenza tra rischi e benefici quando i rischi mettono in gioco la civiltà stessa, quando diventano esistenziali. Possiamo forse tollerare un rischio di questa portata solo perché ne traiamo qualche vantaggio? Assolutamente no.
Eppure, si cerca costantemente un dialogo per regolamentarla a livello internazionale.
Certo, sono convinta che possiamo e dobbiamo lavorare a stretto contatto con gli sviluppatori di intelligenza artificiale e con i governi per ottenere sistemi più sicuri. Questo è fattibile, ed è proprio il tema al centro degli attuali vertici globali.
Ritiene quindi che il futuro dell'intelligenza artificiale sia inseparabile da quello della pace globale e, inevitabilmente, da quello delle armi nucleari?
Sì, le armi nucleari rimangono il problema primario in assoluto. È l'intelligenza artificiale a peggiorare la minaccia, non il contrario. Pertanto, dobbiamo prima risolvere questa criticità centrale. Ovviamente, questo non significa ignorare l'IA: stiamo lavorando parallelamente per cercare di governarla e controllarla.
Quali sono le maggiori difficoltà emerse in questo tentativo di regolamentazione?
L'aspetto più spaventoso, emerso proprio di recente durante gli incontri a Ginevra, è che gli stessi sviluppatori di queste tecnologie non sanno come controllarle. Ammettono candidamente la loro incapacità di gestirle. Di conseguenza, dobbiamo riconoscere la necessità di applicare il principio di precauzione in questo ambito. L'onere della prova deve ricadere su chi afferma che l'integrazione di queste tecnologie nella società sia sicura, non sul resto dell'umanità.
L'Europa in questo momento sembra più vulnerabile in termini militari e tecnologici. Secondo lei, questo divario sulle armi e sull'intelligenza artificiale rischia di spingere il Vecchio Continente a cercare una propria autonomia di potenza, accelerando la corsa agli armamenti anziché contribuire a fermarla?
Il clima attuale in Europa è preoccupante: stiamo assistendo a una sorta di "rinascimento nucleare". Andando contro i propri obblighi ai sensi del Trattato di Non Proliferazione, molti Paesi europei e leader politici parlano apertamente della necessità di acquisire armi nucleari o di entrare a far parte di accordi di condivisione. È un atteggiamento estremamente pericoloso, che dipinge un gigantesco bersaglio. Significa che, in caso di conflitto atomico, questo continente sarebbe il primo a saltare in aria. È pura follia.
Qual è l’alternativa?
L'esperienza ci insegna che quando le nazioni lavorano insieme e si impegnano nel dialogo, tutti ne traggono vantaggio, a partire dal commercio e dallo scambio culturale. Il Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari (TPNW) è un eccellente esempio di Paesi che collaborano per il bene comune.
Come sta reagendo l'opinione pubblica europea a questa spinta verso il riarmo?
Dai sondaggi che abbiamo condotto emerge chiaramente che i cittadini europei non si sentono più al sicuro grazie agli arsenali: semplicemente, non li vogliono. In Francia, che pure possiede armi nucleari, i cittadini ritengono che il Paese più sicuro del continente sia la Svizzera, che ne è del tutto priva. Penso quindi che le élite politiche siano completamente fuori sintonia rispetto alla volontà popolare. Le persone comuni desiderano solo condurre la propria esistenza in pace, senza lo spettro di un conflitto. Sono i vertici politici, i lobbisti e i think tank militari – che a mio avviso hanno molto più di "tank" che di "think" – a spingere queste agende. Ed è esattamente per questo motivo che la società civile deve farsi avanti, per alzarsi in piedi e dire chiaramente: no, noi tutto questo non lo vogliamo.
Sulla base del suo lavoro e della sua missione, qual è la lezione più importante che ha imparato riguardo alle persone che detengono il controllo sugli arsenali nucleari? C'è qualcosa che può aiutarci a capire come gestiranno l'intelligenza artificiale in futuro?
Dobbiamo sempre tenere a mente che il semplice fatto che ci siano esseri umani a controllare le armi nucleari non rende la situazione di per sé sicura. Anche gli esseri umani sono fallibili. In passato abbiamo visto figure di vertice pubblicare messaggi in cui si paventava la distruzione di intere nazioni in una sola notte, con la reale possibilità di passare all'azione. Credo che questo debba fungere da campanello d'allarme per il mondo intero: nessun piccolo gruppo di individui, e nessun singolo Paese, dovrebbe mai avere il potere assoluto di decidere le sorti dell'umanità.
___________________________________
PER LA PROGRAMMAZIONE DEGLI EVENTI COLLATERALI ALLA CONFERENZA DI REVISIONE DEL TPNW
Lettera del Coordinatore della società civile ANNETTE WILLI - tpnw-msp@icanw.org
Bisogna compilare un modulo entro il 2 ottobre 2026 andando sul seguente link:
Avete intenzione di organizzare un evento collaterale durante la Conferenza di revisione del TPNW a New York? Le ONG avranno a disposizione una sala conferenze presso la sede delle Nazioni Unite durante l'incontro. ICAN, in qualità di coordinatore per la società civile, si occuperà di facilitare l'utilizzo di questa sala.
Per ottimizzare l'utilizzo dello spazio e soddisfare il maggior numero possibile di esigenze, abbiamo riservato cinque fasce orarie al giorno: 10:00-11:15, 11:30-12:45, 13:00-14:45, 15:00-16:15 e 16:30-18:00.
Se siete interessati a utilizzare la sala conferenze per le ONG per eventi collaterali, vi preghiamo di compilare questo modulo entro il 2 ottobre 2026.
La sala conferenze può ospitare circa 40 persone. Se avete bisogno di una sala più grande, dovrete contattare un governo potenzialmente interessato a co-organizzare l'evento. Tale governo dovrà presentare la richiesta per l'evento collaterale all'UNODA entro la stessa scadenza, il 2 ottobre 2026.
Attendiamo con interesse le vostre candidature per la sala conferenze delle ONG e siamo entusiasti di collaborare con voi per organizzare eventi collaterali che mettano in luce l'ampiezza, la forza e l'impatto della società civile.
Aprendo il link sul form che è stato sopra indicato per i side events ecco cosa appare:
Domande per eventi paralleli della conferenza TPNW Review
Condividi con noi le tue idee per eventi!
Le ONG avranno l'uso di una delle sale conferenze per lettere (probabilmente la Sala Conferenze A) presso il quartier generale dell'UNHQ durante la riunione. ICAN, in qualità di Coordinatore della Società Civile, faciliterà l'uso della sala. Già molte organizzazioni hanno espresso un vivo interesse nell'organizzazione di eventi paralleli e gli spazi sono limitati.
Se la tua organizzazione è interessata a organizzare un evento parallelo, ti preghiamo di compilare ilsuo modulo per farcelo sapere. Per massimizzare l'uso dello spazio e soddisfare il maggior numero possibile di bisogni, abbiamo bloccato cinque slot per le riunioni al giorno.
Questi saranno:
10:00 - 11:15 (75 minuti)
11:30 - 12:45 (75 minuti)
13:00 - 14:40 (105 minuti - in coincidenza con la pausa pranzo)
15:00 - 16:15 (75 minuti)
16:30 - 18:00 (90 minuti)
Per garantire che la maggior parte dei candidati abbia l'opportunità di ospitare un evento, potremmo fare raccomandazioni e introduzioni per facilitare la cooperazione di chi affronta temi simili.
Questa stanza NON ha un sistema audio/visivo/broadcast integrato. Non sono disponibili targhe digitali, interpretariato, videoconferenza e webcast. È dotato di un monitor video da 75" con audio, cavo HDMI e telecomando. Le ONG possono utilizzare queste attrezzature gratuitamente. Ma devi portare il tuo portatile con i file della presentazione già caricati sull'hard disk. Collegherai il tuo portatile al monitor usando il cavo HDMI. Se usi un portatile Apple, devi portare un adattatore o un dongle per collegarti al cavo HDMI.
Se la tua riunione richiede microfoni, un tecnico installerà e gestirà un sistema di conferenze portatile con fino a 32 microfoni wireless da tavolo. Questo servizio consente anche una registrazione audio della riunione. Le riunioni fino a 3 ore che richiedono microfoni costano 935 dollari.
Assicurati di compilare tutti i campi in questo modulo. ICAN lavorerà con impegno per garantire una diversità di voci e una rappresentazione tematica. Non vediamo l'ora di ricevere le tue idee per il tuo evento.
ICAN proteggerà qualsiasi informazione personale inviata, in conformità con la nostra Informativa sulla Privacy.
_______________________
lettera del 7settembre di Annette Willi annette@icanw.org agli ICAN Campaigners
Cari amici,
È stato un piacere vedere così tanti di voi partecipare alle nostre due chiamate, ascoltare aggiornamenti da tutto il mondo e percepire la forza della comunità ICAN.
Ecco le note per coloro che non hanno potuto unirsi a noi.
Settimana di alto livello all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite (22-28 settembre):
Cogliamo questa opportunità per incontrare le delegazioni e incoraggiarle a firmare/ratificare il TPNW. Con i Capi di Stato e i Ministri degli Esteri a New York per l'incontro, questa è una delle migliori occasioni che abbiamo quest'anno per convincere più Stati ad aderire al trattato.
Vi preghiamo di contattare i vostri rispettivi governi (o altri) chiedendo loro di essere tra questi! Fateci sapere cosa state facendo e come possiamo supportare i vostri sforzi. Un ringraziamento anche ad Abdul, che la scorsa settimana ha incontrato diversi ministeri in Sierra Leone, e a Joseph, che sta facendo pressione sull'Eswatini affinché raggiungano l'obiettivo!
Primo Comitato dell'UNGA (1 ottobre da confermare - 6 novembre)
Fateci sapere se parteciperete, così potremo metterci in contatto. Seth, Celine e Susi saranno tutti a New York in momenti diversi e saranno lieti di collaborare. Condivideremo presto appunti e spunti di discussione.
Condurremo una campagna incentrata su diverse risoluzioni relative al Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (TPNW), alle conseguenze umanitarie delle armi nucleari e probabilmente anche alle armi nucleari e all'intelligenza artificiale.
Utilizzeremo la Prima Commissione per incoraggiare tutti gli Stati a partecipare ad alto livello alla Conferenza di revisione del TPNW. Gli Stati favorevoli alle armi nucleari hanno fatto marcia indietro, ma vale la pena tentare di farli partecipare attraverso mozioni nei parlamenti e pressioni sui loro Ministeri degli Affari Esteri.
Prevediamo inoltre che il Gruppo di esperti delle Nazioni Unite sugli effetti della guerra nucleare presenterà una relazione preliminare sul proprio lavoro durante la Prima Commissione.
Reaching Critical Will è l'organizzazione di coordinamento della società civile per First Committee. Assicuratevi di iscrivervi al loro First Committee Monitor . Ma riceverete anche nostre notizie sui principali sviluppi in seno alle Nazioni Unite.
Conferenza di revisione TPWN (30 novembre - 4 dicembre)
Questa è la prima volta che il Trattato sarà sottoposto a una revisione formale e ci aspettiamo una settimana intensa e ricca di spunti. Fateci sapere se verrete a New York o se desiderate seguire gli eventi dall'estero. Viaggiare negli Stati Uniti è più difficile del solito e vi invitiamo a riflettere attentamente e ad adottare le dovute precauzioni qualora decidiate di venire.
La Settimana per il divieto del nucleare inizia con il Forum degli attivisti presso la Riverside Church il 29 novembre . Acquistate i vostri biglietti!
Il vostro Paese parteciperà alla Conferenza di revisione? In caso contrario, forse il vostro parlamentare eletto vorrebbe partecipare alla Conferenza parlamentare di martedì 1° dicembre? Se sì, contattate Florian. Avete in programma eventi durante la settimana? Fatecelo sapere: li pubblicheremo sul nostro Calendario della Settimana del divieto nucleare .
Durante la Conferenza di revisione, gli Stati parte del TPNW esamineranno il trattato e gli accordi stipulati dalla sua entrata in vigore, incluso il Piano d'azione di Vienna. La presidenza e i membri del comitato di coordinamento stanno ancora definendo l'ordine del giorno e ve lo comunicheremo non appena lo riceveremo. Ecco cosa ci aspettiamo:
Un segmento sulle conseguenze umanitarie delle armi nucleari.
Analisi tematica dell'attuazione del Piano d'azione di Vienna.
Una dichiarazione politica per rispondere alle esigenze di questo momento, dopo un anno di incredibili sfide, proliferazione e crescente rischio nucleare, causati dai paesi armati favorevoli al nucleare.
Decisione sull'istituzione di meccanismi per l'assistenza alle vittime e la bonifica ambientale.
Consultazioni e adozione di linee guida sensibili all'età e al genere, elaborate dal facilitatore di genere.
Il rinnovo del gruppo consultivo scientifico
Una decisione sulla data, la sede e la presidenza della Quarta Riunione degli Stati Parte, probabilmente nel 2028.
Ci auguriamo inoltre di poter organizzare una sessione di alto livello, probabilmente nei primi due giorni: avremo bisogno del vostro aiuto per garantire la partecipazione al massimo livello e, se riusciremo a ottenere le firme e le ratifiche necessarie, una cerimonia di firma.
Ci impegneremo per far sì che i delegati siano presenti, garantire che tutti gli Stati parte rilascino dichiarazioni e monitorare gli interventi durante la conferenza. Non appena avremo un programma più dettagliato, lo condivideremo in modo da poter coordinare le nostre attività di sensibilizzazione.
Se intendete partecipare alla conferenza, la vostra organizzazione dovrà richiedere l'accreditamento e ogni delegato dovrà essere registrato nel sistema Indico delle Nazioni Unite. Tutte le informazioni necessarie su come procedere e su come partecipare sono disponibili nella nota informativa o sulla pagina web della Conferenza di revisione, ma vi preghiamo di prestare attenzione alle scadenze.
11 settembre 2026 - Termine ultimo per l'accreditamento organizzativo
29 settembre 2026 - L'UNODA confermerà se la vostra organizzazione è stata approvata o respinta.
2 ottobre 2026 - Termine ultimo per la presentazione delle domande di autorizzazione per eventi collaterali di ONG all'ICAN
2 ottobre 2026 - Termine ultimo per la presentazione delle domande da parte degli Stati membri relative a eventi collaterali e mostre governative.
20 novembre 2026 - Data ultima per inviare l'elenco completo della delega all'ODA e per registrarsi su Indico
Aggiornamenti dalla campagna
IPPNW
Parteciperò al Congresso Mondiale di Sanità Pubblica in Sudafrica, promuovendo il TPNW (Trattato sulla proibizione nucleare). Mi occupo degli effetti psicologici della deterrenza nucleare e ho pubblicato diversi articoli su riviste mediche. Sono interessato a organizzare un evento collaterale alla Conferenza di Revisione.
IPPNW Zambia
A febbraio è stato preparato un memorandum d'azione relativo al trattato. Le elezioni si sono tenute una settimana fa e il parlamento è stato sciolto poco prima. Il precedente governo ha vinto le elezioni, quindi la maggior parte dei funzionari ha mantenuto il proprio incarico. Verranno coinvolti nuovi parlamentari.
Barca della pace
Gli attivisti giapponesi si stanno impegnando a fondo per convincere il Giappone a partecipare come osservatore. Molti parlamentari sono interessati a prendere parte alla conferenza parlamentare. Peace Boat ha inoltre organizzato un incontro interpartitico per i parlamentari con Zia Mian del SAG, che ha incluso una lunga sessione di domande e risposte.
Peace Boat, insieme al Nuclear Truth Project e all'ICAN, propone inoltre di organizzare un Forum dei sopravvissuti al nucleare a marzo/aprile a bordo della Peace Boat, con particolare attenzione ai giovani attivisti e agli operatori del settore.
Progetto per la verità nucleare
NTP porterà una delegazione di membri delle comunità colpite, inclusi i membri del programma Reclaim Community Cohort . NTP sta preparando gli incontri comunitari per i membri delle comunità colpite che si terranno l'1 e il 3 dicembre durante la Conferenza di revisione e spera di ottenere grande interesse e sostegno. Il prossimo anno sarà importante nel Pacifico, poiché commemoreremo il 70° anniversario del bombardamento di Kiribati. NTP sta pianificando un ritiro per le comunità colpite alla fine del prossimo anno. NTP invita tutti gli attivisti a sottoscrivere i Protocolli del Nuclear Truth Project: https://nucleartruthproject.org/protocols/
Coalizione di Qazaq in prima linea nucleare
Nel corso dell'ultimo mese si sono svolte numerose attività a livello locale, tra cui un concorso di pittura per commemorare il 35° anniversario della chiusura ufficiale del sito di "test" nucleari di Semipalatinsk (SNTS). Si è tenuto un Forum internazionale della società civile, con delegazioni provenienti da Giappone e Corea. Il forum ha incluso diverse sessioni, tra cui una dedicata ai risultati del rapporto "From Harm to Justice". La Dichiarazione di pace di Semey è stata adottata da 30 partecipanti. Verrà tradotta in inglese e diffusa per ulteriori approvazioni. Un rappresentante ha partecipato al programma CTBTO e all'Incontro internazionale sull'assistenza alle vittime e il risanamento ambientale (VAER). Anche l'artista Karipbek Kuyukov, che utilizza la tecnica della pittura con la bocca, ha partecipato e si è rivolto ai partecipanti all'incontro internazionale presso l'Aula dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
ICAN Francia
Stanno organizzando un primo webinar sulla Conferenza di revisione il 15 settembre e una conferenza a Lione per promuovere la TPNW il 21 settembre, con attività previste anche il 26 settembre. Stanno inoltre pianificando un'azione simbolica con la sedia vuota per rappresentare l'assenza della Francia alla Conferenza di revisione.
Alleanza per il disarmo nucleare in Spagna
La segreteria è composta da un direttore esecutivo e tre coordinatori che hanno iniziato a lavorare agli eventi in ottobre per cogliere le numerose opportunità offerte dalla Spagna.
NYCAN
È previsto un tour della zona del municipio per illustrare il suo ruolo nello sviluppo delle armi nucleari. L'orario non è ancora stato definito, ma il tour dovrebbe durare circa due ore. Vi invitiamo inoltre a consultare la mappa nucleare di New York .
NAPF
Ringraziamo tutti per il contributo fornito alla riunione del 1° settembre sull'assistenza alle vittime e la bonifica ambientale. Stiamo lavorando alle raccomandazioni e le condivideremo con gli attivisti.
Cordiali saluti,
Annette
Annette Willi (lei/sua)
Responsabile delle operazioni
Campagna internazionale per l'abolizione delle armi nucleari
Se non l'avete ancora fatto, vi preghiamo di inviare la vostra richiesta di accreditamento per assicurarvi che la vostra organizzazione sia autorizzata a partecipare alla riunione. Dovete 1) compilare il modulo online dell'ODA e 2) inviare una richiesta di accreditamento scritta su carta intestata ufficiale della vostra organizzazione al Segretariato ( tpnw@un.org ) entro e non oltre l'11 settembre.
Se intendete organizzare un evento collaterale, vi preghiamo di compilare il modulo di domanda entro il 2 ottobre. Ricordate inoltre che il 2 ottobre è la scadenza per le domande relative a eventi collaterali e mostre sponsorizzati da enti governativi. Se intendete organizzare un evento in collaborazione con un ente governativo, vi invitiamo a contattarlo direttamente.
Fatemi sapere se avete chiarimenti da chiedere.
_________________________________________
ISTRUZIONI PARTECIPAZIONE
Preparazione e invio dei dati anagrafici di base Per i Disarmisti Esigenti, i primi tre campi del modulo curato da Annette Willi richiedono informazioni formali immediate che definiscono l'identità istituzionale del movimento. Alla voce Organization name va inserito il nome ufficiale dell'organizzazione o della rete. Alla voce Organization website si inserisce il link al sito web ufficiale o alla pagina di riferimento del movimento dove sono pubblicati i documenti politici e le campagne. Per quanto riguarda lo status consultivo con l'ECOSOC (Is your organization in Consultative Status with ECOSOC?), se il movimento non possiede formalmente tale status, si deve selezionare con onestà l'opzione "No". Ricordiamo che il TPNW (Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari) prevede storicamente percorsi di partecipazione e accreditamento per le organizzazioni della società civile non affiliate all'ECOSOC, sebbene l'iter richieda l'approvazione specifica degli Stati parti per la Conferenza di revisione.
Stesura e invio della lettera di accreditamento (Campo 4) Il punto più critico e impegnativo dell'intera procedura è la Accreditation request letter, che richiede un'azione duplice: il documento deve essere inviato via email all'indirizzo ufficiale tpnw@un.org redatto su carta intestata dell'organizzazione e, contemporaneamente, il suo testo integrale deve essere incollato nell'apposito campo del modulo web. La lettera formale dei Disarmisti Esigenti deve includere imperativamente:
L'elenco completo dei nomi anagrafici (verificati rigorosamente sui passaporti) e delle cariche di tutti i rappresentanti che prenderanno parte alla First Review Conference del TPNW, in programma dal 30 novembre al 4 dicembre 2026 presso la sede ONU di New York.
L'indicazione esplicita e inequivocabile del Capo delegazione (Head of delegation), che avrà il ruolo di riferimento politico e organizzativo principale durante le sessioni diplomatiche e i momenti di interlocuzione con le delegazioni statali.
Una sintesi dettagliata delle precedenti interazioni formali e informali tra i Disarmisti Esigenti e le Nazioni Unite su temi di disarmo nucleare, non-proliferazione e promozione del diritto internazionale umanitario.
Una chiara mission statement o un sommario sintetico dell'attività svolta dal movimento, evidenziando l'impegno costante per l'eliminazione totale degli arsenali nucleari e per l'adesione dell'Italia al Trattato.
Gestione dei contatti organizzativi (Campi 5, 6 e 7) Nei campi dedicati al punto di contatto dell'organizzazione (Organization point of contact, Organization contact e-mail address e Organization contact direct phone number), bisogna prestare molta attenzione a una regola tassativa imposta dalla segreteria: l'indirizzo email non deve essere un indirizzo generico, collettivo o condiviso (come info@..., segreteria@... o peace@...), bensì un indirizzo univoco e personale associato al coordinatore o al referente operativo incaricato di seguire le comunicazioni ufficiali relative all'accreditamento, alle scadenze e alla registrazione dei pass. Anche il numero di telefono deve essere un contatto diretto e mobile per facilitare eventuali comunicazioni urgenti da parte della struttura organizzativa ONU.
Designazione del referente per il ritiro dei pass (Campi 8, 9 e 10) Per ottimizzare le procedure di accesso ed evitare code caotiche al quartier generale delle Nazioni Unite, il modulo richiede di designare un unico membro della delegazione come Pass collection focal point. In pratica, i Disarmisti Esigenti devono individuare preventivamente una persona — preferibilmente un delegato che risiede stabilmente a New York o che arriverà con largo anticipo rispetto all'apertura della Conferenza del 30 novembre 2026 — incaricata di recarsi fisicamente al UNHQ Visitors Check-In Office (situato all'801 di 1st Avenue) per ritirare cumulativamente i pass d'ingresso per tutti i membri della delegazione accreditati. A questa specifica figura è richiesto di associare i propri recapiti diretti (email e telefono nei campi 9 e 10), poiché sarà l'unica persona autorizzata a interfacciarsi con l'ufficio pass per il ritiro centralizzato dei tesserini d'accesso di tutto il gruppo.
n base al testo del modulo fornito, nella lettera di accreditamento (Punto 4) non è richiesto di inserire tutti i dati dettagliati dei singoli delegati (come data di nascita, residenza, numero di cellulare ed email) né tantomeno la fotocopia del passaporto.
Il testo del modulo specifica che la lettera su carta intestata deve contenere un elenco essenziale:
I nomi completi e le qualifiche/titoli (full names and titles) dei rappresentanti che prenderanno parte alla conferenza.
L'indicazione chiara del Capo delegazione (head of delegation).
Le precedenti interazioni dell'organizzazione con le Nazioni Unite sul tema del disarmo e della non-proliferazione.
La mission statement o un sommario del lavoro svolto dall'organizzazione.
Eventuali dati anagrafici completi, numeri di passaporto o documenti d'identità vengono solitamente gestiti in fasi successive o tramite piattaforme dedicate di registrazione ONU (come UN Indico) per l'emissione dei pass di sicurezza, ma per quanto riguarda strettamente il testo della lettera formale da inviare a tpnw@un.org e da incollare nel modulo, il testo richiede unicamente nomi e titoli.
Il modulo e le linee guida ufficiali non impongono un limite rigido o tassativo di caratteri per il sommario del lavoro svolto (mission statement) o per il testo della lettera da incollare nell'apposito campo.
Nonostante i campi di testo online (come quelli solitamente utilizzati per queste registrazioni) accettino tecnicamente testi molto estesi, è opportuno strutturare il testo seguendo criteri di sintesi e incisività:
Lunghezza ideale: Intorno ai 1.000 - 2.000 caratteri spazi inclusi (circa 200-350 parole), pari a due o tre paragrafi compatti.
Contenuti essenziali da bilanciare: Una presentazione chiara della mission antinucleare dei Disarmisti Esigenti, un accenno sintetico alle precedenti interazioni con l'ONU e l'elenco formale dei delegati con i relativi ruoli.
Coerenza:Il testo inserito nel modulo digitale deve corrispondere fedelmente, o comunque riassumere in modo speculare, la lettera ufficiale redatta su carta intestata e inviata via email a tpnw@un.org.
non è assolutamente necessario (e anzi sconsigliato) utilizzare una PEC (Posta Elettronica Certificata) per inviare l'email a tpnw@un.org.
I motivi principali sono i seguenti:
Natura internazionale dell'ONU: Le Nazioni Unite sono un organismo internazionale e non utilizzano né riconoscono il sistema della PEC, che è uno standard tecnico-giuridico valido unicamente nell'ordinamento italiano.
Problemi di compatibilità tecnica: Se si invia un messaggio da una PEC verso un indirizzo internazionale standard come tpnw@un.org, il server di ricezione dell'ONU non legge il messaggio in modo trasparente, ma riceve una "busta di trasporto" contenente file tecnici specifici (come daticert.xml). Questo può generare confusione nella segreteria internazionale, rendere illeggibile il documento o far scartare/ignorare la comunicazione dai filtri automatici.
Come procedere correttamente: È raccomandato inviare l'email utilizzando un indirizzo di posta elettronica standard (preferibilmente l'indirizzo del punto di contatto dell'organizzazione, associato al dominio ufficiale dei Disarmisti Esigenti o un account personale valido, come richiesto dalle specifiche del modulo).
La lettera formale va allegata all'email come file in formato PDF, redatta rigorosamente sulla carta intestata ufficiale dell'organizzazione e firmata (con firma autografa scansionata) dal capo delegazione o dal legale rappresentante.
LA SOLIDARIETA’ EUROPEA VERSO I PROFUGHI DI GUERRA STA VENENDO MENO. L’EUROPA DIA ASILO POLITICO AGLI OBIETTORI E AI DISERTORI!
DOSSIER A CURA DEI DISARMISTI ESIGENTI
Cominciamo con il caso dei profughi ucraini. I primi mesi del 2022 sono stati segnati da porte aperte, treni colmi di aiuti e una straordinaria accoglienza. Oggi, il clima in Europa è radicalmente cambiato. Germania e Polonia restano i principali Paesi di accoglienza (oltre 1,2 milioni la prima, quasi 1 milione la seconda), ma l'aumento dei numeri alimenta paure e tensioni che la politica populista e di estrema destra sfrutta cinicamente. Aggressioni verbali e fisiche in scuole, autobus e uffici si moltiplicano, spingendo i profughi a scendere in piazza a Berlino, Varsavia e Praga con lo slogan: "Basta violenze contro gli ucraini".
Il motore di questa involuzione è la disinformazione: fake news diffuse sui social e in TV dipingono i rifugiati come un peso economico o una minaccia alla sicurezza. L'estrema destra amplifica queste narrazioni per imporre agende restrittive. In Germania si inaspriscono i controlli e le condizioni per i sussidi; in Polonia il partito PiS promette l'espulsione degli uomini in età di leva privi di un impiego stabile. A ciò si aggiungono le frizioni diplomatiche con Kiev, come l'intitolazione di unità militari a figure storiche controverse (gli "Eroi di UPA"), che riaprono antiche ferite nell'Est Europa. I sondaggi confermano il calo drastico del consenso all'accoglienza e all'invio di armi (questo secondo aspetto, dal nostro punto di vista, va considerato favorevolmente).
La stretta in Germania
Il governo tedesco e il cancelliere Merz hanno adottato una linea di pressione indiretta mirata proprio ai nuovi arrivi e agli uomini in età di leva.
In sintesi, la strategia concordata o auspicata sul piano politico non prevede l'uso di autobus o manette, bensì:
La stretta sui documenti e sui canali consolari, rendendo di fatto impossibile regolarizzare la posizione a chi è soggetto a leva militare.
Il taglio dei sussidi (passando dal sussidio di cittadinanza a forme ridotte).
La limitazione di nuovi status di asilo, spingendo verso un ritorno "volontario-forzato" in patria per sostenere lo sforzo bellico ucraino.
La Campagna Object War e il dramma dei disertori
In questo scenario di crescente intolleranza si inserisce la Campagna Object War, nata nel 2022 per unire la rete europea di obiettori di coscienza e disertori russi, bielorussi e ucraini che chiedono asilo perché rifiutano di imbracciare le armi.
Questo il sito ufficiale della Campagna:
Finora l'Unione Europea ha applicato la protezione temporanea quasi solo alle vittime civili, dimenticando colpevolmente chi fugge dalla guerra per non combattere, sebbene il diritto d'asilo per obiezione di coscienza sia sancito dalla Carta dei Diritti UE. La crescente ostilità generale rischia di travolgere anche loro:
I disertori ucraini vengono spesso rimandati indietro con l'obbligo di combattere per la patria.
I russi che rifiutano il fronte sono trattati con diffidenza come potenziali spie.
I bielorussi rimangono intrappolati in un pesante limbo burocratico.
Quando l'opinione pubblica vede tutti gli ucraini come una minaccia, l'estrema destra usa i disertori come prova strumentale: "Non vogliono nemmeno difendere il loro Paese".
La Commissione Europea guidata da Ursula von der Leyen non ha adottato direttive o canali preferenziali per i disertori e gli obiettori di coscienza di Russia, Bielorussia e Ucraina.
La linea ufficiale dell'UE resta focalizzata sul supporto militare a Kiev e sulle sanzioni a Mosca. Sull'asilo a chi rifiuta le armi la Commissione non è intervenuta con norme comuni: la gestione è frammentata e lasciata alla discrezione dei singoli Stati membri, privando gli obiettori di una tutela europea uniforme.
Le istituzioni europee devono avere il coraggio di approvare una direttiva chiara che riconosca l'obiezione di coscienza alla guerra come motivo valido e incondizionato per l'asilo in tutti i Paesi membri.
La Campagna Object War chiede corridoi umanitari dedicati, lo stop immediato alle estradizioni e permessi di soggiorno stabili. Perché difendere chi dice no alle armi significa riaffermare che la pace ha un volto, e quel volto non appartiene al soldato (il "vero uomo", secondo lo schema maschilista dominante).
Se oggi chiudiamo la porta ai profughi e alziamo il muro contro chi rifiuta la guerra, domani non avremo mai più l’Europa di cui potremmo andare fieri. Avremo solo campi di accoglienza più piccoli e campi di battaglia più grandi. L’Europa ha una scelta: continuare a contare i profughi come un problema, o iniziare a contare i "no" alla guerra come una risorsa. La pace non si difende con più armi. Si difende proteggendo chi ha il coraggio di dire: io non sparo, io non uccido.
__________________________
Situazione in Germania dei richiedenti asilo in quanto obiettori di coscienza, disertori e renitenti alla leva provenienti da Russia, Bielorussia ed Ucraina
Nonostante le iniziali promesse politiche del governo federale di garantire protezione ai disertori, in Germania il tasso di riconoscimento per i richiedenti asilo provenienti da Russia, Bielorussia e Ucraina è estremamente basso.
L'acronimo BAMF, che da qui in avanti verrà usato nel testo, sta per Bundesamt für Migration und Flüchtlinge, che in italiano si traduce ufficialmente come Ufficio federale per la migrazione e i rifugiati.
Il BAMF esamina ogni caso singolarmente e richiede la dimostrazione di un timore concreto e individualmente comprovabile di persecuzione politica. Il semplice timore di essere chiamati alle armi o di essere inviati al fronte non è solitamente sufficiente dal punto di vista giuridico.
Prassi giuridica e ostacoli: valutazione caso per caso anziché status generale.
Il BAMF richiede la prova di una minaccia concreta e personale. Secondo la prassi delle autorità, i pericoli generali derivanti dalla guerra o dalle minacce di arruolamento raramente costituiscono un motivo automatico di asilo.
Differenza tra disertori e obiettori: dal punto di vista politico, spesso si è fatto una distinzione secondo cui i veri disertori (che erano già in servizio e si sono sottratti) avrebbero maggiori possibilità rispetto ai semplici obiettori al servizio militare prima dell’arruolamento. Nella pratica, tuttavia, entrambi i gruppi vengono respinti in massa.
Rischio statistico: nelle decisioni di rigetto, secondo le organizzazioni per i diritti umani, l’autorità spesso adduce come argomentazione un rischio di chiamata alle armi puramente statistico e basso rispetto al numero totale dei riservisti.
Situazione per paese di provenienza
Russia: nonostante le migliaia di domande di asilo presentate da persone soggette al servizio militare obbligatorio e da disertori dall’inizio della guerra di aggressione, il tasso di riconoscimento si attesta su valori compresi tra una cifra singola e una percentuale bassa (in alcuni casi inferiore al 3–7 %).
Molte delle persone interessate ricevono un rifiuto e devono fare i conti con l’espulsione, motivo per cui in alcuni casi isolati l’asilo ecclesiastico (vedi nota) rappresenta l’ultima risorsa.
Bielorussia: analogamente a quanto avviene per le richieste provenienti dalla Russia, il rifiuto del servizio militare nel contesto del regime alleato alla Russia viene raramente riconosciuto in modo generalizzato come motivo di asilo; i procedimenti sono lunghi e incerti.
Ucraina: I cittadini ucraini rientrano solitamente, nell’UE, nella protezione temporanea ai sensi del § 24 della legge sul soggiorno (AufenthG) (direttiva sull’afflusso massiccio), che è stata prorogata fino a marzo 2027. Chi però si sottrae esplicitamente al servizio militare ucraino e intende avviare la procedura di asilo ordinaria, si scontra con ostacoli severi, poiché l’Ucraina di norma mantiene la propria mobilitazione.
Critiche da parte delle organizzazioni: Organizzazioni come PRO ASYL e Connection e.V. criticano aspramente la prassi tedesca. Esse lamentano che le altisonanti promesse politiche del governo federale non si siano tradotte nella realtà delle decisioni in materia di asilo e che gli obiettori di coscienza, in caso di espulsione nei loro paesi d’origine, rischino pene drastiche o il servizio militare coatto al fronte.
ASILO ECCLESIASTICO
L’espressione “asilo ecclesiastico” (in tedesco Kirchenasyl) fa riferimento a una pratica di protezione umanitaria attraverso la quale alcune comunità religiose (principalmente parrocchie protestanti e cattoliche) offrono rifugio temporaneo all'interno dei propri locali (canoniche, sacrestie o spazi parrocchiali) a migranti e richiedenti asilo le cui domande sono state respinte e che rischiano un'imminente espulsione forzata.
Questa misura estrema si fonda su una serie di elementi chiave:
Origini storiche e principio di "inviolabilità": la pratica affonda le radici nel diritto d'asilo dei templi del mondo antico e medievale. Pur non godendo di un riconoscimento formale o automatico nella legge statale tedesca moderna, si basa su una sorta di tacito rispetto istituzionale: le forze dell'ordine evitano generalmente di fare irruzione negli edifici sacri per prelevare i rifugiati, trattandoli temporaneamente come luoghi protetti.
Come funziona in pratica: la persona ospitata vive all'interno degli spazi della parrocchia in condizioni spesso spartane (dormendo su letti di fortuna o in stanze messe a disposizione) e non può allontanarsene liberamente, poiché fuori da quel perimetro decadrebbe la protezione di fatto e scatterebbe l'ordine di espulsione.
L'obiettivo (il "tempo supplementare"): l'asilo ecclesiastico non serve a garantire una residenza permanente, ma a guadagnare tempo. Viene utilizzato per costringere l'Ufficio federale (il BAMF) o i tribunali a riesaminare il caso (spesso grazie alla presentazione di nuovi elementi legali, umani o medici), bloccando i rimpatri coatti (Dublin-Fälle o espulsioni dirette) e aprendo a un controllo supplementare della pratica.
La dimensione istituzionale: sebbene a volte crei forti frizioni politiche con i governi locali e federali — che a volte tentano di stringere i tempi o di tagliare i sussidi alle parrocchie che lo praticano —, il Kirchenasyl è tollerato e gestito attraverso un dialogo costante tra le Chiese e le autorità statali, rappresentando di fatto una rete di sicurezza estrema per i soggetti più vulnerabili o per chi, come i disertori e gli obiettori di coscienza russi respinti dai canali ordinari del BAMF, non avrebbe altra via per evitare il rimpatrio forzato.
Il recente dibattito attorno alla Campagna “Un’altra difesa è possibile” e alla relativa proposta di legge di iniziativa popolare (LIP) si è concentrato sulla finalizzazione del testo legislativo, sollevando il dilemma cruciale se concepire la difesa civile come autonoma rispetto ai militari o in rapporto di complementarità con essi.
Tuttavia, l'analisi critica evidenzia come l'operazione rischi di configurarsi come una forma di marketing sociale. La LIP, infatti, tende a presentare come novità assolute contenuti normativi che erano già stati ampiamente previsti e incardinati nella legislazione italiana precedente (frutto delle lotte storiche dal dopoguerra e delle riforme degli anni '90). L'unico vero elemento di novità economico-finanziaria introdotto dalla LIP è rappresentato dal meccanismo fiscale del 6 per mille (la facoltà per i contribuenti di destinare una quota del gettito IRPEF alla difesa civile).
_________________________
All'indomani delle rivoluzioni nonviolente del 1989 — culminate nella caduta del muro di Berlino, nel dissolvimento del Patto di Varsavia, nel crollo dell’URSS e nella fine della Guerra Fredda — il sistema internazionale bipolare basato sulla deterrenza nucleare e sulla contrapposizione militare rigida entrò in crisi profonda.
Per la prima volta dal secondo dopoguerra, si aprì in Europa una straordinaria finestra storica di opportunità: la possibilità concreta di rifondare lo Stato partendo dalle sue fondamenta costituzionali più delicate, ovvero la Difesa e la sicurezza nazionale.
Fino ad allora, il concetto di difesa era stato monopolizzato dallo strumento militare e dalla logica della forza armata. La fine del blocco sovietico offrì l'occasione per ripensare radicalmente il concetto di sicurezza, non più fondato sulla distruzione muta e sulla proiezione di potenza, ma sulla cooperazione internazionale, sulla prevenzione dei conflitti e sulla risoluzione pacifica delle controversie, legittimando teoricamente una difesa basata su strumenti interamente civili e nonviolenti.
Di fronte a questa opportunità storica, il movimento nonviolento europeo non avanzò una risposta monolitica, ma si è articolò in due orientamenti strategici e culturali distinti:
• La via della riforma istituzionale e strutturale: rappresentata in modo emblematico dal movimento italiano (con la Campagna OSM-DPN), scelse di confrontarsi direttamente con le istituzioni dello Stato per riformare dall'interno l'ordinamento della Difesa, cercando di inserire la difesa civile non armata nel tessuto costituzionale e legislativo vigente.
• La via della radicalità teorica e dell'autonomia esterna: sostenuta da correnti di pensiero europee più radicali, orientate a rifiutare ogni compromesso con le strutture statali e militari tradizionali, privilegiando la costruzione di contropoteri e pratiche di resistenza civile del tutto sganciate dall'apparato istituzionale. La Campagna OSM-DPN, la Legge 230 del 1998 e la Sentenza 219 del 2015
In Italia, la Campagna OSM-DPN (Obiezione di Coscienza - Difesa Popolare Nonviolenta) ha incarnato il percorso di riforma strutturale della Difesa istituzionale. Questo cammino, irto di resistenze politiche e burocratiche, ha prodotto tappe di straordinario rilievo giuridico:
• La Legge n. 230 del 1998: ha rappresentato un momento di svolta normativa, ridefinendo lo status giuridico dell'obiezione di coscienza e ponendo le basi per l'istituzionalizzazione del servizio civile alternativo a quello militare, avvicinandolo strutturalmente al concetto di difesa civile.
• La Sentenza della Corte Costituzionale n. 219 del 2015: ha rappresentato un ulteriore e fondamentale riconoscimento giurisprudenziale. La Corte ha ribadito e chiarito il perimetro costituzionale dei doveri di difesa della Patria (articolo 52 della Costituzione), confermando che la difesa della comunità nazionale non si esaurisce nell'uso delle armi, ma trova nella difesa civile e nonviolenta una piena dignità ordinamentale. L’odierna Campagna "Un’altra difesa è possibile", la LIP, autonomia vs. complementarietà e il marketing sociale
Il recente dibattito attorno alla Campagna “Un’altra difesa è possibile” e alla relativa proposta di legge di iniziativa popolare (LIP) si è concentrato sulla finalizzazione del testo legislativo, sollevando il dilemma cruciale se concepire la difesa civile come autonoma rispetto ai militari o in rapporto di complementarità con essi.
Tuttavia, l'analisi critica evidenzia come l'operazione rischi di configurarsi come una forma di marketing sociale. La LIP, infatti, tende a presentare come novità assolute contenuti normativi che erano già stati ampiamente previsti e incardinati nella legislazione italiana precedente (frutto delle lotte storiche e delle riforme degli anni '90). L'unico vero elemento di novità economico-finanziaria introdotto dalla LIP è rappresentato dal meccanismo fiscale del 6 per mille (la facoltà per i contribuenti di destinare una quota del gettito IRPEF alla difesa civile).
Di conseguenza, insistere su una nuova proposta di legge rischia di far dimenticare all'opinione pubblica che il problema reale non è l'assenza di norme, ma il fatto che le conquiste giuridiche del passato siano state relegate in un limbo d'inapplicabilità a causa della sospensione della leva obbligatoria nel 2004, rendendo prioritaria non una nuova legge di facciata, ma la rivitalizzazione e l'attuazione dell'ordinamento esistente, a partire dall'albo pubblico degli obiettori.
________________________________
Oltre il marketing sociale: la difesa civile nonviolenta tra conquiste giuridiche dimenticate e la necessità di disonorare la guerra
a cura di coordinamento dei Disarmisti esigenti (10 agosto 2026)
Introduzione: Il crocevia post-1989 e le due anime della difesa alternativa
All'indomani delle rivoluzioni non violente del 1989 e del crollo del blocco sovietico, si aprì in Europa una finestra storica straordinaria: la possibilità concreta di rifondare lo Stato partendo dalle sue fondamenta costituzionali più delicate, la Difesa e la sicurezza nazionale. Di fronte alla crisi del modello bipolare e alla necessità di ripensare il monopolio militare della forza, il movimento nonviolento europeo, ci indica Antonino Drago, si divise, o meglio si articolò, in due risposte strategiche e culturali distinte.
Da un lato, in Italia, la Campagna OSM-DPN (Obiezione di Coscienza - Difesa Popolare Nonviolenta) ha scelto la via della riforma strutturale della Difesa istituzionale. Un percorso irto di ostacoli ma coronato da tappe storiche fondamentali, culminate nella legge n. 230 del 1998 e corroborate da pronunce cruciali della Corte Costituzionale — prima fra tutte la celebre sentenza n. 219 del 2015 — che hanno iniziato a ridefinire i contorni giuridici della difesa armata e non armata.
Dall'altro lato, un filone del pensiero nonviolento europeo ha insistito su tesi radicalmente differenti, allineandosi a posizioni teoriche espresse da figure di spicco come Michael Randle (esponente della nonviolenza inglese) e Jean-Marie Muller (riferimento della nonviolenza francese). A quest'ultimo, in particolare, chi scrive rispose nella prefazione al volume Vincere la guerra, principi e metodi dell'intervento civile (EGA, 1999), un testo la cui pubblicazione fu insistentemente voluta e sollecitata da Nanni Salio, animatore del Centro Sereno Regis di Torino.
È in questo solco storico e teorico che si inserisce il recente dibattito attorno alla Campagna “Un’altra difesa è possibile” e alla relativa proposta di legge di iniziativa popolare (LIP). Un dibattito che si è concentrato sulla finalizzazione del testo legislativo e, in particolare, sul dilemma se concepire tale difesa come autonoma rispetto ai militari o in rapporto di complementarietà con essi. Tuttavia, un'analisi rigorosa della materia svela una realtà ben diversa: la LIP in questione rischia di configurarsi prevalentemente come una operazione di marketing sociale, capace di far dimenticare all'opinione pubblica che gran parte dei contenuti innovativi sbandierati erano già stati incardinati nell'ordinamento giuridico italiano, fatta eccezione per il meccanismo fiscale del 6 per mille, proposto tra gli altri, da Padre Alex Zanotelli.
Il nodo di genere: "disonorare la guerra" come prerequisito
Per comprendere appieno perché la LIP si limiti a una superficie normativa, eludendo la sostanza delle motivazioni che spingono alla trasformazione, occorre integrare la riflessione giuridica con quella antropologica. È qui che il contributo di Alfonso Navarra, all'interno del volume collettaneo "Disonorare la guerra" (a cura di Maschile Plurale), ha un suo peso. Navarra solleva una questione che la politica "tecnica" della LIP tende a rimuovere: il legame viscerale tra il patriarcato, la costruzione dell'identità maschile e il ricorso sistemico alla violenza bellica.
Nel suo contributo, Navarra, in sintonia con tutta la logica del lavoro coordinato da Marco Deriu, articola una tesi provocatoria e necessaria: la guerra non è un incidente di percorso della storia, ma il prodotto di un "sistema di genere" che, per secoli, ha identificato la virilità con la capacità di esercitare la forza distruttiva. Il guerriero è l'archetipo dell'uomo "completo" nel sistema patriarcale, colui che difende – o aggredisce – in nome di un interesse superiore, spesso camuffato da patriottismo. "Disonorare la guerra", quindi gli apparati predisposti a prepararla e combatterla, significa, in quest'ottica, scardinare proprio questo prestigio virile. Se la difesa della patria è stata storicamente monopolio maschile, allora la vera "difesa alternativa" non può essere un semplice aggiustamento burocratico, ma deve passare attraverso una tensione verso la metamorfosi del maschile.
Navarra, con le altre autrici ed autori del libro, evidenzia come gli uomini, storicamente, abbiano delegato alla guerra la costruzione della propria identità pubblica, consegnando alle istituzioni militari il diritto di vita e di morte sui corpi, propri e altrui. La LIP, ignorando questo sottofondo culturale, si condanna all'irrilevanza politica, perché propone strumenti di difesa civile disarmata senza interrogarsi su chi debba essere il soggetto della difesa. Se il "difensore" rimane ancorato all'archetipo dell'eroe che usa la forza per affermare la propria posizione, nessuna legge, per quanto tecnicamente perfetta, potrà mai eliminare la logica della guerra.
Il contributo di "Disonorare la guerra" è una chiamata alla responsabilità: gli uomini devono riconoscere di essere stati, storicamente, il braccio operativo della violenza istituzionalizzata. "Disonorare la guerra" significa ritirare il consenso a questo modello, non solo obiettando al servizio militare, ma decostruendo attivamente il mito della forza come fondamento del potere. La difesa civile nonviolenta richiede una soggettività "altra", che non cerchi nel conflitto la prova della propria efficacia, ma che trovi nella cura e nella mediazione la cifra di un nuovo modo di abitare lo spazio pubblico.
In questo senso, un limite della LIP risiede proprio nella sua neutralità rispetto ai modelli di genere. Essa propone la difesa civile come una funzione dello Stato, quasi come una "tecnica di gestione dei conflitti", privandola della sua carica eversiva: quella di essere una pratica di liberazione dall'oppressione patriarcale. La proposta di legge finisce per istituzionalizzare la nonviolenza senza scalfire il paradigma che rende la violenza "naturale" e "maschile". Se non si disonora la guerra — intesa come pilastro della cultura virilista — la difesa civile rimarrà sempre un accessorio, un'appendice etica da sfoderare quando la politica non sa più come gestire le proprie contraddizioni, invece di diventare la forma primaria di relazione tra le comunità umane.
La lezione di Navarra, dunque, completa la critica alla LIP: se è vero che le leggi per una difesa nonviolenta esistono già nell'ordinamento (e sono state dimenticate), è altrettanto vero che queste leggi sono rimaste lettera morta perché mancava (e manca ancora) una base sociale maschile, consapevole e organizzata, che si rifiuti di onorare la guerra. Il marketing sociale della LIP cerca di convincere il legislatore con la ragione dei numeri e delle procedure, ma ignora che, finché l'immaginario dominante sarà quello della forza come suprema virtù maschile, nessuna "difesa alternativa" potrà mai scalzare il privilegio della difesa armata. La vera iniziativa popolare, per Navarra, dovrebbe essere una presa di parola degli uomini che "disertano" il ruolo di guerrieri, creando le condizioni culturali affinché la difesa civile non sia un'opzione minoritaria, ma la scelta di un'umanità che ha finalmente deciso di smettere di celebrare la morte come misura del valore personale.
La genealogia giuridica: quando la difesa nonviolenta era già legge (o quasi)
Accanto a questa necessaria rivoluzione culturale, permane la questione della tenuta normativa. Per comprendere ulteriormente la portata della tesi secondo cui la LIP odierna rappresenta un'operazione di maquillage, occorre riavvolgere il nastro della legislazione italiana degli ultimi decenni. La pretesa di introdurre "per la prima volta" istituti di difesa civile alternativa ignora colpevolmente il patrimonio accumulato dalle lotte dei movimenti per l'obiezione di coscienza e dalle successive mediazioni parlamentari e giurisprudenziali.
Fin dalla Legge 772 del 1972, e passando attraverso la Legge 230 del 1998, il legislatore italiano aveva progressivamente riconosciuto che il dovere costituzionale di difesa della Patria (articolo 52 della Costituzione) poteva — e in certi casi doveva — essere adempiuto con mezzi e strumenti non armati. La giurisprudenza costituzionale, consolidatasi nel tempo, ha smantellato il monopolio ontologico della forza militare, aprendo la strada a un concetto integrato di difesa civile. La citata sentenza della Corte Costituzionale n. 219 del 2015 ha ulteriormente chiarito la portata di questi diritti e doveri costituzionali, ribadendo che la difesa della comunità nazionale non si esaurisce nella proiezione della potenza militare, ma trova nel servizio civile e nella difesa popolare nonviolenta un pilastro di pari dignità ordinamentale.
Il Centro Studi Difesa Civile, fin dalla sua nascita nel 1984, aveva impostato il lavoro di ricerca teorica e applicata proprio su questo presupposto: non già la contrapposizione frontale e utopica a ogni struttura dello Stato, bensì l'inserimento della difesa civile all'interno di una cornice istituzionale organica, capace di dialogare persino con i settori della Difesa strategica (come dimostrato dal volume curato da Francesco Tullio nel 2000).
Ciò significa che i pilastri portanti di un sistema di difesa civile alternativa — il riconoscimento dei corpi civili di pace, l'istituzione di percorsi formativi alla risoluzione nonviolenta dei conflitti, l'integrazione delle competenze di protezione civile e diplomazia preventiva — non sono un'invenzione recente della LIP. Erano già stati previsti, abbozzati o direttamente codificati in testi normativi e decreti attuativi che attendevano soltanto il completamento del loro iter di piena vigenza. La LIP non crea il diritto, lo "reimpacchetta" per renderlo digeribile a un pubblico che ha dimenticato la storia giuridica del proprio Paese.
Il 6 per mille e il finto specchietto per le allodole della LIP
Se si esamina analiticamente il testo della Campagna “Un’altra difesa è possibile”, l'unico vero elemento di originalità giuridico-finanziaria risiede nell'opzione fiscale del 6 per mille, ovvero la possibilità per i contribuenti di destinare una quota del proprio gettito IRPEF al finanziamento della difesa civile alternativa anziché a quella militare.
Questo singolo elemento — per quanto politicamente rilevante e simbolico — è stato utilizzato come cavallo di Troia mediatico per oscurare il fatto che il resto dell'ossatura della proposta di legge ricalca fedelmente istituti giuridici già esistenti. Si tratta di un'operazione di marketing sociale confezionata ad hoc per mobilitare un elettorato sensibile ai temi della pace, ma spesso digiuno di ermeneutica giuridica e di storia istituzionale del movimento nonviolento.
Presentare come una "conquista rivoluzionaria" ciò che il diritto dello Stato aveva già recepito sul piano concettuale e normativo produce un duplice effetto negativo:
Delegittima e cancella la memoria storica delle lotte condotte per decenni dalle associazioni nonviolente, dai radicali, dai cattolici del dissenso e dagli obiettori di coscienza che quelle leggi le avevano sudate e scritte.
Sposta l'asse dell'impegno politico su una nuova raccolta di firme e su un iter parlamentare incerto e defatigante, distogliendo le energie dalla vera criticità: il blocco e l'inapplicabilità in cui sono precipitate le norme già vigenti.
Il limbo dell'inapplicabilità: gli effetti della sospensione della leva
Perché, dunque, se le norme esistevano già, oggi si avverte la necessità di "un'altra difesa"? La risposta risiede in un passaggio storico cruciale che i promotori della LIP tendono abilmente a sottacere: la sospensione della leva obbligatoria (avvenuta con la legge di riforma del 2004, la cosiddetta Legge Martino, e i successivi decreti attuativi).
Con l'abolizione della leva obbligatoria e il passaggio a un esercito professionale, è venuta a mancare la massa critica di giovani che alimentava il meccanismo dell'obiezione di coscienza e del conseguente servizio civile sostitutivo. Questo evento non ha rappresentato soltanto una trasformazione ordinamentale delle forze armate; ha inferto un colpo mortale all'architettura istituzionale che legava indissolubilmente il diritto di obiezione a una struttura di servizio civile nazionale obbligatorio.
Nel vuoto normativo e nella transizione verso il servizio civile volontario (poi disciplinato dal Servizio Civile Universale), tutte le conquiste giuridiche sulla difesa civile alternativa sono state relegate in un limbo di indeterminatezza e inapplicabilità. Le norme c'erano, e in parte ci sono ancora sulla carta, ma prive del motore propulsivo originario e di un chiaro inquadramento organico statale, sono diventate lettere morte.
È qui che si consuma l'equivoco della LIP: di fronte all'inapplicabilità di norme già esistenti a causa della fine della leva e dell'inerzia politica, si è preferito percorrere la strada della spettacolarizzazione legislativa ex novo, anziché aggredire il nodo gordiano della vigenza e dell'attuazione di ciò che era già stato conquistato per via giudiziaria e parlamentare.
La strategia necessaria: rendere attuale l'esistente e ripartire dall'Albo
Di fronte a questo scenario, la strategia più opportuna e intellettualmente onesta per il movimento nonviolento — inteso nel senso profondo auspicato da Alfonso Navarra in Disonorare la guerra — non è inseguire chimere legislative o operazioni di marketing politico, bensì battersi per rendere attuale e operativo ciò che si sarebbe già dovuto ottenere sulla carta.
La battaglia per la difesa alternativa nonviolenta non ha bisogno di nuove leggi bandiera destinate a insabbiarsi nei rami del Parlamento, ma di un'azione di pressione giuridica e politica mirata a rivitalizzare l'ordinamento esistente, in un contesto dove si è finalmente compreso che il disarmo passa per il disarmo dei cuori e delle identità maschili.
Il primo, irrinunciabile passo di questa riconquista deve essere il ripristino, l'aggiornamento e la piena valorizzazione dell'albo pubblico nazionale degli obiettori e delle obiettrici di coscienza. L'albo non è un mero registro burocratico del passato; rappresenta l'anagrafe civile di una cittadinanza attiva che ha scelto costituzionalmente di ripudiare la logica della difesa armata. Mantenere in vita, digitalizzare, tutelare e rilanciare quell'albo significa:
Riconoscere giuridicamente il valore identitario e politico di chi rifiuta le armi, integrando la riflessione dell'ecofemminismo sulla necessità di una nuova maschilità che non si riconosce nell'eroismo bellico.
Offrire una base di reclutamento permanente e organizzata per i Corpi Civili di Pace e per la Difesa Civile Nonviolenta.
Forzare lo Stato a implementare quei decreti attuativi e quelle strutture di coordinamento interministeriale (tra Presidenza del Consiglio, Ministero della Difesa e Ministero degli Esteri) che sono già previsti nel reticolo normativo ereditato dalle lotte degli anni Novanta e Duemila.
Continuare a ignorare l'esistente per inseguire la narrazione della "nuova legge" significa fare il gioco di una politica autoreferenziale che confonde la comunicazione sociale con la trasformazione strutturale dello Stato. La vera nonviolenza politica non ha bisogno di inventare l'acqua calda a ogni legislatura; ha la forza e la coerenza di pretendere l'applicazione integrale delle leggi di giustizia che essa stessa ha strappato, con la lotta e con il diritto, alla cultura della guerra. Disonorare la guerra oggi significa, in definitiva, smettere di chiedere al Palazzo una nuova legge e iniziare a pretendere che il Paese applichi, finalmente, quella Costituzione che, tramite l'obiezione e il servizio civile, ha già tracciato la strada per una difesa di popolo, disarmata, libera dal patriarcato e pienamente attuale.
________________________________
La LIP "UN'ALTRA DIFESA E' POSSIBILE" arranca e, nel momento in cui scriviamo, 11 agosto 2026, diventa una possibilità effettiva che essa non raggiunga le 50.000 firme necessarie. La data esatta di scadenza per la raccolta delle è fissata per metà settembre 2026, e più precisamente entro il 16 settembre 2026.
Il testo, promosso da CNESC, Rete Italiana Pace e Disarmo e Sbilanciamoci!, era stato infatti depositato ufficialmente in Cassazione il 16 marzo 2026, dando il via ai sei mesi canonici previsti dalla legge italiana per completare la raccolta delle sottoscrizioni anche online tramite SPID o CIE.
Tra i nonviolenti è legittimo che ci sia chi già pensa a come rimediare il danno politico e a proporsi come "salvatore per quel flop", che sembra proprio si vada profilando. Vorrebbero - questi aspiranti "salvatori", presentare un ddl rivolgendosi ai parlamentari per dare forma istituzionale alla difesa civile, non armata e nonviolenta, entro la fine della legislatura, però con i punti della LIP (più piccoli emendamenti) e facendo esplicitamente riferimento ad essa:
istituzione del Dipartimento per la difesa nonviolenta presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, ma dotata di indipendenza organizzativa e finanziaria;
creazione di Corpi civili di pace;
un Fondo nazionale per la difesa nonviolenta finanziato dai cittadini che includa la possibilità di destinare ad esso il 6 per mille dell'IRPEF;
In aggiunta rispetto alla LIP della RIPD: riconoscimento dell'obiezione di coscienza attraverso un albo nazionale che valorizzi la scelta di chi rifiuta le armi integrandola formalmente nei percorsi di difesa civile.
Richiesti di un parere sull'iniziativa, noi Disarmisti esigenti abbiamo subito osservato che il punto debole dell'idea è l'approccio sbagliato con cui si parte. Si omettono i riferimenti giuridici alle sentenze della Corte costituzionale sul servizio civile "equipollente" a quello militare e sulle conquiste normative che il movimento pacifista e degli obiettori può già vantare in materia e che poi sono state compromesse da sviluppi giuridici successivi, in particolare dopo la sospensione della leva obbligatoria, che -in particolare con il Codice dell'ordinamento militare (COM) - hanno praticamente abrogato la 238/1998.
La questione non è di "fare quelli che si spacciano per gli alfieri di una soluzione nuova", bensì quelli che possono dire" "La Costituzione, e la Corte costituzionale, ci dicono già che la difesa nonviolenta va fatta e quindi lo Stato la applichi, le dia una architettura giuridica. Anzi, riapplichi quel quadro che l'intero schieramento parlamentare in modo bipartisan aveva già, a suo tempo, approvato".
Se si vuole presentare una bozza di DDL ai parlamentari (dopo il flop della LIP) bisognerebbe partire non da una campagna fallita ma da una premessa intitolata: le conquiste giuridiche che lo Stato omette di applicare.
Una accortezza strategica poi, consapevole della fase politica di arretramento che stiamo vivendo (il vento bellicista soffia molto forte, non è vero?), suggerirebbe di cominciare col punto più semplice dalla caratteristica di provocare meno reazioni negative immediate, vale a dire con l'albo pubblico degli obiettori, oltretutto base umana affidabile per i corpi civili di pace. In una fase politica in cui il riarmo impazza bisogna sapere individuare i punti di resistenza (le "linee del Piave") su cui attestarsi per limitare i danni!
Subito dopo verrebbe l'istituto di ricerca per la pace, come punto a sé. Bisognerebbe fare in modo che l'elemento accademico sia bilanciato dall'elemento associativo, per valorizzare gli "esperimenti con la verità" fatti sul campo.
E' utile, per impostare una linea strategica costruttiva, ricordare il periodo 1972- 2001 con le sue tappe e i suoi voti.
1972 - Legge 772: Riconoscimento Obiezione di Coscienza
Governo: Colombo, poi Andreotti. DC.
Voto: approvata con i voti di DC, PSI, PSDI, PRI, PLI, PCI. Solo MSI e monarchici contrari.
Già qui è bipartisan: governo DC, ma approvata anche con PCI e socialisti.
________________
1986 - Legge 958, nota come "Norme sul servizio militare": all'art. 2 si occupa di obiezione di coscienza.
Governo: Craxi. Pentapartito: DC, PSI, PSDI, PRI, PLI.
Voto: approvata con larga maggioranza. PCI astenuto ma non contrario nel merito.
L'istituzionalizzazione concettuale e giuridica del servizio civile come "difesa della Patria non armata" (in attuazione dell'articolo 52 della Costituzione) non nasce primariamente dalla Legge 958/1986, bensì dalla celebre Sentenza della Corte Costituzionale n. 164 del 1985. Fu quella pronuncia della Consulta a sdoganare definitivamente il servizio sostitutivo civile non come una "concessione punitiva" (impostazione originaria della Legge 772/1972), ma come un vero e proprio modo di adempiere al dovere costituzionale di difesa della Patria con mezzi non armati.
La legge 958/1986 fu un provvedimento di grande impatto perché ridusse la durata della ferma militare (portandola a 12 mesi per l'Esercito e l'Aeronautica, e a 18 per la Marina) e, di conseguenza, incise direttamente anche sulla durata del servizio sostitutivo civile per gli obiettori di coscienza, che venne parametrato a quello militare (solitamente con una durata leggermente superiore per compensare l'assenza di addestramento all'uso delle armi).
La legge cercò di dare ordine a un sistema di obiezione di coscienza che, nato con la Legge 772 del 1972, era cresciuto a dismisura nei primi anni Ottanta con decine di migliaia di richieste di giovani che rifiutavano il servizio militare armato, mettendo in crisi le strutture burocratiche e ministeriali dell'epoca.
Le norme della Legge 958/1986 relative alla leva obbligatoria e al servizio civile sostitutivo obbligatorio non sono state "abrogate" da un unico giorno all'altro con una formula secca, ma sono state superate, svuotate di efficacia e infine abrogate/ordinate attraverso un percorso in tre tappe:
La riforma del 1998 (Legge n. 230/1998): Ha completamente riscritto lo status giuridico dell'obiettore di coscienza, superando l'impostazione della vecchia legge del 1972 e integrando i principi della giurisprudenza costituzionale (spostando la competenza dal Ministero della Difesa a quello della Presidenza del Consiglio e valorizzando il servizio civile).
La sospensione della leva (Legge n. 226/2004, c.d. "Legge Martino"): Con l'introduzione del modello di difesa professionale e la sospensione della leva obbligatoria a partire dal 1° gennaio 2005, sono venuti meno i presupposti fattuali della chiamata alle armi e, di riflesso, l'istituto dell'obiezione di coscienza legata alla leva obbligatoria e del conseguente servizio civile sostitutivo obbligatorio.
Il Codice dell'Ordinamento Militare (Decreto Legislativo n. 66 del 2010): Il governo, attraverso il riordino normativo (il Codice dell'Ordinamento Militare e il relativo Testo Unico), ha formalmente abrogato la gran parte delle vecchie leggi sulla leva e sul servizio militare del Novecento — inclusi i residui della Legge 958/1986 e la storica Legge 772/1972 — assorbendo o dichiarando superate le vecchie disposizioni, traghettando l'ordinamento verso il Servizio Civile Nazionale prima e Universale poi (regolato oggi dal D.Lgs. n. 40/2017) su base esclusivamente volontaria.
________________
1998 - Legge 230: Nuova disciplina Obiezione di Coscienza
Governo: Prodi. Ulivo: DS, PPI, Verdi, Comunisti Italiani.
Relatore: on. Franco Russo, Verdi.
Voto: approvata alla Camera 340 sì. A favore: Ulivo + Forza Italia + AN + CCD.
Contro: Lega e Rifondazione.
Bipartisan pieno: governo centrosinistra, ma votata anche da FI e AN.
2001 - Legge 64: Istituzione Servizio Civile Nazionale
Governo: Amato. Poi entrato in vigore col governo Berlusconi II.
Relatori: sen. Bastianoni DS, on. Volontè CCD.
Voto: approvata all’unanimità al Senato. Alla Camera 420 sì, 2 no.
Bipartisan totale: passa da Amato a Berlusconi senza cambiare una virgola.
PERIODO 1998 - 2001: DA NOTARE E SOTTOLINEARE IL CUORE BIPARTISAN
Quello è stato il quadriennio d’oro ed è la prova provata.
1998: legge 230 la fa il centrosinistra ma la votano anche FI e AN.
2001: legge 64 la licenzia il centrosinistra ma la applica e finanzia il centrodestra appena andato al governo.
Significa che su ODC e SCN c’era un accordo istituzionale trasversale. Nessuno la metteva in discussione nel merito.
Poi è arrivata la sospensione della leva nel 2005 e il COM che ha svuotato tutto.
CONCLUSIONE POLITICA
Quindi sì: quando diciamo ai parlamentari di oggi "riprendiamo il percorso 1998-2001" non stiamo parlando di una legge di parte.
Stiamo parlando dell’ultimo pezzo di legislazione sulla difesa che è passato con i voti sia di Berlusconi (e alleati/supporter) sia di Prodi (e alleati/supporter).
È questo l’argomento per "spaccare" (direbbero i rapper odierni): non chiediamo una novità. Chiediamo di ripristinare e riparare ciò che tutti, anche nell'arco parlamentare vigente, avevano già condiviso e che si è perso per strada...
_________________________________________
MAO VALPIANA RISPONDE AL "FUOCO PACIFISTA". UN ARTICOLO PUBBLICATO SU PRESSENZA
Gli attacchi ci possono stare, ma le mistificazioni non sono tollerabili.
Finora non avevamo risposto perché davvero non ne valeva la pena, e abbiamo altro da fare.
Ma se la calunnia viene riprodotta a mezzo stampa, allora la replica è d’obbligo.
Primo falso. Si dice che ci sarebbe “un dibattito che sta attraversando il movimento nelle sue varie anime”. Non è così. Ci sono sei persone (Tusini, Lucivero, Dinelli, Drago, Navarra, Ferraro) che hanno espresso un loro parere personale molto critico verso la proposta di legge di iniziativa popolare “Istituzione e modalità di finanziamento del Dipartimento della Difesa civile non armata e nonviolenta”; dall’altra parte ci sono tutte le associazioni delle tre Reti promotrici della Campagna Un’altra difesa è possibile, impegnate nella raccolta firme e in moltissime iniziative sul territorio per informare sui contenuti della proposta. Più che un dibattito vediamo sei monologhi da una parte e una mobilitazione dall’altra.
Secondo falso. Sul sito dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università viene dato spazio ad un Manifesto in cui si fanno affermazioni gravissime (senza portare nessuna argomentazione) che lanciano discredito su uno dei pilastri portanti della proposta di Legge, tipo “Il Servizio civile diventa strumento utile ai guerrafondai come cavallo di Troia per riportare la leva militare e per militarizzare tutta la società”, e in generale si criminalizza l’idea di un’altra difesa possibile dicendo che sarebbe “strumento funzionale alla strategia Nato della difesa totale, e dunque complice delle guerre d’aggressione”. Addirittura! … e senza uno straccio di argomento.
Non sappiamo da cosa sia motivato un attacco così pesante e assurdo. L’unica risposta che ci diamo è che il populismo ideologico ha fatto breccia anche in quell’area minoritaria pacifista che deve trovare un nemico per motivare se stessa. Un populismo pacifista che si nutre di faziosità ed estremismo, formula accuse pretestuose, utilizza argomenti fantoccio.
L’accusa di fondo ruota attorno al fatto che la proposta sarebbe “complementare” alla difesa militare e non “alternativa”.
Per chi ha un minimo di onestà intellettuale vale forse la pena chiarire un paio di cose:
La “difesa totale” è una dottrina militare che non c’entra con ciò di cui stiamo parlando. La “difesa civile”, intesa come componente della difesa totale subordinata alla difesa militare, non ha niente a che fare con la “Difesa civile non armata e nonviolenta” oggetto del disegno di Legge; basterebbe leggere senza pregiudizi il testo di legge e la sua relazione: La Difesa civile non armata e nonviolenta viene attuata da uno specifico Dipartimento totalmente indipendente e autonomo dalle strutture militari. Viene definita “complementare” perché andrebbe ad aggiungersi alle forme di difesa militare oggi esistenti (in attuazione dell’articolo 52 della Costituzione”). Non è possibile infatti definirla “alternativa”, in quanto non può prefiggersi di abolire o sostituire le attuali forze armate (articoli 78 e 87 della Costituzione). Sono considerazioni persino banali da fare, che non mettono minimamente in crisi la visione pacifista e nonviolenta della proposta.
Mettere in contrapposizione, come si tenta di fare, la Difesa civile non armata e nonviolenta costituzionale con l’obiezione di coscienza nonviolenta è un’operazione divisiva fatta in mala fede.
Non c’è nessun dualismo: l’obiezione di coscienza è il cuore della Campagna di Obiezione alla guerra promossa dal Movimento Nonviolento; la Difesa civile non armata e nonviolenta è il cuore della Campagna Un’altra difesa è possibile. Viaggiano in perfetta armonia sugli stessi binari.
Speriamo che questo surreale “fuoco pacifista” finisca qui. Grazie.
Mao Valpiana (presidente)
con il Direttivo del Movimento Nonviolento
Oltre il muro dei "sette monologhi": perché il fuoco pacifista sulla LIP è un baluardo della coscienza critica
di Alfonso Navarra - segretario della Lega per il disarmo unilaterale - 10 agosto 2026
Introduzione: quando il vertice chiama "monologo" la voce della coscienza critica
La nota ufficiale pubblicata su Pressenza a firma di Mao Valpiana e del Direttivo del Movimento Nonviolento, intitolata non a caso “Il Movimento Nonviolento risponde al fuoco pacifista: Adesso anche basta”, segna uno spartiacque amaro nel dibattito politico dell'area pacifista e nonviolenta italiana. Di fronte alle critiche argomentate mosse da storici esponenti e studiosi del settore — un coro che da sei voci (Tusini, Lucivero, Dinelli, Drago, Navarra, Ferraro) si è arricchito del contributo di Gian Marco Pisa, arrivando a quota sette —, la risposta della presidenza non sceglie la via del confronto dialettico, ma quella della delegittimazione sommaria.
Le voci critiche vengono liquidate come “sei monologhi” privi di costrutto, bollati come populismo ideologico, faziosità e ricerca di un nemico purchessia. Si contrappone a essi la forza numerica e la mobilitazione di massa delle tre Reti promotrici della Campagna “Un’altra difesa è possibile”.
Ma è davvero così? Etichettare il dissenso interno e militante come un fastidioso “fuoco amico” o peggio come un esercizio di stile autoreferenziale significa capovolgere la realtà dei fatti. Non siamo di fronte a monologhi isolati, ma alla resistenza di un pensiero critico che rifiuta di svendere l'eredità storica della nonviolenza politica sull'altare del marketing sociale e del compromesso istituzionale. È tempo di rispondere punto per punto alle argomentazioni di Mao Valpiana, smontando le false simmetrie e riportando al centro del dibattito la verità giuridica, storica e antropologica che la proposta di legge d'iniziativa popolare (LIP) tenta di edulcorare.
1. Il metodo: dissenso democratico o "monologhi" da reprimere?
La prima mossa retorica della nota di Valpiana consiste nel negare l'esistenza stessa di un dibattito: “Non è così. Ci sono sei persone [...] dall’altra parte ci sono tutte le associazioni delle tre Reti [...] Più che un dibattito vediamo sei monologhi da una parte e una mobilitazione dall’altra.”
Questo argomento quantitativo — la folla contro i singoli, le Reti contro le voci isolate — è un classico espediente della politica burocratica e organizzativa. Si confonde il consenso di apparato, alimentato da campagne di raccolta firme basate su slogan accattivanti, con la validità teorica e strategica di una proposta. Nella storia dei movimenti sociali, le intuizioni più profonde e corrette sono quasi sempre nate da minoranze critiche che osavano rompere il coro unanime dell'ortodossia dominante.
Bollare come "monologo" l'analisi rigorosa di chi, come Tonino Drago o Alfonso Navarra, ha speso decenni a studiare e praticare la nonviolenza politica significa compiere un atto di chiusura autoritaria. Il dissenso non è "calunnia" né "fuoco pacifista" mosso da livore: è l'esercizio fondamentale della responsabilità intellettuale. Quando un'organizzazione che si definisce "nonviolenta" reagisce alle critiche di merito urlando il proprio "adesso anche basta" e chiudendosi a riccio dietro le proprie bandiere associative, dimostra di temere il confronto aperto e di preferire l'indottrinamento alla ricerca della verità.
2. Il nodo della "complementarietà": indipendenza di carta o subordinazione strategica?
Il cuore della difesa di Valpiana ruota attorno alla natura della proposta di legge: la difesa civile non armata e nonviolenta non c'entrerebbe nulla con la "difesa totale" o con le dottrine Nato, perché verrebbe attuata da uno “speciale Dipartimento totalmente indipendente e autonomo dalle strutture militari”. Perché allora nel testo si definisce “complementare”? Perché — argomenta Valpiana — “andrebbe ad aggiungersi alle forme di difesa militare oggi esistenti (in attuazione dell’articolo 52 della Costituzione). Non è possibile infatti definirla ‘alternativa’, in quanto non può prefiggersi di abolire o sostituire le attuali forze armate (articoli 78 e 87 della Costituzione).”
Qui si svela l'inganno concettuale e politico della LIP. I critici non hanno mai sostenuto che il Dipartimento proposto rispondi direttamente ai comandi della NATO o che sia un plotone dell'esercito travestito da pacifisti; la critica è ben più sottile e devastante sul piano strategico: accettare il principio della "complementarietà" significa subordinare la nonviolenza all'architettura complessiva della difesa armata dello Stato.
Se la difesa civile è "complementare" a quella militare all'interno del perimetro dell'articolo 52 della Costituzione, essa diventa un'ancora di salvataggio etica e funzionale per lo Stato di potenza. In caso di crisi o conflitto, il sistema statuale integrerà le risorse civili per "completare" lo sforzo bellico o di gestione della crisi, riducendo la nonviolenza a una sorta di protezione civile umanitaria ancillare rispetto alla geopolitica della forza.
La vera Difesa Popolare Nonviolenta (DPN), teorizzata da Tonino Drago e dal movimento storico, nasceva esattamente come alternativa e antagonista al modello militare, non come suo complemento subalterno. Rinunciare all'alternatività con la scusa che la Costituzione (agli articoli 78 e 87) prevede le forze armate significa abdicare preventivamente alla vocazione eversiva e di radicale trasformazione sociale della nonviolenza. Significa accettare di fare la "ruota di scorta" morale di uno Stato armato. Dire che la complementarietà è un dettaglio tecnico inevitabile è un falso storico e politico: significa istituzionalizzare la nonviolenza riducendola a tecnica di gestione statale.
3. La farsa della novità e l'oblio delle conquiste giuridiche
Valpiana e il Direttivo bollano come "affermazioni gravissime e senza argomentazioni" le critiche che denunciano il rischio di strumentalizzazione o la futilità di una nuova legge rispetto all'esistente. Ma è proprio qui che il castello di carta della LIP crolla di fronte all'analisi giuridica.
Come ampiamente documentato da chi contesta l'operazione, la quasi totalità dei contenuti innovativi sbandierati nella LIP — dai corpi civili di pace alla formazione alla gestione nonviolenta dei conflitti, fino all'impianto di una difesa civile organizzata — esisteva già ed era stata incardinata nell'ordinamento giuridico italiano grazie alle lotte storiche del movimento e a pietre miliari come la Legge n. 230 del 1998 e la celebre sentenza della Corte Costituzionale n. 219 del 2015.
Il vero dramma istituzionale — che la LIP fa finta di ignorare per poter intestarsi una "nuova battaglia" — è che con la sospensione della leva obbligatoria (2004) e il passaggio all'esercito professionale, tutte quelle conquiste giuridiche sono state relegate in un limbo di indeterminatezza e inapplicabilità.
Promuovere una nuova legge di iniziativa popolare oggi, concentrandosi unicamente sull'introduzione del "6 per mille" fiscale come specchietto per le allodole, rappresenta a tutti gli effetti un'operazione di marketing sociale. Si raccogliono firme su bisogni reali spacciandoli per "scoperte ex novo", occultando colpevolmente il fatto che le norme giacevano nei cassetti dello Stato perché la politica (e il movimento stesso) ha smesso di pretenderne l'attuazione. (O ne ha accettato di fatto una attuazione stravolgente). Chiedere una nuova legge anziché pretendere l'attuazione dell'esistente — a partire dal ripristino e dalla digitalizzazione dell'albo pubblico nazionale degli obiettori e delle obiettrici di coscienza — è un modo per eludere la fatica del controllo democratico e della rivendicazione strutturale.
4. L'obiezione tradita e la rimozione del nodo antropologico
Valpiana sostiene che mettere in contrapposizione la difesa civile costituzionale con l’obiezione di coscienza sia un'operazione divisiva in mala fede, affermando che viaggiano in perfetta armonia sugli stessi binari.
Ma l'armonia sbandierata è solo di facciata. L'obiezione di coscienza storica era un rifiuto radicale del sistema d'arma e della coscrizione obbligatoria legata alla difesa militare dello Stato patriarcale. Nel testo della LIP, invece, il servizio civile e la difesa civile vengono sganciati da quella radice di radicale contestazione etico-politica per essere trasformati in una funzione pubblica standardizzata, avulsa dalla critica al sistema di potere dominante.
È qui che si salda la critica mossa da pensatori teorico/pratici come Alfonso Navarra (vedi contributo nell'opera a tante voci per Disonorare la guerra, a cura di Maschile Plurale): una difesa civile che, nelle sue premesse culturali, non si richiami all'unica famiglia umana e al "matriottismo", non metta in discussione il legame profondo tra patriarcato, identità maschile e violenza bellica è destinata a fallire. La LIP ignora completamente l'aggancio necessario con una trasformazione antropologica, insita nelle scelte personali "di coscienza", trattando la nonviolenza come una procedura burocratica o una voce di bilancio (il 6 per mille) anziché come una rivoluzione dei corpi e dei comportamenti.
Ridurre l'obiezione a un binario compatibile con una difesa civile "complementare" allo Stato armato significa sterilizzarla della sua carica eversiva. I critici non dividono il movimento: denunciano la sua domesticazione istituzionale.
Conclusione: oltre il marketing, per la verità della nonviolenza
La replica stizzita del Movimento Nonviolento potrebbe dimostrare che la proposta di legge "Un’altra difesa è possibile" non è solo un testo legislativo discutibile, ma è diventata un totem identitario intoccabile per i suoi promotori. Chiunque osi scalfirne la superficie con gli strumenti dell'analisi critica, della storia giuridica e della coerenza teorica viene espulso dal perimetro della "correttezza" ed etichettato come oppositore in malafede.
Ma la nonviolenza politica non ha bisogno di dogmi religiosi né di uffici stampa che gridino "adesso basta" per mettere a tacere i dissidenti, per giunta individuati come "sei gatti". Ha bisogno di verità, di rigore intellettuale e del coraggio di fare i conti con i propri limiti storici.
Continuare a difendere una LIP che fa marketing sui diritti acquisiti, che accetta la subordinazione concettuale della complementarietà militare e che ignora il limbo in cui sono finite le vere leggi sulla difesa popolare nonviolenta (da Tonino Drago in poi) non serve alla causa della pace. Serve solo a dare una vernice ecologica e civile a uno Stato che continua a investire nei cannoni. La risposta al "fuoco pacifista" non dovrebbe essere l'alzata di scudi burocratica, ma un bagno di umiltà e l'apertura di un vero, profondo, rigoroso confronto sui fondamenti stessi della nonviolenza nel XXI secolo.
_________________
La trappola della "Complementarietà": perché la Difesa nonviolenta non può essere la ruota di scorta del sistema di guerra
di Alfonso Navarra - segretario della Lega per il disarmo unilaterale - 11 agosto 2026
Per anni, il movimento per la Difesa Popolare Nonviolenta (DPN) - la Campagna per l'obiezione di coscienza alle spese militari ne è stata la struttura trainante - ha coltivato un sogno: creare una struttura capace di sostituire la guerra con mezzi nonviolenti. Eppure, nel dibattito attuale sulla Legge di Iniziativa Popolare (LIP), ci troviamo di fronte a un paradosso paralizzante. Si sostiene che, per essere "legale" e "praticabile" all'interno del nostro ordinamento, la difesa civile debba dichiararsi "complementare" alla difesa militare.
Questa affermazione, apparentemente di puro buonsenso giuridico, nasconde in realtà una capitolazione politica. Accettare la "complementarietà" non è un compromesso tecnico: è un’ammissione di sconfitta strategica. È il momento in cui l'aspirazione a trasformare la società si trasforma in un servizio di supporto alla gestione statale. Cerchiamo di capire perché, partendo dal piano costituzionale per arrivare alle conseguenze pratiche che un ecopacifista deve conoscere bene.
1. Il falso mito del realismo costituzionale
L'argomento difensivo principale è: "Non possiamo abolire l'esercito (Art. 78 e 87), quindi dobbiamo inserirci dove possiamo (Art. 52)". È un sillogismo seducente: la Costituzione prevede la difesa armata, quindi la difesa nonviolenta deve porsi in continuità con essa per esistere.
Tuttavia, questo è un errore di prospettiva. Interpretare l'articolo 52 come un obbligo di difesa esclusivamente militare è una scelta politica, non un dato di fatto immutabile. L'articolo 52 recita: "La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino". Non dice "la difesa armata della Patria". La "Patria" non è un territorio astratto che si difende solo dai carri armati nemici; la Patria è la comunità, il territorio, l'ambiente, i diritti. Se il dovere di difesa è sacro, allora è un dovere che appartiene al cittadino in quanto tale, non al soldato.
Definire la DPN come "complementare" significa accettare l'interpretazione che la difesa è un monolite unico, governato dallo Stato, di cui la componente militare è il "motore principale" e quella civile un "aggiustamento di rotta". Ma se la difesa è un dovere del cittadino, allora la cittadinanza può e deve autodeterminarsi. La DPN non deve "aggiungersi" all'esercito; deve svuotare di senso la necessità dell'esercito. Se io ho un sistema efficace per prevenire e gestire i conflitti attraverso la nonviolenza, la diplomazia popolare e la resistenza civile, allora la minaccia bellica perde la sua giustificazione.
Dire che la complementarietà è inevitabile perché la Costituzione prevede le forze armate è come dire che, poiché lo Stato ha un sistema carcerario, allora l'educazione dei giovani deve essere "complementare" al carcere. No: se l'educazione funziona, il carcere diventa inutile. La difesa civile, nonviolenta, deve essere l'educazione che rende inutile la prigione militare della "deterrenza".
2. La frattura rimossa: patriarcato, identità maschile e il mito del guerriero
C'è un altro aspetto cruciale, troppo spesso colpevolmente rimosso nel dibattito sulla Legge di Iniziativa Popolare, che smaschera la presunta "armonia" sbandierata tra la difesa civile e l'obiezione di coscienza storica. Valpiana sostiene che mettere in contrapposizione queste due dimensioni sia un'operazione divisiva e in mala fede, affermando che viaggiano in perfetta sintonia sugli stessi binari. Ma questa armonia è soltanto di facciata.
L'obiezione di coscienza storica, quella che ha segnato le lotte antimilitariste del Novecento, non era un mero adempimento burocratico né una funzione pubblica standardizzata: era un rifiuto radicale, viscerale e politico del sistema d'arma e della coscrizione obbligatoria legata alla difesa militare dello Stato patriarcale. Nel testo della LIP, al contrario, il servizio civile e la difesa civile vengono pericolosamente sganciati da quella radice di contestazione etico-politica. Vengono depotenziati e trasformati in ingranaggi amministrativi, avulsi dalla critica radicale al sistema di potere dominante.
Qui si salda la lucidissima critica mossa da pensatori teorico-pratici come Alfonso Navarra — il cui contributo nell'opera corale Disonorare la guerra, curata da Maschile Plurale, si è proposto di aprire una breccia nel pensiero pacifista corrente. Una difesa "nonviolenta" che, nelle sue premesse culturali, non si richiami all'unica famiglia umana e a una logica di "matriottismo" anziché di patriottismo armato, ed evita di mettere radicalmente in discussione il legame profondo tra patriarcato, identità maschile e violenza bellica, è una difesa destinata a fallire alla radice.
La guerra, infatti, non è un incidente della storia o una mera disfunzione geopolitica: è il prodotto supremo dell'immaginario patriarcale del guerriero, della necessità di dominare, di possedere, di affermare la virilità attraverso la sopraffazione e il monopolio della forza letale. La LIP ignora colpevolmente questo aggancio necessario con la trasformazione antropologica, un cambiamento profondo che è insito nelle scelte personali "di coscienza". Riduce la nonviolenza a una procedura burocratica o a una mera voce di bilancio — quel famoso "6 per mille" sventolato come una conquista — anziché riconoscerla per ciò che deve essere: una rivoluzione dei corpi, dei comportamenti e delle relazioni umane.
Ridurre l'obiezione di coscienza a un binario compatibile, complementare e rassicurante per lo Stato armato significa sterilizzarla della sua carica eversiva. I critici che oggi denunciano questa deriva non stanno dividendo il movimento per il gusto della frammentazione; stanno coraggiosamente denunciando la sua domesticazione istituzionale. Accettare che la nonviolenza diventi ancella di un apparato statale fondato sul controllo significa tradire l'eredità più autentica di chi, disobbedendo alle armi, ha scelto di disarmare prima di tutto se stesso e il proprio ego machista.
3. La trappola della subordinazione strategica
Entriamo nel vivo della logica di potere. In ogni apparato statale, il comando è unito. Se tu, come Dipartimento di Difesa Civile, sei "complementare" al Dipartimento della Difesa Militare, a chi risponderai nelle situazioni di crisi?
Pensiamo a uno scenario di conflitto internazionale, a una crisi geopolitica, o a un'emergenza che minaccia la sicurezza nazionale. Se la struttura è integrata nel sistema di difesa statale, il potere politico (il governo) userà le risorse civili per quello che gli serve. E cosa serve a uno Stato di potenza in tempo di crisi? Serve manodopera, serve logistica, serve protezione civile, serve gestione delle emergenze per permettere alla macchina militare di operare senza intralci.
Accettando la complementarietà, trasformiamo la nonviolenza in un "servizio di pulizia" o di "supporto umanitario" per la guerra. Immaginiamo una crisi dove l'esercito sta operando: il Dipartimento di Difesa Civile, in quanto complementare, verrebbe inviato a gestire i profughi o a ricostruire le infrastrutture danneggiate mentre l'esercito conduce le operazioni offensive. Risultato? Stiamo liberando l'esercito dal peso di gestire le conseguenze umane del suo operato. Stiamo, di fatto, ottimizzando la macchina da guerra, rendendola più "accettabile" o "umana" nei suoi effetti collaterali.
Questo è il concetto di "ausiliarietà". Essere complementari significa essere subordinati alla logica del più forte. Se il sistema militare decide che la strategia è la deterrenza (ovvero la minaccia dell'uso della forza), la difesa civile "complementare" non può fare altro che operare nel perimetro lasciato libero dalla minaccia. Non può contestare la deterrenza, perché ne è parte integrante. Si riduce a una tecnica di mitigazione del danno, non a una strategia di pace.
4. Il tradimento dell'antagonismo: la DPN di Tonino Drago
La Difesa Popolare Nonviolenta, così come teorizzata da figure come Tonino Drago, primo presidente del Comitato per la difesa civile nn armata e nonviolenta presso la Presidenza del Consiglio, non era una proposta di legge da integrare burocraticamente nel Ministero della Difesa. Era un'idea di alternativa sistemica.
L'alternatività significa che, davanti a una minaccia, la società civile sceglie strumenti altri. Se la difesa civile è alternativa, essa insegna che non c'è bisogno di una flotta navale per difendere le rotte commerciali o gli interessi nazionali; si insegna che la sicurezza si costruisce tramite il commercio equo, il rispetto dei diritti umani, la transizione ecologica e la mediazione dei conflitti.
Quando rinunciamo all'alternatività, rinunciamo al cuore pulsante della nonviolenza: la capacità di opporsi. La nonviolenza è eversiva nella sua costruttività. È eversiva perché nega al potere la legittimità della forza come risolutore di problemi. Ma se la inserisci nel sistema, la neutralizzi. Diventa "Difesa Civile" di Stato. Il governo non temerà mai una struttura che lui stesso finanzia, gestisce e coordina. La vera DPN deve far paura al potere, non perché è violenta, ma perché è efficace nel rendere superfluo il potere militare.
La complementarietà è la gabbia dorata. Danno un piccolo ufficio, un budget limitato, qualche divisa (magari di colore diverso) e dicono agli attivisti: "Potete occuparvi dei conflitti minori, mentre noi, i grandi, ci occupiamo della difesa vera, quella seria, quella con le bombe". E noi, accettando questo ruolo, diventiamo complici del monopolio della violenza che avremmo dovuto combattere.
5. L'insostenibilità ecologica del "complementare"
Per chi ha a cuore l'ecologia, la questione è ancora più bruciante. La guerra è uno dei maggiori agenti inquinanti del pianeta. I conflitti distruggono ecosistemi, contaminano falde acquifere, bruciano risorse preziose. Il complesso militare-industriale è un mostro energivoro che vive di combustibili fossili e che ignora la crisi climatica in nome della "sicurezza nazionale".
Se la Difesa Civile è complementare alla Difesa Militare, noi diventiamo i manutentori del sistema di guerra. Il nostro ruolo diventerebbe quello di tamponare le ferite che il sistema bellico infligge al pianeta e alle comunità. Non stiamo cambiando il paradigma della sicurezza, stiamo solo offrendo un servizio di riparazione.
Una vera difesa ecopacifista deve partire dal presupposto che la vera sicurezza oggi è la salute del pianeta, non il controllo delle frontiere. La DPN dovrebbe mobilitarsi per difendere il territorio dal cambiamento climatico, dalle grandi opere inutili, dall'inquinamento delle industrie belliche. Se la DPN fosse alternativa, il suo primo atto sarebbe la smilitarizzazione: "Non abbiamo bisogno di armi per difenderci, abbiamo bisogno di ripristinare l'ecosistema perché è quello che ci mantiene in vita".
Ma se siamo complementari, questa voce diventa impossibile. Come può il Dipartimento di Difesa Civile criticare l'inquinamento di una base militare o le emissioni di un cacciabombardiere se è "complementare" alla struttura che li possiede e li utilizza? Sarebbe un conflitto di interessi insanabile. L'attivista ecopacifista che accetta la complementarietà sta accettando di sedere al tavolo con chi sta distruggendo il suo futuro, sperando di ottenere qualche briciola di "gestione civile" nel mentre che il mondo brucia.
6. Che cosa significa, allora, essere radicali, intelligenti con la mente e con il cuore?
Essere radicali non significa essere estremisti, ma andare alla radice. La radice del problema è che lo Stato si è arrogato il monopolio della difesa.
La proposta di una legge sulla difesa civile nonviolenta dovrebbe essere una sfida democratica al cuore dello Stato:
Non chiediamo di essere "complementari" all'esercito, ma di sostituire la spesa militare con la spesa per la sicurezza civile.
Non chiediamo un "Dipartimento sotto il governo", ma un sistema di difesa popolare basato sull'autogestione, sulla formazione diffusa, sulla capacità di intervento nonviolento dei cittadini.
Non cerchiamo il riconoscimento di un Ministero, cerchiamo il riconoscimento del diritto dei cittadini a difendere la Patria senza uccidere, senza armi, senza obbedire a una catena di comando militare.
L'idea di "complementarietà" è la scusa di chi non ha il coraggio di dire che la Difesa Militare è obsoleta, dannosa e contraria alla vita. È la paura di perdere il contatto con le istituzioni. Ma il movimento nonviolento non deve cercare il contatto con le istituzioni; deve trasformare le istituzioni.
Se la DPN non è alternativa, allora non è difesa. È volontariato di Stato. E il volontariato di Stato non ha mai cambiato la storia; l'ha solo resa più tollerabile per chi detiene il potere.
7. La bussola del Transarmo: una transizione reale, non una convivenza armata
A chi accusa questa visione radicale di essere "utopistica" o di lasciare il Paese in un presunto vuoto di sicurezza, si risponde richiamando uno dei pilastri più lucidi e rigorosi della ricerca internazionale per la pace: il concetto di Transarmo (o transarmament) teorizzato da Johan Galtung.
Spesso si fraintende la transizione confondendola con un compromesso statico o con una coesistenza pacifica tra opposti. Ma Galtung ci ha insegnato che il transarmo non è affatto una convivenza permanente tra due sistemi armati e civili che remano a braccetto sotto la tutela dello Stato di potenza; è, al contrario, un processo dinamico, strutturale e programmatico di sostituzione progressiva.
Esattamente come nella transizione ecologica si abbandonano scientemente i combustibili fossili per passare alle fonti rinnovabili — senza cadere nell'inganno di definire il petrolio (con il nucleare sedicente "civile") e il fotovoltaico "complementari" per l'eternità —, allo stesso modo il transarmo prevede il progressivo smantellamento delle strutture di morte militari e la loro contestuale sostituzione con le infrastrutture vive della difesa popolare nonviolenta.
Accettare la "complementarietà" della Legge di Iniziativa Popolare significa invece congelare lo status quo: significa rassegnarsi all'idea che l'esercito resti il padrone incontrastato della sicurezza nazionale e che la nonviolenza si limiti a fare la badante o l'assistente sociale della geopolitica della forza. Il transarmo, al contrario, è un cammino di emancipazione e di transizione strategica. Esso riconosce con realismo che esiste una fase di passaggio — nessuno pretende di azzerare l'apparato militare dall'oggi al domani —, ma pretende che ogni singolo passo politico e legislativo compiuto vada rigorosamente nella direzione di indebolire la logica della deterrenza armata e di rafforzare l'autogestione pacifica dei conflitti.
Non si tratta di integrare la difesa civile nella catena di comando della NATO o nei piani strategici dello Stato armato, ma di usare gli spazi di agibilità democratica per costruire istituzioni sociali autonome, basate sulla cooperazione internazionale, sulla giustizia climatica e sulla resistenza civile non armata, riducendo progressivamente il bilancio, il personale e la legittimità delle armi fino a renderle storicamente superflue.
Il transarmo è dunque la perfetta sintesi tra concretezza e radicalità ecopacifista: sa che la trasformazione richiede metodi, tappe e pazienza pedagogica, ma rifiuta categoricamente l'inganno di un'armonia impossibile tra la cultura della pace e la cultura della guerra. Scegliere la via del transarmo significa dire chiaramente al potere che la nonviolenza non è un accessorio decorativo per abbellire le leggi dello Stato, ma la vera architettura del futuro. È il ponte pratico che ci conduce fuori dalla barbarie della deterrenza atomica verso una civiltà finalmente disarmata, ecologica, femminista e umana.
Conclusione: Il bivio
Siamo a un bivio. Da una parte, la via della "complementarietà": un percorso sicuro, istituzionalizzato, che ci permette di entrare nelle stanze del potere, di avere un timbro, una scrivania, magari anche qualche fondo. Ma saremo, a tutti gli effetti, gli "assistenti sociali" della guerra. La nostra nonviolenza sarà utile solo finché non disturberà i piani dei generali.
Dall'altra parte, la via dell'alternatività, ma con intelligenza strategica: un percorso difficile, ripido, che ci pone in rotta di collisione con la logica della difesa armata. È la via che spaventa i palazzi, perché dice che il Re è nudo, che le armi non servono a nulla se non a produrre morte, e che la sicurezza vera è la cura dell'altro e della Terra.
L'ecopacifismo, che è anche ecofemminismo, non può permettersi il lusso della neutralità istituzionale. Non possiamo essere "complementari" alla distruzione. Il nostro dovere, come cittadini che hanno compreso la follia della guerra e la catastrofe climatica in atto, è di restare obbedienti civili, cioè disobbedienti nonviolenti. Non per odio, ma per amore della vita.
Dobbiamo avere il coraggio di dire: "La nostra difesa non integra la vostra guerra; la vostra difesa rende la vostra guerra obsoleta". Questa è la radicalità di cui abbiamo bisogno. Tutto il resto è solo gestione del declino. Se la legge non riflette questa ambizione – se la legge accetta di essere la ruota di scorta – allora forse è meglio non averla affatto, piuttosto che averne una che serve a legittimare l'esistenza stessa dell'apparato militare. La storia della nonviolenza è storia di rotture, anche con "compromessi belli", ma senza accomodamenti ("inciuci") privi visione. È ora di "tornare a rompere" con le nostre idee e pratiche costruttive, essendo da subito il cambiamento che vogliamo vedere realizzato.
Dalla parte della continuazione della Storia dopo Hiroshima e Nagasaki. Riflessioni sulla pace disarmata e sulla coscienza dell'essere umano dinanzi alla barbarie atomica
di Alfonso Navarra - coordinatore dei Disarmisti esigenti (cell. 340-0736871 - www.disarmistiesigenti.org)
Il mondo commemora l'ottantunesimo anniversario di Hiroshima e Nagasaki. È un tempo di silenzi e di memorie che rischiano pericolosamente di sbiadire nel rumore quotidiano, se non sappiamo farne occasione viva per riflettere sulla nonviolenza come unica alternativa possibile, capace di nutrire una pace che, come auspica Papa Leone, sia finalmente disarmata e disarmante. Lo facciamo in memoria solenne delle vittime e dei loro figli, che ancora oggi portano nel corpo e nell’anima le ferite permanenti delle bombe del 1945, e raccogliendo l’avvertimento di quegli scienziati che, pentitisi quando ormai era troppo tardi, capirono la gravità disumana dell’energia scatenata contro gli esseri umani. Guardiamo attorno a noi la gente che ama le piccole cose della vita terrena, la bellezza fragile delle relazioni umane, delle case, delle città e dei territori; e ci accorgiamo, con un senso di sgomento e di pietà, di quanto tutto questo sia quotidianamente minacciato da una follia fredda e calcolatrice.
Bisogna avere il coraggio morale di smantellare le tecnologie della potenza, a cominciare da quel nucleare che continua ad ammantarsi di un falso lato civile, ingannando le coscienze degli uomini e anestetizzando il senso critico. E allo stesso modo dobbiamo guardare con estremo sospetto all'intelligenza artificiale: un congegno privo di anima e di coscienza morale, che rischia di farsi specchio fedele ed efficiente dell'élite che lo possiede e lo progetta, interamente teso all'egemonia geopolitica, all'economia del riarmo giustificata con la dottrina cinica della deterrenza e dunque fondata unicamente sulla paura reciproca. La deterrenza non è pace; la deterrenza è soltanto la tregua armata tra due catastrofi incombenti.
La vera alternativa non risiede nei calcoli strategici della diplomazia istituzionale con i suoi segreti impenetrabili, ma in un mutamento dell'essere umano insieme alle strutture sociali in cui si svolge la sua attività. Dobbiamo investire con coraggio nella formazione della coscienza, nella consapevolezza limpida che ogni cambiamento autentico nasce soltanto dalla riscoperta degli altri come sorelle e fratelli, membra di un'unica famiglia umana, fragile e preziosa, figlia di questa nostra unica Madre Terra. Commemorare non può e non deve ridursi a un rito stanco, a una ricorrenza annuale buona soltanto per i discorsi ufficiali dei potenti. Se la memoria non si fa coscienza vigile e opposizione morale e politica nel presente, essa decade in mera nostalgia.
"La pace non si costruisce attraverso l'equilibrio del terrore o la perfezione dei congegni di distruzione, ma attraverso il rifiuto radicale della violenza e il coraggio inerme di affidarsi alla dignità dell'uomo."
1. Le novità negative: dove stiamo andando
Il rischio che corriamo oggi è più alto, più sottile e insidioso di quanto non sia stato per decenni durante la Guerra Fredda. Non si tratta soltanto del pericolo remoto di un lancio voluto e premeditato, quanto piuttosto della probabilità sempre più concreta e statistica di un errore di calcolo, di una escalation incontrollata, o di quell'uso cosiddetto "tattico" delle armi atomiche che sdogana l'impensabile, rendendo accettabile ciò che per definizione è l'annientamento dell'umano.
Anche i vecchi trattati sulla non proliferazione sono stati di fatto stracciati, spazzati via dalle guerre in corso per l’egemonia e il dominio. Di recente, l’amministrazione americana di Trump ha di fatto riconosciuto all’Arabia Saudita il diritto di entrare nel “circolo dei Paesi nucleari”. Non passerà molto tempo prima che qualche Stato africano, sudamericano o dell’Estremo Oriente — penso al Giappone e all’Australia — e perché no anche qualche Paese europeo — come Germania, Svezia o Finlandia —si dia da fare per dotarsi a sua volta dell’arma di distruzione di massa. E se non saranno gli Stati, saranno i grandi miliardari della Silicon Valley e dei colossi digitali affini, quei nuovi Elon Musk senza freni, ammaliati in modo irreversibile dal fascino perverso di poter decidere della vita e della morte e di regnare su tutti.
Siamo messi male: con il riarmo e il militarismo che imperversano ovunque, la deterrenza prima rappresentata dall'arma atomica è ora divenuta una minaccia di uso corrente. Assistiamo oggi a un riarmo generalizzato e a una modernizzazione sistematica e spietata: tutti i nove Stati nucleari del pianeta — Stati Uniti, Russia, Francia, Regno Unito, Cina, India, Pakistan, Israele e Corea del Nord — stanno rinnovando e potenziando i propri arsenali con una determinazione che fa raggelare il sangue. Le crisi geopolitiche si moltiplicano contemporaneamente su più fronti caldi e, in ciascuno di questi teatri di morte, il nucleare è entrato stabilmente nel linguaggio quotidiano della politica come minaccia esplicita e ricatto estremo. Come attesta autorevolmente l'istituto SIPRI, per la prima volta dagli anni Novanta il numero delle testate nucleari in servizio attivo è tornato a salire in modo preoccupante.
2. La fandonia del nucleare "civile", la crisi climatica e l'ombra dell'IA
A questa scivolata verso il peggio si somma anche il rischio concreto di un ritorno al nucleare spacciato per "civile". L’Europa sta andando dietro a questo piano e anche l’Italia del governo Meloni ci si accoda, spinta da un palese delirio di grandezza e da una cecità politica impressionante. Basta guardare cosa sta accadendo in piena emergenza climatica, che si continua colpevolmente a ignorare: decine di centrali nucleari in Francia, Spagna e Ungheria hanno dovuto fermare i reattori proprio perché non c’era più abbastanza acqua per raffreddarle, mentre le ondate di caldo e la siccità stanno già mettendo in ginocchio la sicurezza alimentare e la tenuta dei territori.La stessa fine toccherà ai mega data center dell’intelligenza artificiale e alla loro crescita senza controllo: strutture che divorano fiumi d’acqua per il raffreddamento e quantità enormi di energia, che i tecnocrati pensano ingenuamente di poter garantire proprio con il nucleare. Un’intelligenza artificiale a cui chi la gestisce consegna in modo sempre più crudele le decisioni sulla guerra e sul futuro dell’umanità.In un quadro così cupo e regressivo, dopo anni di battaglie per cambiare la società e lasciare un mondo migliore alle nuove generazioni, ci ritroviamo sgomenti a subire tutto questo come se fosse inevitabile. A meno che, arrivati sull’orlo del baratro e al punto di non ritorno, l’umanità non trovi la forza di rialzarsi insieme e ribellarsi a questa drammatica realtà. Il segnale forte venuto dal movimento internazionale a sostegno della popolazione palestinese, se depurato da derive fondamentaliste, può diventare una spinta decisiva e un volano per allargare una mobilitazione mondiale contro la guerra, il riarmo e il nucleare.
3. Barlumi di speranza: la posizione cinese e l'orizzonte di Ginevra
In questo panorama generale dominato dall'ombra e dal cinismo, vi è tuttavia un punto specifico che merita di essere focalizzato con estrema attenzione e lucidità. La Cina rappresenta l'unico Stato, tra i cinque ufficialmente riconosciuti dal Trattato di Non Proliferazione (TNP), a mantenere formalmente e costantemente la dottrina del "No First Use", ovvero il rigoroso principio del non primo uso. La formula è limpida nella sua semplicità disarmante: "Non useremo armi nucleari per primi in nessuna circostanza, né in tempo di pace né in tempo di guerra".
È una posizione che Pechino ribadisce coerentemente da decenni e che oggi, in un contesto di riarmo globale sfrenato e privo di regole, suona quasi rivoluzionaria. La via d'uscita rispetto a questo abisso incombente passa attraverso una campagna mirata e inflessibile per il riconoscimento universale di questo principio. L'incontro dei disarmisti con la rappresentanza diplomatica di Pechino a Ginevra, che stiamo faticosamente organizzando, va esattamente in questa direzione: la Cina può fungere da apripista e da garante autorevole, sapendo benissimo che senza l'asse e il dialogo tra Pechino e Washington nessun trattato di pace duratura potrà mai reggere su questo pianeta.
4. La rinascita del Movimento Antinucleare e la continuazione della Storia
Il motto severo che dobbiamo fare nostro in quest'ora buia è implacabile: stare dalla parte della continuazione della Storia. La logica perversa della deterrenza ripete incessantemente la sua illusione rassicurante e menzognera: "Se minacciamo tutti la distruzione reciproca, nessuno oserá mai premere il bottone". Ma questa è una scommessa cinica, folle e disperata sull'assenza assoluta dell'errore umano.
Oggi più che mai, il lato giusto della Storia sta dalla parte di chi ha l’onestà morale di dire chiaro e semplice che la sopravvivenza di tutta l’umanità conta più di qualsiasi successo nella corsa al predominio tra le grandi potenze. Proprio per questo, richiamandoci all’eredità della grande battaglia antinucleare italiana — quella che ha visto in campo più generazioni e due referendum vinti, che fecero del nostro Paese il primo al mondo a dire no al nucleare — dobbiamo spingere per la rinascita di un nuovo Movimento Antinucleare. Un movimento in grado di coinvolgere i giovani, smontare le bugie sul “nucleare sostenibile” e battere le grandi multinazionali dell’energia, della guerra e del riarmo.
Ogni sei e nove agosto commemoriamo con commozione profonda le vittime innocenti di quella barbarie indicibile; e subito dopo, senza concederci tregua, rimbocchiamoci le maniche per lavorare ovunque sia possibile: da Ginevra a New York, affinché la Terra non si trasformi mai in un'unica, desolata coperta di cenere radioattiva. La pace non è un dono che ci viene calato dall'alto dei cieli o concesso dai potenti della terra; è una conquista quotidiana della coscienza umana. Ognuno di noi, nel proprio piccolo e nelle dimensioni ampie dell'azione collettiva, ha il dovere morale di rifiutare la logica della violenza, di educare alla forza della verità e dell'amore, di pretendere che la politica torni a occuparsi della vita degli uomini e non della loro distruzione. Solo così la Storia potrà continuare il suo cammino.
_______________________________
Dalla associazione Peacelink
Oggi, 6 agosto 2026, Hiroshima sta commemorando l'81º anniversario del
bombardamento atomico con una serie di eventi solenni e riflessioni sul
futuro della pace, in un clima di crescenti tensioni internazionali.
La cerimonia della pace al Parco della Pace
L'evento principale si sta svolgendo al Parco della Pace (Peace Memorial
Park), dove migliaia di persone si sono riunite, tra cui rappresentanti
di circa 120 paesi e il Segretario Generale delle Nazioni Unite. La
cerimonia, iniziata alle 8:00 e in programma fino alle 8:50, segue un
programma preciso:
il minuto di silenzio: esattamente alle 8:15, l'ora in cui la bomba
esplose nel 1945, si è osservato un minuto di silenzio, accompagnato dal
rintocco della Campana della Pace;
la Dichiarazione di Pace del Sindaco: il sindaco Kazumi Matsui ha
pronunciato un discorso in cui ha criticato le grandi potenze per il
perseguimento della guerra e ha esortato a non considerare più le armi
nucleari come uno strumento di deterrenza. Ha avvertito che "minimizzare
la disumanità delle armi nucleari e accettare l'uso della forza per
perseguire la propria prosperità rischia di innescare cicli di
rappresaglia violenta che potrebbero portare a un'altra Hiroshima o
Nagasaki";
altri momenti: la cerimonia ha incluso la dedicazione dei registri delle
vittime, offerte floreali, il lancio di colombe e la lettura di un
impegno per la pace da parte di due bambini di Hiroshima.
Il messaggio del governo e le preoccupazioni
La cerimonia è anche un momento di riflessione politica, con dibattiti
in corso sulla posizione del Giappone riguardo al nucleare:
la Primo Ministro Sanae Takaichi, presente per la prima volta alla
commemorazione, ha riaffermato l'impegno del Giappone a mantenere i tre
principi non nucleari (non possedere, non produrre e non introdurre armi
nucleari). Ha promesso un "approccio realistico" per un mondo senza armi
nucleari;
tuttavia, la sua partecipazione avviene in un momento di speculazioni
sul fatto che il suo governo possa allentare questi stessi principi
nella prossima revisione dei documenti di sicurezza, generando
preoccupazione tra i sopravvissuti (hibakusha) e la società civile.
Le iniziative collaterali e la memoria viva
Oltre alla cerimonia ufficiale, Hiroshima si anima con eventi che
tengono viva la memoria e coinvolgono la comunità:
eventi culturali e testimonianze: durante il giorno, il Centro Congressi
Internazionale e il Museo della Pace ospitano iniziative come "Il cuore
di Hiroshima nel mondo 2026", con testimonianze dei sopravvissuti,
mostre di dipinti realizzati da studenti e laboratori per costruire gru
di carta;
la cerimonia delle lanterne (Torō Nagashi): in serata, dalle 18:00 alle
21:00, migliaia di lanterne di carta con messaggi di pace verranno
affidate alle acque del fiume Motoyasu, di fronte alla Cupola della
Bomba Atomica. Questo gesto commemora le vittime che, ferite e assetate,
cercarono sollievo nelle acque del fiume dopo l'esplosione;
un tram sopravvissuto: è recentemente stata lanciata anche una nuova
iniziativa turistica: un tour guidato a bordo del tram numero 653, un
veicolo che sopravvisse alla bomba e tornò in servizio solo quattro mesi
dopo. Questo tour collega il passato, il presente e il futuro della
città.
Hiroshima oggi è quindi una città che guarda al futuro con un forte
messaggio di pace, senza dimenticare le lezioni del suo tragico passato.
Anche quest’anno, in molte città italiane, associazioni, comunità e cittadini si riuniranno per mantenere viva la memoria di Hiroshima e rinnovare l’impegno per un mondo senza l'incubo dell'olocausto nucleare.
4 agosto 2026
Redazione PeaceLink
La memoria dell'evento
A ottantun anni dal lancio della bomba atomica su Hiroshima, l’Italia si prepara a commemorare quella che rimane una delle ferite più profonde della storia contemporanea. Il 6 agosto 1945, alle 8:15 del mattino, la città giapponese fu cancellata da un lampo di luce e calore inauditi: decine di migliaia di persone morirono all’istante, e nei mesi e negli anni successivi il numero delle vittime salì a oltre 140.000. Quell’evento non segnò solo la fine della Seconda Guerra Mondiale, ma aprì l’era nucleare, consegnando all’umanità la consapevolezza della propria capacità di autodistruggersi. Da allora, il 6 agosto è diventato un simbolo universale della lotta per la pace e del rifiuto della guerra.
Anche quest’anno, in molte città italiane, associazioni, comunità e cittadini si riuniranno per mantenere viva la memoria di Hiroshima e rinnovare l’impegno per un mondo senza armi nucleari. PeaceLink si impegna a raccogliere e diffondere le iniziative organizzate sul territorio nazionale.
Gli eventi del 6 agosto per la pace e il disarmo nucleare
Roma sarà uno dei centri principali delle commemorazioni. Alle 9:00, in Piazza della Rotonda, davanti al Pantheon, l’Associazione Terra e Pace promuoverà un’iniziativa per la pace, mentre alle 9:30 la Fanfara della Legione Allievi Carabinieri si esibirà nello stesso luogo. A partire dal 6 e fino al 9 agosto, la Comunità di Sant’Egidio organizzerà una veglia di preghiera di 75 ore per la pace, con momenti di preghiera anche nella Basilica di Santa Maria in Trastevere.
Verona, sul far della sera, vivrà un momento di grande suggestione: dalle 20:30, nei pressi del ponte di Castelvecchio, si terrà la manifestazione “Lanterne di Pace sull’Adige”. Al calar del sole, verranno affidate alle acque del fiume delle lanterne rosse in memoria delle vittime.
Rovereto (TN) ospiterà invece un incontro pubblico dalle 17:30 alle 19:00 presso il Centro Pace, Ecologia e Diritti (via Vicenza, 5). L’evento, intitolato “Rovereto città per la pace: verso l’adesione a ITALIA RIPENSACI”, prevede la lettura della Peace Declaration e una tavola rotonda.
A Palermo, a partire dalle 17:30, gli spazi del Noz (Nuove Officine Zisa) ai Cantieri Culturali della Zisa ospiteranno una giornata commemorativa con mostre, talk, un laboratorio di origami e un momento di accensione di lanterne.
Longare (VI) sarà teatro di un presidio pacifista davanti ai cancelli della Pluto (ex-base AFI), in programma fin dal 1987. Il raduno inizierà alle 8:00, e alle 8:15 – l’ora esatta del bombardamento – ci sarà un momento di 15 minuti di silenzio per la pace.
A Brescia, alle 18:30, è previsto un corteo in silenzio che partirà da Largo Formentone. I partecipanti, vestiti di bianco (colore del lutto in Giappone), marceranno in fila indiana fino alla Prefettura.
Torino dedicherà alla pace la serata di piazza Carignano: dalle 21:00 alle 23:00, riflessioni, letture, canti e meditazione accompagneranno i presenti.
A Casale Monferrato (AL), alle 18:30, il Giardino Urban 2 (via Rotondino) ospiterà una performance teatrale sul tema degli hibakujumoku, gli alberi sopravvissuti alle esplosioni atomiche.
Infine, a Cogoleto (SV), alle 18:00, la chiesa parrocchiale di Santa Maria celebrerà una messa in ricordo delle vittime.
Oltre agli appuntamenti del 6 agosto, in diverse città sono organizzate iniziative che si estendono nel tempo. A Cervia (RA), il programma “Cervia ricorda l’81° anniversario” prevede fino al 22 agosto una vetrina tematica “Spunti di Pace” alla Biblioteca Maria Goia, e il 6 agosto alle 17:30 la proiezione del video della Dichiarazione di Pace del sindaco di Hiroshima.
Sono segnalate iniziative anche a Como e Comerio (VA). Inoltre, il 9 agosto sono previste commemorazioni anche per l’anniversario di Nagasaki a Longare (VI) e Casalecchio di Reno (BO).
Il linguaggio della politica internazionale odierna è dominato dal "difensivismo". Dai banchi dei parlamenti alle aule dell'ONU, la legittimazione dell'uso della forza armata poggia sull'antico pilastro della "Guerra Giusta". Dalla teologia di Sant'Agostino alla giurisprudenza della Scuola di Salamanca, fino all'Articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, il diritto alla difesa è presentato come l'ultimo baluardo della civiltà contro la barbarie. Anche la nostra Costituzione, nata dalle ceneri del secondo conflitto mondiale, porta in sé il sigillo di un difensivismo che intendeva il ripudio della guerra come atto di liberazione dal totalitarismo.
Ma oggi, questa retorica sta subendo una mutazione inquietante. Come nella retorica energetica, dove il nucleare viene riproposto non più come alternativa, ma come "complemento" alle rinnovabili per indurre l'opinione pubblica all'accettazione, così il riarmo viene presentato come un necessario "recupero di capacità perdute". Ci troviamo di fronte a una narrazione che confonde la protezione dei diritti con l'espansione della capacità bellica.
La "Deterrenza per Negazione" e il dilemma della percezione
La nuova strategia NATO e i programmi europei come SAFE, European Sky Shield o Military Mobility si ammantano del concetto di "deterrenza per negazione": rendere l'attacco così costoso da scoraggiarlo. È una logica che appare razionale sulla carta, ma che ignora il cuore pulsante del problema: il dilemma della Sicurezza.
La differenza tra difesa e minaccia non risiede solo nelle intenzioni dichiarate di chi si arma, ma nella percezione dell'altro. Quando la NATO avvia esercitazioni come Steadfast Defender, non sta solo "rafforzando la difesa": sta inviando un segnale che, nel sistema nervoso dell'avversario, viene interpretato come preparazione all'offensiva. Lo scarto tra intenzione e percezione è l'innesco di una spirale in cui ogni passo verso la sicurezza è, tecnicamente, un passo verso l'instabilità. Disonorare la guerra significa innanzitutto ammettere che il nostro "scudo" è, per il nostro vicino, una "lancia".
Il "legno storto" di Kant e la sfida del “Transarmo”
L'umanità non è perfetta. Come notava Kant, "da un legno così storto come quello di cui è fatto l'uomo, non si può fabbricare nulla di interamente diritto". Il diritto, quindi, va difeso. Ma quale diritto? E con quale forza?
Qui si apre lo spazio per la nonviolenza poietica dei Disarmisti esigenti auspicata dalla tradizione di maestri come Gandhi e ML King - o Aldo Capitini, Lanza del Vasto o Carlo Cassola in Italia (si pensi alla tensione tra Thanatos e Eros). Non si tratta di rifiutare la giustizia, ma di attuare quello che potremmo chiamare Transarmo, con aspetti di disarmo unilaterale: una transizione non solo materiale, ma di paradigma. La guerra, anche quando appare l'ultima risorsa di una difesa inevitabile, non è mai "giusta". È sempre un fallimento del politico. Il compromesso e il dialogo, anche con chi calpesta le regole, non sono segni di debolezza, ma l'esercizio estremo della “forza della verità”.
III. La Generazione Zeta e il nuovo immaginario
La cultura del "guerriero" — il modello virile patriarcale basato sul "potere su" (dominazione) — è il vero retaggio da disonorare. La fisicità della distruzione organizzata non è più la misura della forza. I fatti storici recenti ci offrono una narrazione alternativa: le lotte nonviolente della Generazione Zeta in Asia. Questi giovani non cercano il conflitto frontale basato sulla forza bruta, ma tessono reti di resistenza civile che rendono obsoleti i confini territoriali, valorizzando la qualità delle relazioni rispetto al controllo del suolo.
Questo è il "potere con": la forza che nasce dall'unione popolare, dalla capacità di negoziare la propria identità non in opposizione, ma in relazione con l'altro.
Conclusioni: La rottura dell'immaginario
L'Ucraina funge oggi da tragico banco di prova. Ma la via d'uscita non sta nel potenziamento dei sistemi d'arma, bensì nella ricostruzione di un'architettura di sicurezza comune che non si basi sul terrore. Dobbiamo avere il coraggio di affermare che la difesa è un concetto che deve evolvere: meno difesa dei confini, più difesa della qualità delle relazioni in accordo con il “rispetto della vita”.
Disonorare la guerra nell'immaginario significa rendere il guerriero un anacronismo e il costruttore di pace l'eroe della modernità. Solo invertendo questa leva, da Thanatos a Eros, possiamo sperare di vivere in un mondo dove la sicurezza non sia la promessa della reciproca distruzione, ma il frutto di una costante, coraggiosa, inesausta pratica di pace, fondata sul ruolo attivo di obiettori e disobbedienti nonviolenti.
Note e Link per l'approfondimento
Sulla “Guerra giusta” e il DIFENSIVISMO:
Approfondire il concetto di Just War Theory attraverso gli scritti di Michael Walzer, Just and Unjust Wars.
Segnalo un incontro online su Zoom organizzato dall'amico Alfonso Navarra e la rete dei "Disarmisti esigenti" Domenica 12 luglio 2026 dalle ore 18:00 alle ore 20:00
QUI SEGUONO INTRODUZIONE DI ALFONSO NAVARRA E SCALETTA DELL'INCONTRO
Disonorare la Guerra: oltre il mito della deterrenza, verso una sicurezza comune sempre più disarmata
Premessa: Il 7 luglio come spartiacque
L'anniversario dell'adozione del Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari (TPNW), siglato il 7 luglio 2017, non rappresenta solo una ricorrenza diplomatica nel calendario delle Nazioni Unite. È, innanzitutto, un punto di rottura ontologico nella storia della politica internazionale. In un mondo che si illude di poter gestire l'apocalisse attraverso la minaccia della sua stessa realizzazione, il TPNW irrompe non come un mero accordo tecnico, ma come una delegittimazione morale radicale.
All'interno di alcuni settori del movimento "NO WAR" – spesso intrappolati in una retorica che invoca la pace senza però aver pienamente metabolizzato la radicalità del metodo nonviolento – circola un'idea nefasta: che la deterrenza nucleare abbia "garantito" la pace in Europa negli ultimi ottant'anni. Questa visione, oltre a essere storicamente infondata, è culturalmente pericolosa, poiché normalizza l'esistenza di strumenti di sterminio di massa come condizione necessaria per la stabilità. Disonorare la guerra oggi comporta con priorità assoluta smantellare questo mito. La pace post-1945 non è figlia del terrore atomico; è stata costruita nonostante esso, in una tensione costante in cui l'umanità ha sfiorato l'abisso per mere questioni di fortuna algoritmica o decisioni individuali eroiche.
I. La storiografia del mito: la "lunga pace" non esiste
La tesi secondo cui la deterrenza nucleare avrebbe preservato l'Europa dal conflitto dal 1945 ad oggi è un'illusione ottica prospettica. Chi sostiene questa tesi confonde l'assenza di un conflitto nucleare globale – un evento che, per definizione, non avrebbe lasciato storiografi a raccontarlo – con la "pace".
La realtà storica mostra che la deterrenza ha semplicemente traslato la violenza. Durante i decenni della Guerra Fredda, il continente europeo è rimasto in uno stato di sospensione armata, ma il resto del mondo ha bruciato nelle "guerre per procura". Dal Vietnam alla Corea, dall'Afghanistan all'Angola, l'equilibrio del terrore tra le due superpotenze ha garantito la "pace" nelle metropoli del Nord globale al prezzo di milioni di morti nel Sud del mondo.
Inoltre, la stabilità europea non è stata il risultato dell'equilibrio nucleare, ma di un complesso intreccio di ricostruzione economica, integrazione istituzionale (le radici dell'Unione Europea) e cambiamenti sociali interni. Attribuire la stabilità alla bomba atomica è un errore di attribuzione causale che sottovaluta la resilienza delle società civili e sopravvaluta la razionalità dei sistemi d'arma. La pace è un prodotto politico e sociale, mai un prodotto della minaccia di annientamento.
II. L'architettura dell'errore: perché la MAD è una finzione
La dottrina della Mutua Distruzione Assicurata (MAD) si basa su un postulato assiomatico: la razionalità assoluta dei decisori. Tuttavia, la storia tecnologica e politica smentisce regolarmente questa premessa. Il 26 settembre 1983 è la data che dovrebbe essere impressa in ogni manuale di sicurezza internazionale, in sostituzione di qualsiasi teoria strategica sulla deterrenza.
L'ONU l'ha ufficialmente impressa: è infatti la ricorrenza proclamata dall'Assemblea Generale per l'eliminazione totale delle armi nucleari.
Quel giorno del 1983, il sistema di allerta precoce sovietico segnalò il lancio di missili balistici intercontinentali statunitensi. Stanislav Petrov, l'ufficiale di turno, si trovò di fronte a una decisione di pochi minuti: seguire il protocollo (che imponeva di notificare il comando per un contrattacco nucleare immediato) o fidarsi del proprio intuito. Petrov capì che un attacco americano non sarebbe iniziato con soli cinque missili. La sua disobbedienza salvò il mondo.
Questo episodio evidenzia la vulnerabilità intrinseca dei sistemi d'arma:
Vulnerabilità tecnica: i sensori possono fallire, gli algoritmi possono interpretare segnali innocui come minacce mortali.
Logica del primo colpo: la deterrenza crea un incentivo perverso. Se temo che il mio avversario possa annientarmi, la strategia "razionale" è colpire per primo. Questo paradosso trasforma la difesa in aggressione potenziale.
Vulnerabilità operativa: la possibilità di intercettazione in volo (tecnologie anti-missile) non garantisce la sicurezza, ma esacerba la corsa agli armamenti, rendendo le testate nucleari ancora più necessarie per "bucare" le difese avversarie.
III. L'illusione tattica: "escalare per de-escalare"*
L'idea che l'arma nucleare possa avere un uso "circoscritto" è la nuova, pericolosa frontiera della follia bellica. La dottrina russa dell' "Escalare per de-escalare" – che prevede l'uso di una testata tattica per costringere l'avversario a desistere da un conflitto convenzionale – è la prova lampante di come la deterrenza sia degenerata in uno strumento di ricatto coercitivo.
Lo Stato russo, al pari del suo antagonista USA, presenta una dicotomia inquietante in materia. Mentre i testi ufficiali ancorano l'uso del nucleare a un'esclusiva natura difensiva e di sopravvivenza dello Stato, l'incoerenza tra questa retorica e la pratica delle esercitazioni militari suggerisce una visione del campo di battaglia in cui la soglia nucleare è, di fatto, molto più elastica e pericolosa di quanto i trattati lascino intendere.
Questo uso "tattico" è intrinsecamente fallimentare per due ragioni:
La natura dell'escalation: non esiste la certezza di una "guerra nucleare limitata". Una volta superata la soglia nucleare, la logica di mutua distruzione prende il sopravvento, annullando qualsiasi calcolo di "proporzionalità".
L'errore di valutazione: nella guerra in Ucraina, il brandire la minaccia nucleare non è servito a creare deterrenza, ma a normalizzare l'idea che l'arma nucleare sia un normale strumento di negoziazione politica. Quando la politica fallisce nel negoziare, essa si affida alla minaccia suprema; ma quando anche la minaccia suprema fallisce, l'unica via d'uscita per il decisore politico, incastrato nella propria narrazione virile, diventa l'azione.
* nota bene: la fonte primaria della postura nucleare russa sono i Fondamenti della politica statale della Federazione Russa nel campo della deterrenza nucleare (2020/2024). Al seguente link abbiamo in proposito un'analisi del FOI svedese:https://www.foi.se/rest-api/report/FOI%20Memo%208829
Per spiegare perché gli analisti parlano di "escalare per de-escalare", possiamo fare riferimento al lavoro di centri studi come lo Stimson Center o il SWP (Stiftung Wissenschaft und Politik). Essi evidenziano come la discrepanza tra la dottrina scritta e le esercitazioni militari che abbiamo segnalato suggerisca un ruolo più "attivo" dell'arma nucleare rispetto a quanto dichiarato.
IV. La sfida alla "cultura del Guerriero"
Il presupposto culturale che sostiene il complesso industriale-militare è l'idea di Forza assimilata esclusivamente alla Forza Armata. Questa è un'eredità patriarcale, il modello del "guerriero" la cui identità è definita dalla capacità di infliggere dolore e distruzione.
È qui che il movimento nonviolento deve trovare il suo coraggio. Dobbiamo sfidare questa visione. La realtà storica e politica odierna ci offre un modello alternativo: la Generazione Zeta in Asia. Dalle proteste in Thailandia e Myanmar fino alle lotte climatiche e civili in Corea del Sud e Taiwan, stiamo assistendo a una generazione che utilizza la rete, la mobilitazione di massa e la disobbedienza civile per ottenere risultati politici concreti. Essi non cercano la vittoria attraverso l'annientamento dell'avversario, ma attraverso la trasformazione del contesto sociale.
Questa è la Sicurezza Comune: il riconoscimento che la mia sicurezza non può essere costruita sulla distruzione dell'altro, perché, in un mondo interconnesso e nucleare, la sicurezza dell'altro è la condizione necessaria per la mia. La forza, intesa come capacità di risolvere conflitti senza ricorrere alla violenza, è la vera sfida alla "forza" fisica distruttiva.
Conclusione: disonorare la guerra nell'immaginario
L'anniversario del TPNW non deve essere solo un momento di celebrazione diplomatica, ma un impegno militante. Dobbiamo "disonorare la guerra" rendendo il modello del guerriero, con il suo corredo di bastoni evoluti in armi sempre più distruttive, non solo illegale secondo il diritto internazionale, ma socialmente imbarazzante e culturalmente obsoleto.
La deterrenza è una teologia del terrore che non salva vite, ma attende soltanto l'errore umano o algoritmico che porrà fine alla storia. Contrapporre la logica politica della Sicurezza Comune significa smettere di pensare alla difesa come a un muro di missili e iniziare a pensarla come a un ponte di relazioni diplomatiche e umane. La vera forza è la capacità di disarmare, non di armare.
__________________________________________
Scaletta Webinar: "Disonorare la guerra"
Data: 12 luglio 2026 - dalle ore 18:00 alle ore 20:00 - Promosso da:Disarmisti Esigenti con la collaborazione di Maschile PluraleTema: Percorsi e proposte per una maschilità di pace (discutendo il libro edito da MULTIMAGE).
Link su piattaforma Zoom per partecipare:
1. Introduzione e Contestualizzazione (10 minuti)
Benvenuto e presentazione: Breve introduzione di Alfonso Navarra agli obiettivi dell'incontro. Il legame con la pace disarmata, orientata dalla "nonviolenza poietica" e dalla "terrestrità" perseguite dai Disarmisti esigenti: viene brevemente illustrato come la lotta contro la guerra (e la priorità della denuclearizzazione) includerebbe il cambiamento della mentalità maschile con il superamento del modello del "guerriero vincente".
2. Presentazione del volume e di Maschile Plurale - 20 minuti di intervento di Marco Deriu
Chi è Maschile Plurale: viene presentata l'associazione (nata nel 2007) e l'impegno costante nella trasformazione dei paradigmi della mascolinità.
Oltre il "problema di genere": perché la critica al patriarcato e alla cultura della violenza è una questione centrale per la libertà e l'identità di tutti gli uomini.
Il libro: introduzione a "Disonorare la guerra": superare l'analisi puramente geopolitica per indagare le radici culturali della violenza bellica.
3. Interventi programmati di approfondimento tematico (8 minuti a testa = 40 minuti)
La guerra come cultura del nemico da superare: analisi della guerra su tre livelli (materiale, simbolico, antropologico) e la necessità di "disarmare l'immaginario". Relatore: Luigi Mosca
Il mito del "Future Warrior": riflessione sul soldato-macchina come prodotto tecnologico e culturale, e come la sua logica stia colonizzando anche l'immaginario femminile. Relatrice/Relatore proposta/o:
Il rovesciamento antropologico: dalla figura del guerriero al corpo accudente. La vulnerabilità come risorsa e non come debolezza.Relatrice/Relatore proposta/o:
L’obiezione di coscienza come pratica esistenziale: ampliamento del concetto di obiezione verso una dimensione ecopolitica: rifiutare non solo il fucile, ma il paradigma che trasforma tutto in strumento di guerra. Relatore proposta/o: Daniele Barbi
Il ponte con "I CARE": la lezione di ML King e Don Milani come modello di umanità dove la cura diventa atto di resistenza e giustizia. Relatrice/Relatore proposta/o:
4. Conversazione e convergenza strategica (40 minuti)
Interventi non programmati e domande del pubblico sui tre assi proposti:
Antropologia della pace: come costruire un corpo non militarizzato nella quotidianità?
Politica della cura: trasformare "I CARE" in principio organizzativo per i movimenti.
Immaginario e comunicazione: come narrare la nonviolenza senza moralismi?
5. Domanda strategica finale e giro di brevi interventi conclusivi (5 minuti a testa da parte di relatrici/relatori)
Lancio della sfida ai relatori:"Quale immagine concreta – simbolica o narrativa – potrebbe rappresentare il 'maschile accudente' come alternativa al modello del guerriero?"
Chi vuole costruire oggi una cultura di pace reale affronta due trappole insidiose. La prima è il pacifismo “slavato”, quello dell’ambulanza a guerra già iniziata. Esempi ne sono marce rituali o corpi civili accettati senza mai mettere in discussione l’ineluttabilità bellica. È una nonviolenza priva di strategia, che invoca la pace ma accetta la guerra come dato di fatto. Risultato? Non si scalfisce il potere, lo si anestetizza. La nonviolenza diventa un trucco di scena, non una chirurgia del sistema. La seconda trappola è il pacifismo “urlato”, che sacrifica l’autonomia etica. Qui la nonviolenza è usata come tecnica tattica, ma nei fatti è disprezzata. Ci si accoda a logiche fondamentaliste perdendo la bussola della coerenza. La nonviolenza smette di essere scelta morale per diventare mezzo intercambiabile.
Noi, Disarmisti Esigenti, indichiamo una netta via d’uscita: la Nonviolenza Poietica. Dal greco poiein: fare, creare innovando. Spostiamo il baricentro dal “dire” al “costruire”. Siamo officina, non vetrina. La nostra proposta si articola su tre mosse. Primo: essere “per”, non solo “contro”. Urlare contro un muro serve a poco; bisogna montare le impalcature per una casa. Serve competenza strategica. La nostra bussola è la Triade della Forza: Verità dei fatti, Amore come
intenzione nonviolenta, Pianificazione strategica come metodo. Solo così la nonviolenza diventa potere trasformativo.
Proponiamo come apripista il “Manuale di impatto disarmato”. Non un libro di riflessioni, ma un kit metodologico digitale e modulare. Serve a mappare le “connessioni belliche” del territorio: banche, aziende, atenei, fondi pensione. È un atto poietico perché fornisce impalcature concrete: individua flussi di denaro (Verità), valuta alternative sociali (Amore) e pianifica pressioni specifiche (Strategia). L’obiettivo è trasformare l’indignazione in dossier pronti per consigli comunali o assemblee aziendali.
Il Manuale, però, resta carta senza palestra. Serve il “Cantiere di mappatura delle complicità”: un hackathon itinerante dove, analizzando casi locali, produciamo piani operativi di disinvestimento. Il successo non si misura in like, ma in mozioni presentate, conti correnti chiusi, convenzioni revocate. Antidoto al pacifismo slavato: non chiediamo la pace in astratto, spostiamo risorse dalla guerra alla vita.
In questo solco nasce la Biblioteca della Nonviolenza. La immaginiamo in uno spazio fisico dedicato, un centro nevralgico di attivismo. È una biblioteca “strana”: non si prendono libri in prestito. Non circolano volumi, circola pensiero. Prestiamo tempo, attenzione, domande. La Sala Lettura è il nostro primo atto di resistenza alla fretta. Oggi la fretta è la forma di violenza più normalizzata, che corrode la nostra capacità di capire prima di agire. La nostra sala lettura è un luogo di opposizione. Tavoli di legno, luce calda, niente wifi urlato, nessuna scadenza. Capitini parlava di “liberazione dal tran-tran”. Noi la chiamiamo “immaginazione strategica”: per concepire un mondo senza guerra bisogna fermarsi abbastanza da poterlo immaginare. Qui i libri restano perché non sono oggetti da consumo, ma focolari. Se li porti via, la stanza si raffredda; se restano, la stanza diventa luogo di incontro.
Poi ci sono i Gruppi di Lettura assistiti, un esercizio di maieutica sociale. La scuola ci ha insegnato a subire i testi, delegando la comprensione. Noi ribaltiamo la forma. Non si legge a turno, si pratica la maieutica: il testo pone domande, il gruppo cerca risposte. Non serve preparazione accademica, solo un’insoddisfazione reale sul mondo. Partiamo dalle ferite quotidiane — l’impotenza davanti al conflitto, la falsità lavorativa — per interrogarci con i maestri della nonviolenza. Ogni incontro genera una traccia scritta, un biglietto appeso alla bacheca che, nel tempo, diverrà il vero catalogo delle domande che i cittadini si pongono. Il gruppo funziona perché è piccolo: sei posti, per ascoltarsi davvero.
Infine, lo Sportello Tesi: trasformare la laurea in un atto di nonviolenza. Gli studenti universitari vivono la violenza della delega: al relatore, all’algoritmo, all’ansia della “tesi perfetta”. Lo sportello non scrive tesi al posto di nessuno; sarebbe una violenza che espropria la voce dello studente. Noi aiutiamo a trovare la propria domanda scomoda. Trasformiamo l’insoddisfazione in ricerca rigorosa. Insegniamo a costruire strutture che reggano perché appartengono a chi le scrive. La tesi diventa un esercizio di nonviolenza verso se stessi (senza tortura), verso gli altri (sostenendo idee senza aggredire) e verso il sapere (costruendo conoscenza invece di accumulare nozioni). Uscirai con una scaletta tua, una bibliografia ragionata e la capacità di guardare il relatore negli occhi affermando: “Questa è la mia domanda, voglio lavorarci”.
“Senza prestiti” è, in definitiva, una scelta politica radicale. Il sistema dominante trasforma la cultura in mero consumo e il sapere in puro profitto curricolare. La Biblioteca della Nonviolenza risponde con la forma poietica. Non accumuliamo carta, alleniamo cittadini che sappiano fermarsi, pensare insieme e agire senza delegare. Un libro in prestito torna uguale a prima. Una persona che ha passato ore a confrontarsi, a trovare la propria domanda di tesi, non torna a casa uguale a prima. E se la persona cambia, cambiano anche le forme della polis.
Non stiamo conservando polvere, stiamo rigenerando tessuto sociale. Stiamo allenando cittadini che un giorno, quando si discuterà di futuro, di partecipazione o di comunità, non chiederanno rassegnati “che fa il Comune?”, ma diranno con forza “che facciamo noi?”.
La Biblioteca della Nonviolenza è aperta. La sala lettura è libera, lo sportello tesi è attivo su prenotazione, i gruppi attendono chi ha il coraggio di una domanda. Il libro è già aperto, il tavolo è pronto. Manca solo la tua sedia. Il tempo del dire è finito, inizia quello del fare, del costruire, del cambiare radicalmente le strutture. Insieme, passo dopo passo, trasformiamo l’indignazione in strategia, la testimonianza in metodo, il desiderio di pace in una realtà che possiamo toccare, misurare e finalmente vivere. Ti aspettiamo per scrivere questa storia nuova.
Non solo destra o sinistra: il ritorno del nucleare è un'agenda europea (e militare)
di Daniele Barbi
Il rilancio della discussione e delle scelte sull’”atomo civile” è guidato da diversi fattori. La guerra in Ucraina e i conflitti in Medio Oriente hanno fatto schizzare alle stelle i prezzi di petrolio e gas, ricordando ai paesi dell’Unione Europea la loro vulnerabilità energetica. Allo stesso tempo, la Commissione Europea, con Ursula von der Leyen, spinge per una "rinascita dell'atomo", definendo l'abbandono del nucleare un "errore strategico". Molti esperti però ricordano come questa scelta ci renderebbe di nuovo dipendenti dall’uranio, reperibile solo al di fuori della Comunità Europea.
Il dibattito sul ritorno al nucleare in Germania
La Germania ha completato il suo storico Atomausstieg (uscita dal nucleare) nell'aprile 2023, spegnendo gli ultimi tre reattori. Sembrava la parola fine su un capitolo energetico iniziato negli anni '60, ma oggi il dibattito si sta riaccendendo in modo significativo.
Il contesto attuale
Sul fronte internazionale, la Germania ha compiuto un passo importante: ha rinunciato ad opporsi alla tassonomia europea che classifica gli investimenti in nucleare come "sostenibili".
Si tratta di un cambio di rotta significativo che avvicina Berlino alla posizione della Francia, ferma sostenitrice del nucleare tanto civile che militare, praticamente con la sola eccezione del partito comunista per quanto riguarda le armi “atomiche”(Fabien Roussel).
Le posizioni in campo
In Germania le opinioni sono divise. Il cancelliere Friedrich Merz (CDU) definisce l'uscita dal nucleare un "grave errore strategico", ma al contempo la considera "irreversibile”. Una posizione che cerca di conciliare la critica al passato con la realtà politica attuale.
Diverso è l'approccio di Markus Söder (CSU), che propone progetti pilota con piccoli reattori modulari (SMR) in Baviera, presentandoli come energia pulita e sicura. Anche la AfD si è espressa chiaramente a favore del ritorno al nucleare, presentando due mozioni al Bundestag nel marzo 2026 per chiedere la riapertura dei reattori dismessi.
Sul fronte opposto, organizzazioni come ausgestrahlt mobilitano da anni l'opinione pubblica contro l'atomo. I loro argomenti si concentrano sui rischi di incidenti (come Fukushima e Chernobyl) e sul problema irrisolto delle scorie radioattive, che resterebbero pericolose per centinaia di migliaia di anni.
Prospettive future
La strada per un rilancio del nucleare tedesco appare in salita. Il consenso sociale per l'uscita dall'atomo rimane solido e lo smantellamento delle centrali è già iniziato. Tuttavia, l'evoluzione del dibattito europeo e le sfide della transizione energetica potrebbero aprire nuovi scenari, soprattutto se le tecnologie (tutte ancora da validare) di nuova generazione dimostreranno di superare i problemi che hanno portato all'abbandono dell'atomo in Germania.
LA VICENDA ITALIANA HA COME MOTORE L’EUROPA
Noi disarmisti esigenti poniamo l’accento sulla necessità di spostare il fuoco dal “se il nucleare conviene” al “chi decide e perché”. Sosteniamo con cognizione di causa che il motore del rilancio italiano sta a Bruxelles, e con l’avallo del centro-sinistra europeo, ed i passaggi chiave per questa tesi li mettiamo in fila, esplicitando la logica politica che ci sta dietro:
Il quadro giuridico nasce a Bruxelles, non a Roma
L’Italia non si è svegliata nel 2026 con la voglia di SMR. Il Net-Zero Industry Act è regolamento UE che ha inserito “tecnologie nucleari avanzate, SMR e reattori di IV generazione” tra le tecnologie strategiche per la decarbonizzazione.
Questo comporta:
- Corsie preferenziali: autorizzazioni accelerate, deroghe agli aiuti di Stato.
- SMR Valleys: zone industriali designate a livello europeo per concentrare filiera, ricerca, produzione.
- Obbligo politico: una volta che Bruxelles definisce “strategica” una tecnologia, gli Stati membri adeguano il diritto interno per non perdere fondi e posizionamento industriale.
La legge delega italiana sul “nucleare sostenibile” ricalca criteri e tempistiche del NZIA. Non inventa nulla: recepisce.
I numeri italiani sono la “quota” del piano UE, non un calcolo autonomo
Il Nuclear Illustrative Programme PINC 2026 della Commissione stima per l’UE 17-53 GW di SMR al 2050 e 241 mld di investimenti.
I 16 GW entro il 2050 annunciati dal governo Meloni cascano dentro quella forchetta. È la logica delle quote industriali europee: ogni paese si prende una fetta di filiera per non restare tagliato
fuori. Il MISE/Mase non ha fatto un piano fabbisogno nazionale dal basso: ha allineato l’Italia alla tabella di marcia di Bruxelles.
La maggioranza che regge questa linea a Bruxelles include il centro-sinistra
Von der Leyen è PPE, ma governa con una maggioranza Ursula: PPE + S&D + Renew.
Dati di fatto:
- S&D ha votato il NZIA con il nucleare dentro. Il gruppo dei socialisti e democratici europei non ha fatto barricate. Ha negoziato paletti su ciclo chiuso e IV generazione, ma ha avallato l’impianto.
- La Strategia SMR COM/2026/117 è atto della Commissione von der Leyen, sostenuta da quella maggioranza. Chiede agli Stati “standardizzazione” e filiere integrate. È esattamente il mandato che Pichetto Fratin mette nella delega.
- In Francia, Spagna, Europa dell’Est, i governi di centro-sinistra sono pro-nucleare. Il PSE non ha una linea anti-atomo: ce l’hanno i Verdi, che sono minoranza.
Quindi: il rilancio non è “destra italiana vs UE”. È “governo italiano che esegue un’agenda UE” già votata anche dal centro-sinistra europeo.
La giustificazione ufficiale UE è geopolitica, non solo climatica
Al Nuclear Energy Summit di marzo 2026, von der Leyen ha definito il nucleare “energia pulita prodotta in casa come carico di base”. Ma il cambio vero è la cornice: autonomia strategica vs Cina, Russia, USA.
La COM/2026/117 dice esplicitamente che gli SMR servono ad alimentare industrie “hard-to-abate” centrali per difesa e sovranità: acciaio, chimica pesante, data center per IA militare. È la “tecnologia della potenza” di cui parliamo: l’energia non è più solo bolletta, è infrastruttura per stare nel blocco di potere continentale.
Conclusione dialogica, senza polemica
Se mettiamo insieme i pezzi, abbiamo un ragionamento che fila così:
"Il governo italiano non sta improvvisando. Sta creando la base giuridica per agganciare l’Italia a 3 decisioni prese a Bruxelles: NZIA, strategia SMR, PINC 2026. Queste decisioni hanno il sostegno della maggioranza Ursula, quindi anche del centro-sinistra europeo. Il motore è lì perché è lì che si definisce cosa è 'strategico' per l’UE dei prossimi 30 anni: energia + industria + difesa insieme. Discutere solo di referendum italiani del 1987/2011 è fuorviante se non guardiamo il livello dove oggi si ridisegna l’architettura della potenza."
Questo sposta il dibattito da “nucleare sì/no” a “che ruolo accettiamo dentro questa architettura europea”. Ed è esattamente la battaglia politica che noi Disarmisti Esigenti invitiamo a portare avanti.
Perché questo fallimento, per la terza volta consecutiva, della Conferenza di revisione del Trattato di Non Proliferazione?
Con l'obiettivo di collegare le campagne ICAN e NFU incontriamo i diplomatici cinesi a Ginevra per promuovere iniziative risolutive in merito
di Luigi Mosca
La gravità della situazione globale, sotto la minaccia delle armi nucleari, di cui il deterioramento del TNP è un chiaro sintomo, richiede innanzitutto uno sforzo di analisi.
Perché il disarmo nucleare si sta rivelando così difficile, al punto che la proliferazione è ancora in aumento?
Forse una recente affermazione di Emmanuel Macron, “per essere liberi, bisogna essere temuti”, può aiutarci a comprenderlo: in effetti, quale modo migliore per essere temuti se non la minaccia (deterrenza) delle armi nucleari ? Anche se questo ci condurrà prima o poi all’apocalisse nucleare!
È questa “cultura del nemico”; (un approccio perdente-perdente) che tanti politici ci instillano quotidianamente attraverso i media mainstream a rendere difficile la transizione verso una “cultura della cooperazione”; (un approccio vincente-vincente) che potrebbe costituire la base di una pace giusta e duratura.
Il disarmo nucleare non può che iscriversi in un processo di questo tipo. Le organizzazioni pacifiste, e quindi contro la guerra, ovviamente non possono attuare il disarmo nucleare da sole, ma possono cercare di convincere gli Stati dotati di armi nucleari a farlo, facendo loro comprendere che è innanzitutto nel loro interesse.
A tal fine, possiamo sfruttare il fatto che gli Stati dotati di armi nucleari, così come i loro alleati, non costituiscono un fronte completamente omogeneo, ma che esistono differenze e opportunità da cogliere.
Questi Stati dotati di armi nucleari potrebbero quindi modificare le proprie posizioni, ad esempio proponendo, come primo passo, un trattato di “no first use”; (un impegno a non usare per primi delle armi nucleari), riattivando i trattati sul controllo e la limitazione degli armamenti nucleari attualmente spariti, contattando i quattro Stati dotati di armi nucleari che non sono parte del TNP (India, Pakistan, Israele e Corea del Nord) e partecipando alle Conferenze di revisione del TPNW (Trattato sulla proibizione delle armi nucleari), inizialmente in qualità di osservatori, ecc.
Particolarmente interessante è il caso della Cina, che non ha mai criticato il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (TPNW) e ha adottato una posizione quasi opposta (si veda ad esempio l’intervento di Xi Jinping alle Nazioni Unite il 18 gennaio 2017) e soprattutto ha mantenuto il proprio arsenale nucleare a un livello estremamente basso per decenni (20 volte inferiore a quello degli Stati Uniti o della Russia!).
Essa ha inoltre adottato sistematicamente nella propria dottrina nucleare, fin dall’inizio, il principio del “no first use”, che ha ripetutamente proposto anche agli altri Stati dotati di armi nucleari, chiedendo anche una drastica riduzione degli arsenali americani e russi come precondizione per un disarmo nucleare globale.
È solo a seguito del persistente rifiuto di queste proposte che la Cina ha recentemente intrapreso un incremento relativo del proprio arsenale nucleare.
Noi, organismi pacifisti, mettendoci insieme allo scopo, potremmo allora proporre alla Cina che, con il nostro esplicito appoggio, promuova iniziative trainanti e risolutive per trattati sul non primo uso delle armi nucleari. Per concordare la convergenza di mosse nei rispettivi ambiti riteniamo utile un incontro tra esponenti di organizzazioni disarmiste e la rappresentanza diplomatica del governo cinese presso l'Onu a Ginevra.
Tutto ciò contribuirà alla nostra preparazione alla Conferenza di revisione del TPNW che si terrà alle Nazioni Unite a New York dal 30 novembre al 4 dicembre prossimi.