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Blog comunicazione nonviolenta

Blog "COMUNICAZIONE NONVIOLENTA"

a cura di Alfonso Navarra, portavoce dei Disarmisti esigenti (cell. 340-0736871)

Sono un ANTIGIORNALISTA. QUI scriverò brevi comunicati indirizzati a chat e mailing list su internet. Anche ad organi di stampa, se necessario. Credo nella "rivoluzione disarmista": su questo sito web rifletterò anche sui principi e sulle pratiche del giornalismo nonviolento.

 

 

I TESTI DEGLI ARTICOLI

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Arte della guerra di Sun Tsu, arte della pace universale: omaggio a Gandhi - 24 gennaio 2026

Webinar organizzato dai Disarmisti esigenti (www.disarmistiesigenti.org) in occasione della Giornata Mondiale della Nonviolenza Venerdì 30 gennaio 2026 | Ore 18:00 - 20:00

Il 30 gennaio, anniversario del sacrificio di Mahatma Gandhi, assassinato da un nazionalista indù incapace di accettare la convivenza religiosa in India, il mondo si ferma per riflettere sul potere (e i limiti) della nonviolenza. In questa giornata, istituita dalle Nazioni Unite come momento di educazione alla pace, i Disarmisti esigenti vogliono proporre una riflessione audace: la pace non è un'aspirazione passiva, ma una scienza strategica da pianificare e portare avanti in modo organizzato.

Prendendo ispirazione dall'opera di Alberto L'Abate, il sociologo nonviolento promotore della prima Facoltà universitaria di Scienze della Pace in Italia, esploreremo il ribaltamento del classico di Sun Tzu, che pure rappresenta una difformità positiva rispetto al pensiero geopolitico corrente: se l'Occidente è spesso prigioniero dello schema "amico-nemico", l'eredità di Gandhi e la saggezza orientale ci offrono le basi per una vera Arte della pace, capace di elevare la nonviolenza a strategia operativa globale.

1. Visione e obiettivi

Vogliamo trasformare la percezione della pace da "ideale utopico" a strumento concreto di gestione dei conflitti:

  • Superare il mito della passività: dimostrare che la nonviolenza richiede un rigore e una pianificazione strategica superiori a quelli militari.
  • Sintesi strategica: unire la Satyagraha (la forza della Verità) di Gandhi con i principi del "vincere senza combattere" di Sun Tzu.
  • Rigenerazione politica: applicare le lenti sociologiche di Alberto L'Abate alle tensioni geopolitiche contemporanee.

2. Programma di massima del Webinar (le proposte di nomi dei relatori vanno confermate)

  • 18:00 – Apertura. Il seme della Nonviolenza poietica per la Terrestrità. Alfonso Navarra, coordinatore dei Disarmisti esigenti, introduce la figura di Gandhi e il significato profondo della Giornata Mondiale nel contesto attuale. L'alternativa della società per la giustizia sociale e ambientale al genocidio programmato della deterrenza nucleare.
  • 18:15 – La teoria. Ribaltare Sun Tzu. Focus sul pensiero di Alberto L'Abate: come trasformare la strategia militare in un'architettura di pace. Nomi proposto: Tonino Drago.
  • 18:25 – La cultura. Oltre il Nemico. Luigi Mosca analizza il pensiero strategico cinese e la via per trasformare l'antagonista in un partner cooperativo.
  • 18:35 – La diplomazia. Unire il Mondo. Paola Paesano (nome proposto in attesa di conferma) interviene sul possibile ruolo della diplomazia cinese nel progetto della "Costituzione della Terra".
  • 18:45 – La pratica. Le Armi della Pace. Daniele Barbi presenta le campagne dei pacifisti tedeschi e dei "Disarmisti Esigenti": esempi vivi di azione nonviolenta oggi.
  • 19:00 – La comunicazione. I gruppi di affinità. Paola Russo (nome da confermare) prospetta come creare una connessione empatica che permetta alla persone di risolvere i conflitti in modo che i bisogni di tutti siano soddisfatti.
  • 19:15 - Spazio al Dialogo. Domande del pubblico e dibattito aperto. Eventuali interventi programmati
  • 19:45 – Conclusioni: sintesi finale e impegni futuri a cura dei relatori.

3. I pilastri del confronto: Sun Tzu vs. Alberto L'Abate

Il webinar metterà in luce tre analogie fondamentali per una nuova dottrina della pace:

  1. L'intelligence di mente e cuore armonizzati: se per Sun Tzu è essenziale "conoscere il nemico", per manipolarlo ai fini dei propri obiettivi, per la nonviolenza è vitale la Satyagraha: comprendere le ragioni dell'altro per trovare una verità comune da sperimentare nella pratica.
  2. L'eccellenza suprema: Sun Tzu insegna che vincere senza combattere è l'apice dell'abilità. L'Abate traduce questa intuizione nella capacità preventiva di risolvere il conflitto prima che diventi distruzione.
  3. Sostenibilità delle risorse: mentre la guerra consuma e logora, la strategia della pace costruisce capitale sociale e fiducia, garantendo una stabilità duratura nel tempo.

"La nonviolenza è la più grande forza a disposizione dell'umanità. È più potente della più potente arma di distruzione che l'ingegno dell'uomo abbia mai inventato." – Mahatma Gand

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Report webinar: no al genocidio programmato della deterrenza nucleare - 23 gennaio 2026

Meeting assets dalla riunione Zoom per il 5° anniversario TPNW (base del testo fornita dall'AI)

Meeting assets for Riunione Zoom 5° anniversario TPNW are ready! - "Come sottrarci al genocidio programmato"

Meeting summary

Riepilogo rapido

La riunione ha trattato principalmente questioni relative alle armi nucleari e al disarmo, con discussioni approfondite sul Trattato di proibizione delle armi nucleari e le iniziative per la sua revisione. I partecipanti hanno esaminato la situazione nucleare globale, i rischi associati e le strategie per ridurre la proliferazione, incluse le proposte di emendamenti e la preparazione per la conferenza di revisione di New York prevista per novembre. La discussione ha anche toccato aspetti politici e culturali, inclusi le sfide della democrazia europea e la necessità di una maggiore sensibilizzazione pubblica sul pericolo nucleare.

Fasi successive - Riepilogo

Introduzione di Alfonso Navarra: lo scopo del webinar è cominciare a lavorare, con adeguato anticipo, insieme a Luigi Mosca e altri membri del gruppo, per preparare proposte di emendamenti al Trattato di proibizione delle armi nucleari da presentare alla conferenza di riesame di New York nel novembre 2026, con particolare attenzione all'inclusione di obblighi per Stati "collaborativi in transizione" (nuova categoria da istituire) e al collegamento della campagna ICAN con la campagna per il "no primo uso".

Daniele Barbi: si impegna a continuare il monitoraggio sulle iniziative in corso in Germania (contro la leva obbligatoria e installazione missili a medio raggio) e dare priorità all'informazione e alla mobilitazione sul tema New Start, considerata la scadenza imminente del 5 febbraio.

Luigi Mosca: ricorda la scadenza del 19 febbraio relativa alla formazione per allievi e insegnanti sul disarmo nucleare, in collaborazione con Patrizia Sterpetti e Patré. Occorre favorire lo scambio di informazioni tra le istituzioni francesi e la comunità italiana sulle richieste di riconoscimento e indennizzo per le popolazioni colpite dai test nucleari.

Tutti i partecipanti: parlano di preparare e condividere proposte concrete per la conferenza di riesame ONU di novembre 2026, con particolare attenzione a come rendere il Trattato più efficace e coinvolgere anche Stati NATO sensibili al tema disarmo nucleare.

Luigi Mosca: aggiornare il gruppo sulle ultime novità relative allo stato del Trattato New START e alle iniziative diplomatiche in corso tra USA, Russia, Cina, Francia e Regno Unito in merito al controllo e alla riduzione degli arsenali nucleari.

Alfonso Navarra e Luigi Mosca: esplorare la possibilità di formalizzare il reato di genocidio/umanicidio legato alla deterrenza nucleare e valutare la collaborazione con il gruppo internazionale di avvocati (es. lalana) per iniziative giuridiche presso la Corte penale internazionale.

Luigi Mosca: favorire la collaborazione tra le realtà francesi e italiane per accelerare il riconoscimento dei danni e l'indennizzo alle popolazioni colpite dagli esperimenti nucleari, anche attraverso la partecipazione a eventi e formazioni condivise.

Rafforzamento del Trattato anti-Nucleare

Alfonso Navarra introduce i due obiettivi fondamentali per rendere più valido il Trattato, proponendo di creare un collegamento con la campagna per il non primo uso dell'arma nucleare e di inserire obblighi per Stati in transizione con vincoli meno stringenti. Ha spiegato come la logica della deterrenza richieda non solo armi numeriche ma anche sistemi di allertizzazione e controllo efficaci, evidenziando i rischi tecnici e le sfide della dissuasione nucleare moderna. La discussione ha sottolineato come la paura del caso peggiore diventi più pericolosa in situazioni di sfiducia, quando le potenze nucleari devono mantenere costantemente la preparazione massima.

Situazione nucleare globale e pace

Alfonso ha tratteggiato la situazione nucleare globale, sottolineando la gravità del rischio di genocidio e umanicidio causato dalle armi nucleari. Ha evidenziato come la deterrenza nucleare non porti alla pace e come i pacifisti debbano sviluppare una visione più chiara basata sulla comune umanità. Il gruppo deve organizzare la propria delegazione alla conferenza di riesame per il 26 novembre a New York per rafforzare gli aspetti del diritto internazionale che servono a un mondo di pace.

Conseguenze degli esperimenti nucleari

Daniele Barbi ha trattato del legame tra sviluppo scientifico nucleare e armi, concentrandosi sui danni causati dagli esperimenti nucleari e le conseguenze a lungo termine per le popolazioni coinvolte. Ha evidenziato come le popolazioni colpite hanno richiesto risarcimenti, creando potenziali ostacoli per l'adesione al Trattato di proibizione delle armi nucleari da parte di alcuni Stati. Daniele ha menzionato l'incidente di Chernobyl del 1986 e quello di Fukushima del 2011, sottolineando l'importanza di ricordare questi eventi per evitare ripetizioni future.

Pericoli del rinascimento nucleare europeo

Daniele ha affrontato i pericoli del rinascimento nucleare in Europa, sottolineando che l'esplosione di una città nucleare potrebbe causare problemi maggiori rispetto alle armi convenzionali e che le radiazioni di Chernobyl non sono ancora completamente controllate dopo 40 anni. Ha spiegato come le centrali nucleari civili potrebbero essere utilizzate per scopi militari e ha evidenziato la necessità di un nuovo trattato per sostituire il Trattato Newstart che scade il 5 febbraio, poiché la paura del nucleare non è diminuita nonostante l'aumento dei conflitti. Daniele ha concluso che dovrebbero cercare di ridurre il numero di Stati con armi nucleari e limitare l'uso di queste armi, suggerendo che questo potrebbe essere decisivo per la sopravvivenza di tutti.

Disarmo nucleare e test francesi

Luigi Mosca ha citato i test nucleari condotti dalla Francia nel Sahara e in Polinesia francese negli ultimi decenni, spiegando come l'istituzione Aucer Battuir Désarmement abbia portato avanti un lavoro di sensibilizzazione e richiesta al governo francese per riconoscere le conseguenze ambientali e indennizzare le popolazioni colpite. Ha menzionato che Patrizia Sterpetti lo ha contattato per interventi su disarmo nucleare e ha organizzato una formazione per il 19 febbraio con allievi e insegnanti. Luigi ha anche discusso lo stato del recente trattato NEW START, spiegando che la Cina ha rifiutato di partecipare al gruppo di lavoro proposto dagli Stati Uniti per estendere il trattato, sostenendo che la proposta era ingiustificata dato il rapporto disproporzionato delle armi nucleari tra i paesi.

Trattato di proibizione delle armi nucleari

Luigi Mosca ha precisato lo stato attuale del Trattato di proibizione delle armi nucleari, evidenziando che 137 stati sono stati coinvolti nel trattato attraverso adozione, firma o ratifica, ma nessuno tra questi è uno Stato che possiede armi nucleari. Ha sottolineato che l'adesione al trattato non è semplicemente firmare un documento, ma comporta il disarmo effettivo con un calendario prestabilito. Luigi ha inoltre menzionato che alcuni stati della NATO come Paesi Bassi e Germania hanno mostrato interesse ma si sono tirati indietro a causa della loro appartenenza alla Alleanza e delle tensioni con la Russia.

Strategia disarmo nucleare internazionale

Luigi ha discusso la strategia per il disarmo nucleare, sottolineando che i paesi che possiedono armi nucleari dovrebbero essere i più interessati a eliminarle poiché sarebbero coinvolti in prima linea in caso di conflitto. Ha evidenziato il "fascino nucleare" che queste armi esercitano sui capi di Stato e ha discusso la situazione attuale della proliferazione, menzionando paesi come Corea del Sud, Giappone e Iran che cercano protezione sotto "ombrelli nucleari". Alfonso ha parlato dell'ansia nucleare che può affliggere l'opinione pubblica e ha sottolineato l'importanza della lotta culturale per il disarmo, citando l'appello Russell-Einstein. La discussione si è conclusa con l'impegno per la preparazione per la conferenza di riesame del trattato di proibizione alle armi nucleari prevista per novembre a New York.

Sensibilizzazione sul pericolo nucleare

Durante la riunione, Antonella di Legambiente ha chiesto se fosse realistico proporre un referendum contro le armi nucleari a livello europeo, considerando che molte forze politiche non si concentrano su questo tema. Cosimo Forleo ha annunciato un prossimo incontro il 19 febbraio alle 10:00 con testimonianze di due persone irradiate, un giapponese e un polinesiano, e ha menzionato che altri tre incontri si terranno nel marzo, aprile e maggio dalle 18:00 alle 20:00. Enrica Lomazzi ha sottolineato che la sensibilizzazione sul pericolo nucleare è ancora molto limitata e non viene percepita a livello popolare come una questione prioritaria. Paola Paesano ha proposto di approfondire l'aspetto culturale della dichiarazione del "non primo uso" nella dottrina cinese durante un prossimo incontro.

Basi teoriche del movimento pacifista

Alfonso evidenzia la necessità di una base culturale e teorica per il movimento pacifista, sottolineando l'importanza dell'intelligenza e dell'unione popolare come forze più potenti delle armi, tipiche della strategia nonviolenta. Ha evidenziato come l'articolo 11 della costituzione riconosca le limitazioni alla sovranità per un ordinamento internazionale che garantisca pace e giustizia tra le Nazioni, suggerendo che gli Stati dovrebbero essere visti come strumenti per la gestione comune della Terra piuttosto che come entità assolute. Cosimo propone di iniziare le future riunioni alle 18:00 per consentire ai partecipanti di cenare dopo.

Sfide della Democrazia europea

Daniele Barbi ha discusso le sfide della democrazia europea, sottolineando come l'Europa stia diventando sempre più autoritaria e poco democratica, con il Parlamento che svolge principalmente un ruolo di approvazione delle proposte della Commissione. Ha evidenziato l'importanza del concetto di solidarietà e della collaborazione, criticando l'attuale tendenza verso la formazione di comunità chiuse e protette. Daniele ha concluso enfatizzando la necessità di comunicare in modo non violento e cooperativo, promuovendo il consenso e la collaborazione piuttosto che l'aggressività nelle discussioni politiche.

Contributo italiano al TPNW

Il gruppo ha discusso il contributo italiano alla conferenza di revisione del Trattato di proibizione delle armi nucleari prevista a New York per novembre, con Luigi che ha proposto di avviare una riflessione collettiva per definire la posizione italiana. Antonella ha sottolineato l'importanza della formazione e sensibilizzazione prima di procedere con un referendum, evidenziando che molte persone non sono consapevoli dell'esistenza delle armi nucleari in Italia. Cosimo ha espresso preoccupazioni riguardo alla deriva aziendalistica del governo e alla necessità di un movimento pacifista indipendente che rappresenti gli astensionisti e i non votanti.

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Il numero ufficiale ad oggi degli Stati parte del TPNW è 74

da parte di Alfonso Navarra

Secondo i dati ufficiali aggiornati al 23 gennaio 2026 (consultabili sul sito della International Campaign to Abolish Nuclear Weapons - ICAN), lo stato delle ratifiche è il seguente:

  • 74 Stati Parte: il numero ufficiale di Stati che hanno ratificato o aderito al trattato è 74.
  • 95 Firmatari: il numero di Stati che hanno firmato il trattato (ma non tutti hanno ancora completato la ratifica) è salito a 95.

Perché c'è stata confusione tra 74 e 75?

Il numero 74 è diventato ufficiale verso la fine del 2025 (con la ratifica del Ghana avvenuta a settembre). Spesso la cifra "75" viene citata in anticipo quando un Paese (come ad esempio lo Zimbabwe o il Mozambico) annuncia di aver completato l'iter parlamentare interno, ma il numero "ufficiale" per il diritto internazionale aumenta solo nel momento in cui lo strumento di ratifica viene fisicamente depositato presso il Segretariato delle Nazioni Unite a New York.

Proprio ieri, in occasione del quinto anniversario, ICAN ha sottolineato come il fronte dei sostenitori stia continuando a crescere, nonostante le pressioni contrarie delle potenze nucleari.

Nell'occasione, abbiamo svolto, come Disarmisti esigenti, su piattaforma Zoom, il webinar intitolato: 5 anni di TPNW: come sottrarsi ad un genocidio programmato - Le vie del Disarmo di fronte alle crisi globali nel 2026.

Daremo presto il link per scaricare la registrazione.

Materiale per il webinar organizzato dai disarmisti esigenti.
https://www.disarmistiesigenti.org/2026/01/17/5annitpnwcomesottrarsialladeterrenza/

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I kurdi sotto attacco nel Rojava fronteggiano il ritorno del terrore - 21 gennaio 2026

L'assedio al Rojava e il ritorno del terrore

1. L'attacco a Kobane: il simbolo sotto assedio

Dalle prime ore del 20 gennaio 2026, la città di Kobane è oggetto di una massiccia offensiva condotta da milizie affiliate al governo di Damasco e gruppi islamisti radicali. Le SDF riportano pesanti scontri nell'asse di Sarrin (a sud della città). Kobane non è solo un obiettivo strategico, ma il cuore simbolico della resistenza che nel 2014 sconfisse l'ISIS; vederla cadere oggi significherebbe la fine politica dell'autonomia curda.

2. Evasioni di massa e caos nelle carceri ISIS

La situazione più allarmante riguarda la sicurezza dei centri di detenzione. Nel caos dell'avanzata governativa:

  • Prigione di Shaddadi: è stato confermato che circa 120 miliziani dell'ISIS sono evasi dopo attacchi coordinati. Le autorità curde sono riuscite a catturarne solo una parte, mentre decine di terroristi sono in fuga.
  • Campo di Al-Hol: le SDF hanno annunciato il ritiro dal perimetro sud del campo, citando "l'indifferenza internazionale". Al-Hol ospita decine di migliaia di affiliati all'ISIS; il venir meno del controllo curdo rischia di trasformarsi in una liberazione di massa controllata dai jihadisti o dalle forze di Damasco.

3. La "resa forzata" e l'accordo di integrazione

Sotto la pressione militare e diplomatica (inclusa quella statunitense), la leadership curda ha dovuto firmare un accordo di 14 punti che prevede:

  • Il ritiro delle armi pesanti da Kobane.
  • L'integrazione individuale dei combattenti SDF nell'esercito regolare siriano.
  • Il passaggio della gestione dei prigionieri ISIS al governo centrale di Damasco, sollevando dubbi atroci sulla futura impunità dei jihadisti in cambio di fedeltà al regime.

4. Emergenza umanitaria e "crimini d'odio"

Si moltiplicano le segnalazioni di esecuzioni extragiudiziali di combattenti delle YPJ (Unità di Protezione delle Donne) e violenze sistematiche contro i civili nelle aree recentemente occupate. Più di 500 famiglie curde sono in fuga verso est per evitare rastrellamenti.

5. L'Appello dei "Disarmisti Esigenti"

Il comunicato dovrebbe sottolineare come l'abbandono della resistenza curda non sia solo un tradimento verso chi ha versato sangue per la sicurezza globale, ma un errore strategico che sta regalando all'ISIS il "vuoto di potere" necessario per ricostituirsi.

Dovrebbe anche evidenziare come il confederalismo democratico meriti una attenzione particolare, in quanto tentativo di costruire una società migliore di carattere autogestionario, indirizzata alla giustizia sociale e al rispetto ecologico del territorio, con ruolo libero delle donne.

In questo senso la resistenza kurda supera i dubbi che può suscitare la resistenza palestinese, sotto l'egemonia di Hamas a Gaza chiaramente eterodiretta da una potenza straniera reazionaria.

COMUNICATO STAMPA - DISARMISTI ESIGENTI

DATA: 21 Gennaio 2026 OGGETTO: Difendere il Rojava: un dovere della nonviolenza pragmatica e del diritto internazionale

Noi, Disarmisti Esigenti, lanciamo un appello urgente alla società civile e ai media. La città di Kobane e l'esperienza del Rojava sono sotto attacco. Non siamo di fronte a un semplice scontro militare, ma al tentativo di annientare un modello di convivenza civile che rappresenta l'unica alternativa concreta alla barbarie nel Vicino Oriente.

1. La Resistenza kurda e la nonviolenza pragmatica

Come Disarmisti, la nostra posizione non è di pacifismo passivo, ma di nonviolenza pragmatica. Riconosciamo nella resistenza delle SDF e delle unità di autodifesa (YPG/YPJ) una forma di forza che si discosta radicalmente dalla logica bellica tradizionale:

  • Forza difensiva, non offensiva: la resistenza curda non mira alla conquista territoriale o alla sottomissione di altri popoli, ma alla protezione della vita e delle infrastrutture civili. È una forza di interdizione contro il genocidio.
  • Rispetto del diritto internazionale: a differenza di attori statali e para-statali della regione, le forze del Rojava hanno dimostrato una costante adesione alle convenzioni internazionali, proteggendo le minoranze e gestendo i prigionieri di guerra in condizioni di trasparenza, nonostante l'abbandono della comunità globale.
  • Superamento della "forma bellica": la difesa armata nel Rojava è subordinata alla politica e al sociale. Non è l'esercito che controlla la società, ma la società autogestita che esprime una forza di difesa per proteggere il proprio esperimento di libertà.

2. Il Confederalismo Democratico: oltre l'egemonia integrale

Sosteniamo la resistenza curda perché ha saputo superare le ambiguità che spesso paralizzano il sostegno internazionale ad altre lotte. Mentre altre resistenze sono cadute sotto l'egemonia di forze autoritarie o teocratiche (come nel caso di Hamas a Gaza), il Rojava ha costruito:

  • Laicità e pluralismo: una casa comune per curdi, arabi e cristiani.
  • Liberazione delle donne: non come slogan, ma come pratica quotidiana di potere condiviso.
  • Autogestione: un sistema che dimostra come sia possibile organizzare la vita collettiva senza la centralizzazione oppressiva dello Stato-nazione.

3. Il tradimento strategico e il rischio ISIS

L'abbandono di Kobane è un errore strategico imperdonabile. Le recenti evasioni di massa di miliziani dell'ISIS dalle prigioni (come a Shaddadi) dimostrano che la distruzione dell'autonomia curda apre un varco al terrorismo globale. Chi permette l'annientamento delle SDF sta firmando la cambiale per i futuri attentati nelle nostre città.

4. Il nostro appello alle istituzioni e alla stampa

Chiediamo un impegno immediato per:

  1. riconoscimento politico: sottrarre il rojava all'isolamento diplomatico e riconoscerlo come esperimento di pace da proteggere.
  2. protezione internazionale: chiedere l'istituzione di una no-fly zone o di corridoi umanitari protetti per impedire il massacro a Kobane.
  3. solidarietà attiva: invitiamo i movimenti per la pace e il disarmo a comprendere che difendere Kobane significa difendere la possibilità stessa di un mondo disarmato, poiché solo dove regna il diritto e l'autogestione la guerra diventa obsoleta.

Non permetteremo che l'unica luce di democrazia reale in Siria e forse nell'intero Medio Oriente venga spenta dal cinismo delle potenze mondiali.

I Disarmisti Esigenti

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Nucleare news a fine 2025, inizio 2026. I "Dinosauri" gemelli, militare e civile, rifiutano di estinguersi ... 21 gennaio 2026

Materiale per il webinar organizzato dai Disarmisti esigenti il 22 gennaio 2026.

https://www.disarmistiesigenti.org/2026/01/17/5annitpnwcomesottrarsialladeterrenza/

TPNW - TRATTATO DI PROIBIZIONE DELLE ARMI NUCLEARI - 5 anni dall'entrata in vigore
Webinar | 5 anni di TPNW: come sottrarsi ad un genocidio programmato

Le vie del Disarmo di fronte alle crisi globali nel 2026.

Data: 22 gennaio 2026 Promosso da: Disarmisti Esigenti
dalle ore 19:00 alle ore 21:00
Link per collegarsi:
https://us06web.zoom.us/j/86727209364?pwd=6TWsom1fbngWzZjvmWDhLA7aN9x9Hq.1
Introduzione: Alfonso Navarra, Daniele Barbi, Luigi Mosca

Il periodo a cavallo tra la fine segna un momento critico per il panorama nucleare mondiale, caratterizzato da un'estrema tensione sul fronte militare e da un'accelerazione senza precedenti nel settore civile.

Ecco i fatti principali del bimestre a cavallo tra la fine del 2025 e l'inizio del 2026:

  • La fine dei patti: l'incognita del vuoto legale tra USA e Russia dopo la scadenza dei trattati.
  • L'atomo per i dati: l'alleanza tra il nucleare civile e i giganti dell'Intelligenza Artificiale.
  • Le rotte d'Oriente: Il nervosismo tra Iran e Corea del Sud, dove l'atomo torna a essere merce di scambio e di difesa.

L'osservazione dei Disarmisti esigenti: "Fa una certa impressione pensare a questi grandi apparati, a queste potenze che si sfidano con armi capaci di cancellare tutto, mentre la vita della povera gente continua nel suo ritmo consueto, fatta di piccole fatiche e di speranze modeste. Forse la vera tragedia non è solo la minaccia della bomba, ma l'indifferenza con cui l'essere umano accetta che il proprio destino sia deciso in uffici lontani, sopra la sua testa, come se la pace fosse un lusso che non ci possiamo più permettere".

Ecco, in sintesi, le notizie più recenti e rilevanti:

1. Sicurezza e armamenti: Il "vuoto strategico" del 2026

La notizia più allarmante riguarda il controllo delle armi atomiche. Il 5 febbraio 2026 scadrà formalmente il trattato New START, l'ultimo accordo rimasto tra Stati Uniti e Russia per limitare le testate nucleari strategiche.

  • Scadenza del New START: a gennaio 2026, gli analisti avvertono che, per la prima volta in 35 anni, non ci sarà alcun limite legale o sistema di ispezione reciproca tra le due superpotenze.
  • Test e nuove tecnologie: Nel gennaio 2026 sono emersi dettagli sui collaudi del missile russo Burevestnik (a propulsione nucleare e portata illimitata) e del drone sottomarino Poseidon. Contemporaneamente, negli USA si discute della possibilità di riprendere i test nucleari sotterranei, un'ipotesi sollevata dall'amministrazione Trump.
  • L'espansione cinese: immagini satellitari analizzate a inizio 2026 confermano che la Cina ha accelerato l'espansione del proprio arsenale, puntando a raggiungere 1.000 testate entro il 2030.
  • Doomsday Clock: nel gennaio 2026, l'Orologio dell'Apocalisse rimane fermo a una distanza critica dalla mezzanotte, riflettendo il rischio di escalation in Ucraina e Medio Oriente.

2. Nucleare civile: la "triplicazione" e i nuovi Big Tech

Mentre il fronte militare è teso, il nucleare civile sta vivendo una rinascita spinta dalla crisi climatica e dai bisogni energetici dell'Intelligenza Artificiale.

  • Forum di Davos (gennaio 2026): durante il World Economic Forum, la World Nuclear Association ha presentato dati secondo cui i target nazionali per il nuovo nucleare potrebbero addirittura superare l'obiettivo di "triplicare la capacità globale entro il 2050" fissato alla COP28.
  • Accordi Big Tech: tra dicembre 2025 e gennaio 2026, giganti come Meta e Microsoft hanno formalizzato nuovi accordi per l'acquisto di energia nucleare dedicata ai loro data center, accelerando lo sviluppo dei SMR (Small Modular Reactors), i piccoli reattori modulari.
  • Italia e Mercosur: a gennaio 2026, il governo italiano ha ribadito la volontà di sbloccare il potenziale nucleare nazionale, inserendo la ricerca sui reattori di quarta generazione tra le priorità strategiche per la transizione energetica.

3. Tensioni regionali: Iran e Corea del Sud

  • Crisi Iraniana: nel gennaio 2026, a seguito di vaste proteste interne in Iran, il Regno Unito e l'UE hanno varato nuove sanzioni mirate a colpire le industrie che supportano l'escalation nucleare di Teheran, citando il rischio che il paese possa raggiungere la capacità di produrre un ordigno in tempi brevi.
  • Sottomarini nucleari a Seoul: una dichiarazione di supporto degli Stati Uniti alla Corea del Sud per lo sviluppo di sottomarini a propulsione nucleare ha scatenato forti proteste da parte della Corea del Nord, che parla di un "effetto domino" nucleare in Asia.

4. Quadro aggiornato degli investimenti

È un panorama che sembra diviso in due: da un lato la spesa imponente per le armi, che ha raggiunto vette mai viste dalla Guerra Fredda, e dall'altro la corsa "disperata" delle aziende tecnologiche verso l'atomo per alimentare l'Intelligenza Artificiale.

4.1. Il Nucleare Militare: Il "Club dei 100 miliardi"

Secondo il rapporto ICAN (pubblicato a giugno 2025 e aggiornato con le proiezioni per l'inizio del 2026), la spesa globale per gli arsenali nucleari ha superato i 100 miliardi di dollari annui.

  • Il primato americano: gli Stati Uniti guidano la classifica con oltre 56 miliardi di dollari stanziati nel 2025. Il Congressional Budget Office (CBO) stima che tra il 2025 e il 2034 gli USA spenderanno complessivamente 946 miliardi di dollari per modernizzare la loro triade nucleare.
  • La crescita cinese: Pechino è al secondo posto con circa 12,5 miliardi, in una fase di espansione accelerata che mira a raggiungere la parità strategica con USA e Russia entro il 2030.
  • L'indotto industriale: circa 20 grandi aziende della difesa (come Lockheed Martin e Northrop Grumman) hanno beneficiato di nuovi contratti per miliardi di dollari tra la fine del 2025 e gennaio 2026.
  • Il costo per l'Italia: per mantenere le basi e i vettori che ospitano le testate americane B61-12 sul nostro territorio, la spesa stimata si aggira intorno al mezzo miliardo di euro l'anno.

4.2. Il nucleare civile: La spinta di "Big Tech" e AI

A differenza del passato, oggi i principali investitori nel nucleare civile non sono solo gli Stati, ma i colossi del web che hanno bisogno di energia costante (baseload) per i loro data center.

  • Meta (gennaio 2026): Zuckerberg ha annunciato un accordo monumentale con TerraPower (di Bill Gates) per costruire due reattori da 690 MW entro il 2032, con l'opzione di arrivare a otto reattori totali.
  • Microsoft e Amazon: tra dicembre 2025 e l'inizio del 2026 hanno finalizzato investimenti massicci per riattivare vecchie centrali (come quella di Three Mile Island) e sviluppare i primi SMR (Small Modular Reactors).
  • Investimenti in Italia: anche se non abbiamo centrali, nel biennio 2025-2026 sono previsti oltre 10 miliardi di euro di investimenti nel settore dei data center (soprattutto in Lombardia), molti dei quali legati a future strategie di approvvigionamento energetico "pulito" e stabile.

4.3. La fusione nucleare: oltre la fissione

  • Privati alla riscossa: gli investimenti privati nella fusione nucleare (il processo che alimenta le stelle) hanno superato i 10 miliardi di dollari a inizio 2026. Non è più solo scienza accademica, ma una scommessa industriale a lungo termine.

5. Artico radioattivo

Proprio in queste ultime settimane, tra dicembre 2025 e gennaio 2026, l'Artico è diventato il palcoscenico di quello che i giornali chiamano il "Caso Groenlandia". Non si tratta solo di geopolitica, ma di un progetto tecnologico imponente che mescola difesa spaziale e deterrenza nucleare.

Ecco i dettagli su questo nuovo "scudo" che sta ridisegnando gli equilibri del Nord.

5.1. Il progetto "Golden Dome" (Cupola d'Oro)

Il presidente degli Stati Uniti ha ufficialmente lanciato il programma Golden Dome, un'evoluzione radicale della difesa missilistica che vede nella Groenlandia il suo perno fondamentale.

  • Perché l'Artico? La rotta più breve per un missile balistico intercontinentale (ICBM) che parta dalla Russia o dalla Cina verso gli Stati Uniti passa proprio sopra il Polo Nord.
  • Vedere prima per colpire meglio: posizionando nuovi super-radar a lungo raggio (LPAR) sulla calotta polare, gli USA possono individuare un lancio quando il missile è ancora nella sua fase di volo spaziale ("mid-course"), guadagnando minuti preziosi per l'intercettazione.
  • Investimenti: il Congresso ha già stanziato i primi 25 miliardi di dollari (su un costo stimato che potrebbe sfiorare i 542 miliardi in vent'anni) per integrare questi radar con una nuova costellazione di satelliti in orbita bassa e intercettori ipersonici.

5.2. La crisi diplomatica e militare in Groenlandia

La volontà americana di controllare militarmente (e pare proprio di acquistare e/o annettere) la Groenlandia ha scatenato una reazione a catena nel gennaio 2026:

  • Missione "Arctic Endurance": per rispondere alle pressioni di Washington, la Danimarca ha promosso una missione militare congiunta. Proprio pochi giorni fa, a metà gennaio, i primi soldati francesi e tedeschi sono arrivati a Nuuk per presidiare le infrastrutture strategiche e riaffermare la sovranità europea.
  • La base di Pituffik: la storica base di Thule (oggi Pituffik Space Base) è stata posta in stato di massima allerta. I suoi radar di allerta precoce sono stati aggiornati per distinguere, tramite l'intelligenza artificiale, tra testate vere e "esche" (falsi bersagli).

5.3. Il ruolo delle aziende e dell'Italia

Anche l'industria italiana sta guardando con attenzione al "Grande Nord".

  • Difesa e Spazio: aziende come Leonardo e Fincantieri sono citate nei piani strategici di inizio 2026 per la fornitura di tecnologie radar e navi in grado di operare in ambienti estremi.
  • Dual-use: l'interesse non è solo militare; lo "scudo" richiede una rete di comunicazioni satellitari costante (come i nuovi sistemi COSMO-SkyMed di seconda generazione), utile anche per monitorare lo scioglimento dei ghiacci e le nuove rotte commerciali.

6. La centrale di Chernobyl torna a fare tremare a 40 anni dall'incidente

A quasi 40 anni dal disastro del 1986, l'area di Chernobyl in Ucraina torna a preoccupare per fattori esterni legati alla guerra:

6.1. Blackout Elettrico (20 Gennaio 2026): in seguito a massicci attacchi russi alle infrastrutture energetiche ucraine, la centrale ha perso temporaneamente ogni alimentazione elettrica esterna. L'energia è fondamentale per i sistemi di raffreddamento e per il monitoraggio dei materiali radioattivi.

6.2. Danni al "New Safe Confinement": le missioni dell'AIEA (Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica) hanno documentato danni strutturali causati da droni sulla "Arco", la gigantesca struttura di contenimento costruita sopra il reattore 4 per prevenire la fuoriuscita di polveri radioattive.

6.3 Rischi di sicurezza nucleare: nonostante il ripristino dell'elettricità dopo alcune ore di blackout, l'AIEA ha espresso forte preoccupazione per la vulnerabilità delle sottostazioni elettriche che alimentano il sito, definendole "vitali per la sicurezza nucleare".

6.4 Livelli di radiazione: al momento, le autorità ucraine e gli osservatori internazionali confermano che i livelli di radiazione nella zona di esclusione rimangono entro i limiti di sicurezza stabiliti post-incidente, ma l'instabilità militare rende il monitoraggio costante estremamente difficile.

6.5 Stato del combustibile: all'interno del reattore 4, il combustibile nucleare esausto e i materiali fusi (corio) richiedono una gestione continua per evitare reazioni di fissione spontanea, un processo che dipende dalla stabilità delle infrastrutture di contenimento.

7. Nucleare civile in grande sviluppo

Il panorama del nucleare civile a inizio 2026 è in una fase di fermento che non si vedeva dagli anni '70. La spinta non viene solo dalla necessità di energia pulita, ma anche, come si diceva, dalla fame insaziabile di elettricità dei data center per l'Intelligenza Artificiale.

Ecco il quadro dettagliato suddiviso per aree geografiche:

7.1. Nel mondo: il dominio dell'Asia

Il baricentro del nucleare si è spostato decisamente a Oriente. Nel gennaio 2026, si contano circa 60 reattori in costruzione a livello globale.

  • Giappone: la notizia più clamorosa di gennaio 2026 è l'annuncio della riaccensione della centrale di Kashiwazaki-Kariwa, la più grande del mondo (8,2 GW). È un segnale storico: il Giappone archivia definitivamente il trauma post-Fukushima per necessità energetica.
  • Cina: rimane il cantiere del mondo con 29 reattori in fase di edificazione. Pechino punta a superare gli Stati Uniti come capacità installata entro il 2030.
  • Emirati Arabi e Turchia: la centrale di Barakah è ormai pienamente operativa, mentre in Turchia prosegue a ritmo serrato il progetto di Akkuyu (quattro reattori russi VVER-1200), con il primo reattore che entra in fase di test finale proprio in queste settimane.

7.2. In Europa: la "Rinascita" e la strategia SMR

L'Europa è divisa, ma la fazione pro-nucleare è in forte accelerazione. La Commissione Europea pubblicherà nella prima metà del 2026 la sua Strategia ufficiale sugli SMR (Small Modular Reactors).

  • Francia: il governo ha confermato l'intenzione di costruire fino a 14 nuovi reattori EPR2. Nel gennaio 2026 è stata ribadita la necessità di installare 13 GW supplementari post-2026 per decarbonizzare l'industria pesante.
  • Repubblica Ceca e Polonia: sono i nuovi protagonisti. Praga ha dato il via libera a nuovi reattori a Dukovany, mentre la Polonia ha finalizzato gli accordi per la sua prima centrale nucleare (tecnologia Westinghouse), con l'obiettivo di iniziare i lavori nel 2026-2027.
  • Slovacchia: a inizio 2026 il reattore Mochovce 4 è prossimo all'operatività commerciale, rendendo il Paese quasi totalmente indipendente dal punto di vista elettrico.

7.3. In Italia: dalla ricerca alla Legge delega

L'Italia sta vivendo un "ritorno freddo" ma tecnico, puntando tutto sulle nuove generazioni di reattori.

  • Quadro Legislativo: dopo l'approvazione del disegno di legge delega nell'ottobre 2025, il 2026 è l'anno dei decreti attuativi. Il governo mira a definire un Codice Nucleare entro l'anno per regolare la produzione da fonti "sostenibili" (SMR e quarta generazione).
  • Progetto Newcleo: la startup italiana guidata da Stefano Buono ha annunciato che nel 2026 sarà pronto "Precursor", un prototipo nucleare (non energetico) sviluppato con l'ENEA per testare il raffreddamento a piombo liquido.
  • Obiettivo 2040-2050: i piani del Ministero dell'Ambiente prevedono che il nucleare possa coprire tra l'11% e il 22% del mix elettrico nazionale entro il 2050, con i primi reattori commerciali operativi intorno al 2035-2040.

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E' urgente il rinnovo del NEW START

19.01.2026

Webinar | 5 anni di TPNW: come sottrarsi ad un genocidio programmato.

Le vie del Disarmo di fronte alle crisi globali nel 2026.

Data: 22 gennaio 2026 Promosso da: Disarmisti Esigenti

dalle ore 19:00 alle ore 21:00

Info: www.disarmistiesigenti.org - cell. 340-0736871

Link per collegarsi:

https://us06web.zoom.us/j/86727209364?pwd=6TWsom1fbngWzZjvmWDhLA7aN9x9Hq.1

Introduzione: Alfonso Navarra, Daniele Barbi, Luigi Mosca

Il 22 gennaio 2026 celebriamo il quinto anniversario dell'entrata in vigore del TPNW (Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari). Questo strumento giuridico a livello internazionale non è solo una norma tecnica, ma una scelta etica: dichiara le armi atomiche illegali e moralmente inaccettabili.

Adottato il 7 luglio del 2017, questo Trattato è entrato in vigore il novantesimo giorno dalla 50esima ratifica, quella effettuata il 24 ottobre 2020, dallo Stato dell'Honduras. I numeri ci parlano di 75 Stati ratificanti + 20 firmatari del Trattato. Siamo al 30% circa della popolazione mondiale, esprimente la volontà di disarmo soprattutto del Sud del mondo. Ma siamo convinti che anche tra i popoli degli Stati nucleari, inclusi gli Stati che collaborano alla condivisione nucleare NATO (l'Italia contribuisce con le basi di Ghedi ed Aviano), un referendum sancirebbe la vittoria di chi preferirebbe un disarmo nucleare totale quanto prima possibile.

Noi, Disarmisti esigenti, tra i membri italiani della Campagna ICAN (International Campaign to Abolish Nuclear weapons), ci battiamo perché la deterrenza nucleare non sia vista solo come "follia", ma sia additata e punita quale "genocidio programmato": un crimine contro l'umanità da perseguire tramite la Corte penale internazionale.

Le proposte dei Disarmisti esigenti

In vista della prossima Conferenza degli Stati Parte del TPNW, presenteremo le nostre proposte centrali, alla cui base sta una visione di "nonviolenza poietica" e la "strategia di trasformare i nemici in amici":

  1. Collegamento ICAN - NFU: sinergia tra la campagna per il trattato di proibizione e le politiche di No First Use (Non Primo Utilizzo).
  2. Rinnovo del New Start che scade il 5 febbraio 2026
  3. Helsinki 2: rilanciare un grande processo di sicurezza e cooperazione europea.
  4. WMDFZ in Medio Oriente: sostegno alla creazione di una Zona libera da armi di distruzione di massa.
  5. Stop agli Euromissili: una mobilitazione urgente contro il ritorno dei missili a medio raggio in Europa.
  6. Costituzione della Terra: un ordine giuridico globale per proteggere i diritti umani, la pace e la biosfera dell'intero pianeta.

RIPORTIAMO IN FONDO A QUESTA PAGINA, CON UN COMMENTO, I DATI SULLA POPOLAZIONE DEGLI STATI RATIFICANTI IL TPNW

Abbiamo aggiunto come proposta urgente il rinnovo del NEW START, l'ultimo grande trattato di controllo degli armamenti nucleari tra Stati Uniti e Russia: limita il numero di armi strategiche dispiegate e prevede ispezioni e scambi di dati per verificare il rispetto degli impegni. È in vigore dal 2011 ed è stato prorogato fino al 2026, con scadenza appunto in febbraio, anche se la Russia ne ha sospeso l'applicazione nel 2023.

Ecco, in sintesi, cosa prevede questo Trattato:

 

  • Limite a 1.550 testate nucleari strategiche dispiegate per ciascun Paese

  • Massimo 700 vettori dispiegati (missili balistici intercontinentali, missili lanciati da sottomarini, bombardieri pesanti)

  • Massimo 800 lanciatori complessivi (dispiegati + non dispiegati)

  • Ispezioni sul campo, scambi di dati e notifiche continue per verificare la conformità.

 

La sua importanza particolare sta nel fatto che è l'ultimo trattato rimasto che limita direttamente gli arsenali nucleari di USA e Russia, che insieme detengono circa il 90% delle testate mondiali. Senza un rinnovo o un accordo successivo, dal 2026 non ci saranno più limiti verificabili alle armi nucleari strategiche delle due potenze.

Facendo una ricerca su Internet si trovano le seguenti notizie:

Il 22 settembre, Putin ha segnalato che la Russia voleva una proroga di un anno. Trump ha commentato il 5 ottobre che sembrava "una buona idea", ma gli Stati Uniti non hanno risposto ufficialmente.

  • https://www.armscontrol.org/pressroom/2025-10/press-release-100-days-expiration-last-us-russian-nuclear-arms-limitation-treaty

Un diplomatico russo ha dichiarato il 31 dicembre: "Ci aspettiamo che gli americani alla fine rispondano all'iniziativa di Vladimir Putin di mantenere i limiti numerici previsti dal Nuovo START sotto forma di auto-restrizioni volontarie".

  • https://tass.com/politics/2067395

Mentre Trump ha dichiarato di voler perseguire la "denuclearizzazione" sia con la Russia che con la Cina, Pechino afferma che è "irragionevole e irrealistico" chiederle di unirsi ai colloqui a tre sul disarmo nucleare con paesi i cui arsenali sono molto più grandi.

  • A complicare ulteriormente le prospettive di controllo globale degli armamenti, la Russia afferma che anche le forze nucleari dei membri della NATO, Gran Bretagna e Francia, dovrebbero essere oggetto di negoziazione, cosa che questi paesi rifiutano.Nikolai Sokov, ex negoziatore sovietico e russo per le armi, ha dichiarato in un'intervista telefonica che cercare di forgiare un nuovo trattato nucleare multilaterale in questo contesto è "quasi un vicolo cieco. Ci vorrà un'eternità".
  • https://www.reuters.com/world/china/last-russia-us-nuclear-treaty-is-about-expire-what-happens-next-2026-01-08/

Rose Gottemoeller, capo negoziatrice degli Stati Uniti per il Nuovo Trattato sulla Riduzione delle Armi Strategiche (New START), ha scritto a dicembre:

  • Tuttavia, Lavrov ha ragione su un punto: la proposta di Putin non richiede alcuna negoziazione. Sia Putin che Trump potrebbero semplicemente dichiarare la loro intenzione di continuare a rispettare i nuovi limiti START: 1.550 testate, 700 vettori, 800 lanciatori. 3 Questo accordo di stretta di mano potrebbe durare finché una delle due parti non dichiarasse la propria intenzione di oltrepassare i limiti, o non iniziasse ad accumulare oltre i numeri concordati, e l'altra parte non se ne accorgesse attraverso i propri mezzi tecnici nazionali di verifica, che includono satelliti aerei e altre risorse di monitoraggio nazionali.
  • https://www.armscontrol.org/act/2025-12/features/getting-most-out-new-start-it-expires

La cosa più elementare da osservare rispetto a questa vicenda è che, in Italia, ma anche in Europa e nel mondo, la gente semplicemente non sa che un trattato del genere esista. E se le persone non lo sanno, non possono pretendere il rispetto, la proroga o la sostituzione. Non possono difendere qualcosa di cui ignorano l'esistenza.

Ciò solleva una domanda fondamentale: perché questo silenzio è così totale e come possiamo romperlo?

Crediamo che dovremmo pensare non solo in termini di advocacy da parte di esperti, ma in termini di ampio coinvolgimento pubblico, che includa anche chi non è fortemente politicizzato. Le persone possono non essere d'accordo sull'abbandono immediato della deterrenza nucleare, ma c'è una cosa che condividono in modo schiacciante: non vogliono che le bombe nucleari cadano loro in testa. Possono non voler rinunciare alle "loro" armi nucleari, ma di certo non vogliono che le armi nucleari di qualcun altro si trovino vicino a loro.

Questo è un potente punto in comune.

Ecco perché crediamo che idee come una maratona transnazionale di podisti, ciclisti o altre azioni pubbliche simboliche in diversi Paesi, unite a un messaggio chiaro che chieda l'estensione del New START e il sostegno al disarmo nucleare, possano inviare un segnale molto forte. Tali azioni, che potrebbero ad esempio iniziare dalla sede del Parlamento europeo di Strasburgo, parlano il linguaggio delle persone, non solo degli esperti.

Si può anche suggerire un'altra possibile direzione: coinvolgere associazioni di sindaci, reti cittadine e dirigenti comunali. Le città sono luoghi in cui le persone vivono concretamente le conseguenze delle politiche nucleari, e i sindaci hanno spesso una prospettiva sulla sicurezza umana molto più forte rispetto ai governi nazionali. Se tali associazioni sostenessero pubblicamente iniziative come questa, ciò aumenterebbe significativamente sia la legittimità che la visibilità.

Dovremmo riflettere insieme su una campagna mediatica e pubblica più ampia, partendo dalle basi:
– che il trattato sta per scadere,
– che non c'è estensione,
– e perché questo è importante per la sicurezza delle persone comuni.

TPNW: Il Club dei 75 Stati Parte

Al 19 gennaio 2026, il Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari conta ufficialmente 75 Stati che hanno depositato lo strumento di ratifica o adesione presso le Nazioni Unite.

Ripartizione Geografica dei 75 Stati

Africa (18) - Leader nel disarmo

  • Algeria, Benin, Botswana, Capo Verde, Comore, Congo, Costa d'Avorio, Gambia, Ghana, Guinea-Bissau, Lesotho, Malawi, Namibia, Nigeria, Repubblica Democratica del Congo, Seychelles, Sudafrica, Zimbabwe (o altro Stato africano recente).

Americhe e Caraibi (28)

  • Antigua e Barbuda, Bahamas, Belize, Bolivia, Cile, Colombia, Costa Rica, Cuba, Dominica, Ecuador, El Salvador, Giamaica, Grenada, Guatemala, Guyana, Haiti, Honduras, Messico, Nicaragua, Panama, Paraguay, Perù, Repubblica Dominicana, Saint Kitts e Nevis, Saint Lucia, Saint Vincent e Grenadine, Trinidad e Tobago, Uruguay, Venezuela.

Asia (12)

  • Bangladesh, Cambogia, Filippine, Indonesia, Kazakistan, Laos, Malesia, Maldive, Mongolia, Palestina, Thailandia, Vietnam.

Oceania (13)

  • Figi, Isole Cook, Isole Salomone, Kiribati, Nauru, Niue, Nuova Zelanda, Palau, Papua Nuova Guinea, Samoa, Timor Est, Tuvalu, Vanuatu.

Europa (4) - La "resistenza" nel continente nucleare

  • Austria, Irlanda, San Marino, Santa Sede.

Analisi Demografica degli Stati Parte del TPNW (75 Stati)

Raggiungere 75 ratifiche non è solo un traguardo numerico diplomatico, ma rappresenta un mandato popolare di proporzioni globali. Ecco il calcolo della popolazione complessiva espresso dagli Stati che hanno scelto di rendere illegali le armi nucleari.

1. I "giganti" demografici del Trattato

Il peso della popolazione non è distribuito uniformemente. Il TPNW include alcuni dei Paesi più popolosi del pianeta:

  • Nigeria: ~230 milioni
  • Indonesia: ~280 milioni
  • Bangladesh: ~175 milioni
  • Messico: ~130 milioni
  • Filippine: ~118 milioni
  • Vietnam: ~100 milioni
  • Repubblica Democratica del Congo: ~105 milioni
  • Sudafrica: ~61 milioni
  • Thailandia: ~72 milioni

2. Il Calcolo Complessivo

Sommando la popolazione degli Stati Parte (dai piccoli Stati insulari del Pacifico ai colossi africani e asiatici):

  • Popolazione Totale degli Stati Parte (75 Stati): ~1.550.000.000 (Un miliardo e 550 milioni di persone).
  • Popolazione Mondiale Stimata (Gennaio 2026): ~8.250.000.000 (8 miliardi e 250 milioni di persone).

3. Quota Percentuale

Effettuando il rapporto tra la popolazione degli Stati Parte e la popolazione mondiale:

$$\frac{1.550.000.000}{8.250.000.000} \times 100 \approx 18,8\%$$

Considerazione Strategica

Attualmente, quasi 1 abitante su 5 della Terra vive in uno Stato che ha già dichiarato fuori legge le armi nucleari.

Se aggiungiamo i firmatari che non hanno ancora completato la ratifica (come il Brasile, con i suoi 215 milioni di abitanti, e molti altri Paesi africani), la quota della popolazione mondiale che vive in nazioni che hanno firmato il trattato sale drasticamente verso il 25-28%.

Analisi del PIL degli Stati Parte del TPNW (75 Stati)

Questa analisi confronta la forza economica dei Paesi che hanno scelto il bando nucleare rispetto alla ricchezza globale, evidenziando il divario tra "potere finanziario" e "volontà democratica".

1. I Principali Contributori al PIL del Trattato

Nonostante il trattato sia sostenuto da molte nazioni in via di sviluppo, include economie di rilievo che pesano significativamente nel calcolo totale:

  • Messico: ~1.800 miliardi $ (USD)
  • Indonesia: ~1.500 miliardi $ (USD)
  • Nigeria: ~400 miliardi $ (USD)
  • Austria: ~530 miliardi $ (USD)
  • Irlanda: ~550 miliardi $ (USD)
  • Sudafrica: ~380 miliardi $ (USD)
  • Filippine: ~450 miliardi $ (USD)
  • Vietnam: ~470 miliardi $ (USD)
  • Bangladesh: ~450 miliardi $ (USD)

2. Il Calcolo Complessivo

  • PIL Totale degli Stati Parte (75 Stati): ~8.200 - 8.500 miliardi $ (USD).
  • PIL Globale Stimato (2025/2026): ~110.000 - 115.000 miliardi $ (USD).

3. Quota Percentuale rispetto al PIL Globale

Effettuando il rapporto tra il PIL degli Stati del bando e la ricchezza mondiale:

$$\frac{8.500}{115.000} \times 100 \approx 7,4\%$$

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Alcune valutazioni su questi dati da parte dei Disarmisti esigenti

L'Umanità contro la follia nucleare: una prospettiva etica

Il numero di chi ha ratificato il trattato non è una fredda statistica diplomatica; è il grido di chi vuole vivere. Ecco il significato profondo di quel miliardo e mezzo di persone che dicono "no" alla morte programmata.

Democrazia internazionale e forza morale

C'è chi crede che la forza risieda nel possesso di ordigni capaci di incenerire la vita sulla Terra. Ma questa è la logica dei generali e dei potenti, non quella degli uomini comuni. Quei settantacinque Stati che hanno scelto il bando non hanno missili, eppure rappresentano la vera maggioranza del mondo. Essi rifiutano di essere gli ostaggi rassegnati di una strategia, la deterrenza, che è solo un altro nome per la follia. Non si può costruire la pace sulla minaccia di un massacro universale; la vera democrazia è quella di chi, pur non avendo forza militare, rivendica il diritto di non essere annientato.

La voce dei popoli: oltre l'egoismo occidentale e del sistema dello sterminismo

Il disarmo non è un gioco intellettuale per i salotti delle capitali europee. Questi dati ci dicono che il desiderio di vita pulsa con più vigore proprio là dove l'umanità è più numerosa e giovane. Il Sud del mondo non accetta più di essere la periferia silenziosa di un mondo che rischia il suicidio atomico per gli interessi di pochi. Questi popoli sono il futuro della nostra specie; la loro scelta di bandire l'atomo conferma che l'aspirazione alla pace è un sentimento universale, radicato nella carne dell'uomo, e non un'agenda dettata dai calcoli egoistici dell'Occidente.

L'imperativo morale di un miliardo e mezzo di esseri umani

Quando un miliardo e mezzo di esseri umani chiede, attraverso i propri rappresentanti, l'eliminazione totale dell'arma atomica, non sta facendo una richiesta politica: sta compiendo un atto di civiltà. Ogni singola ratifica è una pietra scagliata contro il muro dell'indifferenza. La pressione morale che deriva da questo numero è immensa perché parla alla coscienza di tutti. Non si può restare neutrali di fronte alla possibilità dello sterminio. Bisogna scegliere: o la sopravvivenza dell'umanità, o la sopravvivenza delle armi nucleari. Le due cose insieme sono impossibili.

Aggiungiamo delle considerazioni politico-economiche partendo dall'analisi del PIL

Mentre gli Stati Parte ratificanti rappresentano quasi il 19% della popolazione mondiale, essi esprimono solo circa il 7,4% del PIL globale. Questo dato evidenzia tre punti cruciali per la discussione dei Disarmisti Esigenti:

  1. Eguaglianza Sovrana vs. Potere Finanziario: il TPNW è la prova che la dignità del diritto internazionale non dipende dal portafoglio. 75 Stati chiedono la sopravvivenza dell'umanità, ma la loro voce pesa meno nei mercati rispetto a quella del "club nucleare" che detiene oltre il 60% del PIL mondiale (USA, Cina, Russia, Francia, UK).
  2. Il Costo Opportunità: il PIL degli Stati Parte è inferiore a quanto le potenze nucleari spenderanno complessivamente per la "modernizzazione" dei loro arsenali nei prossimi 10 anni (stimata oltre 1.000 miliardi di dollari l'anno).
  3. L'Arma del disinvestimento: poiché questi 75 Stati controllano comunque una quota di PIL superiore agli 8 trilioni di dollari, le loro legislazioni nazionali possono influenzare i mercati finanziari, vietando alle banche operanti nei loro territori di investire in aziende legate all'industria nucleare (Articolo 1 del Trattato).

Il peso della vita va messo contro il peso dell'oro

Il divario tra il peso demografico (19%) e quello economico (7,4%) dimostra che il TPNW è un trattato di giustizia riparativa. Gli Stati "poveri" di atomi ma "ricchi" di popolazione stanno imponendo un limite morale a quegli Stati che, forti del loro PIL, si sentono autorizzati a minacciare la distruzione del pianeta.

 

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TNPW 5 anni dall'entrata in vigore

16.01.2026

Webinar | 5 anni di TPNW: come sottrarsi ad un genocidio programmato.

Le vie del Disarmo di fronte alle crisi globali nel 2026.

Data: 22 gennaio 2026 Promosso da: Disarmisti Esigenti

dalle ore 19:00 alle ore 21:00

Info: www.disarmistiesigenti.org - cell. 340-0736871

Link per collegarsi:

https://us06web.zoom.us/j/86727209364?pwd=6TWsom1fbngWzZjvmWDhLA7aN9x9Hq.1

Introduzione: Alfonso Navarra, Daniele Barbi, Luigi Mosca

1. L'anniversario: il TPNW come ancora giuridica

Il 22 gennaio 2026 celebriamo il quinto anniversario dell'entrata in vigore del TPNW (Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari). Questo strumento non è solo una norma tecnica, ma una scelta etica: dichiara le armi atomiche illegali e moralmente inaccettabili.

Il Trattato trasforma la politica della forza in politica del diritto e della cura. Ci insegna che la sicurezza non nasce dalla minaccia (deterrenza), ma dalla cooperazione pacifica e dalla salvaguardia della vita e della natura. Disarmare non significa solo smantellare testate, ma risanare i pensieri e il pianeta.

il 2026 segnerà un momento storico con la prima Conferenza di Riesame del Trattato, che si terrà dal 30 novembre al 4 dicembre nella sede delle Nazioni Unite, New York. La conferenza sarà presieduta dal Sudafrica.

Il numero degli Stati che hanno aderito al TPNW è cresciuto costantemente, riflettendo una volontà globale che si contrappone alla logica del riarmo.

Ecco i dati aggiornati:

  • Stati che hanno adottato il TPNW nel 2017: 122
  • Stati che hanno ratificato: 75
  • Stati che hanno firmato (20 non hanno ancora ratificato): 95

Questi numeri sono fondamentali perché dimostrano che:

  1. La maggioranza del mondo è per il disarmo: quasi la metà dei membri dell'ONU ha già intrapreso passi formali verso il Trattato.
  2. L'isolamento delle potenze nucleari: nessuno dei nove Stati possessori di armi nucleari (USA, Russia, Cina, Francia, Regno Unito, India, Pakistan, Israele e Corea del Nord) né i membri della NATO hanno ancora aderito, evidenziando quella "disinvoltura nel violare il diritto internazionale" di cui andremo più avanti a parlare.
  3. Il ruolo del Sud Globale: l'Africa, l'America Latina e il Sud-est asiatico sono i motori trainanti di questa rivoluzione giuridica.

2. La premessa: la deterrenza è un "genocidio programmato"

Di tutti i problemi che l'umanità ritiene di dover affrontare, forse questo è il più sottovalutato, sicuramente il meno attenzionato dai media, eppure è l'unico capace di annullare tutti gli altri in pochi minuti.

Dobbiamo avere il coraggio di chiamare la deterrenza con il suo vero nome: un genocidio programmato. Mantenerla significa accettare l'idea che, in nome della "sicurezza", sia legittimo tenere in ostaggio miliardi di civili e l'intero ecosistema planetario, pronti a scatenare una distruzione indiscriminata che non lascerebbe né vincitori né vinti.

Perché è il problema più sottovalutato?

  1. L'assuefazione al rischio: viviamo sotto l'ombrello atomico da decenni. Questa "pace armata" ha generato l'illusione che l'arma nucleare non verrà mai usata, rendendoci ciechi di fronte al fatto che ogni giorno di deterrenza è un giorno di scommessa sulla fine del mondo.
  2. La delega tecnologica: oggi, con l'integrazione dell'AI e dei missili ipersonici, la decisione di scatenare questo "genocidio" potrebbe sfuggire persino al controllo umano, affidata ad algoritmi che non conoscono il valore della vita o della sofferenza.
  3. L'ingiustizia strutturale: mentre le risorse umane e scientifiche vengono investite per "ammodernare" la morte, sottraiamo fondi vitali alla dignità sociale, allo sterminio per fame, alla cura dei corpi e delle anime, alla crisi climatica.

3. Lo scenario: un'emergenza tecnologica e politica

La sfida nucleare del 2026 è profondamente diversa da quella del passato. Siamo di fronte a un ammodernamento degli arsenali alimentato da:

  • Progressi tecnologici: sistemi ipersonici e IA che corrono più veloci della diplomazia.
  • Conflitti interconnessi: una "guerra mondiale a pezzi" che rischia di saldarsi in un unico scontro generale.
  • Crisi del diritto: un crescente disprezzo per le regole internazionali nate dopo la Seconda Guerra Mondiale.

4. Obiettivi del webinar: fare il punto

Non parleremo solo di principi, ma di pratiche concrete attraverso tre direttrici:

  • Stato dell'arte del TPNW: analisi dei progressi compiuti e delle resistenze dei paesi nucleari.
  • Il nodo delle crisi locali: focus particolare sulla crisi iraniana e sui conflitti in Ucraina e Africa. Come impedire che diventino pretesti per nuove corse agli armamenti e focolai per un incendio globale?
  • Società civile e istituzioni: promuovere l'indignazione e trasformarla in pressione politica per imporre il disarmo come unica via per "preparare la pace".

5. Le proposte dei Disarmisti esigenti

In vista della prossima Conferenza degli Stati Parte del TPNW, presenteremo le nostre proposte centrali, alla cui base sta una visione di "nonviolenza poietica" e la "strategia di trasformare i nemici in amici":

  1. Collegamento ICAN - NFU: sinergia tra la campagna per il trattato di proibizione e le politiche di No First Use (Non Primo Utilizzo).
  2. Rinnovo del New Start che scade il 5 febbraio 2026
  3. Helsinki 2: rilanciare un grande processo di sicurezza e cooperazione europea.
  4. WMDFZ in Medio Oriente: sostegno alla creazione di una Zona libera da armi di distruzione di massa.
  5. Stop agli Euromissili: una mobilitazione urgente contro il ritorno dei missili a medio raggio in Europa.
  6. Costituzione della Terra: un ordine giuridico globale per proteggere i diritti umani, la pace e la biosfera dell'intero pianeta.

"Dobbiamo scegliere: o ammoderniamo la nostra capacità di cooperare, o l'ammodernamento e il potenziamento delle armi ci porterà al punto di non ritorno. Vi aspettiamo per riflettere insieme su come agire per invertire la rotta.

Invito a collaborare con il nostro progetto di lavoro

L'invito è a unirsi ai Disarmisti esigenti sul lavoro che propone la denuclearizzazione, militare e civile, quale priorità delle priorità

… se sei convinta/o che questo impegno sia necessario per garantire la sopravvivenza umana su questa Terra che ci è Madre vivente. È una scelta da radicare nella nonviolenza poietica, perché sai che l'unione popolare è la forza più potente e riconosci che oggi, da parte di nessuno, non c'è buona ragione alcuna per ricorrere alla guerra come strumento per risolvere i conflitti.

Sei cittadina/o del mondo e segui la massima: prima le persone, prima l'Umanità, prima la Terra, posponendo le eventuali aggiuntive identità etniche, nazionali, religiose, ideologiche.

Sei una obiettrice/obiettore di coscienza e non ti arruoli nei blocchi politico-militari, sia quelli esistenti e sia quelli in formazione, dell'Ovest e dell'Est, del Nord e del Sud.

Pratichi il cambiamento che vuoi vedere realizzato a partire da te stessa/o, quindi il metodo dei disarmi unilaterali "per la pace disarmata e disarmante", e la comunicazione nonviolenta: comprendi il nesso inscindibile tra mezzi e fini.

Lavori per una nuova politica di base ma cerchi di orientare e trasformare in senso democratico le istituzioni pubbliche a ogni livello: la bussola è l'et et per chi persegue – Gandhi dixit - la "bellezza del compromesso".

In sintesi, unisciti a noi se credi nel motto: "Nostra Madre Patria è la Terra intera, nostra famiglia è l'Umanità: disarmiamo il presente per salvare il passato e garantire il futuro".

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IRAN, IL SENSO DELLA VITA E DELLA PACE

14.01.2026

INTEGRAZIONE AGGIUNTIVA DEL 17 GENNAIO 2026

SE IL LIBERATORE DALL'AUTOCRAZIA FOSSE LO STESSO POPOLO IRANIANO, CON UNA RESISTENZA UNITARIA STRUTTURATA E ATTREZZATA STRATEGICAMENTE?

Ecco di seguito un esercizio intellettuale, sviluppato con l'aiuto di GEMINI, che può avere il suo fascino e la sua utilità: applicare la prassi leninista (la distinzione tra "crisi rivoluzionaria" e "situazione rivoluzionaria") a un contesto teocratico moderno per evitare il disastro del vuoto di potere. L'approccio non è "sentimentale", ma politico e strategico: si cerca la rottura del regime avversario, non solo lo scontro di piazza.

La proposta può essere presentata nella forma di un PROGETTO programmatico chiaro, logico e pronto per essere proposto idealmente come la "piattaforma del CONSIGLIO NAZIONALE DELLA TRANSIZIONE" a capo della RESISTENZA IRANIANA.

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Ricordiamo il Webinar organizzato dai Disarmisti esigenti

5 anni di TPNW: come sottrarsi ad un genocidio programmato.

Le vie del Disarmo di fronte alle crisi globali nel 2026.

Data: 22 gennaio 2026 Promosso da: Disarmisti Esigenti

dalle ore 19:00 alle ore 21:00

Link per collegarsi:

https://us06web.zoom.us/j/86727209364?pwd=6TWsom1fbngWzZjvmWDhLA7aN9x9Hq.1

Introduzione: Alfonso Navarra, Daniele Barbi, Luigi Mosca

Progetto per la transizione: una strategia nazionale per la liberazione dell'Iran

A cura del Consiglio Nazionale della Transizione (CNT)

Premessa Politica

Nessun regime cade per sola pressione esterna o per rivolte spontanee se l'apparato di potere rimane coeso. La liberazione dell'Iran deve essere un processo endogeno e organizzato. Questo documento delinea la strategia per trasformare la rivolta in rivoluzione, evitando lo "scenario libico" di frammentazione e guerra civile.

1. Il Consiglio Nazionale della Transizione (CNT)

L'opposizione deve, per l'intanto, trasformarsi da movimento di protesta di assalti frontali piazzaioli in mobilitazione di diffusa e visibile non collaborazione sociale.

  • Il CNT si pone come Governo Ombra, capace di garantire la continuità dei servizi essenziali e la sicurezza nazionale nel momento del collasso del regime. L'obiettivo è offrire una sponda politica ai settori dell'amministrazione e dell'economia che temono il caos. La parola d'ordine non è solo "Caduta", ma "Stabilità e Nuovo Ordine".

2. La scissione strategica del Potere

Il potere teocratico si regge su due pilastri: la fede e la forza armata. La strategia del CNT mira a incrinare entrambi.

A. Il Nuovo Concordato (Religione vs Politica)

Per isolare l'alto clero autocratico, il CNT propone un Patto Nazionale con l'Istituzione Religiosa:

  • Lo Stato sarà laico, ma riconoscerà all'Islam Sciita un ruolo di guida morale e culturale. Garantirà ai seminari (Hawza) e al basso clero l'autonomia economica e la protezione legale, separando il loro destino dal collasso del sistema politico di Khamenei. Lo scopo è di dimostrare che la fine della Repubblica Islamica non è la fine dell'Islam, togliendo ai gerarchi il loro "scudo umano" religioso.

B. La neutralizzazione militare (Esercito vs Milizia)

L'apparato repressivo va diviso lungo la linea della fedeltà patriottica:

  • Appello all'Artesh (Esercito Regolare): definire l'Esercito come unico legittimo "Difensore della Patria".
  • Amnistia e Integrazione: promettere ai quadri militari e ai funzionari burocratici che chi non si è macchiato di crimini di sangue sarà integrato nel nuovo Stato, preservando gradi e pensioni.
  • Isolamento dei Basiji: presentare le milizie ideologiche e i Pasdaran come corpi estranei agli interessi nazionali, forzando l'esercito a scegliere tra la difesa del popolo o la difesa di una fazione corrotta.

3. La fase di transizione: il pragmatismo rivoluzionario

Per evitare il vuoto di potere tipico dei fallimenti iracheni o libici:

  • il governo provvisorio deve imbarcare elementi dell'attuale sistema (riformisti e tecnocrati) che abbiano esperienza amministrativa e siano pronti a sottoscrivere la svolta democratica.
  • Assemblea Costituente: indire elezioni per un'assemblea incaricata di redigere una Costituzione laica che garantisca i diritti delle minoranze etniche e religiose, preservando l'unità territoriale dell'Iran.

4. Il monito contro l'intervento esterno

Il CNT si oppone fermamente a interventi militari stranieri finalizzati a "decapitazioni" del regime (modello Gheddafi).

  1. Senza una struttura civile pronta, l'eliminazione dei vertici porterebbe a scontri tra milizie e alla distruzione dell'Iran.
  2. Un attacco esterno ricompatterebbe il popolo attorno al regime per puro spirito di sopravvivenza nazionale.
  3. La solidarietà internazionale è vitale sul piano diplomatico e simbolico, ma la direzione politica deve restare nelle mani della resistenza nazionale.

La Lezione della Storia

L'assalto frontale a un potere ancora coeso è suicida. La vittoria si ottiene quando il vecchio mondo "non può più governare come prima" e il nuovo mondo ha già pronta la sua classe dirigente. Il CNT è il ponte tra la rabbia della piazza e la stabilità del futuro.

BREVE INTEGRAZIONE GEOPOLITICA DEL 15 GENNAIO 2026

con avvertenza: noi non siamo tra quelli che spiegano la Storia, soprattutto quella di oggi, come un gioco di manovre segrete tra pochi potenti. Ci permettiamo di citare il presidente Mao: la Storia, nel suo fondo, è opera delle masse popolari: il fattore determinante che muove davvero gli avvenimenti. La rivolta che vediamo in Iran non è nata all'improvviso. Ha covato a lungo, ha avuto vari precedenti nel corso di questi decenni, ha coinvolto via via strati sempre più ampi della società. E' lo sfogo di un popolo che non vuole più subire un potere oppressivo, capace di ridurre un intero Paese alla povertà. Il capro espiatorio delle sanzioni non funziona più. E' più che sicuro: anche questa volta potenze esterne cercheranno di forzare accadimenti per approfittarne. Ma non c'è rivoluzione, nella Storia, che non abbia ricevuto qualche forma di spinta dall'esterno. La politica internazionale non è mai limpida come viene raccontata dopo. C'è sempre qualcosa che inquina ed oscura. Guardare l'Iran solo attraverso la lente degli equilibri geopolitici significa perdere di vista che "sono gli uomini che fanno la Storia" (stavolta citiamo Marx, dopo Mao). Si finisce per vedere solo Stati, governi, sfere di influenze e non le persone con le loro vite, che tengono in piedi istituzioni e strutture. Un militante dell'opposizione democratica ha trovato un'espressione efficace per descrivere certe esitazioni del pacifismo più estremista: "orientalismo alla rovescia". E' la reticenza a sostenere i popoli quando i loro governi si proclamano "anti-imperialisti", come se bastasse una parola per cancellare la loro vera natura reazionaria e i massacri che compiono per strada. Premesso ciò, qualche analisi la aggiungiamo, sottolineando che esso non va a negare quanto di umano e sociale abbiamo già prospettato con il nostro primo intervento del 14 gennaio. Siamo contrari a che gli attori geopolitici scatenino violenze violando il diritto internazionale; ma dobbiamo prendere atto che non è sufficiente il desiderio di pace a vanificare nell'immediato gli atti di guerra e le situazioni belliche che gli altri hanno fomentato...

L'IMMINENZA DEL "SECONDO ROUND" IN IRAN

Data: 15 Gennaio 2026

Oggetto: breve analisi della stabilità regionale e proiezione dell'intervento USA-Israele post-giugno 2025.

1. Introduzione: oltre la "Guerra dei dodici giorni"

La "Guerra dei Dodici Giorni" del giugno 2025 ha segnato il superamento della linea rossa nucleare. Sebbene presentata come un'operazione chirurgica contro il programma atomico degli Ayatollah, l'offensiva congiunta USA-Israele ha avuto lo scopo di testare la resilienza del regime teocratico e degradare le sue capacità di proiezione esterna (Pasdaran e proxy).

L'attuale stallo bellico è puramente formale. I segnali provenienti da Washington e Tel Aviv indicano che il "secondo round" non è solo imminente, ma necessario per consolidare l'architettura finanziaria e produttiva definita negli ultimi mesi del 2025.

2. Il "Patto della Knesset" e la tregua con Hamas

Il discorso del Presidente Trump alla Knesset (ottobre 2025), seguito alla firma della tregua con Hamas, ha delineato la nuova dottrina: "Pace attraverso la forza e la prosperità".

  • La tregua con Hamas è una finta pace: è servita a disimpegnare risorse militari israeliane dal fronte sud per riposizionarle contro il "cuore del problema", cioè Teheran.
  • Trump ha chiarito che il nuovo Medio Oriente non può tollerare "esportatori di instabilità". Questo è il segnale che gli Accordi di Abramo devono espandersi, includendo soprattutto l'Arabia Saudita in una funzione di controllo totale del mercato energetico.

3. Il fattore economico: i 1.000 Miliardi di Riyadh

L'elemento cardine della strategia statunitense è l'apertura del mercato finanziario e industriale USA agli investimenti arabi.

  • L'Arabia Saudita ha promesso investimenti per circa 1.000 miliardi di dollari (rispetto ai 600 inizialmente previsti) in settori strategici americani: difesa, intelligenza artificiale, infrastrutture ed energia.
  • In cambio, Washington deve garantire la sicurezza delle rotte petrolifere e la stabilizzazione (o il controllo) delle risorse iraniane. La caduta del regime a Teheran aprirebbe le riserve iraniane al mercato globale sotto l'egida degli Accordi di Abramo, eliminando la concorrenza dei prezzi sanzionati e il ricatto dello Stretto di Hormuz.

4. L'insurrezione popolare: il catalizzatore interno

Le proteste che stanno scuotendo l'Iran in questo gennaio 2026 sono di natura diversa dalle precedenti (2022).

  • Dopo i bombardamenti di giugno, il morale dei Pasdaran pare ridotto ai minimi storici e le defezioni nell'esercito regolare aumentano.
  • Il "secondo round" bellico non sarà solo aereo. Si prevede un intervento di "supporto tattico" alle forze rivoluzionarie interne per accelerare il collasso del regime. L'imprevedibilità di questa caduta rappresenta un rischio calcolato per gli USA: una destabilizzazione controllata è preferibile alla minaccia nucleare persistente.

5. Impatto sull'Europa e conclusioni

L'Europa si trova in una posizione di estrema vulnerabilità. Una caduta violenta del regime iraniano provocherà:

  1. Shock energetico di breve termine. Vale a dire volatilità dei prezzi prima della stabilizzazione promessa dai sauditi.
  2. Crisi Migratoria: un potenziale flusso di profughi verso i Balcani e il Mediterraneo.
  3. Riallineamento obbligato: l'UE dovrà decidere se seguire la guida di Washington o subire l'esclusione dai nuovi circuiti economici "Abramo-centrici".

L'offensiva finale, anche se minacciata per questi giorni, pare prevista entro la primavera del 2026. Il pretesto sarà la "protezione dei civili" iraniani e la "denuclearizzazione definitiva". In realtà, si tratta dell'atto finale per l'integrazione del Medio Oriente nel sistema finanziario e industriale americano.

ARTICOLO DEL 14 GENNAIO 2026

Dal punto di vista della liberazione umana, a parere dei Disarmisti esigenti, è oggi estremamente rilevante, per significato simbolico universale, la lotta iraniana: è sperabile che abbia seriamente la potenzialità di liberare l'Islam*, una delle grandi religioni mondiali, da concezioni che portano all'oppressione delle donne, entità sociale costituente la "metà del cielo" (mettendo in conto l'altra metà maschile).

(* Si sta parlando segnatamente dell'Islam sciita, che al momento, tra le varie religioni è quella che, a occhio e croce, può attirarsi più critiche di pesantezza patriarcale dal punto di vista del femminismo "storico". Dal punto di vista dei nuovi transfemminismi intersezionali la ricognizione è tutta da compiere. Ma rischiamo appunto di camminare su un terreno minato di identità ideologiche settarie, separanti la politica dal dialogo con le moltitudini popolari).

Questa lotta è forse più importante, oggi, per questo aspetto "simbolico", rispetto alla causa palestinese, che ha quasi monopolizzato le piazze occidentali. La quale resterà sempre valida, ma nell'immediato pagherà proprio l'egemonia che gli stessi media mainstream attribuiscono al proxy iraniano Hamas. La sovraesposizione mediatica di questa "resistenza" e di questo ruolo egemone riafferma il tribalismo su basi, appunto, di fondamentalismo religioso.

Oggi l'urgenza dei massacri cui assistiamo nelle strade di Teheran deve condurci a considerare tra le massime priorità la mobilitazione per la causa iraniana, che è quasi immediatamente causa di liberazione umana. Detto da chi esorta a non correre dietro le notizie e ad occuparsi invece delle "non notizie"!

Il nostro non è un invito a stare con le mani in mano. È, piuttosto, la scelta di un'azione più attenta, più consapevole, che non confonde il movimento con il fare e il fare con il senso.

Possiamo sostenere organizzazioni umanitarie che forniscono aiuto ai rifugiati iraniani o ai familiari delle vittime della repressione. Se possibile, possiamo offrire ospitalità o sostegno ai rifugiati che fuggono dalla persecuzione. Possiamo diffondere informazioni sulla situazione in Iran e sui diritti umani, e sollecitare il governo a prendere posizione. Possiamo premere sul nostri governo affinché sostenga la risoluzione delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani in Iran.

Un ipotizzabile intervento di polizia internazionale, al posto di blitz militari unilaterali, può essere autorizzato solo dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, in base al Capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite. Il movimento Donna Vita Libertà o il popolo iraniano dovrebbero richiedere ufficialmente un tale intervento: noi dovremmo guardare a tale richiesta con atteggiamento favorevole. Di fronte a una repressione così brutale e sanguinosa la comunità internazionale avrebbe il dovere di ricorrere agli strumenti messi a sua disposizione dalla Carta dell'ONU come extrema ratio.

Raniero La Valle parla oggi, 14 gennaio, su IL FATTO QUOTIDIANO, di promuovere la resistenza nonviolenta e l'unità umana, ma questi valori non vanno promossi a senso unico contro il solo impero americano: la loro attuazione pratica deve guardare ad una alternativa globale costruttiva, ecologista e femminista, rispetto al sistema della potenza e del profitto illimitati. Bisogna togliere la terra sotto I piedi alle dinamiche che producono e nutrono le oligarchie finanziarie, digitali e militari.

Se comunque si ha a cuore il "prima le persone, prima l'Umanità, prima la Terra", è scontato che la nostra prima preoccupazione politica deve essere rivolta alla neutralizzazione di quel genocidio programmato che è la deterrenza nucleare. La caduta della teocrazia iraniana deve significare la fine dei programmi nucleari, nella consapevolezza che le tecnologie civili in questo campo hanno sbocco e significato militari. Ricordiamo che esiste da tempo una proposta in ambito TNP per creare in Medio Oriente una Zona libera da armi nucleari.

Premesso ciò, tutte le considerazioni che seguono assumono una luce speciale, realistica e "poietica".

L'alternativa come vita quotidiana

Non serve alzare la voce o agitare bandiere per dire che questo mondo non va. L'alternativa vera, quella che conta, somiglia a certi gesti semplici che si fanno al mattino: è una solidarietà che non aspetta il permesso di nessuno. Bisogna proporre cose che si possano toccare con mano, che abbiano il calore delle cose giuste. Un modo di vivere che rispetti la terra e l'uomo, non per ideologia, ma per una forma di elementare onestà verso la vita. La giustizia sociale non è un concetto astratto; è il pane spezzato insieme, è non sentirsi soli di fronte al bisogno.

La forza della Terra e della donna

C'è una verità profonda nel movimento delle donne e nel rispetto per la natura, una verità che precede la politica. L'ecologismo e il femminismo non sono "temi", sono la sostanza stessa della nostra sopravvivenza. La donna che si libera in Iran, o in qualunque altro angolo della terra, non sta solo rivendicando un diritto: sta restituendo all'umanità la sua interezza. È come il ritorno alla campagna, il rispetto per il ciclo delle stagioni: è un atto di resistenza contro un mondo che vorrebbe tutto meccanico, tutto calcolato. Senza queste due forze, ogni rivoluzione è solo un cambio di padrone.

Disarmare la potenza

Bisogna togliere la terra sotto i piedi a chi crede che il mondo sia una proprietà privata o un campo di battaglia. Le oligarchie, i poteri che decidono sopra le nostre teste, si nutrono della nostra rassegnazione. Smantellare queste strutture non significa fare un colpo di mano, ma smettere di alimentarle, con la nostra obbedienza, con i nostri consumi e le nostre paure. Occorre tornare a una dimensione umana, dove la democrazia sia partecipazione vera, come nelle vecchie sezioni o nelle discussioni al bar, dove ogni voce ha il suo peso perché dietro c'è un essere umano, non un algoritmo o un capitale.

Le azioni dell'"amico della Giustizia"

Per cambiare davvero, bisogna partire dal basso, con la pazienza di chi coltiva un orto:

  • insegnando ai giovani non solo i mestieri, ma il valore del limite e la bellezza dei diritti. Una sensibilità che nasca dall'osservazione del mondo, non dai libri di propaganda.
  • stando vicini a chi si organizza, non per spirito di fazione, ma per non lasciare solo chi combatte una battaglia giusta. La solidarietà è un sentimento che si impara facendolo.
  • costruendo il nuovo nel vecchio. Le cooperative, le comunità dove si vive insieme rispettando la natura, le economie che non cercano il profitto ad ogni costo. Sono queste le piccole luci nel buio del presente. Sono fatti, non parole.

ARTICOLO DEL 14 GENNAIO 2026

Dal punto di vista della liberazione umana, a parere dei Disarmisti esigenti, è oggi estremamente rilevante, per significato simbolico universale, la lotta iraniana: è sperabile che abbia seriamente la potenzialità di liberare l'Islam*, una delle grandi religioni mondiali, da concezioni che portano all'oppressione delle donne, entità sociale costituente la "metà del cielo" (mettendo in conto l'altra metà maschile).

(* Si sta parlando segnatamente dell'Islam sciita, che al momento, tra le varie religioni è quella che, a occhio e croce, può attirarsi più critiche di pesantezza patriarcale dal punto di vista del femminismo "storico". Dal punto di vista dei nuovi transfemminismi intersezionali la ricognizione è tutta da compiere. Ma rischiamo appunto di camminare su un terreno minato di identità ideologiche settarie, separanti la politica dal dialogo con le moltitudini popolari).

Questa lotta è forse più importante, oggi, per questo aspetto "simbolico", rispetto alla causa palestinese, che ha quasi monopolizzato le piazze occidentali. La quale resterà sempre valida, ma nell'immediato pagherà proprio l'egemonia che gli stessi media mainstream attribuiscono al proxy iraniano Hamas. La sovraesposizione mediatica di questa "resistenza" e di questo ruolo egemone riafferma il tribalismo su basi, appunto, di fondamentalismo religioso.

Oggi l'urgenza dei massacri cui assistiamo nelle strade di Teheran deve condurci a considerare tra le massime priorità la mobilitazione per la causa iraniana, che è quasi immediatamente causa di liberazione umana. Detto da chi esorta a non correre dietro le notizie e ad occuparsi invece delle "non notizie"!

Il nostro non è un invito a stare con le mani in mano. È, piuttosto, la scelta di un'azione più attenta, più consapevole, che non confonde il movimento con il fare e il fare con il senso.

Possiamo sostenere organizzazioni umanitarie che forniscono aiuto ai rifugiati iraniani o ai familiari delle vittime della repressione. Se possibile, possiamo offrire ospitalità o sostegno ai rifugiati che fuggono dalla persecuzione. Possiamo diffondere informazioni sulla situazione in Iran e sui diritti umani, e sollecitare il governo a prendere posizione. Possiamo premere sul nostri governo affinché sostenga la risoluzione delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani in Iran.

Un ipotizzabile intervento di polizia internazionale, al posto di blitz militari unilaterali, può essere autorizzato solo dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, in base al Capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite. Il movimento Donna Vita Libertà o il popolo iraniano dovrebbero richiedere ufficialmente un tale intervento: noi dovremmo guardare a tale richiesta con atteggiamento favorevole. Di fronte a una repressione così brutale e sanguinosa la comunità internazionale avrebbe il dovere di ricorrere agli strumenti messi a sua disposizione dalla Carta dell'ONU come extrema ratio.

Raniero La Valle parla oggi, 14 gennaio, su IL FATTO QUOTIDIANO, di promuovere la resistenza nonviolenta e l'unità umana, ma questi valori non vanno promossi a senso unico contro il solo impero americano: la loro attuazione pratica deve guardare ad una alternativa globale costruttiva, ecologista e femminista, rispetto al sistema della potenza e del profitto illimitati. Bisogna togliere la terra sotto I piedi alle dinamiche che producono e nutrono le oligarchie finanziarie, digitali e militari.

Se comunque si ha a cuore il "prima le persone, prima l'Umanità, prima la Terra", è scontato che la nostra prima preoccupazione politica deve essere rivolta alla neutralizzazione di quel genocidio programmato che è la deterrenza nucleare. La caduta della teocrazia iraniana deve significare la fine dei programmi nucleari, nella consapevolezza che le tecnologie civili in questo campo hanno sbocco e significato militari. Ricordiamo che esiste da tempo una proposta in ambito TNP per creare in Medio Oriente una Zona libera da armi nucleari.

Premesso ciò, tutte le considerazioni che seguono assumono una luce speciale, realistica e "poietica".

L'alternativa come vita quotidiana

Non serve alzare la voce o agitare bandiere per dire che questo mondo non va. L'alternativa vera, quella che conta, somiglia a certi gesti semplici che si fanno al mattino: è una solidarietà che non aspetta il permesso di nessuno. Bisogna proporre cose che si possano toccare con mano, che abbiano il calore delle cose giuste. Un modo di vivere che rispetti la terra e l'uomo, non per ideologia, ma per una forma di elementare onestà verso la vita. La giustizia sociale non è un concetto astratto; è il pane spezzato insieme, è non sentirsi soli di fronte al bisogno.

La forza della Terra e della donna

C'è una verità profonda nel movimento delle donne e nel rispetto per la natura, una verità che precede la politica. L'ecologismo e il femminismo non sono "temi", sono la sostanza stessa della nostra sopravvivenza. La donna che si libera in Iran, o in qualunque altro angolo della terra, non sta solo rivendicando un diritto: sta restituendo all'umanità la sua interezza. È come il ritorno alla campagna, il rispetto per il ciclo delle stagioni: è un atto di resistenza contro un mondo che vorrebbe tutto meccanico, tutto calcolato. Senza queste due forze, ogni rivoluzione è solo un cambio di padrone.

Disarmare la potenza

Bisogna togliere la terra sotto i piedi a chi crede che il mondo sia una proprietà privata o un campo di battaglia. Le oligarchie, i poteri che decidono sopra le nostre teste, si nutrono della nostra rassegnazione. Smantellare queste strutture non significa fare un colpo di mano, ma smettere di alimentarle, con la nostra obbedienza, con i nostri consumi e le nostre paure. Occorre tornare a una dimensione umana, dove la democrazia sia partecipazione vera, come nelle vecchie sezioni o nelle discussioni al bar, dove ogni voce ha il suo peso perché dietro c'è un essere umano, non un algoritmo o un capitale.

Le azioni dell'"amico della Giustizia"

Per cambiare davvero, bisogna partire dal basso, con la pazienza di chi coltiva un orto:

  • insegnando ai giovani non solo i mestieri, ma il valore del limite e la bellezza dei diritti. Una sensibilità che nasca dall'osservazione del mondo, non dai libri di propaganda.
  • stando vicini a chi si organizza, non per spirito di fazione, ma per non lasciare solo chi combatte una battaglia giusta. La solidarietà è un sentimento che si impara facendolo.
  • costruendo il nuovo nel vecchio. Le cooperative, le comunità dove si vive insieme rispettando la natura, le economie che non cercano il profitto ad ogni costo. Sono queste le piccole luci nel buio del presente. Sono fatti, non parole.

"Ciò che conta è la fedeltà a se stessi e a quella scintilla di bene e di vita che ognuno si porta dentro. Se ci uniamo in questa fedeltà, il mondo, quasi senza accorgersene, inizierà a cambiare." (Carlo Cassola)

DA PARTE DI TRANSFORM ITALIA

14/01/2026

Appello di Rete Italiana Pace e Disarmo, Stop Rearm Europe-Italia, AOI, Sbilanciamoci.

Migliaia di ragazzi e ragazze, studenti e studentesse universitarie stanno da giorni in piazza a fianco di lavoratrici e lavoratori organizzati che protestano contro il carovita e contro un sistema politico che, da decenni, reprime il dissenso.
È una mobilitazione di popolo, nonviolenta, che è in continuità con il movimento Donna Vita Libertà e reclama un profondo cambiamento di giustizia sociale e democrazia. Siamo con chi resiste, con chi non si piega, con chi rischia tutto per i diritti e la democrazia.
No alla repressione del regime, che sta causando migliaia di morti e di arresti.
No a ogni intervento imperialista e coloniale. Nessun re del mondo, basta guerre per il petrolio. Basta guerre e bombe "in nome della libertà".
Il futuro dell'Iran appartiene solo al suo popolo. Al fianco del popolo iraniano, scendiamo in piazza in ogni città, mobilitiamoci per fermare il massacro e per richiedere l'immediata liberazione di tutti i prigionieri politici.

Donna, Vita e Libertà: il tempo è adesso!

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14/01/2026Comunicato stampa – Per la libertà e la democrazia in Iran –Roma – La società civile italiana è chiamata a mobilitarsi in difesa dei valori universali di libertà e democrazia. Venerdì 16 gennaio, alle 16.00 in piazza del Campidoglio a Roma, si terrà una manifestazione promossa da Amnesty International e Woman Life Freedom for Peace and Justice, il movimento Donna Vita Libertà per sostenere il popolo iraniano. In Iran, uomini e donne stanno lottando pacificamente per i propri diritti fondamentali: libertà individuali, giustizia e democrazia e senza ogni forma di intervento militare straniero. Una mobilitazione per l' autodeterminazione di un popolo pacifico che la Repubblica Islamica sta reprimendo con estrema violenza, attraverso arresti arbitrari, torture e uccisioni nelle strade del Paese. Una repressione che non può lasciare indifferente la comunità internazionale. Con questa manifestazione, Amnesty International e Woman Life Freedom for Peace and Justice, movimento Donna Vita Libertà, invitano cittadine e cittadini, associazioni, movimenti e chiunque abbia a cuore i diritti umani a prendere parte a un momento pubblico di testimonianza e solidarietà, per dare voce a chi oggi viene messo a tacere. Essere presenti significa affermare che la libertà non ha confini e che la difesa dei diritti umani è una responsabilità collettiva. Roma diventerà così, per un giorno, uno spazio di sostegno concreto al popolo iraniano e alla sua legittima richiesta di futuro, dignità e democrazia. Appuntamento: Piazza del Campidoglio, Roma Venerdì 16 gennaio ore 16.00

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14/01/2026 di Fabio Alberti

Sul Messaggero di oggi Romano Prodi racconta come, visitando l'Iran nel 1978, rientrò in Italia con la convinzione: che "una rivoluzione è inevitabile", considerando la diffusa avversione in tutti i settori sociali al regime dello Scià con cui ebbe a che fare.

Nel mio piccolo ebbi la stessa sensazione nel visitare il paese, dove restai con la mia famiglia quasi un mese, nel 1973. Con chiunque parlassi, l'ostilità verso "lo Scià e l'imperialismo americano" era potentissima. Successivamente mi capitò, nel 1977 o 1978, non ricordo con esattezza, di trovarmi a Parigi ad una festa a cui partecipavano esiliati politici ed oppositori del regime dello Scià, marxismo-leninismo e una versione radicalmente terzomondista dell'Islam si intrecciavano nei discorsi. Mi fu presentato un anziano signore vestito in abiti tradizionali (gli altri presenti errano in jeans e minigonne) e mi dissero che sarebbe tornato in Iran e lo Scià sarebbe caduto molto presto. Pensai in seguito che potesse essere Khomeini.

La rivoluzione del 1979, che abbatté la monarchia Pahlavi, non nacque da una cospirazione internazionale, come dissero i sostenitori dello Scià e come lesse gran parte della stampa, incapace di vedere il mondo al di fuori dello schema della guerra fredda. Non era stata organizzata a Mosca, nonostante il partito comunista iraniano, il Tudeh, fosse tra i protagonisti. Studi recenti hanno trovato che l'Unione Sovietica fu presa di sorpresa ed anche indecisa sul da farsi.

Con buona pace di coloro che vedono sempre solo macchinazioni geopolitiche dietro alle rivolte popolari, la rivoluzione del 1979 non fu un colpo di Stato per procura, ma una sollevazione di massa contro il regime che era stato installato, questo sì con un golpe, per diretto intervento dei servizi segreti britannici e statunitensi nel 1953, dopo che il primo ministro democraticamente eletto, Mohammad Mossadeq, aveva nazionalizzato la Anglo Persian Oil Company in un tentativo di garantire indipendenza e sviluppo economico al paese. La composizione sociale della sollevazione popolare fu la stessa di quella che oggi sembra essere all'origine dell'attuale sollevazione: dalla borghesia cittadina e i commercianti dei bazaar, agli studenti universitari, agli strati più poveri della popolazione.

Non una improvvisa eruzione orchestrata dall'estero, ma un evento politico che aveva avuto una lunga incubazione nel profondo della società e che reagiva a condizioni di vita decrescenti e alla durezza della repressione, che si fece negli anni sempre più stringente.

Nel 1957 fu costituita, con l'assistenza della CIA e dei servizi britannici e israeliani la famigerata Savak, polizia segreta che rapiva, torturava, uccideva in modo indiscriminato gli oppositori. Il regime dei Pahlavi fu, in quegli anni, tra i più duri tra i regimi che gli USA instauravano in giro per il mondo, dall'Indonesia, all'Iraq, alle Filippine, ecc.

L'8 settembre 1978, ricordato come il "venerdì nero", dopo aver dichiarato la legge marziale in risposta alle agitazioni popolari che duravano da anni, l'esercito dello Scia giustiziò sulle piazze centinaia di manifestanti, fornendo la miccia del processo che portò nel febbraio del 1979 alla caduta del regime.

Queste due cose dovrebbero essere ricordate oggi: la rivoluzione del '79 non fu una cospirazione oscurantista contro un sovrano modernista, ma una rivolta di popolo contro un monarca assoluto. Dovrebbero ricordarselo coloro che nei governi e nelle redazioni giornalistiche inneggiano al figlio del massacratore Pahlavi sul trono di Persia, il cui nome viene sventolato molto più dai media mainstream, imboccati dagli apparati informativi occidentali, che nelle piazze di Teheran.

Dovrebbero ricordarselo anche coloro che vedono nella rivolta iraniana null'altro che la proiezione di potenza del mai sopito imperialismo statunitense e di Israele negando agency alle popolazioni in lotta. Anche oggi, come allora, la rivolta è stata lungamente incubata nella società iraniana, coinvolge larghi strati della popolazione e si oppone ad un potere oppressivo che ha condannato alla povertà un paese.

Certo anche oggi potenze esterne approfitteranno della situazione. Ma non esiste nella storia una rivoluzione che non abbia usufruito anche di forme di appoggio esterno. I fatti politici, soprattutto in campo internazionale non sono mai "puliti", come spesso vengono dipinti a posteriori, ma comprendono sempre un certo grado di opacità.

Leggere quanto avviene in Iran con la lente degli equilibri e delle sfere di influenza impedisce di vedere le persone, che vengono nascoste dietro agli Stati o alle Nazioni.

Un militante dell'opposizione democratica ha coniato la felice definizione di "orientalismo alla rovescia" le titubanze di alcune sinistre a sostenere i popoli quando i loro governi si professano "antimperialisti". E' già avvenuto per la rivoluzione siriana lasciata anche dai movimenti in pasto ai Mig di Putin e alle milizie integraliste islamiche.

Il regime iraniano si è evoluto nel tempo dalla presa del potere degli apparati religiosi all'interno dello schieramento rivoluzionario grazie alla retorica religiosa e alla maggiore capacità organizzativa. Si è rafforzato durante la guerra con l'Iraq, introducendo la narrazione del martirio eroico e consolidato il potere militare ed economico delle guardie della rivoluzione. Poi la retorica dell'"asse della resistenza" permetteva di proiettare all'esterno le proprie contraddizioni, continuando ad opprimere il proprio popolo nel nome della liberazione di un altro. Scambio che dovrebbe essere inaccettabile per qualunque movimento di liberazione. Ed intanto evolvendo in un conglomerato politico-economico-militare che domina la società e ne blocca lo sviluppo e la libertà, ancorandola all'inutile impresa nucleare e estendendo il controllo sul corpo delle donne per assicurarsi il sostegno della parte più arretrata della società rurale. La grave situazione economica ha fornito alimento e benzina ad una rivolta che nasce dalla profonda perdita di legittimità del regime.

Certo ci sarebbe piaciuta di più una evoluzione democratica dello stato iraniano sotto la pressione popolare che ne salvaguardasse anche l'autonomia e l'indipendenza. Un l'indebolimento della concentrazione di potere economico dei cosiddetti Guardiani della Rivoluzione, la progressiva attenuazione della presa delle disposizioni pseudoreligiose ed una democratizzazione della società e dell'economia. Ma ciò non sta avvenendo a causa della storica resistenza dei poteri consolidati e conglomerati a perpetuare sé stessi.

Se questo regime, che gli oppositori chiamano fascismo islamico, cadrà sarà per decisione della popolazione e non di Trump, ma non ci si deve scandalizzare se, in una lotta che è mortale, accetterà gli aiuti che arriveranno .

Chiediamoci se saremo in grado di far arrivare potenti, determinati e convinti anche il nostro sostegno.

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Aut-arma-aut-humanitas: il contro-discorso di Natale dei Disarmisti che replicano a Mattarella

25.12.2025

Al contro-discorso che replica alle narrazioni istituzionali, oggetto di questa pagina web come esplicita replica a Mattarella, aggiungiamo, in questa vigilia di Natale 2025, una riflessione che nasce dal rifiuto della logica bellica.

Natale 2025: non c'è pace senza disarmo, non c'è memoria di lotta nonviolenta senza obiezione

In questi giorni in cui le luci delle feste provano a rischiarare un orizzonte oscurato dai fumi dei conflitti, il nostro augurio non può essere una semplice formalità. Per i Disarmisti Esigenti, il Natale è il momento per rinnovare una scelta di campo radicale: quella della nonviolenza attiva (noi diciamo "poietica") e dell'opposizione intransigente a ogni guerra e, soprattutto, alla sua preparazione. Il contrario di quanto ha predicato il presidente Mattarella con il suo discorso in cui ha proclamato necessario l'aumento delle spese militari.

Onorare i morti opponendosi alle armi

Mentre la retorica ufficiale spesso usa il sacrificio delle vittime delle guerre per giustificare nuovi armamenti, noi ribadiamo una verità scomoda ma necessaria: l'unico modo autentico per onorare la memoria delle persone uccise dai conflitti — di ieri e di oggi — è impedire che altre vite vengano spezzate domani.

Onorare i morti significa dire "Basta!" alla macchina bellica. Significa opporsi non solo alle esplosioni del presente, ma alla silenziosa e letale costruzione delle guerre future. Ogni arma prodotta oggi è una promessa di morte per domani; ogni investimento tecnologico in sistemi d'arma è un furto di futuro alle nuove generazioni.

Meno armi, più salute e ambiente pulito: una scelta per la nuova civiltà della "terrestrità"

La nostra battaglia è per la vita universale, qui ed ora. Non accettiamo che le risorse collettive vengano drenate dall'industria bellica mentre i servizi essenziali collassano e l'ecosistema, cui apparteniamo organicamente come specie animale, è stressato verso una catastrofe non solo climatica.

  • Chiediamo con forza di respingere i piani di riarmo NATO ed europei; quindi un taglio drastico del bilancio destinato alla Difesa in Italia. È inaccettabile che mentre si tagliano fondi alla conversione ecologica, sanità pubblica, all'assistenza ai più fragili e alla ricerca, la spesa per le armi continui a crescere in modo esponenziale.
  • Ogni euro sottratto a un cacciabombardiere o a un sistema missilistico deve essere devoluto alla sanità, all'istruzione, ai servizi pubblici e al risanamento ambientale. Questa è la vera sicurezza: una società che si prende cura dei suoi cittadini e della Natura, non una che si prepara a distruggere quelli altrui.

Italia: firma e ratifica il Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari (TPNW)

Il rischio nucleare non è mai stato così concreto. Per questo, il nostro impegno natalizio è un appello politico e morale: l'Italia deve uscire dall'ambiguità. Sosteniamo con determinazione la richiesta affinché il nostro Paese sottoscriva e ratifichi il Trattato ONU per la messa al bando delle armi nucleari. Non può esserci pace sotto l'ombrello di ordigni capaci di annientare l'umanità. La deterrenza è un inganno, il disarmo atomico è l'unica via di scampo.

Per una difesa civile, non armata e nonviolenta

La difesa della Patria non deve più essere sinonimo di militarismo. Lavoriamo instancabilmente per l'istituzione seria di una Difesa Civile, Non Armata e Nonviolenta (DCNAN). Vogliamo un'istituzione che formi i cittadini alla risoluzione nonviolenta dei conflitti, alla protezione del territorio e alla solidarietà internazionale, offrendo un'alternativa concreta al modello gerarchico e distruttivo delle caserme.

Per la conversione ecologica e la terrestrità

La conversione ecologica per i disarmisti esigenti non è solo il passaggio alle energie rinnovabili, ma una ristrutturazione radicale dell'economia e dell'industria. Denunciamo il fatto che le forze armate globali sono tra i maggiori emettitori di CO2 e inquinatori del suolo, spesso esentati dagli accordi internazionali sul clima (come quelli di Parigi). Proponiamo, al contrario, di trasformare le fabbriche di armamenti in centri di produzione per tecnologie civili e sostenibili (es. mobilità elettrica, dispositivi medici, infrastrutture per il ripristino ambientale).

Il nostro concetto di "terrestrità" (spesso associato al pensiero di Carlo Cassola e Edgar Morin) sposta l'accento dai confini nazionali all'appartenenza biologica comune.

  • La terrestrità contesta la deterrenza perché quest'ultima divide l'umanità in "amici" e "nemici". Per i disarmisti, i veri nemici sono le minacce globali (diseguaglianze sociali, fame, pandemie, collasso climatico, siccità) che non si fermano davanti agli eserciti.
  • Il "sacro dovere di difesa" (Art. 52) viene reinterpretato come difesa della "Madre Comune, la "Terra Matria". La sovranità non appartiene più allo Stato-Nazione armato, ma alla comunità terrestre che deve cooperare per non estinguersi.
  • Riconoscere che siamo tutti "terrestri" significa accettare la nostra reciproca dipendenza, rendendo la minaccia nucleare o bellica un atto di "umanicidio" (suicidio della specie).

L'augurio dei Disarmisti Esigenti

Il nostro Natale è un atto di resistenza. È la volontà di restare umani in un mondo che si arma fino ai denti. Auguriamo a tutte e tutti di trovare la forza di obiettare, di disarmare i propri pensieri e di unirsi a noi in questa marcia esigente verso un mondo senza eserciti, dove la sola guerra ammessa sia quella contro la povertà, la malattia, l'inquinamento e l'ingiustizia.

Buon Natale di Pace e di Disarmo.

I Disarmisti Esigenti - www.disarmistiesigenti.org -- cell. 340-0736871

COMUNICATO STAMPA (21-12-2025)

https://comunicazione-nonviolenta.webnode.it/l/aut-arma-aut-humanitas/

con preghiera di pubblicazione su testate giornalistiche, siti web e blog

Nell'occasione ricordiamo il tema del "giornalismo di pace" che verrà affrontato oggi, domenica 21 dicembre, in un webinar, dalle ore 18:00 alle ore 20:30: come tale pratica può trovare una collaborazione e una integrazione con la "comunicazione nonviolenta"?

Link per partecipare:

https://us06web.zoom.us/j/89184728319?pwd=3nmj7ek4bfoliaZ3fIxeGr54ICzUjb.1

OGGETTO: Contro-discorso di Natale. I Disarmisti Esigenti rispondono al Presidente Mattarella: "La 'deterrenza', genocidio programmato*, è l'inganno che prepara la fine del mondo".

21 Dicembre 2025 – I Disarmisti Esigenti, in risposta al discorso pronunciato dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione degli auguri alle Alte Cariche dello Stato, rilasciano la seguente nota e il loro "Contro-discorso di Natale", scritto adottando lo spirito e il rigore civile di Carlo Cassola, il fondatore della Lega per il disarmo, organizzazione alla base del nostro progetto, per il quale la sopravvivenza del genere umano, nella pace con la Natura, era l'unico vero imperativo morale. Ricordiamo altresì che all'origine del nostro progetto di rete di gruppi di base c'è l'appello di Stéphane Hessel ad "esigere" subito il disarmo nucleare totale. Per questo collaboriamo con la Campagna ICAN (premio Nobel per la pace per il contributo dato al Trattato di proibizione delle armi nucleari) di cui siamo tra i membri italiani.

La nota politica

Il Presidente Mattarella ha affermato che la spesa militare è "necessaria" e che la pace si fonda sulla "deterrenza". Noi rispondiamo che queste parole rappresentano una resa culturale e un tradimento dello spirito della Costituzione, specialmente se giustificano la partecipazione dell'Italia al "nuclear sharing" della NATO**. Definire "necessaria" la corsa agli armamenti, includente persino la modernizzazione nucleare**, significa accettare la logica della guerra come ineluttabile. La "difesa comune europea" citata dal Colle non è altro che un nuovo blocco militare che sottrae risorse alla vita per darle alla morte. La vera deterrenza è il disarmo che prepara la pace attraverso un percorso di pace.

Denunciamo inoltre come questo approccio calpesti il senso cristiano del Natale. L'annuncio della "pace in terra agli uomini di buona volontà" viene svuotato di ogni significato se sostituito dalla fiducia nelle testate atomiche e negli eserciti che marciano sotto la loro ombra. Non può esserci "buona volontà" là dove si teorizza il genocidio programmato* come strumento di equilibrio internazionale.

Il Contro-discorso

"C'è un'aria stanca in queste stanze dorate del Quirinale. Si scambiano auguri mentre fuori, nelle officine della Storia del sistema della potenza e del profitto, si preparano gli ordigni che spazzeranno via tutto. Il Presidente Mattarella ha parlato di difesa, di sicurezza, di deterrenza. Sono parole vecchie, parole che sanno di polvere e di retorica ottocentesca, del tutto inadeguate al tempo dell'atomo.

In questi giorni in cui si dovrebbe celebrare la venuta della Luce, le istituzioni scelgono di celebrare l'ombra del militarismo. Dov'è finito l'annuncio della pace agli uomini di buona volontà? È stato sacrificato sull'altare della ragion di Stato. Si parla di pace, ma si preparano le macchine per distruggerla. È una violazione profonda, oltre che dello spirito della nostra Costituzione pacifista che ripudia la guerra, del messaggio natalizio, ridotto a rito esteriore mentre la sostanza è l'apologia delle armi.

Noi, gente comune, guardiamo i volti di questi uomini delle istituzioni. Sembrano non capire che la politica, se non è salvaguardia della vita, è solo una recita inutile. Parlano di 'spesa poco popolare ma necessaria'. Ma cosa c'è di necessario nel costruire strumenti che hanno come unico scopo la distruzione dell'uomo? È una contraddizione in termini che solo la cecità del potere può accettare.

La pace di cui parla il Presidente è una pace armata, cioè una pace finta. È la tregua dei carnefici. La vera pace non ha bisogno di armi per affermarsi, meno che mai di armi "atomiche"; ha bisogno della rimozione delle armi. Se vogliamo che l'umanità abbia un domani, dobbiamo avere il coraggio di essere 'unilaterali'. Bisogna smettere di armarsi, semplicemente. Non per strategia, ma per amore della realtà e per rispetto etico della Vita.

Diceva un tempo un vecchio scrittore che la Vita è la sola cosa che conti. Nel Palazzo, tra i velluti di Roma, si è celebrata invece la logica della forza travestita da diritto. Ma il diritto che ha bisogno dei missili per farsi valere non è diritto: è sopraffazione.

Questo Natale non porti nuove testate 'atomiche', gli euromissili che tornano, nuove navi da guerra o scudi spaziali. Porti la vergogna per la nostra incapacità di pensare il mondo senza il conflitto. La sicurezza europea è un'illusione se il mondo intero trema sotto il peso di arsenali sempre più sofisticati.

Noi disarmisti nonviolenti non chiediamo molto. Chiediamo solo che la politica torni a essere umana. Che si smetta di mentire dicendo che le armi servono alla pace. Le armi servono solo alla guerra. E la guerra, oggi, è la fine della Storia. Bisogna scegliere: o le armi, o l'Umanità. Tertium non datur."

Per i Disarmisti Esigenti Alfonso Navarra Cell. 340-0736871 Sito web: www.disarmistiesigenti.org

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*Nota: la deterrenza è un genocidio programmato

Per i Disarmisti Esigenti, e per Carlo Cassola, al pari di Stéphane Hessel, loro fonte ispiratrice, la "deterrenza" non è una strategia politica, ma un crimine già in atto. Ecco la spiegazione essenziale del concetto, a partire dalla constatazione che l'intenzione è già atto. Se io tengo una pistola puntata alla tempia di un uomo dicendo che serve a non farlo muovere, io sto già compiendo un atto di violenza. La deterrenza nucleare si basa sulla "minaccia credibile" di distruggere milioni di civili. Programmare questa distruzione, preparare i piani d'attacco e tenere i missili pronti al lancio significa aver già accettato il genocidio come opzione possibile. Moralmente, il genocidio è già avvenuto nella mente di chi lo pianifica. In secondo luogo viene perpetrato un furto di vita. La spesa per la deterrenza sottrae risorse vitali (scuole, ospedali, tutela della natura) per destinarle a macchine di morte. Questo è un genocidio "lento" e silenzioso: si lascia morire chi potrebbe essere salvato oggi per mantenere la capacità di uccidere tutti domani. Come terzo punto, la deterrenza sposta la decisione dalla coscienza umana alla velocità della macchina. Nel tempo dell'atomo, non c'è spazio per il dubbio o per la pietà. Definirla "genocidio programmato" significa riconoscere che abbiamo affidato la sopravvivenza della specie a un algoritmo di sterminio reciproco. La deterrenza, a conti fatti, non "evita" la guerra; essa istituzionalizza lo sterminio di massa. Chiamarla con il suo nome — genocidio — è il primo atto di onestà intellettuale che un uomo libero deve compiere contro la retorica del potere.

**Nota: la logica della deterrenza, in particolare quella nucleare, "genocidio programmato", non è conciliabile con una Costituzione che ripudia la guerra

Ecco i principali argomenti che i disarmisti esigenti potrebbero utilizzare per contestare la visione presidenziale, con particolare attenzione all'incostituzionalità del coinvolgimento nucleare.

1. Il significato semantico di "ripudio" (Art. 11 Cost.)

Il primo argomento riguarda la forza del verbo scelto dai padri costituenti.

  • L'Articolo 11 non dice che l'Italia "evita" la guerra, ma che la ripudia. Il ripudio è un atto morale e giuridico definitivo che esclude la guerra come strumento di offesa e come mezzo di risoluzione delle controversie.
  • La deterrenza si basa sulla minaccia credibile dell'uso della forza. Secondo i disarmisti, mantenere un apparato bellico pronto a colpire per "scoraggiare" l'avversario significa mantenere la guerra nel proprio orizzonte logico e operativo, tradendo il concetto di ripudio totale.

2. L'incostituzionalità del deterrente nucleare (nuclear sharing)

L'integrazione dell'Italia nel sistema di deterrenza nucleare della NATO rappresenta, per i disarmisti, il punto di massima rottura con la Carta Costituzionale.

  • L'Italia ospita testate nucleari statunitensi (programma di nuclear sharing) e addestra i propri piloti all'uso di tali ordigni. I disarmisti contestano al Presidente che tale cooperazione è incompatibile con l'Articolo 11.
  • Se la Costituzione ammette limitazioni di sovranità per assicurare "la pace e la giustizia", l'arma nucleare è per definizione ingiusta e indiscriminata. Essa colpisce popolazioni civili e l'ambiente in modo irreversibile, rendendo impossibile qualsiasi distinzione tra difesa e sterminio.
  • La deterrenza nucleare viene vista come una violazione dello spirito del Trattato di Non Proliferazione (TNP) e del recente Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari (TPNW), che l'Italia non ha firmato proprio per restare sotto "l'ombrello nucleare" alleato.

3. Il paradosso della "pace armata"

I disarmisti contestano la logica secondo cui "per avere la pace bisogna preparare la guerra" (Si vis pacem, para bellum).

  • La deterrenza innesca il cosiddetto "dilemma della sicurezza": se l'Italia si arma per difendersi, i vicini o i competitori faranno lo stesso, aumentando la tensione globale anziché ridurla.
  • La difesa della patria (Art. 52) non dovrebbe coincidere necessariamente con la difesa militare. I disarmisti propongono la "Difesa Popolare Nonviolenta" come unica forma di protezione coerente con il ripudio della guerra.

4. La delega di sovranità e l'organizzazione internazionale

  • Molti critici sostengono che l'attuale sistema di deterrenza non operi per "limitare la sovranità verso la pace", ma per rafforzare blocchi militari contrapposti. I disarmisti condividono queste critiche.
  • La deterrenza nucleare è vista come il massimo tradimento della sovranità popolare, poiché delega a centri di potere esterni (i vertici NATO o il comando USA) decisioni che potrebbero portare all'annientamento della nazione stessa.

5. Priorità di spesa e diritti Sociali

  • Finanziare la deterrenza (nuovi caccia F-35 atti al trasporto nucleare, sottomarini, sistemi d'arma) sottrae risorse ai diritti fondamentali che la Costituzione garantisce (salute, istruzione, lavoro).
  • Il Presidente, come garante della Costituzione nella sua interezza, dovrebbe tutelare il "benessere sociale" prima della "potenza militare". La deterrenza viene vista come un furto ai danni della sicurezza sociale dei cittadini.

6. La funzione della difesa (Art. 52 Cost.)

Sebbene la difesa della Patria sia definita "sacro dovere del cittadino", i disarmisti contestano l'interpretazione militarista di questo articolo.

  • La Patria si difende tutelando il territorio e la solidarietà, non accumulando armi che, se usate (specialmente quelle nucleari), distruggerebbero la nazione stessa in un conflitto globale.

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La "generazione Z" insorge e vince in Asia: una sfida per il giornalismo di pace - 22 dicembre 2026

https://comunicazione-nonviolenta.webnode.it/l/generazione-z-vince-in-asia

Alcuni analisti la definiscono la "Primavera della Generazione Z" in Asia. Tra il 2024 e il 2025, diversi governi considerati autoritari o corrotti sono caduti o sono stati costretti a riforme radicali grazie a mobilitazioni di massa guidate quasi esclusivamente da giovanissimi (studenti universitari e liceali).
I media qui in Italia (e in generale in Europa) le ignorano totalmente e stiamo parlando non solo dei mainstream ma anche di quelli che si presentano come alternativi. Qualche riga la possiamo leggere sul magazine "Internazionale".

Stiamo parlando, si badi bene, di mobilitazioni nonviolente vincenti, di carattere indipendente e autogestito, a differenza di sedicenti "resistenze" armate pagate e teleguidate da potenze straniere e del tutto inconcludenti, anzi controproducenti sul piano pratico, benché sotto la debordante luce dei riflettori. I massacri collegati non sono l'ultimo motivo perché, ad esempio, il genocidio in Sudan, oggi molto più grave di altri in corso, è del tutto trascurato. "Resistenze" che, oltretutto, non potrebbero essere definite tali ai sensi dei diritto internazionale, perché le leggi ONU non accettano la "giusta causa" come giustificazione per i crimini di guerra.

Scommettiamo che gran parte degli attivisti che si ritengono informati non hanno la minima idea su quali Paesi sono protagonisti degli avvenimenti di ribellione civile cui stiamo accennando.
Ricordiamo altresì, per giudicare i soggetti opzionanti la lotta armata (valutare il sostegno politico è un obbligo per chi fa politica), che è sempre obbligatorio distinguere tra combattenti e civili. Gli attacchi diretti contro i civili sono crimini di guerra.
E ricordiamo ancora che la presa di ostaggi è esplicitamente proibita dall'Articolo 34 della Quarta Convenzione di Ginevra e dall'Articolo 75 del Primo Protocollo. È considerata una "grave violazione" e un crimine di guerra sotto lo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale. Un Che Guevara non si sarebbe mai sognato di rapire un bambino puntandogli la pistola alla tempia...
Noi abbiamo discusso il 21 dicembre di "GIORNALISMO DI PACE E COMUNICAZIONE NONVIOLENTA" nel webinar organizzato dai DISARMISTI ESIGENTI.
La moderazione è stata di Daniele Barbi da Trier che ha parlato anche della protesta contro la reintroduzione della leva in Germania. Le relazioni di Alfonso Navarra e di Paola Russo (Presenze empatiche) sono state "spalmate" in rapporto alla introduzione di Giorgio Barazza (Centro Sereno Regis), che ha presentato il libro dello scomparso Nanni Salio.
Interventi che potete ascoltare, tra gli altri e tra le domande del pubblico: Giuseppe Paschetto, formatore nonviolento; Luigi Mosca (fisico nucleare, ICAN Francia); Giuseppe La Porta (Coordinamento Capitanata per la pace); Cosimo Forleo (Per la scuola della Repubblica); Patrizia Sterpetti (WILPF Italia).

Qui sotto, per una settimana, si può visionare e scaricare liberamente il video inviato come link di Google Drive

​ video1170466068.mp4​
Il nostro prossimo incontro, ad inizio gennaio, sarà comunque sulla forma dell'assedio permanente ai Palazzi del Potere (spesso in "modalità acampada"), seguito dalla capitolazione di un regime scosso dalle contraddizioni interne: al contrario della violazione una tantum della zona rossa, rappresenta l'atto finale e decisivo di una insurrezione pacifica vincente. Lo intitoleremo: l'esperienza di rivoluzioni nonviolente vincenti (statisticamente molto superiori in successi delle ribellioni armate). Un altro incontro sarà dedicato specificamente alla CNV di Rosemberg, spiegata da Paola Russo.

LA PRIMAVERA DELLA GENERAZIONE Z IN ASIA

Un fenomeno molto profondo, che alcuni analisti definiscono la "Primavera della Generazione Z" in Asia, ha avuto luogo tra il 2024 e il 2025, Diversi governi considerati autoritari o corrotti sono caduti o sono stati costretti a riforme radicali grazie a mobilitazioni guidate quasi esclusivamente da giovanissimi (studenti universitari e liceali).

Ecco i casi più significativi e recenti, con una menzione particolare, svolta a parte, sulla situazione molto calda in Corea del Sud.

1. Bangladesh: la "Rivoluzione Gen Z" (agosto 2024)

È stato il caso più eclatante. Quella che era iniziata come una protesta studentesca contro il sistema delle quote nei posti di lavoro pubblici si è trasformata in un movimento nazionale contro la premier Sheikh Hasina, al potere da 15 anni. Nonostante una repressione violentissima, la premier è fuggita dal paese il 5 agosto 2024. Oggi Il Paese è guidato da un governo ad interim presieduto dal premio Nobel Muhammad Yunus, scelto proprio dai leader studenteschi. Tuttavia, la situazione resta tesa: pochi giorni fa (dicembre 2025), la morte del giovane leader Sharif Osman Hadi ha scatenato nuove ondate di proteste.

2. Nepal: la caduta per il bando dei Social (settembre 2025)

In Nepal, la miccia è stata il tentativo del governo di limitare la libertà digitale (in particolare il bando di alcuni social media). Migliaia di giovani sono scesi in piazza a Kathmandu contro la corruzione e il nepotismo. Il primo ministro K. P. Sharma Oli si è dimesso il 9 settembre 2025 dopo che i manifestanti sono arrivati a occupare simbolicamente i tetti dei palazzi governativi.

3. Sri Lanka: Il precedente dell'Aragalaya

Sebbene iniziato nel 2022, il movimento "Aragalaya" ("Lotta") ha segnato la via. I giovani hanno cacciato la dinastia Rajapaksa a causa della crisi economica. Nel settembre 2024, le elezioni sono state vinte da Anura Kumara Dissanayake, un politico che ha basato la sua campagna proprio sulle istanze di rottura con il passato chieste dai giovani.

4. Altri focolai in corso

  • Indonesia: nell'agosto 2025, proteste studentesche di massa hanno bloccato i tentativi del Parlamento di modificare le leggi elettorali a favore delle élite e hanno contestato i privilegi economici dei parlamentari.
  • Timor-Est: recentemente (settembre 2025), proteste lampo di giovani hanno costretto il governo a cancellare acquisti di auto di lusso per i deputati e ad abolire pensioni vitalizie per i politici.

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L'assedio della democrazia: dalla legge marziale al processo per insurrezione in Corea del Sud

Oggi, 23 dicembre 2025, la Corea del Sud sta attraversando una fase cruciale di ricostituzione democratica, cercando di lasciarsi alle spalle il trauma del tentato colpo di Stato orchestrato dall'ex presidente Yoon Suk Yeol.

La notte del 3 dicembre 2024: il punto di rottura

La crisi di legittimità del governo è precipitata drasticamente nella notte del 3 dicembre 2024. In un atto senza precedenti negli ultimi 40 anni, il presidente Yoon ha dichiarato improvvisamente la legge marziale d'emergenza, giustificandola come misura necessaria contro presunte "attività anti-stato" dell'opposizione. In realtà, la mossa mirava a paralizzare il Parlamento e a bloccare le indagini per corruzione che coinvolgevano la sua famiglia e la First Lady, Kim Keon-hee.

L'assedio al Parlamento e la resistenza civile

La reazione popolare è stata immediata e decisiva. In una dimostrazione plastica di "assedio nonviolento", migliaia di cittadini si sono diretti verso l'Assemblea Nazionale di Seul, circondandola per proteggerla. Mentre i reparti speciali dell'esercito tentavano di penetrare nell'edificio calandosi dagli elicotteri, i manifestanti hanno formato barriere umane, permettendo ai deputati di entrare e votare all'unanimità l'annullamento del decreto. Questa pressione dal basso ha costretto i militari al ritiro dopo poche ore, segnando il fallimento tattico del golpe.

La rimozione e l'arresto (Aprile - Giugno 2025)

Dopo mesi di instabilità politica e proteste di massa, la Corte Costituzionale ha ratificato la mozione di impeachment, rimuovendo ufficialmente Yoon Suk Yeol dall'incarico il 4 aprile 2025. A seguito della perdita dell'immunità, l'ex presidente è stato arrestato con l'accusa di insurrezione e abuso di potere. Le elezioni anticipate tenutesi a giugno hanno sancito la vittoria di Lee Jae-myung (Partito Democratico), che ha assunto la guida del Paese con il mandato di riformare radicalmente le istituzioni.

Il quadro attuale: 23 dicembre 2025

A un anno esatto dal tentato golpe, l'atmosfera a Seul resta carica di tensione giudiziaria:

  • Tribunali Speciali: proprio oggi, 23 dicembre 2025, il Parlamento ha approvato l'istituzione di corti speciali per la ribellione, uno strumento necessario per processare celermente non solo Yoon, ma anche i vertici militari e i ministri che hanno collaborato all'esecuzione della legge marziale.
  • Le "Manifestazioni a lume di candela": le piazze non si sono svuotate, ma hanno cambiato obiettivo. Se nel 2019 i giovani protestavano contro i privilegi della casta (scandalo Cho Kuk), oggi i Candlelight Rallies chiedono la massima severità della pena per il reato di insurrezione, inclusa l'ipotesi dell'ergastolo, per garantire che nessun leader futuro possa tentare nuovamente di sovvertire l'ordine costituzionale.
  • Riforma dello Stato: Ii governo Lee sta procedendo allo smantellamento del sistema di potere burocratico-giudiziario che per decenni ha protetto le élite conservatrici, cercando di rispondere alla domanda di trasparenza che accomuna la "Generazione Z" e le generazioni più anziane che hanno vissuto la dittatura.

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Caratteristiche comuni di queste rivoluzioni

Questi movimenti condividono tratti unici che li distinguono dalle rivoluzioni del passato:

L'uso di icone della cultura pop (es. la bandiera dei pirati di One Piece in Indonesia e Nepal) come simboli di libertà.
Organizzazione ultra-rapida via TikTok, Discord e Telegram per aggirare la censura.
Spesso i giovani rifiutano anche i vecchi partiti di opposizione, chiedendo un ricambio generazionale completo.
Non c'è un unico leader carismatico "vecchio stile", rendendo difficile per i governi fermare il movimento arrestando singole persone.

Nota di cautela: Sebbene queste rivoluzioni abbiano rimosso leader corrotti, la sfida successiva (la transizione verso democrazie stabili) si sta rivelando difficile in molti di questi Paesi, con forti pressioni da parte dei militari o instabilità economica persistente.

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In questa ondata di rivoluzioni asiatiche tra il 2024 e il 2025, l'occupazione simbolica e fisica dei palazzi del potere ha sostituito la classica guerriglia di strada o lo scontro per superare barriere fisiche sorvegliate da gendarmi ("zone rosse" da violare) come atto finale e decisivo.

Non si tratta solo di una tattica logistica, ma di un preciso meccanismo psicologico e comunicativo. Ecco perché l'assedio ai palazzi è diventato la forma fondamentale di queste vittorie:

1. Il crollo dell'invulnerabilità

In regimi autoritari o corrotti, il palazzo (sia esso la residenza del Premier o il Parlamento) rappresenta l'invulnerabilità dell'élite.

  • Bangladesh (agosto 2024): quando migliaia di studenti hanno fatto irruzione nel "Ganabhaban" (la residenza di Sheikh Hasina), le immagini di ragazzi comuni che si sedevano sui divani della premier o mangiavano nelle sue cucine hanno distrutto istantaneamente l'aura di potere del regime.
  • Nepal (settembre 2025): L'immagine dei manifestanti sui tetti del Singa Durbar a Kathmandu ha segnalato che le forze dell'ordine non erano più disposte a sparare per proteggere le mura, rendendo il governo politicamente nudo.

2. Dalla "violazione" alla "riappropriazione"

A differenza delle rivolte del passato, dove superare una "zona rossa" era un atto di guerra, per la Gen Z asiatica è un atto di "pulizia" o riappropriazione.

  • In Nepal e Sri Lanka, dopo l'occupazione, molti gruppi di giovani sono stati visti pulire le strade e i giardini dei palazzi occupati.
  • Questo trasmette un messaggio potente: "Noi non siamo qui per distruggere lo Stato, ma per riprenderci ciò che è nostro e che voi avete sporcato con la corruzione".

3. La paralisi dei difensori (l'effetto "Jiu-jitsu")

L'assedio di massa mette le forze di sicurezza davanti a un dilemma impossibile. Se i manifestanti sono migliaia, giovani e disarmati, l'uso della forza letale davanti ai palazzi governativi (ripreso in diretta streaming) potrebbe produrre un martirio tale da provocare la rivolta immediata anche dell'esercito. E' così accaduto che in Bangladesh e Nepal, l'esercito ha scelto di non sparare sulla folla che assediava i palazzi, costringendo i leader alle dimissioni o alla fuga.

4. Il Palazzo come "set" per i Social

Queste rivoluzioni sono pensate per essere trasmesse. Un'immagine su TikTok di un ragazzo con la bandiera di One Piece davanti al portone del potere vale più di mille scontri con la polizia. L'assedio trasforma il luogo fisico in un palcoscenico globale, dove il governo perde la battaglia della narrazione prima ancora di quella militare.

In sintesi: Tabella delle differenze strategiche

Caratteristica vecchia è sfondare le linee di polizia; nuova: occupare il simbolo della nazione.

Metodo vecchio è la violenza tattica (molotov, pietre); nuovo: la non collaborazione generale e la pressione numerica sotto i palazzi del Potere. Il risultato è il logoramento a lungo termine dei regimi. Il crollo psicologico immediato dei leader è immediato.

Il simbolismo vecchio è la barricata (divisione); quello nuovo è sedersi sul divano del Premier (riappropriazione)

Un punto di riflessione: questa strategia è "vincente" nel far cadere i governi, ma è sufficiente per costruirne di nuovi? L'occupazione di un palazzo è un atto istantaneo, mentre la riforma delle istituzioni richiede tempi lunghi che spesso i giovani, una volta tornati a casa, faticano a perseguire e monitorare.

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No al debito per la guerra, sì agli eurobond per la "pace-verde" - 20 dicembre 2025

https://comunicazione-nonviolenta.webnode.it/l/no-sanzioni-debito-per-pace-verde/

Comunicato stampa dei Disarmisti esigenti - www.disarmistiesigenti.org - info 340-0736872 coordinamentodisarmisti@gmail.com

con preghiera di pubblicazione su testate giornalistiche, siti, blog

Vertice UE del 19* dicembre: l'Europa sceglie il debito comune per la guerra invece che per la pace "verde". Serve una svolta diplomatica per compromessi veri, la cessazione di sanzioni controproducenti alla Russia, non nuovi muri finanziari. (*la decisione è stata presa alle 3 della mattina)

Bruxelles/Roma, 19 Dicembre 2025 – Le decisioni emerse dall'ultimo Consiglio Europeo confermano una direzione preoccupante: l'Unione Europea continua a istituzionalizzare il conflitto, impegnando il futuro delle prossime generazioni attraverso 90 miliardi di euro di debito comune destinati a prolungare lo scontro in Ucraina.

I Disarmisti esigenti, impegnati a costruirsi quale polo attrattivo antimilitarista e nonviolento del movimento per la pace, esprimono ferma contrarietà a questa strategia per le seguenti ragioni:

- È paradossale che lo strumento del debito comune, nato con il NextGenerationEU per la transizione ecologica e la coesione sociale, venga ora piegato a logiche di assistenza militare e finanziamento a fondo perduto per un conflitto senza fine. Stiamo ipotecando il futuro dei giovani europei per alimentare una contraffazione della difesa comune che ignora la via diplomatica.

- Sebbene l'accantonamento dell'uso degli asset russi eviti per ora un collasso del diritto internazionale, il continuo lavoro verso nuove restrizioni e il mantenimento del regime sanzionatorio rappresentano un ostacolo insormontabile per la costruzione di un tavolo negoziale. Le sanzioni non hanno fermato le ostilità, ma hanno cementato la divisione del continente ed impoverito i popoli europei.

- Il "successo" rivendicato dai governi italiano, francese e belga è puramente tecnico. Evitare il ricorso agli asset russi solo per sostituirlo con debito pubblico non è un passo verso la pace, ma solo un cambio di bilancio per evitare problemi giuridici ed economici. Chiediamo che il governo italiano si faccia promotore di una "Conferenza di Pace di Helsinki II" anziché limitarsi a negoziare le clausole di un prestito bellico.

Ogni miliardo stanziato per l'assistenza multidimensionale (che spesso nasconde nuovi invii di armi) è un miliardo sottratto alla diplomazia e alla ricostruzione civile sotto l'egida dell'ONU.

I Disarmisti esigenti chiedono formalmente:

  1. La sospensione immediata dell'escalation sanzionatoria come gesto di buona volontà per riaprire i canali di comunicazione con Mosca. Le sanzioni dovrebbero essere proprio tolte!
  2. Che una quota parte dei fondi stanziati dal debito comune sia vincolata esclusivamente a iniziative di mediazione internazionale e al sostegno dei movimenti pacifisti e nonviolenti in entrambi i paesi coinvolti formalmente dal conflitto bellico. (Vedi le richieste collegate alla Campagna Object war).
  3. La cessazione dell'invio di armamenti, in linea con i sentimenti della maggioranza dei cittadini europei che chiedono sicurezza attraverso il dialogo e non attraverso la deterrenza nucleare e le guerre portate avanti per procura.

In coerenza con quanto espresso, aderiamo e sosteniamo gli obiettivi della campagna internazionale "Object War", promossa dalla War Resisters' International (WRI) e da una rete di organizzazioni pacifiste europee. Chiediamo che l'Unione Europea, parallelamente alle discussioni sui prestiti finanziari, agisca concretamente per:

  • Garantire asilo politico e protezione immediata a tutti i disertori, obiettori di coscienza e attivisti che rifiutano di partecipare alla guerra, sia in Russia che in Ucraina e Bielorussia.
  • Esigere che tutti i paesi coinvolti nel conflitto rispettino il diritto fondamentale all'obiezione di coscienza al servizio militare, come sancito dalle convenzioni internazionali sui diritti umani.
  • Destinare risorse non alla fornitura di armi, ma alla tutela di chi, con la propria scelta di non uccidere, riconosciuta dal diritto internazionale, rappresenta il primo vero ostacolo alla logica del conflitto permanente.

La pace non si compra a debito, si costruisce con il coraggio politico di sedersi al tavolo delle trattative. E noi la perseguiamo e spingiamo dal basso facendo ricorso, con l'intelligenza e con il cuore, ai metodi della lotta nonviolenta!

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Nell'occasione ricordiamo il tema del "giornalismo di pace" che verrà affrontato domenica 21 dicembre in un webinar, dalle ore 18:00 alle ore 20:30: come tale pratica può trovare una collaborazione e una integrazione con la "comunicazione nonviolenta"?Link per partecipare: https://us06web.zoom.us/j/89184728319?pwd=3nmj7ek4bfoliaZ3fIxeGr54ICzUjb.1 -

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Giornalismo di pace con la non-notizia-sui-sionismi plurimi - 19 dicembre 2026

IL GIORNALISMO PER LA PACE, L'IMPORTANZA DELLE NON NOTIZIE, IL LEGAME PROFONDO CON LA COMUNICAZIONE NONVIOLENTA.

UN ESEMPIO CHE SEGNALIAMO SU PRESSENZA

Il giornalismo di pace, nell'ottica dei Disarmisti Esigenti, ispirato dalle teorizzazioni di Johan Galtung, riprese in Italia, tra gli altri, da Giovanni Salio, non è una semplice cronaca dei fatti, ma un atto di resistenza intellettuale che applica la "nonviolenza poietica" al racconto della realtà. Se il giornalismo di guerra convenzionale tende a polarizzare, a disumanizzare l'avversario e a concentrarsi esclusivamente sulla vittoria militare, il giornalismo di pace opera una decostruzione sistematica della propaganda in tempo reale, cercando le radici del conflitto sotto la superficie degli eventi bellici.

La nonviolenza poietica

La "nonviolenza poietica" che, come concetto, abbiamo lanciato e approfondito al Festival di Comiso (luglio 2025), non è semplicemente "pragmatica", come teorizza Gene Sharp, perché mantiene un ancoraggio all'etica del non uccidere (rispetta la vita universale!) e alla strategia di fiondo del "trasformare i gruppi umani nemici in gruppi umani amici".

La lotta nonviolenta come "creazione" di realtà

La nonviolenza poietica, nel momento in cui promuove campagne specifiche, agisce su tre livelli, strategico, operativo e relazionale. A livello strategico, promuove passi di disarmo unilaterale, rompendo la catena della sfiducia reciproca tra i blocchi. A livello operativo, si manifesta nell'obiezione alla guerra, intesa come rifiuto attivo di collaborare con la macchina bellica, preferendo la costruzione di corpi civili di pace. A livello relazionale, utilizza la comunicazione nonviolenta per trasformare i conflitti in opportunità di incontro tra bisogni umani, agendo come "mediatori" e non come "parteggianti".

La decostruzione della propaganda attraverso i bisogni

Il cuore del metodo Rosenberg — l'identificazione dei bisogni umani universali — costituisce una base logica di questo nuovo modo di fare informazione. La propaganda di guerra lavora per nascondere i bisogni reali dietro strategie di dominio o etichette ideologiche; il giornalismo di pace, invece, riporta l'attenzione su ciò che è vivo in tutte le parti coinvolte. Quando una testata convenzionale parla di "interessi strategici" o "sicurezza nazionale", il giornalista di pace indaga quali bisogni di sussistenza, protezione o appartenenza siano stati negati o minacciati, rendendo visibile l'umanità comune che la guerra cerca di cancellare.

Dal binarismo alla complessità dei mediatori

La nonviolenza poietica applicata all'informazione rifiuta la logica del "campismo" che divide il mondo in buoni e cattivi. Mentre la propaganda spinge il pubblico a inquadrarsi in una delle due fazioni, il metodo Rosenberg suggerisce un approccio di mediazione: ascoltare "tutte le campane" non per dare spazio a falsi equilibri, ma per comprendere le ferite e le paure di ogni attore. Questo significa trattare il conflitto non come un gioco a somma zero dove qualcuno deve soccombere, ma come un problema complesso che richiede soluzioni creative capaci di soddisfare il maggior numero di bisogni possibile.

Il ruolo dei gruppi di affinità e dell'azione di base

Il giornalismo di pace non è riservato ai grandi network; si nutre del "risveglio" delle persone organizzate in gruppi di affinità. Questi nuclei di azione di base diventano produttori di contro-narrazione, diffondendo notizie, specialmente le "non notizie", che evidenziano i passi di disarmo unilaterale o le storie di obiezione alla guerra che i media mainstream ignorano. In questo senso, l'informazione diventa "poietica" perché crea attivamente una nuova realtà culturale, trasformando il lettore da spettatore passivo del massacro a soggetto consapevole dell'interdipendenza terrestre.

Che cosa è una "non notizia"?

Nella sua declinazione particolare del "giornalismo di pace", Alfonso Navarra, coordinatore dei Disarmisti esigenti, si presenta provocatoriamente come "antigiornalista". L' impegno che propone è molto più gravoso di quello che tocca ad un "giornalista" qualsiasi: occuparsi delle "non notizie", vale a dire della ricerca della verità oltre i fatti atomizzati (e valutati secondo i criteri della "novità", della "eccezionalità", della capacità di suscitare polemiche). Di ciò che è strutturale, e non effimero, di ciò che è collegato al tutto, e non preso a sé stante. Di ciò che dovrebbe interessare l'essere umano in quanto tale, nella sua complessità sociale, e non in quanto "singolo" categorizzato nelle stratificazioni sociali stabilite dal "sistema della potenza e del profitto".

Eros contro Thanatos nel racconto quotidiano

Decostruire la propaganda in tempo reale significa anche cambiare il linguaggio: sostituire i termini che evocano la distruzione (Thanatos) con parole che richiamano la cooperazione e la vita (Eros). Il giornalismo di pace mette in luce le iniziative di pace dal basso, le cooperazioni transfrontaliere e i tentativi di dialogo che sopravvivono nonostante le bombe. È una forma di obiezione alla guerra che non si limita a dire "no", ma costruisce attivamente l'orizzonte della terrestrità, dimostrando che la pace non è un'utopia lontana, ma una pratica comunicativa e politica possibile già nel presente.

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UN ARTICOLO CHE SEGNALIAMO COME ESEMPIO DI "GIORNALISMO DI PACE", PIENO DI "NON NOTIZIE" IMPORTANTI, RISPETTOSO DELLA COMUNICAZIONE NONVIOLENTA

Lo troviamo, scritto su PRESSENZA da Giuseppe Paschetto, un "politico" del M5S educatore alla nonviolenza, pubblicato il 18 dicembre 2025, con il titolo: "Verde, bianco, nero, rosso, bianco, azzurro, stelle e arcobaleni"

(Qui non discutiamo la pratica specifica di manifestare mettendo insieme le due bandiere, quella palestinese e quella israeliana. Le soluzioni per esprimere una volontà di promuovere il dialogo possono essere diverse. Ad esempio quello di non esporre nessuna bandiera limitandosi a simboli universali di pace)…

Buona lettura!

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Questo il testo dell'articolo

Prendo spunto da un episodio della local march per Gaza di tre giorni organizzata nel Biellese a ottobre dall'Istituto comprensivo di Valdilana e Pettinengo, dal CAI di Trivero e dal Comune di Valdilana con 500 alunni delle scuole.

Il 7 ottobre avevamo portato oltre alle bandiere palestinese e della pace anche quella israeliana e questo gesto non è stato capito dall'interezza del movimento pro Palestina locale. Il primo motivo che ci ha indotto a esporre quella bandiera è evidente, si trattava di commemorare la strage operata da Hamas esattamente due anni prima. Il secondo motivo è più articolato e ha a che fare in sintesi con la necessità di tenere separato il giudizio sul governo di Tel Aviv rispetto a quello sullo Stato e sul popolo israeliano. Premetto che il giudizio sul criminale di guerra Netanyahu e sul suo codazzo di ministri fascisti da Ben Gvir a Smotrich non può che essere pessimo.

I coloni gangster spadroneggiano con l beneplacito dell'esercito in Cisgiordania, la pace a Gaza è una farsa, l'esercito stesso rispecchia la sostanza violenta e prevaricatoria del governo di estrema destra. La minoranza parlamentare è ridotta ai minimi termini. La maggior parte della popolazione in questa contingenza storica sicuramente è allineata sulle posizioni governative. Insomma la situazione è fosca a più livelli. Ma nonostante questo la bandiera israeliana rappresenta quella parte sana di cittadini israeliani che vogliono la pace e che sia una pace giusta anche per il popolo palestinese. E loro sicuramente non si vergognano di sventolare la bandiera bianca e azzurra con la stella di David.

Una bandiera non rappresenta un governo o un regime ma uno Stato, la sua popolazione, la sua storia. Anche i partigiani italiani durante il fascismo avevano come emblema la bandiera italiana, anche se lo stesso tricolore era esibito dal regime fascista, ma erano i primi a rappresentare a buon diritto lo spirito del tricolore che veniva da lontano. Ovviamente non si può dire lo stesso di altre bandiere: quella con la svastica del terzo reich nasceva già come emblema di un regime criminale quindi meritava solo di finire nella discarica della storia alla fine del nazismo.

L'involuzione anche legislativa di Israele è avvenuta in varie tappe ma sicuramente una delle più significative e di cui avevo già parlato in un articolo di Pressenza risale al 2018 precisamente il 18 luglio di quell'anno, attraverso una legge approvata a stretta maggioranza alla Knesset che per la prima volta ha stabilito che Israele divenisse ufficialmente la "Casa del popolo ebraico". Decisione nefasta e di rilevanza storica perché da questo evento è nata una"basic law" aggiunta alle altre 11 leggi fondamentali di questo Stato senza costituzione. Con essa l'ebraico è divenuto "lingua di stato" assumendo una supremazia nei confronti dell'arabo che fino a 7 anni fa aveva pari dignità. E' stata chiaramente una legge discriminatoria contro cui ha protestato senza successo il 20% di popolazione arabo-israeliana. E l'ispiratore è sempre lui: quel Netanyahu che ha cercato così di anteporre l' "ebraicità" alla democraticità dello Stato, mentre fino al 2018 i due principi erano in un delicato equilibrio. Anzi 11 anni fa sempre lui aveva cercato di far passare una versione della legge ancora più reazionaria. Si può affermare quindi che 5 anni prima del 7 ottobre Israele aveva fatto un passo decisivo verso l'etnocrazia.

Israele è evidente che negli ultimi anni ha deragliato per molti aspetti dai binari della democrazia, si è incanalato nel solco dell'estrema destra che sta caratterizzando purtroppo molti Stati del mondo, Italia compresa. Le ragioni sono tante e complesse e sicuramente non indagabili in modo completo nello spazio di un articolo. Ma alcune considerazioni si possono fare.

C'è innanzitutto uno spartiacque che divide i movimenti e le forze politiche pro Palestina. Da una parte chi considera il sionismo e quindi l'esistenza stessa dello Stato d'Israele come il "peccato originale" da sanare solo attraverso la totale restituzione del territorio a un nascente Stato Palestinese, dall'altra chi ritiene invece che lo Stato d'Israele abbia una legittimazione storica e politica e che quindi anche il sionismo non abbia necessariamente una connotazione negativa.

Forse è il caso di parlare allora non di sionismo ma di più sionismi, con caratteri tra loro anche molto diversi, fino a considerare il termine sionismo come uno strumento che un po' come il coltello può essere usato per sbucciare una mela oppure per piantarlo nel ventre al prossimo. Accettato che obiettivo comune dei sionismi è dare un territorio nella loro patria ancestrale, caratterizzato da una forma Stato, alle comunità ebraiche disperse per il mondo e accomunate non solo da elementi religiosi ma anche culturali (e a volte solo culturali per la parte laica della diaspora ebraica) entrano in gioco notevoli differenze certificate dalla complessa vicenda degli olim, ovvero gli immigrati provenienti da ogni parte del mondo. Si va dal sionismo dei kibbutz con marcati tratti socialisti a quello liberale, da quello con tratti messianici a quello spiccatamente nazionalista. Esiste sionismo della pacifica convivenza con i non ebrei e con gli arabi musulmani e quello opposto, infame, che mira alla cacciata dei palestinesi dall'intero territorio. E quest'ultima versione è purtroppo oggi quella prevalente con l'obiettivo della grande Israele estesa dal fiume al mare che si è affermato con tratti drammatici nei tempi atroci che stiamo vivendo. Ma dichiararsi antisionisti e quindi negare la legittimità del percorso storico e politico che ha portato alla nascita di Israele significa fare un passo deciso verso l'antisemitismo tout court.

La speranza che le minoritarie forze pacifiste e per il dialogo con i palestinesi possano tornare a crescere e a imporsi non deve essere persa. E' l'unica prospettiva che abbiamo da contrapporre alla continuazione infinita della guerra e della strage di innocenti oltre alla sequela di attentati agli ebrei in tutto il mondo inaugurata con la mattanza di Sidney.

Sono andato a Gerusalemme a fine dicembre 1989 per partecipare alla grande manifestazione internazionale "Time for peace" dell'associazione israeliana "Peace Now" fondata nel 1977. Era primo ministro Shamir del Likud la formazione di destra che da 15 anni aveva preso le redini del governo di Tel Aviv. Il clima era quello della prima intifada iniziata da due anni, nel 1987. A Time for peace partecipavano parlamentari italiani e di vari altri Paesi europei e c'erano persino rappresentanti dell'URSS. Io facevo parte, come assessore alla pace del Comune biellese di Cossato, della delegazione di amministratori locali dei Comuni per la Pace coordinati da Flavio Lotti di Perugia. Il 30 dicembre era in programma una grande simbolica catena umana attorno alle mura della città vecchia, un simbolico atto che spronava a trovare un accordo per una pace giusta con i palestinesi, presenti in gran quantità e con tantissime donne. Senza alcun motivo la polizia e i soldati a cavallo, tra la porta di Damasco e quella di Erode, avevano iniziato a caricare. Gli idranti sparavano acqua tinta di verde, i poliziotti colpivano a caso con i manganelli di legno che fanno ben più male di quelli di plastica, venivano esplosi non solo lacrimogeni ma anche gas asfissianti, mentre diversi soldati pensavano bene anche di sparare ai manifestanti pacifici. Tondi proiettili gialli di gomma che però hanno un'anima di acciaio e possono anche uccidere se colpiscono zone vitali. Un gruppo veniva poi inseguito fino all'hotel e gli idranti rivolti verso le vetrate ne facevano esplodere una facendo perdere un occhio a un'insegnante di Napoli.

Il giorno dopo ero a Neve Shalom – Wahat as Salam il villaggio della pace nato dall'intuito di Bruno Hussar dove convivevano in pace ebrei, cristiani e musulmani. Con Neve Shalom simbolicamente equidistante da Tel Aviv, Gerusalemme e Ramallah, avrei promosso un gemellaggio di pace con Cossato. Da quel mio viaggio in cui avevo visto le case palestinesi distrutte dai bulldozer di Tel Aviv e avevo piantato ulivi in Cisgiordania insieme a palestinesi e pacifisti israeliani, avevo maturato la consapevolezza che solo ricacciando l'odio e il desiderio di sopraffazione di vendetta, solo imboccando la via della nonviolenza ci potesse essere pace e giustizia per tutti. E che al tempo stesso la solidarietà e cooperazione internazionale come quella che potevano mettere in atto dal basso i Comuni con azioni di gemellaggio avevano la potenzialità di essere uno strumento in più. Quando due anni dopo a Cossato il gemellaggio era stato ufficializzato con la partecipazione del console d'Israele a Milano, in Medio Oriente si stava affacciando la speranza riposta in una trattativa che avrebbe poi trovato il sigillo negli accordi di Oslo.

Speranza che per l'ennesima volta sarebbe stata delusa. Il console era stato profetico ammonendo che la pace che pareva in quel tempo vicina sarebbe stata sgradita agli estremisti di entrambe le parti. Con Netanyahu e Hamas gli estremisti si sono in effetti imposti. Ma nella società israeliana rimane nonostante tutto, nonostante la crisi dei laburisti, nonostante l'attuale arroganza dell'estrema destra la speranza che la minoranza che caparbiamente continua a lavorare per la pace favorisca la rinascita democratica del Paese. E' lo stesso che è successo in Italia quando negli anni trenta gli antifascisti erano minoranza. E' l'unica prospettiva: non accadrà mai che Israele cacci i palestinesi imponendosi "dal fiume al mare". Né dal fiume al mare esisterà uno Stato Palestinese che si imponga dopo aver "liberato" la Palestina da Israele. Esistono all'orizzonte solo il negoziato, la trattativa, il compromesso, la convivenza pacifica. La prospettiva è quella che individualmente a piccoli gruppi hanno cominciato faticosamente a costruire i "combattenti per la pace" di entrambe le parti, esperienza raccontata nel bel libro dal titolo omonimo curato da Daniela Bezzi. La prospettiva geo-politica dei due popoli e due Stati poteva avere senso un tempo. Ora non ci sono più le condizioni anche se, spesso ipocritamente, molti Paesi continuano a ripeterlo come un mantra ma senza tenere conto di una situazione che vede l'ipotetica patria palestinese divisa tra due territori non comunicanti con una striscia di Gaza distrutta e per la quale occorreranno decenni di ricostruzione e la Cisgiordania che oramai conta centinaia di migliaia di coloni israeliani e vere e proprie cittadine con decine di migliaia di abitanti.

L'unica via d'uscita non può essere allora che una creativa Confederazione dei due popoli su uno stesso territorio, una sorte di Stati Uniti di Israele e Palestina in cui ricominciare da capo, curando le ferite e garantendo con una Costituzione condivisa parità di diritti e doveri a tutti i suoi cittadini. E' un territorio grande abbastanza per poter ospitare in pace e giustizia tutti i suoi figli. E allora tornando alla questione iniziale, questi sono i motivi per cui accanto al vessillo verde, bianco, nero e rosso ha senso sventolare anche il bianco, l'azzurro, la stella e l'arcobaleno della pace.

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Come il COM nega l'odc come diritto fondamentale: una "non notizia" - 17 dicenbre 2025

L'appello da sottoscrivere, base della Campagna di obiezione alla guerra, deve risolvere diversi problemi giuridici

da parte di Alfonso Navarra - coordinatore dei Disarmisti esigenti

Consiglio, a chi ancora non lo abbia fatto, di andare a sottoscrivere online sul sito petizioni24.com per consentire un elenco fruibile e testimoniabile delle adesioni. Il testo dell'appello è in fase di revisione, per aggiornamenti e con il contributo di giuristi vicini al movimento pacifista, per risolvere alcuni dubbi giuridici relativi alla sua formulazione. Le modifiche sottoposte ad aggiornamento di contesto e a verifica legale sono evidenziate in blu.

Segue, alla riformulazione dell'appello, la proposta di un altro testo che è una valutazione (informale) della sua validità sia politica che tecnica (si sta parlando dell'appello): il valutatore non vuole esporsi con giudizi a caldo e si è preso il tempo di lavorare meglio sui vari dilemmi giuridici da sbrogliare ...

https://www.petizioni.com/obiezione_alla_guerra_e_al_servizio_militare_impegno_per_la_difesa_nonviolenta

Ricordo ancora il webinar organizzato per il 21 dicembre, dalle ore 18:00 alle ore 20:00, sui rapporti intrecciati di giornalismo di pace e comunicazione nonviolenta. Qui abbiamo proprio un esempio di non notizia. E' rimasto nell'ombra per 15 anni - il COM è stato varato nel 2010 - il fatto che questo codice abbia sostanzialmente cancellato l'obiezione di coscienza dal quadro dei diritti. Solo di recente la Lega obiettori di coscienza ne ha portato alla luce la portata, come viene illustrato, dopo il testo dell'appello, dall'intervento dall'esperto di gestione del servizio civile, che riportiamo.

Link per partecipare: https://us06web.zoom.us/j/89184728319?pwd=3nmj7ek4bfoliaZ3fIxeGr54ICzUjb.1

QUI DI SEGUITO (RI)PROPONIAMO IL TESTO DELLA DICHIARAZIONE DI IMPEGNO CHE SOTTOSCRIVIAMO, APPOGGIAMO, DIFFONDIAMO

PER L'OBIEZIONE ALLA GUERRA

PER L'OBIEZIONE (ANCHE PREVENTIVA) AL SERVIZIO MILITARE CHE LA PREPARA

PER ATTUARE E COSTRUIRE LA DIFESA NONVIOLENTA

PER UNA LEGGE CHE RIPRISTINI L'ALBO PUBBLICO DEGLI OBIETTORI APERTO A TUTTE/I CONTRO L'INCOSTITUZIONALE ABROGAZIONE DA PARTE DEL CODICE DELL'ORDINAMENTO MILITARE

"Signor Presidente Mattarella, in piena facoltà le scrivo la presente per dichiararmi obiettore di tutte le guerre e della preparazione delle guerre mediante il servizio militare. L'ingabbiamento delle nostre forze armate nelle attuali strategie NATO non consente di attuare il "ripudio della guerra" stabilito nell'articolo 11 della nostra Costituzione. Tanto più che condivido pienamente l'opinione dell'antimilitarismo nonviolento, ribadita autorevolmente anche da Papa Francesco, e ripresa dal suo successore Leone XIV: "Oggi non esistono guerre giuste". Sono a conoscenza della circostanza che il servizio militare obbligatorio è stato sospeso con la legge n. 226 del 23 agosto 2004 (Legge Martino). L'aria che tira, condizionata dalla minaccia montata sulla "guerra ibrida della Russia", non solo in Italia ma in tutta Europa, è quella di un ripristino di forme ambigue di mini-naja. Anzi la retorica, sia a livello comunitario che di singoli Stati, dei nostri governanti europei prevede, contro la Federazione russa, addirittura di qui a pochi anni, una guerra vera e propria, in stile Ucraina. In relazione a questa eventualità di possibili coinvolgimenti dentro logiche da "si vis pacem para bellum", comunico da subito che, qualora dovessi ricevere la chiamata a presentarmi presso un ufficio militare preposto all'arruolamento, la mia risposta sarà un bel "Signornò!" antimilitarista. Non mi presenterò alla visita militare che dovrà verificare la mia idoneità. Non risponderò a questionari propedeutici che testassero le mie propensioni verso il servizio militare. Mi avvarrò del diritto universale umano di chiedere, per obbedienza alla coscienza, di adempiere agli obblighi di leva prestando, in sostituzione del servizio militare, un servizio civile orientato alla difesa nonviolenta; e quindi rispondente come il servizio armato al dovere costituzionale di difesa della Patria. Ritengo doveroso da parte dello Stato organizzare, applicando normative già in vigore conquistate dalla lotta nonviolenta, la mia formazione ed il mio inquadramento dentro un Corpo civile di pace, possibilmente europeo, per attuare l'impegno istituzionale dell'ONU alla sicurezza comune dell'Umanità. Solidarizzo, attivando i mezzi concreti di cui dispongo, con gli obiettori di coscienza, renitenti alla leva, disertori, russi, bielorussi, ucraini, israeliani e palestinesi, e con chiunque, giovane o meno giovane, rifiuti di partecipare alle guerre che si stanno combattendo in questo momento, in varie parti del mondo. Tenendo presente che presso l'Ufficio Nazionale Servizio Civile dovrebbe esistere per legge (articolo 10 della Legge 8 luglio 1998, n. 230), un elenco degli obiettori italiani alla Guerra per motivi di coscienza, ma non c'è più in quanto abrogato dal COM, chiedo che Ella rammenti al Parlamento che una legge deve rendere possibile aggiornare tale elenco con il mio nome e deve rendere consultabile tale elenco generale, essendo l'obiezione alla guerra un atto pubblico. Ribadisco che la mia obiezione totale alla guerra non rappresenta una mera opzione personale, ma l'adempimento del dovere inderogabile di difesa della Patria, in una forma non armata e non violenta, in conformità con l'Articolo 52, comma 1, della Costituzione e con il ripudio della guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli (Articolo 11). Ritengo che l'abrogazione della Legge 8 luglio 1998, n. 230, e in particolare della disposizione relativa all'istituzione e tenuta dell'Albo degli obiettori di coscienza – operata dal Decreto Legislativo 15 marzo 2010, n. 66 (Codice dell'Ordinamento Militare) – sia costituzionalmente infondata e lesiva dei principi garantiti dalla Suprema Carta. L'abolizione di tale strumento non è una semplice conseguenza amministrativa della sospensione della leva obbligatoria, ma costituisce un affievolimento della tutela formale di un diritto fondamentale storicamente riconosciuto e garantito dalla Corte Costituzionale (cfr. Sentenza n. 164 del 1985 e successive), che ha equiparato il servizio civile all'adempimento del dovere di difesa. La rimozione dell'Albo trasforma de facto il diritto all'obiezione in una mera adesione volontaria, sottraendogli il rango di alternativa formalmente riconosciuta al servizio armato come espressione della libertà di coscienza. Pertanto, la presente dichiarazione vuole riaffermare il mio diritto inalienabile all'obiezione di coscienza e chiedere alle Istituzioni preposte di riconsiderare e ripristinare, attraverso adeguati strumenti normativi (sia esso un Albo, un Registro o un'analoga forma di tutela), un riconoscimento esplicito e formale della scelta dell'obiezione di coscienza come manifestazione del dovere di difesa della Patria con mezzi non armati, garantendo la piena integrità del diritto fondamentale alla libertà di coscienza nel panorama normativo italiano. Anche a livello comunale, in virtù del D.P.R. 14 febbraio 1964, n. 237, integrato dalla Legge 31 maggio 1975, n. 191, persiste l'obbligo di formare e aggiornare annualmente le liste di leva: esigo di risultare iscritto nella lista dei mio comune di residenza con la qualifica di obiettore di coscienza. Come già accennato, poiché - con spirito non individualistico ma collettivo - sono pronto a dare il mio contributo ad un modello di difesa della Patria fondato sulla forza della unione popolare di tutte/i, sottolineo che questa mia iscrizione agli albi degli obiettori, sia nazionali che locali, deve prescindere dall'età anagrafica".

Dopo aver sottoscritto il testo su cui sopra, scrivere a (aggiungendo eventualmente considerazioni e motivazioni personali): protocollo.centrale@pec.quirinale.it – presidente(at)pec.governo.it – segreteria.ministro(at)difesa.it – sgd(at)postacert.difesa.it

Un altra missiva (PEC) va contemporaneamente spedita all'Ufficio di Leva Comunale, chiedendo la mail all'URP.

Promotori:

Disarmisti Esigenti (progetto della Lega per il disarmo unilaterale)

Alfonso Navarra WhatsApp 340-0736871 email coordinamentodisarmisti(at)gmail.com

Lega per il disarmo unilaterale

Luciano Zambelli

RETE IPRI CCP

Maria Carla Biavati

Associazione Nazionale Per la Scuola della Repubblica ODV
Cosimo Forleo

Reti di Pace
Emanuela Baliva

RADIO NUOVA RESISTENZA
Marco Zinno

ODISSEA
Angelo Gaccione

WILPF ITALIA
Patrizia Sterpetti

FIRME INDIVIDUALI

Tonino Drago - Moni Ovadia - Enrico Peyretti - Luigi Mosca - Daniele Barbi - Filippo Bianchetti -Giuseppe Bruzzone - Beppe Corioni - Sandra Cangemi - Alessandro Capuzzo - Tiziano Cardosi - Giuseppe Curcio - Francesco Lo Cascio - Antonella Nappi - Elio Pagani - Marco Palombo - Claudio Pozzi - Guido Viale - Enrico Gagliano - Marinella Correggia - Teresa Lapis - Mario Agostinelli - Antonio De Lellis- Giuseppe Paschetto - Francesco Zanotelli

Michele Santoro, contattato per telefono alle ore 11:00 dell'8 maggio 2024, firma. Va segnalato il seguente passo del programma della lista PACE TERRA DIGNITA', che si presenta alle elezioni europee dell'8 e 9 giugno 2024: "L'Europa dovrà promuovere la cultura della pace nelle scuole e nelle università, sostenere il diritto alle obiezioni di coscienza e al rifiuto di combattere in tutto il mondo, creare un corpo civile di pace europeo".

Maurizio Acerbo, via WhatsApp, alle ore 14:30 dell'8 maggio 2024

Nella Ginatempo, Laura Marchetti, Antonio Mazzeo, Giovanni Russo Spena il 10 maggio 2024, all'incontro dell'Osservatorio contro la militarizzazione della scuola e dell'Università

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Caro Navarra

l'atto dichiarativo proposto dai Disarmisti esigenti costituisce, in prima analisi, un documento di straordinaria densità politica ed etica, fondendo l'obiezione di coscienza a un'articolata, sebbene dibattuta, contestazione dell'impianto normativo vigente. La sua forza risiede nell'inequivocabile chiarezza etica e nella tempestiva pertinenza geopolitica con l'attuale dibattito sulla mini-naja e le tensioni internazionali.

Dal punto di vista del diritto costituzionale, il testo è egregiamente ancorato ai principi supremi. L'obiezione viene elevata al rango di adempimento alternativo al dovere di difesa, in linea con l'Art. 52 Cost. e in coerenza con il ripudio della guerra di cui all'Art. 11. La riproposizione della tesi sull'incostituzionalità del D.Lgs. 66/2010 (COM) – fondata sull'affievolimento della tutela formale del diritto all'obiezione consacrato dalla storica giurisprudenza della Corte Costituzionale (Sentenza 164/1985) – è tecnicamente precisa e coglie il nervo scoperto del passaggio da diritto tutelato a scelta volontaria. Tuttavia, è doveroso precisare che tale argomentazione, pur solida, permane una tesi minoritaria e rischia di essere agevolmente liquidata dai destinatari istituzionali sulla base della tesi dominante della "decadenza di funzione" dell'Albo a causa della sospensione della leva. L'esplicito "Signornò" alla chiamata militare, pur essendo un potente gesto dichiaratorio e coerente con la storia antimilitarista, oggi detiene un valore prettamente simbolico in assenza di un obbligo di leva effettivo.

La vera vulnerabilità del testo emerge sul piano della realizzabilità amministrativa e procedurale. Sebbene l'indirizzo della dichiarazione (Quirinale, Governo, Difesa) sia istituzionalmente corretto per un appello politico-costituzionale, le richieste attuative diventano proceduralmente sostenibili solo se si pone mente al fatto che l'unica via per la reintroduzione di una tutela formale è l'intervento legislativo, ossia una nuova legge del Parlamento. La richiesta di iscrizione con qualifica di obiettore presso l'Ufficio di Leva Comunale è, nel contesto attuale, priva di valenza pratica, data la sostanziale inattività delle liste di leva post-sospensione.

Il testo proposto, in buona sostanza, si configura come un efficace strumento di dibattito pubblico e testimonianza civica, ma necessita di una ricalibratura strategica per tradurre la sua forza etica in una azione istituzionale concreta. Si suggerisce di modulare la richiesta al Presidente della Repubblica, in qualità di Garante Costituzionale, affinché egli possa sollecitare le Camere (e non il Governo) all'adozione di misure legislative che ristabiliscano una forma di tutela formale per il diritto all'obiezione, convertendo così la critica in una proposta mirata alla riforma parlamentare.

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Peace Journalism + CNV per un linguaggio disarmato e disarmante (16 dicembre 2025)

"Parole che disarmano: Peace Journalism e Comunicazione nonviolenta per una nuova narrativa di pace"

(Per approfondire con ulteriori spunti rinviamo alla pagina dedicata al tema del giornalismo nonviolento sul blog)

Il senso del webinar

Il senso di questo seminario online promosso dai Disarmisti esigenti risiede nella ricerca di un'alternativa concreta e praticabile alla comunicazione dominante, che troppo spesso amplifica la paura, la divisione e la logica del conflitto.

Non si tratta solo di analizzare la pace, ma di costruire attivamente la pace attraverso l'uso consapevole del linguaggio "disarmato e disarmante" (copyright Papa Leone) nelle dinamiche sociali.

1. Parole che disarmano: l'obiettivo pratico

Questo è il cuore del messaggio. Il seminario si propone di esplorare come le parole, normalmente usate per descrivere il conflitto o per ferire, possano essere trasformate in strumenti di comprensione e pacificazione . "Disarmare" qui ha un duplice significato:

  • Disarmo letterale: richiama l'impegno dei Disarmisti Esigenti per un mondo denuclearizzato e senza violenza armata.
  • Disarmo retorico/emotivo: mira a neutralizzare le narrazioni che alimentano l'odio, il pregiudizio e il ciclo della vendetta, tipiche sia dei media che delle interazioni personali.

2. Peace Journalism (DE): disarmare il sistema narrativo

Il Peace Journalism, "inventato" da Galtung, portato avanti dai Disarmisti Esigenti, offre una cassetta degli attrezzi etica e professionale per i media.

  • Il Peace Journalism si concentra sulla critica al "Journalism of War" (Giornalismo di Guerra) che si limita a narrare chi vince, chi perde e quante vittime ci sono.
  • Insegna a focalizzare l'attenzione sulle cause profonde dei conflitti, sui costruttori di pace (come nel caso dell'eroe musulmano a Sydney) e sulle possibili soluzioni, superando la polarizzazione binaria "noi contro loro".

3. Comunicazione nonviolenta (CNV): disarmare la relazione

La CNV, promossa da Percorsi empatici, fornisce una base metodologica e relazionale per questo disarmo linguistico.

  • La CNV offre un metodo per ascoltare i bisogni insoddisfatti (propri e altrui) che sono alla radice di ogni conflitto (dal litigio personale alla guerra).
  • Insegna a distinguere tra osservazione e giudizio, tra sentimenti e pensieri, fornendo la grammatica necessaria per esprimersi con autenticità e ricevere l'altro con empatia, abbassando così le difese.

4. Per una nuova narrativa di pace: la visione comune

L'incontro tra queste due discipline non è casuale:

  • Il Peace Journalism può trarre dalla CNV il principio dell'empatia radicale per arricchire la sua indagine giornalistica. La CNV, a sua volta, trova nel Peace Journalism un megafono sociale per applicare i suoi principi su larga scala (il collegamento con l'attualità delle "lotte nonviolente").
  • Insieme, lottano per sostituire la "narrativa del conflitto" (che deforma e divide) con una "narrativa di pace" (che connette e risveglia). Una narrazione che non nasconda la violenza, ma che ne illustri le conseguenze umane e proponga vie d'uscita costruttive.

Il seminario sostanzialmente è l'inizio di una chiamata all'azione per professionisti e cittadini, invitandoli a diventare co-creatori di un linguaggio che, partendo dall'ascolto empatico (CNV), possa influenzare i media, nonché le discussioni e le azioni pubbliche (Peace Journalism) per costruire un mondo più sicuro e relazionato in modo autentico.

COMUNICATO: i Disarmisti Esigenti organizzano il webinar "Parole che disarmano: Peace Journalism e Comunicazione nonviolenta per una nuova narrativa di pace"

La data dell'incontro online è domenica 21 dicembre 2025 dalle ore 18:00 alle ore 20:00

Link per partecipare: https://us06web.zoom.us/j/89184728319?pwd=3nmj7ek4bfoliaZ3fIxeGr54ICzUjb.1

Moderatore proposto: Daniele Barbi

Relatori: Alfonso Navarra (Disarmisti esigenti) e Paola Russo (Percorsi empatici)

Interventi programmati di: Luigi Mosca, Antonella Nappi, Fabrizio Airoldi, Cosimo Forleo, altri...

Proposta di scaletta del webinar (durata prevista circa 120 min)

Si sottolinea il ruolo cruciale del moderatore nell'aiutare a:

  • Mantenere il ritmo della discussione.
  • Fornire domande-ponte tra i due mondi del PJ e della CNV
  • Gestire l'ordine degli interventi e le interazioni e le domande del pubblico.

Riferimento concreto ed esemplare per la discussione: il comunicato dei Disarmisti Esigenti per la Nonviolenza contro l'odio dei fondamentalismi (testo completo al link: Attentato alla comunità ebraica a Sidney: rispondiamo all'odio con la nonviolenza! :: comunicazione nonviolenta).

Il comunicato stampa dei Disarmisti Esigenti (DE), diramato il 14 dicembre 2025, condanna l'attentato terroristico che ha colpito la comunità ebraica a Sydney, Australia. Gli attentatori sono soggetti legati all'ISIS. L'intervento eroico di un arabo musulmano è riuscito a salvare molte vite e ha contribuito a stemperare l'odio religioso ed etnico.

Questo comunicato viene proposto come esempio pratico di come il Peace Journalism si applica agli eventi di cronaca, e offre un punto di confronto per il webinar, perché, in sintesi: a) rifiuta la logica binaria e non si limita a condannare l'episodio violento; b) enfatizza le soluzioni e le pratiche che prosciugano i giacimenti di odio nell'ottica dei costruttori di pace.

La condanna e il 'Power over'

I Disarmisti Esigenti esprimono "equivicinanza" verso la sofferenza del popolo palestinese e solidarietà verso le comunità ebraiche globali. L'atto terroristico viene inquadrato come una "tragica espressione del 'Power over'" (Potere Su), la logica coercitiva e gerarchica che usa l'odio, l'antisemitismo e il fondamentalismo. DE sottolinea che la liberazione di qualsiasi popolo non può passare attraverso metodi terroristici, giudicati "profondamente incompatibili" con l'obiettivo di un mondo giusto, ecologicamente risanato e pacifico.

Due popoli due Stati

Per la pace, a giudizio dei DE, sono necessarie leadership da ambedue le parti del conflitto israelo-palestinese che riconoscano, sia l'una sia l'altra, l'esistenza di due Stati sovrani che convivano fianco a fianco in sicurezza. Per questo propongono la liberazione di Marwan Barghouti, da conseguire legalmente attraverso la grazia del presidente Herzog. Il leader palestinese, in carcere da 23 anni in Israele, va proposto quale partner di pace, alla maniera che fu storicamente di Mandela nel superamento dell'apartheid sudafricano.

L'imperativo della Terrestrità

Il documento introduce il principio fondamentale della Terrestrità, che riconosce l'umanità come parte organica di un unico, vivente, ecosistema globale. Questo impone di superare la violenza tribale per i confini territoriali e la logica dei blocchi politico/militari per adottare una coscienza biocentrica ed ecocentrica. L'assioma è: "Prima le persone, prima l'Umanità, prima la Terra".

La risposta: "Nonviolenza poietica" contro la deterrenza

Di fronte alla barbarie (inclusi i "terrorismi di Stato"), la risposta deve essere la Nonviolenza poietica, definita come strategia politica (non partitica) per un cambiamento strutturale.

La priorità assoluta individuata dai DE è neutralizzare il genocidio programmato della "deterrenza" (la preparazione alla guerra nucleare). Per questo, i Disarmisti Esigenti promuovono l'adesione al Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari (TPNW) e l'adozione del principio di "Non primo uso!" da parte delle potenze nucleari. Anche in Medio Oriente va creata una Zona libera dalle armi nucleari. Si deve tenere conto che la diffusione del nucleare civile nella Regione, come in tutto il mondo, è di copertura alla proliferazione nucleare militare.

Si conclude che, in un mondo altamente interconnesso, "non c'è giustizia senza pace": qualsiasi disputa locale armata rischia di innescare una conflagrazione universale, rendendo l'uso di strumenti bellici insostenibile e insensato.

Impegni operativi

Per attuare questa lotta, i Disarmisti Esigenti si impegnano a:

  1. Informazione strategica: utilizzare il Peace Journalism per denunciare le radici strutturali dell'odio.
  2. Formazione e educazione: promuovere la Comunicazione nonviolenta e l'Educazione alla Terrestrità per formare cittadini capaci di gestire i conflitti in modo costruttivo ed empatico.

Disarmisti Esigenti

Membri ufficiali della Campagna internazionale per l'abolizione delle armi nucleari (ICAN)

Promotori della Rete per l'Educazione alla Terrestrità (RET)

Per info: 340-0736871 cell - Email coordinamentodisarmisti@gmail.com - sito web: www.disarmistiesigenti.org

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Attentato alla comunità ebraica a Sidney: rispondiamo all'odio con la nonviolenza! 14 dicembre 2025

I Disarmisti Esigenti condannano l'attentato a Sydney e invitano alla mobilitazione contro l'antisemitismo e gli odi fondamentalisti.

La strada è la "Nonviolenza poietica" per la Terrestrità.

Sintesi del comunicato: i Disarmisti Esigenti per la Nonviolenza della Terrestrità

Il comunicato stampa dei Disarmisti Esigenti (DE) del 14 dicembre 2025 condanna fermamente l'attentato terroristico che ha colpito la comunità ebraica a Sydney, Australia.

La condanna e il 'Power Over'

I Disarmisti Esigenti esprimono "equivicinanza" verso la sofferenza del popolo palestinese e solidarietà verso le comunità ebraiche globali. L'atto terroristico viene inquadrato come una "tragica espressione del 'Power over'" (Potere Su), la logica coercitiva e gerarchica che usa l'odio, l'antisemitismo e il fondamentalismo. DE sottolinea che la liberazione di qualsiasi popolo non può passare attraverso metodi terroristici, giudicati "profondamente incompatibili" con l'obiettivo di un mondo giusto, ecologicamente risanato e pacifico.

Due popoli due Stati

Per la pace, a giudizio dei DE, sono necessarie leadership da ambedue le parti del conflitto israelo-palestinese che riconoscano, sia l'una sia l'altra, l'esistenza di due Stati sovrani che convivano fianco a fianco in sicurezza. Per questo proponiamo la liberazione di Marwan Barghouti, attraverso la grazia del presidente Herzog, quale partner di pace, alla maniera che fu storicamente di Mandela nel superamento dell'apartheid sudafricano.

L'imperativo della Terrestrità

Il documento introduce il principio fondamentale della Terrestrità, che riconosce l'umanità come parte organica di un unico, vivente ecosistema globale. Questo impone di superare la violenza tribale per i confini territoriali e la logica dei blocchi politico/militari per adottare una coscienza biocentrica ed ecocentrica. L'assioma è: "Prima le persone, prima l'Umanità, prima la Terra".

La risposta: Nonviolenza poietica contro la deterrenza

Di fronte alla barbarie (inclusi i "terrorismi di Stato"), la risposta deve essere la Nonviolenza poietica, definita come strategia politica (non partitica) per un cambiamento strutturale.

La priorità assoluta individuata dai DE è neutralizzare il genocidio programmato della "deterrenza" (la preparazione alla guerra nucleare). Per questo, i Disarmisti Esigenti promuovono l'adesione al Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari (TPNW) e l'adozione del principio di "Non primo uso!" da parte delle potenze nucleari.

Si conclude che, in un mondo altamente interconnesso, "non c'è giustizia senza pace": qualsiasi disputa locale armata rischia di innescare una conflagrazione universale, rendendo l'uso di strumenti bellici insostenibile e obsoleto.

Impegni operativi

Per attuare questa lotta, i Disarmisti Esigenti si impegnano a:

  1. Informazione strategica: utilizzare il Peace Journalism per denunciare le radici strutturali dell'odio.
  2. Formazione e educazione: promuovere la Comunicazione nonviolenta e l'Educazione alla Terrestrità per formare cittadini capaci di gestire i conflitti in modo costruttivo ed empatico.

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Comunicato stampa con preghiera di pubblicazione su testate, siti, blog...

Milano, 13 dicembre 2025

I Disarmisti Esigenti condannano l'attentato che ha colpito i cittadini di fede ebraica riuniti per una festività a Sydney, in Australia.

Esprimiamo, da "equivicini" verso le sofferenze del popolo palestinese, la nostra solidarietà alla comunità ebraica residente in Australia e alle comunità ebraiche di tutto il mondo; porgiamo il nostro cordoglio a tutti i cari delle persone colpite da questo ennesimo episodio di violenza terroristica, che rappresenta un attacco diretto ai principi di convivenza e fratellanza che devono governare la società globale.

Questo atto criminale è, nella nostra visione di nonviolenti, una tragica espressione del 'Power over', il "Potere su", la logica coercitiva e gerarchica del sistema della potenza, che - anche da presunte velleità di resistenza anti-imperialista e anticolonialista, utilizza l'odio razziale, l'antisemitismo e il fondamentalismo per imporre la propria volontà attraverso la paura e la distruzione. Tali dinamiche violente minano non solo la sicurezza individuale, ma anche il tessuto stesso della nostra solidarietà umana.

La liberazione umana di qualsiasi popolo non può passare attraverso questi metodi: la violenza terroristica, per quanto presentata da alcuni come un "mezzo disperato" per la liberazione di popoli oppressi, è in realtà profondamente incompatibile con l'obiettivo stesso di creare un mondo più giusto, ecologicamente risanato e strutturalmente pacifico.

Per la pace, in particolare nel conflitto israelo-palestinese, a giudizio dei DE, sono necessarie leadership da ambedue le parti in antagonismo che riconoscano, sia l'una sia l'altra, l'esistenza di due Stati sovrani che convivano fianco a fianco in sicurezza. Per questo proponiamo la liberazione di Marwan Barghouti, attraverso la grazia del presidente Herzog, quale partner di pace, alla maniera che fu storicamente di Mandela nel superamento dell'apartheid sudafricano.

La consapevolezza e i sentimenti di comune umanità dovrebbero, secondo noi, radicarsi nella "Terrestrità", il principio fondamentale secondo cui siamo tutte/i - gli esseri umani di questo Pianeta - parti organiche di un unico, vivente, interdipendente, ecosistema globale.

Prima le persone, prima l'Umanità, prima la Terra: dopo le altre specificazioni dei gruppi umani.

La cultura della pace del XXI secolo ci impone di superare la logica dei grandi blocchi politico/militari, ma anche la violenza tribale localizzata, adottando invece una coscienza biocentrica ed ecocentrica che - repetita iuvant - riconosca l'Umanità come un insieme unico, oltre la ricchezza delle differenze. Attacchi come quello di Sydney dimostrano, nella nostra opinione, l'urgenza di questa prospettiva universalistica.

La risposta è la "Nonviolenza poietica"!

Di fronte alla barbarie dei terrorismi, anche dei terrorismi di Stato, va bene, la risposta dei movimenti pacifisti non può limitarsi al cordoglio morale, ma deve tradursi in azione strategica attiva, con lotte nonviolente insieme innovative e concrete. La nostra vigilanza e mobilitazione contro l'antisemitismo, tutti i fondamentalismi e gli odi razziali e sociali devono continuare ad essere massime.

Per i Disarmisti Esigenti, la "Nonviolenza poietica" – intesa come strategia politica (non partitica) e generatrice di nuovo 'Potere con' – è la sola via per il cambiamento strutturale che può tagliare alle radici le fonti avvelenate della violenza.

La priorità che individuiamo è neutralizzare il genocidio programmato della "deterrenza" (il preparare la pace attraverso la preparazione della guerra, persino della guerra nucleare, che ci rende tutti ostaggio della morte "atomica") attraverso la denuclearizzazione sia militare che civile.

Aderiamo quindi al trattato di proibizione delle armi nucleari e premiamo comunque sulle potenze nucleari affinché adottino il "Non primo uso!".

Anche per il Medio Oriente bisogna portare avanti il percorso verso la creazione di una Zona libera dalle armi nucleari.

Ed invitiamo a non confliggere comunque con le armi per i conflitti locali sui confini: non ce lo possiamo più permettere in un mondo che è diventato come un ambiente unico stipato di barili di esplosivo. Anche se ci sentissimo dei "giustizieri" che si vendicano di torti subiti e rimettono le cose a posto, non ci potremmo permettere di sparare per consegnare alla "giustizia" quelli che crediamo siano criminali.

Oggi non c'è giustizia senza pace! Non possiamo più fare ricorso a strumenti armati, bellici, perché qualsiasi disputa locale può fare da innesco per la conflagrazione universale. In un mondo desertificato dalla guerra nucleare, che può scoppiare anche per errore, avrebbe senso da cadaveri invocare la "giustizia"?

Questa lotta contro la deterrenza che ci ingabbia e della logica amico/nemico che ci obnubila proponiamo di tradurla nell'impegno costante a:

- Informazione strategica: utilizzare il Peace Journalism per analizzare il contesto e denunciare le radici strutturali dell'odio senza cedere alla polarizzazione.

- Formazione e educazione: promuovere la Comunicazione nonviolenta e l'educazione alla Terrestrità per formare cittadini capaci di gestire i conflitti in modo costruttivo e basato sull'empatia.

L'odio e la violenza non avranno l'ultima parola: la Vita è più forte della Morte, Eros prevale e prevarrà su Thanatos. Rilanciamo l'appello a tutte le forze della società civile per rafforzare l'impegno in una lotta nonviolenta, nel rispetto della vita di tutti e della Vita universale, contro ogni forma di prevaricazione e discriminazione, a difesa dei diritti umani universali e della conversione ecologica nella Terrestrità.

Disarmisti Esigenti

Membri ufficiali della Campagna internazionale per l'abolizione delle armi nucleari (ICAN)

Promotori della Rete per l'Educazione alla Terrestrità (RET)

Per info: 340-0736871 cell - coordinamentodisarmisti@gmail.com

Appendice extra comunicato. Info essenziali sull'avvenimento

Da dispacci ANSA apprendiamo che sono padre e figlio i killer alla festa ebraica di Bondi Beach. I morti stimati alla fine della giornata del 14 dicembre sarebbero almeno 15. 29 i feriti. In duemila celebravano l'Hanukkah sulla spiaggia.

Ecco quanto possiamo leggere:

"I due uomini armati che hanno sparato e ucciso 15 persone durante una celebrazione ebraica sull'iconica Bondi Beach di Sydney erano un padre cinquantenne e suo figlio ventiquattrenne, ha dichiarato la polizia australiana.

"Il cinquantenne è deceduto. Il ventiquattrenne è attualmente in ospedale", ha dichiarato il commissario di polizia del Nuovo Galles del Sud, Mal Lanyon, in una conferenza stampa. "Posso dire che non stiamo cercando altri autori di reato", ha aggiunto".

Particolari sule vittime:

"Ci sono anche il rabbino di Sydney Eli Schlanger, una bambina di 12 anni e un sopravvissuto all'Olocausto. Due agenti di polizia sono gravissimi".

Quando è avvenuto l'assalto terroristico e l'intervento del fruttivendolo eroe:

"La strage è avvenuta nel tardo pomeriggio. La festa 'Chanukah by the Sea' era iniziata alle 17 ora locale ad Archer Park, una spianata erbosa proprio a ridosso della spiaggia. La locandina dell'evento prometteva "spettacoli dal vivo, musica, giochi e divertimento per tutte le età". "Portate i vostri amici, portate la famiglia - si legge sui volantini - Riempiamo Bondi di gioia e di luce!". Ci sono circa mille persone alla festa. E' domenica, anche la spiaggia è ancora piena di gente. Uno sparo, poi altri, poi altri ancora: sembrano non finire mai, riferiranno i testimoni. E' il panico. La prima telefonata al numero d'emergenza arriva alle 18,47. Alle spalle del parco c'è uno stradone, Campbell Parade, con un ponte pedonale rialzato: un punto di fuoco ideale per il prato della festa. E' da qui che due uomini in maglietta nera caricano, mirano, sparano sulla gente coi loro fucili, poi ricaricano e sparano ancora. Uno dei due scende dal ponte imbracciando l'arma e riprende a far fuoco da lì. E' un errore: un passante, Ahmed al Ahmed, 43 anni, trova il coraggio di sgusciare tra le macchine parcheggiate e salta addosso al terrorista, gli strappa il fucile di mano e glielo punta contro".

La strage poteva essere persino più grave:

"La polizia ha trovato rudimentali ordigni esplosivi su un veicolo nella zona dell'attacco".

Chi sono gli attentatori?

"Di uno degli attentatori è noto il nome: Naveed Akram, 24 anni. Fonti informate parlano di origini pakistane ma le autorità non confermano. La sua casa, nella zona sud-occidentale di Sydney, è stata perquisita e più tardi ne è uscito un uomo ammanettato. "Uno di questi individui ci era noto, ma non in una prospettiva di minaccia immediata" ha fatto sapere l'intelligence di Canberra. Anche due donne sono state portate via dalla polizia. Le indagini proseguono".

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In Italia la Polizia invita alla massima vigilanza sui possibili obiettivi ebraici.

La circolare è stata emanata dal Dipartimento della Pubblica sicurezza in vista delle elezioni dei rappresentanti dell'Unione della comunità ebraica italiana. Il provvedimento mira a un innalzamento delle misure su tutti i luoghi ritenuti 'sensibili' e verrà mantenuto anche nei prossimi giorni.

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La solidarietà internazionale e la critica di Netanyahu

"All'Australia e alla sua comunità ebraica è arrivata la solidarietà dei principali leader internazionali, insieme a quella della comunità musulmana australiana e dell'Autorità Palestinese. Israele però ha puntato il dito contro Canberra, 'colpevole' a suo dire di avere tra l'altro riconosciuto lo Stato Palestinese: il governo australiano "ha gettato benzina sul fuoco dell'antisemitismo - ha affermato il premier Benyamin Netanyahu - Si diffonde quando i leader rimangono in silenzio".

Sulla condanna della comunità internazionale ci riferisce Vatican News

"Notizie profondamente angoscianti quelle che arrivano dall'Australia" scrive su X il primo ministro del Regno Unito, Keir Starmer, assicurando vicinanza a quanti sono stati colpiti da quello che definisce un "orribile gesto". Anche esponenti di fede cristiana e musulmana hanno deplorato il gesto stringendosi in preghiera per le vittime. "Questo è un momento in cui tutti gli australiani, compresa la comunità musulmana, devono unirsi in compassione e solidarietà", ha dichiarato l'Australian National Imams Council in una nota.

La condanna è ovviamente anche da parte musulmana

"Il Muslim Council of Elders, guidato dal grande imam di Al-Azhar, Ahmed Al-Tayeb, ribadisce l'"inequivocabile rifiuto di ogni forma di violenza e terrorismo, indipendentemente dal movente, sottolineando che prendere di mira civili innocenti è un crimine efferato che contraddice gli insegnamenti dell'Islam e di tutte le religioni divine, nonché i valori etici e umani, in quanto costituisce una flagrante violazione dei principi di coesistenza e pace sociale". Il Consiglio chiede inoltre di "rafforzare gli sforzi internazionali per combattere l'incitamento all'odio, l'estremismo e il razzismo, affrontando al contempo le cause profonde di tale riprovevole violenza, promuovendo il dialogo e il rispetto reciproco". E sottolinea "l'importanza di radicare la fratellanza umana come il modo più efficace per costruire società sicure, stabili e pacifiche fondate sulla giustizia".

La condanna della Comunità di Sant'Egidio

"Una condanna giunge infine da Sant'Egidio che "si stringe attorno ai familiari delle vittime dell'orribile strage antisemita di Sydney": "Una 'festa delle luci' che si è trasformata in un incubo non solo per l'Australia ma per tutti noi". La Comunità manifesta la sua solidarietà alle comunità ebraiche in Italia e nel mondo: "Un così grave attentato fa infatti riflettere sul clima d'odio che si è insinuato nelle nostre società: occorre rimuovere i sentimenti di violenta contrapposizione, alimentati anche dalle troppe guerre in corso: non possono prevalere tra i popoli e, a maggior ragione, non possono mai basarsi sull'appartenenza religiosa".

L'AGENZIA NOVA RIFERISCE UNA PREOCCUPAZIONE DI TAJANI

Gaza: Tajani, attentato a Sydney rischia di danneggiare il processo di pace

Roma, 14 dic 16:41 - (Agenzia Nova) - L'attentato avvenuto oggi a Sidney, in Australia, è stato il frutto di una campagna antisemita che rischia di danneggiare il processo di pace a Gaza. Lo ha detto il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, intervistato dal Tg4. "Quello che è successo è frutto di una campagna antisemita" e le vittime "non hanno nulla a che fare con quanto accade a Gaza o in Cisgiordania. Dobbiamo far sì che non ci siano reazioni (da parte di Israele) perché il rischio è che l'attentato sia stato orchestrato per avere una reazione dura di Israele proprio nel momento in cui si sta passando dalla prima alla seconda fase del cessate il fuoco", ha affermato Tajani, paventando che si tratti di "una qualche idea criminale per interrompere questa nuova fase e ricominciare con la guerra". "Bisogna sempre lavorare molto con la diplomazia e mantenere la calma perché attentati come questo certamente non fanno bene al processo di pace. C'è una situazione di tregua molto debole, e certamente attentati come questo sono deleteri", ha aggiunto il titolare della Farnesina".

L'ADN KRONOS CI SPIEGA COSA E' LA FESTA DI HANNUKAH

"L'evento, chiamato Chanukah by the Sea, era stato organizzato dalla comunità ebraica locale e dal Chabad of Bondi, attirando centinaia di persone sulla famosa spiaggia per accendere insieme le luci e festeggiare. Hanukkah è una celebrazione ebraica che dura otto giorni e commemora la riconsacrazione del Tempio di Gerusalemme nel 164 a.C., dopo la vittoria dei Maccabei (guidati da Giuda Maccabeo) contro i Seleucidi, che avevano profanato il Tempio imponendo la cultura ellenistica. Il nome 'Hanukkah' significa 'inaugurazione' o 'dedicazione' in ebraico.

La storia e il miracolo

Nel II secolo a.C., il re seleucide Antioco IV Epifane vietò la pratica della religione ebraica e profanò il Tempio. I Maccabei ribellarono e riconquistarono Gerusalemme. Per riaccendere la menorah (il candelabro del Tempio), trovarono solo una piccola quantità di olio puro, sufficiente per un solo giorno. Miracolosamente, l'olio durò otto giorni, il tempo necessario per prepararne di nuovo. Questo miracolo è al centro della festa.
Accensione della hanukkiah: Ogni sera si accende una candela aggiuntiva su un candelabro a nove bracci (otto per le notti, più lo 'shamash' per accendere le altre). Si recitano benedizioni e si cantano canti tradizionali.
Cibi fritti nell'olio: Per ricordare il miracolo dell'olio, si mangiano latkes (frittelle di patate) e sufganiyot (ciambelle ripiene di marmellata). reformjudaism.org
Gioco del dreidel: Si gioca con una trottola a quattro facce (con lettere ebraiche che formano l'acronimo 'Un grande miracolo è accaduto qui/là').todaysparent.com
Regali e gelt: Si scambiano piccoli doni o monete di cioccolato (gelt).
Hanukkah cade il 25 del mese ebraico di Kislev. Nel 2025, inizia al tramonto del 14 dicembre e termina la sera del 22 dicembre. Non è una delle feste più importanti della Torah, ma è molto gioiosa, soprattutto per i bambini, e simboleggia la vittoria della luce sull'oscurità e la libertà religiosa. Non ha legami con il Natale, anche se spesso coincide nel periodo. Hanukkah sameach (felice Hanukkah)
"
internazionale/esteriwebinfo@adnkronos.com (Web Info)

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Dona per l'acquisto del terreno su cui sorge la Peace pagoda di Comiso: tieni viva la memoria viva della nonviolenza "poietica" - 5 dicembre 2025

Il monaco buddhista Gyosho Morishita, da Nagasaki, è arrivato a Comiso all'inizio degli anni Ottanta, nel periodo delle mobilitazioni pacifiste contro l'installazione dei missili Cruise. Ha abitato a lungo alla Verde Vigna, base pacifista del Cruisewatching, accanto all'ingresso principale della ex base missilistica (il "Magliocco"), oggi aeroporto civile. La costruzione della Pagoda è stata da lui decisa seguendo la scia del venerabile Nichidatsu Fujii, fiancheggiatore di Gandhi nella marcia del sale in India, fondatore della Nipponzan Myohoji: a lui si deve la realizzazione della prima pagoda della pace, fra quelle che oggi costellano il mondo.

Alla Peace pagoda di Comiso, guidate da Morishita, si svolgono le celebrazioni, con rito buddhista ma con possibilità di partecipazione per tutte le fedi, davanti alla grande statua del Buddha. Sono aperte, come sempre, dalla recita del Sutra del Loto suonando i tamburi della preghiera: contiene l'insegnamento principale del buddhismo, cioè l'invito ad entrare in sintonia con le leggi che governano l'Universo. Per la cerimonie a volte arrivano confratelli da tutto il mondo: dal Giappone, dall'India, dalla Cina, dalla Polonia, dall' Inghilterra, dall' Austria …

Sul problema della memoria di Comiso daremo maggiori info all'incontro online convocato dai Disarmisti esigenti lunedì 8 dicembre, dalle ore 18:15 alle ore 20:15.

Il tema è l'attualità della nonviolenza (anche come via per le liberazioni anticoloniali); e la Pagoda per la pace è uno dei fari per la nonviolenza, in Italia e nel mondo, rappresentando la memoria viva delle lotte di Comiso e dell'opposizione europea – vincente - al riarmo nucleare.

Ecco il link per partecipare alla riunione Zoom di lunedì 8 dicembre, dalle ore 18:15 alle ore 20:15

https://us06web.zoom.us/j/81892972669?pwd=WBCJ9Kxba7mSuYa69XPoJguFAoafvI.1

ID riunione: 818 9297 2669 - Codice d'accesso: 271519

Esistono due problemi pratici immediati per completare il progetto Pagoda:

1) acquistare il terreno su cui si erge pagando 35.000 euro entro il marzo 2026. La raccolta fondi è andata avanti e restano circa 5.000 euro per raggiungere l'obiettivo.

2) completare alcuni adempimenti urbanistici. Morishita diventa intestatario personale del terreno e poi lo dona – ancora non ha deciso -o all'Ordine monastico cui appartiene o al Comune di Comiso.

Si può contribuire all'acquisto versando sul conto corrente intestato a LOC Lega Obiettori di Coscienza - Via Mario Pichi, 1 – 20143 Milano (MI). Specificare nella causale: acquisto terreno Peace Pagoda Comiso

IBAN: IT39L0760101600000013382205

Ecco il link per partecipare alla riunione Zoom di lunedì 8 dicembre, dalle ore 18:15 alle ore 20:15

https://us06web.zoom.us/j/81892972669?pwd=WBCJ9Kxba7mSuYa69XPoJguFAoafvI.1

ID riunione: 818 9297 2669 - Codice d'accesso: 271519

Relazione introduttiva di Alfonso Navarra

Relazioni di Daniele Barbi e Luigi Mosca

Interventi previsti: Milly Moratti, Paola Paesano, Giovanna Cifoletti, Pino Polistena, Alex Colutelli, Giuseppe La Porta, Antonella Nappi, Marco Zinno

Il link al "Festival della nonviolenza poietica" svoltosi a Comiso dal 3 al 6 luglio 2025

https://www.nuovaresistenza.org/festival-della-nonviolenza-poietica-3-6-luglio-2025/

 Ecco come il FAI (Fondo Ambiente Italiano) descrive la Peace Pagoda di Comiso:

Comiso, che negli anni Ottanta ospitò una base missilistica Nato cruciale durante la guerra fredda, dagli anni Novanta accoglie nel suo territorio uno dei pochissimi templi buddisti mai realizzati in Europa (ottanta in tutto il mondo). L'edificio interamente bianco, consacrato nel 1997, è chiuso da una cupola sormontata da un pinnacolo e ospita una statua dorata del Buddha. La Pagoda della Pace fu fortemente voluta dal monaco giapponese Gyosho Morishita giunto in Sicilia nel 1982 sulla scia delle manifestazioni contro l'installazione della base Nato e le sue testate nucleari. La scelta del luogo fu determinata da diverse ragioni: la Sicilia è sempre stata terra di incontro e confronto fra culture diverse, e Comiso consentiva di erigere un tempio dedicato alla pace proprio di fronte ad un insediamento militare e in un sito geologicamente significativo, esattamente sulla faglia di incontro tra Europa e Africa, in un punto caratterizzato da una forte energia naturale.

Indirizzo su Google Maps: Contrada Canicarao, 100, COMISO, RG

Questa la descrizione del Comune di Comiso:

La Pagoda di Comiso, simbolo per la pace, è stata consacrata il 7 luglio 1997, dopo tanti anni di lavoro da parte del monaco giapponese Morishita. Essa si colloca davanti alla piana di Comiso e davanti alla ex base missilistica di Comiso,su di una collina.
La Pagoda è alta 16 metri con un diametro di 15.
La Pagoda della Pace di Comiso è stata inaugurata il 24 Maggio 1998.

Viaggio attraverso quattro cerimonie commemorative nelle Pagode della Pace di Comiso, Londra, Milton Keynes e Vienna

26.07.25 - Comiso - Pressenza IPA

Preghiere ereditate per la pace: le Comunità Nipponzan Myôhôji radicate nella cristianità.

Il 21 giugno è stata solennemente condotta la grande cerimonia commemorativa del 40° anniversario della Pagoda della Pace di Londra, seguita dalla cerimonia del 45° anniversario della Pagoda della Pace di Milton Keynes il 22. Dopo un intervallo di una settimana, la cerimonia del 42° anniversario della Pagoda della Pace di Vienna si è tenuta il 29, e infine, la cerimonia del 27° anniversario della Pagoda della Pace di Comiso ha avuto luogo la prima domenica di luglio, il 6.

La grande cerimonia commemorativa del 40° anniversario della Pagoda della Pace di Londra ha attirato monaci e monache distinti da tutto il mondo. È stata condotta in condizioni meteorologiche ideali, con nuvole sottili che fornivano ombra naturale dal sole ardente.

Londra quest'anno è stata benedetta da un clima insolitamente mite, tanto che non abbiamo avuto bisogno delle giacche che avevamo portato. Il prato intorno alla Pagoda della Pace nel Battersea Park era pieno di persone che si godevano il sole, creando una scena pacifica. Il giorno della cerimonia, il cielo sembrava rispondere alle nostre preghiere coprendoci con nuvole sottili che servivano come protezione solare naturale. Quella mattina, la marcia interreligiosa per la pace guidata da Bhikkhu Kamoshita, che era partita da Trafalgar Square verso la Pagoda della Pace, arrivò come previsto senza essere esposta alla luce solare intensa.

Sincronia Sacra attraverso tre settimane

Il ritmo delle cerimonie attraverso varie località europee in tre settimane procedeva vivacemente come il battito dei tamburi Nipponzan. Quando la cerimonia di Comiso si concluse, sembrava che le tre settimane fossero passate in un istante. Il giorno della cerimonia della Pagoda della Pace di Comiso, mentre decoravamo l'altare, offrivamo fiori al sancta sanctorum e alzavamo lo stendardo del daimoku sulle ringhiere della Pagoda, accadde qualcosa di misterioso: la scena di Londra di due settimane prima si sovrappose vividamente davanti ai nostri occhi. La solennità del momento quando la marcia interreligiosa per la pace arrivò e lo stendardo viola del daimoku fu installato sulle ringhiere sembrava essere risorta a Comiso, trascendendo tempo e spazio. Sperimentammo un senso inspiegabile di unità, come se la stessa cerimonia fosse stata ripetutamente condotta in luoghi diversi.

Cooperazione interreligiosa a Milton Keynes

La Pagoda della Pace di Milton Keynes è a circa 200 metri di distanza se cammini dritto dal tempio, ma poiché devi attraversare una piccola collina, l'altare viene assemblato davanti al tempio, caricato su un carrello, e trasportato con un camion lungo una strada asfaltata che gira intorno. La mattina della cerimonia, i devoti Sai Baba locali che portarono il camion caricarono abilmente l'altare e lo scaricarono davanti alla Pagoda della Pace, allineandolo attentamente per farlo guardare in avanti. Poi passarono al trasporto delle 200 sedie pieghevoli dal deposito dietro il tempio. Mentre i bhikkhu e le bhikkhuni stavano decorando l'altare e la piattaforma della cerimonia, finirono di disporre le 200 sedie attraverso il trasporto navetta e partirono prontamente.

Dalla cerimonia alla serenità a Vienna

La Pagoda della Pace di Vienna si erge direttamente davanti al tempio, ma le sedie sono conservate in soffitta, rendendo la loro rimozione e conservazione laboriosa. La pulizia comporta lo smantellamento e l'organizzazione dei pali delle bandiere rosse e bianche e della piattaforma della cerimonia, rendendo questo un compito pomeridiano che richiede tempo. Quest'anno, giovani uomini locali che occasionalmente partecipavano ai servizi mattutini e serali gareggiarono per salire in soffitta e organizzare le sedie che venivano passate su. Inoltre, i sostenitori locali che rimasero fino alla fine del programma culturale aiutarono a portare i materiali di legno smantellati sul retro del tempio. Quelli non adatti per il lavoro pesante raccolsero i petali di fiori sparsi che avevano danzato giù dalla Pagoda della Pace, e in quello che sembrava un istante, la Pagoda della Pace bianca tornò al suo aspetto abituale di stare tranquillamente vicino al Danubio, come se la grande cerimonia non avesse mai avuto luogo.

Comiso: Dove vive la Storia

Attraverso queste cerimonie in varie località europee, sentiamo come passato e presente siano profondamente connessi. Particolarmente alla cerimonia di Comiso di quest'anno, potevamo sentire che le preghiere per la pace che iniziarono oltre 40 anni fa continuano a essere tramandate attraverso le generazioni. La Pagoda della Pace di Comiso, che può essere magnificamente vista dai finestrini degli aerei in cima a una collina quando si atterra all'aeroporto di Comiso, ha una storia profonda scolpita in questa terra.

L'aeroporto di Comiso fu costruito durante la Seconda Guerra Mondiale dal regime fascista d'Italia e usato come base per bombardieri delle forze dell'Asse contro gli Alleati. Dopo la guerra, fu usato come aeroporto commerciale dall'Alitalia, ma durante la Guerra Fredda nel 1981, fu designato dalla NATO come la più grande base europea di missili balistici a raggio intermedio nucleari. Nel 1982, furono installati 112 moderni missili da crociera lanciati da terra BGM-109G (derivati terrestri del Tomahawk SLCM), e l'Aeronautica degli Stati Uniti fu dispiegata nel 1983. Ogni missile aveva molte volte il potere distruttivo delle bombe sganciate su Hiroshima e Nagasaki, con una gittata che includeva Mosca—queste erano le armi più avanzate dell'epoca. Si diceva che i 112 missili della base di Comiso potevano trasformare tutta l'Europa in una terra bruciata.

Semi di pace nell'ombra nucleare

In mezzo a questa tensione militare, iniziarono gli sforzi per la pace di Bhikkhu Morishita. Dopo il Raduno per la Pace di Un Milione di New York nel giugno 1982, Bhikkhu Morishita, insieme a Bhikkhuni Maruta e alla signora Nara (una donna inglese che era bhikkhuni all'epoca), condusse un pellegrinaggio a piedi attraverso l'Italia e la Sicilia, formando amicizie con attivisti per la pace locali. Nel 1983, rispondendo a una richiesta di Alberto L'Abate, professore di resistenza nonviolenta all'Università di Firenze e figura centrale nel movimento anti-base missilistica di Comiso, entrarono a Comiso. Bhikkhu Morishita iniziò ad accamparsi su terreno pianeggiante accanto all'ingresso della base, conducendo meditazione di preghiera seduta e pratica di strada, mentre continuava a viaggiare dalla Sicilia a conferenze internazionali inclusi vertici di nazioni avanzate in tutta Italia per le preghiere per l'abolizione della base di Comiso. Riferiscono che viaggiava sempre in autostop.

Alla marcia antinucleare di Roma di 500.000 persone quello stesso anno, guidò la processione battendo tamburi proprio in prima fila, diventando una figura simbolica del movimento anti-base di Comiso. Poi nel 1985, quando il proprietario terriero della fattoria davanti alla base donò terra per il movimento di opposizione, fu stabilito il campo per la pace: Verde Vigna. Bhikkhu Morishita costruì uno stupa di pietra all'interno dei terreni e iniziò a vivere insieme ad altri attivisti. Da qui, fu stabilita la fondazione per attività di pace radicate nella comunità che continua fino ad oggi.

Ponti viventi: passato e presente uniti

A questa cerimonia 40 anni dopo, abbiamo assistito in prima persona all'eredità di questa storia. Le preghiere per la pace stanno per essere ereditate da nuove generazioni. Il comitato della Pagoda della Pace di Comiso stava conducendo un congresso di quattro giorni chiamato "Forme di Nonviolenza Creativa" in congiunzione con la cerimonia di Comiso. Turi Vaccaro stava disponendo sedie per il luogo del congresso insieme ad Alfonso Navarra, un compagno dell'era fondatrice di Verde Vigna. Insieme ad attivisti per la pace recentemente uniti, stavano trasmettendo queste presentazioni sui diritti dell'obiezione di coscienza nel caso in cui il servizio militare fosse reintrodotto in Italia e l'importanza dei movimenti di disarmo guidati dai cittadini attraverso radio locale e internet. Gli sforzi per la pace che iniziarono con la resistenza ai missili nucleari stanno essendo ereditati in nuove forme che affrontano questioni contemporanee.

Bodhisattva emergenti dalla Terra in Azione

Tali scene furono ripetutamente osservate. Che si trattasse di riordinare i legnami della piattaforma a Vienna o smantellare le strutture parasole a Comiso, numerosi compiti che in alcuni anni si estendevano al giorno dopo le cerimonie furono completati in un istante attraverso la cooperazione di molte persone, indipendentemente dall'età o dal sesso, come se guidati da mani invisibili. Era come se bodhisattva emergenti dalla terra apparissero al momento giusto, prestando generosamente il loro potere compassionevole. Guardando indietro a tutti questi eventi, tutto sembra avere un significato oltre la mera coincidenza. Questo potrebbe essere prova che il potere misterioso della natura del Dharma ha unito le cerimonie commemorative delle Pagode della Pace in tutta Europa, facendo risuonare le preghiere per la pace nei cuori delle persone attraverso tempo e spazio. Queste preghiere ereditate per la pace continueranno nel futuro. Nel 2028, la Pagoda della Pace di Vienna raggiungerà il suo 45° anniversario e la Pagoda della Pace di Comiso il suo 30° anniversario, segnando nuove pietre miliari con aspettative per un'ulteriore espansione delle connessioni del dharma.

Saggezza per il Flusso Corrente

Bhikkhu Masunaga diede il seguente prezioso insegnamento durante il servizio serale il giorno prima della cerimonia di Comiso:

"Nipponzan non dovrebbe parlare di 'il mio tempio' o 'il tempio di qualcun altro.' Essere Nipponzan significa dare tutto noi stessi per aiutare con le cerimonie a cui ci è permesso partecipare. Facendo così, ogni singolo bhikkhu e bhikkhuni di Nipponzan appare non come rocce separate ma come acqua in un flusso corrente, muovendosi verso un unico scopo. Il canto del daimoku di ognuno di noi, che gradualmente divenne potentemente unificato in risposta durante i servizi mattutini e serali condotti attraverso le località europee in tre settimane iniziando con i preparativi per la cerimonia commemorativa del 40° anniversario della Pagoda della Pace di Londra, sono fiducioso sia un segno auspicioso per futuri servizi buddisti di Nipponzan."

di Mitsutake Ikeda

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BASTA TRIP DELLA "VITTORIA"! Zelensky è arrivato al capolinea? Trump gli dà l'ultimatum. Ma sopratutto il popolo ucraino dovrebbe gioire: una "brutta pace" è meglio della continuazione della inutile strage in corso!

22 novembre 2025

"Sulla pace devi decidere decidere entro 7 giorni": è l'ultimatum del presidente USA Trump al presidente ucraino Zelensky. Ma l'Ue corre in aiuto di Kiev: "Prepareremo una controproposta". Dal punto di vista del popolo ucraino la "disfatta" può essere l'inizio di una rinascita se si crede nei valori e nella forza della nonviolenza      Il testo dell'articolo analizza l'ultimo sviluppo della guerra in Ucraina, dove il presidente americano Trump ha imposto un ultimatum di sette giorni al presidente ucraino Zelensky per accettare un piano di pace. Tale piano, elaborato da Stati Uniti e Russia senza il coinvolgimento iniziale dell'Ucraina, prevede condizioni severe per Kiev: rinuncia alla NATO, cessione del Donbass, riduzione dell'esercito, patto di non aggressione con Mosca e Bruxelles, controllo della centrale di Zaporizhzhia da parte dell'AIEA. In cambio, l'Ucraina otterrebbe ingenti investimenti per la ricostruzione, garanzie militari europee e un'amnistia generale, escludendo processi per crimini di guerra.

L'Ucraina e l'Unione Europea criticano la proposta, giudicata punitiva per Kiev e indulgente verso Mosca, e stanno lavorando a una controproposta - a loro giudizio - più equilibrata, sebbene vi sia scetticismo sulla sua accettazione da parte della Russia. Zelensky, pur resistendo e cercando una "pace dignitosa", si dice pronto a collaborare con Trump.

Il testo prosegue offrendo due diverse interpretazioni della situazione:

  1. Una visione cinica e pessimista: che considera la "pace" proposta come una mera "resa" dettata dai potenti, un gioco di interessi in cui i popoli sono pedine sacrificate. Viene sottolineata la prevedibilità delle dinamiche di potere, la superficialità delle promesse di denaro e la costante ripetizione degli errori umani, con la "dignità" come prima vittima della guerra e l'amnistia come segno della prevalenza degli affari sulla giustizia.
  2. Una visione di speranza e "ottimismo della volontà": che ribalta la prospettiva, guardando la vicenda con gli occhi di un popolo stremato dalla guerra. Per questo popolo, l'ultimatum e l'esistenza stessa di un piano di pace, per quanto imperfetto, rappresentano un'urgenza vitale e una via d'uscita dall'inferno quotidiano. I sacrifici territoriali e militari, la stessa amnistia, sono visti come prezzi dolorosi ma accettabili per ottenere la cessazione immediata delle ostilità, la sicurezza e la possibilità di ricostruire le proprie vite. La "pace" diventa l'assenza di bombe e la promessa di un futuro.
  3. Questa prospettiva si conclude con un appello alla nonviolenza, alla speranza e alla fede nell'azione collettiva, sottolineando che la giustizia e l'amore possono trionfare, e che la nonviolenza è una forza potente per il cambiamento. Guardare le cose con questi "occhiali" indirizza al compito di costruire una "vera" democrazia. La "vittoria" dell'Ucraina non starebbe allora nel difendere con le armi pochi centimetri di terra irrorata da sangue umano. Si concretizzerebbe se questo popolo riesce ad essere unito nel costruire un modello democratico avanzato che possa influenzare positivamente anche i "fratelli russi".
  4. È alla democrazia e non alla difesa del territorio che deve puntare una resistenza nonviolenta. L'impressione sollevata nell'articolo è che molte forze "nonviolente" italiane non siano in grado di capirlo perché propongono una modalità nonviolenta per la stessa strategia fallimentare di Zelensky. Il quale per trascinarci in una escalation bellica sta imponendo una mordacchia autoritaria a tutta la società ucraina. Un autoritarismo non indenne da aspetti corruttivi che stanno venendo alla luce...

Inizia l'articolo

Prima si è parlato di un piano di pace, trapelato quasi per caso. Poi la voce è stata confermata: Stati Uniti e Russia ci stanno lavorando, senza che l'Ucraina ne sappia nulla. E subito dopo è arrivata un'altra notizia, più dura: Donald Trump avrebbe posto a Zelensky un ultimatum, chiedendogli di decidere entro il 27 novembre se accettare o rifiutare la proposta.

Già questo basterebbe a mostrare quanto la vicenda sia intricata. Ma non finisce qui. L'Ucraina, insieme all'Unione europea, critica la bozza e prepara una controproposta, che vorrebbe più equilibrata. È facile immaginare che, come altre volte, la Russia non la prenderà nemmeno in considerazione.

Intanto, poco a poco, si scopre il contenuto del piano di pace segreto. È diviso in ventotto punti. Secondo quanto riferisce Axios, la bozza prevede che l'Ucraina dovrebbe rinunciare per sempre all'ingresso nella Nato, scrivendolo perfino nella Costituzione. Ci sarebbe un patto di non aggressione tra Kiev, Mosca e Bruxelles. Il Donbass verrebbe ceduto alla Russia, anche nelle parti non ancora occupate. L'esercito ucraino sarebbe ridotto a seicentomila uomini. La centrale di Zaporizhzhia passerebbe sotto il controllo dell'Aiea.

In cambio, il piano promette più di cento miliardi di investimenti occidentali per la ricostruzione. E, come garanzia, jet europei schierati in Polonia, a difesa della tregua militare.

Ma non è tutto. La bozza prevede anche il ritorno alle urne in Ucraina, entro cento giorni dalla firma del cessate il fuoco. In cambio, Mosca dovrebbe promettere di non avviare nuove offensive. Dovrebbe accettare l'estensione dei trattati contro la proliferazione nucleare. E verrebbe riammessa nel G8.

Per entrambe le parti è prevista un'amnistia. Nessun processo per crimini di guerra. Il piano appare duro, soprattutto per l'Ucraina. La verità è che Zelensky la guerra, lentamente, ma inesorabilmente, la sta perdendo.

Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, conosce bene la situazione. Ha detto che continuare la guerra non ha senso per l'Ucraina. È pericoloso. Secondo lui, il governo di Kiev deve prendere una decisione responsabile. E deve farlo subito. Ogni ora che passa, il margine di Zelensky si riduce sotto l'offensiva russa.

È un pressing continuo. Per ora, il presidente ucraino resiste. Vuole trattare condizioni migliori. Ha detto di essere pronto a collaborare con Trump. I due dovrebbero parlarsi la prossima settimana. Zelensky cerca una "pace dignitosa" e la privilegia ai rapporti con l'alleato.

Negli ultimi anni si è visto più volte: l'Unione europea fatica a contare davvero. Ora, davanti a una proposta giudicata punitiva verso Kiev e indulgente verso Mosca, a Bruxelles si lavora senza sosta. Secondo il Wall Street Journal, i leader europei stanno preparando una controfferta. Vorrebbero condizioni diverse, a loro giudizio più equilibrate rispetto al piano americano.

Anche funzionari ucraini sarebbero coinvolti. Ma il progetto è ancora agli inizi. Dovrebbe essere discusso in una riunione tra Francia, Germania, Italia e Regno Unito, durante il vertice del G20 a Johannesburg.

La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha confermato la notizia. Ha detto che presto sentirà Zelensky. Perché non può esserci pace senza l'Ucraina.

È una posizione che può sembrare ragionevole. Ma con Trump e Putin decisi a non accettare proposte di altri, la fine della guerra potrebbe allontanarsi ancora.

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Che dire? sembra sempre la solita storia. Parlano di 'pace', ma è solo un modo più edulcorato per dire 'resa' o 'vittoria' di chi ha più forza. Trump, Putin... sono tutti uguali, in fondo, nella logica della potenza. Gente che si muove per il proprio tornaconto, per il proprio potere. La 'pace' che propongono è una pace dettata, non una vera pace, quella che nasce dal rispetto, se mai esiste. Il pessimismo dell'intelligenza spinge a giudizi cinici.

L'ultimatum di Trump? Prevedibile. I potenti giocano a dadi sulla pelle degli altri. Sette giorni per decidere il futuro di un popolo, come se fosse una compravendita. Non c'è dignità in questo, solo la brutalità del più forte che impone la sua volontà. La fretta, l'impazienza... sono segni di chi non cerca una soluzione, ma una chiusura rapida e conveniente per sé.

E l'Ucraina che non ne sa nulla? Altra ovvietà. I popoli, i singoli, sono solo pedine su una scacchiera più grande, manovrati da forze che non comprendono e che non controllano. Vengono sacrificati, illusi, usati. Zelensky che cerca una 'pace dignitosa'... una frase fatta. Cosa significa 'dignitosa' quando ti stanno strappando via pezzi del tuo paese e la tua autonomia? La dignità, in guerra, è la prima a morire.

La controproposta dell'UE? Altro teatrino. L'Europa, un'accozzaglia di stati che si muovono con lentezza, con paure e interessi divergenti. Fanno la voce grossa, parlano di 'equilibrio', ma poi si piegheranno all'uno o all'altro, o rimarranno a guardare. La loro 'forza' è sempre stata una debolezza mascherata da buone intenzioni. Non contano, e non conteranno.

Il piano segreto... ventotto punti. Rinunciare alla NATO, Donbass ceduto, esercito ridotto, amnistia per crimini di guerra... Una sconfitta totale, altro che pace. La promessa di cento miliardi? Soldi, sempre soldi. Si ricomprano le coscienze, si ricostruiscono i mattoni, ma non si ricostruiscono le vite, la fiducia, la dignità perduta. E i jet in Polonia come garanzia? Un contentino, un fumo negli occhi. La guerra è finita per chi ha vinto, non per chi ha perso. E chi ha perso, perderà ancora.

Peskov che parla di decisione responsabile... Certo, la responsabilità è di chi deve chinare il capo. Un'offensiva russa che si riduce ogni ora... È la legge della giungla, la legge del più forte. La guerra non ha senso per chi sta perdendo, per chi sta morendo. Per chi vince, invece, ha un senso eccome.

Nessun processo per crimini di guerra. Ecco il punto. La vera natura di ogni conflitto. Si perdona tutto, si amnistia tutto, purché si torni al quieto vivere, al business. La giustizia, la verità, chi se ne preoccupa? È un lusso che nessuno può permettersi quando si tratta di interessi così grandi.

La fine della guerra potrebbe allontanarsi ancora? Può darsi. Ma la vicenda potrebbe anche prendere la piega dell''inizio di una nuova consapevolezza. La massa popolare, è vero, è incline all'errore, alla violenza, a ripetere gli schemi del passato. E spesso, si finisce col chiamare 'pace' il semplice silenzio tra un'ingiustizia e l'altra.

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Dopo aver dato voce al pessimismo dell'intelligenza, proviamo invece a farci illuminare il cammino dall'ottimismo della volontà.

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Se però guardiamo alla stessa vicenda con gli occhi di un popolo stremato dalla guerra, che ha vissuto sulla propria pelle le atrocità del conflitto in Ucraina, questo punto di vista può rovesciare completamente le prospettive e le priorità.

Per questo popolo, quello che conta non è l'intricato gioco di diplomazia internazionale, ma una possibile, agognata via d'uscita dall'inferno quotidiano.

Ciò che ai commentatori politici può sembrare un'imposizione brutale, per un civile sotto le bombe può essere visto come un ultimatum alla guerra stessa. Sette giorni per decidere sulla pace significano sette giorni per decidere se le proprie case verranno ancora distrutte, se i propri figli rischieranno la vita ogni volta che escono di casa. La fretta non è indice di arroganza, ma di urgenza vitale. La prospettiva di una fine rapida è preferibile a un conflitto interminabile che erode ogni barlume di normalità.

Il fatto stesso che esista un "piano di pace segreto" è, di per sé, una notizia carica di speranza. Non importa quanto imperfetto o sbilanciato possa sembrare sulla carta. Ciò che conta è che si stia parlando di fine delle ostilità, non di nuove offensive. La "pace" non è un ideale astratto, ma l'assenza di bombe, il ritorno dell'elettricità, la possibilità di seppellire i propri morti senza paura, di nutrire i propri figli.

Rinuncia alla NATO, Donbass ceduto, riduzione dell'esercito: sono prezzi altissimi, sacrifici dolorosi per l'integrità territoriale e l'orgoglio nazionale. Ma per chi ha visto la propria famiglia morire, per chi è sopravvissuto al freddo senza riscaldamento, alla fame, alla costante minaccia della morte, la sicurezza immediata e la fine del massacro possono superare queste considerazioni. "Meglio un pezzo di terra perso che un figlio perso," si potrebbe pensare con amarezza. Le promesse di "investimenti occidentali per la ricostruzione" non sono dettagli diplomatici, ma la concreta possibilità di ricostruire una vita, di avere un tetto, cibo e lavoro.

Amnistia per crimini di guerra: è un boccone amaro. La sete di giustizia per le atrocità subite è forte. Tuttavia, l'alternativa è la continuazione indefinita di quei crimini. In un contesto di sopravvivenza, la pragmaticità può prevalere sul desiderio di vendetta o di piena giustizia, se ciò significa porre fine alla sofferenza. La priorità diventa salvare vite ora, piuttosto che punire i responsabili domani.

Per il popolo ucraino che subisce di più la guerra:

  • La pace è la priorità assoluta, anche a costo di dolorosi compromessi.
  • Le vite umane e la sicurezza vengono prima delle questioni territoriali o dell'onore nazionale.
  • Ogni proposta di cessate il fuoco, per quanto sbilanciata, è un raggio di speranza.
  • La burocrazia e i ritardi diplomatici sono percepiti come una prolungata tortura.
  • La ricostruzione non è un bonus, ma la promessa di un futuro dopo la catastrofe.

Questo punto di vista ci ricorda che, dietro le analisi geopolitiche, ci sono milioni di persone per cui la "pace" non è una clausola di un trattato, ma il desiderio più elementare e vitale.

Noi, amiche e amici della nonviolenza, crediamo, con tutto il cuore, che in fondo a ogni abisso percepito di disperazione può risiedere la scintilla inestinguibile della speranza. Non è tutto scritto, non è tutto già deciso. E non tutto è così negativo come lo si dipinge. È nella nostra capacità di resistere alla rassegnazione, di sognare un mondo migliore e di agire con coraggio e amore che risiede il vero potere di cambiare la Storia.

Non cambierà mai, dicono i cinici. Ma non è stato sempre così e non è detto ancora: la giustizia può trionfare. L'amore supererà l'odio. La nonviolenza spezzerà le catene della violenza. Forse non accadrà proprio domani, forse richiederà sacrifici e lotte continue, ma ogni passo, ogni voce che si alza per la pace preparata con la pace, per l'uguaglianza, per la dignità di ogni essere umano, al di là delle divisioni tribali e dei confini, è un mattone che costruisce il ponte verso quel futuro.

Non smettiamo di sperare, non smettiamo di lottare con la forza della verità e dell'amore. Perché la speranza non è un sogno vano, ma la fede in azione che ci spinge a non arrenderci, a credere nel potere della trasformazione e a plasmare il mondo che desideriamo, mattone dopo mattone, cuore dopo cuore. Sì, cambierà. E cambierà grazie a chi non smette di crederci. A credere che la nonviolenza è una forza potente che funziona e che i popoli possono lasciarsi guidare da essa.

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La poca "fede" nella nonviolenza nasce anche dalla incapacità di di cogliere la vera posta in gioco in Ucraina: la costruzione di un modello democratico avanzato come forma più potente di resistenza.

La critica a questa cecità di molti "nonviolenti" di scarso spessore si basa sul presupposto che:

La strategia di Zelensky è fallimentare e porta all'escalation: la resistenza armata per la difesa del territorio è da giudicare come un vicolo cieco che conduce solo a un'ulteriore escalation bellica e a una continua irrorazione di sangue umano. La "vittoria" non può essere misurata in centimetri di terra difesi con le armi.

La nonviolenza italiana per lo più non ha compreso il vero obiettivo: le forze nonviolente starebbero proponendo una modalità nonviolenta (quindi metodi pacifici) per sostenere una strategia fallimentare (la difesa armata del territorio). Invece di mirare a un cambio di paradigma verso la costruzione democratica, si limiterebbero a una "pace" superficiale senza affrontare le radici del conflitto e le dinamiche interne ucraine.

La vera resistenza è democratica, non territoriale: l'unico scopo che giustificherebbe il sacrificio del popolo ucraino sarebbe la costruzione di una "vera" democrazia capace di fungere da modello e influenzare positivamente i "fratelli russi." La resistenza nonviolenta dovrebbe puntare a questo obiettivo politico e civile, non alla mera difesa dei confini.

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Riepiloghiamo a questo punto la tesi che riteniamo corretto avanzare. Riteniamo la tregua e la cessione territoriale una precondizione necessaria per realizzare la priorità democratica. Il mantenimento della guerra per la riconquista territoriale consuma risorse, vite umane e attenzioni politiche che sarebbero vitali per la riforma interna. Finché le bombe cadono, è impossibile concentrarsi sulla complessa e profonda opera di costruzione democratica e dello stato di diritto. L'accettazione di un sacrificio territoriale (doloroso ma nonviolento) è il prezzo per la cessazione immediata delle ostilità e per liberare le energie nazionali verso obiettivi civili.

In questa visione, la "vittoria" viene ridefinita in termini civili e politici, non militari:

  • Obiettivo interno: l'Ucraina deve dimostrare di essere "capace" di costruire un modello democratico avanzato e uno Stato di Diritto solido, superando la storica piaga dell'autoritarismo e della corruzione.
  • Obiettivo esterno (influenza): un esempio positivo, uno Stato prospero e veramente libero ai confini della Russia, sarebbe il più potente strumento di influenza sui "fratelli russi" e sulla loro società. Questo modello farebbe da contraltare all'attuale regime autocratico russo in modo molto più efficace di qualsiasi scontro militare.

La proposta non si ferma alla tregua, ma individua un percorso per una pace più profonda e duratura:

Fase 1: tregua militare + riforme interne: l'Ucraina cede il territorio per ottenere la tregua e si concentra sulla costruzione della democrazia.

Fase 2: dialogo inter-popolare: una volta che l'Ucraina sarà retta da un regime democratico genuino e il suo esempio influenzerà positivamente la società russa (il "popolo fratello"), il dialogo tra i due popoli (non più solo tra i regimi autocratici o belligeranti) potrà iniziare.

Fase 3: pace duratura: questo dialogo tra due popoli liberi consentirà il passaggio dalla tregua militare (una semplice cessazione del fuoco) a una pace più profonda e duratura, basata sul rispetto reciproco e sui valori democratici condivisi, superando le dinamiche territoriali del conflitto.

In sintesi, la proposta è quella di applicare il principio della nonviolenza strategica al massimo livello: un sacrificio tattico (il territorio) per un guadagno strategico (la democrazia e l'influenza regionale).

La vera resistenza non è fermare i carri armati, ma costruire istituzioni che i carri armati non possano distruggere.

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Giornata ONU pro Palestina: digiunare per organizzare -  22 novembre 2025

22 novembre - digiuno per la Palestina dedicato a Barghouti

All'inizio della settimana che porta alla Giornata ONU di solidarietà con la Palestina (29 novembre), si propone un gesto semplice e forte: rinunciare a un pasto e donarne il valore per sostenere la popolazione palestinese.

👉 L'iniziativa è dedicata a Marwan Barghouti, il "Mandela palestinese", detenuto da 23 anni.

👉 Hanno già aderito numerose associazioni: possono unirsi collettivi, coordinamenti e gruppi.

Il digiuno è un atto nonviolento, ma richiama anche la necessità di una vera rifondazione della nonviolenza: non basta opporsi, occorre costruire ponti nei conflitti, mettere al centro la vita e i diritti universali, rifiutando la logica del nemico.

Un gesto personale che diventa solidarietà concreta e impegno collettivo.

Noi, disarmisti esigenti, nella logica dei "due popoli, due Stati", partecipiamo con una nostra impostazione specifica. Sottolineiamo due punti politici proposti, nella stessa logica, dal Patriarca cattolico di Gerusalemme: 1) il ritiro dell'esercito israeliano dalla Striscia; 2) il disarmo di Hamas.

L'iniziativa del digiuno dedicata a Marwan Barghouti offre un'eccellente opportunità per promuovere la proposta innovativa di "Ambasciata di Pace" con due uffici, a Tel Aviv e Ramallah.

Una scadenza che può indicare un terreno di lavoro concreto dell'Ambasciata sono le elezioni politiche che nel 2026 dovrebbero chiamare alle urne sia gli israeliani che i palestinesi. In questo modo, l'adesione al digiuno si trasforma da semplice atto di solidarietà in utilizzazione politica della figura di Barghouti come leva per un cambiamento istituzionale orientato alla pace.

Info: alfiononuke@gmail.com ---- cell. 340/0736871

Sottoscrivi l'impegno per la liberazione di Barghouti partner di pace su: https://www.petizioni24.com/barghouti_libero

Il 22 novembre si terrà una "giornata nazionale di digiuno", proposta come gesto nonviolento, in apertura della settimana che conduce alla "Giornata Mondiale di solidarietà con la Palestina" indetta dall'ONU per il 29 novembre.

Questa ricorrenza internazionale, giunta alla sua "48ª edizione" dopo l'avvio nel 1977 con la Risoluzione 32/40B, sarà dedicata a Marwan Barghouti, spesso definito il "Mandela palestinese", detenuto da 23 anni nelle carceri israeliane. L'iniziativa invita a devolvere il costo di un pasto a favore di una raccolta fondi per la Palestina. Numerose associazioni hanno già aderito, e l'appello è aperto anche a collettivi, coordinamenti e gruppi interessati a partecipare.

Il testo dell'appello al digiuno, pur significativo, mette in luce — a nostro avviso — i limiti di un'impostazione che conferma l'urgenza di una "rifondazione nonviolenta". Per chiarire che non si tratta di un discorso astratto, proponiamo di confrontare tale appello con le posizioni espresse dal cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca cattolico di Gerusalemme, riportate in questa stessa pagina.

Diversamente dai promotori del digiuno, Pizzaballa non respinge in modo assoluto la tregua proposta dagli Stati Uniti. Egli auspica che il piano americano, pur imperfetto, possa aprire prospettive più chiare e offrire sollievo alla popolazione di Gaza, nella cornice del principio "due popoli, due Stati". Il patriarca riconosce la validità della "fase 1" e sottolinea l'importanza di avviare la "fase 2": un percorso difficile, poiché Hamas non intende deporre le armi e Israele non appare disposto a ritirarsi dalla Striscia. Tuttavia, insiste sulla necessità di proseguire, ringraziando Dio per la fine dei bombardamenti indiscriminati e indicando come prossimo passo la "ricostruzione", che richiederà anche una nuova governance.

Nell'intervista concessa alla Radio Vaticana, Pizzaballa offre spunti preziosi sul piano umanitario e sul dialogo interreligioso. Sul piano politico, individua due punti, insieme ad altri, che un intervento nonviolento dovrebbe sempre assumere come riferimento esplicito:

1. La richiesta del "disarmo di Hamas"

2. Il "ritiro di Israele dalla Striscia di Gaza"

La piattaforma del digiuno, invece, non richiama la "speranza" che il piano USA potrebbe suscitare, probabilmente perché la sua idea di "nonviolenza" non integra il principio che i diritti delle persone e dell'Umanità precedono quelli dei popoli e degli Stati.

Ignorando la regola che non si tratta di vincere ma di convincere — trasformando gruppi nemici in comunità amiche — la proposta politica omette di affrontare la questione di Hamas, forse per una visione unilaterale e schematica del conflitto. La resistenza palestinese, infatti, è intrecciata con dinamiche arabe e iraniane e non può essere ridotta alla semplice immagine di Davide contro Golia.

La "nonviolenza" evocata dall'appello appare dunque solo tecnica, priva di radicamento nel valore universale della vita, che precede il diritto degli Stati, e nella strategia che rifiuta la logica del nemico.

L'adesione dei Disarmisti esigenti all'iniziativa del digiuno del 22 novembre, pur con le riserve espresse riguardo l'impostazione dell'appello, può essere utile per le ragioni che ora andiamo ad esporre.

Visibilità e dialogo

L'iniziativa del digiuno si svolge in un contesto di nonviolenza dichiarata e solidarietà internazionale, in linea con i principi di base dei Disarmisti esigenti.

  • Piattaforma comune: aderire significa collocarsi all'interno di un movimento ampio e plurale che coinvolge "numerose associazioni, collettivi, coordinamenti e gruppi". Questo offre l'opportunità di non rimanere isolati.
  • Massimizzazione della visibilità: la partecipazione a un evento nazionale e collegato all'ONU (Giornata Mondiale di solidarietà con la Palestina) garantisce una maggiore attenzione mediatica e pubblica al tema.
  • Solidarietà umanitaria: l'iniziativa ha un forte connotato umanitario (raccolta fondi e focus sui detenuti), che permette ai Disarmisti di esprimere la propria sensibilità e vicinanza alle vittime civili senza essere immediatamente intrappolati nel dibattito puramente politico.

Canali per la "rifondazione nonviolenta"

L'adesione non impedisce, ma anzi, fornisce una tribuna per veicolare le tesi sulla "rifondazione nonviolenta" e sull'importanza di un approccio più evoluto.

  • Critica costruttiva: partecipando, i Disarmisti possono utilizzare la loro presenza per lanciare una critica interna e costruttiva all'impostazione "tecnica" della nonviolenza dell'appello, proponendo i loro princìpi:
    • Valore della vita universale: ribadire che i diritti delle persone e dell'Umanità vengono prima del diritto dei popoli e degli Stati.
    • Rifiuto della logica del nemico: utilizzare l'evento per sottolineare l'importanza di "trasformare gruppi umani nemici in gruppi amici" (convincere, non vincere).
  • Inclusione delle tesi di Pizzaballa: L'adesione offre lo spazio per integrare e promuovere i punti chiave del Cardinale Pizzaballa, che l'appello omette:
    • Richiesta esplicita del disarmo di Hamas (per una visione non unilaterale del conflitto).
    • Sostegno al ritiro di Israele dalla Striscia.
    • Approccio di collaborazione costruttiva anche con iniziative imperfette (come il piano USA), piuttosto che una contrapposizione assoluta.

Obiettivo strategico disarmista

L'adesione si spera rafforzi la credibilità per la richiesta di un disarmo completo, a partire dalla denuclearizzazione del Medio Oriente

  • Equilibrio e credibilità: aderire a un'iniziativa solidale con la Palestina, e contemporaneamente insistere sul disarmo di Hamas, dimostra un approccio equilibrato e non fazioso. Questo rafforza la credibilità dei Disarmisti come mediatori etici che perseguono la sicurezza di tutti.
  • Coerenza con la linea politica: l'obiettivo finale dei Disarmisti è una smilitarizzazione completa del Medio Oriente, a partire dalla denuclearizzazione. Partecipando, possono incanalare l'energia di solidarietà verso l'esigenza di una soluzione politica e militare che preveda il disarmo come prerequisito di pace (come proposto da Pizzaballa con il primo passo del disarmo di Hamas e il ritiro di Israele).

Aderire all'iniziativa consente, in sostanza, ai Disarmisti esigenti di influenzare la narrazione da una posizione interna, utilizzando la visibilità dell'evento per elevare il dibattito sulla nonviolenza da una mera "tattica" a una strategia valoriale e complessa che include le responsabilità di tutti gli attori.

L'ambasciata di pace per liberare Marwan Barghouti

L'iniziativa del digiuno dedicata a Marwan Barghouti offre un collegamento strategico diretto e un'eccellente opportunità per promuovere la proposta innovativa di "Ambasciata di Pace" con due uffici, a Tel Aviv e Ramallah.

Barghouti al momento sembra l'unico leader popolare, convinto dei "due popoli, due Stati", in grado di unire le divisioni politiche interne palestinesi e, in passato, è stato visto anche da figure di alto livello israeliane (come l'ex direttore del Mossad, Efraim Halevy) come una chiave per la soluzione.

La sua liberazione è spesso citata come un pre-requisito cruciale per un futuro governo di unità nazionale e per l'avanzamento di negoziati di pace significativi. Chiedere la sua libertà è quindi un modo per esigere una svolta politica radicale, che va oltre la semplice tregua.

La proposta dell'Ambasciata di Pace con uffici a Tel Aviv e Ramallah può essere presentata come lo strumento operativo nonviolento per gestire la transizione post-liberazione di Barghouti e per implementare la strategia del dialogo israelo palestinese.

Una scadenza che può indicare un terreno di lavoro concreto sono le elezioni politiche che nel 2026 dovrebbero chiamare alle urne sia gli israeliani che i palestinesi. In questo modo, l'adesione al digiuno si trasforma da semplice atto di solidarietà in una proposta politica concreta e innovativa, che utilizza la figura di Barghouti come leva per un cambiamento istituzionale orientato alla pace.

Info: alfiononuke@gmail.com ---- cell. 340/0736871

Sottoscrivi l'impegno per la liberazione di Barghouti partner di pace su: https://www.petizioni24.com/barghouti_libero

Giornata nazionale di digiuno per Gaza

A Gaza non c'è pace e non è rispettato dall'esercito israeliano neanche il fragile cessate-il-fuoco. Non solo, ma la popolazione palestinese soffre la fame e, adesso, anche il freddo. Israele ha vietato l'ingresso nella Striscia dei camion con coperte e tende.

Quella palestinese non è soltanto una questione umanitaria, ma politica. È necessario un impegno di tutti e tutte per l'affermazione e l'applicazione del diritto e la legalità internazionale. Con il nostro digiuno individuale e collettivo vogliamo aprire un varco per il disarmo, il dialogo e la ricerca di spazi comuni, contro ogni prevaricazione, odio, discriminazione o sopraffazione.

Per tali motivi, gli organizzatori hanno inteso dedicare la giornata del 22 novembre alla figura del Mandela palestinese, Marwan Barghouti, da 23 anni in carcere in Israele.

In tale appuntamento del 22 novembre ci sarà nel pomeriggio, dalle 17:00 alle 20:00, un incontro online, aperto a tutti e tutte, con la partecipazione di esponenti palestinesi della società civile di Ramallah, Gaza e Gerusalemme est (Con traduzione consecutiva).

Si propone ai digiunatori di devolvere il valore di un pasto alla campagna di raccolta fondi a favore di realtà della società civile palestinese, che operano nei settori dell'assistenza sanitaria, contro la fame e povertà e per la difesa nonviolenta delle terre dei contadini palestinesi. È una misura volontaria, ma raccomandabile, per dare concretezza al nostro agire solidale. Seguirà un comunicato specifico, con tutti i dettagli

Le organizzazioni e i comitati territoriali firmatari che convocano la giornata nazionale di digiuno in solidarietà con la popolazione di Gaza e per l'affermazione dei diritti nazionali del popolo di Palestina si impegnano di proseguire, nei giorni e mesi futuri, le mobilitazioni con tutti i metodi di lotta nonviolenta, dal digiuno, al boicottaggio, fino alla realizzazione di una pace giusta e duratura per tutti i popoli della regione.

Invitiamo tutte le realtà impegnate sul tema della Pace, della solidarietà internazionale e per l'educazione alla non violenza di aderire, scrivendo a: anbamedaps@gmail.com

Il cardinale Pizzaballa: per raggiungere la pace va ascoltato il dolore degli altri - Vatican News

Il patriarca di Gerusalemme dei latini, ai media vaticani, parla della speranza che il piano Usa si esprima in soluzioni che portino a "prospettive più chiare" e a dare sollievo alla popolazione palestinese di Gaza. Esprime il suo dolore per i continui episodi di violenza perpetrati dai coloni, anche a danno dei cristiani, invita i pellegrini a tornare in Terra Santa e auspica la ripresa del dialogo tra i leader religiosi per ritrovarsi, ebrei, musulmani e cristiani, "l'uno nell'altro"

Andrea Tornielli e Francesca Sabatinelli – Città del Vaticano

A Gaza, anche nelle ultime ore sotto i bombardamenti israeliani, è importante che si proceda verso la fase 2 del piano degli Stati Uniti, che porti a un processo politico per il raggiungimento della soluzione a due Stati. Le Nazioni Unite, dopo l'adozione della risoluzione da parte del Consiglio di Sicurezza, si impegnano ad andare avanti e a "tradurre lo slancio diplomatico in misure concrete e urgenti sul campo". Una concretezza che dovrà passare per una serie di passi che, è la speranza di molti, possano davvero significare un passaggio fondamentale per i palestinesi stremati dalla guerra, devastati dalla distruzione. Il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme dei latini, ospite dei media vaticani, sollecita la comunità internazionale ad avere il "coraggio" di imporre soluzione per portare sollievo ad un popolo in ginocchio dopo due anni di bombardamenti e che ora subisce le ripercussioni dell'inverno.

Eminenza, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, con l'astensione di Russia e Cina, ha votato il piano di pace per Gaza proposto dal presidente americano Trump. Il governo dello Stato di Palestina approva il piano, mentre Hamas dice che non intende disarmare a quelle condizioni. Come giudica la decisione dell'ONU e come vede la situazione al momento? Ci sono speranze?

La decisione dell'ONU non cambia nulla nel territorio, però è un riconoscimento della comunità internazionale, è un piano che, come tutti i piani, non potrà mai essere perfetto, però è quello che c'è ed è l'unico che in questo momento ha fermato l'espandersi della guerra e che può dare un minimo di prospettive alla popolazione palestinese e non solo. Per cui diciamo che il voto dell'ONU è una sorta di consacrazione generale della comunità internazionale che, seppur se non cambia nulla, comunque è importante dal punto di vista ideale e anche politico generale. Per quanto riguarda poi la vita nel territorio e l'implementazione concreta, abbiamo saputo fin dal principio che sarebbe stato molto difficile, e che sarà ancora molto difficile, vedere realizzati i vari punti del piano di Trump. Sappiamo che Hamas non ha alcuna intenzione di consegnare le armi. Penso che anche Israele non abbia tanta voglia di ritirarsi totalmente dalla Striscia. Diciamo che le due parti sono quelle che hanno dovuto accettare questo piano, ma hanno, come dire, serie difficoltà. Bisogna insistere. Gli Stati Uniti sono gli unici che, con i Paesi arabi e la Turchia, possono riuscire a imporsi, perché in questo momento la buona volontà non è sufficiente. Bisogna avere anche il coraggio di imporre politicamente delle soluzioni che portino poco alla volta a delle prospettive più chiare. Ma ci vorrà molto tempo e sarà molto faticoso.

Gaza negli ultimi tempi sembra essere uscita dall'attenzione dei media. Però dalla Striscia continuano ad arrivare notizie molto gravi e allarmanti sulla sofferenza della popolazione, anche a causa del maltempo, della pioggia e del fango, e questo lo ha testimoniato anche il parroco, padre Gabriel Romanelli. Qual è la situazione? Gli aiuti possono entrare? Cosa si può fare concretamente per aiutare i palestinesi?

La situazione non è cambiata molto dal punto di vista della vita ordinaria. L'unica cosa che è cambiata, e di cui ringraziamo Dio e quelli che hanno potuto ottenerlo, è la fine dei bombardamenti a tappeto. Gli aiuti entrano più di prima, questo sicuramente in maniera più stabile, ma sicuramente non in misura sufficiente rispetto ai bisogni, medicine, ospedali, le tende, le coperte, con l'arrivo dell'inverno e delle piogge. C'è bisogno di acqua, sia ben chiaro, però a Gaza acqua significa fango dentro una situazione già problematica. Diciamo che nella vita ordinaria non è cambiato nulla, le scuole non ci sono e gli ospedali funzionano parzialmente, è ancora tutto da ricostruire. Siamo ancora nella prima fase dei punti e le prossime fasi saranno: pulire dalle macerie; seppellire i morti che sono sotto le macerie; avere un minimo di programmazione per la ricostruzione, che richiederà anche una governance che non c'è e non si saprà chi sarà. È tutto ancora da fare, e mentre si discute all'ONU e altrove, la gente resta nelle condizioni di sempre, che sono ahimè, drammatiche.

Anche dalla Cisgiordania arrivano notizie allarmanti, purtroppo per le continue violenze dei coloni che hanno bruciato moschee, assaltato villaggi, impedito la raccolta delle olive ai palestinesi di quella parte dello Stato di Palestina. Anche se sembra che ci sia un minimo ridestarsi di una coscienza sulla inaccettabilità di questi fatti anche in Israele, però mancano prese di posizione forti a livello internazionale per fermare questa deriva che rende oggettivamente impraticabile per il futuro, qualsiasi ipotesi di Stato palestinese che abbia un minimo di continuità territoriale. Cosa può dirci della situazione di questa parte della Palestina? Che cosa potrebbe o dovrebbe fare secondo lei, la comunità internazionale? E anche che cosa possiamo fare noi?

La situazione nei Territori si sta aggravando ogni giorno, sempre di più. Ho le foto dell'aggressione che sono avvenute per l'ennesima volta proprio nel nostro villaggio cristiano di Taybeh, con case e macchine assaltate, vetri rotti, penumatici forati. Quello che è accaduto questa notte a Taybeh, che è grave, succede quotidianamente in tanti altri villaggi della Palestina. Ho ricevuto anche pochi giorni fa dal villaggio di Aboud, che è un villaggio abbastanza isolato, una richiesta di aiuto e non solo dalla nostra parrocchia ma da tutta la comunità, dal sindaco e così via, perché non sanno a chi rivolgersi. Questo senso di impotenza aumenta ancora di più su tutti il peso di questa situazione, perché sembra veramente che non ci sia nessuno a cui appellarsi, a cui chiedere giustizia. È vero che recentemente ci sono stati gli scontri anche tra i coloni e l'esercito che cercava di ripristinare un po' di ordine, ma sono episodi rari questi, il più delle volte si deve assistere alla mancanza totale di rispetto della legge, di un minimo di legge e di rispetto dei diritti umani. La nostra preoccupazione è che questa situazione continui e si aggravi. Cosa può fare la comunità internazionale? Deve parlare! Come si è parlato molto di Gaza, giustamente, e adesso ahimè se ne parla di meno, bisogna parlare anche di quella situazione dei Territori. Molti Paesi hanno riconosciuto, anche ultimamente, la Palestina come Stato, in maniera simbolica perché ancora non c'è, ora però bisogna alzare l'attenzione e dire che non basta riconoscere, bisogna anche dire quali sono le condizioni e cosa si deve fare. Non si può parlare di un processo politico se poi ci sono continuamente queste aggressioni e queste difficoltà. Lo dico con molto dolore, perché non mi piace sempre denunciare e parlare contro, però è la verità e non posso tacere su questo.

Eminenza, lei recentemente ha lanciato un appello affinché riprendano i pellegrinaggi in Terra Santa che ancora oggi sono fermi, con tutte le gravi ricadute che ci sono sull'economia palestinese, in particolare anche per la situazione dei cristiani. Che cosa si può dire a questo riguardo? Si può ripetere questo invito a tornare ad essere pellegrini nei luoghi dove Gesù ha vissuto, è morto ed è risorto?

Assolutamente! È vero che noi parliamo di Gaza, parliamo di Cisgiordania, però è anche vero che sono situazioni che sempre sono fuori dal giro ordinario dei pellegrini. La zona di Betlemme, che è importante per i pellegrini, ha bisogno della loro presenza, il pellegrinaggio ora è sicuro, con il cessate il fuoco sono finiti non solo i bombardamenti a Gaza, ma anche gli attacchi missilistici dallo Yemen, diciamo che gli allarmi non ci sono più, per cui il pellegrinaggio ora può essere sicuro. Quei pochi pellegrini che sono venuti l'hanno potuto constatare. Io lo ripeto: la Chiesa universale è stata molto vicina a noi in questi anni con la preghiera, con tante forme di solidarietà anche concreta. Ora bisogna iniziare una nuova fase, dove l'aiuto concreto è testimoniato anche dalla presenza fisica concreta che, oltre a essere un beneficio per chi ha il dono, ha la possibilità, di avere il pellegrinaggio, porta anche il sorriso in tante famiglie che hanno bisogno non solo di aiuto economico, ma anche di vedere la presenza dei loro fratelli e sorelle cristiani in Terra Santa. Siamo nell'anno giubilare che ormai sta finendo, c'era molta speranza che in questo anno potesse esserci uno sguardo non solo su Roma, ma anche su Gerusalemme. Sono due città legate l'una all'altra e non possiamo aspettare il prossimo Giubileo, quindi bisogna riprendere il santo viaggio e ritornare ad affondare il nostro sguardo sulle nostre radici di fede, che sono anche una forma di solidarietà e di fratellanza cristiana.

Abbiamo ancora negli occhi le terribili immagini degli ostaggi di Hamas sotto i tunnel. Però abbiamo anche notizie, proprio di questi giorni, di altre situazioni, quelle senza immagini, che ci dicono che dal 7 ottobre ad oggi, nelle carceri israeliane, sono morti 98 detenuti palestinesi - ci sono denunce per violazione dei diritti umani – il che vuol dire un morto ogni quattro giorni, praticamente. Come commenta questi dati?

Sono dati allarmanti. Diversi giornali, anche in Terra Santa, in Israele, ne hanno parlato, anche altri media, pochi a dire il vero, lo hanno fatto. Diciamo che, in generale, il clima di violenza si respira ovunque, nel modo di pensare. Tante volte ho detto che siamo stati invasi da tanto odio, che poi l'odio non è soltanto un sentimento, diventa anche azione, un modo di relazionarsi con l'altro. Il senso di odio, di vendetta, di rancore, si esprime anche in queste forme. Io non ho una documentazione precisa, quindi mi baso su quello che è stato detto, ma è vero che ci sono tantissimi che sono morti nelle carceri, e comunque diciamo che non sono carceri svedesi.

Eminenza, recentemente intervenendo ad un convegno, lei ha sottolineato che purtroppo in questi due anni di guerra spesso i leader religiosi hanno lanciato dei messaggi uguali, se non simili, a quelli dei leader politici, mettendo di fatto in crisi anche il dialogo interreligioso. Qual è il ruolo delle religioni o quale dovrebbe essere in questo contesto?

Sì, l'ho detto diverse volte e lo ripeto ancora una volta con un po' di sofferenza e di dolore. Il dialogo interreligioso deve riprendere, perché fa parte anche della nostra identità religiosa, nessuna religione è un'isola. Per cui abbiamo bisogno di riprenderlo e di dare questa testimonianza come leader religiosi, anche come comunità religiose, l'uno nei confronti dell'altro, soprattutto in Medio Oriente, dove la religione ha un ruolo identitario e comunitario fondamentale, nella vita civile, nella vita sociale e anche nella vita politica. Ed è un fatto che, con poche eccezioni, la gran parte dei leader religiosi locali non ha detto nulla, e al momento di parlare parlava ai suoi esclusivamente di sé e della propria prospettiva, senza nessuno sguardo sull'altro. E se c'era uno sguardo sull'altro era uno sguardo negativo, di difesa o di accusa. Ecco, tutto questo è preoccupante. Dobbiamo uscire da questo circolo vizioso, e non mi riferisco solo ad ebrei e musulmani, ci siamo dentro anche noi, non dobbiamo fare i bravi e i buoni rispetto agli altri. Dopo il 7 ottobre abbiamo bisogno di riprendere il dialogo, tenendo però presente non solo quello che ci siamo detti nel passato, ma anche quello che non ci siamo detti in questi due anni e perché, per ripartire anche dal cercare di ascoltare. Una cosa che ho detto diverse volte, e che è molto faticosa, è che non si deve partire dalle analisi, ma che occorre ascoltare l'uno il dolore dell'altro, perché credo che tutti siano veramente affaticati, colpiti dal loro dolore. E però preoccupa anche la difficoltà o l'impossibilità a vedere il dolore degli altri. Il vittimismo è uno dei problemi che abbiamo, ciascuno si sente l'unica e sola vittima e l'altro il carnefice. Invece dobbiamo uscire da questa prospettiva. È l'impegno che ci dobbiamo prendere. Le cose non cambiano da sole cambiano se qualcuno apre la strada. Ecco, dobbiamo aprire, riaprire, questa strada. Sarà faticoso, ma dobbiamo farlo, il compito del leader religiosi è proprio questo. Non puoi guardare a Dio e negare l'altro però l'abbiamo fatto.

Don Tonino Bello diceva che la guerra inizia con la dissolvenza del volto dell'altro. Forse potremmo dire che la pace inizia ascoltando il dolore dell'altro…

Assolutamente. Se tu riconosci l'altro, riconosci anche te stesso. Se neghi l'altro, neghi anche te stesso. Se si dissolve il volto dell'altro, alla fine dissolvi anche te stesso. Allora, dobbiamo guardare tutti a Dio e ritrovarci l'uno nell'altro.

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Di cosa dovremmo maggiormente preoccuparci? il genocidio programmato della guerra nucleare!  14 novembre 2025

Si ricorda l'incontro Zoom programmato per il 4 novembre alle ore 18:00 sui temi del riarmo europeo e delle spese militari da contrastare facendo perno sulle obiezioni di coscienza.

https://us06web.zoom.us/j/83944051716?pwd=Xxv7AsbaFJFa2bwtsbsiiHpmtz4YRY.1

Aderisci all'appello per l'iniziativa "LIBERARE BARGHOUTI, PARTNER DI PACE COME MANDELA". Una ambasciata di pace con due uffici: Tel Aviv e Ramallah.

https://www.petizioni24.com/barghouti_libero

☢️ Dal "genocidio dubbio" dei conflitti locali al "Genocidio nucleare programmato", riservato alla intera Umanità

La sfida che si intende lanciare è così pensata: come si può sfruttare l'energia emotiva e l'attenzione generata da una crisi visibile (il "trip palestinese" dell'attuale mobilitazione "pacifista") per dirottarla verso una minaccia molto più grave, ma astratta e invisibile: la deterrenza nucleare (il genocidio programmato)?

Il ponte di collegamento potrebbe essere il concetto di responsabilità etica globale e l'uso del militarismo come radice comune:

1. Collegare la causa: Il militarisimo è la radice comune

  • Il nostro argomento: la deterrenza nucleare non è un problema separato, ma è la massima espressione della logica del militarismo che alimenta anche i conflitti locali come quello in Medio Oriente.
  • La catena logica da proporre: la crisi in Palestina è un esempio concreto e doloroso di ciò che accade quando una potenza è autorizzata a operare al di fuori del diritto internazionale in nome della sicurezza nazionale (come criticato da Cassola). La deterrenza nucleare è semplicemente l'estensione più estrema e apocalittica di questa stessa logica:{Militarismo/Nazionalismo estremo} \implica {Occupazione e Guerra Locale} \implica {Deterrenza Nucleare (Genocidio Implicito)
  • Spostare l'indignazione: bisogna indirizzare l'indignazione contro le armi nucleari non come un problema di armamenti, ma come un crimine potenziale (il "genocidio programmato") che rende tutti i conflitti locali potenzialmente l'innesco di una catastrofe globale.

In sostanza, non si può ignorare il "trip palestinese" oggi dominante, ma si deve usare la sua carica emotiva per illuminare la radice comune del militarismo e del nazionalismo che genera sia le tragedie locali che la minaccia nucleare globale.

 La deterrenza nel quotidiano: la minaccia nucleare sulla pelle della gente comune

Questa esigenza sopra accennata abbisogna della idea che, volendo, si potrebbe rendere già visibile la minaccia nucleare nel senso seguente: la suprema garanzia di sicurezza riposta nella massima forza distruttiva (cioè il nucleare) già ci danneggia in molti modi impattanti che la gente comune vive sulla propria pelle. E non ci si riferisce soltanto all'inquinamento radioattivo dei test nucleari e ai programmi atomici "civili" sviluppati in realtà per possibili impieghi militari. Questa logica della potenza e della concorrenza tra Stati e gruppi umani impone le spese militari, le tendenze alla guerra e le guerre vere e proprie. Sono realtà che producono gravi conseguenze sulla vita quotidiana delle persone.

Lo si ribadisce: la minaccia nucleare non è solo un evento catastrofico futuro ("genocidio programmato"), ma una realtà che impatta negativamente sulla vita quotidiana e sul benessere economico, sociale e ambientale di ogni cittadino, qui e ora.

La ricalibratura consiste allora nel rendere visibile e tangibile l'influenza della logica della massima forza distruttiva sulla pelle della gente comune, ben oltre i test e l'energia "civile" che fa da supporto agli sviluppi militari.

Un quadro descrittivo che evidenzia come la deterrenza nucleare e la logica della potenza impattino la vita di tutti i giorni può partire dal seguente dato economico: la spesa e la logica necessarie a mantenere la deterrenza nucleare distorcono le priorità nazionali e globali, creando danni diretti e indiretti percepiti da tutti.

La nonviolenza poietica ed esigente deve dimostrare che il disarmo nucleare non è solo un ideale etico, ma un imperativo economico e sociale immediato per migliorare la vita quotidiana delle persone, finanziando la salute, l'istruzione e la lotta alla crisi climatica.

Questa ricalibratura permette di collegare l'azione pacifista a temi cari alla gente comune (bollette, sanità, scuola), rendendo la minaccia nucleare una questione di giustizia sociale e non solo di geopolitica.

SBLOCCHIAMO I BISOGNI: DENUCLEARIZZIAMO E SMILITARIZZIAMO!

La "deterrenza" nel quotidiano: la minaccia nucleare sulla pelle della gente comune

La spesa e la logica necessarie a mantenere la deterrenza nucleare, ben oltre gli specifici 100 miliardi di dollari all'anno (circa), distorcono le priorità nazionali e globali, creando danni diretti e indiretti percepiti da tutti.

1. Il danno economico: sottrazione di risorse vitali

La principale conseguenza immediata della logica della potenza è lo spreco di risorse che potrebbero essere destinate al benessere sociale.

  • Sottrazione di Bilancio: Le spese militari globali, che finanziano armamenti convenzionali e programmi nucleari (direttamente e indirettamente), deviano trilioni di dollari. Questi fondi sono sottratti a:
    • Sanità Pubblica: Investimenti in ospedali, ricerca medica, prevenzione delle pandemie.
    • Istruzione: Scuola pubblica, università, borse di studio.
    • Infrastrutture Civili: Trasporti, energia sostenibile, manutenzione del territorio.
  • La "Tassa della paura": In sostanza, ogni cittadino paga una "tassa sulla paura" e sulla potenziale distruzione, anziché una tassa sul progresso e sulla cura. La corsa agli armamenti agisce come un freno economico strutturale sulla qualità della vita.

2. Il danno sociale e politico: distorsione della democrazia

La supremazia del militare sull'etica civile porta a conseguenze dirette sulla trasparenza e sulla partecipazione democratica.

  • "Stato di (in)sicurezza" permanente: La necessità di mantenere segreti militari, i programmi di sorveglianza e la giustificazione costante della "minaccia esterna" (come visto nel dibattito Cassola) erodono lo spazio democratico e la libertà civile. La segretezza sui programmi nucleari limita la possibilità di un dibattito pubblico informato.
  • Disuguaglianza aumentata: Le guerre (anche quelle locali) e la spesa militare distorcono i mercati, generano profitti enormi per l'industria bellica e spesso producono instabilità economica che colpisce maggiormente le fasce più deboli della popolazione attraverso l'inflazione e la riduzione dei servizi sociali.

3. Il danno ambientale e climatico (impatto oltre i test che Trump minaccia di riprendere)

L'impatto ambientale della deterrenza e della guerra va ben oltre i siti di test .

  • Impatto carbonico: Gli eserciti mondiali (in particolare le potenze nucleari) sono tra i maggiori inquinatori globali. La produzione, lo stoccaggio e il movimento degli arsenali richiedono enormi quantità di combustibili fossili e materiali inquinanti, contribuendo attivamente alla crisi climatica, che a sua volta impatta sulla salute e sull'agricoltura delle persone.
  • Destinazione dei rifiuti: Lo smaltimento dei materiali radioattivi derivanti dalla produzione e dalla manutenzione delle testate nucleari è un problema di lunghissimo periodo che grava sui territori e sulle finanze pubbliche, esponendo le comunità locali a rischi ambientali persistenti.

Conclusione

La logica della potenza e la deterrenza nucleare, sua massima espressione, non sono solo una minaccia lontana, ma il costo più alto e meno visibile che i cittadini pagano ogni giorno.

La nonviolenza "poietica ed esigente", auspicabilmente caratterizzante le nostre iniziative, ben oltre le mobilitazioni specifiche sul conflitto israelo-palestinese, deve manifestare che il disarmo nucleare non è solo un ideale etico, ma un imperativo economico e sociale immediato per migliorare la vita quotidiana delle persone, finanziando la salute, l'istruzione e la lotta alla crisi climatica.

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Il consenso alle guerre dei popoli è di regola minoritario (ma vallo a spiegare innanzitutto ai "nonviolenti" per i quali il gandhismo è colonialismo!)  - 13 novembre 2025

Premessa. I NONVIOLENTI TRA VIRGOLETTE. Sono quelli che nutrono sensi di colpa nel condannare una "resistenza" dalle radici fondamentaliste. (Una guerriglia per giunta nemmeno esistente quale realtà indipendente, unitaria ed operativa). Sono i "nonviolenti" che si sentirebbero colpiti dall'accusa di "colonialismo" se osassero provarsi a condannare modalità di lotta armata sicuramente terroristiche (perché violano il diritto internazionale umanitario). Gandhi non era colonialista, Hamas con il suo fanatismo da fondamentalismo islamico e la sua dipendenza da potenze esterne invece lo è!

Tutta la discussione che vogliamo aprire in Italia, ed anche in Europa, non deve essere vista e recepita come inutilmente polemica: si tratta di non chiudere gli occhi davanti ai dati di fatto politici che si elencheranno, con lo spirito di evitare derive deteriori che già in passato hanno portato alla estinzione di promettenti movimenti sociali. Potrebbero esserci, ad esempio, analogie con l'"assalto al cuore dello Stato", il trip che portò il Movimento del '77, in molte sue avanguardie dell'Autonomia, a fare da base militante per la stagione del terrorismo BR e di tanti altri gruppi della lotta armata alla fine degli anni Settanta-inizio anni Ottanta del secolo scorso.

Andando al dunque, questo l'elenco annunciato dei fatti politici:

1 - Presunte realtà palestinesi italiane, che vantano abusivamente il ruolo di "veri" rappresentanti del popolo palestinese (le altre sarebbero false rappresentanze in quanto "collaborazioniste"), indicono manifestazioni che inneggiano al 7 ottobre, appunto, come "atto di resistenza" e propongono la Palestina "libera dal fiume al mare", libera cioè dalla "entità sionista" da distruggere, in quanto summa di imperialismo, colonialismo, razzismo, suprematismo bianco...

Non si sta facendo fantapolitica, lo ribadiamo, ma ci si sta riferendo ad enormi cortei ufficialmente organizzati da questi gruppi (con striscioni di apertura che un giornalismo alla Travaglio definirebbe da internamento manicomiale); e a una miriade di iniziative locali che si appoggiano a tali sigle per catalizzare aggregazioni estemporanee, precarie e labili.

2 - Fino a che questo obiettivo della cancellazione della "entità sionista" non sarà raggiunto, occorre convergere sull'indicazione di Flottille e Sindacati, sia la CGIL che USB/CUB etc., con piazze pullulanti di redivivi Masaniello, bandiere nero bianco verdi che subissano le bandiere rosse. BLOCCARE TUTTO: se possibile tutta la vita civile in Italia, occupando stazioni, porti, aeroporti, circonvallazioni. Ma anche, con scioperi a manetta, generali e locali, possibilmente indeterminati, che puntino a fermare le attività produttive e amministrative.

Stiamo - quasi come sonnambuli - aderendo e invitando all'adesione incondizionata a una chiamata per la mobilitazione, estrema e ultimativa, di "rivolta sociale". L'obiettivo è duplice: fermare la complicità italiana con un genocidio in corso (la CIP sta indagando) e rimuovere la sua causa – la realtà colonialista dello Stato ebraico, che viene descritta come persino peggiore del Sudafrica dell'apartheid. La prospettiva si è evoluta nel CACCIARE IL GOVERNO MELONI in quanto "agente del sionismo", qui in Italia!

Domanda: veramente si crede che il movimento avrebbe la forza di sostenere in via continuativa, con una conflittualità sociale di alto livello, la speranza di fermare una guerra all'altro capo del Mediterraneo, con la gente che contemporaneamente trangugia carovita, licenziamenti, tasse, tagli dei servizi sociali, debiti, senza nutrire la minima convinzione che darsi da fare per invertire il trend dell'impoverimento possa avere un minimo di possibilità di successo?

Tuttavia, con tutta la buona volontà, dobbiamo riconoscere che questo seguire opportunisticamente l'onda emotiva, forse uno sfogatoio di disperati, drammatizzata al punto da innescare la spirale lotta-repressione, non è un modo propriamente nonviolento di agire. Tale strumentalizzazione ideologica "contro l'imperialismo occidentale", che nasconde un "persi per persi meglio perversi", allontana dall'essenza della nonviolenza.

La nonviolenza, nata da speranza e non da disperazione, come concepita da Gandhi e sviluppata da teorici e pratici come Gene Sharp, Galtung e L'Abate, mira alla trasformazione del conflitto e del rapporto di potere, non alla distruzione del nemico o dell'avversario. Il suo scopo è ottenere un cambiamento politico e sociale, un cambiamento che si è sicuri di avere a portata di mano, cercando di convertire o almeno neutralizzare l'avversario, non di annientarlo. La nonviolenza, forza costruttiva, rifiuta la logica della distruzione dell'avversario e si propone strategicamente di "trasformare i gruppi umani nemici in gruppi umani amici."

La nonviolenza insiste sulla coerenza tra mezzi e fini. Per un nonviolento, i mezzi violenti o l'esaltazione della violenza minano l'obiettivo finale di una società pacifica e giusta. L'azione nonviolenta può includere la disobbedienza civile o il boicottaggio (come il blocco mirato di aspetti della vita civile), ma questi sono strumenti tattici per esercitare pressione e devono essere perseguiti con spirito di non-odio e nell'ottica di negoziazione e soluzione, non come espressione di vendetta o di distruzione totale dell'avversario.

La posizione di una nonviolenza più coerente e conseguente andrebbe organizzata meglio di quanto non avvenga ora e manifestata entrando in dialettica con l'ondata emotiva in corso. Chi la strumentalizza - questa onda emotiva che però ha una spinta buona in un sacrosanto sentimento di umanità (possiamo assistere in silenzio a un massacro che si svolge sotto i nostri occhi?) - utilizza la nonviolenza, le sue tattiche e tecniche (manifestazioni, blocchi) ma le svuota del loro contenuto etico e strategico, piegandole a un obiettivo che, a bene pensarci, oltre che del tutto velleitario, è intrinsecamente violento e distruttivo.

Una posizione nonviolenta più meditata e profonda su questa problematica (come quella sostenuta da figure palestinesi e israeliane che promuovono la pace) si concentrerebbe su:

  • Rifiuto esplicito della violenza: condannare senza riserve tutti gli atti di violenza contro i civili, inclusi gli attacchi del 7 ottobre, oltre agli atti di guerra israeliani mostrati massicciamente dalla TV e bollati come "genocidio".
  • Ricerca di soluzioni politiche: intervenire sui negoziati in corso per una soluzione politica che garantisca la sicurezza e i diritti di entrambi i popoli
  • Azione tattica costruttiva: utilizzare boicottaggi, manifestazioni e disobbedienza civile per pressione politica, ma sempre con un messaggio che distingua tra i governi/politiche e le persone, e che sia orientato alla riconciliazione futura.

In altri interventi e articoli sui nostri siti web i Disarmisti esigenti hanno sviluppato proposte, quali esempi di azione tattica costruttiva, che mirano a creare ponti e a esercitare una pressione politica mirata, superando la logica della distruzione e dello scontro frontale. Una scadenza che viene tenuta presente sono gli appuntamenti elettorali cui dovrebbero essere chiamati, a fine 2026, sia gli israeliani che i palestinesi.

L'Ambasciata di Pace con uffici a Tel Aviv e Ramallah

Questa proposta è un'iniziativa simbolica e politica che ribalta la logica delle ambasciate istituzionali che rappresentano Stati o entità in conflitto. Consiste nell'aprire due uffici fisici (l'Ambasciata di Pace) sia a Tel Aviv (quindi in territorio israeliano), che a Ramallah (quindi in Palestina) non per rappresentare un governo, ma per rappresentare la volontà di coesistenza e dialogo dei popoli (palestinese e israeliano). L'obiettivo strategico è creare un dialogo diretto al di fuori dei canali ufficiali e a dimostrare agli israeliani non si mira alla loro distruzione, ma ad una pace possibile ed equa quanto basta. L'iniziativa invia un messaggio forte: la lotta è contro l'occupazione e le politiche del governo israeliano, non contro il popolo.

L'Iniziativa per Liberare Marwan Barghouti

Questa proposta si concentra su un'azione specifica con un'alta risonanza politica e simbolica. In sintesi, Marwan Barghouti è un leader politico palestinese, figura di spicco di Fatah e del movimento per l'indipendenza, attualmente detenuto in Israele. Molti lo vedono come l'unico leader capace di unificare le fazioni palestinesi (Fatah e Hamas, data la sua popolarità) e di guidare un processo di pace credibile basato su una soluzione a due Stati. L'iniziativa chiede la sua liberazione tramite la grazia concessa dal presidente israeliano Herzog. Questa liberazione è vista come un atto di fiducia necessario da parte di Israele e come la mossa chiave per sbloccare la stagnazione politica. Se liberato, Barghouti potrebbe fornire l'interlocutore palestinese legittimo e nonviolento necessario per una ripresa dei negoziati.

Per contattarci: coordinamentodisarmisti@gmail.com www.disarmistiesigenti.org

Il Corriere della Sera del 12 novembre 2025 pubblica un articolo, a firma di Greta Privitera, con il seguente titolo: "SE NELLA STRISCIA SI VOTASSE OGGI, HAMAS OTTERREBBE IL 2,9%. Sottotitolo: "Il sondaggio realizzato a fine ottobre. Il 32,8% sceglierebbe un candidato indipendente.

Ecco quanto possiamo leggervi a proposito della fonte: "Se le volontà dei gazawi non trovano mai spazio sui tavoli delle trattative, c'é un istituto di ricerca di Ramallah, THE INSTITUTE FOR SOCIAL ED ECONOMIC PROGRESS*, che in questi due anni di incessanti bombardamenti si ostina a chiedere ai palestinesi della Striscia "come state?", "cosa volete?"

Possiamo convenire che il dato del 3% del voto dei Gazawi ad Hamas, scaturente dall'ultimo sondaggio, va preso con estrema cautela. È un dato che riflette probabilmente un picco di esasperazione e disillusione causato dalle conseguenze catastrofiche della guerra e una forte volontà di cambiamento politico immediato (come indicato dal 32,8% indicato dal sondaggio per un candidato indipendente).

È improbabile che il supporto ideologico e di base sia realmente al 3%. Il forte scarto rispetto ai dati di altri istituti (come il PSR, che riporta un 37% di approvazione per l'azione del 7 ottobre a maggio 2025) suggerisce che il dato del 3% è influenzato massimamente dalla paura e dal desiderio di una leadership alternativa che porti stabilità.

Ma il trend è credibile: nonostante le cifre assolute possano essere distorte, il sondaggio ISEP, in linea con il PSR, conferma che il consenso per Hamas è in netto declino a Gaza a causa dei costi umani e materiali del conflitto.

In breve: il 3% è probabilmente un dato estremizzato dal contesto bellico, ma rappresenta un'indicazione reale della stanchezza e della ricerca di pace e stabilità da parte della popolazione di Gaza, supportando la tesi da sviluppare: la massa non desidera e non condivide la "resistenza armata" quando questa porta alla distruzione totale.

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The Institute for Social and Economic Progress (ISEP) è un istituto di ricerca che conduce regolarmente sondaggi (spesso chiamati "Street Pulse") nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania per valutare le percezioni della popolazione su governance, aiuti e condizioni di vita, specialmente in tempo di guerra.

Per leggere i rapporti: vai al sito web dell'Institute for Social and Economic Progress (cerca: institute4progress.org). Cerca poi una sezione o una scheda intitolata "Publications" (Pubblicazioni) o "Polls" (Sondaggi). Sulla loro homepage, di solito mettono in evidenza le "Latest Publications" (Ultime pubblicazioni). I rapporti recenti sulla Striscia di Gaza e la Cisgiordania (come il "Comprehensive War-Time Street Pulse West Bank and Gaza") sono spesso disponibili con un link a un "Full Report" (Rapporto Completo). Per accedere al rapporto completo, si può essere reindirizzati a un modulo in cui bisogna fornire il NomeEmail e l'Istituzione per cui lavori. Dopo aver inviato i dati, si riceverà l'accesso al rapporto. Per contattare il direttore dell'ISEP - attualmente Obada Shtaya - l'opzioni più comuni è: utilizzare la sezione "Contact Us" (Contattaci) sul sito web di ISEP. Questo modulo consente di inviare direttamente un messaggio all'organizzazione.

Ecco ora un'analisi dei fattori che influenzano l'affidabilità del dato del 3% e la credibilità generale di tali sondaggi in tempo di conflitto, a partire dall'affidabilità metodologica dell'ISEP.

L'ISEP è un istituto specializzato: ISEP è un'organizzazione che si concentra sulla ricerca in aree di conflitto e sembra avere la capacità di condurre sondaggi in condizioni estremamente difficili.

Contesto estremo: condurre un sondaggio a Gaza, soprattutto dopo il 7 ottobre 2023, è un'impresa logistica e metodologica straordinaria. Intervistare le persone in un contesto di sfollamento, bombardamenti e paura generalizzata rende qualsiasi dato intrinsecamente fragile.

Domande specifiche: il dato del 2,9% (o 3%) si riferisce specificamente a un ipotetico voto per Hamas in un contesto elettorale, non necessariamente all'approvazione generale del gruppo o alla sua ideologia. Il fatto che il 32,8% preferisca un "candidato indipendente" (come riportato in alcune analisi del sondaggio) suggerisce che gran parte della popolazione è alla ricerca di alternative politiche immediate, stanca della leadership attuale e delle conseguenze della guerra.

Il fattore più critico è il contesto della guerra e dell'oppressione, con la sua "spirale del silenzio".

Paura di rispondere: in un'area controllata de facto da Hamas, e dove chiunque esprima opposizione (anche solo in un sondaggio anonimo) può temere ripercussioni, è molto probabile che entri in gioco la "spirale del silenzio". Le persone potrebbero essere riluttanti a esprimere sostegno per Hamas per paura delle forze israeliane o della fazione opposta, oppure, al contrario, potrebbero essere riluttanti a esprimere opposizione per paura delle rappresaglie di Hamas o delle forze locali fedeli.

Priorità attuali: in una situazione di estrema emergenza umanitaria (macerie, fame, malattie), l'interesse e la fiducia della popolazione si concentrano sulla sopravvivenza e sul raggiungimento della stabilità, che può portare a un crollo temporaneo del sostegno per il gruppo (Hamas) la cui azione armata è la primaria causa scatenante dell'attuale catastrofe.

È comunque doveroso confrontare i dati ISEP con quelli di altri istituti rispettati, in particolare il PSR.

Il Palestinian Center for Policy and Survey Research (PSR) è considerato un punto di riferimento, ha registrato un declino nel sostegno a Hamas a Gaza, ma con cifre diverse. Ad esempio, una rilevazione di maggio 2025 del PSR dava il consenso alla decisione di Hamas del 7 ottobre al 37% a Gaza. Questo dato, pur indicando un forte calo rispetto all'inizio del conflitto, è significativamente più alto del 3%.

Qui entra in campo la differenza nelle domande: il PSR spesso misura il sostegno all'azione (es. approvare l'offensiva del 7 ottobre) o il sostegno politico in generale, mentre il sondaggio ISEP del 3% si riferisce all'intenzione di voto. Un cittadino può essere critico verso la leadership e la gestione della guerra (e quindi non votare Hamas), pur non disapprovando la resistenza armata in generale.

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L'immagine di Goring fa anche l'occhiolino al nuovo film che sta per uscire sul processo di Norimberga. La citazione è per sottolineare che persino i massimi guerrafondai della Storia non credono nella naturale propensione dei popoli a combattere le guerre... ma ci sono da considerare le avanguardie "calde " quelle manipolate dal Potere che ha bisogno dell'omicidio organizzato di massa per giustificarsi.... 

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Detto ciò, andiamo al punto centrale che si intende sollevare. La necessaria - per gli scriventi - "rifondazione nonviolenta" passa preliminarmente per l'idea che il consenso alle guerre da parte di un popolo, di qualsiasi popolo, è sempre da parte di una minoranza "calda", sobillata dal Potere. Questo perché, paradossalmente, molti attivisti che si proclamano "nonviolenti", sono i primi, a quanto si deve sentire e vedere, a non credere nella forza e nell'efficacia della lotta nonviolenta.

Per offrire una critica motivata all'attuale stato culturale del movimento pacifista italiano (con particolare riferimento alla sua componente nonviolenta, anche organizzata) e alla percezione comune, mediatica, del consenso alla guerra, andrebbero sviluppate delle tesi proponibili, a nostro parere, nei seguenti argomenti:

  • La "massa" è spontaneamente pacifica: dovremmo ribadire la fiducia nel pacifismo spontaneo, anche se di tipo "strumentale", della maggioranza delle persone, intente solo a badare agli "affari quotidiani" legati al sopravvivere e al vivere.

  • La teoria della "minoranza calda": l'idea centrale è che il consenso alla guerra non è mai di massa, ma è indotto da una minoranza "calda" manovrata dal Potere. Questa tesi si appoggia, oltre che sulla conoscenza storica, sulla distinzione sociologica di Alberto L'Abate tra "caldi" (spesso favorevoli all'azione violenta/guerra), "tiepidi" (la massa contraria e pacifica) e "freddi" (indifferenti). Va precisato che tra i "caldi" troviamo anche chi è gandhiamamente "disposto a morire ma non uccidere per una giusta causa".

  • Scetticismo dei "nonviolenti": il paradosso più forte è la presa d'atto che gli stessi attivisti che si proclamano nonviolenti non credano veramente nell'efficacia della lotta nonviolenta, cedendo al mito della "resistenza armata" (e proprio nel caso più improbabile e inquinato di "resistenza", una milizia che combatte asimmetricamente per conto terzi).

  • Manipolazione e paura: andrebbero citati esempi storici (Goering, la Prima guerra mondiale in Italia) per dimostrare come il Potere debba istillare paura o ricorrere a colpi di Stato per trascinare popolazioni riluttanti in guerra.

  • Il caso di Gaza/Hamas: dovremmo usare l'esempio di Gaza per evidenziare la discrepanza tra la "volontà in carne ed ossa" degli abitanti (che sarebbero stanchi della "resistenza armata" a giudicare da sondaggi sul 3% di consenso elettorale per Hamas) e le narrative politiche internazionali, inclusa quella di molti "pacifisti" che sostengono una "Intifada globale contro l'Imperialismo" configurante, ci si scusi la semplificazione che può urtare molte sensibilità, un vero e proprio "trip ideologico". 

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I TESTI DEGLI ARTICOLI

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Arte della guerra di Sun Tsu, arte della pace universale: omaggio a Gandhi - 24 gennaio 2026

Webinar organizzato dai Disarmisti esigenti (www.disarmistiesigenti.org) in occasione della Giornata Mondiale della Nonviolenza Venerdì 30 gennaio 2026 | Ore 18:00 - 20:00

Il 30 gennaio, anniversario del sacrificio di Mahatma Gandhi, assassinato da un nazionalista indù incapace di accettare la convivenza religiosa in India, il mondo si ferma per riflettere sul potere (e i limiti) della nonviolenza. In questa giornata, istituita dalle Nazioni Unite come momento di educazione alla pace, i Disarmisti esigenti vogliono proporre una riflessione audace: la pace non è un'aspirazione passiva, ma una scienza strategica da pianificare e portare avanti in modo organizzato.

Prendendo ispirazione dall'opera di Alberto L'Abate, il sociologo nonviolento promotore della prima Facoltà universitaria di Scienze della Pace in Italia, esploreremo il ribaltamento del classico di Sun Tzu, che pure rappresenta una difformità positiva rispetto al pensiero geopolitico corrente: se l'Occidente è spesso prigioniero dello schema "amico-nemico", l'eredità di Gandhi e la saggezza orientale ci offrono le basi per una vera Arte della pace, capace di elevare la nonviolenza a strategia operativa globale.

1. Visione e obiettivi

Vogliamo trasformare la percezione della pace da "ideale utopico" a strumento concreto di gestione dei conflitti:

  • Superare il mito della passività: dimostrare che la nonviolenza richiede un rigore e una pianificazione strategica superiori a quelli militari.
  • Sintesi strategica: unire la Satyagraha (la forza della Verità) di Gandhi con i principi del "vincere senza combattere" di Sun Tzu.
  • Rigenerazione politica: applicare le lenti sociologiche di Alberto L'Abate alle tensioni geopolitiche contemporanee.

2. Programma di massima del Webinar (le proposte di nomi dei relatori vanno confermate)

  • 18:00 – Apertura. Il seme della Nonviolenza poietica per la Terrestrità. Alfonso Navarra, coordinatore dei Disarmisti esigenti, introduce la figura di Gandhi e il significato profondo della Giornata Mondiale nel contesto attuale. L'alternativa della società per la giustizia sociale e ambientale al genocidio programmato della deterrenza nucleare.
  • 18:15 – La teoria. Ribaltare Sun Tzu. Focus sul pensiero di Alberto L'Abate: come trasformare la strategia militare in un'architettura di pace. Nomi proposto: Tonino Drago.
  • 18:25 – La cultura. Oltre il Nemico. Luigi Mosca analizza il pensiero strategico cinese e la via per trasformare l'antagonista in un partner cooperativo.
  • 18:35 – La diplomazia. Unire il Mondo. Paola Paesano (nome proposto in attesa di conferma) interviene sul possibile ruolo della diplomazia cinese nel progetto della "Costituzione della Terra".
  • 18:45 – La pratica. Le Armi della Pace. Daniele Barbi presenta le campagne dei pacifisti tedeschi e dei "Disarmisti Esigenti": esempi vivi di azione nonviolenta oggi.
  • 19:00 – La comunicazione. I gruppi di affinità. Paola Russo (nome da confermare) prospetta come creare una connessione empatica che permetta alla persone di risolvere i conflitti in modo che i bisogni di tutti siano soddisfatti.
  • 19:15 - Spazio al Dialogo. Domande del pubblico e dibattito aperto. Eventuali interventi programmati
  • 19:45 – Conclusioni: sintesi finale e impegni futuri a cura dei relatori.

3. I pilastri del confronto: Sun Tzu vs. Alberto L'Abate

Il webinar metterà in luce tre analogie fondamentali per una nuova dottrina della pace:

  1. L'intelligence di mente e cuore armonizzati: se per Sun Tzu è essenziale "conoscere il nemico", per manipolarlo ai fini dei propri obiettivi, per la nonviolenza è vitale la Satyagraha: comprendere le ragioni dell'altro per trovare una verità comune da sperimentare nella pratica.
  2. L'eccellenza suprema: Sun Tzu insegna che vincere senza combattere è l'apice dell'abilità. L'Abate traduce questa intuizione nella capacità preventiva di risolvere il conflitto prima che diventi distruzione.
  3. Sostenibilità delle risorse: mentre la guerra consuma e logora, la strategia della pace costruisce capitale sociale e fiducia, garantendo una stabilità duratura nel tempo.

"La nonviolenza è la più grande forza a disposizione dell'umanità. È più potente della più potente arma di distruzione che l'ingegno dell'uomo abbia mai inventato." – Mahatma Gand

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Report webinar: no al genocidio programmato della deterrenza nucleare - 23 gennaio 2026

Meeting assets dalla riunione Zoom per il 5° anniversario TPNW (base del testo fornita dall'AI)

Meeting assets for Riunione Zoom 5° anniversario TPNW are ready! - "Come sottrarci al genocidio programmato"

Meeting summary

Riepilogo rapido

La riunione ha trattato principalmente questioni relative alle armi nucleari e al disarmo, con discussioni approfondite sul Trattato di proibizione delle armi nucleari e le iniziative per la sua revisione. I partecipanti hanno esaminato la situazione nucleare globale, i rischi associati e le strategie per ridurre la proliferazione, incluse le proposte di emendamenti e la preparazione per la conferenza di revisione di New York prevista per novembre. La discussione ha anche toccato aspetti politici e culturali, inclusi le sfide della democrazia europea e la necessità di una maggiore sensibilizzazione pubblica sul pericolo nucleare.

Fasi successive - Riepilogo

Introduzione di Alfonso Navarra: lo scopo del webinar è cominciare a lavorare, con adeguato anticipo, insieme a Luigi Mosca e altri membri del gruppo, per preparare proposte di emendamenti al Trattato di proibizione delle armi nucleari da presentare alla conferenza di riesame di New York nel novembre 2026, con particolare attenzione all'inclusione di obblighi per Stati "collaborativi in transizione" (nuova categoria da istituire) e al collegamento della campagna ICAN con la campagna per il "no primo uso".

Daniele Barbi: si impegna a continuare il monitoraggio sulle iniziative in corso in Germania (contro la leva obbligatoria e installazione missili a medio raggio) e dare priorità all'informazione e alla mobilitazione sul tema New Start, considerata la scadenza imminente del 5 febbraio.

Luigi Mosca: ricorda la scadenza del 19 febbraio relativa alla formazione per allievi e insegnanti sul disarmo nucleare, in collaborazione con Patrizia Sterpetti e Patré. Occorre favorire lo scambio di informazioni tra le istituzioni francesi e la comunità italiana sulle richieste di riconoscimento e indennizzo per le popolazioni colpite dai test nucleari.

Tutti i partecipanti: parlano di preparare e condividere proposte concrete per la conferenza di riesame ONU di novembre 2026, con particolare attenzione a come rendere il Trattato più efficace e coinvolgere anche Stati NATO sensibili al tema disarmo nucleare.

Luigi Mosca: aggiornare il gruppo sulle ultime novità relative allo stato del Trattato New START e alle iniziative diplomatiche in corso tra USA, Russia, Cina, Francia e Regno Unito in merito al controllo e alla riduzione degli arsenali nucleari.

Alfonso Navarra e Luigi Mosca: esplorare la possibilità di formalizzare il reato di genocidio/umanicidio legato alla deterrenza nucleare e valutare la collaborazione con il gruppo internazionale di avvocati (es. lalana) per iniziative giuridiche presso la Corte penale internazionale.

Luigi Mosca: favorire la collaborazione tra le realtà francesi e italiane per accelerare il riconoscimento dei danni e l'indennizzo alle popolazioni colpite dagli esperimenti nucleari, anche attraverso la partecipazione a eventi e formazioni condivise.

Rafforzamento del Trattato anti-Nucleare

Alfonso Navarra introduce i due obiettivi fondamentali per rendere più valido il Trattato, proponendo di creare un collegamento con la campagna per il non primo uso dell'arma nucleare e di inserire obblighi per Stati in transizione con vincoli meno stringenti. Ha spiegato come la logica della deterrenza richieda non solo armi numeriche ma anche sistemi di allertizzazione e controllo efficaci, evidenziando i rischi tecnici e le sfide della dissuasione nucleare moderna. La discussione ha sottolineato come la paura del caso peggiore diventi più pericolosa in situazioni di sfiducia, quando le potenze nucleari devono mantenere costantemente la preparazione massima.

Situazione nucleare globale e pace

Alfonso ha tratteggiato la situazione nucleare globale, sottolineando la gravità del rischio di genocidio e umanicidio causato dalle armi nucleari. Ha evidenziato come la deterrenza nucleare non porti alla pace e come i pacifisti debbano sviluppare una visione più chiara basata sulla comune umanità. Il gruppo deve organizzare la propria delegazione alla conferenza di riesame per il 26 novembre a New York per rafforzare gli aspetti del diritto internazionale che servono a un mondo di pace.

Conseguenze degli esperimenti nucleari

Daniele Barbi ha trattato del legame tra sviluppo scientifico nucleare e armi, concentrandosi sui danni causati dagli esperimenti nucleari e le conseguenze a lungo termine per le popolazioni coinvolte. Ha evidenziato come le popolazioni colpite hanno richiesto risarcimenti, creando potenziali ostacoli per l'adesione al Trattato di proibizione delle armi nucleari da parte di alcuni Stati. Daniele ha menzionato l'incidente di Chernobyl del 1986 e quello di Fukushima del 2011, sottolineando l'importanza di ricordare questi eventi per evitare ripetizioni future.

Pericoli del rinascimento nucleare europeo

Daniele ha affrontato i pericoli del rinascimento nucleare in Europa, sottolineando che l'esplosione di una città nucleare potrebbe causare problemi maggiori rispetto alle armi convenzionali e che le radiazioni di Chernobyl non sono ancora completamente controllate dopo 40 anni. Ha spiegato come le centrali nucleari civili potrebbero essere utilizzate per scopi militari e ha evidenziato la necessità di un nuovo trattato per sostituire il Trattato Newstart che scade il 5 febbraio, poiché la paura del nucleare non è diminuita nonostante l'aumento dei conflitti. Daniele ha concluso che dovrebbero cercare di ridurre il numero di Stati con armi nucleari e limitare l'uso di queste armi, suggerendo che questo potrebbe essere decisivo per la sopravvivenza di tutti.

Disarmo nucleare e test francesi

Luigi Mosca ha citato i test nucleari condotti dalla Francia nel Sahara e in Polinesia francese negli ultimi decenni, spiegando come l'istituzione Aucer Battuir Désarmement abbia portato avanti un lavoro di sensibilizzazione e richiesta al governo francese per riconoscere le conseguenze ambientali e indennizzare le popolazioni colpite. Ha menzionato che Patrizia Sterpetti lo ha contattato per interventi su disarmo nucleare e ha organizzato una formazione per il 19 febbraio con allievi e insegnanti. Luigi ha anche discusso lo stato del recente trattato NEW START, spiegando che la Cina ha rifiutato di partecipare al gruppo di lavoro proposto dagli Stati Uniti per estendere il trattato, sostenendo che la proposta era ingiustificata dato il rapporto disproporzionato delle armi nucleari tra i paesi.

Trattato di proibizione delle armi nucleari

Luigi Mosca ha precisato lo stato attuale del Trattato di proibizione delle armi nucleari, evidenziando che 137 stati sono stati coinvolti nel trattato attraverso adozione, firma o ratifica, ma nessuno tra questi è uno Stato che possiede armi nucleari. Ha sottolineato che l'adesione al trattato non è semplicemente firmare un documento, ma comporta il disarmo effettivo con un calendario prestabilito. Luigi ha inoltre menzionato che alcuni stati della NATO come Paesi Bassi e Germania hanno mostrato interesse ma si sono tirati indietro a causa della loro appartenenza alla Alleanza e delle tensioni con la Russia.

Strategia disarmo nucleare internazionale

Luigi ha discusso la strategia per il disarmo nucleare, sottolineando che i paesi che possiedono armi nucleari dovrebbero essere i più interessati a eliminarle poiché sarebbero coinvolti in prima linea in caso di conflitto. Ha evidenziato il "fascino nucleare" che queste armi esercitano sui capi di Stato e ha discusso la situazione attuale della proliferazione, menzionando paesi come Corea del Sud, Giappone e Iran che cercano protezione sotto "ombrelli nucleari". Alfonso ha parlato dell'ansia nucleare che può affliggere l'opinione pubblica e ha sottolineato l'importanza della lotta culturale per il disarmo, citando l'appello Russell-Einstein. La discussione si è conclusa con l'impegno per la preparazione per la conferenza di riesame del trattato di proibizione alle armi nucleari prevista per novembre a New York.

Sensibilizzazione sul pericolo nucleare

Durante la riunione, Antonella di Legambiente ha chiesto se fosse realistico proporre un referendum contro le armi nucleari a livello europeo, considerando che molte forze politiche non si concentrano su questo tema. Cosimo Forleo ha annunciato un prossimo incontro il 19 febbraio alle 10:00 con testimonianze di due persone irradiate, un giapponese e un polinesiano, e ha menzionato che altri tre incontri si terranno nel marzo, aprile e maggio dalle 18:00 alle 20:00. Enrica Lomazzi ha sottolineato che la sensibilizzazione sul pericolo nucleare è ancora molto limitata e non viene percepita a livello popolare come una questione prioritaria. Paola Paesano ha proposto di approfondire l'aspetto culturale della dichiarazione del "non primo uso" nella dottrina cinese durante un prossimo incontro.

Basi teoriche del movimento pacifista

Alfonso evidenzia la necessità di una base culturale e teorica per il movimento pacifista, sottolineando l'importanza dell'intelligenza e dell'unione popolare come forze più potenti delle armi, tipiche della strategia nonviolenta. Ha evidenziato come l'articolo 11 della costituzione riconosca le limitazioni alla sovranità per un ordinamento internazionale che garantisca pace e giustizia tra le Nazioni, suggerendo che gli Stati dovrebbero essere visti come strumenti per la gestione comune della Terra piuttosto che come entità assolute. Cosimo propone di iniziare le future riunioni alle 18:00 per consentire ai partecipanti di cenare dopo.

Sfide della Democrazia europea

Daniele Barbi ha discusso le sfide della democrazia europea, sottolineando come l'Europa stia diventando sempre più autoritaria e poco democratica, con il Parlamento che svolge principalmente un ruolo di approvazione delle proposte della Commissione. Ha evidenziato l'importanza del concetto di solidarietà e della collaborazione, criticando l'attuale tendenza verso la formazione di comunità chiuse e protette. Daniele ha concluso enfatizzando la necessità di comunicare in modo non violento e cooperativo, promuovendo il consenso e la collaborazione piuttosto che l'aggressività nelle discussioni politiche.

Contributo italiano al TPNW

Il gruppo ha discusso il contributo italiano alla conferenza di revisione del Trattato di proibizione delle armi nucleari prevista a New York per novembre, con Luigi che ha proposto di avviare una riflessione collettiva per definire la posizione italiana. Antonella ha sottolineato l'importanza della formazione e sensibilizzazione prima di procedere con un referendum, evidenziando che molte persone non sono consapevoli dell'esistenza delle armi nucleari in Italia. Cosimo ha espresso preoccupazioni riguardo alla deriva aziendalistica del governo e alla necessità di un movimento pacifista indipendente che rappresenti gli astensionisti e i non votanti.

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Il numero ufficiale ad oggi degli Stati parte del TPNW è 74

da parte di Alfonso Navarra

Secondo i dati ufficiali aggiornati al 23 gennaio 2026 (consultabili sul sito della International Campaign to Abolish Nuclear Weapons - ICAN), lo stato delle ratifiche è il seguente:

  • 74 Stati Parte: il numero ufficiale di Stati che hanno ratificato o aderito al trattato è 74.
  • 95 Firmatari: il numero di Stati che hanno firmato il trattato (ma non tutti hanno ancora completato la ratifica) è salito a 95.

Perché c'è stata confusione tra 74 e 75?

Il numero 74 è diventato ufficiale verso la fine del 2025 (con la ratifica del Ghana avvenuta a settembre). Spesso la cifra "75" viene citata in anticipo quando un Paese (come ad esempio lo Zimbabwe o il Mozambico) annuncia di aver completato l'iter parlamentare interno, ma il numero "ufficiale" per il diritto internazionale aumenta solo nel momento in cui lo strumento di ratifica viene fisicamente depositato presso il Segretariato delle Nazioni Unite a New York.

Proprio ieri, in occasione del quinto anniversario, ICAN ha sottolineato come il fronte dei sostenitori stia continuando a crescere, nonostante le pressioni contrarie delle potenze nucleari.

Nell'occasione, abbiamo svolto, come Disarmisti esigenti, su piattaforma Zoom, il webinar intitolato: 5 anni di TPNW: come sottrarsi ad un genocidio programmato - Le vie del Disarmo di fronte alle crisi globali nel 2026.

Daremo presto il link per scaricare la registrazione.

Materiale per il webinar organizzato dai disarmisti esigenti.
https://www.disarmistiesigenti.org/2026/01/17/5annitpnwcomesottrarsialladeterrenza/

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I kurdi sotto attacco nel Rojava fronteggiano il ritorno del terrore - 21 gennaio 2026

L'assedio al Rojava e il ritorno del terrore

1. L'attacco a Kobane: il simbolo sotto assedio

Dalle prime ore del 20 gennaio 2026, la città di Kobane è oggetto di una massiccia offensiva condotta da milizie affiliate al governo di Damasco e gruppi islamisti radicali. Le SDF riportano pesanti scontri nell'asse di Sarrin (a sud della città). Kobane non è solo un obiettivo strategico, ma il cuore simbolico della resistenza che nel 2014 sconfisse l'ISIS; vederla cadere oggi significherebbe la fine politica dell'autonomia curda.

2. Evasioni di massa e caos nelle carceri ISIS

La situazione più allarmante riguarda la sicurezza dei centri di detenzione. Nel caos dell'avanzata governativa:

  • Prigione di Shaddadi: è stato confermato che circa 120 miliziani dell'ISIS sono evasi dopo attacchi coordinati. Le autorità curde sono riuscite a catturarne solo una parte, mentre decine di terroristi sono in fuga.
  • Campo di Al-Hol: le SDF hanno annunciato il ritiro dal perimetro sud del campo, citando "l'indifferenza internazionale". Al-Hol ospita decine di migliaia di affiliati all'ISIS; il venir meno del controllo curdo rischia di trasformarsi in una liberazione di massa controllata dai jihadisti o dalle forze di Damasco.

3. La "resa forzata" e l'accordo di integrazione

Sotto la pressione militare e diplomatica (inclusa quella statunitense), la leadership curda ha dovuto firmare un accordo di 14 punti che prevede:

  • Il ritiro delle armi pesanti da Kobane.
  • L'integrazione individuale dei combattenti SDF nell'esercito regolare siriano.
  • Il passaggio della gestione dei prigionieri ISIS al governo centrale di Damasco, sollevando dubbi atroci sulla futura impunità dei jihadisti in cambio di fedeltà al regime.

4. Emergenza umanitaria e "crimini d'odio"

Si moltiplicano le segnalazioni di esecuzioni extragiudiziali di combattenti delle YPJ (Unità di Protezione delle Donne) e violenze sistematiche contro i civili nelle aree recentemente occupate. Più di 500 famiglie curde sono in fuga verso est per evitare rastrellamenti.

5. L'Appello dei "Disarmisti Esigenti"

Il comunicato dovrebbe sottolineare come l'abbandono della resistenza curda non sia solo un tradimento verso chi ha versato sangue per la sicurezza globale, ma un errore strategico che sta regalando all'ISIS il "vuoto di potere" necessario per ricostituirsi.

Dovrebbe anche evidenziare come il confederalismo democratico meriti una attenzione particolare, in quanto tentativo di costruire una società migliore di carattere autogestionario, indirizzata alla giustizia sociale e al rispetto ecologico del territorio, con ruolo libero delle donne.

In questo senso la resistenza kurda supera i dubbi che può suscitare la resistenza palestinese, sotto l'egemonia di Hamas a Gaza chiaramente eterodiretta da una potenza straniera reazionaria.

COMUNICATO STAMPA - DISARMISTI ESIGENTI

DATA: 21 Gennaio 2026 OGGETTO: Difendere il Rojava: un dovere della nonviolenza pragmatica e del diritto internazionale

Noi, Disarmisti Esigenti, lanciamo un appello urgente alla società civile e ai media. La città di Kobane e l'esperienza del Rojava sono sotto attacco. Non siamo di fronte a un semplice scontro militare, ma al tentativo di annientare un modello di convivenza civile che rappresenta l'unica alternativa concreta alla barbarie nel Vicino Oriente.

1. La Resistenza kurda e la nonviolenza pragmatica

Come Disarmisti, la nostra posizione non è di pacifismo passivo, ma di nonviolenza pragmatica. Riconosciamo nella resistenza delle SDF e delle unità di autodifesa (YPG/YPJ) una forma di forza che si discosta radicalmente dalla logica bellica tradizionale:

  • Forza difensiva, non offensiva: la resistenza curda non mira alla conquista territoriale o alla sottomissione di altri popoli, ma alla protezione della vita e delle infrastrutture civili. È una forza di interdizione contro il genocidio.
  • Rispetto del diritto internazionale: a differenza di attori statali e para-statali della regione, le forze del Rojava hanno dimostrato una costante adesione alle convenzioni internazionali, proteggendo le minoranze e gestendo i prigionieri di guerra in condizioni di trasparenza, nonostante l'abbandono della comunità globale.
  • Superamento della "forma bellica": la difesa armata nel Rojava è subordinata alla politica e al sociale. Non è l'esercito che controlla la società, ma la società autogestita che esprime una forza di difesa per proteggere il proprio esperimento di libertà.

2. Il Confederalismo Democratico: oltre l'egemonia integrale

Sosteniamo la resistenza curda perché ha saputo superare le ambiguità che spesso paralizzano il sostegno internazionale ad altre lotte. Mentre altre resistenze sono cadute sotto l'egemonia di forze autoritarie o teocratiche (come nel caso di Hamas a Gaza), il Rojava ha costruito:

  • Laicità e pluralismo: una casa comune per curdi, arabi e cristiani.
  • Liberazione delle donne: non come slogan, ma come pratica quotidiana di potere condiviso.
  • Autogestione: un sistema che dimostra come sia possibile organizzare la vita collettiva senza la centralizzazione oppressiva dello Stato-nazione.

3. Il tradimento strategico e il rischio ISIS

L'abbandono di Kobane è un errore strategico imperdonabile. Le recenti evasioni di massa di miliziani dell'ISIS dalle prigioni (come a Shaddadi) dimostrano che la distruzione dell'autonomia curda apre un varco al terrorismo globale. Chi permette l'annientamento delle SDF sta firmando la cambiale per i futuri attentati nelle nostre città.

4. Il nostro appello alle istituzioni e alla stampa

Chiediamo un impegno immediato per:

  1. riconoscimento politico: sottrarre il rojava all'isolamento diplomatico e riconoscerlo come esperimento di pace da proteggere.
  2. protezione internazionale: chiedere l'istituzione di una no-fly zone o di corridoi umanitari protetti per impedire il massacro a Kobane.
  3. solidarietà attiva: invitiamo i movimenti per la pace e il disarmo a comprendere che difendere Kobane significa difendere la possibilità stessa di un mondo disarmato, poiché solo dove regna il diritto e l'autogestione la guerra diventa obsoleta.

Non permetteremo che l'unica luce di democrazia reale in Siria e forse nell'intero Medio Oriente venga spenta dal cinismo delle potenze mondiali.

I Disarmisti Esigenti

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Nucleare news a fine 2025, inizio 2026. I "Dinosauri" gemelli, militare e civile, rifiutano di estinguersi ... 21 gennaio 2026

Materiale per il webinar organizzato dai Disarmisti esigenti il 22 gennaio 2026.

https://www.disarmistiesigenti.org/2026/01/17/5annitpnwcomesottrarsialladeterrenza/

TPNW - TRATTATO DI PROIBIZIONE DELLE ARMI NUCLEARI - 5 anni dall'entrata in vigore
Webinar | 5 anni di TPNW: come sottrarsi ad un genocidio programmato

Le vie del Disarmo di fronte alle crisi globali nel 2026.

Data: 22 gennaio 2026 Promosso da: Disarmisti Esigenti
dalle ore 19:00 alle ore 21:00
Link per collegarsi:
https://us06web.zoom.us/j/86727209364?pwd=6TWsom1fbngWzZjvmWDhLA7aN9x9Hq.1
Introduzione: Alfonso Navarra, Daniele Barbi, Luigi Mosca

Il periodo a cavallo tra la fine segna un momento critico per il panorama nucleare mondiale, caratterizzato da un'estrema tensione sul fronte militare e da un'accelerazione senza precedenti nel settore civile.

Ecco i fatti principali del bimestre a cavallo tra la fine del 2025 e l'inizio del 2026:

  • La fine dei patti: l'incognita del vuoto legale tra USA e Russia dopo la scadenza dei trattati.
  • L'atomo per i dati: l'alleanza tra il nucleare civile e i giganti dell'Intelligenza Artificiale.
  • Le rotte d'Oriente: Il nervosismo tra Iran e Corea del Sud, dove l'atomo torna a essere merce di scambio e di difesa.

L'osservazione dei Disarmisti esigenti: "Fa una certa impressione pensare a questi grandi apparati, a queste potenze che si sfidano con armi capaci di cancellare tutto, mentre la vita della povera gente continua nel suo ritmo consueto, fatta di piccole fatiche e di speranze modeste. Forse la vera tragedia non è solo la minaccia della bomba, ma l'indifferenza con cui l'essere umano accetta che il proprio destino sia deciso in uffici lontani, sopra la sua testa, come se la pace fosse un lusso che non ci possiamo più permettere".

Ecco, in sintesi, le notizie più recenti e rilevanti:

1. Sicurezza e armamenti: Il "vuoto strategico" del 2026

La notizia più allarmante riguarda il controllo delle armi atomiche. Il 5 febbraio 2026 scadrà formalmente il trattato New START, l'ultimo accordo rimasto tra Stati Uniti e Russia per limitare le testate nucleari strategiche.

  • Scadenza del New START: a gennaio 2026, gli analisti avvertono che, per la prima volta in 35 anni, non ci sarà alcun limite legale o sistema di ispezione reciproca tra le due superpotenze.
  • Test e nuove tecnologie: Nel gennaio 2026 sono emersi dettagli sui collaudi del missile russo Burevestnik (a propulsione nucleare e portata illimitata) e del drone sottomarino Poseidon. Contemporaneamente, negli USA si discute della possibilità di riprendere i test nucleari sotterranei, un'ipotesi sollevata dall'amministrazione Trump.
  • L'espansione cinese: immagini satellitari analizzate a inizio 2026 confermano che la Cina ha accelerato l'espansione del proprio arsenale, puntando a raggiungere 1.000 testate entro il 2030.
  • Doomsday Clock: nel gennaio 2026, l'Orologio dell'Apocalisse rimane fermo a una distanza critica dalla mezzanotte, riflettendo il rischio di escalation in Ucraina e Medio Oriente.

2. Nucleare civile: la "triplicazione" e i nuovi Big Tech

Mentre il fronte militare è teso, il nucleare civile sta vivendo una rinascita spinta dalla crisi climatica e dai bisogni energetici dell'Intelligenza Artificiale.

  • Forum di Davos (gennaio 2026): durante il World Economic Forum, la World Nuclear Association ha presentato dati secondo cui i target nazionali per il nuovo nucleare potrebbero addirittura superare l'obiettivo di "triplicare la capacità globale entro il 2050" fissato alla COP28.
  • Accordi Big Tech: tra dicembre 2025 e gennaio 2026, giganti come Meta e Microsoft hanno formalizzato nuovi accordi per l'acquisto di energia nucleare dedicata ai loro data center, accelerando lo sviluppo dei SMR (Small Modular Reactors), i piccoli reattori modulari.
  • Italia e Mercosur: a gennaio 2026, il governo italiano ha ribadito la volontà di sbloccare il potenziale nucleare nazionale, inserendo la ricerca sui reattori di quarta generazione tra le priorità strategiche per la transizione energetica.

3. Tensioni regionali: Iran e Corea del Sud

  • Crisi Iraniana: nel gennaio 2026, a seguito di vaste proteste interne in Iran, il Regno Unito e l'UE hanno varato nuove sanzioni mirate a colpire le industrie che supportano l'escalation nucleare di Teheran, citando il rischio che il paese possa raggiungere la capacità di produrre un ordigno in tempi brevi.
  • Sottomarini nucleari a Seoul: una dichiarazione di supporto degli Stati Uniti alla Corea del Sud per lo sviluppo di sottomarini a propulsione nucleare ha scatenato forti proteste da parte della Corea del Nord, che parla di un "effetto domino" nucleare in Asia.

4. Quadro aggiornato degli investimenti

È un panorama che sembra diviso in due: da un lato la spesa imponente per le armi, che ha raggiunto vette mai viste dalla Guerra Fredda, e dall'altro la corsa "disperata" delle aziende tecnologiche verso l'atomo per alimentare l'Intelligenza Artificiale.

4.1. Il Nucleare Militare: Il "Club dei 100 miliardi"

Secondo il rapporto ICAN (pubblicato a giugno 2025 e aggiornato con le proiezioni per l'inizio del 2026), la spesa globale per gli arsenali nucleari ha superato i 100 miliardi di dollari annui.

  • Il primato americano: gli Stati Uniti guidano la classifica con oltre 56 miliardi di dollari stanziati nel 2025. Il Congressional Budget Office (CBO) stima che tra il 2025 e il 2034 gli USA spenderanno complessivamente 946 miliardi di dollari per modernizzare la loro triade nucleare.
  • La crescita cinese: Pechino è al secondo posto con circa 12,5 miliardi, in una fase di espansione accelerata che mira a raggiungere la parità strategica con USA e Russia entro il 2030.
  • L'indotto industriale: circa 20 grandi aziende della difesa (come Lockheed Martin e Northrop Grumman) hanno beneficiato di nuovi contratti per miliardi di dollari tra la fine del 2025 e gennaio 2026.
  • Il costo per l'Italia: per mantenere le basi e i vettori che ospitano le testate americane B61-12 sul nostro territorio, la spesa stimata si aggira intorno al mezzo miliardo di euro l'anno.

4.2. Il nucleare civile: La spinta di "Big Tech" e AI

A differenza del passato, oggi i principali investitori nel nucleare civile non sono solo gli Stati, ma i colossi del web che hanno bisogno di energia costante (baseload) per i loro data center.

  • Meta (gennaio 2026): Zuckerberg ha annunciato un accordo monumentale con TerraPower (di Bill Gates) per costruire due reattori da 690 MW entro il 2032, con l'opzione di arrivare a otto reattori totali.
  • Microsoft e Amazon: tra dicembre 2025 e l'inizio del 2026 hanno finalizzato investimenti massicci per riattivare vecchie centrali (come quella di Three Mile Island) e sviluppare i primi SMR (Small Modular Reactors).
  • Investimenti in Italia: anche se non abbiamo centrali, nel biennio 2025-2026 sono previsti oltre 10 miliardi di euro di investimenti nel settore dei data center (soprattutto in Lombardia), molti dei quali legati a future strategie di approvvigionamento energetico "pulito" e stabile.

4.3. La fusione nucleare: oltre la fissione

  • Privati alla riscossa: gli investimenti privati nella fusione nucleare (il processo che alimenta le stelle) hanno superato i 10 miliardi di dollari a inizio 2026. Non è più solo scienza accademica, ma una scommessa industriale a lungo termine.

5. Artico radioattivo

Proprio in queste ultime settimane, tra dicembre 2025 e gennaio 2026, l'Artico è diventato il palcoscenico di quello che i giornali chiamano il "Caso Groenlandia". Non si tratta solo di geopolitica, ma di un progetto tecnologico imponente che mescola difesa spaziale e deterrenza nucleare.

Ecco i dettagli su questo nuovo "scudo" che sta ridisegnando gli equilibri del Nord.

5.1. Il progetto "Golden Dome" (Cupola d'Oro)

Il presidente degli Stati Uniti ha ufficialmente lanciato il programma Golden Dome, un'evoluzione radicale della difesa missilistica che vede nella Groenlandia il suo perno fondamentale.

  • Perché l'Artico? La rotta più breve per un missile balistico intercontinentale (ICBM) che parta dalla Russia o dalla Cina verso gli Stati Uniti passa proprio sopra il Polo Nord.
  • Vedere prima per colpire meglio: posizionando nuovi super-radar a lungo raggio (LPAR) sulla calotta polare, gli USA possono individuare un lancio quando il missile è ancora nella sua fase di volo spaziale ("mid-course"), guadagnando minuti preziosi per l'intercettazione.
  • Investimenti: il Congresso ha già stanziato i primi 25 miliardi di dollari (su un costo stimato che potrebbe sfiorare i 542 miliardi in vent'anni) per integrare questi radar con una nuova costellazione di satelliti in orbita bassa e intercettori ipersonici.

5.2. La crisi diplomatica e militare in Groenlandia

La volontà americana di controllare militarmente (e pare proprio di acquistare e/o annettere) la Groenlandia ha scatenato una reazione a catena nel gennaio 2026:

  • Missione "Arctic Endurance": per rispondere alle pressioni di Washington, la Danimarca ha promosso una missione militare congiunta. Proprio pochi giorni fa, a metà gennaio, i primi soldati francesi e tedeschi sono arrivati a Nuuk per presidiare le infrastrutture strategiche e riaffermare la sovranità europea.
  • La base di Pituffik: la storica base di Thule (oggi Pituffik Space Base) è stata posta in stato di massima allerta. I suoi radar di allerta precoce sono stati aggiornati per distinguere, tramite l'intelligenza artificiale, tra testate vere e "esche" (falsi bersagli).

5.3. Il ruolo delle aziende e dell'Italia

Anche l'industria italiana sta guardando con attenzione al "Grande Nord".

  • Difesa e Spazio: aziende come Leonardo e Fincantieri sono citate nei piani strategici di inizio 2026 per la fornitura di tecnologie radar e navi in grado di operare in ambienti estremi.
  • Dual-use: l'interesse non è solo militare; lo "scudo" richiede una rete di comunicazioni satellitari costante (come i nuovi sistemi COSMO-SkyMed di seconda generazione), utile anche per monitorare lo scioglimento dei ghiacci e le nuove rotte commerciali.

6. La centrale di Chernobyl torna a fare tremare a 40 anni dall'incidente

A quasi 40 anni dal disastro del 1986, l'area di Chernobyl in Ucraina torna a preoccupare per fattori esterni legati alla guerra:

6.1. Blackout Elettrico (20 Gennaio 2026): in seguito a massicci attacchi russi alle infrastrutture energetiche ucraine, la centrale ha perso temporaneamente ogni alimentazione elettrica esterna. L'energia è fondamentale per i sistemi di raffreddamento e per il monitoraggio dei materiali radioattivi.

6.2. Danni al "New Safe Confinement": le missioni dell'AIEA (Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica) hanno documentato danni strutturali causati da droni sulla "Arco", la gigantesca struttura di contenimento costruita sopra il reattore 4 per prevenire la fuoriuscita di polveri radioattive.

6.3 Rischi di sicurezza nucleare: nonostante il ripristino dell'elettricità dopo alcune ore di blackout, l'AIEA ha espresso forte preoccupazione per la vulnerabilità delle sottostazioni elettriche che alimentano il sito, definendole "vitali per la sicurezza nucleare".

6.4 Livelli di radiazione: al momento, le autorità ucraine e gli osservatori internazionali confermano che i livelli di radiazione nella zona di esclusione rimangono entro i limiti di sicurezza stabiliti post-incidente, ma l'instabilità militare rende il monitoraggio costante estremamente difficile.

6.5 Stato del combustibile: all'interno del reattore 4, il combustibile nucleare esausto e i materiali fusi (corio) richiedono una gestione continua per evitare reazioni di fissione spontanea, un processo che dipende dalla stabilità delle infrastrutture di contenimento.

7. Nucleare civile in grande sviluppo

Il panorama del nucleare civile a inizio 2026 è in una fase di fermento che non si vedeva dagli anni '70. La spinta non viene solo dalla necessità di energia pulita, ma anche, come si diceva, dalla fame insaziabile di elettricità dei data center per l'Intelligenza Artificiale.

Ecco il quadro dettagliato suddiviso per aree geografiche:

7.1. Nel mondo: il dominio dell'Asia

Il baricentro del nucleare si è spostato decisamente a Oriente. Nel gennaio 2026, si contano circa 60 reattori in costruzione a livello globale.

  • Giappone: la notizia più clamorosa di gennaio 2026 è l'annuncio della riaccensione della centrale di Kashiwazaki-Kariwa, la più grande del mondo (8,2 GW). È un segnale storico: il Giappone archivia definitivamente il trauma post-Fukushima per necessità energetica.
  • Cina: rimane il cantiere del mondo con 29 reattori in fase di edificazione. Pechino punta a superare gli Stati Uniti come capacità installata entro il 2030.
  • Emirati Arabi e Turchia: la centrale di Barakah è ormai pienamente operativa, mentre in Turchia prosegue a ritmo serrato il progetto di Akkuyu (quattro reattori russi VVER-1200), con il primo reattore che entra in fase di test finale proprio in queste settimane.

7.2. In Europa: la "Rinascita" e la strategia SMR

L'Europa è divisa, ma la fazione pro-nucleare è in forte accelerazione. La Commissione Europea pubblicherà nella prima metà del 2026 la sua Strategia ufficiale sugli SMR (Small Modular Reactors).

  • Francia: il governo ha confermato l'intenzione di costruire fino a 14 nuovi reattori EPR2. Nel gennaio 2026 è stata ribadita la necessità di installare 13 GW supplementari post-2026 per decarbonizzare l'industria pesante.
  • Repubblica Ceca e Polonia: sono i nuovi protagonisti. Praga ha dato il via libera a nuovi reattori a Dukovany, mentre la Polonia ha finalizzato gli accordi per la sua prima centrale nucleare (tecnologia Westinghouse), con l'obiettivo di iniziare i lavori nel 2026-2027.
  • Slovacchia: a inizio 2026 il reattore Mochovce 4 è prossimo all'operatività commerciale, rendendo il Paese quasi totalmente indipendente dal punto di vista elettrico.

7.3. In Italia: dalla ricerca alla Legge delega

L'Italia sta vivendo un "ritorno freddo" ma tecnico, puntando tutto sulle nuove generazioni di reattori.

  • Quadro Legislativo: dopo l'approvazione del disegno di legge delega nell'ottobre 2025, il 2026 è l'anno dei decreti attuativi. Il governo mira a definire un Codice Nucleare entro l'anno per regolare la produzione da fonti "sostenibili" (SMR e quarta generazione).
  • Progetto Newcleo: la startup italiana guidata da Stefano Buono ha annunciato che nel 2026 sarà pronto "Precursor", un prototipo nucleare (non energetico) sviluppato con l'ENEA per testare il raffreddamento a piombo liquido.
  • Obiettivo 2040-2050: i piani del Ministero dell'Ambiente prevedono che il nucleare possa coprire tra l'11% e il 22% del mix elettrico nazionale entro il 2050, con i primi reattori commerciali operativi intorno al 2035-2040.

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E' urgente il rinnovo del NEW START

19.01.2026

Webinar | 5 anni di TPNW: come sottrarsi ad un genocidio programmato.

Le vie del Disarmo di fronte alle crisi globali nel 2026.

Data: 22 gennaio 2026 Promosso da: Disarmisti Esigenti

dalle ore 19:00 alle ore 21:00

Info: www.disarmistiesigenti.org - cell. 340-0736871

Link per collegarsi:

https://us06web.zoom.us/j/86727209364?pwd=6TWsom1fbngWzZjvmWDhLA7aN9x9Hq.1

Introduzione: Alfonso Navarra, Daniele Barbi, Luigi Mosca

Il 22 gennaio 2026 celebriamo il quinto anniversario dell'entrata in vigore del TPNW (Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari). Questo strumento giuridico a livello internazionale non è solo una norma tecnica, ma una scelta etica: dichiara le armi atomiche illegali e moralmente inaccettabili.

Adottato il 7 luglio del 2017, questo Trattato è entrato in vigore il novantesimo giorno dalla 50esima ratifica, quella effettuata il 24 ottobre 2020, dallo Stato dell'Honduras. I numeri ci parlano di 75 Stati ratificanti + 20 firmatari del Trattato. Siamo al 30% circa della popolazione mondiale, esprimente la volontà di disarmo soprattutto del Sud del mondo. Ma siamo convinti che anche tra i popoli degli Stati nucleari, inclusi gli Stati che collaborano alla condivisione nucleare NATO (l'Italia contribuisce con le basi di Ghedi ed Aviano), un referendum sancirebbe la vittoria di chi preferirebbe un disarmo nucleare totale quanto prima possibile.

Noi, Disarmisti esigenti, tra i membri italiani della Campagna ICAN (International Campaign to Abolish Nuclear weapons), ci battiamo perché la deterrenza nucleare non sia vista solo come "follia", ma sia additata e punita quale "genocidio programmato": un crimine contro l'umanità da perseguire tramite la Corte penale internazionale.

Le proposte dei Disarmisti esigenti

In vista della prossima Conferenza degli Stati Parte del TPNW, presenteremo le nostre proposte centrali, alla cui base sta una visione di "nonviolenza poietica" e la "strategia di trasformare i nemici in amici":

  1. Collegamento ICAN - NFU: sinergia tra la campagna per il trattato di proibizione e le politiche di No First Use (Non Primo Utilizzo).
  2. Rinnovo del New Start che scade il 5 febbraio 2026
  3. Helsinki 2: rilanciare un grande processo di sicurezza e cooperazione europea.
  4. WMDFZ in Medio Oriente: sostegno alla creazione di una Zona libera da armi di distruzione di massa.
  5. Stop agli Euromissili: una mobilitazione urgente contro il ritorno dei missili a medio raggio in Europa.
  6. Costituzione della Terra: un ordine giuridico globale per proteggere i diritti umani, la pace e la biosfera dell'intero pianeta.

RIPORTIAMO IN FONDO A QUESTA PAGINA, CON UN COMMENTO, I DATI SULLA POPOLAZIONE DEGLI STATI RATIFICANTI IL TPNW

Abbiamo aggiunto come proposta urgente il rinnovo del NEW START, l'ultimo grande trattato di controllo degli armamenti nucleari tra Stati Uniti e Russia: limita il numero di armi strategiche dispiegate e prevede ispezioni e scambi di dati per verificare il rispetto degli impegni. È in vigore dal 2011 ed è stato prorogato fino al 2026, con scadenza appunto in febbraio, anche se la Russia ne ha sospeso l'applicazione nel 2023.

Ecco, in sintesi, cosa prevede questo Trattato:

 

  • Limite a 1.550 testate nucleari strategiche dispiegate per ciascun Paese

  • Massimo 700 vettori dispiegati (missili balistici intercontinentali, missili lanciati da sottomarini, bombardieri pesanti)

  • Massimo 800 lanciatori complessivi (dispiegati + non dispiegati)

  • Ispezioni sul campo, scambi di dati e notifiche continue per verificare la conformità.

 

La sua importanza particolare sta nel fatto che è l'ultimo trattato rimasto che limita direttamente gli arsenali nucleari di USA e Russia, che insieme detengono circa il 90% delle testate mondiali. Senza un rinnovo o un accordo successivo, dal 2026 non ci saranno più limiti verificabili alle armi nucleari strategiche delle due potenze.

Facendo una ricerca su Internet si trovano le seguenti notizie:

Il 22 settembre, Putin ha segnalato che la Russia voleva una proroga di un anno. Trump ha commentato il 5 ottobre che sembrava "una buona idea", ma gli Stati Uniti non hanno risposto ufficialmente.

  • https://www.armscontrol.org/pressroom/2025-10/press-release-100-days-expiration-last-us-russian-nuclear-arms-limitation-treaty

Un diplomatico russo ha dichiarato il 31 dicembre: "Ci aspettiamo che gli americani alla fine rispondano all'iniziativa di Vladimir Putin di mantenere i limiti numerici previsti dal Nuovo START sotto forma di auto-restrizioni volontarie".

  • https://tass.com/politics/2067395

Mentre Trump ha dichiarato di voler perseguire la "denuclearizzazione" sia con la Russia che con la Cina, Pechino afferma che è "irragionevole e irrealistico" chiederle di unirsi ai colloqui a tre sul disarmo nucleare con paesi i cui arsenali sono molto più grandi.

  • A complicare ulteriormente le prospettive di controllo globale degli armamenti, la Russia afferma che anche le forze nucleari dei membri della NATO, Gran Bretagna e Francia, dovrebbero essere oggetto di negoziazione, cosa che questi paesi rifiutano.Nikolai Sokov, ex negoziatore sovietico e russo per le armi, ha dichiarato in un'intervista telefonica che cercare di forgiare un nuovo trattato nucleare multilaterale in questo contesto è "quasi un vicolo cieco. Ci vorrà un'eternità".
  • https://www.reuters.com/world/china/last-russia-us-nuclear-treaty-is-about-expire-what-happens-next-2026-01-08/

Rose Gottemoeller, capo negoziatrice degli Stati Uniti per il Nuovo Trattato sulla Riduzione delle Armi Strategiche (New START), ha scritto a dicembre:

  • Tuttavia, Lavrov ha ragione su un punto: la proposta di Putin non richiede alcuna negoziazione. Sia Putin che Trump potrebbero semplicemente dichiarare la loro intenzione di continuare a rispettare i nuovi limiti START: 1.550 testate, 700 vettori, 800 lanciatori. 3 Questo accordo di stretta di mano potrebbe durare finché una delle due parti non dichiarasse la propria intenzione di oltrepassare i limiti, o non iniziasse ad accumulare oltre i numeri concordati, e l'altra parte non se ne accorgesse attraverso i propri mezzi tecnici nazionali di verifica, che includono satelliti aerei e altre risorse di monitoraggio nazionali.
  • https://www.armscontrol.org/act/2025-12/features/getting-most-out-new-start-it-expires

La cosa più elementare da osservare rispetto a questa vicenda è che, in Italia, ma anche in Europa e nel mondo, la gente semplicemente non sa che un trattato del genere esista. E se le persone non lo sanno, non possono pretendere il rispetto, la proroga o la sostituzione. Non possono difendere qualcosa di cui ignorano l'esistenza.

Ciò solleva una domanda fondamentale: perché questo silenzio è così totale e come possiamo romperlo?

Crediamo che dovremmo pensare non solo in termini di advocacy da parte di esperti, ma in termini di ampio coinvolgimento pubblico, che includa anche chi non è fortemente politicizzato. Le persone possono non essere d'accordo sull'abbandono immediato della deterrenza nucleare, ma c'è una cosa che condividono in modo schiacciante: non vogliono che le bombe nucleari cadano loro in testa. Possono non voler rinunciare alle "loro" armi nucleari, ma di certo non vogliono che le armi nucleari di qualcun altro si trovino vicino a loro.

Questo è un potente punto in comune.

Ecco perché crediamo che idee come una maratona transnazionale di podisti, ciclisti o altre azioni pubbliche simboliche in diversi Paesi, unite a un messaggio chiaro che chieda l'estensione del New START e il sostegno al disarmo nucleare, possano inviare un segnale molto forte. Tali azioni, che potrebbero ad esempio iniziare dalla sede del Parlamento europeo di Strasburgo, parlano il linguaggio delle persone, non solo degli esperti.

Si può anche suggerire un'altra possibile direzione: coinvolgere associazioni di sindaci, reti cittadine e dirigenti comunali. Le città sono luoghi in cui le persone vivono concretamente le conseguenze delle politiche nucleari, e i sindaci hanno spesso una prospettiva sulla sicurezza umana molto più forte rispetto ai governi nazionali. Se tali associazioni sostenessero pubblicamente iniziative come questa, ciò aumenterebbe significativamente sia la legittimità che la visibilità.

Dovremmo riflettere insieme su una campagna mediatica e pubblica più ampia, partendo dalle basi:
– che il trattato sta per scadere,
– che non c'è estensione,
– e perché questo è importante per la sicurezza delle persone comuni.

TPNW: Il Club dei 75 Stati Parte

Al 19 gennaio 2026, il Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari conta ufficialmente 75 Stati che hanno depositato lo strumento di ratifica o adesione presso le Nazioni Unite.

Ripartizione Geografica dei 75 Stati

Africa (18) - Leader nel disarmo

  • Algeria, Benin, Botswana, Capo Verde, Comore, Congo, Costa d'Avorio, Gambia, Ghana, Guinea-Bissau, Lesotho, Malawi, Namibia, Nigeria, Repubblica Democratica del Congo, Seychelles, Sudafrica, Zimbabwe (o altro Stato africano recente).

Americhe e Caraibi (28)

  • Antigua e Barbuda, Bahamas, Belize, Bolivia, Cile, Colombia, Costa Rica, Cuba, Dominica, Ecuador, El Salvador, Giamaica, Grenada, Guatemala, Guyana, Haiti, Honduras, Messico, Nicaragua, Panama, Paraguay, Perù, Repubblica Dominicana, Saint Kitts e Nevis, Saint Lucia, Saint Vincent e Grenadine, Trinidad e Tobago, Uruguay, Venezuela.

Asia (12)

  • Bangladesh, Cambogia, Filippine, Indonesia, Kazakistan, Laos, Malesia, Maldive, Mongolia, Palestina, Thailandia, Vietnam.

Oceania (13)

  • Figi, Isole Cook, Isole Salomone, Kiribati, Nauru, Niue, Nuova Zelanda, Palau, Papua Nuova Guinea, Samoa, Timor Est, Tuvalu, Vanuatu.

Europa (4) - La "resistenza" nel continente nucleare

  • Austria, Irlanda, San Marino, Santa Sede.

Analisi Demografica degli Stati Parte del TPNW (75 Stati)

Raggiungere 75 ratifiche non è solo un traguardo numerico diplomatico, ma rappresenta un mandato popolare di proporzioni globali. Ecco il calcolo della popolazione complessiva espresso dagli Stati che hanno scelto di rendere illegali le armi nucleari.

1. I "giganti" demografici del Trattato

Il peso della popolazione non è distribuito uniformemente. Il TPNW include alcuni dei Paesi più popolosi del pianeta:

  • Nigeria: ~230 milioni
  • Indonesia: ~280 milioni
  • Bangladesh: ~175 milioni
  • Messico: ~130 milioni
  • Filippine: ~118 milioni
  • Vietnam: ~100 milioni
  • Repubblica Democratica del Congo: ~105 milioni
  • Sudafrica: ~61 milioni
  • Thailandia: ~72 milioni

2. Il Calcolo Complessivo

Sommando la popolazione degli Stati Parte (dai piccoli Stati insulari del Pacifico ai colossi africani e asiatici):

  • Popolazione Totale degli Stati Parte (75 Stati): ~1.550.000.000 (Un miliardo e 550 milioni di persone).
  • Popolazione Mondiale Stimata (Gennaio 2026): ~8.250.000.000 (8 miliardi e 250 milioni di persone).

3. Quota Percentuale

Effettuando il rapporto tra la popolazione degli Stati Parte e la popolazione mondiale:

$$\frac{1.550.000.000}{8.250.000.000} \times 100 \approx 18,8\%$$

Considerazione Strategica

Attualmente, quasi 1 abitante su 5 della Terra vive in uno Stato che ha già dichiarato fuori legge le armi nucleari.

Se aggiungiamo i firmatari che non hanno ancora completato la ratifica (come il Brasile, con i suoi 215 milioni di abitanti, e molti altri Paesi africani), la quota della popolazione mondiale che vive in nazioni che hanno firmato il trattato sale drasticamente verso il 25-28%.

Analisi del PIL degli Stati Parte del TPNW (75 Stati)

Questa analisi confronta la forza economica dei Paesi che hanno scelto il bando nucleare rispetto alla ricchezza globale, evidenziando il divario tra "potere finanziario" e "volontà democratica".

1. I Principali Contributori al PIL del Trattato

Nonostante il trattato sia sostenuto da molte nazioni in via di sviluppo, include economie di rilievo che pesano significativamente nel calcolo totale:

  • Messico: ~1.800 miliardi $ (USD)
  • Indonesia: ~1.500 miliardi $ (USD)
  • Nigeria: ~400 miliardi $ (USD)
  • Austria: ~530 miliardi $ (USD)
  • Irlanda: ~550 miliardi $ (USD)
  • Sudafrica: ~380 miliardi $ (USD)
  • Filippine: ~450 miliardi $ (USD)
  • Vietnam: ~470 miliardi $ (USD)
  • Bangladesh: ~450 miliardi $ (USD)

2. Il Calcolo Complessivo

  • PIL Totale degli Stati Parte (75 Stati): ~8.200 - 8.500 miliardi $ (USD).
  • PIL Globale Stimato (2025/2026): ~110.000 - 115.000 miliardi $ (USD).

3. Quota Percentuale rispetto al PIL Globale

Effettuando il rapporto tra il PIL degli Stati del bando e la ricchezza mondiale:

$$\frac{8.500}{115.000} \times 100 \approx 7,4\%$$

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Alcune valutazioni su questi dati da parte dei Disarmisti esigenti

L'Umanità contro la follia nucleare: una prospettiva etica

Il numero di chi ha ratificato il trattato non è una fredda statistica diplomatica; è il grido di chi vuole vivere. Ecco il significato profondo di quel miliardo e mezzo di persone che dicono "no" alla morte programmata.

Democrazia internazionale e forza morale

C'è chi crede che la forza risieda nel possesso di ordigni capaci di incenerire la vita sulla Terra. Ma questa è la logica dei generali e dei potenti, non quella degli uomini comuni. Quei settantacinque Stati che hanno scelto il bando non hanno missili, eppure rappresentano la vera maggioranza del mondo. Essi rifiutano di essere gli ostaggi rassegnati di una strategia, la deterrenza, che è solo un altro nome per la follia. Non si può costruire la pace sulla minaccia di un massacro universale; la vera democrazia è quella di chi, pur non avendo forza militare, rivendica il diritto di non essere annientato.

La voce dei popoli: oltre l'egoismo occidentale e del sistema dello sterminismo

Il disarmo non è un gioco intellettuale per i salotti delle capitali europee. Questi dati ci dicono che il desiderio di vita pulsa con più vigore proprio là dove l'umanità è più numerosa e giovane. Il Sud del mondo non accetta più di essere la periferia silenziosa di un mondo che rischia il suicidio atomico per gli interessi di pochi. Questi popoli sono il futuro della nostra specie; la loro scelta di bandire l'atomo conferma che l'aspirazione alla pace è un sentimento universale, radicato nella carne dell'uomo, e non un'agenda dettata dai calcoli egoistici dell'Occidente.

L'imperativo morale di un miliardo e mezzo di esseri umani

Quando un miliardo e mezzo di esseri umani chiede, attraverso i propri rappresentanti, l'eliminazione totale dell'arma atomica, non sta facendo una richiesta politica: sta compiendo un atto di civiltà. Ogni singola ratifica è una pietra scagliata contro il muro dell'indifferenza. La pressione morale che deriva da questo numero è immensa perché parla alla coscienza di tutti. Non si può restare neutrali di fronte alla possibilità dello sterminio. Bisogna scegliere: o la sopravvivenza dell'umanità, o la sopravvivenza delle armi nucleari. Le due cose insieme sono impossibili.

Aggiungiamo delle considerazioni politico-economiche partendo dall'analisi del PIL

Mentre gli Stati Parte ratificanti rappresentano quasi il 19% della popolazione mondiale, essi esprimono solo circa il 7,4% del PIL globale. Questo dato evidenzia tre punti cruciali per la discussione dei Disarmisti Esigenti:

  1. Eguaglianza Sovrana vs. Potere Finanziario: il TPNW è la prova che la dignità del diritto internazionale non dipende dal portafoglio. 75 Stati chiedono la sopravvivenza dell'umanità, ma la loro voce pesa meno nei mercati rispetto a quella del "club nucleare" che detiene oltre il 60% del PIL mondiale (USA, Cina, Russia, Francia, UK).
  2. Il Costo Opportunità: il PIL degli Stati Parte è inferiore a quanto le potenze nucleari spenderanno complessivamente per la "modernizzazione" dei loro arsenali nei prossimi 10 anni (stimata oltre 1.000 miliardi di dollari l'anno).
  3. L'Arma del disinvestimento: poiché questi 75 Stati controllano comunque una quota di PIL superiore agli 8 trilioni di dollari, le loro legislazioni nazionali possono influenzare i mercati finanziari, vietando alle banche operanti nei loro territori di investire in aziende legate all'industria nucleare (Articolo 1 del Trattato).

Il peso della vita va messo contro il peso dell'oro

Il divario tra il peso demografico (19%) e quello economico (7,4%) dimostra che il TPNW è un trattato di giustizia riparativa. Gli Stati "poveri" di atomi ma "ricchi" di popolazione stanno imponendo un limite morale a quegli Stati che, forti del loro PIL, si sentono autorizzati a minacciare la distruzione del pianeta.

 

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TNPW 5 anni dall'entrata in vigore

16.01.2026

Webinar | 5 anni di TPNW: come sottrarsi ad un genocidio programmato.

Le vie del Disarmo di fronte alle crisi globali nel 2026.

Data: 22 gennaio 2026 Promosso da: Disarmisti Esigenti

dalle ore 19:00 alle ore 21:00

Info: www.disarmistiesigenti.org - cell. 340-0736871

Link per collegarsi:

https://us06web.zoom.us/j/86727209364?pwd=6TWsom1fbngWzZjvmWDhLA7aN9x9Hq.1

Introduzione: Alfonso Navarra, Daniele Barbi, Luigi Mosca

1. L'anniversario: il TPNW come ancora giuridica

Il 22 gennaio 2026 celebriamo il quinto anniversario dell'entrata in vigore del TPNW (Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari). Questo strumento non è solo una norma tecnica, ma una scelta etica: dichiara le armi atomiche illegali e moralmente inaccettabili.

Il Trattato trasforma la politica della forza in politica del diritto e della cura. Ci insegna che la sicurezza non nasce dalla minaccia (deterrenza), ma dalla cooperazione pacifica e dalla salvaguardia della vita e della natura. Disarmare non significa solo smantellare testate, ma risanare i pensieri e il pianeta.

il 2026 segnerà un momento storico con la prima Conferenza di Riesame del Trattato, che si terrà dal 30 novembre al 4 dicembre nella sede delle Nazioni Unite, New York. La conferenza sarà presieduta dal Sudafrica.

Il numero degli Stati che hanno aderito al TPNW è cresciuto costantemente, riflettendo una volontà globale che si contrappone alla logica del riarmo.

Ecco i dati aggiornati:

  • Stati che hanno adottato il TPNW nel 2017: 122
  • Stati che hanno ratificato: 75
  • Stati che hanno firmato (20 non hanno ancora ratificato): 95

Questi numeri sono fondamentali perché dimostrano che:

  1. La maggioranza del mondo è per il disarmo: quasi la metà dei membri dell'ONU ha già intrapreso passi formali verso il Trattato.
  2. L'isolamento delle potenze nucleari: nessuno dei nove Stati possessori di armi nucleari (USA, Russia, Cina, Francia, Regno Unito, India, Pakistan, Israele e Corea del Nord) né i membri della NATO hanno ancora aderito, evidenziando quella "disinvoltura nel violare il diritto internazionale" di cui andremo più avanti a parlare.
  3. Il ruolo del Sud Globale: l'Africa, l'America Latina e il Sud-est asiatico sono i motori trainanti di questa rivoluzione giuridica.

2. La premessa: la deterrenza è un "genocidio programmato"

Di tutti i problemi che l'umanità ritiene di dover affrontare, forse questo è il più sottovalutato, sicuramente il meno attenzionato dai media, eppure è l'unico capace di annullare tutti gli altri in pochi minuti.

Dobbiamo avere il coraggio di chiamare la deterrenza con il suo vero nome: un genocidio programmato. Mantenerla significa accettare l'idea che, in nome della "sicurezza", sia legittimo tenere in ostaggio miliardi di civili e l'intero ecosistema planetario, pronti a scatenare una distruzione indiscriminata che non lascerebbe né vincitori né vinti.

Perché è il problema più sottovalutato?

  1. L'assuefazione al rischio: viviamo sotto l'ombrello atomico da decenni. Questa "pace armata" ha generato l'illusione che l'arma nucleare non verrà mai usata, rendendoci ciechi di fronte al fatto che ogni giorno di deterrenza è un giorno di scommessa sulla fine del mondo.
  2. La delega tecnologica: oggi, con l'integrazione dell'AI e dei missili ipersonici, la decisione di scatenare questo "genocidio" potrebbe sfuggire persino al controllo umano, affidata ad algoritmi che non conoscono il valore della vita o della sofferenza.
  3. L'ingiustizia strutturale: mentre le risorse umane e scientifiche vengono investite per "ammodernare" la morte, sottraiamo fondi vitali alla dignità sociale, allo sterminio per fame, alla cura dei corpi e delle anime, alla crisi climatica.

3. Lo scenario: un'emergenza tecnologica e politica

La sfida nucleare del 2026 è profondamente diversa da quella del passato. Siamo di fronte a un ammodernamento degli arsenali alimentato da:

  • Progressi tecnologici: sistemi ipersonici e IA che corrono più veloci della diplomazia.
  • Conflitti interconnessi: una "guerra mondiale a pezzi" che rischia di saldarsi in un unico scontro generale.
  • Crisi del diritto: un crescente disprezzo per le regole internazionali nate dopo la Seconda Guerra Mondiale.

4. Obiettivi del webinar: fare il punto

Non parleremo solo di principi, ma di pratiche concrete attraverso tre direttrici:

  • Stato dell'arte del TPNW: analisi dei progressi compiuti e delle resistenze dei paesi nucleari.
  • Il nodo delle crisi locali: focus particolare sulla crisi iraniana e sui conflitti in Ucraina e Africa. Come impedire che diventino pretesti per nuove corse agli armamenti e focolai per un incendio globale?
  • Società civile e istituzioni: promuovere l'indignazione e trasformarla in pressione politica per imporre il disarmo come unica via per "preparare la pace".

5. Le proposte dei Disarmisti esigenti

In vista della prossima Conferenza degli Stati Parte del TPNW, presenteremo le nostre proposte centrali, alla cui base sta una visione di "nonviolenza poietica" e la "strategia di trasformare i nemici in amici":

  1. Collegamento ICAN - NFU: sinergia tra la campagna per il trattato di proibizione e le politiche di No First Use (Non Primo Utilizzo).
  2. Rinnovo del New Start che scade il 5 febbraio 2026
  3. Helsinki 2: rilanciare un grande processo di sicurezza e cooperazione europea.
  4. WMDFZ in Medio Oriente: sostegno alla creazione di una Zona libera da armi di distruzione di massa.
  5. Stop agli Euromissili: una mobilitazione urgente contro il ritorno dei missili a medio raggio in Europa.
  6. Costituzione della Terra: un ordine giuridico globale per proteggere i diritti umani, la pace e la biosfera dell'intero pianeta.

"Dobbiamo scegliere: o ammoderniamo la nostra capacità di cooperare, o l'ammodernamento e il potenziamento delle armi ci porterà al punto di non ritorno. Vi aspettiamo per riflettere insieme su come agire per invertire la rotta.

Invito a collaborare con il nostro progetto di lavoro

L'invito è a unirsi ai Disarmisti esigenti sul lavoro che propone la denuclearizzazione, militare e civile, quale priorità delle priorità

… se sei convinta/o che questo impegno sia necessario per garantire la sopravvivenza umana su questa Terra che ci è Madre vivente. È una scelta da radicare nella nonviolenza poietica, perché sai che l'unione popolare è la forza più potente e riconosci che oggi, da parte di nessuno, non c'è buona ragione alcuna per ricorrere alla guerra come strumento per risolvere i conflitti.

Sei cittadina/o del mondo e segui la massima: prima le persone, prima l'Umanità, prima la Terra, posponendo le eventuali aggiuntive identità etniche, nazionali, religiose, ideologiche.

Sei una obiettrice/obiettore di coscienza e non ti arruoli nei blocchi politico-militari, sia quelli esistenti e sia quelli in formazione, dell'Ovest e dell'Est, del Nord e del Sud.

Pratichi il cambiamento che vuoi vedere realizzato a partire da te stessa/o, quindi il metodo dei disarmi unilaterali "per la pace disarmata e disarmante", e la comunicazione nonviolenta: comprendi il nesso inscindibile tra mezzi e fini.

Lavori per una nuova politica di base ma cerchi di orientare e trasformare in senso democratico le istituzioni pubbliche a ogni livello: la bussola è l'et et per chi persegue – Gandhi dixit - la "bellezza del compromesso".

In sintesi, unisciti a noi se credi nel motto: "Nostra Madre Patria è la Terra intera, nostra famiglia è l'Umanità: disarmiamo il presente per salvare il passato e garantire il futuro".

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IRAN, IL SENSO DELLA VITA E DELLA PACE

14.01.2026

INTEGRAZIONE AGGIUNTIVA DEL 17 GENNAIO 2026

SE IL LIBERATORE DALL'AUTOCRAZIA FOSSE LO STESSO POPOLO IRANIANO, CON UNA RESISTENZA UNITARIA STRUTTURATA E ATTREZZATA STRATEGICAMENTE?

Ecco di seguito un esercizio intellettuale, sviluppato con l'aiuto di GEMINI, che può avere il suo fascino e la sua utilità: applicare la prassi leninista (la distinzione tra "crisi rivoluzionaria" e "situazione rivoluzionaria") a un contesto teocratico moderno per evitare il disastro del vuoto di potere. L'approccio non è "sentimentale", ma politico e strategico: si cerca la rottura del regime avversario, non solo lo scontro di piazza.

La proposta può essere presentata nella forma di un PROGETTO programmatico chiaro, logico e pronto per essere proposto idealmente come la "piattaforma del CONSIGLIO NAZIONALE DELLA TRANSIZIONE" a capo della RESISTENZA IRANIANA.

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Ricordiamo il Webinar organizzato dai Disarmisti esigenti

5 anni di TPNW: come sottrarsi ad un genocidio programmato.

Le vie del Disarmo di fronte alle crisi globali nel 2026.

Data: 22 gennaio 2026 Promosso da: Disarmisti Esigenti

dalle ore 19:00 alle ore 21:00

Link per collegarsi:

https://us06web.zoom.us/j/86727209364?pwd=6TWsom1fbngWzZjvmWDhLA7aN9x9Hq.1

Introduzione: Alfonso Navarra, Daniele Barbi, Luigi Mosca

Progetto per la transizione: una strategia nazionale per la liberazione dell'Iran

A cura del Consiglio Nazionale della Transizione (CNT)

Premessa Politica

Nessun regime cade per sola pressione esterna o per rivolte spontanee se l'apparato di potere rimane coeso. La liberazione dell'Iran deve essere un processo endogeno e organizzato. Questo documento delinea la strategia per trasformare la rivolta in rivoluzione, evitando lo "scenario libico" di frammentazione e guerra civile.

1. Il Consiglio Nazionale della Transizione (CNT)

L'opposizione deve, per l'intanto, trasformarsi da movimento di protesta di assalti frontali piazzaioli in mobilitazione di diffusa e visibile non collaborazione sociale.

  • Il CNT si pone come Governo Ombra, capace di garantire la continuità dei servizi essenziali e la sicurezza nazionale nel momento del collasso del regime. L'obiettivo è offrire una sponda politica ai settori dell'amministrazione e dell'economia che temono il caos. La parola d'ordine non è solo "Caduta", ma "Stabilità e Nuovo Ordine".

2. La scissione strategica del Potere

Il potere teocratico si regge su due pilastri: la fede e la forza armata. La strategia del CNT mira a incrinare entrambi.

A. Il Nuovo Concordato (Religione vs Politica)

Per isolare l'alto clero autocratico, il CNT propone un Patto Nazionale con l'Istituzione Religiosa:

  • Lo Stato sarà laico, ma riconoscerà all'Islam Sciita un ruolo di guida morale e culturale. Garantirà ai seminari (Hawza) e al basso clero l'autonomia economica e la protezione legale, separando il loro destino dal collasso del sistema politico di Khamenei. Lo scopo è di dimostrare che la fine della Repubblica Islamica non è la fine dell'Islam, togliendo ai gerarchi il loro "scudo umano" religioso.

B. La neutralizzazione militare (Esercito vs Milizia)

L'apparato repressivo va diviso lungo la linea della fedeltà patriottica:

  • Appello all'Artesh (Esercito Regolare): definire l'Esercito come unico legittimo "Difensore della Patria".
  • Amnistia e Integrazione: promettere ai quadri militari e ai funzionari burocratici che chi non si è macchiato di crimini di sangue sarà integrato nel nuovo Stato, preservando gradi e pensioni.
  • Isolamento dei Basiji: presentare le milizie ideologiche e i Pasdaran come corpi estranei agli interessi nazionali, forzando l'esercito a scegliere tra la difesa del popolo o la difesa di una fazione corrotta.

3. La fase di transizione: il pragmatismo rivoluzionario

Per evitare il vuoto di potere tipico dei fallimenti iracheni o libici:

  • il governo provvisorio deve imbarcare elementi dell'attuale sistema (riformisti e tecnocrati) che abbiano esperienza amministrativa e siano pronti a sottoscrivere la svolta democratica.
  • Assemblea Costituente: indire elezioni per un'assemblea incaricata di redigere una Costituzione laica che garantisca i diritti delle minoranze etniche e religiose, preservando l'unità territoriale dell'Iran.

4. Il monito contro l'intervento esterno

Il CNT si oppone fermamente a interventi militari stranieri finalizzati a "decapitazioni" del regime (modello Gheddafi).

  1. Senza una struttura civile pronta, l'eliminazione dei vertici porterebbe a scontri tra milizie e alla distruzione dell'Iran.
  2. Un attacco esterno ricompatterebbe il popolo attorno al regime per puro spirito di sopravvivenza nazionale.
  3. La solidarietà internazionale è vitale sul piano diplomatico e simbolico, ma la direzione politica deve restare nelle mani della resistenza nazionale.

La Lezione della Storia

L'assalto frontale a un potere ancora coeso è suicida. La vittoria si ottiene quando il vecchio mondo "non può più governare come prima" e il nuovo mondo ha già pronta la sua classe dirigente. Il CNT è il ponte tra la rabbia della piazza e la stabilità del futuro.

BREVE INTEGRAZIONE GEOPOLITICA DEL 15 GENNAIO 2026

con avvertenza: noi non siamo tra quelli che spiegano la Storia, soprattutto quella di oggi, come un gioco di manovre segrete tra pochi potenti. Ci permettiamo di citare il presidente Mao: la Storia, nel suo fondo, è opera delle masse popolari: il fattore determinante che muove davvero gli avvenimenti. La rivolta che vediamo in Iran non è nata all'improvviso. Ha covato a lungo, ha avuto vari precedenti nel corso di questi decenni, ha coinvolto via via strati sempre più ampi della società. E' lo sfogo di un popolo che non vuole più subire un potere oppressivo, capace di ridurre un intero Paese alla povertà. Il capro espiatorio delle sanzioni non funziona più. E' più che sicuro: anche questa volta potenze esterne cercheranno di forzare accadimenti per approfittarne. Ma non c'è rivoluzione, nella Storia, che non abbia ricevuto qualche forma di spinta dall'esterno. La politica internazionale non è mai limpida come viene raccontata dopo. C'è sempre qualcosa che inquina ed oscura. Guardare l'Iran solo attraverso la lente degli equilibri geopolitici significa perdere di vista che "sono gli uomini che fanno la Storia" (stavolta citiamo Marx, dopo Mao). Si finisce per vedere solo Stati, governi, sfere di influenze e non le persone con le loro vite, che tengono in piedi istituzioni e strutture. Un militante dell'opposizione democratica ha trovato un'espressione efficace per descrivere certe esitazioni del pacifismo più estremista: "orientalismo alla rovescia". E' la reticenza a sostenere i popoli quando i loro governi si proclamano "anti-imperialisti", come se bastasse una parola per cancellare la loro vera natura reazionaria e i massacri che compiono per strada. Premesso ciò, qualche analisi la aggiungiamo, sottolineando che esso non va a negare quanto di umano e sociale abbiamo già prospettato con il nostro primo intervento del 14 gennaio. Siamo contrari a che gli attori geopolitici scatenino violenze violando il diritto internazionale; ma dobbiamo prendere atto che non è sufficiente il desiderio di pace a vanificare nell'immediato gli atti di guerra e le situazioni belliche che gli altri hanno fomentato...

L'IMMINENZA DEL "SECONDO ROUND" IN IRAN

Data: 15 Gennaio 2026

Oggetto: breve analisi della stabilità regionale e proiezione dell'intervento USA-Israele post-giugno 2025.

1. Introduzione: oltre la "Guerra dei dodici giorni"

La "Guerra dei Dodici Giorni" del giugno 2025 ha segnato il superamento della linea rossa nucleare. Sebbene presentata come un'operazione chirurgica contro il programma atomico degli Ayatollah, l'offensiva congiunta USA-Israele ha avuto lo scopo di testare la resilienza del regime teocratico e degradare le sue capacità di proiezione esterna (Pasdaran e proxy).

L'attuale stallo bellico è puramente formale. I segnali provenienti da Washington e Tel Aviv indicano che il "secondo round" non è solo imminente, ma necessario per consolidare l'architettura finanziaria e produttiva definita negli ultimi mesi del 2025.

2. Il "Patto della Knesset" e la tregua con Hamas

Il discorso del Presidente Trump alla Knesset (ottobre 2025), seguito alla firma della tregua con Hamas, ha delineato la nuova dottrina: "Pace attraverso la forza e la prosperità".

  • La tregua con Hamas è una finta pace: è servita a disimpegnare risorse militari israeliane dal fronte sud per riposizionarle contro il "cuore del problema", cioè Teheran.
  • Trump ha chiarito che il nuovo Medio Oriente non può tollerare "esportatori di instabilità". Questo è il segnale che gli Accordi di Abramo devono espandersi, includendo soprattutto l'Arabia Saudita in una funzione di controllo totale del mercato energetico.

3. Il fattore economico: i 1.000 Miliardi di Riyadh

L'elemento cardine della strategia statunitense è l'apertura del mercato finanziario e industriale USA agli investimenti arabi.

  • L'Arabia Saudita ha promesso investimenti per circa 1.000 miliardi di dollari (rispetto ai 600 inizialmente previsti) in settori strategici americani: difesa, intelligenza artificiale, infrastrutture ed energia.
  • In cambio, Washington deve garantire la sicurezza delle rotte petrolifere e la stabilizzazione (o il controllo) delle risorse iraniane. La caduta del regime a Teheran aprirebbe le riserve iraniane al mercato globale sotto l'egida degli Accordi di Abramo, eliminando la concorrenza dei prezzi sanzionati e il ricatto dello Stretto di Hormuz.

4. L'insurrezione popolare: il catalizzatore interno

Le proteste che stanno scuotendo l'Iran in questo gennaio 2026 sono di natura diversa dalle precedenti (2022).

  • Dopo i bombardamenti di giugno, il morale dei Pasdaran pare ridotto ai minimi storici e le defezioni nell'esercito regolare aumentano.
  • Il "secondo round" bellico non sarà solo aereo. Si prevede un intervento di "supporto tattico" alle forze rivoluzionarie interne per accelerare il collasso del regime. L'imprevedibilità di questa caduta rappresenta un rischio calcolato per gli USA: una destabilizzazione controllata è preferibile alla minaccia nucleare persistente.

5. Impatto sull'Europa e conclusioni

L'Europa si trova in una posizione di estrema vulnerabilità. Una caduta violenta del regime iraniano provocherà:

  1. Shock energetico di breve termine. Vale a dire volatilità dei prezzi prima della stabilizzazione promessa dai sauditi.
  2. Crisi Migratoria: un potenziale flusso di profughi verso i Balcani e il Mediterraneo.
  3. Riallineamento obbligato: l'UE dovrà decidere se seguire la guida di Washington o subire l'esclusione dai nuovi circuiti economici "Abramo-centrici".

L'offensiva finale, anche se minacciata per questi giorni, pare prevista entro la primavera del 2026. Il pretesto sarà la "protezione dei civili" iraniani e la "denuclearizzazione definitiva". In realtà, si tratta dell'atto finale per l'integrazione del Medio Oriente nel sistema finanziario e industriale americano.

ARTICOLO DEL 14 GENNAIO 2026

Dal punto di vista della liberazione umana, a parere dei Disarmisti esigenti, è oggi estremamente rilevante, per significato simbolico universale, la lotta iraniana: è sperabile che abbia seriamente la potenzialità di liberare l'Islam*, una delle grandi religioni mondiali, da concezioni che portano all'oppressione delle donne, entità sociale costituente la "metà del cielo" (mettendo in conto l'altra metà maschile).

(* Si sta parlando segnatamente dell'Islam sciita, che al momento, tra le varie religioni è quella che, a occhio e croce, può attirarsi più critiche di pesantezza patriarcale dal punto di vista del femminismo "storico". Dal punto di vista dei nuovi transfemminismi intersezionali la ricognizione è tutta da compiere. Ma rischiamo appunto di camminare su un terreno minato di identità ideologiche settarie, separanti la politica dal dialogo con le moltitudini popolari).

Questa lotta è forse più importante, oggi, per questo aspetto "simbolico", rispetto alla causa palestinese, che ha quasi monopolizzato le piazze occidentali. La quale resterà sempre valida, ma nell'immediato pagherà proprio l'egemonia che gli stessi media mainstream attribuiscono al proxy iraniano Hamas. La sovraesposizione mediatica di questa "resistenza" e di questo ruolo egemone riafferma il tribalismo su basi, appunto, di fondamentalismo religioso.

Oggi l'urgenza dei massacri cui assistiamo nelle strade di Teheran deve condurci a considerare tra le massime priorità la mobilitazione per la causa iraniana, che è quasi immediatamente causa di liberazione umana. Detto da chi esorta a non correre dietro le notizie e ad occuparsi invece delle "non notizie"!

Il nostro non è un invito a stare con le mani in mano. È, piuttosto, la scelta di un'azione più attenta, più consapevole, che non confonde il movimento con il fare e il fare con il senso.

Possiamo sostenere organizzazioni umanitarie che forniscono aiuto ai rifugiati iraniani o ai familiari delle vittime della repressione. Se possibile, possiamo offrire ospitalità o sostegno ai rifugiati che fuggono dalla persecuzione. Possiamo diffondere informazioni sulla situazione in Iran e sui diritti umani, e sollecitare il governo a prendere posizione. Possiamo premere sul nostri governo affinché sostenga la risoluzione delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani in Iran.

Un ipotizzabile intervento di polizia internazionale, al posto di blitz militari unilaterali, può essere autorizzato solo dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, in base al Capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite. Il movimento Donna Vita Libertà o il popolo iraniano dovrebbero richiedere ufficialmente un tale intervento: noi dovremmo guardare a tale richiesta con atteggiamento favorevole. Di fronte a una repressione così brutale e sanguinosa la comunità internazionale avrebbe il dovere di ricorrere agli strumenti messi a sua disposizione dalla Carta dell'ONU come extrema ratio.

Raniero La Valle parla oggi, 14 gennaio, su IL FATTO QUOTIDIANO, di promuovere la resistenza nonviolenta e l'unità umana, ma questi valori non vanno promossi a senso unico contro il solo impero americano: la loro attuazione pratica deve guardare ad una alternativa globale costruttiva, ecologista e femminista, rispetto al sistema della potenza e del profitto illimitati. Bisogna togliere la terra sotto I piedi alle dinamiche che producono e nutrono le oligarchie finanziarie, digitali e militari.

Se comunque si ha a cuore il "prima le persone, prima l'Umanità, prima la Terra", è scontato che la nostra prima preoccupazione politica deve essere rivolta alla neutralizzazione di quel genocidio programmato che è la deterrenza nucleare. La caduta della teocrazia iraniana deve significare la fine dei programmi nucleari, nella consapevolezza che le tecnologie civili in questo campo hanno sbocco e significato militari. Ricordiamo che esiste da tempo una proposta in ambito TNP per creare in Medio Oriente una Zona libera da armi nucleari.

Premesso ciò, tutte le considerazioni che seguono assumono una luce speciale, realistica e "poietica".

L'alternativa come vita quotidiana

Non serve alzare la voce o agitare bandiere per dire che questo mondo non va. L'alternativa vera, quella che conta, somiglia a certi gesti semplici che si fanno al mattino: è una solidarietà che non aspetta il permesso di nessuno. Bisogna proporre cose che si possano toccare con mano, che abbiano il calore delle cose giuste. Un modo di vivere che rispetti la terra e l'uomo, non per ideologia, ma per una forma di elementare onestà verso la vita. La giustizia sociale non è un concetto astratto; è il pane spezzato insieme, è non sentirsi soli di fronte al bisogno.

La forza della Terra e della donna

C'è una verità profonda nel movimento delle donne e nel rispetto per la natura, una verità che precede la politica. L'ecologismo e il femminismo non sono "temi", sono la sostanza stessa della nostra sopravvivenza. La donna che si libera in Iran, o in qualunque altro angolo della terra, non sta solo rivendicando un diritto: sta restituendo all'umanità la sua interezza. È come il ritorno alla campagna, il rispetto per il ciclo delle stagioni: è un atto di resistenza contro un mondo che vorrebbe tutto meccanico, tutto calcolato. Senza queste due forze, ogni rivoluzione è solo un cambio di padrone.

Disarmare la potenza

Bisogna togliere la terra sotto i piedi a chi crede che il mondo sia una proprietà privata o un campo di battaglia. Le oligarchie, i poteri che decidono sopra le nostre teste, si nutrono della nostra rassegnazione. Smantellare queste strutture non significa fare un colpo di mano, ma smettere di alimentarle, con la nostra obbedienza, con i nostri consumi e le nostre paure. Occorre tornare a una dimensione umana, dove la democrazia sia partecipazione vera, come nelle vecchie sezioni o nelle discussioni al bar, dove ogni voce ha il suo peso perché dietro c'è un essere umano, non un algoritmo o un capitale.

Le azioni dell'"amico della Giustizia"

Per cambiare davvero, bisogna partire dal basso, con la pazienza di chi coltiva un orto:

  • insegnando ai giovani non solo i mestieri, ma il valore del limite e la bellezza dei diritti. Una sensibilità che nasca dall'osservazione del mondo, non dai libri di propaganda.
  • stando vicini a chi si organizza, non per spirito di fazione, ma per non lasciare solo chi combatte una battaglia giusta. La solidarietà è un sentimento che si impara facendolo.
  • costruendo il nuovo nel vecchio. Le cooperative, le comunità dove si vive insieme rispettando la natura, le economie che non cercano il profitto ad ogni costo. Sono queste le piccole luci nel buio del presente. Sono fatti, non parole.

ARTICOLO DEL 14 GENNAIO 2026

Dal punto di vista della liberazione umana, a parere dei Disarmisti esigenti, è oggi estremamente rilevante, per significato simbolico universale, la lotta iraniana: è sperabile che abbia seriamente la potenzialità di liberare l'Islam*, una delle grandi religioni mondiali, da concezioni che portano all'oppressione delle donne, entità sociale costituente la "metà del cielo" (mettendo in conto l'altra metà maschile).

(* Si sta parlando segnatamente dell'Islam sciita, che al momento, tra le varie religioni è quella che, a occhio e croce, può attirarsi più critiche di pesantezza patriarcale dal punto di vista del femminismo "storico". Dal punto di vista dei nuovi transfemminismi intersezionali la ricognizione è tutta da compiere. Ma rischiamo appunto di camminare su un terreno minato di identità ideologiche settarie, separanti la politica dal dialogo con le moltitudini popolari).

Questa lotta è forse più importante, oggi, per questo aspetto "simbolico", rispetto alla causa palestinese, che ha quasi monopolizzato le piazze occidentali. La quale resterà sempre valida, ma nell'immediato pagherà proprio l'egemonia che gli stessi media mainstream attribuiscono al proxy iraniano Hamas. La sovraesposizione mediatica di questa "resistenza" e di questo ruolo egemone riafferma il tribalismo su basi, appunto, di fondamentalismo religioso.

Oggi l'urgenza dei massacri cui assistiamo nelle strade di Teheran deve condurci a considerare tra le massime priorità la mobilitazione per la causa iraniana, che è quasi immediatamente causa di liberazione umana. Detto da chi esorta a non correre dietro le notizie e ad occuparsi invece delle "non notizie"!

Il nostro non è un invito a stare con le mani in mano. È, piuttosto, la scelta di un'azione più attenta, più consapevole, che non confonde il movimento con il fare e il fare con il senso.

Possiamo sostenere organizzazioni umanitarie che forniscono aiuto ai rifugiati iraniani o ai familiari delle vittime della repressione. Se possibile, possiamo offrire ospitalità o sostegno ai rifugiati che fuggono dalla persecuzione. Possiamo diffondere informazioni sulla situazione in Iran e sui diritti umani, e sollecitare il governo a prendere posizione. Possiamo premere sul nostri governo affinché sostenga la risoluzione delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani in Iran.

Un ipotizzabile intervento di polizia internazionale, al posto di blitz militari unilaterali, può essere autorizzato solo dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, in base al Capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite. Il movimento Donna Vita Libertà o il popolo iraniano dovrebbero richiedere ufficialmente un tale intervento: noi dovremmo guardare a tale richiesta con atteggiamento favorevole. Di fronte a una repressione così brutale e sanguinosa la comunità internazionale avrebbe il dovere di ricorrere agli strumenti messi a sua disposizione dalla Carta dell'ONU come extrema ratio.

Raniero La Valle parla oggi, 14 gennaio, su IL FATTO QUOTIDIANO, di promuovere la resistenza nonviolenta e l'unità umana, ma questi valori non vanno promossi a senso unico contro il solo impero americano: la loro attuazione pratica deve guardare ad una alternativa globale costruttiva, ecologista e femminista, rispetto al sistema della potenza e del profitto illimitati. Bisogna togliere la terra sotto I piedi alle dinamiche che producono e nutrono le oligarchie finanziarie, digitali e militari.

Se comunque si ha a cuore il "prima le persone, prima l'Umanità, prima la Terra", è scontato che la nostra prima preoccupazione politica deve essere rivolta alla neutralizzazione di quel genocidio programmato che è la deterrenza nucleare. La caduta della teocrazia iraniana deve significare la fine dei programmi nucleari, nella consapevolezza che le tecnologie civili in questo campo hanno sbocco e significato militari. Ricordiamo che esiste da tempo una proposta in ambito TNP per creare in Medio Oriente una Zona libera da armi nucleari.

Premesso ciò, tutte le considerazioni che seguono assumono una luce speciale, realistica e "poietica".

L'alternativa come vita quotidiana

Non serve alzare la voce o agitare bandiere per dire che questo mondo non va. L'alternativa vera, quella che conta, somiglia a certi gesti semplici che si fanno al mattino: è una solidarietà che non aspetta il permesso di nessuno. Bisogna proporre cose che si possano toccare con mano, che abbiano il calore delle cose giuste. Un modo di vivere che rispetti la terra e l'uomo, non per ideologia, ma per una forma di elementare onestà verso la vita. La giustizia sociale non è un concetto astratto; è il pane spezzato insieme, è non sentirsi soli di fronte al bisogno.

La forza della Terra e della donna

C'è una verità profonda nel movimento delle donne e nel rispetto per la natura, una verità che precede la politica. L'ecologismo e il femminismo non sono "temi", sono la sostanza stessa della nostra sopravvivenza. La donna che si libera in Iran, o in qualunque altro angolo della terra, non sta solo rivendicando un diritto: sta restituendo all'umanità la sua interezza. È come il ritorno alla campagna, il rispetto per il ciclo delle stagioni: è un atto di resistenza contro un mondo che vorrebbe tutto meccanico, tutto calcolato. Senza queste due forze, ogni rivoluzione è solo un cambio di padrone.

Disarmare la potenza

Bisogna togliere la terra sotto i piedi a chi crede che il mondo sia una proprietà privata o un campo di battaglia. Le oligarchie, i poteri che decidono sopra le nostre teste, si nutrono della nostra rassegnazione. Smantellare queste strutture non significa fare un colpo di mano, ma smettere di alimentarle, con la nostra obbedienza, con i nostri consumi e le nostre paure. Occorre tornare a una dimensione umana, dove la democrazia sia partecipazione vera, come nelle vecchie sezioni o nelle discussioni al bar, dove ogni voce ha il suo peso perché dietro c'è un essere umano, non un algoritmo o un capitale.

Le azioni dell'"amico della Giustizia"

Per cambiare davvero, bisogna partire dal basso, con la pazienza di chi coltiva un orto:

  • insegnando ai giovani non solo i mestieri, ma il valore del limite e la bellezza dei diritti. Una sensibilità che nasca dall'osservazione del mondo, non dai libri di propaganda.
  • stando vicini a chi si organizza, non per spirito di fazione, ma per non lasciare solo chi combatte una battaglia giusta. La solidarietà è un sentimento che si impara facendolo.
  • costruendo il nuovo nel vecchio. Le cooperative, le comunità dove si vive insieme rispettando la natura, le economie che non cercano il profitto ad ogni costo. Sono queste le piccole luci nel buio del presente. Sono fatti, non parole.

"Ciò che conta è la fedeltà a se stessi e a quella scintilla di bene e di vita che ognuno si porta dentro. Se ci uniamo in questa fedeltà, il mondo, quasi senza accorgersene, inizierà a cambiare." (Carlo Cassola)

DA PARTE DI TRANSFORM ITALIA

14/01/2026

Appello di Rete Italiana Pace e Disarmo, Stop Rearm Europe-Italia, AOI, Sbilanciamoci.

Migliaia di ragazzi e ragazze, studenti e studentesse universitarie stanno da giorni in piazza a fianco di lavoratrici e lavoratori organizzati che protestano contro il carovita e contro un sistema politico che, da decenni, reprime il dissenso.
È una mobilitazione di popolo, nonviolenta, che è in continuità con il movimento Donna Vita Libertà e reclama un profondo cambiamento di giustizia sociale e democrazia. Siamo con chi resiste, con chi non si piega, con chi rischia tutto per i diritti e la democrazia.
No alla repressione del regime, che sta causando migliaia di morti e di arresti.
No a ogni intervento imperialista e coloniale. Nessun re del mondo, basta guerre per il petrolio. Basta guerre e bombe "in nome della libertà".
Il futuro dell'Iran appartiene solo al suo popolo. Al fianco del popolo iraniano, scendiamo in piazza in ogni città, mobilitiamoci per fermare il massacro e per richiedere l'immediata liberazione di tutti i prigionieri politici.

Donna, Vita e Libertà: il tempo è adesso!

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14/01/2026Comunicato stampa – Per la libertà e la democrazia in Iran –Roma – La società civile italiana è chiamata a mobilitarsi in difesa dei valori universali di libertà e democrazia. Venerdì 16 gennaio, alle 16.00 in piazza del Campidoglio a Roma, si terrà una manifestazione promossa da Amnesty International e Woman Life Freedom for Peace and Justice, il movimento Donna Vita Libertà per sostenere il popolo iraniano. In Iran, uomini e donne stanno lottando pacificamente per i propri diritti fondamentali: libertà individuali, giustizia e democrazia e senza ogni forma di intervento militare straniero. Una mobilitazione per l' autodeterminazione di un popolo pacifico che la Repubblica Islamica sta reprimendo con estrema violenza, attraverso arresti arbitrari, torture e uccisioni nelle strade del Paese. Una repressione che non può lasciare indifferente la comunità internazionale. Con questa manifestazione, Amnesty International e Woman Life Freedom for Peace and Justice, movimento Donna Vita Libertà, invitano cittadine e cittadini, associazioni, movimenti e chiunque abbia a cuore i diritti umani a prendere parte a un momento pubblico di testimonianza e solidarietà, per dare voce a chi oggi viene messo a tacere. Essere presenti significa affermare che la libertà non ha confini e che la difesa dei diritti umani è una responsabilità collettiva. Roma diventerà così, per un giorno, uno spazio di sostegno concreto al popolo iraniano e alla sua legittima richiesta di futuro, dignità e democrazia. Appuntamento: Piazza del Campidoglio, Roma Venerdì 16 gennaio ore 16.00

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14/01/2026 di Fabio Alberti

Sul Messaggero di oggi Romano Prodi racconta come, visitando l'Iran nel 1978, rientrò in Italia con la convinzione: che "una rivoluzione è inevitabile", considerando la diffusa avversione in tutti i settori sociali al regime dello Scià con cui ebbe a che fare.

Nel mio piccolo ebbi la stessa sensazione nel visitare il paese, dove restai con la mia famiglia quasi un mese, nel 1973. Con chiunque parlassi, l'ostilità verso "lo Scià e l'imperialismo americano" era potentissima. Successivamente mi capitò, nel 1977 o 1978, non ricordo con esattezza, di trovarmi a Parigi ad una festa a cui partecipavano esiliati politici ed oppositori del regime dello Scià, marxismo-leninismo e una versione radicalmente terzomondista dell'Islam si intrecciavano nei discorsi. Mi fu presentato un anziano signore vestito in abiti tradizionali (gli altri presenti errano in jeans e minigonne) e mi dissero che sarebbe tornato in Iran e lo Scià sarebbe caduto molto presto. Pensai in seguito che potesse essere Khomeini.

La rivoluzione del 1979, che abbatté la monarchia Pahlavi, non nacque da una cospirazione internazionale, come dissero i sostenitori dello Scià e come lesse gran parte della stampa, incapace di vedere il mondo al di fuori dello schema della guerra fredda. Non era stata organizzata a Mosca, nonostante il partito comunista iraniano, il Tudeh, fosse tra i protagonisti. Studi recenti hanno trovato che l'Unione Sovietica fu presa di sorpresa ed anche indecisa sul da farsi.

Con buona pace di coloro che vedono sempre solo macchinazioni geopolitiche dietro alle rivolte popolari, la rivoluzione del 1979 non fu un colpo di Stato per procura, ma una sollevazione di massa contro il regime che era stato installato, questo sì con un golpe, per diretto intervento dei servizi segreti britannici e statunitensi nel 1953, dopo che il primo ministro democraticamente eletto, Mohammad Mossadeq, aveva nazionalizzato la Anglo Persian Oil Company in un tentativo di garantire indipendenza e sviluppo economico al paese. La composizione sociale della sollevazione popolare fu la stessa di quella che oggi sembra essere all'origine dell'attuale sollevazione: dalla borghesia cittadina e i commercianti dei bazaar, agli studenti universitari, agli strati più poveri della popolazione.

Non una improvvisa eruzione orchestrata dall'estero, ma un evento politico che aveva avuto una lunga incubazione nel profondo della società e che reagiva a condizioni di vita decrescenti e alla durezza della repressione, che si fece negli anni sempre più stringente.

Nel 1957 fu costituita, con l'assistenza della CIA e dei servizi britannici e israeliani la famigerata Savak, polizia segreta che rapiva, torturava, uccideva in modo indiscriminato gli oppositori. Il regime dei Pahlavi fu, in quegli anni, tra i più duri tra i regimi che gli USA instauravano in giro per il mondo, dall'Indonesia, all'Iraq, alle Filippine, ecc.

L'8 settembre 1978, ricordato come il "venerdì nero", dopo aver dichiarato la legge marziale in risposta alle agitazioni popolari che duravano da anni, l'esercito dello Scia giustiziò sulle piazze centinaia di manifestanti, fornendo la miccia del processo che portò nel febbraio del 1979 alla caduta del regime.

Queste due cose dovrebbero essere ricordate oggi: la rivoluzione del '79 non fu una cospirazione oscurantista contro un sovrano modernista, ma una rivolta di popolo contro un monarca assoluto. Dovrebbero ricordarselo coloro che nei governi e nelle redazioni giornalistiche inneggiano al figlio del massacratore Pahlavi sul trono di Persia, il cui nome viene sventolato molto più dai media mainstream, imboccati dagli apparati informativi occidentali, che nelle piazze di Teheran.

Dovrebbero ricordarselo anche coloro che vedono nella rivolta iraniana null'altro che la proiezione di potenza del mai sopito imperialismo statunitense e di Israele negando agency alle popolazioni in lotta. Anche oggi, come allora, la rivolta è stata lungamente incubata nella società iraniana, coinvolge larghi strati della popolazione e si oppone ad un potere oppressivo che ha condannato alla povertà un paese.

Certo anche oggi potenze esterne approfitteranno della situazione. Ma non esiste nella storia una rivoluzione che non abbia usufruito anche di forme di appoggio esterno. I fatti politici, soprattutto in campo internazionale non sono mai "puliti", come spesso vengono dipinti a posteriori, ma comprendono sempre un certo grado di opacità.

Leggere quanto avviene in Iran con la lente degli equilibri e delle sfere di influenza impedisce di vedere le persone, che vengono nascoste dietro agli Stati o alle Nazioni.

Un militante dell'opposizione democratica ha coniato la felice definizione di "orientalismo alla rovescia" le titubanze di alcune sinistre a sostenere i popoli quando i loro governi si professano "antimperialisti". E' già avvenuto per la rivoluzione siriana lasciata anche dai movimenti in pasto ai Mig di Putin e alle milizie integraliste islamiche.

Il regime iraniano si è evoluto nel tempo dalla presa del potere degli apparati religiosi all'interno dello schieramento rivoluzionario grazie alla retorica religiosa e alla maggiore capacità organizzativa. Si è rafforzato durante la guerra con l'Iraq, introducendo la narrazione del martirio eroico e consolidato il potere militare ed economico delle guardie della rivoluzione. Poi la retorica dell'"asse della resistenza" permetteva di proiettare all'esterno le proprie contraddizioni, continuando ad opprimere il proprio popolo nel nome della liberazione di un altro. Scambio che dovrebbe essere inaccettabile per qualunque movimento di liberazione. Ed intanto evolvendo in un conglomerato politico-economico-militare che domina la società e ne blocca lo sviluppo e la libertà, ancorandola all'inutile impresa nucleare e estendendo il controllo sul corpo delle donne per assicurarsi il sostegno della parte più arretrata della società rurale. La grave situazione economica ha fornito alimento e benzina ad una rivolta che nasce dalla profonda perdita di legittimità del regime.

Certo ci sarebbe piaciuta di più una evoluzione democratica dello stato iraniano sotto la pressione popolare che ne salvaguardasse anche l'autonomia e l'indipendenza. Un l'indebolimento della concentrazione di potere economico dei cosiddetti Guardiani della Rivoluzione, la progressiva attenuazione della presa delle disposizioni pseudoreligiose ed una democratizzazione della società e dell'economia. Ma ciò non sta avvenendo a causa della storica resistenza dei poteri consolidati e conglomerati a perpetuare sé stessi.

Se questo regime, che gli oppositori chiamano fascismo islamico, cadrà sarà per decisione della popolazione e non di Trump, ma non ci si deve scandalizzare se, in una lotta che è mortale, accetterà gli aiuti che arriveranno .

Chiediamoci se saremo in grado di far arrivare potenti, determinati e convinti anche il nostro sostegno.

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Aut-arma-aut-humanitas: il contro-discorso di Natale dei Disarmisti che replicano a Mattarella

25.12.2025

Al contro-discorso che replica alle narrazioni istituzionali, oggetto di questa pagina web come esplicita replica a Mattarella, aggiungiamo, in questa vigilia di Natale 2025, una riflessione che nasce dal rifiuto della logica bellica.

Natale 2025: non c'è pace senza disarmo, non c'è memoria di lotta nonviolenta senza obiezione

In questi giorni in cui le luci delle feste provano a rischiarare un orizzonte oscurato dai fumi dei conflitti, il nostro augurio non può essere una semplice formalità. Per i Disarmisti Esigenti, il Natale è il momento per rinnovare una scelta di campo radicale: quella della nonviolenza attiva (noi diciamo "poietica") e dell'opposizione intransigente a ogni guerra e, soprattutto, alla sua preparazione. Il contrario di quanto ha predicato il presidente Mattarella con il suo discorso in cui ha proclamato necessario l'aumento delle spese militari.

Onorare i morti opponendosi alle armi

Mentre la retorica ufficiale spesso usa il sacrificio delle vittime delle guerre per giustificare nuovi armamenti, noi ribadiamo una verità scomoda ma necessaria: l'unico modo autentico per onorare la memoria delle persone uccise dai conflitti — di ieri e di oggi — è impedire che altre vite vengano spezzate domani.

Onorare i morti significa dire "Basta!" alla macchina bellica. Significa opporsi non solo alle esplosioni del presente, ma alla silenziosa e letale costruzione delle guerre future. Ogni arma prodotta oggi è una promessa di morte per domani; ogni investimento tecnologico in sistemi d'arma è un furto di futuro alle nuove generazioni.

Meno armi, più salute e ambiente pulito: una scelta per la nuova civiltà della "terrestrità"

La nostra battaglia è per la vita universale, qui ed ora. Non accettiamo che le risorse collettive vengano drenate dall'industria bellica mentre i servizi essenziali collassano e l'ecosistema, cui apparteniamo organicamente come specie animale, è stressato verso una catastrofe non solo climatica.

  • Chiediamo con forza di respingere i piani di riarmo NATO ed europei; quindi un taglio drastico del bilancio destinato alla Difesa in Italia. È inaccettabile che mentre si tagliano fondi alla conversione ecologica, sanità pubblica, all'assistenza ai più fragili e alla ricerca, la spesa per le armi continui a crescere in modo esponenziale.
  • Ogni euro sottratto a un cacciabombardiere o a un sistema missilistico deve essere devoluto alla sanità, all'istruzione, ai servizi pubblici e al risanamento ambientale. Questa è la vera sicurezza: una società che si prende cura dei suoi cittadini e della Natura, non una che si prepara a distruggere quelli altrui.

Italia: firma e ratifica il Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari (TPNW)

Il rischio nucleare non è mai stato così concreto. Per questo, il nostro impegno natalizio è un appello politico e morale: l'Italia deve uscire dall'ambiguità. Sosteniamo con determinazione la richiesta affinché il nostro Paese sottoscriva e ratifichi il Trattato ONU per la messa al bando delle armi nucleari. Non può esserci pace sotto l'ombrello di ordigni capaci di annientare l'umanità. La deterrenza è un inganno, il disarmo atomico è l'unica via di scampo.

Per una difesa civile, non armata e nonviolenta

La difesa della Patria non deve più essere sinonimo di militarismo. Lavoriamo instancabilmente per l'istituzione seria di una Difesa Civile, Non Armata e Nonviolenta (DCNAN). Vogliamo un'istituzione che formi i cittadini alla risoluzione nonviolenta dei conflitti, alla protezione del territorio e alla solidarietà internazionale, offrendo un'alternativa concreta al modello gerarchico e distruttivo delle caserme.

Per la conversione ecologica e la terrestrità

La conversione ecologica per i disarmisti esigenti non è solo il passaggio alle energie rinnovabili, ma una ristrutturazione radicale dell'economia e dell'industria. Denunciamo il fatto che le forze armate globali sono tra i maggiori emettitori di CO2 e inquinatori del suolo, spesso esentati dagli accordi internazionali sul clima (come quelli di Parigi). Proponiamo, al contrario, di trasformare le fabbriche di armamenti in centri di produzione per tecnologie civili e sostenibili (es. mobilità elettrica, dispositivi medici, infrastrutture per il ripristino ambientale).

Il nostro concetto di "terrestrità" (spesso associato al pensiero di Carlo Cassola e Edgar Morin) sposta l'accento dai confini nazionali all'appartenenza biologica comune.

  • La terrestrità contesta la deterrenza perché quest'ultima divide l'umanità in "amici" e "nemici". Per i disarmisti, i veri nemici sono le minacce globali (diseguaglianze sociali, fame, pandemie, collasso climatico, siccità) che non si fermano davanti agli eserciti.
  • Il "sacro dovere di difesa" (Art. 52) viene reinterpretato come difesa della "Madre Comune, la "Terra Matria". La sovranità non appartiene più allo Stato-Nazione armato, ma alla comunità terrestre che deve cooperare per non estinguersi.
  • Riconoscere che siamo tutti "terrestri" significa accettare la nostra reciproca dipendenza, rendendo la minaccia nucleare o bellica un atto di "umanicidio" (suicidio della specie).

L'augurio dei Disarmisti Esigenti

Il nostro Natale è un atto di resistenza. È la volontà di restare umani in un mondo che si arma fino ai denti. Auguriamo a tutte e tutti di trovare la forza di obiettare, di disarmare i propri pensieri e di unirsi a noi in questa marcia esigente verso un mondo senza eserciti, dove la sola guerra ammessa sia quella contro la povertà, la malattia, l'inquinamento e l'ingiustizia.

Buon Natale di Pace e di Disarmo.

I Disarmisti Esigenti - www.disarmistiesigenti.org -- cell. 340-0736871

COMUNICATO STAMPA (21-12-2025)

https://comunicazione-nonviolenta.webnode.it/l/aut-arma-aut-humanitas/

con preghiera di pubblicazione su testate giornalistiche, siti web e blog

Nell'occasione ricordiamo il tema del "giornalismo di pace" che verrà affrontato oggi, domenica 21 dicembre, in un webinar, dalle ore 18:00 alle ore 20:30: come tale pratica può trovare una collaborazione e una integrazione con la "comunicazione nonviolenta"?

Link per partecipare:

https://us06web.zoom.us/j/89184728319?pwd=3nmj7ek4bfoliaZ3fIxeGr54ICzUjb.1

OGGETTO: Contro-discorso di Natale. I Disarmisti Esigenti rispondono al Presidente Mattarella: "La 'deterrenza', genocidio programmato*, è l'inganno che prepara la fine del mondo".

21 Dicembre 2025 – I Disarmisti Esigenti, in risposta al discorso pronunciato dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione degli auguri alle Alte Cariche dello Stato, rilasciano la seguente nota e il loro "Contro-discorso di Natale", scritto adottando lo spirito e il rigore civile di Carlo Cassola, il fondatore della Lega per il disarmo, organizzazione alla base del nostro progetto, per il quale la sopravvivenza del genere umano, nella pace con la Natura, era l'unico vero imperativo morale. Ricordiamo altresì che all'origine del nostro progetto di rete di gruppi di base c'è l'appello di Stéphane Hessel ad "esigere" subito il disarmo nucleare totale. Per questo collaboriamo con la Campagna ICAN (premio Nobel per la pace per il contributo dato al Trattato di proibizione delle armi nucleari) di cui siamo tra i membri italiani.

La nota politica

Il Presidente Mattarella ha affermato che la spesa militare è "necessaria" e che la pace si fonda sulla "deterrenza". Noi rispondiamo che queste parole rappresentano una resa culturale e un tradimento dello spirito della Costituzione, specialmente se giustificano la partecipazione dell'Italia al "nuclear sharing" della NATO**. Definire "necessaria" la corsa agli armamenti, includente persino la modernizzazione nucleare**, significa accettare la logica della guerra come ineluttabile. La "difesa comune europea" citata dal Colle non è altro che un nuovo blocco militare che sottrae risorse alla vita per darle alla morte. La vera deterrenza è il disarmo che prepara la pace attraverso un percorso di pace.

Denunciamo inoltre come questo approccio calpesti il senso cristiano del Natale. L'annuncio della "pace in terra agli uomini di buona volontà" viene svuotato di ogni significato se sostituito dalla fiducia nelle testate atomiche e negli eserciti che marciano sotto la loro ombra. Non può esserci "buona volontà" là dove si teorizza il genocidio programmato* come strumento di equilibrio internazionale.

Il Contro-discorso

"C'è un'aria stanca in queste stanze dorate del Quirinale. Si scambiano auguri mentre fuori, nelle officine della Storia del sistema della potenza e del profitto, si preparano gli ordigni che spazzeranno via tutto. Il Presidente Mattarella ha parlato di difesa, di sicurezza, di deterrenza. Sono parole vecchie, parole che sanno di polvere e di retorica ottocentesca, del tutto inadeguate al tempo dell'atomo.

In questi giorni in cui si dovrebbe celebrare la venuta della Luce, le istituzioni scelgono di celebrare l'ombra del militarismo. Dov'è finito l'annuncio della pace agli uomini di buona volontà? È stato sacrificato sull'altare della ragion di Stato. Si parla di pace, ma si preparano le macchine per distruggerla. È una violazione profonda, oltre che dello spirito della nostra Costituzione pacifista che ripudia la guerra, del messaggio natalizio, ridotto a rito esteriore mentre la sostanza è l'apologia delle armi.

Noi, gente comune, guardiamo i volti di questi uomini delle istituzioni. Sembrano non capire che la politica, se non è salvaguardia della vita, è solo una recita inutile. Parlano di 'spesa poco popolare ma necessaria'. Ma cosa c'è di necessario nel costruire strumenti che hanno come unico scopo la distruzione dell'uomo? È una contraddizione in termini che solo la cecità del potere può accettare.

La pace di cui parla il Presidente è una pace armata, cioè una pace finta. È la tregua dei carnefici. La vera pace non ha bisogno di armi per affermarsi, meno che mai di armi "atomiche"; ha bisogno della rimozione delle armi. Se vogliamo che l'umanità abbia un domani, dobbiamo avere il coraggio di essere 'unilaterali'. Bisogna smettere di armarsi, semplicemente. Non per strategia, ma per amore della realtà e per rispetto etico della Vita.

Diceva un tempo un vecchio scrittore che la Vita è la sola cosa che conti. Nel Palazzo, tra i velluti di Roma, si è celebrata invece la logica della forza travestita da diritto. Ma il diritto che ha bisogno dei missili per farsi valere non è diritto: è sopraffazione.

Questo Natale non porti nuove testate 'atomiche', gli euromissili che tornano, nuove navi da guerra o scudi spaziali. Porti la vergogna per la nostra incapacità di pensare il mondo senza il conflitto. La sicurezza europea è un'illusione se il mondo intero trema sotto il peso di arsenali sempre più sofisticati.

Noi disarmisti nonviolenti non chiediamo molto. Chiediamo solo che la politica torni a essere umana. Che si smetta di mentire dicendo che le armi servono alla pace. Le armi servono solo alla guerra. E la guerra, oggi, è la fine della Storia. Bisogna scegliere: o le armi, o l'Umanità. Tertium non datur."

Per i Disarmisti Esigenti Alfonso Navarra Cell. 340-0736871 Sito web: www.disarmistiesigenti.org

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*Nota: la deterrenza è un genocidio programmato

Per i Disarmisti Esigenti, e per Carlo Cassola, al pari di Stéphane Hessel, loro fonte ispiratrice, la "deterrenza" non è una strategia politica, ma un crimine già in atto. Ecco la spiegazione essenziale del concetto, a partire dalla constatazione che l'intenzione è già atto. Se io tengo una pistola puntata alla tempia di un uomo dicendo che serve a non farlo muovere, io sto già compiendo un atto di violenza. La deterrenza nucleare si basa sulla "minaccia credibile" di distruggere milioni di civili. Programmare questa distruzione, preparare i piani d'attacco e tenere i missili pronti al lancio significa aver già accettato il genocidio come opzione possibile. Moralmente, il genocidio è già avvenuto nella mente di chi lo pianifica. In secondo luogo viene perpetrato un furto di vita. La spesa per la deterrenza sottrae risorse vitali (scuole, ospedali, tutela della natura) per destinarle a macchine di morte. Questo è un genocidio "lento" e silenzioso: si lascia morire chi potrebbe essere salvato oggi per mantenere la capacità di uccidere tutti domani. Come terzo punto, la deterrenza sposta la decisione dalla coscienza umana alla velocità della macchina. Nel tempo dell'atomo, non c'è spazio per il dubbio o per la pietà. Definirla "genocidio programmato" significa riconoscere che abbiamo affidato la sopravvivenza della specie a un algoritmo di sterminio reciproco. La deterrenza, a conti fatti, non "evita" la guerra; essa istituzionalizza lo sterminio di massa. Chiamarla con il suo nome — genocidio — è il primo atto di onestà intellettuale che un uomo libero deve compiere contro la retorica del potere.

**Nota: la logica della deterrenza, in particolare quella nucleare, "genocidio programmato", non è conciliabile con una Costituzione che ripudia la guerra

Ecco i principali argomenti che i disarmisti esigenti potrebbero utilizzare per contestare la visione presidenziale, con particolare attenzione all'incostituzionalità del coinvolgimento nucleare.

1. Il significato semantico di "ripudio" (Art. 11 Cost.)

Il primo argomento riguarda la forza del verbo scelto dai padri costituenti.

  • L'Articolo 11 non dice che l'Italia "evita" la guerra, ma che la ripudia. Il ripudio è un atto morale e giuridico definitivo che esclude la guerra come strumento di offesa e come mezzo di risoluzione delle controversie.
  • La deterrenza si basa sulla minaccia credibile dell'uso della forza. Secondo i disarmisti, mantenere un apparato bellico pronto a colpire per "scoraggiare" l'avversario significa mantenere la guerra nel proprio orizzonte logico e operativo, tradendo il concetto di ripudio totale.

2. L'incostituzionalità del deterrente nucleare (nuclear sharing)

L'integrazione dell'Italia nel sistema di deterrenza nucleare della NATO rappresenta, per i disarmisti, il punto di massima rottura con la Carta Costituzionale.

  • L'Italia ospita testate nucleari statunitensi (programma di nuclear sharing) e addestra i propri piloti all'uso di tali ordigni. I disarmisti contestano al Presidente che tale cooperazione è incompatibile con l'Articolo 11.
  • Se la Costituzione ammette limitazioni di sovranità per assicurare "la pace e la giustizia", l'arma nucleare è per definizione ingiusta e indiscriminata. Essa colpisce popolazioni civili e l'ambiente in modo irreversibile, rendendo impossibile qualsiasi distinzione tra difesa e sterminio.
  • La deterrenza nucleare viene vista come una violazione dello spirito del Trattato di Non Proliferazione (TNP) e del recente Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari (TPNW), che l'Italia non ha firmato proprio per restare sotto "l'ombrello nucleare" alleato.

3. Il paradosso della "pace armata"

I disarmisti contestano la logica secondo cui "per avere la pace bisogna preparare la guerra" (Si vis pacem, para bellum).

  • La deterrenza innesca il cosiddetto "dilemma della sicurezza": se l'Italia si arma per difendersi, i vicini o i competitori faranno lo stesso, aumentando la tensione globale anziché ridurla.
  • La difesa della patria (Art. 52) non dovrebbe coincidere necessariamente con la difesa militare. I disarmisti propongono la "Difesa Popolare Nonviolenta" come unica forma di protezione coerente con il ripudio della guerra.

4. La delega di sovranità e l'organizzazione internazionale

  • Molti critici sostengono che l'attuale sistema di deterrenza non operi per "limitare la sovranità verso la pace", ma per rafforzare blocchi militari contrapposti. I disarmisti condividono queste critiche.
  • La deterrenza nucleare è vista come il massimo tradimento della sovranità popolare, poiché delega a centri di potere esterni (i vertici NATO o il comando USA) decisioni che potrebbero portare all'annientamento della nazione stessa.

5. Priorità di spesa e diritti Sociali

  • Finanziare la deterrenza (nuovi caccia F-35 atti al trasporto nucleare, sottomarini, sistemi d'arma) sottrae risorse ai diritti fondamentali che la Costituzione garantisce (salute, istruzione, lavoro).
  • Il Presidente, come garante della Costituzione nella sua interezza, dovrebbe tutelare il "benessere sociale" prima della "potenza militare". La deterrenza viene vista come un furto ai danni della sicurezza sociale dei cittadini.

6. La funzione della difesa (Art. 52 Cost.)

Sebbene la difesa della Patria sia definita "sacro dovere del cittadino", i disarmisti contestano l'interpretazione militarista di questo articolo.

  • La Patria si difende tutelando il territorio e la solidarietà, non accumulando armi che, se usate (specialmente quelle nucleari), distruggerebbero la nazione stessa in un conflitto globale.

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La "generazione Z" insorge e vince in Asia: una sfida per il giornalismo di pace - 22 dicembre 2026

https://comunicazione-nonviolenta.webnode.it/l/generazione-z-vince-in-asia

Alcuni analisti la definiscono la "Primavera della Generazione Z" in Asia. Tra il 2024 e il 2025, diversi governi considerati autoritari o corrotti sono caduti o sono stati costretti a riforme radicali grazie a mobilitazioni di massa guidate quasi esclusivamente da giovanissimi (studenti universitari e liceali).
I media qui in Italia (e in generale in Europa) le ignorano totalmente e stiamo parlando non solo dei mainstream ma anche di quelli che si presentano come alternativi. Qualche riga la possiamo leggere sul magazine "Internazionale".

Stiamo parlando, si badi bene, di mobilitazioni nonviolente vincenti, di carattere indipendente e autogestito, a differenza di sedicenti "resistenze" armate pagate e teleguidate da potenze straniere e del tutto inconcludenti, anzi controproducenti sul piano pratico, benché sotto la debordante luce dei riflettori. I massacri collegati non sono l'ultimo motivo perché, ad esempio, il genocidio in Sudan, oggi molto più grave di altri in corso, è del tutto trascurato. "Resistenze" che, oltretutto, non potrebbero essere definite tali ai sensi dei diritto internazionale, perché le leggi ONU non accettano la "giusta causa" come giustificazione per i crimini di guerra.

Scommettiamo che gran parte degli attivisti che si ritengono informati non hanno la minima idea su quali Paesi sono protagonisti degli avvenimenti di ribellione civile cui stiamo accennando.
Ricordiamo altresì, per giudicare i soggetti opzionanti la lotta armata (valutare il sostegno politico è un obbligo per chi fa politica), che è sempre obbligatorio distinguere tra combattenti e civili. Gli attacchi diretti contro i civili sono crimini di guerra.
E ricordiamo ancora che la presa di ostaggi è esplicitamente proibita dall'Articolo 34 della Quarta Convenzione di Ginevra e dall'Articolo 75 del Primo Protocollo. È considerata una "grave violazione" e un crimine di guerra sotto lo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale. Un Che Guevara non si sarebbe mai sognato di rapire un bambino puntandogli la pistola alla tempia...
Noi abbiamo discusso il 21 dicembre di "GIORNALISMO DI PACE E COMUNICAZIONE NONVIOLENTA" nel webinar organizzato dai DISARMISTI ESIGENTI.
La moderazione è stata di Daniele Barbi da Trier che ha parlato anche della protesta contro la reintroduzione della leva in Germania. Le relazioni di Alfonso Navarra e di Paola Russo (Presenze empatiche) sono state "spalmate" in rapporto alla introduzione di Giorgio Barazza (Centro Sereno Regis), che ha presentato il libro dello scomparso Nanni Salio.
Interventi che potete ascoltare, tra gli altri e tra le domande del pubblico: Giuseppe Paschetto, formatore nonviolento; Luigi Mosca (fisico nucleare, ICAN Francia); Giuseppe La Porta (Coordinamento Capitanata per la pace); Cosimo Forleo (Per la scuola della Repubblica); Patrizia Sterpetti (WILPF Italia).

Qui sotto, per una settimana, si può visionare e scaricare liberamente il video inviato come link di Google Drive

​ video1170466068.mp4​
Il nostro prossimo incontro, ad inizio gennaio, sarà comunque sulla forma dell'assedio permanente ai Palazzi del Potere (spesso in "modalità acampada"), seguito dalla capitolazione di un regime scosso dalle contraddizioni interne: al contrario della violazione una tantum della zona rossa, rappresenta l'atto finale e decisivo di una insurrezione pacifica vincente. Lo intitoleremo: l'esperienza di rivoluzioni nonviolente vincenti (statisticamente molto superiori in successi delle ribellioni armate). Un altro incontro sarà dedicato specificamente alla CNV di Rosemberg, spiegata da Paola Russo.

LA PRIMAVERA DELLA GENERAZIONE Z IN ASIA

Un fenomeno molto profondo, che alcuni analisti definiscono la "Primavera della Generazione Z" in Asia, ha avuto luogo tra il 2024 e il 2025, Diversi governi considerati autoritari o corrotti sono caduti o sono stati costretti a riforme radicali grazie a mobilitazioni guidate quasi esclusivamente da giovanissimi (studenti universitari e liceali).

Ecco i casi più significativi e recenti, con una menzione particolare, svolta a parte, sulla situazione molto calda in Corea del Sud.

1. Bangladesh: la "Rivoluzione Gen Z" (agosto 2024)

È stato il caso più eclatante. Quella che era iniziata come una protesta studentesca contro il sistema delle quote nei posti di lavoro pubblici si è trasformata in un movimento nazionale contro la premier Sheikh Hasina, al potere da 15 anni. Nonostante una repressione violentissima, la premier è fuggita dal paese il 5 agosto 2024. Oggi Il Paese è guidato da un governo ad interim presieduto dal premio Nobel Muhammad Yunus, scelto proprio dai leader studenteschi. Tuttavia, la situazione resta tesa: pochi giorni fa (dicembre 2025), la morte del giovane leader Sharif Osman Hadi ha scatenato nuove ondate di proteste.

2. Nepal: la caduta per il bando dei Social (settembre 2025)

In Nepal, la miccia è stata il tentativo del governo di limitare la libertà digitale (in particolare il bando di alcuni social media). Migliaia di giovani sono scesi in piazza a Kathmandu contro la corruzione e il nepotismo. Il primo ministro K. P. Sharma Oli si è dimesso il 9 settembre 2025 dopo che i manifestanti sono arrivati a occupare simbolicamente i tetti dei palazzi governativi.

3. Sri Lanka: Il precedente dell'Aragalaya

Sebbene iniziato nel 2022, il movimento "Aragalaya" ("Lotta") ha segnato la via. I giovani hanno cacciato la dinastia Rajapaksa a causa della crisi economica. Nel settembre 2024, le elezioni sono state vinte da Anura Kumara Dissanayake, un politico che ha basato la sua campagna proprio sulle istanze di rottura con il passato chieste dai giovani.

4. Altri focolai in corso

  • Indonesia: nell'agosto 2025, proteste studentesche di massa hanno bloccato i tentativi del Parlamento di modificare le leggi elettorali a favore delle élite e hanno contestato i privilegi economici dei parlamentari.
  • Timor-Est: recentemente (settembre 2025), proteste lampo di giovani hanno costretto il governo a cancellare acquisti di auto di lusso per i deputati e ad abolire pensioni vitalizie per i politici.

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L'assedio della democrazia: dalla legge marziale al processo per insurrezione in Corea del Sud

Oggi, 23 dicembre 2025, la Corea del Sud sta attraversando una fase cruciale di ricostituzione democratica, cercando di lasciarsi alle spalle il trauma del tentato colpo di Stato orchestrato dall'ex presidente Yoon Suk Yeol.

La notte del 3 dicembre 2024: il punto di rottura

La crisi di legittimità del governo è precipitata drasticamente nella notte del 3 dicembre 2024. In un atto senza precedenti negli ultimi 40 anni, il presidente Yoon ha dichiarato improvvisamente la legge marziale d'emergenza, giustificandola come misura necessaria contro presunte "attività anti-stato" dell'opposizione. In realtà, la mossa mirava a paralizzare il Parlamento e a bloccare le indagini per corruzione che coinvolgevano la sua famiglia e la First Lady, Kim Keon-hee.

L'assedio al Parlamento e la resistenza civile

La reazione popolare è stata immediata e decisiva. In una dimostrazione plastica di "assedio nonviolento", migliaia di cittadini si sono diretti verso l'Assemblea Nazionale di Seul, circondandola per proteggerla. Mentre i reparti speciali dell'esercito tentavano di penetrare nell'edificio calandosi dagli elicotteri, i manifestanti hanno formato barriere umane, permettendo ai deputati di entrare e votare all'unanimità l'annullamento del decreto. Questa pressione dal basso ha costretto i militari al ritiro dopo poche ore, segnando il fallimento tattico del golpe.

La rimozione e l'arresto (Aprile - Giugno 2025)

Dopo mesi di instabilità politica e proteste di massa, la Corte Costituzionale ha ratificato la mozione di impeachment, rimuovendo ufficialmente Yoon Suk Yeol dall'incarico il 4 aprile 2025. A seguito della perdita dell'immunità, l'ex presidente è stato arrestato con l'accusa di insurrezione e abuso di potere. Le elezioni anticipate tenutesi a giugno hanno sancito la vittoria di Lee Jae-myung (Partito Democratico), che ha assunto la guida del Paese con il mandato di riformare radicalmente le istituzioni.

Il quadro attuale: 23 dicembre 2025

A un anno esatto dal tentato golpe, l'atmosfera a Seul resta carica di tensione giudiziaria:

  • Tribunali Speciali: proprio oggi, 23 dicembre 2025, il Parlamento ha approvato l'istituzione di corti speciali per la ribellione, uno strumento necessario per processare celermente non solo Yoon, ma anche i vertici militari e i ministri che hanno collaborato all'esecuzione della legge marziale.
  • Le "Manifestazioni a lume di candela": le piazze non si sono svuotate, ma hanno cambiato obiettivo. Se nel 2019 i giovani protestavano contro i privilegi della casta (scandalo Cho Kuk), oggi i Candlelight Rallies chiedono la massima severità della pena per il reato di insurrezione, inclusa l'ipotesi dell'ergastolo, per garantire che nessun leader futuro possa tentare nuovamente di sovvertire l'ordine costituzionale.
  • Riforma dello Stato: Ii governo Lee sta procedendo allo smantellamento del sistema di potere burocratico-giudiziario che per decenni ha protetto le élite conservatrici, cercando di rispondere alla domanda di trasparenza che accomuna la "Generazione Z" e le generazioni più anziane che hanno vissuto la dittatura.

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Caratteristiche comuni di queste rivoluzioni

Questi movimenti condividono tratti unici che li distinguono dalle rivoluzioni del passato:

L'uso di icone della cultura pop (es. la bandiera dei pirati di One Piece in Indonesia e Nepal) come simboli di libertà.
Organizzazione ultra-rapida via TikTok, Discord e Telegram per aggirare la censura.
Spesso i giovani rifiutano anche i vecchi partiti di opposizione, chiedendo un ricambio generazionale completo.
Non c'è un unico leader carismatico "vecchio stile", rendendo difficile per i governi fermare il movimento arrestando singole persone.

Nota di cautela: Sebbene queste rivoluzioni abbiano rimosso leader corrotti, la sfida successiva (la transizione verso democrazie stabili) si sta rivelando difficile in molti di questi Paesi, con forti pressioni da parte dei militari o instabilità economica persistente.

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In questa ondata di rivoluzioni asiatiche tra il 2024 e il 2025, l'occupazione simbolica e fisica dei palazzi del potere ha sostituito la classica guerriglia di strada o lo scontro per superare barriere fisiche sorvegliate da gendarmi ("zone rosse" da violare) come atto finale e decisivo.

Non si tratta solo di una tattica logistica, ma di un preciso meccanismo psicologico e comunicativo. Ecco perché l'assedio ai palazzi è diventato la forma fondamentale di queste vittorie:

1. Il crollo dell'invulnerabilità

In regimi autoritari o corrotti, il palazzo (sia esso la residenza del Premier o il Parlamento) rappresenta l'invulnerabilità dell'élite.

  • Bangladesh (agosto 2024): quando migliaia di studenti hanno fatto irruzione nel "Ganabhaban" (la residenza di Sheikh Hasina), le immagini di ragazzi comuni che si sedevano sui divani della premier o mangiavano nelle sue cucine hanno distrutto istantaneamente l'aura di potere del regime.
  • Nepal (settembre 2025): L'immagine dei manifestanti sui tetti del Singa Durbar a Kathmandu ha segnalato che le forze dell'ordine non erano più disposte a sparare per proteggere le mura, rendendo il governo politicamente nudo.

2. Dalla "violazione" alla "riappropriazione"

A differenza delle rivolte del passato, dove superare una "zona rossa" era un atto di guerra, per la Gen Z asiatica è un atto di "pulizia" o riappropriazione.

  • In Nepal e Sri Lanka, dopo l'occupazione, molti gruppi di giovani sono stati visti pulire le strade e i giardini dei palazzi occupati.
  • Questo trasmette un messaggio potente: "Noi non siamo qui per distruggere lo Stato, ma per riprenderci ciò che è nostro e che voi avete sporcato con la corruzione".

3. La paralisi dei difensori (l'effetto "Jiu-jitsu")

L'assedio di massa mette le forze di sicurezza davanti a un dilemma impossibile. Se i manifestanti sono migliaia, giovani e disarmati, l'uso della forza letale davanti ai palazzi governativi (ripreso in diretta streaming) potrebbe produrre un martirio tale da provocare la rivolta immediata anche dell'esercito. E' così accaduto che in Bangladesh e Nepal, l'esercito ha scelto di non sparare sulla folla che assediava i palazzi, costringendo i leader alle dimissioni o alla fuga.

4. Il Palazzo come "set" per i Social

Queste rivoluzioni sono pensate per essere trasmesse. Un'immagine su TikTok di un ragazzo con la bandiera di One Piece davanti al portone del potere vale più di mille scontri con la polizia. L'assedio trasforma il luogo fisico in un palcoscenico globale, dove il governo perde la battaglia della narrazione prima ancora di quella militare.

In sintesi: Tabella delle differenze strategiche

Caratteristica vecchia è sfondare le linee di polizia; nuova: occupare il simbolo della nazione.

Metodo vecchio è la violenza tattica (molotov, pietre); nuovo: la non collaborazione generale e la pressione numerica sotto i palazzi del Potere. Il risultato è il logoramento a lungo termine dei regimi. Il crollo psicologico immediato dei leader è immediato.

Il simbolismo vecchio è la barricata (divisione); quello nuovo è sedersi sul divano del Premier (riappropriazione)

Un punto di riflessione: questa strategia è "vincente" nel far cadere i governi, ma è sufficiente per costruirne di nuovi? L'occupazione di un palazzo è un atto istantaneo, mentre la riforma delle istituzioni richiede tempi lunghi che spesso i giovani, una volta tornati a casa, faticano a perseguire e monitorare.

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No al debito per la guerra, sì agli eurobond per la "pace-verde" - 20 dicembre 2025

https://comunicazione-nonviolenta.webnode.it/l/no-sanzioni-debito-per-pace-verde/

Comunicato stampa dei Disarmisti esigenti - www.disarmistiesigenti.org - info 340-0736872 coordinamentodisarmisti@gmail.com

con preghiera di pubblicazione su testate giornalistiche, siti, blog

Vertice UE del 19* dicembre: l'Europa sceglie il debito comune per la guerra invece che per la pace "verde". Serve una svolta diplomatica per compromessi veri, la cessazione di sanzioni controproducenti alla Russia, non nuovi muri finanziari. (*la decisione è stata presa alle 3 della mattina)

Bruxelles/Roma, 19 Dicembre 2025 – Le decisioni emerse dall'ultimo Consiglio Europeo confermano una direzione preoccupante: l'Unione Europea continua a istituzionalizzare il conflitto, impegnando il futuro delle prossime generazioni attraverso 90 miliardi di euro di debito comune destinati a prolungare lo scontro in Ucraina.

I Disarmisti esigenti, impegnati a costruirsi quale polo attrattivo antimilitarista e nonviolento del movimento per la pace, esprimono ferma contrarietà a questa strategia per le seguenti ragioni:

- È paradossale che lo strumento del debito comune, nato con il NextGenerationEU per la transizione ecologica e la coesione sociale, venga ora piegato a logiche di assistenza militare e finanziamento a fondo perduto per un conflitto senza fine. Stiamo ipotecando il futuro dei giovani europei per alimentare una contraffazione della difesa comune che ignora la via diplomatica.

- Sebbene l'accantonamento dell'uso degli asset russi eviti per ora un collasso del diritto internazionale, il continuo lavoro verso nuove restrizioni e il mantenimento del regime sanzionatorio rappresentano un ostacolo insormontabile per la costruzione di un tavolo negoziale. Le sanzioni non hanno fermato le ostilità, ma hanno cementato la divisione del continente ed impoverito i popoli europei.

- Il "successo" rivendicato dai governi italiano, francese e belga è puramente tecnico. Evitare il ricorso agli asset russi solo per sostituirlo con debito pubblico non è un passo verso la pace, ma solo un cambio di bilancio per evitare problemi giuridici ed economici. Chiediamo che il governo italiano si faccia promotore di una "Conferenza di Pace di Helsinki II" anziché limitarsi a negoziare le clausole di un prestito bellico.

Ogni miliardo stanziato per l'assistenza multidimensionale (che spesso nasconde nuovi invii di armi) è un miliardo sottratto alla diplomazia e alla ricostruzione civile sotto l'egida dell'ONU.

I Disarmisti esigenti chiedono formalmente:

  1. La sospensione immediata dell'escalation sanzionatoria come gesto di buona volontà per riaprire i canali di comunicazione con Mosca. Le sanzioni dovrebbero essere proprio tolte!
  2. Che una quota parte dei fondi stanziati dal debito comune sia vincolata esclusivamente a iniziative di mediazione internazionale e al sostegno dei movimenti pacifisti e nonviolenti in entrambi i paesi coinvolti formalmente dal conflitto bellico. (Vedi le richieste collegate alla Campagna Object war).
  3. La cessazione dell'invio di armamenti, in linea con i sentimenti della maggioranza dei cittadini europei che chiedono sicurezza attraverso il dialogo e non attraverso la deterrenza nucleare e le guerre portate avanti per procura.

In coerenza con quanto espresso, aderiamo e sosteniamo gli obiettivi della campagna internazionale "Object War", promossa dalla War Resisters' International (WRI) e da una rete di organizzazioni pacifiste europee. Chiediamo che l'Unione Europea, parallelamente alle discussioni sui prestiti finanziari, agisca concretamente per:

  • Garantire asilo politico e protezione immediata a tutti i disertori, obiettori di coscienza e attivisti che rifiutano di partecipare alla guerra, sia in Russia che in Ucraina e Bielorussia.
  • Esigere che tutti i paesi coinvolti nel conflitto rispettino il diritto fondamentale all'obiezione di coscienza al servizio militare, come sancito dalle convenzioni internazionali sui diritti umani.
  • Destinare risorse non alla fornitura di armi, ma alla tutela di chi, con la propria scelta di non uccidere, riconosciuta dal diritto internazionale, rappresenta il primo vero ostacolo alla logica del conflitto permanente.

La pace non si compra a debito, si costruisce con il coraggio politico di sedersi al tavolo delle trattative. E noi la perseguiamo e spingiamo dal basso facendo ricorso, con l'intelligenza e con il cuore, ai metodi della lotta nonviolenta!

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Nell'occasione ricordiamo il tema del "giornalismo di pace" che verrà affrontato domenica 21 dicembre in un webinar, dalle ore 18:00 alle ore 20:30: come tale pratica può trovare una collaborazione e una integrazione con la "comunicazione nonviolenta"?Link per partecipare: https://us06web.zoom.us/j/89184728319?pwd=3nmj7ek4bfoliaZ3fIxeGr54ICzUjb.1 -

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Giornalismo di pace con la non-notizia-sui-sionismi plurimi - 19 dicembre 2026

IL GIORNALISMO PER LA PACE, L'IMPORTANZA DELLE NON NOTIZIE, IL LEGAME PROFONDO CON LA COMUNICAZIONE NONVIOLENTA.

UN ESEMPIO CHE SEGNALIAMO SU PRESSENZA

Il giornalismo di pace, nell'ottica dei Disarmisti Esigenti, ispirato dalle teorizzazioni di Johan Galtung, riprese in Italia, tra gli altri, da Giovanni Salio, non è una semplice cronaca dei fatti, ma un atto di resistenza intellettuale che applica la "nonviolenza poietica" al racconto della realtà. Se il giornalismo di guerra convenzionale tende a polarizzare, a disumanizzare l'avversario e a concentrarsi esclusivamente sulla vittoria militare, il giornalismo di pace opera una decostruzione sistematica della propaganda in tempo reale, cercando le radici del conflitto sotto la superficie degli eventi bellici.

La nonviolenza poietica

La "nonviolenza poietica" che, come concetto, abbiamo lanciato e approfondito al Festival di Comiso (luglio 2025), non è semplicemente "pragmatica", come teorizza Gene Sharp, perché mantiene un ancoraggio all'etica del non uccidere (rispetta la vita universale!) e alla strategia di fiondo del "trasformare i gruppi umani nemici in gruppi umani amici".

La lotta nonviolenta come "creazione" di realtà

La nonviolenza poietica, nel momento in cui promuove campagne specifiche, agisce su tre livelli, strategico, operativo e relazionale. A livello strategico, promuove passi di disarmo unilaterale, rompendo la catena della sfiducia reciproca tra i blocchi. A livello operativo, si manifesta nell'obiezione alla guerra, intesa come rifiuto attivo di collaborare con la macchina bellica, preferendo la costruzione di corpi civili di pace. A livello relazionale, utilizza la comunicazione nonviolenta per trasformare i conflitti in opportunità di incontro tra bisogni umani, agendo come "mediatori" e non come "parteggianti".

La decostruzione della propaganda attraverso i bisogni

Il cuore del metodo Rosenberg — l'identificazione dei bisogni umani universali — costituisce una base logica di questo nuovo modo di fare informazione. La propaganda di guerra lavora per nascondere i bisogni reali dietro strategie di dominio o etichette ideologiche; il giornalismo di pace, invece, riporta l'attenzione su ciò che è vivo in tutte le parti coinvolte. Quando una testata convenzionale parla di "interessi strategici" o "sicurezza nazionale", il giornalista di pace indaga quali bisogni di sussistenza, protezione o appartenenza siano stati negati o minacciati, rendendo visibile l'umanità comune che la guerra cerca di cancellare.

Dal binarismo alla complessità dei mediatori

La nonviolenza poietica applicata all'informazione rifiuta la logica del "campismo" che divide il mondo in buoni e cattivi. Mentre la propaganda spinge il pubblico a inquadrarsi in una delle due fazioni, il metodo Rosenberg suggerisce un approccio di mediazione: ascoltare "tutte le campane" non per dare spazio a falsi equilibri, ma per comprendere le ferite e le paure di ogni attore. Questo significa trattare il conflitto non come un gioco a somma zero dove qualcuno deve soccombere, ma come un problema complesso che richiede soluzioni creative capaci di soddisfare il maggior numero di bisogni possibile.

Il ruolo dei gruppi di affinità e dell'azione di base

Il giornalismo di pace non è riservato ai grandi network; si nutre del "risveglio" delle persone organizzate in gruppi di affinità. Questi nuclei di azione di base diventano produttori di contro-narrazione, diffondendo notizie, specialmente le "non notizie", che evidenziano i passi di disarmo unilaterale o le storie di obiezione alla guerra che i media mainstream ignorano. In questo senso, l'informazione diventa "poietica" perché crea attivamente una nuova realtà culturale, trasformando il lettore da spettatore passivo del massacro a soggetto consapevole dell'interdipendenza terrestre.

Che cosa è una "non notizia"?

Nella sua declinazione particolare del "giornalismo di pace", Alfonso Navarra, coordinatore dei Disarmisti esigenti, si presenta provocatoriamente come "antigiornalista". L' impegno che propone è molto più gravoso di quello che tocca ad un "giornalista" qualsiasi: occuparsi delle "non notizie", vale a dire della ricerca della verità oltre i fatti atomizzati (e valutati secondo i criteri della "novità", della "eccezionalità", della capacità di suscitare polemiche). Di ciò che è strutturale, e non effimero, di ciò che è collegato al tutto, e non preso a sé stante. Di ciò che dovrebbe interessare l'essere umano in quanto tale, nella sua complessità sociale, e non in quanto "singolo" categorizzato nelle stratificazioni sociali stabilite dal "sistema della potenza e del profitto".

Eros contro Thanatos nel racconto quotidiano

Decostruire la propaganda in tempo reale significa anche cambiare il linguaggio: sostituire i termini che evocano la distruzione (Thanatos) con parole che richiamano la cooperazione e la vita (Eros). Il giornalismo di pace mette in luce le iniziative di pace dal basso, le cooperazioni transfrontaliere e i tentativi di dialogo che sopravvivono nonostante le bombe. È una forma di obiezione alla guerra che non si limita a dire "no", ma costruisce attivamente l'orizzonte della terrestrità, dimostrando che la pace non è un'utopia lontana, ma una pratica comunicativa e politica possibile già nel presente.

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UN ARTICOLO CHE SEGNALIAMO COME ESEMPIO DI "GIORNALISMO DI PACE", PIENO DI "NON NOTIZIE" IMPORTANTI, RISPETTOSO DELLA COMUNICAZIONE NONVIOLENTA

Lo troviamo, scritto su PRESSENZA da Giuseppe Paschetto, un "politico" del M5S educatore alla nonviolenza, pubblicato il 18 dicembre 2025, con il titolo: "Verde, bianco, nero, rosso, bianco, azzurro, stelle e arcobaleni"

(Qui non discutiamo la pratica specifica di manifestare mettendo insieme le due bandiere, quella palestinese e quella israeliana. Le soluzioni per esprimere una volontà di promuovere il dialogo possono essere diverse. Ad esempio quello di non esporre nessuna bandiera limitandosi a simboli universali di pace)…

Buona lettura!

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Questo il testo dell'articolo

Prendo spunto da un episodio della local march per Gaza di tre giorni organizzata nel Biellese a ottobre dall'Istituto comprensivo di Valdilana e Pettinengo, dal CAI di Trivero e dal Comune di Valdilana con 500 alunni delle scuole.

Il 7 ottobre avevamo portato oltre alle bandiere palestinese e della pace anche quella israeliana e questo gesto non è stato capito dall'interezza del movimento pro Palestina locale. Il primo motivo che ci ha indotto a esporre quella bandiera è evidente, si trattava di commemorare la strage operata da Hamas esattamente due anni prima. Il secondo motivo è più articolato e ha a che fare in sintesi con la necessità di tenere separato il giudizio sul governo di Tel Aviv rispetto a quello sullo Stato e sul popolo israeliano. Premetto che il giudizio sul criminale di guerra Netanyahu e sul suo codazzo di ministri fascisti da Ben Gvir a Smotrich non può che essere pessimo.

I coloni gangster spadroneggiano con l beneplacito dell'esercito in Cisgiordania, la pace a Gaza è una farsa, l'esercito stesso rispecchia la sostanza violenta e prevaricatoria del governo di estrema destra. La minoranza parlamentare è ridotta ai minimi termini. La maggior parte della popolazione in questa contingenza storica sicuramente è allineata sulle posizioni governative. Insomma la situazione è fosca a più livelli. Ma nonostante questo la bandiera israeliana rappresenta quella parte sana di cittadini israeliani che vogliono la pace e che sia una pace giusta anche per il popolo palestinese. E loro sicuramente non si vergognano di sventolare la bandiera bianca e azzurra con la stella di David.

Una bandiera non rappresenta un governo o un regime ma uno Stato, la sua popolazione, la sua storia. Anche i partigiani italiani durante il fascismo avevano come emblema la bandiera italiana, anche se lo stesso tricolore era esibito dal regime fascista, ma erano i primi a rappresentare a buon diritto lo spirito del tricolore che veniva da lontano. Ovviamente non si può dire lo stesso di altre bandiere: quella con la svastica del terzo reich nasceva già come emblema di un regime criminale quindi meritava solo di finire nella discarica della storia alla fine del nazismo.

L'involuzione anche legislativa di Israele è avvenuta in varie tappe ma sicuramente una delle più significative e di cui avevo già parlato in un articolo di Pressenza risale al 2018 precisamente il 18 luglio di quell'anno, attraverso una legge approvata a stretta maggioranza alla Knesset che per la prima volta ha stabilito che Israele divenisse ufficialmente la "Casa del popolo ebraico". Decisione nefasta e di rilevanza storica perché da questo evento è nata una"basic law" aggiunta alle altre 11 leggi fondamentali di questo Stato senza costituzione. Con essa l'ebraico è divenuto "lingua di stato" assumendo una supremazia nei confronti dell'arabo che fino a 7 anni fa aveva pari dignità. E' stata chiaramente una legge discriminatoria contro cui ha protestato senza successo il 20% di popolazione arabo-israeliana. E l'ispiratore è sempre lui: quel Netanyahu che ha cercato così di anteporre l' "ebraicità" alla democraticità dello Stato, mentre fino al 2018 i due principi erano in un delicato equilibrio. Anzi 11 anni fa sempre lui aveva cercato di far passare una versione della legge ancora più reazionaria. Si può affermare quindi che 5 anni prima del 7 ottobre Israele aveva fatto un passo decisivo verso l'etnocrazia.

Israele è evidente che negli ultimi anni ha deragliato per molti aspetti dai binari della democrazia, si è incanalato nel solco dell'estrema destra che sta caratterizzando purtroppo molti Stati del mondo, Italia compresa. Le ragioni sono tante e complesse e sicuramente non indagabili in modo completo nello spazio di un articolo. Ma alcune considerazioni si possono fare.

C'è innanzitutto uno spartiacque che divide i movimenti e le forze politiche pro Palestina. Da una parte chi considera il sionismo e quindi l'esistenza stessa dello Stato d'Israele come il "peccato originale" da sanare solo attraverso la totale restituzione del territorio a un nascente Stato Palestinese, dall'altra chi ritiene invece che lo Stato d'Israele abbia una legittimazione storica e politica e che quindi anche il sionismo non abbia necessariamente una connotazione negativa.

Forse è il caso di parlare allora non di sionismo ma di più sionismi, con caratteri tra loro anche molto diversi, fino a considerare il termine sionismo come uno strumento che un po' come il coltello può essere usato per sbucciare una mela oppure per piantarlo nel ventre al prossimo. Accettato che obiettivo comune dei sionismi è dare un territorio nella loro patria ancestrale, caratterizzato da una forma Stato, alle comunità ebraiche disperse per il mondo e accomunate non solo da elementi religiosi ma anche culturali (e a volte solo culturali per la parte laica della diaspora ebraica) entrano in gioco notevoli differenze certificate dalla complessa vicenda degli olim, ovvero gli immigrati provenienti da ogni parte del mondo. Si va dal sionismo dei kibbutz con marcati tratti socialisti a quello liberale, da quello con tratti messianici a quello spiccatamente nazionalista. Esiste sionismo della pacifica convivenza con i non ebrei e con gli arabi musulmani e quello opposto, infame, che mira alla cacciata dei palestinesi dall'intero territorio. E quest'ultima versione è purtroppo oggi quella prevalente con l'obiettivo della grande Israele estesa dal fiume al mare che si è affermato con tratti drammatici nei tempi atroci che stiamo vivendo. Ma dichiararsi antisionisti e quindi negare la legittimità del percorso storico e politico che ha portato alla nascita di Israele significa fare un passo deciso verso l'antisemitismo tout court.

La speranza che le minoritarie forze pacifiste e per il dialogo con i palestinesi possano tornare a crescere e a imporsi non deve essere persa. E' l'unica prospettiva che abbiamo da contrapporre alla continuazione infinita della guerra e della strage di innocenti oltre alla sequela di attentati agli ebrei in tutto il mondo inaugurata con la mattanza di Sidney.

Sono andato a Gerusalemme a fine dicembre 1989 per partecipare alla grande manifestazione internazionale "Time for peace" dell'associazione israeliana "Peace Now" fondata nel 1977. Era primo ministro Shamir del Likud la formazione di destra che da 15 anni aveva preso le redini del governo di Tel Aviv. Il clima era quello della prima intifada iniziata da due anni, nel 1987. A Time for peace partecipavano parlamentari italiani e di vari altri Paesi europei e c'erano persino rappresentanti dell'URSS. Io facevo parte, come assessore alla pace del Comune biellese di Cossato, della delegazione di amministratori locali dei Comuni per la Pace coordinati da Flavio Lotti di Perugia. Il 30 dicembre era in programma una grande simbolica catena umana attorno alle mura della città vecchia, un simbolico atto che spronava a trovare un accordo per una pace giusta con i palestinesi, presenti in gran quantità e con tantissime donne. Senza alcun motivo la polizia e i soldati a cavallo, tra la porta di Damasco e quella di Erode, avevano iniziato a caricare. Gli idranti sparavano acqua tinta di verde, i poliziotti colpivano a caso con i manganelli di legno che fanno ben più male di quelli di plastica, venivano esplosi non solo lacrimogeni ma anche gas asfissianti, mentre diversi soldati pensavano bene anche di sparare ai manifestanti pacifici. Tondi proiettili gialli di gomma che però hanno un'anima di acciaio e possono anche uccidere se colpiscono zone vitali. Un gruppo veniva poi inseguito fino all'hotel e gli idranti rivolti verso le vetrate ne facevano esplodere una facendo perdere un occhio a un'insegnante di Napoli.

Il giorno dopo ero a Neve Shalom – Wahat as Salam il villaggio della pace nato dall'intuito di Bruno Hussar dove convivevano in pace ebrei, cristiani e musulmani. Con Neve Shalom simbolicamente equidistante da Tel Aviv, Gerusalemme e Ramallah, avrei promosso un gemellaggio di pace con Cossato. Da quel mio viaggio in cui avevo visto le case palestinesi distrutte dai bulldozer di Tel Aviv e avevo piantato ulivi in Cisgiordania insieme a palestinesi e pacifisti israeliani, avevo maturato la consapevolezza che solo ricacciando l'odio e il desiderio di sopraffazione di vendetta, solo imboccando la via della nonviolenza ci potesse essere pace e giustizia per tutti. E che al tempo stesso la solidarietà e cooperazione internazionale come quella che potevano mettere in atto dal basso i Comuni con azioni di gemellaggio avevano la potenzialità di essere uno strumento in più. Quando due anni dopo a Cossato il gemellaggio era stato ufficializzato con la partecipazione del console d'Israele a Milano, in Medio Oriente si stava affacciando la speranza riposta in una trattativa che avrebbe poi trovato il sigillo negli accordi di Oslo.

Speranza che per l'ennesima volta sarebbe stata delusa. Il console era stato profetico ammonendo che la pace che pareva in quel tempo vicina sarebbe stata sgradita agli estremisti di entrambe le parti. Con Netanyahu e Hamas gli estremisti si sono in effetti imposti. Ma nella società israeliana rimane nonostante tutto, nonostante la crisi dei laburisti, nonostante l'attuale arroganza dell'estrema destra la speranza che la minoranza che caparbiamente continua a lavorare per la pace favorisca la rinascita democratica del Paese. E' lo stesso che è successo in Italia quando negli anni trenta gli antifascisti erano minoranza. E' l'unica prospettiva: non accadrà mai che Israele cacci i palestinesi imponendosi "dal fiume al mare". Né dal fiume al mare esisterà uno Stato Palestinese che si imponga dopo aver "liberato" la Palestina da Israele. Esistono all'orizzonte solo il negoziato, la trattativa, il compromesso, la convivenza pacifica. La prospettiva è quella che individualmente a piccoli gruppi hanno cominciato faticosamente a costruire i "combattenti per la pace" di entrambe le parti, esperienza raccontata nel bel libro dal titolo omonimo curato da Daniela Bezzi. La prospettiva geo-politica dei due popoli e due Stati poteva avere senso un tempo. Ora non ci sono più le condizioni anche se, spesso ipocritamente, molti Paesi continuano a ripeterlo come un mantra ma senza tenere conto di una situazione che vede l'ipotetica patria palestinese divisa tra due territori non comunicanti con una striscia di Gaza distrutta e per la quale occorreranno decenni di ricostruzione e la Cisgiordania che oramai conta centinaia di migliaia di coloni israeliani e vere e proprie cittadine con decine di migliaia di abitanti.

L'unica via d'uscita non può essere allora che una creativa Confederazione dei due popoli su uno stesso territorio, una sorte di Stati Uniti di Israele e Palestina in cui ricominciare da capo, curando le ferite e garantendo con una Costituzione condivisa parità di diritti e doveri a tutti i suoi cittadini. E' un territorio grande abbastanza per poter ospitare in pace e giustizia tutti i suoi figli. E allora tornando alla questione iniziale, questi sono i motivi per cui accanto al vessillo verde, bianco, nero e rosso ha senso sventolare anche il bianco, l'azzurro, la stella e l'arcobaleno della pace.

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Come il COM nega l'odc come diritto fondamentale: una "non notizia" - 17 dicenbre 2025

L'appello da sottoscrivere, base della Campagna di obiezione alla guerra, deve risolvere diversi problemi giuridici

da parte di Alfonso Navarra - coordinatore dei Disarmisti esigenti

Consiglio, a chi ancora non lo abbia fatto, di andare a sottoscrivere online sul sito petizioni24.com per consentire un elenco fruibile e testimoniabile delle adesioni. Il testo dell'appello è in fase di revisione, per aggiornamenti e con il contributo di giuristi vicini al movimento pacifista, per risolvere alcuni dubbi giuridici relativi alla sua formulazione. Le modifiche sottoposte ad aggiornamento di contesto e a verifica legale sono evidenziate in blu.

Segue, alla riformulazione dell'appello, la proposta di un altro testo che è una valutazione (informale) della sua validità sia politica che tecnica (si sta parlando dell'appello): il valutatore non vuole esporsi con giudizi a caldo e si è preso il tempo di lavorare meglio sui vari dilemmi giuridici da sbrogliare ...

https://www.petizioni.com/obiezione_alla_guerra_e_al_servizio_militare_impegno_per_la_difesa_nonviolenta

Ricordo ancora il webinar organizzato per il 21 dicembre, dalle ore 18:00 alle ore 20:00, sui rapporti intrecciati di giornalismo di pace e comunicazione nonviolenta. Qui abbiamo proprio un esempio di non notizia. E' rimasto nell'ombra per 15 anni - il COM è stato varato nel 2010 - il fatto che questo codice abbia sostanzialmente cancellato l'obiezione di coscienza dal quadro dei diritti. Solo di recente la Lega obiettori di coscienza ne ha portato alla luce la portata, come viene illustrato, dopo il testo dell'appello, dall'intervento dall'esperto di gestione del servizio civile, che riportiamo.

Link per partecipare: https://us06web.zoom.us/j/89184728319?pwd=3nmj7ek4bfoliaZ3fIxeGr54ICzUjb.1

QUI DI SEGUITO (RI)PROPONIAMO IL TESTO DELLA DICHIARAZIONE DI IMPEGNO CHE SOTTOSCRIVIAMO, APPOGGIAMO, DIFFONDIAMO

PER L'OBIEZIONE ALLA GUERRA

PER L'OBIEZIONE (ANCHE PREVENTIVA) AL SERVIZIO MILITARE CHE LA PREPARA

PER ATTUARE E COSTRUIRE LA DIFESA NONVIOLENTA

PER UNA LEGGE CHE RIPRISTINI L'ALBO PUBBLICO DEGLI OBIETTORI APERTO A TUTTE/I CONTRO L'INCOSTITUZIONALE ABROGAZIONE DA PARTE DEL CODICE DELL'ORDINAMENTO MILITARE

"Signor Presidente Mattarella, in piena facoltà le scrivo la presente per dichiararmi obiettore di tutte le guerre e della preparazione delle guerre mediante il servizio militare. L'ingabbiamento delle nostre forze armate nelle attuali strategie NATO non consente di attuare il "ripudio della guerra" stabilito nell'articolo 11 della nostra Costituzione. Tanto più che condivido pienamente l'opinione dell'antimilitarismo nonviolento, ribadita autorevolmente anche da Papa Francesco, e ripresa dal suo successore Leone XIV: "Oggi non esistono guerre giuste". Sono a conoscenza della circostanza che il servizio militare obbligatorio è stato sospeso con la legge n. 226 del 23 agosto 2004 (Legge Martino). L'aria che tira, condizionata dalla minaccia montata sulla "guerra ibrida della Russia", non solo in Italia ma in tutta Europa, è quella di un ripristino di forme ambigue di mini-naja. Anzi la retorica, sia a livello comunitario che di singoli Stati, dei nostri governanti europei prevede, contro la Federazione russa, addirittura di qui a pochi anni, una guerra vera e propria, in stile Ucraina. In relazione a questa eventualità di possibili coinvolgimenti dentro logiche da "si vis pacem para bellum", comunico da subito che, qualora dovessi ricevere la chiamata a presentarmi presso un ufficio militare preposto all'arruolamento, la mia risposta sarà un bel "Signornò!" antimilitarista. Non mi presenterò alla visita militare che dovrà verificare la mia idoneità. Non risponderò a questionari propedeutici che testassero le mie propensioni verso il servizio militare. Mi avvarrò del diritto universale umano di chiedere, per obbedienza alla coscienza, di adempiere agli obblighi di leva prestando, in sostituzione del servizio militare, un servizio civile orientato alla difesa nonviolenta; e quindi rispondente come il servizio armato al dovere costituzionale di difesa della Patria. Ritengo doveroso da parte dello Stato organizzare, applicando normative già in vigore conquistate dalla lotta nonviolenta, la mia formazione ed il mio inquadramento dentro un Corpo civile di pace, possibilmente europeo, per attuare l'impegno istituzionale dell'ONU alla sicurezza comune dell'Umanità. Solidarizzo, attivando i mezzi concreti di cui dispongo, con gli obiettori di coscienza, renitenti alla leva, disertori, russi, bielorussi, ucraini, israeliani e palestinesi, e con chiunque, giovane o meno giovane, rifiuti di partecipare alle guerre che si stanno combattendo in questo momento, in varie parti del mondo. Tenendo presente che presso l'Ufficio Nazionale Servizio Civile dovrebbe esistere per legge (articolo 10 della Legge 8 luglio 1998, n. 230), un elenco degli obiettori italiani alla Guerra per motivi di coscienza, ma non c'è più in quanto abrogato dal COM, chiedo che Ella rammenti al Parlamento che una legge deve rendere possibile aggiornare tale elenco con il mio nome e deve rendere consultabile tale elenco generale, essendo l'obiezione alla guerra un atto pubblico. Ribadisco che la mia obiezione totale alla guerra non rappresenta una mera opzione personale, ma l'adempimento del dovere inderogabile di difesa della Patria, in una forma non armata e non violenta, in conformità con l'Articolo 52, comma 1, della Costituzione e con il ripudio della guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli (Articolo 11). Ritengo che l'abrogazione della Legge 8 luglio 1998, n. 230, e in particolare della disposizione relativa all'istituzione e tenuta dell'Albo degli obiettori di coscienza – operata dal Decreto Legislativo 15 marzo 2010, n. 66 (Codice dell'Ordinamento Militare) – sia costituzionalmente infondata e lesiva dei principi garantiti dalla Suprema Carta. L'abolizione di tale strumento non è una semplice conseguenza amministrativa della sospensione della leva obbligatoria, ma costituisce un affievolimento della tutela formale di un diritto fondamentale storicamente riconosciuto e garantito dalla Corte Costituzionale (cfr. Sentenza n. 164 del 1985 e successive), che ha equiparato il servizio civile all'adempimento del dovere di difesa. La rimozione dell'Albo trasforma de facto il diritto all'obiezione in una mera adesione volontaria, sottraendogli il rango di alternativa formalmente riconosciuta al servizio armato come espressione della libertà di coscienza. Pertanto, la presente dichiarazione vuole riaffermare il mio diritto inalienabile all'obiezione di coscienza e chiedere alle Istituzioni preposte di riconsiderare e ripristinare, attraverso adeguati strumenti normativi (sia esso un Albo, un Registro o un'analoga forma di tutela), un riconoscimento esplicito e formale della scelta dell'obiezione di coscienza come manifestazione del dovere di difesa della Patria con mezzi non armati, garantendo la piena integrità del diritto fondamentale alla libertà di coscienza nel panorama normativo italiano. Anche a livello comunale, in virtù del D.P.R. 14 febbraio 1964, n. 237, integrato dalla Legge 31 maggio 1975, n. 191, persiste l'obbligo di formare e aggiornare annualmente le liste di leva: esigo di risultare iscritto nella lista dei mio comune di residenza con la qualifica di obiettore di coscienza. Come già accennato, poiché - con spirito non individualistico ma collettivo - sono pronto a dare il mio contributo ad un modello di difesa della Patria fondato sulla forza della unione popolare di tutte/i, sottolineo che questa mia iscrizione agli albi degli obiettori, sia nazionali che locali, deve prescindere dall'età anagrafica".

Dopo aver sottoscritto il testo su cui sopra, scrivere a (aggiungendo eventualmente considerazioni e motivazioni personali): protocollo.centrale@pec.quirinale.it – presidente(at)pec.governo.it – segreteria.ministro(at)difesa.it – sgd(at)postacert.difesa.it

Un altra missiva (PEC) va contemporaneamente spedita all'Ufficio di Leva Comunale, chiedendo la mail all'URP.

Promotori:

Disarmisti Esigenti (progetto della Lega per il disarmo unilaterale)

Alfonso Navarra WhatsApp 340-0736871 email coordinamentodisarmisti(at)gmail.com

Lega per il disarmo unilaterale

Luciano Zambelli

RETE IPRI CCP

Maria Carla Biavati

Associazione Nazionale Per la Scuola della Repubblica ODV
Cosimo Forleo

Reti di Pace
Emanuela Baliva

RADIO NUOVA RESISTENZA
Marco Zinno

ODISSEA
Angelo Gaccione

WILPF ITALIA
Patrizia Sterpetti

FIRME INDIVIDUALI

Tonino Drago - Moni Ovadia - Enrico Peyretti - Luigi Mosca - Daniele Barbi - Filippo Bianchetti -Giuseppe Bruzzone - Beppe Corioni - Sandra Cangemi - Alessandro Capuzzo - Tiziano Cardosi - Giuseppe Curcio - Francesco Lo Cascio - Antonella Nappi - Elio Pagani - Marco Palombo - Claudio Pozzi - Guido Viale - Enrico Gagliano - Marinella Correggia - Teresa Lapis - Mario Agostinelli - Antonio De Lellis- Giuseppe Paschetto - Francesco Zanotelli

Michele Santoro, contattato per telefono alle ore 11:00 dell'8 maggio 2024, firma. Va segnalato il seguente passo del programma della lista PACE TERRA DIGNITA', che si presenta alle elezioni europee dell'8 e 9 giugno 2024: "L'Europa dovrà promuovere la cultura della pace nelle scuole e nelle università, sostenere il diritto alle obiezioni di coscienza e al rifiuto di combattere in tutto il mondo, creare un corpo civile di pace europeo".

Maurizio Acerbo, via WhatsApp, alle ore 14:30 dell'8 maggio 2024

Nella Ginatempo, Laura Marchetti, Antonio Mazzeo, Giovanni Russo Spena il 10 maggio 2024, all'incontro dell'Osservatorio contro la militarizzazione della scuola e dell'Università

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Caro Navarra

l'atto dichiarativo proposto dai Disarmisti esigenti costituisce, in prima analisi, un documento di straordinaria densità politica ed etica, fondendo l'obiezione di coscienza a un'articolata, sebbene dibattuta, contestazione dell'impianto normativo vigente. La sua forza risiede nell'inequivocabile chiarezza etica e nella tempestiva pertinenza geopolitica con l'attuale dibattito sulla mini-naja e le tensioni internazionali.

Dal punto di vista del diritto costituzionale, il testo è egregiamente ancorato ai principi supremi. L'obiezione viene elevata al rango di adempimento alternativo al dovere di difesa, in linea con l'Art. 52 Cost. e in coerenza con il ripudio della guerra di cui all'Art. 11. La riproposizione della tesi sull'incostituzionalità del D.Lgs. 66/2010 (COM) – fondata sull'affievolimento della tutela formale del diritto all'obiezione consacrato dalla storica giurisprudenza della Corte Costituzionale (Sentenza 164/1985) – è tecnicamente precisa e coglie il nervo scoperto del passaggio da diritto tutelato a scelta volontaria. Tuttavia, è doveroso precisare che tale argomentazione, pur solida, permane una tesi minoritaria e rischia di essere agevolmente liquidata dai destinatari istituzionali sulla base della tesi dominante della "decadenza di funzione" dell'Albo a causa della sospensione della leva. L'esplicito "Signornò" alla chiamata militare, pur essendo un potente gesto dichiaratorio e coerente con la storia antimilitarista, oggi detiene un valore prettamente simbolico in assenza di un obbligo di leva effettivo.

La vera vulnerabilità del testo emerge sul piano della realizzabilità amministrativa e procedurale. Sebbene l'indirizzo della dichiarazione (Quirinale, Governo, Difesa) sia istituzionalmente corretto per un appello politico-costituzionale, le richieste attuative diventano proceduralmente sostenibili solo se si pone mente al fatto che l'unica via per la reintroduzione di una tutela formale è l'intervento legislativo, ossia una nuova legge del Parlamento. La richiesta di iscrizione con qualifica di obiettore presso l'Ufficio di Leva Comunale è, nel contesto attuale, priva di valenza pratica, data la sostanziale inattività delle liste di leva post-sospensione.

Il testo proposto, in buona sostanza, si configura come un efficace strumento di dibattito pubblico e testimonianza civica, ma necessita di una ricalibratura strategica per tradurre la sua forza etica in una azione istituzionale concreta. Si suggerisce di modulare la richiesta al Presidente della Repubblica, in qualità di Garante Costituzionale, affinché egli possa sollecitare le Camere (e non il Governo) all'adozione di misure legislative che ristabiliscano una forma di tutela formale per il diritto all'obiezione, convertendo così la critica in una proposta mirata alla riforma parlamentare.

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Peace Journalism + CNV per un linguaggio disarmato e disarmante (16 dicembre 2025)

"Parole che disarmano: Peace Journalism e Comunicazione nonviolenta per una nuova narrativa di pace"

(Per approfondire con ulteriori spunti rinviamo alla pagina dedicata al tema del giornalismo nonviolento sul blog)

Il senso del webinar

Il senso di questo seminario online promosso dai Disarmisti esigenti risiede nella ricerca di un'alternativa concreta e praticabile alla comunicazione dominante, che troppo spesso amplifica la paura, la divisione e la logica del conflitto.

Non si tratta solo di analizzare la pace, ma di costruire attivamente la pace attraverso l'uso consapevole del linguaggio "disarmato e disarmante" (copyright Papa Leone) nelle dinamiche sociali.

1. Parole che disarmano: l'obiettivo pratico

Questo è il cuore del messaggio. Il seminario si propone di esplorare come le parole, normalmente usate per descrivere il conflitto o per ferire, possano essere trasformate in strumenti di comprensione e pacificazione . "Disarmare" qui ha un duplice significato:

  • Disarmo letterale: richiama l'impegno dei Disarmisti Esigenti per un mondo denuclearizzato e senza violenza armata.
  • Disarmo retorico/emotivo: mira a neutralizzare le narrazioni che alimentano l'odio, il pregiudizio e il ciclo della vendetta, tipiche sia dei media che delle interazioni personali.

2. Peace Journalism (DE): disarmare il sistema narrativo

Il Peace Journalism, "inventato" da Galtung, portato avanti dai Disarmisti Esigenti, offre una cassetta degli attrezzi etica e professionale per i media.

  • Il Peace Journalism si concentra sulla critica al "Journalism of War" (Giornalismo di Guerra) che si limita a narrare chi vince, chi perde e quante vittime ci sono.
  • Insegna a focalizzare l'attenzione sulle cause profonde dei conflitti, sui costruttori di pace (come nel caso dell'eroe musulmano a Sydney) e sulle possibili soluzioni, superando la polarizzazione binaria "noi contro loro".

3. Comunicazione nonviolenta (CNV): disarmare la relazione

La CNV, promossa da Percorsi empatici, fornisce una base metodologica e relazionale per questo disarmo linguistico.

  • La CNV offre un metodo per ascoltare i bisogni insoddisfatti (propri e altrui) che sono alla radice di ogni conflitto (dal litigio personale alla guerra).
  • Insegna a distinguere tra osservazione e giudizio, tra sentimenti e pensieri, fornendo la grammatica necessaria per esprimersi con autenticità e ricevere l'altro con empatia, abbassando così le difese.

4. Per una nuova narrativa di pace: la visione comune

L'incontro tra queste due discipline non è casuale:

  • Il Peace Journalism può trarre dalla CNV il principio dell'empatia radicale per arricchire la sua indagine giornalistica. La CNV, a sua volta, trova nel Peace Journalism un megafono sociale per applicare i suoi principi su larga scala (il collegamento con l'attualità delle "lotte nonviolente").
  • Insieme, lottano per sostituire la "narrativa del conflitto" (che deforma e divide) con una "narrativa di pace" (che connette e risveglia). Una narrazione che non nasconda la violenza, ma che ne illustri le conseguenze umane e proponga vie d'uscita costruttive.

Il seminario sostanzialmente è l'inizio di una chiamata all'azione per professionisti e cittadini, invitandoli a diventare co-creatori di un linguaggio che, partendo dall'ascolto empatico (CNV), possa influenzare i media, nonché le discussioni e le azioni pubbliche (Peace Journalism) per costruire un mondo più sicuro e relazionato in modo autentico.

COMUNICATO: i Disarmisti Esigenti organizzano il webinar "Parole che disarmano: Peace Journalism e Comunicazione nonviolenta per una nuova narrativa di pace"

La data dell'incontro online è domenica 21 dicembre 2025 dalle ore 18:00 alle ore 20:00

Link per partecipare: https://us06web.zoom.us/j/89184728319?pwd=3nmj7ek4bfoliaZ3fIxeGr54ICzUjb.1

Moderatore proposto: Daniele Barbi

Relatori: Alfonso Navarra (Disarmisti esigenti) e Paola Russo (Percorsi empatici)

Interventi programmati di: Luigi Mosca, Antonella Nappi, Fabrizio Airoldi, Cosimo Forleo, altri...

Proposta di scaletta del webinar (durata prevista circa 120 min)

Si sottolinea il ruolo cruciale del moderatore nell'aiutare a:

  • Mantenere il ritmo della discussione.
  • Fornire domande-ponte tra i due mondi del PJ e della CNV
  • Gestire l'ordine degli interventi e le interazioni e le domande del pubblico.

Riferimento concreto ed esemplare per la discussione: il comunicato dei Disarmisti Esigenti per la Nonviolenza contro l'odio dei fondamentalismi (testo completo al link: Attentato alla comunità ebraica a Sidney: rispondiamo all'odio con la nonviolenza! :: comunicazione nonviolenta).

Il comunicato stampa dei Disarmisti Esigenti (DE), diramato il 14 dicembre 2025, condanna l'attentato terroristico che ha colpito la comunità ebraica a Sydney, Australia. Gli attentatori sono soggetti legati all'ISIS. L'intervento eroico di un arabo musulmano è riuscito a salvare molte vite e ha contribuito a stemperare l'odio religioso ed etnico.

Questo comunicato viene proposto come esempio pratico di come il Peace Journalism si applica agli eventi di cronaca, e offre un punto di confronto per il webinar, perché, in sintesi: a) rifiuta la logica binaria e non si limita a condannare l'episodio violento; b) enfatizza le soluzioni e le pratiche che prosciugano i giacimenti di odio nell'ottica dei costruttori di pace.

La condanna e il 'Power over'

I Disarmisti Esigenti esprimono "equivicinanza" verso la sofferenza del popolo palestinese e solidarietà verso le comunità ebraiche globali. L'atto terroristico viene inquadrato come una "tragica espressione del 'Power over'" (Potere Su), la logica coercitiva e gerarchica che usa l'odio, l'antisemitismo e il fondamentalismo. DE sottolinea che la liberazione di qualsiasi popolo non può passare attraverso metodi terroristici, giudicati "profondamente incompatibili" con l'obiettivo di un mondo giusto, ecologicamente risanato e pacifico.

Due popoli due Stati

Per la pace, a giudizio dei DE, sono necessarie leadership da ambedue le parti del conflitto israelo-palestinese che riconoscano, sia l'una sia l'altra, l'esistenza di due Stati sovrani che convivano fianco a fianco in sicurezza. Per questo propongono la liberazione di Marwan Barghouti, da conseguire legalmente attraverso la grazia del presidente Herzog. Il leader palestinese, in carcere da 23 anni in Israele, va proposto quale partner di pace, alla maniera che fu storicamente di Mandela nel superamento dell'apartheid sudafricano.

L'imperativo della Terrestrità

Il documento introduce il principio fondamentale della Terrestrità, che riconosce l'umanità come parte organica di un unico, vivente, ecosistema globale. Questo impone di superare la violenza tribale per i confini territoriali e la logica dei blocchi politico/militari per adottare una coscienza biocentrica ed ecocentrica. L'assioma è: "Prima le persone, prima l'Umanità, prima la Terra".

La risposta: "Nonviolenza poietica" contro la deterrenza

Di fronte alla barbarie (inclusi i "terrorismi di Stato"), la risposta deve essere la Nonviolenza poietica, definita come strategia politica (non partitica) per un cambiamento strutturale.

La priorità assoluta individuata dai DE è neutralizzare il genocidio programmato della "deterrenza" (la preparazione alla guerra nucleare). Per questo, i Disarmisti Esigenti promuovono l'adesione al Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari (TPNW) e l'adozione del principio di "Non primo uso!" da parte delle potenze nucleari. Anche in Medio Oriente va creata una Zona libera dalle armi nucleari. Si deve tenere conto che la diffusione del nucleare civile nella Regione, come in tutto il mondo, è di copertura alla proliferazione nucleare militare.

Si conclude che, in un mondo altamente interconnesso, "non c'è giustizia senza pace": qualsiasi disputa locale armata rischia di innescare una conflagrazione universale, rendendo l'uso di strumenti bellici insostenibile e insensato.

Impegni operativi

Per attuare questa lotta, i Disarmisti Esigenti si impegnano a:

  1. Informazione strategica: utilizzare il Peace Journalism per denunciare le radici strutturali dell'odio.
  2. Formazione e educazione: promuovere la Comunicazione nonviolenta e l'Educazione alla Terrestrità per formare cittadini capaci di gestire i conflitti in modo costruttivo ed empatico.

Disarmisti Esigenti

Membri ufficiali della Campagna internazionale per l'abolizione delle armi nucleari (ICAN)

Promotori della Rete per l'Educazione alla Terrestrità (RET)

Per info: 340-0736871 cell - Email coordinamentodisarmisti@gmail.com - sito web: www.disarmistiesigenti.org

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Attentato alla comunità ebraica a Sidney: rispondiamo all'odio con la nonviolenza! 14 dicembre 2025

I Disarmisti Esigenti condannano l'attentato a Sydney e invitano alla mobilitazione contro l'antisemitismo e gli odi fondamentalisti.

La strada è la "Nonviolenza poietica" per la Terrestrità.

Sintesi del comunicato: i Disarmisti Esigenti per la Nonviolenza della Terrestrità

Il comunicato stampa dei Disarmisti Esigenti (DE) del 14 dicembre 2025 condanna fermamente l'attentato terroristico che ha colpito la comunità ebraica a Sydney, Australia.

La condanna e il 'Power Over'

I Disarmisti Esigenti esprimono "equivicinanza" verso la sofferenza del popolo palestinese e solidarietà verso le comunità ebraiche globali. L'atto terroristico viene inquadrato come una "tragica espressione del 'Power over'" (Potere Su), la logica coercitiva e gerarchica che usa l'odio, l'antisemitismo e il fondamentalismo. DE sottolinea che la liberazione di qualsiasi popolo non può passare attraverso metodi terroristici, giudicati "profondamente incompatibili" con l'obiettivo di un mondo giusto, ecologicamente risanato e pacifico.

Due popoli due Stati

Per la pace, a giudizio dei DE, sono necessarie leadership da ambedue le parti del conflitto israelo-palestinese che riconoscano, sia l'una sia l'altra, l'esistenza di due Stati sovrani che convivano fianco a fianco in sicurezza. Per questo proponiamo la liberazione di Marwan Barghouti, attraverso la grazia del presidente Herzog, quale partner di pace, alla maniera che fu storicamente di Mandela nel superamento dell'apartheid sudafricano.

L'imperativo della Terrestrità

Il documento introduce il principio fondamentale della Terrestrità, che riconosce l'umanità come parte organica di un unico, vivente ecosistema globale. Questo impone di superare la violenza tribale per i confini territoriali e la logica dei blocchi politico/militari per adottare una coscienza biocentrica ed ecocentrica. L'assioma è: "Prima le persone, prima l'Umanità, prima la Terra".

La risposta: Nonviolenza poietica contro la deterrenza

Di fronte alla barbarie (inclusi i "terrorismi di Stato"), la risposta deve essere la Nonviolenza poietica, definita come strategia politica (non partitica) per un cambiamento strutturale.

La priorità assoluta individuata dai DE è neutralizzare il genocidio programmato della "deterrenza" (la preparazione alla guerra nucleare). Per questo, i Disarmisti Esigenti promuovono l'adesione al Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari (TPNW) e l'adozione del principio di "Non primo uso!" da parte delle potenze nucleari.

Si conclude che, in un mondo altamente interconnesso, "non c'è giustizia senza pace": qualsiasi disputa locale armata rischia di innescare una conflagrazione universale, rendendo l'uso di strumenti bellici insostenibile e obsoleto.

Impegni operativi

Per attuare questa lotta, i Disarmisti Esigenti si impegnano a:

  1. Informazione strategica: utilizzare il Peace Journalism per denunciare le radici strutturali dell'odio.
  2. Formazione e educazione: promuovere la Comunicazione nonviolenta e l'Educazione alla Terrestrità per formare cittadini capaci di gestire i conflitti in modo costruttivo ed empatico.

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Comunicato stampa con preghiera di pubblicazione su testate, siti, blog...

Milano, 13 dicembre 2025

I Disarmisti Esigenti condannano l'attentato che ha colpito i cittadini di fede ebraica riuniti per una festività a Sydney, in Australia.

Esprimiamo, da "equivicini" verso le sofferenze del popolo palestinese, la nostra solidarietà alla comunità ebraica residente in Australia e alle comunità ebraiche di tutto il mondo; porgiamo il nostro cordoglio a tutti i cari delle persone colpite da questo ennesimo episodio di violenza terroristica, che rappresenta un attacco diretto ai principi di convivenza e fratellanza che devono governare la società globale.

Questo atto criminale è, nella nostra visione di nonviolenti, una tragica espressione del 'Power over', il "Potere su", la logica coercitiva e gerarchica del sistema della potenza, che - anche da presunte velleità di resistenza anti-imperialista e anticolonialista, utilizza l'odio razziale, l'antisemitismo e il fondamentalismo per imporre la propria volontà attraverso la paura e la distruzione. Tali dinamiche violente minano non solo la sicurezza individuale, ma anche il tessuto stesso della nostra solidarietà umana.

La liberazione umana di qualsiasi popolo non può passare attraverso questi metodi: la violenza terroristica, per quanto presentata da alcuni come un "mezzo disperato" per la liberazione di popoli oppressi, è in realtà profondamente incompatibile con l'obiettivo stesso di creare un mondo più giusto, ecologicamente risanato e strutturalmente pacifico.

Per la pace, in particolare nel conflitto israelo-palestinese, a giudizio dei DE, sono necessarie leadership da ambedue le parti in antagonismo che riconoscano, sia l'una sia l'altra, l'esistenza di due Stati sovrani che convivano fianco a fianco in sicurezza. Per questo proponiamo la liberazione di Marwan Barghouti, attraverso la grazia del presidente Herzog, quale partner di pace, alla maniera che fu storicamente di Mandela nel superamento dell'apartheid sudafricano.

La consapevolezza e i sentimenti di comune umanità dovrebbero, secondo noi, radicarsi nella "Terrestrità", il principio fondamentale secondo cui siamo tutte/i - gli esseri umani di questo Pianeta - parti organiche di un unico, vivente, interdipendente, ecosistema globale.

Prima le persone, prima l'Umanità, prima la Terra: dopo le altre specificazioni dei gruppi umani.

La cultura della pace del XXI secolo ci impone di superare la logica dei grandi blocchi politico/militari, ma anche la violenza tribale localizzata, adottando invece una coscienza biocentrica ed ecocentrica che - repetita iuvant - riconosca l'Umanità come un insieme unico, oltre la ricchezza delle differenze. Attacchi come quello di Sydney dimostrano, nella nostra opinione, l'urgenza di questa prospettiva universalistica.

La risposta è la "Nonviolenza poietica"!

Di fronte alla barbarie dei terrorismi, anche dei terrorismi di Stato, va bene, la risposta dei movimenti pacifisti non può limitarsi al cordoglio morale, ma deve tradursi in azione strategica attiva, con lotte nonviolente insieme innovative e concrete. La nostra vigilanza e mobilitazione contro l'antisemitismo, tutti i fondamentalismi e gli odi razziali e sociali devono continuare ad essere massime.

Per i Disarmisti Esigenti, la "Nonviolenza poietica" – intesa come strategia politica (non partitica) e generatrice di nuovo 'Potere con' – è la sola via per il cambiamento strutturale che può tagliare alle radici le fonti avvelenate della violenza.

La priorità che individuiamo è neutralizzare il genocidio programmato della "deterrenza" (il preparare la pace attraverso la preparazione della guerra, persino della guerra nucleare, che ci rende tutti ostaggio della morte "atomica") attraverso la denuclearizzazione sia militare che civile.

Aderiamo quindi al trattato di proibizione delle armi nucleari e premiamo comunque sulle potenze nucleari affinché adottino il "Non primo uso!".

Anche per il Medio Oriente bisogna portare avanti il percorso verso la creazione di una Zona libera dalle armi nucleari.

Ed invitiamo a non confliggere comunque con le armi per i conflitti locali sui confini: non ce lo possiamo più permettere in un mondo che è diventato come un ambiente unico stipato di barili di esplosivo. Anche se ci sentissimo dei "giustizieri" che si vendicano di torti subiti e rimettono le cose a posto, non ci potremmo permettere di sparare per consegnare alla "giustizia" quelli che crediamo siano criminali.

Oggi non c'è giustizia senza pace! Non possiamo più fare ricorso a strumenti armati, bellici, perché qualsiasi disputa locale può fare da innesco per la conflagrazione universale. In un mondo desertificato dalla guerra nucleare, che può scoppiare anche per errore, avrebbe senso da cadaveri invocare la "giustizia"?

Questa lotta contro la deterrenza che ci ingabbia e della logica amico/nemico che ci obnubila proponiamo di tradurla nell'impegno costante a:

- Informazione strategica: utilizzare il Peace Journalism per analizzare il contesto e denunciare le radici strutturali dell'odio senza cedere alla polarizzazione.

- Formazione e educazione: promuovere la Comunicazione nonviolenta e l'educazione alla Terrestrità per formare cittadini capaci di gestire i conflitti in modo costruttivo e basato sull'empatia.

L'odio e la violenza non avranno l'ultima parola: la Vita è più forte della Morte, Eros prevale e prevarrà su Thanatos. Rilanciamo l'appello a tutte le forze della società civile per rafforzare l'impegno in una lotta nonviolenta, nel rispetto della vita di tutti e della Vita universale, contro ogni forma di prevaricazione e discriminazione, a difesa dei diritti umani universali e della conversione ecologica nella Terrestrità.

Disarmisti Esigenti

Membri ufficiali della Campagna internazionale per l'abolizione delle armi nucleari (ICAN)

Promotori della Rete per l'Educazione alla Terrestrità (RET)

Per info: 340-0736871 cell - coordinamentodisarmisti@gmail.com

Appendice extra comunicato. Info essenziali sull'avvenimento

Da dispacci ANSA apprendiamo che sono padre e figlio i killer alla festa ebraica di Bondi Beach. I morti stimati alla fine della giornata del 14 dicembre sarebbero almeno 15. 29 i feriti. In duemila celebravano l'Hanukkah sulla spiaggia.

Ecco quanto possiamo leggere:

"I due uomini armati che hanno sparato e ucciso 15 persone durante una celebrazione ebraica sull'iconica Bondi Beach di Sydney erano un padre cinquantenne e suo figlio ventiquattrenne, ha dichiarato la polizia australiana.

"Il cinquantenne è deceduto. Il ventiquattrenne è attualmente in ospedale", ha dichiarato il commissario di polizia del Nuovo Galles del Sud, Mal Lanyon, in una conferenza stampa. "Posso dire che non stiamo cercando altri autori di reato", ha aggiunto".

Particolari sule vittime:

"Ci sono anche il rabbino di Sydney Eli Schlanger, una bambina di 12 anni e un sopravvissuto all'Olocausto. Due agenti di polizia sono gravissimi".

Quando è avvenuto l'assalto terroristico e l'intervento del fruttivendolo eroe:

"La strage è avvenuta nel tardo pomeriggio. La festa 'Chanukah by the Sea' era iniziata alle 17 ora locale ad Archer Park, una spianata erbosa proprio a ridosso della spiaggia. La locandina dell'evento prometteva "spettacoli dal vivo, musica, giochi e divertimento per tutte le età". "Portate i vostri amici, portate la famiglia - si legge sui volantini - Riempiamo Bondi di gioia e di luce!". Ci sono circa mille persone alla festa. E' domenica, anche la spiaggia è ancora piena di gente. Uno sparo, poi altri, poi altri ancora: sembrano non finire mai, riferiranno i testimoni. E' il panico. La prima telefonata al numero d'emergenza arriva alle 18,47. Alle spalle del parco c'è uno stradone, Campbell Parade, con un ponte pedonale rialzato: un punto di fuoco ideale per il prato della festa. E' da qui che due uomini in maglietta nera caricano, mirano, sparano sulla gente coi loro fucili, poi ricaricano e sparano ancora. Uno dei due scende dal ponte imbracciando l'arma e riprende a far fuoco da lì. E' un errore: un passante, Ahmed al Ahmed, 43 anni, trova il coraggio di sgusciare tra le macchine parcheggiate e salta addosso al terrorista, gli strappa il fucile di mano e glielo punta contro".

La strage poteva essere persino più grave:

"La polizia ha trovato rudimentali ordigni esplosivi su un veicolo nella zona dell'attacco".

Chi sono gli attentatori?

"Di uno degli attentatori è noto il nome: Naveed Akram, 24 anni. Fonti informate parlano di origini pakistane ma le autorità non confermano. La sua casa, nella zona sud-occidentale di Sydney, è stata perquisita e più tardi ne è uscito un uomo ammanettato. "Uno di questi individui ci era noto, ma non in una prospettiva di minaccia immediata" ha fatto sapere l'intelligence di Canberra. Anche due donne sono state portate via dalla polizia. Le indagini proseguono".

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In Italia la Polizia invita alla massima vigilanza sui possibili obiettivi ebraici.

La circolare è stata emanata dal Dipartimento della Pubblica sicurezza in vista delle elezioni dei rappresentanti dell'Unione della comunità ebraica italiana. Il provvedimento mira a un innalzamento delle misure su tutti i luoghi ritenuti 'sensibili' e verrà mantenuto anche nei prossimi giorni.

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La solidarietà internazionale e la critica di Netanyahu

"All'Australia e alla sua comunità ebraica è arrivata la solidarietà dei principali leader internazionali, insieme a quella della comunità musulmana australiana e dell'Autorità Palestinese. Israele però ha puntato il dito contro Canberra, 'colpevole' a suo dire di avere tra l'altro riconosciuto lo Stato Palestinese: il governo australiano "ha gettato benzina sul fuoco dell'antisemitismo - ha affermato il premier Benyamin Netanyahu - Si diffonde quando i leader rimangono in silenzio".

Sulla condanna della comunità internazionale ci riferisce Vatican News

"Notizie profondamente angoscianti quelle che arrivano dall'Australia" scrive su X il primo ministro del Regno Unito, Keir Starmer, assicurando vicinanza a quanti sono stati colpiti da quello che definisce un "orribile gesto". Anche esponenti di fede cristiana e musulmana hanno deplorato il gesto stringendosi in preghiera per le vittime. "Questo è un momento in cui tutti gli australiani, compresa la comunità musulmana, devono unirsi in compassione e solidarietà", ha dichiarato l'Australian National Imams Council in una nota.

La condanna è ovviamente anche da parte musulmana

"Il Muslim Council of Elders, guidato dal grande imam di Al-Azhar, Ahmed Al-Tayeb, ribadisce l'"inequivocabile rifiuto di ogni forma di violenza e terrorismo, indipendentemente dal movente, sottolineando che prendere di mira civili innocenti è un crimine efferato che contraddice gli insegnamenti dell'Islam e di tutte le religioni divine, nonché i valori etici e umani, in quanto costituisce una flagrante violazione dei principi di coesistenza e pace sociale". Il Consiglio chiede inoltre di "rafforzare gli sforzi internazionali per combattere l'incitamento all'odio, l'estremismo e il razzismo, affrontando al contempo le cause profonde di tale riprovevole violenza, promuovendo il dialogo e il rispetto reciproco". E sottolinea "l'importanza di radicare la fratellanza umana come il modo più efficace per costruire società sicure, stabili e pacifiche fondate sulla giustizia".

La condanna della Comunità di Sant'Egidio

"Una condanna giunge infine da Sant'Egidio che "si stringe attorno ai familiari delle vittime dell'orribile strage antisemita di Sydney": "Una 'festa delle luci' che si è trasformata in un incubo non solo per l'Australia ma per tutti noi". La Comunità manifesta la sua solidarietà alle comunità ebraiche in Italia e nel mondo: "Un così grave attentato fa infatti riflettere sul clima d'odio che si è insinuato nelle nostre società: occorre rimuovere i sentimenti di violenta contrapposizione, alimentati anche dalle troppe guerre in corso: non possono prevalere tra i popoli e, a maggior ragione, non possono mai basarsi sull'appartenenza religiosa".

L'AGENZIA NOVA RIFERISCE UNA PREOCCUPAZIONE DI TAJANI

Gaza: Tajani, attentato a Sydney rischia di danneggiare il processo di pace

Roma, 14 dic 16:41 - (Agenzia Nova) - L'attentato avvenuto oggi a Sidney, in Australia, è stato il frutto di una campagna antisemita che rischia di danneggiare il processo di pace a Gaza. Lo ha detto il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, intervistato dal Tg4. "Quello che è successo è frutto di una campagna antisemita" e le vittime "non hanno nulla a che fare con quanto accade a Gaza o in Cisgiordania. Dobbiamo far sì che non ci siano reazioni (da parte di Israele) perché il rischio è che l'attentato sia stato orchestrato per avere una reazione dura di Israele proprio nel momento in cui si sta passando dalla prima alla seconda fase del cessate il fuoco", ha affermato Tajani, paventando che si tratti di "una qualche idea criminale per interrompere questa nuova fase e ricominciare con la guerra". "Bisogna sempre lavorare molto con la diplomazia e mantenere la calma perché attentati come questo certamente non fanno bene al processo di pace. C'è una situazione di tregua molto debole, e certamente attentati come questo sono deleteri", ha aggiunto il titolare della Farnesina".

L'ADN KRONOS CI SPIEGA COSA E' LA FESTA DI HANNUKAH

"L'evento, chiamato Chanukah by the Sea, era stato organizzato dalla comunità ebraica locale e dal Chabad of Bondi, attirando centinaia di persone sulla famosa spiaggia per accendere insieme le luci e festeggiare. Hanukkah è una celebrazione ebraica che dura otto giorni e commemora la riconsacrazione del Tempio di Gerusalemme nel 164 a.C., dopo la vittoria dei Maccabei (guidati da Giuda Maccabeo) contro i Seleucidi, che avevano profanato il Tempio imponendo la cultura ellenistica. Il nome 'Hanukkah' significa 'inaugurazione' o 'dedicazione' in ebraico.

La storia e il miracolo

Nel II secolo a.C., il re seleucide Antioco IV Epifane vietò la pratica della religione ebraica e profanò il Tempio. I Maccabei ribellarono e riconquistarono Gerusalemme. Per riaccendere la menorah (il candelabro del Tempio), trovarono solo una piccola quantità di olio puro, sufficiente per un solo giorno. Miracolosamente, l'olio durò otto giorni, il tempo necessario per prepararne di nuovo. Questo miracolo è al centro della festa.
Accensione della hanukkiah: Ogni sera si accende una candela aggiuntiva su un candelabro a nove bracci (otto per le notti, più lo 'shamash' per accendere le altre). Si recitano benedizioni e si cantano canti tradizionali.
Cibi fritti nell'olio: Per ricordare il miracolo dell'olio, si mangiano latkes (frittelle di patate) e sufganiyot (ciambelle ripiene di marmellata). reformjudaism.org
Gioco del dreidel: Si gioca con una trottola a quattro facce (con lettere ebraiche che formano l'acronimo 'Un grande miracolo è accaduto qui/là').todaysparent.com
Regali e gelt: Si scambiano piccoli doni o monete di cioccolato (gelt).
Hanukkah cade il 25 del mese ebraico di Kislev. Nel 2025, inizia al tramonto del 14 dicembre e termina la sera del 22 dicembre. Non è una delle feste più importanti della Torah, ma è molto gioiosa, soprattutto per i bambini, e simboleggia la vittoria della luce sull'oscurità e la libertà religiosa. Non ha legami con il Natale, anche se spesso coincide nel periodo. Hanukkah sameach (felice Hanukkah)
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Dona per l'acquisto del terreno su cui sorge la Peace pagoda di Comiso: tieni viva la memoria viva della nonviolenza "poietica" - 5 dicembre 2025

Il monaco buddhista Gyosho Morishita, da Nagasaki, è arrivato a Comiso all'inizio degli anni Ottanta, nel periodo delle mobilitazioni pacifiste contro l'installazione dei missili Cruise. Ha abitato a lungo alla Verde Vigna, base pacifista del Cruisewatching, accanto all'ingresso principale della ex base missilistica (il "Magliocco"), oggi aeroporto civile. La costruzione della Pagoda è stata da lui decisa seguendo la scia del venerabile Nichidatsu Fujii, fiancheggiatore di Gandhi nella marcia del sale in India, fondatore della Nipponzan Myohoji: a lui si deve la realizzazione della prima pagoda della pace, fra quelle che oggi costellano il mondo.

Alla Peace pagoda di Comiso, guidate da Morishita, si svolgono le celebrazioni, con rito buddhista ma con possibilità di partecipazione per tutte le fedi, davanti alla grande statua del Buddha. Sono aperte, come sempre, dalla recita del Sutra del Loto suonando i tamburi della preghiera: contiene l'insegnamento principale del buddhismo, cioè l'invito ad entrare in sintonia con le leggi che governano l'Universo. Per la cerimonie a volte arrivano confratelli da tutto il mondo: dal Giappone, dall'India, dalla Cina, dalla Polonia, dall' Inghilterra, dall' Austria …

Sul problema della memoria di Comiso daremo maggiori info all'incontro online convocato dai Disarmisti esigenti lunedì 8 dicembre, dalle ore 18:15 alle ore 20:15.

Il tema è l'attualità della nonviolenza (anche come via per le liberazioni anticoloniali); e la Pagoda per la pace è uno dei fari per la nonviolenza, in Italia e nel mondo, rappresentando la memoria viva delle lotte di Comiso e dell'opposizione europea – vincente - al riarmo nucleare.

Ecco il link per partecipare alla riunione Zoom di lunedì 8 dicembre, dalle ore 18:15 alle ore 20:15

https://us06web.zoom.us/j/81892972669?pwd=WBCJ9Kxba7mSuYa69XPoJguFAoafvI.1

ID riunione: 818 9297 2669 - Codice d'accesso: 271519

Esistono due problemi pratici immediati per completare il progetto Pagoda:

1) acquistare il terreno su cui si erge pagando 35.000 euro entro il marzo 2026. La raccolta fondi è andata avanti e restano circa 5.000 euro per raggiungere l'obiettivo.

2) completare alcuni adempimenti urbanistici. Morishita diventa intestatario personale del terreno e poi lo dona – ancora non ha deciso -o all'Ordine monastico cui appartiene o al Comune di Comiso.

Si può contribuire all'acquisto versando sul conto corrente intestato a LOC Lega Obiettori di Coscienza - Via Mario Pichi, 1 – 20143 Milano (MI). Specificare nella causale: acquisto terreno Peace Pagoda Comiso

IBAN: IT39L0760101600000013382205

Ecco il link per partecipare alla riunione Zoom di lunedì 8 dicembre, dalle ore 18:15 alle ore 20:15

https://us06web.zoom.us/j/81892972669?pwd=WBCJ9Kxba7mSuYa69XPoJguFAoafvI.1

ID riunione: 818 9297 2669 - Codice d'accesso: 271519

Relazione introduttiva di Alfonso Navarra

Relazioni di Daniele Barbi e Luigi Mosca

Interventi previsti: Milly Moratti, Paola Paesano, Giovanna Cifoletti, Pino Polistena, Alex Colutelli, Giuseppe La Porta, Antonella Nappi, Marco Zinno

Il link al "Festival della nonviolenza poietica" svoltosi a Comiso dal 3 al 6 luglio 2025

https://www.nuovaresistenza.org/festival-della-nonviolenza-poietica-3-6-luglio-2025/

 Ecco come il FAI (Fondo Ambiente Italiano) descrive la Peace Pagoda di Comiso:

Comiso, che negli anni Ottanta ospitò una base missilistica Nato cruciale durante la guerra fredda, dagli anni Novanta accoglie nel suo territorio uno dei pochissimi templi buddisti mai realizzati in Europa (ottanta in tutto il mondo). L'edificio interamente bianco, consacrato nel 1997, è chiuso da una cupola sormontata da un pinnacolo e ospita una statua dorata del Buddha. La Pagoda della Pace fu fortemente voluta dal monaco giapponese Gyosho Morishita giunto in Sicilia nel 1982 sulla scia delle manifestazioni contro l'installazione della base Nato e le sue testate nucleari. La scelta del luogo fu determinata da diverse ragioni: la Sicilia è sempre stata terra di incontro e confronto fra culture diverse, e Comiso consentiva di erigere un tempio dedicato alla pace proprio di fronte ad un insediamento militare e in un sito geologicamente significativo, esattamente sulla faglia di incontro tra Europa e Africa, in un punto caratterizzato da una forte energia naturale.

Indirizzo su Google Maps: Contrada Canicarao, 100, COMISO, RG

Questa la descrizione del Comune di Comiso:

La Pagoda di Comiso, simbolo per la pace, è stata consacrata il 7 luglio 1997, dopo tanti anni di lavoro da parte del monaco giapponese Morishita. Essa si colloca davanti alla piana di Comiso e davanti alla ex base missilistica di Comiso,su di una collina.
La Pagoda è alta 16 metri con un diametro di 15.
La Pagoda della Pace di Comiso è stata inaugurata il 24 Maggio 1998.

Viaggio attraverso quattro cerimonie commemorative nelle Pagode della Pace di Comiso, Londra, Milton Keynes e Vienna

26.07.25 - Comiso - Pressenza IPA

Preghiere ereditate per la pace: le Comunità Nipponzan Myôhôji radicate nella cristianità.

Il 21 giugno è stata solennemente condotta la grande cerimonia commemorativa del 40° anniversario della Pagoda della Pace di Londra, seguita dalla cerimonia del 45° anniversario della Pagoda della Pace di Milton Keynes il 22. Dopo un intervallo di una settimana, la cerimonia del 42° anniversario della Pagoda della Pace di Vienna si è tenuta il 29, e infine, la cerimonia del 27° anniversario della Pagoda della Pace di Comiso ha avuto luogo la prima domenica di luglio, il 6.

La grande cerimonia commemorativa del 40° anniversario della Pagoda della Pace di Londra ha attirato monaci e monache distinti da tutto il mondo. È stata condotta in condizioni meteorologiche ideali, con nuvole sottili che fornivano ombra naturale dal sole ardente.

Londra quest'anno è stata benedetta da un clima insolitamente mite, tanto che non abbiamo avuto bisogno delle giacche che avevamo portato. Il prato intorno alla Pagoda della Pace nel Battersea Park era pieno di persone che si godevano il sole, creando una scena pacifica. Il giorno della cerimonia, il cielo sembrava rispondere alle nostre preghiere coprendoci con nuvole sottili che servivano come protezione solare naturale. Quella mattina, la marcia interreligiosa per la pace guidata da Bhikkhu Kamoshita, che era partita da Trafalgar Square verso la Pagoda della Pace, arrivò come previsto senza essere esposta alla luce solare intensa.

Sincronia Sacra attraverso tre settimane

Il ritmo delle cerimonie attraverso varie località europee in tre settimane procedeva vivacemente come il battito dei tamburi Nipponzan. Quando la cerimonia di Comiso si concluse, sembrava che le tre settimane fossero passate in un istante. Il giorno della cerimonia della Pagoda della Pace di Comiso, mentre decoravamo l'altare, offrivamo fiori al sancta sanctorum e alzavamo lo stendardo del daimoku sulle ringhiere della Pagoda, accadde qualcosa di misterioso: la scena di Londra di due settimane prima si sovrappose vividamente davanti ai nostri occhi. La solennità del momento quando la marcia interreligiosa per la pace arrivò e lo stendardo viola del daimoku fu installato sulle ringhiere sembrava essere risorta a Comiso, trascendendo tempo e spazio. Sperimentammo un senso inspiegabile di unità, come se la stessa cerimonia fosse stata ripetutamente condotta in luoghi diversi.

Cooperazione interreligiosa a Milton Keynes

La Pagoda della Pace di Milton Keynes è a circa 200 metri di distanza se cammini dritto dal tempio, ma poiché devi attraversare una piccola collina, l'altare viene assemblato davanti al tempio, caricato su un carrello, e trasportato con un camion lungo una strada asfaltata che gira intorno. La mattina della cerimonia, i devoti Sai Baba locali che portarono il camion caricarono abilmente l'altare e lo scaricarono davanti alla Pagoda della Pace, allineandolo attentamente per farlo guardare in avanti. Poi passarono al trasporto delle 200 sedie pieghevoli dal deposito dietro il tempio. Mentre i bhikkhu e le bhikkhuni stavano decorando l'altare e la piattaforma della cerimonia, finirono di disporre le 200 sedie attraverso il trasporto navetta e partirono prontamente.

Dalla cerimonia alla serenità a Vienna

La Pagoda della Pace di Vienna si erge direttamente davanti al tempio, ma le sedie sono conservate in soffitta, rendendo la loro rimozione e conservazione laboriosa. La pulizia comporta lo smantellamento e l'organizzazione dei pali delle bandiere rosse e bianche e della piattaforma della cerimonia, rendendo questo un compito pomeridiano che richiede tempo. Quest'anno, giovani uomini locali che occasionalmente partecipavano ai servizi mattutini e serali gareggiarono per salire in soffitta e organizzare le sedie che venivano passate su. Inoltre, i sostenitori locali che rimasero fino alla fine del programma culturale aiutarono a portare i materiali di legno smantellati sul retro del tempio. Quelli non adatti per il lavoro pesante raccolsero i petali di fiori sparsi che avevano danzato giù dalla Pagoda della Pace, e in quello che sembrava un istante, la Pagoda della Pace bianca tornò al suo aspetto abituale di stare tranquillamente vicino al Danubio, come se la grande cerimonia non avesse mai avuto luogo.

Comiso: Dove vive la Storia

Attraverso queste cerimonie in varie località europee, sentiamo come passato e presente siano profondamente connessi. Particolarmente alla cerimonia di Comiso di quest'anno, potevamo sentire che le preghiere per la pace che iniziarono oltre 40 anni fa continuano a essere tramandate attraverso le generazioni. La Pagoda della Pace di Comiso, che può essere magnificamente vista dai finestrini degli aerei in cima a una collina quando si atterra all'aeroporto di Comiso, ha una storia profonda scolpita in questa terra.

L'aeroporto di Comiso fu costruito durante la Seconda Guerra Mondiale dal regime fascista d'Italia e usato come base per bombardieri delle forze dell'Asse contro gli Alleati. Dopo la guerra, fu usato come aeroporto commerciale dall'Alitalia, ma durante la Guerra Fredda nel 1981, fu designato dalla NATO come la più grande base europea di missili balistici a raggio intermedio nucleari. Nel 1982, furono installati 112 moderni missili da crociera lanciati da terra BGM-109G (derivati terrestri del Tomahawk SLCM), e l'Aeronautica degli Stati Uniti fu dispiegata nel 1983. Ogni missile aveva molte volte il potere distruttivo delle bombe sganciate su Hiroshima e Nagasaki, con una gittata che includeva Mosca—queste erano le armi più avanzate dell'epoca. Si diceva che i 112 missili della base di Comiso potevano trasformare tutta l'Europa in una terra bruciata.

Semi di pace nell'ombra nucleare

In mezzo a questa tensione militare, iniziarono gli sforzi per la pace di Bhikkhu Morishita. Dopo il Raduno per la Pace di Un Milione di New York nel giugno 1982, Bhikkhu Morishita, insieme a Bhikkhuni Maruta e alla signora Nara (una donna inglese che era bhikkhuni all'epoca), condusse un pellegrinaggio a piedi attraverso l'Italia e la Sicilia, formando amicizie con attivisti per la pace locali. Nel 1983, rispondendo a una richiesta di Alberto L'Abate, professore di resistenza nonviolenta all'Università di Firenze e figura centrale nel movimento anti-base missilistica di Comiso, entrarono a Comiso. Bhikkhu Morishita iniziò ad accamparsi su terreno pianeggiante accanto all'ingresso della base, conducendo meditazione di preghiera seduta e pratica di strada, mentre continuava a viaggiare dalla Sicilia a conferenze internazionali inclusi vertici di nazioni avanzate in tutta Italia per le preghiere per l'abolizione della base di Comiso. Riferiscono che viaggiava sempre in autostop.

Alla marcia antinucleare di Roma di 500.000 persone quello stesso anno, guidò la processione battendo tamburi proprio in prima fila, diventando una figura simbolica del movimento anti-base di Comiso. Poi nel 1985, quando il proprietario terriero della fattoria davanti alla base donò terra per il movimento di opposizione, fu stabilito il campo per la pace: Verde Vigna. Bhikkhu Morishita costruì uno stupa di pietra all'interno dei terreni e iniziò a vivere insieme ad altri attivisti. Da qui, fu stabilita la fondazione per attività di pace radicate nella comunità che continua fino ad oggi.

Ponti viventi: passato e presente uniti

A questa cerimonia 40 anni dopo, abbiamo assistito in prima persona all'eredità di questa storia. Le preghiere per la pace stanno per essere ereditate da nuove generazioni. Il comitato della Pagoda della Pace di Comiso stava conducendo un congresso di quattro giorni chiamato "Forme di Nonviolenza Creativa" in congiunzione con la cerimonia di Comiso. Turi Vaccaro stava disponendo sedie per il luogo del congresso insieme ad Alfonso Navarra, un compagno dell'era fondatrice di Verde Vigna. Insieme ad attivisti per la pace recentemente uniti, stavano trasmettendo queste presentazioni sui diritti dell'obiezione di coscienza nel caso in cui il servizio militare fosse reintrodotto in Italia e l'importanza dei movimenti di disarmo guidati dai cittadini attraverso radio locale e internet. Gli sforzi per la pace che iniziarono con la resistenza ai missili nucleari stanno essendo ereditati in nuove forme che affrontano questioni contemporanee.

Bodhisattva emergenti dalla Terra in Azione

Tali scene furono ripetutamente osservate. Che si trattasse di riordinare i legnami della piattaforma a Vienna o smantellare le strutture parasole a Comiso, numerosi compiti che in alcuni anni si estendevano al giorno dopo le cerimonie furono completati in un istante attraverso la cooperazione di molte persone, indipendentemente dall'età o dal sesso, come se guidati da mani invisibili. Era come se bodhisattva emergenti dalla terra apparissero al momento giusto, prestando generosamente il loro potere compassionevole. Guardando indietro a tutti questi eventi, tutto sembra avere un significato oltre la mera coincidenza. Questo potrebbe essere prova che il potere misterioso della natura del Dharma ha unito le cerimonie commemorative delle Pagode della Pace in tutta Europa, facendo risuonare le preghiere per la pace nei cuori delle persone attraverso tempo e spazio. Queste preghiere ereditate per la pace continueranno nel futuro. Nel 2028, la Pagoda della Pace di Vienna raggiungerà il suo 45° anniversario e la Pagoda della Pace di Comiso il suo 30° anniversario, segnando nuove pietre miliari con aspettative per un'ulteriore espansione delle connessioni del dharma.

Saggezza per il Flusso Corrente

Bhikkhu Masunaga diede il seguente prezioso insegnamento durante il servizio serale il giorno prima della cerimonia di Comiso:

"Nipponzan non dovrebbe parlare di 'il mio tempio' o 'il tempio di qualcun altro.' Essere Nipponzan significa dare tutto noi stessi per aiutare con le cerimonie a cui ci è permesso partecipare. Facendo così, ogni singolo bhikkhu e bhikkhuni di Nipponzan appare non come rocce separate ma come acqua in un flusso corrente, muovendosi verso un unico scopo. Il canto del daimoku di ognuno di noi, che gradualmente divenne potentemente unificato in risposta durante i servizi mattutini e serali condotti attraverso le località europee in tre settimane iniziando con i preparativi per la cerimonia commemorativa del 40° anniversario della Pagoda della Pace di Londra, sono fiducioso sia un segno auspicioso per futuri servizi buddisti di Nipponzan."

di Mitsutake Ikeda

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BASTA TRIP DELLA "VITTORIA"! Zelensky è arrivato al capolinea? Trump gli dà l'ultimatum. Ma sopratutto il popolo ucraino dovrebbe gioire: una "brutta pace" è meglio della continuazione della inutile strage in corso!

22 novembre 2025

"Sulla pace devi decidere decidere entro 7 giorni": è l'ultimatum del presidente USA Trump al presidente ucraino Zelensky. Ma l'Ue corre in aiuto di Kiev: "Prepareremo una controproposta". Dal punto di vista del popolo ucraino la "disfatta" può essere l'inizio di una rinascita se si crede nei valori e nella forza della nonviolenza      Il testo dell'articolo analizza l'ultimo sviluppo della guerra in Ucraina, dove il presidente americano Trump ha imposto un ultimatum di sette giorni al presidente ucraino Zelensky per accettare un piano di pace. Tale piano, elaborato da Stati Uniti e Russia senza il coinvolgimento iniziale dell'Ucraina, prevede condizioni severe per Kiev: rinuncia alla NATO, cessione del Donbass, riduzione dell'esercito, patto di non aggressione con Mosca e Bruxelles, controllo della centrale di Zaporizhzhia da parte dell'AIEA. In cambio, l'Ucraina otterrebbe ingenti investimenti per la ricostruzione, garanzie militari europee e un'amnistia generale, escludendo processi per crimini di guerra.

L'Ucraina e l'Unione Europea criticano la proposta, giudicata punitiva per Kiev e indulgente verso Mosca, e stanno lavorando a una controproposta - a loro giudizio - più equilibrata, sebbene vi sia scetticismo sulla sua accettazione da parte della Russia. Zelensky, pur resistendo e cercando una "pace dignitosa", si dice pronto a collaborare con Trump.

Il testo prosegue offrendo due diverse interpretazioni della situazione:

  1. Una visione cinica e pessimista: che considera la "pace" proposta come una mera "resa" dettata dai potenti, un gioco di interessi in cui i popoli sono pedine sacrificate. Viene sottolineata la prevedibilità delle dinamiche di potere, la superficialità delle promesse di denaro e la costante ripetizione degli errori umani, con la "dignità" come prima vittima della guerra e l'amnistia come segno della prevalenza degli affari sulla giustizia.
  2. Una visione di speranza e "ottimismo della volontà": che ribalta la prospettiva, guardando la vicenda con gli occhi di un popolo stremato dalla guerra. Per questo popolo, l'ultimatum e l'esistenza stessa di un piano di pace, per quanto imperfetto, rappresentano un'urgenza vitale e una via d'uscita dall'inferno quotidiano. I sacrifici territoriali e militari, la stessa amnistia, sono visti come prezzi dolorosi ma accettabili per ottenere la cessazione immediata delle ostilità, la sicurezza e la possibilità di ricostruire le proprie vite. La "pace" diventa l'assenza di bombe e la promessa di un futuro.
  3. Questa prospettiva si conclude con un appello alla nonviolenza, alla speranza e alla fede nell'azione collettiva, sottolineando che la giustizia e l'amore possono trionfare, e che la nonviolenza è una forza potente per il cambiamento. Guardare le cose con questi "occhiali" indirizza al compito di costruire una "vera" democrazia. La "vittoria" dell'Ucraina non starebbe allora nel difendere con le armi pochi centimetri di terra irrorata da sangue umano. Si concretizzerebbe se questo popolo riesce ad essere unito nel costruire un modello democratico avanzato che possa influenzare positivamente anche i "fratelli russi".
  4. È alla democrazia e non alla difesa del territorio che deve puntare una resistenza nonviolenta. L'impressione sollevata nell'articolo è che molte forze "nonviolente" italiane non siano in grado di capirlo perché propongono una modalità nonviolenta per la stessa strategia fallimentare di Zelensky. Il quale per trascinarci in una escalation bellica sta imponendo una mordacchia autoritaria a tutta la società ucraina. Un autoritarismo non indenne da aspetti corruttivi che stanno venendo alla luce...

1. La distinzione "Caldi, tiepidi, freddi"

L'uso della teoria di L'Abate per rileggere il consenso alla guerra offre una prospettiva che smonta l'idea che l'adesione alla guerra sia un fenomeno di massa. La teoria presuppone e suggerisce che la guerra non è un fatto democratico, ma il prodotto dell'attivismo di una minoranza (i "caldi"), l'inerzia della maggioranza ("tiepidi") e soprattutto la manipolazione del Potere. Questo recupero di un'analisi sociologica (che cerca di unire Gramsci e Gandhi) è fondamentale per una rifondazione nonviolenta che non si basi sull'attesa di una conversione etica di tutti, ma sul risveglio e sull'organizzazione della maggioranza "tiepida" e pacifica.

2. Il "Paradosso dei nonviolenti"

L'accusa di scetticismo rivolta agli attivisti nonviolenti è una critica dall'interno molto severa ma necessaria. Avremmo da rimproverare un "nonviolento" che, nei fatti, finisce per dare credito e forza narrativa al mito della lotta armata (spesso mediato e sostenuto da potenze straniere), invece di insistere sulla forza e sull'efficacia della lotta nonviolenta come strategia politica concreta (come insegnato da Gene Sharp, corrispondente di L'Abate, da menzionare nel testo da elaborare). Questo scetticismo porta a sostenere "resistenze" che sono, di fatto, solo conflitti tra fazioni o pedine di potenze esterne, come si dovrà argomentare per il caso palestinese.

3. La "volontà dei Gazawi in carne ed ossa"

Questo è il punto più politicamente incisivo e decisivo da sottolineare. Nelle discussioni internazionali e tra gli attivisti, la reale volontà delle vittime dei conflitti (i Gazawi) viene ignorata a favore di ideologie astratte ("Intifada globale contro l'Imperialismo Occidentale"). In questo sta l'importanza di usare il dato del sondaggio su Hamas (pur con tutte le cautele necessarie su un dato in tempo di guerra) per ribadire un concetto cruciale: la massa che soffre le conseguenze della violenza (macerie, morti, fame) è naturalmente stanca della "resistenza armata" e vuole la pace. Il vero compito di una "rifondazione nonviolenta" non sarebbe sostenere ideali di lotta armata, ma rappresentare e amplificare la volontà di pace della maggioranza.

La tesi che si sta avanzando e provando ad argomentare è il programma per un manifesto futuro per il realismo nonviolento. Sostiene che la nonviolenza deve uscire da una dimensione puramente etica o idealistica e assumere una natura strategica e politica che:

  • Riconosca la natura manipolatoria del consenso bellico (la "minoranza calda" manipolata dal Potere).
  • Faccia fiducia alla forza intrinseca, "potente", della lotta nonviolenta come strumento di contropotere effettivo ("potere con" contro il "potere su").
  • Ponga al centro la reale volontà di pace della popolazione, spesso soffocata dalle narrative dei gruppi di potere e dai "trip" ideologici degli attivisti esterni.

Riepilogando, i Disarmisti esigenti chiedono di "rifondare" la nonviolenza, con il dialogo e la convergenza anche delle realtà collettive esistenti, sulla base della "fiducia ragionevole nella forza e nell'efficacia" del metodo della "unione popolare per la ricerca di verità e giustizia", sempre ancorato a strategia e valori coerenti, sottraendola all'ombra seducente del mito mediatico della "resistenza armata".

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8 dicembre antinucleare: rifondiamo la nonviolenza organizzata! 11 -11 - 2025

Rifondare la nonviolenza organizzata: adottare, contro il militarismo e il nazionalismo, la priorità della sopravvivenza globale

*Nota sulla struttura della pagina web . L'immagine riflette la regola del movimento tedesco: si manifesta con i simboli della pace, non con bandiere di partito e nazionali (es. Ucraina o Palestina).

L'intervento dei Disarmisti esigenti espone le motivazioni che conducono alla necessità di una "rifondazione nonviolenta" individuando la priorità della sopravvivenza globale

L'articolo di Luigi Mosca sulla "sicurezza comune" illustra l'idea di coinvolgere l'OCSE

L'appello pubblicato su Il Manifesto (31 ottobre 2025) in cui i no-global "storici", insieme alla Sumud Flottilla, alla GKN, si vedono a Roma il 15 novembre per preparare un NO KINGS DAY italiano entro metà dicembre. Riportata per conoscenza e tutt'altro che per adesione!

Si ricorda l'incontro Zoom programmato per il 4 novembre alle ore 18:00 sui temi del riarmo europeo e delle spese militari da contrastare facendo perno sulle obiezioni di coscienza.

https://us06web.zoom.us/j/83944051716?pwd=Xxv7AsbaFJFa2bwtsbsiiHpmtz4YRY.1


Aderisci all'appello per l'iniziativa "LIBERARE BARGHOUTI, PARTNER DI PACE COME MANDELA". Una ambasciata di pace con due uffici: Tel Aviv e Ramallah.

https://www.petizioni24.com/barghouti_libero

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Il nostro impegno nasce dalla lucida consapevolezza che la pace ("disarmata e disarmante", come vuole Papa Leone) non si impone né si ottiene con la retorica, ma si costruisce con ideali forti, parole responsabili, compromessi realistici, strategie di non collaborazione attiva e gesti coraggiosi di obiezione di coscienza.

Se si vuole la pace dobbiamo prepararla attraverso l'omogeneità mezzi-fini. Essendo ben convinti che "la guerra è sempre una sconfitta" e, oggi più che mai, "non esistono guerre giuste".

Con il presupposto che la difesa della vita universale è il valore supremo, quello da cui tutti gli altri dovrebbero discendere, si tratta di passare, da una "cultura del nemico", un approccio "perdente-perdente", a una "cultura della cooperazione", un approccio "win-win", e quindi molto più desiderabile per tutti!

Questa "cultura del nemico" è la causa fondamentale delle guerre: in realtà, i veri nemici di ogni Stato non sono gli altri Stati e popoli; i veri nemici sono comuni a tutti gli Stati e popoli e sono: il cambiamento climatico, la distruzione accelerata della biodiversità, l'inquinamento ambientale, l'iniqua distribuzione delle ricchezze, la fame e la povertà nel mondo, le epidemie, ecc. È per affrontare efficacemente questi nemici comuni che dobbiamo impegnare tutto il potenziale dell'umanità in intelligenza, iniziative di solidarietà, creatività... e non in conflitti tribali per spostare confini (un po' più a destra, un po' più a sinistra?) ancorati ad una corsa sfrenata agli armamenti di ogni tipo.

La priorità etica e strategica

In sorprendente e non scontata sintonia con l'attuale linea del Vaticano – e per distinguersi dal movimentismo estremista e sloganistico – riteniamo che il punto focale della sicurezza globale risieda nella condizione atomica. Non è solo una questione tecnica o militare. È il riflesso di una logica che ha smarrito il senso del limite: la potenza come fine, il profitto come misura di tutto. L'arma nucleare è il simbolo estremo di questa deriva. Una civiltà che fonda la propria sicurezza sulla minaccia di distruzione totale è, nella sostanza, una inciviltà. Per questo, oggi più che mai, è necessario un cambio di rotta. E' necessario "esigere" il disarmo nucleare totale, raccogliendo il lucido appello formulato da Stéphane Hessel nel suo "storico" pamphlet. Non si tratta di un auspicio generico, ma di un imperativo etico e politico che obbliga la coscienza collettiva e chiama ogni cittadino alla responsabilità primaria di salvare non solo il presente, ma il passato e il futuro dell'Umanità.

L'attuale dottrina della deterrenza è un genocidio programmato, che la Santa Sede all'ONU definisce "moralmente indifendibile e strategicamente insostenibile". Il nostro presupposto è opporre l'impulso vitale (Eros), che anela alla pace, con la cura e il senso di comunità, alla logica di annientamento (Thanatos), foriera di guerra, rispettando la vita universale. Una vita che si evolve il un unico ecosistema globale, cui la specie umana appartiene organicamente, mentre non è vera la posizione antropocentrica che la fa padrona di esso. Ecco la "terrestrità", che ci ricorda che siamo figlie e figli ancora nella pancia di Madre Natura; e che ogni forzatura dell'evoluzione, ogni brama di dominio è una ferita inferta a noi stessi.

Sulla scia delle riflessioni di Carlo Cassola, fondatore della Lega per il disarmo unilaterale, il nazionalismo e il militarismo aggravano il quadro problematico della "condizione atomica", frutto - come si è detto - dell'Hybris animatrice della corsa alla potenza, nei seguenti modi.

Il nazionalismo (da distinguere, secondo alcuni, rispetto al patriottismo o al matriottismo) pone la nazione come valore supremo e fine ultimo, alimentando la logica della potenza come fine. Questo spinge ogni stato alla competizione e al desiderio di supremazia sugli altri, rendendo l'arma nucleare lo strumento definitivo per affermare questa superiorità, il simbolo estremo di questa deriva.

Il militarismo promuove la forza armata non solo come strumento di difesa, ma come fulcro della vita sociale, politica ed economica. Esso giustifica le enormi spese militari (sottraendo risorse a bisogni reali) e la corsa agli armamenti, compresi quelli nucleari, come l'unica garanzia di sicurezza. Questo solidifica la convinzione che la minaccia di distruzione totale sia una base accettabile per la stabilità globale.

Sia il nazionalismo che il militarismo sono ideologie che esaltano il conflitto violento e la volontà di imporsi. La guerra e la preparazione alla guerra diventano inevitabili, se non addirittura desiderabili, per la grandezza nazionale. Cassola vedeva in queste ideologie la negazione del "senso del limite" e della coscienza dell'autodistruzione che l'era atomica impone. Se la sicurezza è fondata sulla potenza e sull'esercito (militarismo) a servizio della nazione (nazionalismo), l'escalation e l'uso dell'arma estrema sono considerati una possibilità legittima, non un tabù.

La denuncia radicale di Cassola si concentrava sulla necessità di abolire la guerra e di perseguire il disarmo unilaterale, anche con obiettivi parziali, partendo proprio dall'eliminazione del nucleare. Nazionalismo e militarismo sono i principali ostacoli a questo "cambio di rotta" da noi richiesto. Essi richiedono la continua mobilitazione in funzione della minaccia esterna, legittimando l'esistenza stessa degli ordigni atomici e impedendo la cooperazione internazionale. Un movimento disarmista e pacifista che fa di una bandiera nazionale il suo emblema principe e caratteristico dovrebbe essere considerato ossimorico, una contraddizione in termini.

Se il fine ultimo è la sopravvivenza dell'umanità intera, con la quale ci si identifica, è necessaria una visione universalista e la cooperazione e l'azione internazionale diventano la condizione necessaria per eliminare tutte le armi, a partire dal nucleare.

La sicurezza non può nascere dalla paura. Può nascere solo dalla fraternità universale, dalla cooperazione, dal riconoscimento dell'altro come parte di sé. Ritrovare questo sguardo è il primo passo per costruire una pace possibile. Questo imperativo morale deve tradursi in una strategia politica, attenta ai rapporti di forza, che mira a ridurre il rischio e creare fiducia, anche attraverso il metodo richiamato dei passi di disarmo unilaterale ("sii il cambiamento che vuoi vedere realizzato!").

Oggi, molte pratiche si definiscono nonviolente pur manifestando tendenze che ne negano il fondamento ideale ed etico della nonviolenza. Ci siamo già soffermati sulla assurdità di fare di una bandiera nazionale l'emblema distintivo del movimento pacifista: significa abbracciare contemporaneamente l'ideologia che alimenta il conflitto e il movimento che mira alla sua abolizione!

  • L'attuale deviazione consiste nell'adottare la logica politica della polarizzazione, dove il gruppo umano avversario non è un interlocutore da convertire, ma un "nemico" da cancellare (come nel caso degli slogan che chiedono la cancellazione di uno Stato, o la giustificazione di atti terroristici).
  • Quando gruppi che si definiscono nonviolenti arrivano a giustificare o minimizzare atti che negano la dignità umana (come i massacri di civili o la repressione interna ai movimenti), si verifica il fallimento etico. L'intolleranza verso chi propone il dialogo è l'applicazione della logica della guerra nel campo della pace.
  • Limitarsi a denunciare il male (la "polemica") con slogan estremisti ("blocchiamo tutto!") impedisce di sviluppare la profondità strategica necessaria. Si diventa reazionari a un evento, anziché proattivi con una proposta di cambiamento reale.

Riteniamo, in questa situazione di pratiche diffuse e non adeguatamente contrastate dalle direzioni nonviolente ufficiali, necessaria la rifondazione della nonviolenza organizzata: desideriamo che avvenga attraverso la riaffermazione del fondamento etico e l'integrazione di una strategia misurata e concreta.

Ovviamente, non si è obbligati a condividere il nostro giudizio sull' opportunismo politico rispetto a quello che, per altri che soppesassero in modo diverso le cose, viene visto solo come espressione di cautela nel rapportarsi verso una ondata emotiva da cui non si vuole restare isolati. Critiche nette potrebbero portare alla rottura dei ponti con una base vasta e trasversale di attivisti, perdendo rilevanza e capacità di mobilitazione.

Ma la nostra esperienza maturata nel tempo ci insegna che le semplificazioni demagogiche, per quanto efficaci nell'immediato, non reggono alla prova della durata. Quando un movimento non riesce a contenere le spinte fanatizzanti al proprio interno, rischia di trasformarsi in una caricatura di sé stesso. E così, anziché rafforzare la causa da cui è nato, finisce per indebolirla, tradendone lo spirito originario. Per questo riteniamo essenziale coltivare una cultura politica fondata sulla responsabilità, sulla misura e sulla coerenza etica. Solo così è possibile costruire percorsi credibili e duraturi, capaci di incidere davvero sulla realtà.

Proposte concrete per la sicurezza collettiva

Per operare questa rifondazione della nonviolenza organizzata, proponiamo quattro passi essenziali mediante campagne politiche per una sicurezza fondata sulla fraternità e i diritti umani:

  1. Proibizione nucleare e Non Primo Uso (NFU): aderire al Trattato TPNW e promuovere attivamente il Non Primo Uso (NFU). Questa misura non solo è etica, ma è un atto di lucidità analitica che contrasta il rischio di errore di calcolo dovuto all'IA, allungando i tempi di decisione e reintroducendo il controllo umano.
  2. Rilancio di Helsinki 2: costruire un quadro di sicurezza globale, inclusivo e multilaterale che superi la logica dei blocchi politico-militari (NATO/Russia/Cina). L'obiettivo è trasformare il welfare verso una sicurezza basata sul costituzionalismo globale, da realizzarsi come cittadini del mondo radicati nella terrestrità. In questa prospettiva, coinvolgere l'OSCE ad aprire, sotto l'egida dell'ONU, un tavolo negoziale tra Occidente e Russia su tutte le questioni di confine (circa 4.000 km) legate principalmente alle minoranze russe in vari Paesi dell'Europa orientale (in particolare in Estonia e Lettonia).
  3. Zona Libera da Armi Nucleari in Medio Oriente (NFZ-MENA): Agire per impedire l'espansione degli arsenali in una regione ferita, reindirizzando le priorità politiche verso la protezione della vita e la promozione della giustizia.
  4. Costituzione della Terra: l'idea di un Patto Costituzionale globale che imponga limiti e vincoli ai poteri statali e di mercato per tutelare i beni vitali (ambiente, pace, salute, vita) e garantire i diritti fondamentali di tutti gli esseri umani, rifondando il diritto internazionale. Il suo nucleo è la creazione di istituzioni di garanzia globali, affrancate dagli Stati, per imporre limiti ai poteri "selvaggi" degli Stati sovrani e dei mercati globali, e per rendere effettivi i diritti umani a livello universale. I diritti umani e sociali dovrebbero essere integrati dai diritti dell'umanità in quanto tale e dai diritti della Terra.

Per sviluppare un impegno laico e concreto, capace - seppur gradualmente - di contrastare la deriva bellica e il rafforzamento del sistema di guerra, proponiamo che l'Italia, in quanto parte integrante dell'Europa, possa farsi interprete di una svolta. A partire da una pressione dal basso, consapevole e organizzata, il nostro Paese potrebbe recepire e sostenere obiettivi che non solo sono eticamente fondati, ma anche politicamente plausibili e realizzabili.

1) Denuclearizzare sia in campo militare, sia in campo civile

2) Convertire le spese militari in investimenti sociali (beni comuni e pubblici) e in conversione ecologica: dire no alla guerra e sì alla pace significa considerare anche la guerra sociale ai beni comuni e l'utilizzo delle armi finanziarie come il debito.

3) Predisporre un modello di difesa che, nel rispetto dell'articolo 11 della Costituzione, attui il transarmo progressivo verso la resistenza nonviolenta quale capacità di opporsi all'ingiustizia con mezzi costruttivi, basati sulla forza dell'unione popolare.

Alcune campagne in corso dei movimenti di base vanno sostenute ed aiutate ad acquisire una sponda istituzionale più salda, sicura, convinta:

1- L'opposizione al ritorno del nucleare civile.

2- Object War per il diritto internazionale al non partecipare direttamente ai combattimenti armati. In particolare lanciare una forma di "obiezione alla guerra" che contrasti l'ambiguo ritorno (tra volontarietà, obbligatorietà, sorteggio) che si sta predisponendo alla mini-naja

3- L'obiezione di coscienza nelle sue varie forme e modalità: oltre a quella al servizio militare di cui si diceva, le obiezioni alle spese militari, alle banche armate, alle produzioni e ai traffici bellici.

4- Il contrasto alla militarizzazione della scuola, dell'università, della ricerca scientifica.

Il comitato per la liberazione del Mandela palestinese quale partner di pace

Per quanto riguarda il conflitto israelo-palestinese nell'ambito della più ampia partita mediorientale, è noto che proponiamo di creare una Ambasciata di pace in Palestina, con due uffici, uno a Tel Aviv e uno a Ramallah. La proposta va oltre la semplice mediazione e suggerisce un'azione diretta e strategica nel campo politico interno sia israeliano che palestinese, con l'obiettivo di alterare gli equilibri di potere a favore della pace. Marwan Barghouti è considerato una figura politica popolare e unificante per i Palestinesi, il cui rilascio è visto come il passo necessario per rimettere in piedi una leadership palestinese credibile e unitaria, capace di negoziare la pace. Sostenere le forze israeliane contrarie alla logica della guerra e dell'occupazione è inteso come un modo per rimuovere il blocco politico interno israeliano alla soluzione diplomatica, aprendo la strada a un vero processo di pace, oltre le tregue precarie e momentanee.

Per quanto riguarda il problema del disarmo di Hamas (e l'eventuale confluenza della sua dimensione politica nell'OLP), ci teniamo a sottolineare un punto, che sembra mancare ai più nel movimento pacifista, cioè le condizioni di legittimità di una resistenza armata, in un conflitto asimmetrico, ai sensi del diritto internazionale.

L'obbligo di rispettare il Diritto Internazionale Umanitario (DIU) è assoluto e incondizionato, e si applica a tutte le parti in conflitto, inclusi i gruppi di resistenza armata.

Il Diritto Internazionale Umanitario (noto anche come diritto dei conflitti armati o Ius in bello) stabilisce le regole che devono essere rispettate durante un conflitto, indipendentemente dalle cause o dalla legittimità della guerra stessa (Ius ad bellum). Lo scopo fondamentale del DIU è limitare la sofferenza umana. Richiede che ogni combattente, in qualsiasi tipo di conflitto (simmetrico o asimmetrico), rispetti due principi cardine: 1) principio di distinzione: i combattenti devono sempre distinguere tra obiettivi militari e civili o beni civili. Gli attacchi diretti contro i civili o contro le infrastrutture civili sono crimini di guerra; 2) principio di proporzionalitàla perdita di vite civili o i danni ai beni civili non devono essere eccessivi rispetto al vantaggio militare concreto e diretto atteso dall'attacco.

Lo statuto di combattente viene riconosciuto ad un gruppo che compie azioni armate se i suoi componenti si comportano da combattenti leciti, il che include il portare apertamente le armi e il rispettare il diritto internazionale umanitario - DIU.

I gruppi armati non statali (come la sezione specializzata di Hamas) sono vincolati dal DIU, in particolare dall'Articolo 3 Comune alle quattro Convenzioni di Ginevra e, se l'intensità del conflitto lo richiede, dal Protocollo Aggiuntivo II (per i conflitti armati non internazionali). Attacchi contro i civili (come il lancio indiscriminato di razzi, l'uso di scudi umani, o gli attacchi diretti e premeditati contro non combattenti) costituiscono violazioni gravi del DIU, indipendentemente dalla legittimità politica della causa per cui si combatte.

Nel contesto di un conflitto asimmetrico (dove le forze e le risorse sono diseguali, come nel caso Israele-Hamas), il DIU mantiene la sua piena applicabilità a entrambe le parti. Le violazioni commesse da una parte (ad esempio, una potenza occupante) non giustificano o legittimano le violazioni commesse dall'altra parte (il gruppo di resistenza). Ogni parte è responsabile delle proprie azioni ai sensi del diritto internazionale.

In sintesi, la legittimità politica della resistenza (o il suo eventuale futuro politico come parte dell'OLP) è distinta e non annulla l'obbligo di operare secondo le regole del DIU. Il rispetto dei diritti umani dei civili è la condizione sine qua non per qualsiasi soggetto che ricorra alla forza, anche se per una causa considerata giusta. Affermare ciò è espressione di un principio universalista di civiltà e di diritto, proprio il contrario della manifestazione di un atteggiamento "giudicante" e "colonialista".

Il Diritto Internazionale Umanitario, codificato nelle Convenzioni di Ginevra, non è un codice morale imposto da una singola potenza o cultura. È un insieme di regole accettate e ratificate da praticamente tutti gli Stati del mondo (comprese nazioni che sono state colonizzate). L'obbligo di proteggere i civili, di distinguere tra combattenti e non combattenti e di trattare i prigionieri in modo umano sono considerati norme consuetudinarie universali e inderogabili (Ius cogens).

Le regole del DIU sono neutre rispetto alle cause del conflitto. Non giudicano chi ha ragione (Ius ad bellum), ma stabiliscono come si combatte (Ius in bello). Esigere il rispetto di tali norme significa chiedere l'applicazione di un patrimonio giuridico comune a tutti, superando la logica della vendetta o della giustificazione data dalla disperazione.

L'accusa di "colonialismo" suggerisce che si stia imponendo una norma occidentale/dominante per delegittimare la resistenza. Al contrario, l'affermazione che il DIU è incondizionato pone la vita e l'incolumità dei civili (sia propri che avversari) al di sopra di ogni considerazione strategica o politica. È la difesa dei diritti umani fondamentali dei non combattenti, che sono le prime vittime in qualsiasi conflitto asimmetrico.

Insistere sul fatto che il rispetto del DIU è la "condizione sine qua non" per chi usa la forza non è un giudizio sulla giustezza della causa, ma è la definizione di chi è un combattente legale in un conflitto moderno. Qualsiasi gruppo che non rispetta il DIU (ad esempio, attaccando deliberatamente i civili o usando scudi umani) si auto-colloca fuori dal quadro della legittimità giuridica internazionale, trasformando i propri atti in crimini di guerra, indipendentemente dall'asimmetria del conflitto.

Un atteggiamento veramente non-giudicante e non-colonialista deve evitare di cadere nella logica che il "fine giusto" (la liberazione) giustifichi "mezzi illegali" (l'attacco ai civili). Sostenere l'incondizionalità del DIU è un modo per proteggere la causa stessa della resistenza da contaminazioni estremiste e terroristiche dei movimenti di sostegno, le quali, come si è sottolineato, sono la caricatura della nonviolenza e minano ogni futuro politico credibile.

Per un gruppo di resistenza come Hamas che aspira a diventare parte di un'entità statale legittima e riconosciuta (come l'OLP), dimostrare il rispetto per le leggi di guerra è essenziale. È un atto di lungimiranza politica e di impegno verso l'ordine internazionale futuro, non un segno di sottomissione. L'eventuale leadership di Barghouiti può fungere da motore e garante per questa evoluzione.

Struttura e Metodo: costruire Ponti, non slogan

La nostra aspirazione è dare vita a un centro di "nonviolenza poietica" (creativa), capace di generare pensiero e azione, superando l'isolamento e la semplificazione degli slogan. Vogliamo contribuire con discrezione e fermezza, offrendo un'alternativa che non si esaurisca nel gesto mediatico, ma che sappia costruire relazioni, visioni e percorsi condivisi.

Non ci riconosciamo in iniziative che privilegiano l'impatto scenico a scapito del dialogo, né in pratiche che escludono chi propone mediazione e ascolto. Crediamo invece in un cammino paziente, radicato nella storia e aperto al futuro. Come primo passo, proponiamo la nascita di un Laboratorio per la Sicurezza Umana (LSU): una piattaforma permanente di studio e proposta, che sappia coniugare analisi rigorosa e visione etica. Un luogo dove elaborare strumenti normativi e culturali, partendo da esperienze che ci hanno visto protagonisti: dal riconoscimento dell'obiezione di coscienza allo smantellamento degli euromissili sancito dal Trattato INF del 1987.

Altre idee da potenziare:

- la rivista Il Sole di Parigi

- una newsletter

- una web radio

- la Rete per l'educazione alla terrestrità con la Biblioteca della Dignità in via Pichi

Per questo ci ritroviamo in Assemblea a Roma, l'8 dicembre, con l'intento di avviare questa auspicata "rifondazione della nonviolenza organizzata".

Vogliamo tornare a pensare la pace come progetto concreto, legato alla dignità e alla Terra. E farlo insieme, con sobrietà, con coraggio, con responsabilità.

Questa proposta dell'8 dicembre a Roma "per la rifondazione nonviolenta" va considerata una semplice ipotesi di lavoro, che nasce però non da elucubrazioni estemporanee. Mettendola in circolo la si sottopone a verifica tra amiche/i e compagne/i di cammino, in questo modo attuando già quella cultura del dialogo che si sta invitando a promuovere. Si è infatti pienamente consapevoli che la rifondazione della nonviolenza organizzata non può essere un atto solitario e improvvisato: deve nascere da un processo condiviso, capace di interrogarsi, ascoltare, correggersi. La priorità della sopravvivenza globale, posta come alternativa al militarismo e al nazionalismo, è un principio alto che porta a fare i conti innanzitutto con la deterrenza "atomica", da superare con la denuclearizzazione, sia militare che civile. Perché diventi movimento politico organizzato deve essere tradotto in costruzione di reti di rapporti, in linguaggi accessibili, in una collocazione di alleanze credibili.

L'assemblea dell'8 dicembre, se ci sarà in quella data, se ci sarà, dovrebbe essere un momento fondativo, tale da segnare l'inizio di una nuova fase. Ma perché sia riconosciuto come tale, dovrebbe essere preceduto da un lavoro di tessitura; coinvolgimento, riflessione, apertura. Sottoporre l'idea a verifica non è segno di debolezza, ma di responsabilità politicaSignifica non dare nulla per scontato, non imporsi, ma proporre. E lasciare che la proposta venga accolta, trasformata, arricchita.

Esiste il problema dei gruppi già organizzati e qui si intende ribadire che non si tratta di imporre nulla dall'esterno ma di proporre una ipotesi di soluzione ai problemi che già questi gruppi sentono, e dichiarano di sentire, se si ascolta il loro dibattito interno. Noi riconosciamo il valore e la storia di questi gruppi. Rappresentano una insostituibile eredità morale e politica: pensiamo al MN di Capitini, alla LDU di Carlo Cassola, alla tradizione di Pax Christi... Essi stessi ci pare riconoscano che, nonostante la profonda tradizione e i principi inattaccabili, la nonviolenza organizzata non riesce più ad incidere significativamente sulla politica nazionale. Siamo frammentati e i decisori ci ignorano. La nostra responsabilità politica è ammettere che la configurazione e la struttura attuali non sono all'altezza della gravità della crisi. Un modo di procedere, dopo l'assemblea dell'8 dicembre, o di quando sarà, è quello di pensare possibile non la richiesta un'adesione totale e permanente da subito ai gruppi già organizzati, ma l'avviamento di esperimenti congiunti e reversibili. Si potrebbe chiedere un Tavolo di Convergenza Tematica (non strutturale): la proposta sarebbe non una fusione, ma la creazione di un "Comitato di verifica e azione congiunta" dedicato a una singola, ma urgente, tematica (es. "l'Iniziativa per Helsinki 2" o "l'Ambasciata di Pace per Barghouti").
Metodo di lavoro: bisogna dichiarare esplicitamente che questo Comitato lavorerà secondo il principio: "Sottoporre l'idea a verifica (in comune) non è segno di debolezza, ma di responsabilità politica."
Principio del risultato misurabile: l'obiettivo di questo tavolo non è produrre un documento ideologico, ma un'azione politica concreta e misurabile. La nonviolenza non è solo contenuto, ma anche forma. E la forma che si vorrebbe adottare — dialogica, inclusiva, riflessiva — è già parte della rifondazione. È il segno che non si cerca una nuova etichetta, ma una nuova sostanza.

Costruire la Pace, "disarmata e disarmante", rifondare un polo nonviolento

Proposte concrete per una sicurezza umana nel "costituzionalismo globale"

La pace non si impone. Si costruisce.
Con gesti misurati, ma convinti, con parole responsabili, con scelte che guardano al futuro.

Le proposte che avanziamo nascono da questa convinzione.

Sono semplici, ma essenziali:

  • Proibire le armi nucleari, aderendo al Trattato TPNW e promuovendo il principio del Non Primo Uso.
  • Rilanciare Helsinki, per una sicurezza fondata sulla fraternità e sui diritti umani, non sulla minaccia.
  • Creare una zona libera da armi nucleari in Medio Oriente, per restituire speranza a una regione ferita.
  • Fare adottare una Costituzione della Terra.

Questi passi traducono un imperativo morale - non uccidere, rispetta la vita universale! - in una strategia politica concreta.
Una strategia che spegne gli antagonismi violenti, riduce il rischio, favorisce il dialogo e apre la strada a una sicurezza condivisa.

La nostra identità è quella di cittadini del mondo, radicati nella terrestrità.
Crediamo che ogni essere umano abbia diritto a vivere senza il peso di una minaccia nucleare, che è un genocidio programmato.
E che l'Italia, in questo cammino, possa essere voce di pace e di responsabilità.

Non ci interessa la polemica.
Ci interessa la possibilità di aprire la porta a speranze.
La possibilità di incontrarsi, di ascoltarsi, di cercare insieme una via d'uscita. Di essere "aggiunta nonviolenta" e "nonviolenza poietica".

La pace non nasce dal rifiuto dell'altro, ma dal riconoscimento reciproco.
Non si costruisce con slogan, ma con compromessi coraggiosi.

In conclusione, crediamo che il dialogo sia l'unica strada.
Una strada difficile, certo.
Ma è la sola che non porta al baratro.
E per questo, è la sola che valga la pena percorrere.

Per questo noi che condividiamo questi contenuti ci riuniamo in Assemblea a Roma l'8 dicembre. Avviamo la costruzione di un nuovo soggetto che opererà una rifondazione della nonviolenza organizzata in Italia.

Idee per la rifondazione del polo nonviolento l'8 dicembre

La rifondazione deve superare lo sloganismo e l'isolamento, diventando, possibilmente, con il tempo che ci vuole, un attore rilevante e "disarmante" nel dibattito politico e sociale italiano.

1. Struttura organizzativa: dal movimento al soggetto politico-culturale

Per essere un polo "aggiunta nonviolenta" e "nonviolenza poietica" (creatrice), il nuovo soggetto deve distinguersi dai comitati ad hoc o dai movimenti emotivi.

  • Creazione del "Laboratorio per la Sicurezza Umana" (LSU):
    • Funzione: istituire una piattaforma permanente che non si limiti alla protesta, ma produca analisi e proposte normative sui temi del disarmo (nucleare, IA, armi convenzionali) e della sicurezza collettiva.
    • Composizione: unire esperti (giuristi, diplomatici, scienziati, teologi morali) con attivisti di base. L'assemblea dell'8 dicembre potrebbe votare la sua costituzione e il primo nucleo direttivo.
  • Adozione di una "Carta del Dialogo":
    • Principio operativo: codificare il principio del "riconoscimento reciproco" e del "compromesso coraggioso" come metodo vincolante per l'azione interna ed esterna. Questo distingue immediatamente dai movimenti intolleranti ("teste di coccio").
    • Esempio: dichiarare esplicitamente che il dialogo non è con chi propone la violenza o la cancellazione dell'altro, ma con chi si impegna per la coesistenza e il Diritto Internazionale.

2. Strategia comunicativa: dallo slogan alla proposta responsabile

Per contrastare la polemica e lo sloganismo, la comunicazione deve essere misurata, responsabile e orientata al futuro.

  • Lancio della Campagna "Italia senza minaccia":
    • Focus: Rendere i concetti di TPNW e Non Primo Uso (NFU) accessibili al cittadino comune. La campagna non deve chiedere solo "la pace", ma "la fine della minaccia".
    • Obiettivo: raccogliere firme per una Proposta di Legge di Iniziativa Popolare (o una risoluzione parlamentare) che impegni l'Italia a promuovere attivamente il NFU nei consessi NATO e internazionali, trasformando il nostro "imperativo morale" in un atto politico.
  • Mediazione e "contenimento":
    • Ruolo pubblico: posizionarsi come mediatori etici nel dibattito. Quando sorgono polemiche estreme (es. come nel conflitto israelo-palestinese), intervenire non per schierarsi con gli slogan, ma per riportare la discussione sui principi di sicurezza umanadiritto internazionale e dialogo per la coesistenza (come il supporto alla leadership Barghouti o alla NFZ-MENA).
    • Slogan esempio: Sostituire la retorica della protesta con quella della responsabilità: "Non ci interessa la polemica, ci interessa la possibilità (di agire)."

3. Azioni Concrete Immediatamente Dopo l'8 Dicembre

L'assemblea deve definire i primi gesti che dimostrino la solidità e la concretezza del nuovo soggetto:

  • Seminari Tecnici su "Helsinki 2":
    • Organizzare una serie di incontri di alto livello (coinvolgendo ex-diplomatici, accademici) per elaborare un documento di proposta italiano per una nuova architettura di sicurezza collettiva. Questo dimostra che la proposta di Helsinki non è utopia, ma un piano operativo.
  • Focus regionale sulla NFZ-MENA:
    • Promuovere un network di associazioni e comuni italiani che chiedano al Governo e al Parlamento un impegno formale per l'organizzazione della Conferenza sulla Zona Libera da Armi Nucleari in Medio Oriente. Questo traduce l'ideale in azione di politica estera localizzata.
  • Metodo dei "passi unilaterali" come esempio:
    • Lanciare una campagna interna (per i membri del nuovo polo) di "Disarmo personale" (es. boicottaggio consapevole di prodotti legati all'industria bellica, impegno a non usare linguaggi di odio/violenza) che testimoni il principio del "sii il cambiamento che vuoi vedere realizzato" prima di chiederlo agli Stati.

L'assemblea dell'8 dicembre dovrebbe quindi non solo votare i principi, ma stabilire la struttura (LSU), la strategia comunicativa (Campagna NFU) e i primi impegni operativi (Helsinki 2 / NFZ-MENA).

Una sicurezza degli uni contro gli altri o una sicurezza comune dell'umanità?

« Oh Barbara, quelle connerie la guerre » (Jacques Prévert)

Stiamo assistendo a un massiccio riarmo, sia convenzionale che nucleare, e anche, da alcuni anni a questa parte, a un indebolimento, persino allo smantellamento, di tutta una serie di istituzioni e trattati internazionali che erano stati gradualmente istituiti dopo la Seconda Guerra Mondiale. Perché? Per cercare di rispondere a questa domanda, dobbiamo tornare almeno al periodo immediatamente successivo alla dissoluzione dell'Unione Sovietica: erano gli inizi degli anni Novanta, la fine della Guerra Fredda e anche la dissoluzione del Patto di Varsavia, che avevano aperto grandi speranze che un periodo di pace sarebbe finalmente arrivato. Nell'arco di circa dodici anni, si è effettivamente verificato un riavvicinamento costruttivo tra la Russia e il resto dell'Europa, al punto che nel 1997 è stato firmato l'Atto Fondativo NATO-Russia e la Russia era in trattative per entrare a far parte della NATO!

La seconda guerra in Iraq del 2003, scatenata dagli Stati Uniti e dalla NATO, non solo senza un mandato ONU e sulla base di una menzogna assoluta, ma anche senza consultare la Russia, che in realtà stava collaborando con la NATO, ha causato un cambiamento di 180° nella posizione di Putin nei confronti dell'Occidente. (Per maggiori informazioni, si veda l'eccellente documentario "PUTIN, NATO and EUROPE" su Arte – "Le dessous des cartes").

Poi, la rapida espansione della NATO verso est fino a raggiungere 30 stati membri, con la prospettiva di aggiungere Ucraina e Georgia (vertice NATO del 2008 a Bucarest), costituì per la Russia un palese tradimento della promessa fatta da diversi leader occidentali (Kohl, Mitterrand, la signora Thatcher e Manfred Wörner, Segretario generale della NATO) a Gorbaciov di non espandere la NATO oltre una Germania riunificata.

La guerra in Ucraina, scatenata da Putin, è una delle conseguenze di questo processo, ma è anche fermamente condannabile in quanto viola il Memorandum di Budapest (1994) e il diritto internazionale, con la ripetuta minaccia dell'uso di armi nucleari e, quindi, con il rischio spaventoso di una deriva verso una guerra globale.

Questo esempio illustra chiaramente come, per raggiungere l'eliminazione effettiva e totale delle armi nucleari, sia essenziale considerare il contesto geopolitico, data l'interconnessione di queste realtà! La reazione dell'Unione Europea e della NATO a tutto ciò consiste nell'attuale corsa al riarmo totale, ulteriormente aggravata dalla recente posizione di Donald Trump nei confronti della NATO in Europa.

Perché non proporre, allora, di aprire un tavolo negoziale tra Occidente e Russia su tutte le questioni di confine (circa 4.000 km) legate principalmente alle minoranze russe in vari Paesi dell'Europa orientale (in particolare in Estonia e Lettonia, dove un terzo della popolazione è di origine russa, metà della quale è costretta all'apolidia!): altrettante "bombe a orologeria", la prima delle quali è già esplosa in Ucraina. Per riuscirci, bisogna convincere l'OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa) a compiere un passo del genere, naturalmente sotto l'egida dell'ONU: riprendere un dialogo interrotto bruscamente una ventina di anni fa. In altre parole, si tratta di passare da una "cultura del nemico", un approccio "perdente-perdente", a una "cultura della cooperazione", un approccio "win-win", e quindi molto più desiderabile per tutti!

Questa "cultura del nemico" è la causa di molte guerre: a sua volta, è spesso generata dall'hybris (un'eccessiva volontà di potenza) dei leader di vari imperi, vecchi, nuovi o rinnovati. (Si veda, ad esempio, il termine "full spectrum dominance" nella dottrina statunitense). In realtà, i veri nemici di ogni stato non sono gli altri stati; i veri nemici sono comuni a tutti gli stati e sono: il cambiamento climatico, la distruzione accelerata della biodiversità, l'inquinamento ambientale, la fame e la povertà nel mondo, le epidemie, ecc. È per affrontare efficacemente questi nemici comuni che dobbiamo impegnare tutto il potenziale dell'umanità in intelligenza, iniziative di solidarietà, creatività... e non in una corsa sfrenata agli armamenti di ogni tipo.

Un partenariato rinnovato tra Unione Europea e Russia faciliterebbe anche un processo di disarmo nucleare, anche se per completarlo sarà essenziale promuoverlo all'interno del 'club' delle nove potenze nucleari: e spetterà a noi, società civile, sensibilizzare sul fatto che il rischio di una guerra nucleare, anche accidentale o per errore, è chiaramente a un livello inaccettabile, in primo luogo per loro stessi (!), mentre l'umanità si avvicina alla guerra nucleare di tre secondi, secondo il Doomsday Clock (l'Orologio dell'Apocalisse degli scienziati atomici).

Passando ora all'indebolimento, persino al graduale smantellamento, di un intero insieme di istituzioni e trattati internazionali: si tratta di un processo di estrema gravità. Dopo ciascuna delle due guerre mondiali, fu pronunciata la dichiarazione: "mai più la guerra", e per questo motivo furono create istituzioni internazionali (la Società delle Nazioni dopo la Prima Guerra Mondiale e l'ONU dopo la Seconda), proprio per fare tutto il possibile per evitare nuove guerre, e soprattutto un'altra guerra mondiale, attraverso processi negoziali in cui sarebbero sorte nuovamente delle controversie.

Tuttavia, stiamo assistendo a una sorta di graduale paralisi dell'ONU, dovuta in particolare alla natura antidemocratica del suo Consiglio di Sicurezza e alle inadeguatezze della sua "forza di pace" (i "caschi blu"), tanto che il ruolo dell'ONU appare del tutto marginale nei tentativi di mediazione nelle guerre in corso.

Allo stesso modo, i trattati riguardanti le armi più disumane – chimiche, batteriologiche, bombe a grappolo, mine antiuomo e soprattutto armi nucleari – vengono indeboliti (come il TNP) o aboliti (come l'importante Trattato INF sulle forze nucleari a raggio intermedio, firmato nel 1987 tra Reagan e Gorbaciov), e l'elenco è in realtà molto più lungo… ad esempio, Finlandia e Svezia hanno appena annunciato il loro ritiro dal Trattato sulla messa al bando delle mine antiuomo, citando come giustificazione la loro necessità di difesa contro il "nemico russo"!

In conclusione, il lavoro deve procedere lungo due linee complementari:

sostituire la "cultura del nemico" con una "cultura del dialogo, della negoziazione e della cooperazione", fondamento di una pace giusta e duratura, attraverso campagne di sensibilizzazione e iniziative diplomatiche basate sul multilateralismo; e, in secondo luogo, "rivitalizzare" le istituzioni e i trattati internazionali per invertire l'attuale tendenza al ritorno a un regime westfaliano (1648) in cui ogni Stato, pienamente sovrano, cerca di prevalere sugli altri in una serie di guerre senza fine.

Il ruolo della società civile deve essere dispiegato lungo queste due linee: direttamente, sensibilizzando l'opinione pubblica, e indirettamente, stimolando processi diplomatici pertinenti a ogni situazione di crisi nel mondo. E, riecheggiando il titolo di questo articolo, è importante ricordare l'affermazione di Gorbaciov: "Se uno Stato vuole essere sicuro, deve prima contribuire alla sicurezza degli altri Stati". Tuttavia, la deterrenza nucleare produce esattamente l'opposto!

Il desiderio di movimento contro i Re e le loro Guerre

*** da Il Manifesto - online 1 novembre 2025 -

La mobilitazione La domanda che ci deve assillare allora è: come si fa a fare come la Flotilla ogni giorno? Come facciamo a mettere in pratica la speranza, a incarnare una possibilità? A diventare un attore collettivo in grado di cambiare le cose?

In Italia, per la prima volta dopo anni, un movimento ampio e popolare ha scosso la politica e le istituzioni fino alle fondamenta, incrinando la rassegnazione. Con la Flotilla si è sentita un'aria nuova: un soffio potente, moltitudinario, capace di attraversare confini e piazze. La Palestina ci ha mostrato, più di ogni altra fase storica, di cosa sono capaci il capitale, il patriarcato, la nazione, la religione: macerie e devastazione.

TUTTE LE GUERRE in corso stanno trasformando il capitale, spingendolo verso la corsa agli armamenti, modificando economie e destini, compreso quello dell'Europa. Oggi infatti è questo il volto dell'Europa: armi e controllo, mentre ogni visione ecologica e sociale viene rimossa. Ma la guerra in Palestina è andata oltre, mostrando non solo la lunga storia di oppressione e ribellione, ma anche il presente e il futuro possibile del pianeta. Se quella vista a Gaza è la misura dell'annientamento che si può raggiungere su questa Terra, a essa vogliamo contrapporre un desiderio di vita diverso. Questo desiderio di vita ha attraversato le maree degli ultimi anni, da quelle climatiche a quelle trans-femministe, e tutto possiamo dire fuorché sia sopito dopo le straordinarie piazze di settembre e ottobre.

LE COMPLICITÀ del governo italiano — e di tanti altri — con il sistema che sostiene il genocidio e il colonialismo d'insediamento ci mostrano chiaramente contro cosa e chi lottare, e che non siamo soli. Hanno dichiarato una tregua, ma se i governi restano gli stessi, chi può credere alla durata delle tregue e delle paci? E soprattutto chi può credere a una "pace" armata durante la quale si continua ad utilizzare la fame come arma di morte, durante la quale apartheid, violenza coloniale e normalizzazione del genocidio si rafforzano unitamente a chi ha reso possibile tutto questo?

LA DOMANDA non riguarda solo la Palestina ma anche noi che abbiamo — per quanto ancora? — il privilegio di lottare. Le cronache di questi giorni ci mostrano come il governo Meloni vuole imporre la sua finanziaria di guerra: sfratti eseguiti con violenza brutale, polizia a garantire l'agibilità politica dei neofascisti fuori le scuole, università messe sotto controllo governativo, mentre la precarietà e la compressione salariale acuiscono la ricattabilità. Nella pausa delle mobilitazioni di questi giorni abbiamo visto il colpo di coda di forme di squadrismo e della stretta repressiva, di cui il dl Sicurezza è l'espressione massima.

ECCO LA SVOLTA autoritaria e la democrazia di guerra già all'opera. La domanda che ci deve assillare allora è: come si fa a fare come la Flotilla ogni giorno? Come facciamo a mettere in pratica la speranza, a incarnare una possibilità? A diventare un attore collettivo in grado di cambiare le cose? Come costruiamo dunque mobilitazioni grandi ed efficaci, ora che lo sciopero – convergente – è tornato a essere uno degli strumenti più importanti nelle nostre mani? Senza alcun determinismo pensiamo che per tutti gli scioperi dell'autunno, e oltre, il tema sia la generalizzazione che parte dalle città, dai territori, dalle tante contraddizioni e dalle tensioni sociali internazionali e del paese.

ABBIAMO SCRITTO questa lettera per aprire uno spazio di possibilità. Per questo proponiamo di incontrarci in assemblea a Roma il 15 novembre. Se dall'assemblea nascerà davvero un rilancio in avanti, non saremo più solo queste e questi, ma molte e molti di più — con un metodo organizzativo tutto da inventare, ma con la convergenza e l'ambizione di dare forma a grandi progetti comuni. Proprio perché la crisi è sistemica, noi non siamo per un nuovo governo, siamo per un mondo nuovo. Al contempo è innegabile il ruolo del governo Meloni nel costituire una triangolazione nera con Trump e Netanyahu, pronta ad annichilire ogni movimento sociale.

CONDIVIDIAMO una prima idea da discutere insieme: stare all'interno di una processualità già in corso, che incrocia le piazze climatiche, transfemministe e degli scioperi per arrivare a opporci a una legge di bilancio fondata sulla guerra, il militarismo e lo sfruttamento. Il governo Meloni siede allo stesso tavolo dei nuovi autonominati "Re" perciò, per tutte le ragioni esposte, tutte e tutti noi abbiamo il diritto di affermare che il "re è nudo" e vogliamo avere il nostro No Kings Day: non si tratta di mutuare esattamente le caratteristiche del movimento statunitense, né di regalare alla figura di Meloni una centralità personale che del resto non le riconosciamo. Si tratta di continuare ad affiancare al generale il generalizzato, all'internazionale il "qui e ora" e di dare alla lotta tappe convergenti e generalizzanti. Di costruire insieme la risposta alla svolta autoritaria italiana, all'economia di guerra e allo sfruttamento per aprire un orizzonte nuovo.

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La Palestina va alle elezioni? In ogni caso non dobbiamo credere nel "Babbo Natale Hamas!"   - 29 ottobre 2025

PER QUESTO ci diamo come arco temporale le prime due settimane di dicembre per una giornata che possa segnare la storia d'Italia e d'Europa, per un continente di pace, ecologico e non più complice del sistema di morte.

*Primi firmatari: Giorgina Levi (Global Movement to Gaza), Maria Elena Delia (Global Movement to Gaza), Dario Salvetti (Collettivo di Fabbrica Ex Gkn), Raffaella Bolini (Arci Nazionale), Christopher Ceresi (Municipi Sociali Bologna), Francesca Caigo (Centri Sociali del Nord Est), Valentina D'Amore (Csa Astra/ Brancaleone), Marino Bisso (Rete No Bavaglio), Elena Mazzoni (Rete dei Numeri Pari), Demetrio Marra (Csa Lambretta, Anita Giudice (Laboratorio Sociale Alessandria), Marco Bersani (Attac Italia), Francesco Paone (Spazi sociali Reggio Emilia), Nicola Scotto (Laboratorio Insurgencia – Napoli), Roberto Musacchio (Transform Italia), Flavia Roma (Esc Atelier Autogestito), Angela Bitetti (Casale Garibaldi), Thomas Müntzer (Communia), Alberto Campailla (Nonna Roma)

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