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https://www.disarmistiesigenti.org/2026/07/12/difensivismofasesuprema/

DIFENSIVISMO: FASE ATTUALE (E SUPREMA) DEL MILITARISMO?

Di Alfonso Navarra, coordinatore dei Disarmisti esigenti (www.disarmistiesigenti.org)

 

Marco Deriu di MASCHILE PLURALE segnala l'incontro online su Zoom organizzato dai "Disarmisti esigenti" Domenica 12 luglio 2026 dalle ore 18:00 alle ore 20:00
https://us06web.zoom.us/j/86879012078?pwd=HBGG3vQhOteauckkSSAHnpXEJUpURE.1

Introduzione: Il paradosso del difensivismo

Il linguaggio della politica internazionale odierna è dominato dal "difensivismo". Dai banchi dei parlamenti alle aule dell'ONU, la legittimazione dell'uso della forza armata poggia sull'antico pilastro della "Guerra Giusta". Dalla teologia di Sant'Agostino alla giurisprudenza della Scuola di Salamanca, fino all'Articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, il diritto alla difesa è presentato come l'ultimo baluardo della civiltà contro la barbarie. Anche la nostra Costituzione, nata dalle ceneri del secondo conflitto mondiale, porta in sé il sigillo di un difensivismo che intendeva il ripudio della guerra come atto di liberazione dal totalitarismo.

Ma oggi, questa retorica sta subendo una mutazione inquietante. Come nella retorica energetica, dove il nucleare viene riproposto non più come alternativa, ma come "complemento" alle rinnovabili per indurre l'opinione pubblica all'accettazione, così il riarmo viene presentato come un necessario "recupero di capacità perdute". Ci troviamo di fronte a una narrazione che confonde la protezione dei diritti con l'espansione della capacità bellica.

  1. La "Deterrenza per Negazione" e il dilemma della percezione

La nuova strategia NATO e i programmi europei come SAFE, European Sky Shield o Military Mobility si ammantano del concetto di "deterrenza per negazione": rendere l'attacco così costoso da scoraggiarlo. È una logica che appare razionale sulla carta, ma che ignora il cuore pulsante del problema: il dilemma della Sicurezza.

La differenza tra difesa e minaccia non risiede solo nelle intenzioni dichiarate di chi si arma, ma nella percezione dell'altro. Quando la NATO avvia esercitazioni come Steadfast Defender, non sta solo "rafforzando la difesa": sta inviando un segnale che, nel sistema nervoso dell'avversario, viene interpretato come preparazione all'offensiva. Lo scarto tra intenzione e percezione è l'innesco di una spirale in cui ogni passo verso la sicurezza è, tecnicamente, un passo verso l'instabilità. Disonorare la guerra significa innanzitutto ammettere che il nostro "scudo" è, per il nostro vicino, una "lancia".

  1. Il "legno storto" di Kant e la sfida del “Transarmo”

L'umanità non è perfetta. Come notava Kant, "da un legno così storto come quello di cui è fatto l'uomo, non si può fabbricare nulla di interamente diritto". Il diritto, quindi, va difeso. Ma quale diritto? E con quale forza?

Qui si apre lo spazio per la nonviolenza poietica dei Disarmisti esigenti auspicata dalla tradizione di maestri come Gandhi e ML King  - o Aldo Capitini, Lanza del Vasto o Carlo Cassola in Italia (si pensi alla tensione tra Thanatos e Eros). Non si tratta di rifiutare la giustizia, ma di attuare quello che potremmo chiamare Transarmo, con aspetti di disarmo unilaterale: una transizione non solo materiale, ma di paradigma. La guerra, anche quando appare l'ultima risorsa di una difesa inevitabile, non è mai "giusta". È sempre un fallimento del politico. Il compromesso e il dialogo, anche con chi calpesta le regole, non sono segni di debolezza, ma l'esercizio estremo della “forza della verità”.

III. La Generazione Zeta e il nuovo immaginario

La cultura del "guerriero" — il modello virile patriarcale basato sul "potere su" (dominazione) — è il vero retaggio da disonorare. La fisicità della distruzione organizzata non è più la misura della forza. I fatti storici recenti ci offrono una narrazione alternativa: le lotte nonviolente della Generazione Zeta in Asia. Questi giovani non cercano il conflitto frontale basato sulla forza bruta, ma tessono reti di resistenza civile che rendono obsoleti i confini territoriali, valorizzando la qualità delle relazioni rispetto al controllo del suolo.

Questo è il "potere con": la forza che nasce dall'unione popolare, dalla capacità di negoziare la propria identità non in opposizione, ma in relazione con l'altro.

Conclusioni: La rottura dell'immaginario

L'Ucraina funge oggi da tragico banco di prova. Ma la via d'uscita non sta nel potenziamento dei sistemi d'arma, bensì nella ricostruzione di un'architettura di sicurezza comune che non si basi sul terrore. Dobbiamo avere il coraggio di affermare che la difesa è un concetto che deve evolvere: meno difesa dei confini, più difesa della qualità delle relazioni in accordo con il “rispetto della vita”.

Disonorare la guerra nell'immaginario significa rendere il guerriero un anacronismo e il costruttore di pace l'eroe della modernità. Solo invertendo questa leva, da Thanatos a Eros, possiamo sperare di vivere in un mondo dove la sicurezza non sia la promessa della reciproca distruzione, ma il frutto di una costante, coraggiosa, inesausta pratica di pace, fondata sul ruolo attivo di obiettori e disobbedienti nonviolenti.

Note e Link per l'approfondimento

  • Sulla “Guerra giusta” e il DIFENSIVISMO:
    • Approfondire il concetto di Just War Theory attraverso gli scritti di Michael Walzer, Just and Unjust Wars.
    • Riferimento all'Articolo 51 della Carta ONU: Testo della Carta delle Nazioni Unite.
  • Sul Dilemma della Sicurezza:
    • Robert Jervis, Cooperation Under the Security Dilemma. Concetto chiave per spiegare perché la difesa diventa minaccia.
  • Sul "Legno Storto" di Kant:
    • Immanuel Kant, Idea per una storia universale dal punto di vista cosmopolitico (1784).
  • Sulla Deterrenza NATO ed UE:
  • Sui movimenti della Generazione Z in Asia:
  • Sul Transarmo e la cultura della pace:
    • Riferimenti agli studi sull'economia di pace e la conversione industriale (es. analisi e proposte dell’IPRI fondato da Joahn Galtung).

 

https://www.disarmistiesigenti.org/2026/07/12/disonorareladeterrenza/

 

Segnalo un incontro online su Zoom organizzato dall'amico Alfonso Navarra e la rete dei "Disarmisti esigenti" Domenica 12 luglio 2026 dalle ore 18:00 alle ore 20:00
Marco Deriu - MASCHILE PLURALE
QUI SEGUONO INTRODUZIONE DI ALFONSO NAVARRA E SCALETTA DELL'INCONTRO

Disonorare la Guerra: oltre il mito della deterrenza, verso una sicurezza comune sempre più disarmata

Premessa: Il 7 luglio come spartiacque

L'anniversario dell'adozione del Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari (TPNW), siglato il 7 luglio 2017, non rappresenta solo una ricorrenza diplomatica nel calendario delle Nazioni Unite. È, innanzitutto, un punto di rottura ontologico nella storia della politica internazionale. In un mondo che si illude di poter gestire l'apocalisse attraverso la minaccia della sua stessa realizzazione, il TPNW irrompe non come un mero accordo tecnico, ma come una delegittimazione morale radicale.

All'interno di alcuni settori del movimento "NO WAR" – spesso intrappolati in una retorica che invoca la pace senza però aver pienamente metabolizzato la radicalità del metodo nonviolento – circola un'idea nefasta: che la deterrenza nucleare abbia "garantito" la pace in Europa negli ultimi ottant'anni. Questa visione, oltre a essere storicamente infondata, è culturalmente pericolosa, poiché normalizza l'esistenza di strumenti di sterminio di massa come condizione necessaria per la stabilità. Disonorare la guerra oggi  comporta con priorità assoluta smantellare questo mito. La pace post-1945 non è figlia del terrore atomico; è stata costruita nonostante esso, in una tensione costante in cui l'umanità ha sfiorato l'abisso per mere questioni di fortuna algoritmica o decisioni individuali eroiche.

I. La storiografia del mito: la "lunga pace" non esiste

La tesi secondo cui la deterrenza nucleare avrebbe preservato l'Europa dal conflitto dal 1945 ad oggi è un'illusione ottica prospettica. Chi sostiene questa tesi confonde l'assenza di un conflitto nucleare globale – un evento che, per definizione, non avrebbe lasciato storiografi a raccontarlo – con la "pace".

La realtà storica mostra che la deterrenza ha semplicemente traslato la violenza. Durante i decenni della Guerra Fredda, il continente europeo è rimasto in uno stato di sospensione armata, ma il resto del mondo ha bruciato nelle "guerre per procura". Dal Vietnam alla Corea, dall'Afghanistan all'Angola, l'equilibrio del terrore tra le due superpotenze ha garantito la "pace" nelle metropoli del Nord globale al prezzo di milioni di morti nel Sud del mondo.

Inoltre, la stabilità europea non è stata il risultato dell'equilibrio nucleare, ma di un complesso intreccio di ricostruzione economica, integrazione istituzionale (le radici dell'Unione Europea) e cambiamenti sociali interni. Attribuire la stabilità alla bomba atomica è un errore di attribuzione causale che sottovaluta la resilienza delle società civili e sopravvaluta la razionalità dei sistemi d'arma. La pace è un prodotto politico e sociale, mai un prodotto della minaccia di annientamento.

II. L'architettura dell'errore: perché la MAD è una finzione

La dottrina della Mutua Distruzione Assicurata (MAD) si basa su un postulato assiomatico: la razionalità assoluta dei decisori. Tuttavia, la storia tecnologica e politica smentisce regolarmente questa premessa. Il 26 settembre 1983 è la data che dovrebbe essere impressa in ogni manuale di sicurezza internazionale, in sostituzione di qualsiasi teoria strategica sulla deterrenza.

L'ONU l'ha ufficialmente impressa: è infatti la ricorrenza proclamata dall'Assemblea Generale per l'eliminazione totale delle armi nucleari.

Quel giorno del 1983, il sistema di allerta precoce sovietico segnalò il lancio di missili balistici intercontinentali statunitensi. Stanislav Petrov, l'ufficiale di turno, si trovò di fronte a una decisione di pochi minuti: seguire il protocollo (che imponeva di notificare il comando per un contrattacco nucleare immediato) o fidarsi del proprio intuito. Petrov capì che un attacco americano non sarebbe iniziato con soli cinque missili. La sua disobbedienza salvò il mondo.

Questo episodio evidenzia la vulnerabilità intrinseca dei sistemi d'arma:

  1. Vulnerabilità tecnica: i sensori possono fallire, gli algoritmi possono interpretare segnali innocui come minacce mortali.
  2. Logica del primo colpo: la deterrenza crea un incentivo perverso. Se temo che il mio avversario possa annientarmi, la strategia "razionale" è colpire per primo. Questo paradosso trasforma la difesa in aggressione potenziale.
  3. Vulnerabilità operativa: la possibilità di intercettazione in volo (tecnologie anti-missile) non garantisce la sicurezza, ma esacerba la corsa agli armamenti, rendendo le testate nucleari ancora più necessarie per "bucare" le difese avversarie.

III. L'illusione tattica: "escalare per de-escalare"*

L'idea che l'arma nucleare possa avere un uso "circoscritto" è la nuova, pericolosa frontiera della follia bellica. La dottrina russa dell' "Escalare per de-escalare" – che prevede l'uso di una testata tattica per costringere l'avversario a desistere da un conflitto convenzionale – è la prova lampante di come la deterrenza sia degenerata in uno strumento di ricatto coercitivo.

Lo Stato russo, al pari del suo antagonista USA, presenta una dicotomia inquietante in materia. Mentre i testi ufficiali ancorano l'uso del nucleare a un'esclusiva natura difensiva e di sopravvivenza dello Stato, l'incoerenza tra questa retorica e la pratica delle esercitazioni militari suggerisce una visione del campo di battaglia in cui la soglia nucleare è, di fatto, molto più elastica e pericolosa di quanto i trattati lascino intendere.

Questo uso "tattico" è intrinsecamente fallimentare per due ragioni:

  • La natura dell'escalation: non esiste la certezza di una "guerra nucleare limitata". Una volta superata la soglia nucleare, la logica di mutua distruzione prende il sopravvento, annullando qualsiasi calcolo di "proporzionalità".
  • L'errore di valutazione: nella guerra in Ucraina, il brandire la minaccia nucleare non è servito a creare deterrenza, ma a normalizzare l'idea che l'arma nucleare sia un normale strumento di negoziazione politica. Quando la politica fallisce nel negoziare, essa si affida alla minaccia suprema; ma quando anche la minaccia suprema fallisce, l'unica via d'uscita per il decisore politico, incastrato nella propria narrazione virile, diventa l'azione.
nota bene: la fonte primaria della postura nucleare russa sono i Fondamenti della politica statale della Federazione Russa nel campo della deterrenza nucleare (2020/2024). Al seguente link abbiamo in proposito un'analisi del FOI svedese: https://www.foi.se/rest-api/report/FOI%20Memo%208829    
Per spiegare perché gli analisti parlano di "escalare per de-escalare", possiamo fare riferimento al lavoro di centri studi come lo Stimson Center o il SWP (Stiftung Wissenschaft und Politik). Essi evidenziano come la discrepanza tra la dottrina scritta e le esercitazioni militari che abbiamo segnalato suggerisca un ruolo più "attivo" dell'arma nucleare rispetto a quanto dichiarato.

IV. La sfida alla "cultura del Guerriero"

Il presupposto culturale che sostiene il complesso industriale-militare è l'idea di Forza assimilata esclusivamente alla Forza Armata. Questa è un'eredità patriarcale, il modello del "guerriero" la cui identità è definita dalla capacità di infliggere dolore e distruzione.

È qui che il movimento nonviolento deve trovare il suo coraggio. Dobbiamo sfidare questa visione. La realtà storica e politica odierna ci offre un modello alternativo: la Generazione Zeta in Asia. Dalle proteste in Thailandia e Myanmar fino alle lotte climatiche e civili in Corea del Sud e Taiwan, stiamo assistendo a una generazione che utilizza la rete, la mobilitazione di massa e la disobbedienza civile per ottenere risultati politici concreti. Essi non cercano la vittoria attraverso l'annientamento dell'avversario, ma attraverso la trasformazione del contesto sociale.

Questa è la Sicurezza Comune: il riconoscimento che la mia sicurezza non può essere costruita sulla distruzione dell'altro, perché, in un mondo interconnesso e nucleare, la sicurezza dell'altro è la condizione necessaria per la mia. La forza, intesa come capacità di risolvere conflitti senza ricorrere alla violenza, è la vera sfida alla "forza" fisica distruttiva.

Conclusione: disonorare la guerra nell'immaginario

L'anniversario del TPNW non deve essere solo un momento di celebrazione diplomatica, ma un impegno militante. Dobbiamo "disonorare la guerra" rendendo il modello del guerriero, con il suo corredo di bastoni evoluti in armi sempre più distruttive, non solo illegale secondo il diritto internazionale, ma socialmente imbarazzante e culturalmente obsoleto.

La deterrenza è una teologia del terrore che non salva vite, ma attende soltanto l'errore umano o algoritmico che porrà fine alla storia. Contrapporre la logica politica della Sicurezza Comune significa smettere di pensare alla difesa come a un muro di missili e iniziare a pensarla come a un ponte di relazioni diplomatiche e umane. La vera forza è la capacità di disarmare, non di armare.
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Scaletta Webinar: "Disonorare la guerra"

Data: 12 luglio 2026 - dalle ore 18:00 alle ore 20:00 -  Promosso da: Disarmisti Esigenti con la collaborazione di Maschile Plurale Tema: Percorsi e proposte per una maschilità di pace (discutendo il libro edito da MULTIMAGE).

Link su piattaforma Zoom per partecipare:

1. Introduzione e Contestualizzazione (10 minuti)

  • Benvenuto e presentazione: Breve introduzione di Alfonso Navarra agli obiettivi dell'incontro. Il legame con la pace disarmata, orientata dalla "nonviolenza poietica" e dalla "terrestrità" perseguite dai Disarmisti esigenti: viene brevemente illustrato come la lotta contro la guerra (e la priorità della denuclearizzazione)  includerebbe il cambiamento della mentalità maschile con il superamento del modello del "guerriero vincente".

2. Presentazione del volume e di Maschile Plurale - 20 minuti di intervento di Marco Deriu

  • Chi è Maschile Plurale: viene presentata l'associazione (nata nel 2007) e l'impegno costante nella trasformazione dei paradigmi della mascolinità.
  • Oltre il "problema di genere": perché la critica al patriarcato e alla cultura della violenza è una questione centrale per la libertà e l'identità di tutti gli uomini.
  • Il libro: introduzione a "Disonorare la guerra": superare l'analisi puramente geopolitica per indagare le radici culturali della violenza bellica.

3. Interventi programmati di approfondimento tematico (8 minuti a testa = 40 minuti)

  • La guerra come cultura del nemico da superare: analisi della guerra su tre livelli (materiale, simbolico, antropologico) e la necessità di "disarmare l'immaginario". Relatore:  Luigi Mosca
  • Il mito del "Future Warrior": riflessione sul soldato-macchina come prodotto tecnologico e culturale, e come la sua logica stia colonizzando anche l'immaginario femminile. Relatrice/Relatore proposta/o:
  • Il rovesciamento antropologico: dalla figura del guerriero al corpo accudente. La vulnerabilità come risorsa e non come debolezza.Relatrice/Relatore proposta/o:
  • L’obiezione di coscienza come pratica esistenziale: ampliamento del concetto di obiezione verso una dimensione ecopolitica: rifiutare non solo il fucile, ma il paradigma che trasforma tutto in strumento di guerra. Relatore proposta/o: Daniele Barbi
  • Il ponte con "I CARE": la lezione di ML King e Don Milani come modello di umanità dove la cura diventa atto di resistenza e giustizia. Relatrice/Relatore proposta/o:

4. Conversazione e convergenza strategica (40 minuti)

  • Interventi non programmati e domande del pubblico sui tre assi proposti:
    • Antropologia della pace: come costruire un corpo non militarizzato nella quotidianità?
    • Politica della cura: trasformare "I CARE" in principio organizzativo per i movimenti.
    • Immaginario e comunicazione: come narrare la nonviolenza senza moralismi?

5. Domanda strategica finale e giro di brevi interventi conclusivi (5 minuti a testa da parte di relatrici/relatori)

  • Lancio della sfida ai relatori: "Quale immagine concreta – simbolica o narrativa – potrebbe rappresentare il 'maschile accudente' come alternativa al modello del guerriero?"
  • Saluti finali.

 

IL PROGETTO DELLA BIBLIOTECA DELLA NONVIOLENZA

 www.bibliotecadellanonviolenza.org

 

Chi vuole costruire oggi una cultura di pace reale affronta due trappole insidiose. La prima è il pacifismo “slavato”, quello dell’ambulanza a guerra già iniziata. Esempi ne sono marce rituali o corpi civili accettati senza mai mettere in discussione l’ineluttabilità bellica. È una nonviolenza priva di strategia, che invoca la pace ma accetta la guerra come dato di fatto. Risultato? Non si scalfisce il potere, lo si anestetizza. La nonviolenza diventa un trucco di scena, non una chirurgia del sistema. La seconda trappola è il pacifismo “urlato”, che sacrifica l’autonomia etica. Qui la nonviolenza è usata come tecnica tattica, ma nei fatti è disprezzata. Ci si accoda a logiche fondamentaliste perdendo la bussola della coerenza. La nonviolenza smette di essere scelta morale per diventare mezzo intercambiabile.

Noi, Disarmisti Esigenti, indichiamo una netta via d’uscita: la Nonviolenza Poietica. Dal greco poiein: fare, creare innovando. Spostiamo il baricentro dal “dire” al “costruire”. Siamo officina, non vetrina. La nostra proposta si articola su tre mosse. Primo: essere “per”, non solo “contro”. Urlare contro un muro serve a poco; bisogna montare le impalcature per una casa. Serve competenza strategica. La nostra bussola è la Triade della Forza: Verità dei fatti, Amore come 

intenzione nonviolenta, Pianificazione strategica come metodo. Solo così la nonviolenza diventa potere trasformativo.

Proponiamo come apripista il “Manuale di impatto disarmato”. Non un libro di riflessioni, ma un kit metodologico digitale e modulare. Serve a mappare le “connessioni belliche” del territorio: banche, aziende, atenei, fondi pensione. È un atto poietico perché fornisce impalcature concrete: individua flussi di denaro (Verità), valuta alternative sociali (Amore) e pianifica pressioni specifiche (Strategia). L’obiettivo è trasformare l’indignazione in dossier pronti per consigli comunali o assemblee aziendali.

Il Manuale, però, resta carta senza palestra. Serve il “Cantiere di mappatura delle complicità”: un hackathon itinerante dove, analizzando casi locali, produciamo piani operativi di disinvestimento. Il successo non si misura in like, ma in mozioni presentate, conti correnti chiusi, convenzioni revocate. Antidoto al pacifismo slavato: non chiediamo la pace in astratto, spostiamo risorse dalla guerra alla vita.

In questo solco nasce la Biblioteca della Nonviolenza. La immaginiamo in uno spazio fisico dedicato, un centro nevralgico di attivismo. È una biblioteca “strana”: non si prendono libri in prestito. Non circolano volumi, circola pensiero. Prestiamo tempo, attenzione, domande. La Sala Lettura è il nostro primo atto di resistenza alla fretta. Oggi la fretta è la forma di violenza più normalizzata, che corrode la nostra capacità di capire prima di agire. La nostra sala lettura è un luogo di opposizione. Tavoli di legno, luce calda, niente wifi urlato, nessuna scadenza. Capitini parlava di “liberazione dal tran-tran”. Noi la chiamiamo “immaginazione strategica”: per concepire un mondo senza guerra bisogna fermarsi abbastanza da poterlo immaginare. Qui i libri restano perché non sono oggetti da consumo, ma focolari. Se li porti via, la stanza si raffredda; se restano, la stanza diventa luogo di incontro.

Poi ci sono i Gruppi di Lettura assistiti, un esercizio di maieutica sociale. La scuola ci ha insegnato a subire i testi, delegando la comprensione. Noi ribaltiamo la forma. Non si legge a turno, si pratica la maieutica: il testo pone domande, il gruppo cerca risposte. Non serve preparazione accademica, solo un’insoddisfazione reale sul mondo. Partiamo dalle ferite quotidiane — l’impotenza davanti al conflitto, la falsità lavorativa — per interrogarci con i maestri della nonviolenza. Ogni incontro genera una traccia scritta, un biglietto appeso alla bacheca che, nel tempo, diverrà il vero catalogo delle domande che i cittadini si pongono. Il gruppo funziona perché è piccolo: sei posti, per ascoltarsi davvero.

Infine, lo Sportello Tesi: trasformare la laurea in un atto di nonviolenza. Gli studenti universitari vivono la violenza della delega: al relatore, all’algoritmo, all’ansia della “tesi perfetta”. Lo sportello non scrive tesi al posto di nessuno; sarebbe una violenza che espropria la voce dello studente. Noi aiutiamo a trovare la propria domanda scomoda. Trasformiamo l’insoddisfazione in ricerca rigorosa. Insegniamo a costruire strutture che reggano perché appartengono a chi le scrive. La tesi diventa un esercizio di nonviolenza verso se stessi (senza tortura), verso gli altri (sostenendo idee senza aggredire) e verso il sapere (costruendo conoscenza invece di accumulare nozioni). Uscirai con una scaletta tua, una bibliografia ragionata e la capacità di guardare il relatore negli occhi affermando: “Questa è la mia domanda, voglio lavorarci”.

“Senza prestiti” è, in definitiva, una scelta politica radicale. Il sistema dominante trasforma la cultura in mero consumo e il sapere in puro profitto curricolare. La Biblioteca della Nonviolenza risponde con la forma poietica. Non accumuliamo carta, alleniamo cittadini che sappiano fermarsi, pensare insieme e agire senza delegare. Un libro in prestito torna uguale a prima. Una persona che ha passato ore a confrontarsi, a trovare la propria domanda di tesi, non torna a casa uguale a prima. E se la persona cambia, cambiano anche le forme della polis.

Non stiamo conservando polvere, stiamo rigenerando tessuto sociale. Stiamo allenando cittadini che un giorno, quando si discuterà di futuro, di partecipazione o di comunità, non chiederanno rassegnati “che fa il Comune?”, ma diranno con forza “che facciamo noi?”.

La Biblioteca della Nonviolenza è aperta. La sala lettura è libera, lo sportello tesi è attivo su prenotazione, i gruppi attendono chi ha il coraggio di una domanda. Il libro è già aperto, il tavolo è pronto. Manca solo la tua sedia. Il tempo del dire è finito, inizia quello del fare, del costruire, del cambiare radicalmente le strutture. Insieme, passo dopo passo, trasformiamo l’indignazione in strategia, la testimonianza in metodo, il desiderio di pace in una realtà che possiamo toccare, misurare e finalmente vivere. Ti aspettiamo per scrivere questa storia nuova.

Non solo destra o sinistra: il ritorno del nucleare è un'agenda europea (e militare)

di Daniele Barbi

 

Il rilancio della discussione e delle scelte sull’”atomo civile” è guidato da diversi fattori. La guerra in Ucraina e i conflitti in Medio Oriente hanno fatto schizzare alle stelle i prezzi di petrolio e gas, ricordando ai paesi dell’Unione Europea la loro vulnerabilità energetica. Allo stesso tempo, la Commissione Europea, con Ursula von der Leyen, spinge per una "rinascita dell'atomo", definendo l'abbandono del nucleare un "errore strategico". Molti esperti però ricordano come questa scelta ci renderebbe di nuovo dipendenti dall’uranio, reperibile solo al di fuori della Comunità Europea. 

Il dibattito sul ritorno al nucleare in Germania

La Germania ha completato il suo storico Atomausstieg (uscita dal nucleare) nell'aprile 2023, spegnendo gli ultimi tre reattori. Sembrava la parola fine su un capitolo energetico iniziato negli anni '60, ma oggi il dibattito si sta riaccendendo in modo significativo.

Il contesto attuale

Sul fronte internazionale, la Germania ha compiuto un passo importante: ha rinunciato ad opporsi alla tassonomia europea che classifica gli investimenti in nucleare come "sostenibili".

Si tratta di un cambio di rotta significativo che avvicina Berlino alla posizione della Francia, ferma sostenitrice del nucleare tanto civile che militare, praticamente con la sola eccezione del partito comunista per quanto riguarda le armi “atomiche”(Fabien Roussel).

Le posizioni in campo

In Germania le opinioni sono divise. Il cancelliere Friedrich Merz (CDU) definisce l'uscita dal nucleare un "grave errore strategico", ma al contempo la considera "irreversibile”. Una posizione che cerca di conciliare la critica al passato con la realtà politica attuale.

Diverso è l'approccio di Markus Söder (CSU), che propone progetti pilota con piccoli reattori modulari (SMR) in Baviera, presentandoli come energia pulita e sicura. Anche la AfD si è espressa chiaramente a favore del ritorno al nucleare, presentando due mozioni al Bundestag nel marzo 2026 per chiedere la riapertura dei reattori dismessi.

Sul fronte opposto, organizzazioni come ausgestrahlt mobilitano da anni l'opinione pubblica contro l'atomo. I loro argomenti si concentrano sui rischi di incidenti (come Fukushima e Chernobyl) e sul problema irrisolto delle scorie radioattive, che resterebbero pericolose per centinaia di migliaia di anni.

Prospettive future

La strada per un rilancio del nucleare tedesco appare in salita. Il consenso sociale per l'uscita dall'atomo rimane solido e lo smantellamento delle centrali è già iniziato. Tuttavia, l'evoluzione del dibattito europeo e le sfide della transizione energetica potrebbero aprire nuovi scenari, soprattutto se le tecnologie (tutte ancora da validare) di nuova generazione dimostreranno di superare i problemi che hanno portato all'abbandono dell'atomo in Germania.

LA VICENDA ITALIANA HA COME MOTORE L’EUROPA

Noi disarmisti esigenti poniamo l’accento sulla necessità di spostare il fuoco dal “se il nucleare conviene” al “chi decide e perché”. Sosteniamo con cognizione di causa che il motore del rilancio italiano sta a Bruxelles, e con l’avallo del centro-sinistra europeo, ed i passaggi chiave per questa tesi li mettiamo in fila, esplicitando  la logica politica che ci sta dietro:

  1. Il quadro giuridico nasce a Bruxelles, non a Roma

L’Italia non si è svegliata nel 2026 con la voglia di SMR. Il Net-Zero Industry Act è regolamento UE che ha inserito “tecnologie nucleari avanzate, SMR e reattori di IV generazione” tra le tecnologie strategiche per la decarbonizzazione.

Questo comporta:

- Corsie preferenziali: autorizzazioni accelerate, deroghe agli aiuti di Stato.

- SMR Valleys: zone industriali designate a livello europeo per concentrare filiera, ricerca, produzione.

- Obbligo politico: una volta che Bruxelles definisce “strategica” una tecnologia, gli Stati membri adeguano il diritto interno per non perdere fondi e posizionamento industriale.

La legge delega italiana sul “nucleare sostenibile” ricalca criteri e tempistiche del NZIA. Non inventa nulla: recepisce.

  1. I numeri italiani sono la “quota” del piano UE, non un calcolo autonomo

Il Nuclear Illustrative Programme PINC 2026 della Commissione stima per l’UE 17-53 GW di SMR al 2050 e 241 mld di investimenti.

I 16 GW entro il 2050 annunciati dal governo Meloni cascano dentro quella forchetta. È la logica delle quote industriali europee: ogni paese si prende una fetta di filiera per non restare tagliato 

fuori. Il MISE/Mase non ha fatto un piano fabbisogno nazionale dal basso: ha allineato l’Italia alla tabella di marcia di Bruxelles.

  1. La maggioranza che regge questa linea a Bruxelles include il centro-sinistra

Von der Leyen è PPE, ma governa con una maggioranza Ursula: PPE + S&D + Renew.

Dati di fatto:

- S&D ha votato il NZIA con il nucleare dentro. Il gruppo dei socialisti e democratici europei non ha fatto barricate. Ha negoziato paletti su ciclo chiuso e IV generazione, ma ha avallato l’impianto.

- La Strategia SMR COM/2026/117 è atto della Commissione von der Leyen, sostenuta da quella maggioranza. Chiede agli Stati “standardizzazione” e filiere integrate. È esattamente il mandato che Pichetto Fratin mette nella delega.

- In Francia, Spagna, Europa dell’Est, i governi di centro-sinistra sono pro-nucleare. Il PSE non ha una linea anti-atomo: ce l’hanno i Verdi, che sono minoranza.

Quindi: il rilancio non è “destra italiana vs UE”. È “governo italiano che esegue un’agenda UE” già votata anche dal centro-sinistra europeo.

  1. La giustificazione ufficiale UE è geopolitica, non solo climatica

Al Nuclear Energy Summit di marzo 2026, von der Leyen ha definito il nucleare “energia pulita prodotta in casa come carico di base”. Ma il cambio vero è la cornice: autonomia strategica vs Cina, Russia, USA.

La COM/2026/117 dice esplicitamente che gli SMR servono ad alimentare industrie “hard-to-abate” centrali per difesa e sovranità: acciaio, chimica pesante, data center per IA militare. È la “tecnologia della potenza” di cui parliamo: l’energia non è più solo bolletta, è infrastruttura per stare nel blocco di potere continentale.

Conclusione dialogica, senza polemica

Se mettiamo insieme i pezzi, abbiamo un ragionamento che fila così:

"Il governo italiano non sta improvvisando. Sta creando la base giuridica per agganciare l’Italia a 3 decisioni prese a Bruxelles: NZIA, strategia SMR, PINC 2026. Queste decisioni hanno il sostegno della maggioranza Ursula, quindi anche del centro-sinistra europeo. Il motore è lì perché è lì che si definisce cosa è 'strategico' per l’UE dei prossimi 30 anni: energia + industria + difesa insieme. Discutere solo di referendum italiani del 1987/2011 è fuorviante se non guardiamo il livello dove oggi si ridisegna l’architettura della potenza."

Questo sposta il dibattito da “nucleare sì/no” a “che ruolo accettiamo dentro questa architettura europea”. Ed è esattamente la battaglia politica che noi Disarmisti Esigenti invitiamo a portare avanti.

 

 

Perché questo fallimento, per la terza volta consecutiva, della Conferenza di revisione del Trattato di Non Proliferazione? 

Con l'obiettivo di collegare le campagne ICAN e NFU incontriamo i diplomatici cinesi a Ginevra per promuovere iniziative risolutive in merito

di Luigi Mosca 

La gravità della situazione globale, sotto la minaccia delle armi nucleari, di cui il deterioramento del TNP è un chiaro sintomo, richiede innanzitutto uno sforzo di analisi.

Perché il disarmo nucleare si sta rivelando così difficile, al punto che la proliferazione è ancora in aumento?

Forse una recente affermazione di Emmanuel Macron, “per essere liberi, bisogna essere temuti”, può aiutarci a comprenderlo: in effetti, quale modo migliore per essere temuti se non la minaccia (deterrenza) delle armi nucleari ? Anche se questo ci condurrà prima o poi all’apocalisse nucleare!

È questa “cultura del nemico”; (un approccio perdente-perdente) che tanti politici ci instillano quotidianamente attraverso i media mainstream a rendere difficile la transizione verso una “cultura della cooperazione”; (un approccio vincente-vincente) che potrebbe costituire la base di una pace giusta e duratura.

Il disarmo nucleare non può che iscriversi in un processo di questo tipo. Le organizzazioni pacifiste, e quindi contro la guerra, ovviamente non possono attuare il disarmo nucleare da sole, ma possono cercare di convincere gli Stati dotati di armi nucleari a farlo, facendo loro comprendere che è innanzitutto nel loro interesse.

A tal fine, possiamo sfruttare il fatto che gli Stati dotati di armi nucleari, così come i loro alleati, non costituiscono un fronte completamente omogeneo, ma che esistono differenze e opportunità da cogliere.

Questi Stati dotati di armi nucleari potrebbero quindi modificare le proprie posizioni, ad esempio proponendo, come primo passo, un trattato di “no first use”; (un impegno a non usare per primi delle armi nucleari), riattivando i trattati sul controllo e la limitazione degli armamenti nucleari attualmente spariti, contattando i quattro Stati dotati di armi nucleari che non sono parte del TNP (India, Pakistan, Israele e Corea del Nord) e partecipando alle Conferenze di revisione del TPNW (Trattato sulla proibizione delle armi nucleari), inizialmente in qualità di osservatori, ecc.

Particolarmente interessante è il caso della Cina, che non ha mai criticato il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (TPNW) e ha adottato una posizione quasi opposta (si veda ad esempio l’intervento di Xi Jinping alle Nazioni Unite il 18 gennaio 2017) e soprattutto ha mantenuto il proprio arsenale nucleare a un livello estremamente basso per decenni (20 volte inferiore a quello degli Stati Uniti o della Russia!).

Essa ha inoltre adottato sistematicamente nella propria dottrina nucleare, fin dall’inizio, il principio del “no first use”, che ha ripetutamente proposto anche agli altri Stati dotati di armi nucleari, chiedendo anche una drastica riduzione degli arsenali americani e russi come precondizione per un disarmo nucleare globale.

È solo a seguito del persistente rifiuto di queste proposte che la Cina ha recentemente intrapreso un incremento relativo del proprio arsenale nucleare.

Noi, organismi pacifisti, mettendoci insieme allo scopo, potremmo allora proporre alla Cina che, con il nostro esplicito appoggio, promuova iniziative trainanti e risolutive per trattati sul non primo uso delle armi nucleari. Per concordare la convergenza di mosse nei rispettivi ambiti riteniamo utile un incontro tra esponenti di organizzazioni disarmiste e la rappresentanza diplomatica del governo cinese presso l'Onu a Ginevra.

Tutto ciò contribuirà alla nostra preparazione alla Conferenza di revisione del TPNW che si terrà alle Nazioni Unite a New York dal 30 novembre al 4 dicembre prossimi.

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APPENDICE

LA "SCOPERTA", IN ITALIA, DELLA "NONVIOLENZA ANDROGINA" DI BARBARA DEMING 

Ecco altro materiale che consideriamo come preparatorio all'incontro online del 12 luglio sulle maschilità alternative di pace.

Da disarmisti esigenti per la nonviolenza poietica e la terrestrità, invitando Marco Deriu e l'Associazione Maschile plurale-  lo abbiamo organizzato domenica 12 luglio 2026, dalle ore 18:00 alle ore 20:00, sul libro "DISONORARE LA GUERRA", curato dalla citata Associazione ed edito da Multimage.

Ecco il link per partecipare all'incontro del 12 luglio su piattaforma Zoom:

https://us06web.zoom.us/launch/edl?muid=b6722eca-1bff-4b0a-b8b9-961e2b4cac76

 

Sopra una citazione ispirata a Barbara Deming*, autrice da scoprire in Italia (per quello che ci risulta non esistono suoi libri tradotti), che possiamo considerare di grande interessante per Maschile Plurale e per tutte le amiche e gli amici della nonviolenza.
 
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*Barbara Demingper questa "storica" femminista lesbica statunitense la nonviolenza è “androgina”: unisce autoaffermazione e cura, aspetti che il patriarcato ha separato in “maschile” e “femminile”. Sostiene che il genere è l’opposizione originaria: la costruzione dell’“Altro” è la fonte di tutte le violenze. Per eliminare la violenza occorre sfidare la menzogna del patriarcato: che le donne non appartengono a sé stesse. La sua strategia nonviolenta femminista rifiuta il concetto di “nemico”. Usa due leve insieme: pressione che costringe l’avversario a fare i conti con la propria coscienza, e riconoscimento della comune umanità. È “un equilibrio tra autoaffermazione e rispetto degli altri”.
Scritti principali: Prison Notes, 1966, sull’esperienza in carcere ad Albany, Georgia durante la marcia Quebec-Guantanamo; Revolution and Equilibrium, 1971; We Cannot Live Without Our Lives, 1974.
Ha diretto anche la rivista Liberation, prima direttrice donna.

IRA CHERNUS

NONVIOLENZA AMERICANA: LA STORIA DI UN'IDEA

Gli attacchi dell'11 settembre 2001 e la risposta degli Stati Uniti spinsero la spirale della violenza sempre più in alto. Sono possibili risposte non violente. Ora è più importante che mai considerare le alternative non violente. Nonviolenza significa molto più che semplicemente "porgere l'altra guancia passivamente". Significa trovare modi attivi, positivi e creativi di vivere. C'è un ricco patrimonio intellettuale della nonviolenza, e gran parte di questo patrimonio ha avuto origine qui negli Stati Uniti. Per promuovere la consapevolezza di tale patrimonio e gli sforzi per arricchirlo ho scritto un libro introduttivo sulla storia dell'idea della nonviolenza negli Stati Uniti. "American Nonviolence: The History of An Idea" è ora disponibile da Orbis Libri.

Indice:

Introduzione

Gli anabattisti

I Quaccheri

William Lloyd Garrison e gli abolizionisti

Henry David Thoreau

Gli anarchici

Prima Guerra Mondiale: Il Punto di Svolta Cruciale

Mahatma Gandhi

Reinhold Niebuhr

A. J. Muste

Dorothy Day e il Catholic Worker

Martin Luther King, Jr.

Barbara Deming

Thich Nhat Hanh

Conclusione

Bibliografia

BARBARA DEMING: UNA BASE LAICA PER LA NON VIOLENZA

Barbara Deming (1917, 1984) tra tutti i grandi teorici della nonviolenza nella storia degli Stati Uniti merita certamente di essere più conosciuta, sicuramente in Italia, perché occupa un posto molto importante nella storia dell'idea di non violenza. È la pensatrice più influente che ha sviluppato un argomento sistematico a favore della non violenza senza alcuna base religiosa. Più di chiunque altro, Deming rese intellettualmente plausibile, e persino rispettabile, che le persone non religiose si impegnassero nella nonviolenza. Sviluppò le sue idee partecipando ai movimenti per la pace e per i diritti civili degli anni '50 e '60. Per la prima volta, un gran numero di persone senza alcun impegno cristiano abbracciò, o almeno esplorò seriamente, la nonviolenza. Così ha contribuito a farsi spazio nel movimento della nonviolenza per molte persone che altrimenti non sarebbero state sicure se poterla abbracciare.

Fu un momento raro nella storia degli Stati Uniti, quando sembrava che movimenti non violenti organizzati potessero rimodellare la società in modi sostanziali. Questa sicurezza era chiaramente evidente nell'interpretazione della non violenza di Barbara Deming, ed era direttamente collegata al suo approccio strettamente laico. Non avendo una fede religiosa come fondamento o criterio, era incline a basare la nonviolenza sulla sua capacità di ottenere risultati pratici. Per Deming, la domanda cruciale sulla nonviolenza non era se ci avvicinasse a Dio o migliorasse le nostre anime, ma se potesse effettivamente ottenere miglioramenti concreti nella società, specialmente per chi è oppresso. Negli anni in cui scriveva le sue dichiarazioni più influenti, molte persone erano disposte a rispondere affermativamente a quella domanda. E persino il dottor Martin Luther King Jr., la più grande voce dell'epoca per la nonviolenza religiosa, diede grande peso alle questioni di successo pratico. Quindi sembrava sensato basare la nonviolenza sul suo potenziale di ottenere risultati.

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Deming sostenne esplicitamente che la non violenza non ha bisogno di una base religiosa. Non c'è bisogno di presumere l'esistenza di una forza spirituale superiore che inevitabilmente sosterrà l'azione non violenta e la aiuterà a riuscire. In effetti, la fede religiosa può facilmente minare gli sforzi per il cambiamento sociale. Le persone religiose tendono a presumere che, come diceva spesso il dottor King, qualche forza cosmica garantisca che l'universo si pieghi verso la giustizia. Tendono anche a presumere che tutti ne siano in qualche modo consapevoli, che tutti abbiano un certo grado di coscienza, per quanto profondamente sepolta possa essere. Perciò le persone religiose troppo spesso vedono la nonviolenza come un appello alla coscienza degli oppressori. Si aspettano troppo dagli oppressori. Usano la petizione e la preghiera, piuttosto che la lotta, per raggiungere i loro obiettivi: "La sfida per chi crede nella lotta non violenta è imparare a essere abbastanza aggressivi." La fede in Dio, o in qualsiasi credenza religiosa, può rendere più difficile imparare questa lezione fondamentale.

Su questo punto e su altri, Deming condivideva alcune idee di base con Reinhold Niebuhr. Hanno concordato che l'obiettivo fondamentale non è evitare la violenza, ma portare giustizia alle vittime del sistema statunitense profondamente ingiusto. Il valore di qualsiasi opera per la giustizia dovrebbe essere giudicato dai suoi risultati. Vedevano la giustizia come essenzialmente un valore laico, separato dal regno della religione. La loro domanda fondamentale era come ottenere più giustizia. Le loro risposte coinvolgevano sempre qualche tipo di costrizione o forza. Hanno dato per scontato che le persone ingiuste cambieranno il loro comportamento, e le idee che usano per giustificare il proprio comportamento, solo quando sentono che i loro interessi sono minacciati.

Ma Deming non era d'accordo con Niebuhr sul modo più efficace per minacciare l'ingiusto. Egli presumeva che un certo grado di violenza (o almeno una minaccia di violenza) fosse più spesso necessario. Al contrario di Niebuhr, sosteneva che la nonviolenza sia sempre probabilmente il modo più efficace per forzare un cambiamento sociale. Così prese idee che Niebuhr usava per criticare la nonviolenza e le trasformò in argomentazioni a favore della non violenza.

Deming interpretò il termine satyagraha di Gandhi come il significato di aggrapparsi alla verità con tutto il proprio peso, recitando la verità con il proprio corpo. Questo significa affidarsi alla forza per raggiungere i propri obiettivi. In effetti, ha detto Deming, tutti gli attivisti nonviolenti lo presumono nella pratica, anche se di solito scrivono come se stessero facendo appello a fattori morali nelle persone e nell'universo. Non che i fattori morali siano irrilevanti: "L'azione più efficace ricorre sia al potere sia alla coscienza Può di fatto costringere [gli oppositori] a consultare la propria coscienza o a fingere di averla. Può affrontare le autorità con un nuovo fatto e dire: accettate questa nuova situazione che abbiamo creato." Ma se l'unica domanda che conta davvero è quella tattica, "Cosa funziona?", non c'è motivo di escludere la violenza in linea di principio. Inoltre, poiché nessuna persona è perfettamente pura moralmente, non può esserci un divieto assoluto sulla violenza.

Perché allora scegliere tattiche non violente invece della violenza? La risposta di Barbara Deming si basava sulla sua risposta a una domanda più basilare: perché lottare per la giustizia? La sua risposta a quella domanda si basava sul presupposto che ogni persona meriti rispetto, semplicemente per il fatto di essere una persona. Il rispetto significa, soprattutto, permettere a ciascuno di essere pienamente se stesso. Questo significa rispettare il diritto di ogni persona a fare scelte libere ed esercitare il libero arbitrio. Qualunque forma prenda l'ingiustizia, essa consiste sempre in oppressori che cercano di privare le persone oppresse della loro libertà di essere se stesse facendo scelte libere. Nella misura in cui gli oppressori hanno successo, esercitano libertà illegittime perché hanno tolto libertà legittime ad altri.

Quando parliamo di cambiamento sociale, intendiamo creare o ripristinare una situazione in cui tutte le persone siano ugualmente rispettate, una società in cui ognuno possa esercitare le proprie libertà legittime perché nessuno ha libertà illegittime. Questo significa creare nuovi tipi di persone che si parta dallo status di oppressori che da quello di oppressi. Gli oppressi devono cambiare sia il proprio status di vittime sia quello dell'altro come oppressori.

Secondo Deming, esiste un legame diretto tra giustizia e nonviolenza, perché l'ingiustizia è sempre una forma di violenza. La violenza è essenzialmente il tentativo di dominare un'altra persona e privarla della propria volontà. Questa violenza può avvenire tramite guerra o attacchi fisici. Ma può anche essere fatta da un sistema economico che nega alle persone i bisogni materiali fondamentali, oppure da un sistema politico che nega la piena partecipazione, o da un sistema sociale che nega loro il senso del proprio valore. Queste forme di violenza strutturale sono violente quanto qualsiasi attacco fisico. Le persone oppresse che usano la violenza per eliminare condizioni degradanti stanno usando una violenza minore per porre fine alla violenza maggiore del sistema che li degrada e li priva della loro legittima libertà.

Naturalmente sorge la domanda: se l'obiettivo è porre fine alle persone che impongono la loro volontà agli altri, perché è giustificato che gli oppressi usino la forza, sia essa violenta o meno, per costringere i loro oppressori a cambiare? Uno dei vantaggi della nonviolenza, secondo Deming, è proprio che permette un uso giustificato della forza. Infatti, la sua definizione di nonviolenza è un'azione che non priva nessuno della libertà di fare ciò che ha diritto. La nonviolenza può e priva l'avversario della libertà di fare alcune cose. Ma queste sono cose che l'avversario non aveva il diritto di fare fin dall'inizio, perché comportano privare gli altri della loro giusta libertà:

"Alcune libertà sono libertà fondamentali, altre no. Imporre a un altro uomo la libertà di uccidere, o la sua libertà di aiutare a uccidere, di reclutare per uccidere, non significa violare la sua persona in modo fondamentale. L'uomo che agisce in modo nonviolento insiste nell'agire secondo la propria volontà, rifiuta di agire secondo un altro ma in questo modo esercita solo forza sull'altro, non strappandolo via a sé ma strappandogli solo ciò che non è propriamente suo, la forza che gli è stata prestata da tutti coloro che gli hanno dato obbedienza".In altre parole, la nonviolenza è un modo per riprendersi la propria volontà libera, che è stata bloccata da un altro. Può essere necessario costringere quell'altro a raggiungere l'obiettivo, ma non comporta mai privare l'altro del legittimo esercizio del libero arbitrio. Quindi è moralmente giustificato impedire alle persone di prendere un certo tipo di decisioni, se quelle decisioni non hanno alcun diritto di essere prese.

La domanda, per Deming, non era se costringere gli ingiusti a cambiare atteggiamento, ma come farlo nel modo più efficace. La sua risposta è stata che, in quasi ogni caso, la nonviolenza è più efficace della violenza per porre fine, o almeno ridurre, la violenza maggiore dell'ingiustizia: "Questo è il cuore del mio argomento: possiamo mettere più pressione sull'antagonista per cui mostriamo interesse umano." Ha sostenuto la sua posizione suddividendo ogni movimento o azione nonviolenta nei diversi passaggi necessari per avere successo. Gli attivisti nonviolenti devono prendere il controllo della situazione. Devono chiarire di avere il potere di forzare un cambiamento duraturo nell'ingiustizia cui si oppongono. Devono, allo stesso tempo, costringere gli oppressori a considerare almeno l'accettazione volontaria di quel cambiamento, piuttosto che solo sotto costrizione. Devono anche guadagnarsi la simpatia del pubblico più ampio. Devono fare tutto questo mantenendo la violenza al minimo. Infine, devono cambiare se stessi affinché inizino a mettere in scena il nuovo tipo di società che vogliono creare per il futuro. Consideriamo ciascuno di questi passaggi a turno, per capire perché Deming credeva che ciascuno fosse meglio realizzato attraverso la nonviolenza.

Gli attivisti devono prendere il controllo della situazione, mentre affrontano i loro oppressori. Gli oppressori hanno sempre una forza superiore e spesso cercano di prendere il controllo usando quella forza. Una risposta nonviolenta neutralizza quel vantaggio, perché nega loro la possibilità di vincere una competizione di forza contro forza. Ma il vantaggio della nonviolenza per il controllo va oltre questo. Per ottenere e mantenere il controllo, gli oppressi devono essere composti ed equilibrati, come abili guerrieri delle arti marziali, pronti ad affrontare efficacemente ogni cambiamento imprevisto nella situazione. L'argomento principale di Deming contro la violenza è che chi la usa al servizio della giustizia e del cambiamento sociale mina il proprio equilibrio. Si rendono conto, consapevolmente o meno, che i loro mezzi contraddicono i loro fini. Vogliono creare una società basata sulla giustizia, e più spesso sull'amore, per tutte le persone. Per farlo, devono cambiare la coscienza delle persone così come le istituzioni pubbliche. Se cercano di creare quel cambiamento uccidendo persone, negano il diritto inalienabile alla vita e alla libertà che stanno cercando di garantire. Questo li fa sentire confusi, storditi, sbilanciati e certamente non completamente in controllo di se stessi o della situazione.

Il modo per ottenere l'equilibrio necessario al controllo è far sì che i mezzi corrispondano ai fini. Il fine è una società in cui il valore e la libertà di ogni persona sono pienamente rispettati. Quindi i mezzi non devono mai violare il valore o la libertà intrinseca di nessuno. Poche persone possono davvero provare amore per i propri oppressori. Ma tutti possono agire sull'assunzione essenziale della nonviolenza "che la vita di tutti gli uomini abbia valore, che ci sia qualcosa in ogni uomo da amare, che si possa provare amore per lui o meno. Succede che, se si agisce su questa supposizione, si dia molta più compostezza nella situazione."

Quando gli attivisti combinano cura e rispetto per la vita degli avversari con una testarda sfida alle loro azioni, danno agli attivisti un controllo unicamente efficace sulla situazione. Bilanciare l'autoaffermazione con l'amore e la cura per l'altro è il modo per evitare le vertigini: "L'ordine che dobbiamo amare il prossimo come noi stessi significa per noi ugualmente che dobbiamo amarci come amiamo il prossimo. Crediamo, infatti, che un atto di rispetto abbia poca forza se non è eguagliato dall'altro in equilibrio. Agire da questo doppio rispetto lo definirei proprio come la fonte del nostro potere." (Ovviamente è importante che gli attivisti ricordino che amare un avversario non significa necessariamente e di solito non dovrebbe significare fidarsi di quell'avversario.)

Così come la nonviolenza dà più equilibrio a chi la usa, mette anche in difficoltà gli avversari. "Le persone che attaccano gli altri hanno bisogno di giustificazioni per farlo. Noi miniamo queste razionalizzazioni." Gli avversari si aspettano la minaccia di perdere tutto, compresa la loro sicurezza fisica. Quando questa minaccia ultima viene ovviamente tolta, si confondono; esitano nella risposta; devono pensare prima di agire: "Distruggiamo le loro menti. Ed è proprio a questo punto che diventano vulnerabili a ricevere una nuova idea."

Per sfruttare questo vantaggio, gli attivisti non violenti devono sempre opporsi alle azioni ingiuste piuttosto che alle persone che le compiono. Devono separare la persona ingiusta dal suo ruolo nella società: "Cercare di distruggere non gli abusatori di potere ma le fonti di quel potere, che certamente non sono i loro corpi particolari." Separando gli individui dai loro ruoli, è più facile stabilire una comunicazione con loro. Più sono coinvolti nella conversazione, più possono essere influenzati dall'azione nonviolenta. In tutti questi modi, la nonviolenza rende l'avversario quello che si gira la testa. E questo dà agli attivisti non violenti maggiore controllo sulla situazione.

La nonviolenza offre anche maggiore controllo su una situazione perché offre più controllo sulla rabbia suscitata nella situazione. Entrambi i gruppi di antagonisti portano rabbia in qualsiasi conflitto, e il loro conflitto di solito aumenta la rabbia. Ma Deming distingueva tra due tipi di ira. La rabbia malsana, o "afflizione", si basa sulla paura dell'altro. Dispera di fare qualsiasi cambiamento significativo finché l'altro esisterà. Poiché l'altro probabilmente continuerà a esistere durante tutta la situazione di conflitto, le persone motivate da una rabbia malsana continueranno ad avere paura. La loro paura distorcerà le loro percezioni, li farà girare più la testa e impedirà loro di prendere le decisioni razionali e equilibrate necessarie per prendere il controllo.

Equilibrio e controllo derivano da una rabbia sana. Questa è altrettanto aggressiva di quella malsana, ma si basa sulla convinzione e sulla speranza di un cambiamento nei ruoli e nelle istituzioni sociali. La rabbia sana esige il cambiamento e crea i confronti necessari affinché esso si realizzi. Offre inoltre all'altro l'opportunità di contribuire a realizzarlo. "Il nostro compito, naturalmente, è quello di trasformare la rabbia che è sofferenza nella rabbia che è determinazione a realizzare il cambiamento. Credo, in effetti, che si potrebbe definire questa la definizione di rivoluzione". Deming riconobbe che all'inizio, quando la speranza di cambiamento è appena nata, le persone esercitano i propri diritti con cautela e si sentono insicure. La rabbia è destinata a manifestarsi. All'inizio sarà difficile da controllare, quindi potrebbe essere malsana.

La sfida per la nonviolenza è trasformare la rabbia malsana in rabbia sana. Il modo per farlo è affrontare la propria rabbia malsana; smettere di reprimerla; riconoscere che la rabbia per l'ingiustizia e l'oppressione è naturale, soprattutto per le vittime dell'oppressione. Ammettere la propria rabbia malsana facilita lo sviluppo di una rabbia sana e la resistenza non violenta all'oppressione, ovvero più efficace: "Se siamo disposti ad affrontare le nostre rabbie più personali, nella loro forma più pura, e ci assumiamo il compito di trasformare questa rabbia grezza nella rabbia disciplinata della ricerca del cambiamento, ci troveremo in grado di parlare in modo molto più persuasivo ai compagni della necessità di estirpare da ogni rabbia lo spirito omicida". Una volta che la rabbia è sana e disciplinata, non rappresenta più un ostacolo al controllo. Piuttosto, diventa un ulteriore strumento utile per prendere il controllo della situazione.

Una volta dimostrato il controllo, gli attivisti devono chiarire di avere il potere di imporre un cambiamento duraturo nell'ingiustizia a cui si oppongono. L'obiettivo fondamentale è far sì che gli oppositori riconoscano di dover porre fine alla loro ingiustizia. Ma è di gran lunga preferibile che gli oppositori siano indotti a voler porre fine alla loro ingiustizia. Affrontando l'oppressore in modo non violento, "si cerca di scuoterlo dalle sue vecchie convinzioni e di costringerlo a valutare la situazione attuale in un modo che tenga conto sia dei propri bisogni che dei suoi". L'obiettivo della resistenza non violenta è imporre questa nuova valutazione, far sì che tutti vedano non solo la protesta immediata, ma l'intero sistema dominante, sotto una nuova luce. La resistenza mira a smascherare la malvagità del sistema. Mira a dimostrare che chiunque viva all'interno di un sistema ingiusto è in realtà vittima di quel sistema, anche coloro che sembrano trarne maggior beneficio.

La nonviolenza evoca questa nuova prospettiva in diversi modi. Poiché gli oppositori non possono fare della protesta violenta il tema centrale, non possono facilmente distogliere l'attenzione dal problema principale: la propria ingiustizia. L'attacco è chiaramente rivolto alle loro azioni ingiuste, non alla loro persona. Questa distinzione spinge gli oppositori a considerarsi persone complete, distinte dal loro ruolo nel sistema sociale. Crea una lotta tra la loro mente e il loro corpo. In questo modo sono più propensi a riconoscere la realtà di ciò che hanno fatto. Solo allora potranno iniziare a pensare a un cambiamento di ruolo. Potranno iniziare a intravedere la possibilità di una società in cui tutte le persone siano rispettate e godano di pieni diritti. La violenza, d'altro canto, rende improbabile un cambiamento di atteggiamento da parte degli oppositori. Concentra l'attenzione sulla battaglia immediata, non sugli obiettivi a lungo termine.

La violenza, inoltre, spinge le persone a reagire violentemente, per paura. Ma se gli oppositori si sentono rassicurati sulla propria sicurezza e non sono più motivati ​​dalla paura, possono valutare i propri interessi in modo più obiettivo. Possono comprendere che i loro interessi a lungo termine saranno meglio tutelati modificando lo status quo. "Non riusciranno mai a capire che alla fine è nel loro interesse adattarsi ai cambiamenti che stiamo imponendo, a meno che non diamo loro la libertà di farlo. E crederanno che offriamo questa libertà, saranno in grado di immaginare una nuova vita per sé stessi, solo se ci saremo rifiutati di minacciarli con qualsiasi danno personale." Pertanto, tutte le tattiche dovrebbero mirare a imporre il cambiamento, alleviando al contempo le paure immediate degli oppositori.

Naturalmente anche gli oppositori nutrono timori di lunga data nei confronti del cambiamento. Di solito accade che persino gli oppressori temano il sistema di cui fanno parte. Ma temono ancora di più di cambiarlo. La nonviolenza è l'unico modo efficace per liberarli da questa paura, per mostrare loro che ciò che spaventa veramente è lo status quo, non gli attivisti che chiedono il cambiamento. "Non è possibile affermare i nostri diritti come inalienabili semplicemente agendo: sono miei. Possiamo affermarlo solo agendo: sono nostri, vostri e quindi miei; miei e quindi vostri, con enfasi su 'vostri', affinché le menti dei nostri antagonisti e dei loro alleati prestino attenzione."

Per tutte queste ragioni, gli attivisti non violenti "si comportano come se tendessero due mani sull'oppressore, una che lo calma, gli fa fare domande, mentre l'altra lo spinge a muoversi." La mano che lo spinge potrebbe persino spingerlo a cambiare schieramento e sostenere la causa dei manifestanti. Se trattano i loro avversari come potenziali alleati, spiegando come tutti traggano beneficio insieme dal cambiamento sociale, c'è una maggiore probabilità che alcuni avversari diventino alleati. Questo potrebbe non accadere spesso. Ma è molto più probabile se i manifestanti mostrano una reale preoccupazione per tutte le persone, compresi i loro oppositori.

La nonviolenza offre anche agli attivisti la migliore possibilità di guadagnare alleati tra il pubblico più ampio, che sono osservatori e spettatori: "Le tattiche nonviolente possono agire per nostro favore uomini non naturalmente inclini ad agire per noi." D'altra parte, "le tattiche violente attirano in azioni che potrebbero danneggiare uomini per i quali non è affatto naturale agire contro di noi." Le proteste violente spaventano il pubblico; rendono il pubblico più disposto ad accettare la repressione in nome della legge e dell'ordine. Ecco perché gli oppressori spesso cercano di provocare i manifestanti alla violenza. La nonviolenza impedisce agli oppositori di ottenere simpatia pubblica, come farebbero se fossero vittime di violenza. E la violenza degli oppositori contro le persone disarmate potrà alla fine convincere i loro alleati e sostenitori a smettere di dare sostegno. La nonviolenza è il modo migliore per coltivare un'immagine pubblica positiva.

Un altro vantaggio evidente della nonviolenza è che rompe il ciclo della violenza e della controviolenza. Gli oppressori potrebbero probabilmente intensificare la loro violenza all'inizio, poiché non affrontano violenza in risposta. Gli attivisti nonviolenti probabilmente subiranno più vittime dei loro avversari. Ma la nonviolenza non conta le sue vittorie in termini di chi subisce meno vittime. Definisce la vittoria come un cambiamento nelle politiche e nei comportamenti degli avversari. E a lungo termine, la nonviolenza de-escalerà la violenza e ci saranno meno vittime.

Infine e molto importante, secondo Barbara Deming, la nonviolenza è l'unico modo in cui gli attivisti possono cambiare se stessi, così da iniziare a mettere in scena il nuovo tipo di società che vogliono creare per il futuro: "L'uomo libero deve nascere prima che la libertà possa essere conquistata, e l'uomo fraterno deve nascere prima che la piena fratellanza possa essere conquistata. Nascerà solo se lo costruiamo con la nostra carne e le nostra ossa cercando di metterlo in scena. E questo non può essere rimandato." L'obiettivo è una società in cui a ogni persona siano concessi pari diritti, in cui ognuno rispetti e si prenda cura degli altri. Si può rivendicare un diritto inalienabile alla vita e alla felicità solo se lo concede anche a tutti gli altri. La nonviolenza è "l'unico modo di combattimento che, implicitamente, rispetta questo fatto." È l'unico modo di battaglia che rende la sua visione del futuro una realtà presente. È l'unico modo per pretendere i propri diritti e rispettare quelli degli altri allo stesso tempo: "Affermiamo il rispetto che ci spetta, quando viene negato, attraverso la non cooperazione; affermiamo il rispetto dovuto a tutti gli altri, attraverso il nostro rifiuto di essere violenti."

Il rispetto nonviolento è un modo di manifestare solidarietà umana. Manda il messaggio che gli oppressi non vogliono sconfiggere i loro oppressori; Non vedono il conflitto come una sfida a somma zero o una sfida per ottenere tutti i vantaggi. Piuttosto, capiscono che o vincono tutti o perdono tutti. Questo messaggio non è del tutto disinteressato. Trattare gli altri come pienamente umani fa sì che la richiesta più potente sia che gli altri si trattino e trattino gli oppositori come pienamente umani. In effetti, il modo migliore per proteggere i propri diritti è concedere gli stessi diritti anche all'avversario più ingiusto. Quindi il modo migliore per costruire un futuro migliore si rivela, allo stesso tempo, il modo migliore per proteggere i propri diritti nel presente.

La nonviolenza funziona proprio perché combina la pressione pratica del presente con visioni utopiche del futuro. Utilizza ostruzioni, boicottaggi e non cooperazione per impedire il funzionamento dell'attuale sistema. Utilizza attività costruttive indipendenti per creare un sistema alternativo. Poiché le pressioni economiche sono spesso il tipo più efficace, gli attivisti non violenti dovrebbero essere particolarmente creativi nel concepire un sistema economico alternativo, affinché il sistema esistente e tutte le sue ingiustizie possano essere chiusi semplicemente ignorandoli.

Come femminista, Deming ha aggiunto un altro commento molto importante alla sua analisi. La nonviolenza combina l'autoaffermazione maschile con la simpatia femminile per tutte le persone. Così inizia il viaggio verso una società più androgina nel futuro.

Oltre a cambiare la società, la nonviolenza cambia anche gli individui che la impiegano. Poiché devono separare gli individui dai loro ruoli sociali, vedono le questioni sociali più chiaramente e creano nuovi atteggiamenti in sé stessi così come nei loro avversari. Imparano a mettere da parte (o a superare) il desiderio di vendetta che hanno appreso. Invece, imparano a provare soddisfazione in un nuovo tipo di azione audace ed eroica. E imparano a sentirsi in controllo di una situazione senza usare la violenza. La nonviolenza richiede che le persone abbandonino il desiderio apparentemente "naturale" di contrattaccare e vendicarsi. Richiede che questo desiderio sia subordinato al desiderio predominante di migliorare la società: "Il punto è cambiare la propria vita. Il punto non è dare sfogo alle emozioni che stanno distruggendo il proprio equilibrio; il punto è agire costruttivamente così tanto da poterle dominare ora." Il desiderio di vendetta è un tipo di rabbia malsana. Il modo per padroneggiarla è affrontare la propria rabbia, accettarla e iniziare a prenderne il controllo. In questo modo, anche la nonviolenza nel presente crea il tipo di società che gli attivisti vogliono creare per il futuro. Non è una società priva di rabbia. È una società in cui la rabbia è salutare, un segno di speranza e un passo costruttivo verso la giustizia.

Una società del genere potrà mai esistere in futuro? La nonviolenza può essere messa in pratica su scala abbastanza ampia da superare le ingiustizie enormi che il passato ha lasciato al presente? Deming ha sottolineato che non possiamo saperlo con certezza, perché la nonviolenza non è mai stata davvero sperimentata su larga scala. I movimenti guidati da Gandhi e King furono solo piccoli inizi. La pratica effettiva della nonviolenza è ancora in fase di invenzione. È come un esperimento appena iniziato, quando è troppo presto per dire qualcosa sui risultati. Se le persone abbandonano la nonviolenza troppo presto, non ne scopriremo mai il pieno potenziale. D'altra parte, se abbastanza persone parteciperanno all'esperimento, ne scopriremo il pieno potenziale. E Deming, per esempio, era convinta che saremmo sorpresi nel scoprire quanto sia enorme quel potenziale.

https://www.disarmistiesigenti.org/2026/07/03/spadaesigillo/

Il saggio di Alberto Sciortino, "LA SPADA E IL SIGILLO", pubblicato da poco per i tipi di Scienze e Lettere (aprile 2025),  lo proponiamo come materiale preparatorio all'incontro online del 12 luglio sulle maschilità alternative di pace, perché ci aiuta ad  affrontare con gli strumenti della moderna scienza antropologica il legame tra guerra e patriarcato e perché può offrire una base non effimera  al proposito di sperimentare modelli di maschilità non ritagliati sulla figura egemone del "guerriero/soldato"...

E' il tema dell'incontro che - da disarmisti esigenti per la nonviolenza poietica e la terrestrità, con l'Associazione Maschile plurale- abbiamo organizzato domenica 12 luglio 2026, dalle ore 18:00 alle ore 20:00, sul libro "DISONORARE LA GUERRA", curato dalla citata Associazione ed edito da Multimage.

Ecco il link per partecipare all'incontro del 12 luglio su piattaforma Zoom:

https://us06web.zoom.us/launch/edl?muid=b6722eca-1bff-4b0a-b8b9-961e2b4cac76

Qui potrebbe si aprirsi anche una altra questione foriera di innumerevoli controversie: quali sono i rapporti tra il marxismo storico e il femminismo storico 68ino? Oggi l'attualità impone in aggiunta un dibattito sui rapporti più che problematici tra questo femminismo (ad esempio il "pensiero della differenza") e il nuovo trans-femminismo.

L’incontro del 12 luglio con Maschile Plurale, associazione che nasce dal cortocircuito tra Libreria delle Donne e crisi del maschile, è il posto giusto - crediamo - per tirare fuori un "campo di battaglia teorico" attualissimo: guerra → proprietà → patriarcato → maschilità egemone.

Il confronto con la scienza dell'antropologia culturale più moderna, potrebbe servire come bussola per dare ordine ai vari piani di ragionamento che si aprono.

1. Marxismo storico vs Femminismo storico: il cortocircuito sull’origine
Marxismo classico: Engels in L’origine della famiglia liquida tutto in 2 passaggi. Prima c’è il matriarcato “comunista”, poi con l’allevamento → surplus → proprietà privata → “grande sconfitta storica del sesso femminile”. Il patriarcato è un sottoprodotto dell’economia. La guerra? Epifenomeno.
Femminismo storico anni ’70: si opera un ribaltamento: non è l’aratro che fa il patriarca, è il controllo del corpo delle donne. La prima accumulazione è quella dei ventri. La prima recinzione è quella sul lavoro riproduttivo. La guerra serve a catturare donne, non solo terre.
Dove sta la scienza antropologica contemporanea? Vicinissimo al femminismo materialista, ma con una correzione: il primum non è né l’aratro né l’utero. È la spada. La guerra crea sia la proprietà della terra sia la proprietà delle donne. Il patriarcato e la proprietà privata sono gemelli: nascono dallo stesso atto di conquista. Quindi l'antropologia moderna dà torto a Marx/Engels e offrirebbe una sponda al femminismo, ma toglierebbe al femminismo il primato del “corpo”: il corpo diventa preda perché c’è già una logica di bottino.
Queste ipotesi potrebbero servire con Maschile Plurale: se il patriarcato nasce con la guerra, allora decostruire il maschile = decostruire il guerriero. Non basta “essere più gentili ed accudenti”.

2. Femminismo post '68 vs transfemminismo: la nuova faglia
Qui il nodo è: cos’è “donna” se la spada può essere in mano a una regina della Ur sumerica, come suggeriscono le ultime scoperte archeologiche? Femminismo della differenza della Libreria: la differenza sessuale è originaria, irriducibile. Il simbolico maschile è legato alla spada, quello femminile alla relazione, al partire da sé. Da qui la scommessa politica: sottrarsi alla logica guerriera. Transfemminismo: decostruisce il binario sesso/genere. Se il potere è performativo, allora anche la “spada” lo è. Una regina di Ur o una premier che manda armi smontano l’equazione donna = pace. Il nemico non è il “maschile”, ma la struttura di dominio, chiunque la agisca. Un possibile cortocircuito per l'incontro del 12 luglio: Maschile Plurale nasce e ruota sulla Libreria delle donne, quindi dentro il femminismo della differenza. Ma oggi deve parlare a ragazzi che hanno come riferimento il transfemminismo. Se dici “la guerra è maschile”, il transfemminismo ti risponde “anche Meloni fa la guerra”. Se dici “il genere è performance”, la Libreria ti risponde “così cancelli la differenza che ha fatto nascere la politica delle donne”. L'antropologia scientifica darebbe una terza via: il problema non è l’essenza “uomo/donna”, ma la funzione guerriera. La spada crea gerarchia. Chi la impugna, uomo o donna, diventa “patriarcale” in senso strutturale. Quindi la posta non è cambiare il sesso di chi comanda, ma smantellare il comando armato come bottino.

3. Maschilità non egemone: oltre il guerriero, senza fare i “chierichetti” dei potenti
Questo è il punto pratico per Maschile Plurale. Se accetti il sapere antropologico, la maschilità egemone = maschilità del guerriero-proprietario: Recinto: “questo è mio” → proprietà, confine, nazione. Gerarchia: comando su chi sta dentro il recinto → famiglia, fabbrica, esercito. Sacrificio: sono disposto a morire/uccidere per difendere 1 e 2.
Sperimentare maschilità non egemoni vuol dire allora attaccare quei 3 nodi del recinto, della gerarchia e del sacrificio.

L’articolo di National Geographic su Ur e le donne regine, che citiamo e segnaliamo, potrebbe servire come strumento retorico il 12/7: “Vedete? Anche 4500 anni fa il potere non era questione di cromosomi. Era questione di chi controllava armi e tributi. Quindi smettiamola di chiedere agli uomini di essere ‘meno uomini’. Chiediamo a tutti/e di smettere di essere guerrieri.”

Per concludere, pensiamo a 3 spunti per l’incontro con Maschile Plurale
Usare Sciortino le scoperte recenti della scienza antropologica, per uscire dal culturalismo: il problema non è “l’immaginario tossico”. È che finché esistono blocchi militari, logica della deterrenza anche nucleare, guerre tribali e il 5% PIL in armi, l’immaginario del guerriero avrà base materiale. Bisognerebbe allora chiedere: “Che disarmo/transarmo fate voi, come uomini (maschi), dentro il disarmo generale da perseguire?”
Ponte con la Libreria: la differenza sessuale resta politicamente potente se la si usa per dire: “Noi, nati maschi dentro il simbolico della spada, dichiariamo il fallimento di quel simbolico”. È l’atto che la Libreria chiedeva agli uomini dal ’66: parlare di sé e da sé. Ma oggi “parlare da sé” vuol dire “obiettare, disertare da sé”.
Provocazione transfemminista: portare il caso di Puabi, la regina di Ur. Chiedere: “Se la prima proprietà nasce da una regina armata, allora il patriarcato è una struttura, non un sesso. Siamo pronti a dire che anche una donna al potere può essere ‘patriarcale’ se non disarma? E siamo pronti, noi uomini, a essere ‘femministi’ nel senso di disertare la spada, anche se questo ci rende ‘meno uomini’ agli occhi del mondo?”
In sintesi per l'incontro del 12 luglio: il legame guerra-patriarcato non è morale, è strutturale. Nascono insieme come tecnologia di predazione violenta, di bottino. Quindi o si disarma la spada, o ogni discorso sul “nuovo maschile” è cosmesi. E il disarmo della spada inizia dalla denuclearizzazione, dal disarmo materiale, non dal linguaggio...

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La spada e il sigillo. La guerra e le origini della proprietà privata - Alberto Sciortino - copertina

La Spada e il Sigillo
la guerra e le origini della proprietà privata

Ecco la presentazione della casa editrice.

La proprietà è un istinto naturale? È un diritto umano fondamentale? È sempre esistita? Partendo da una posizione dubitativa su queste domande, l’Autore rintraccia il percorso di formazione del concetto di proprietà nell’antichità, attraverso gli strumenti della storiografia, del diritto, dell’antropologia e della linguistica, giungendo a una definizione del diritto proprietario come risultato della generalizzazione della guerra. Alberto Sciortino (Palermo, 1960), laureato in Scienze Politiche all’Università di Palermo, è direttore di progetti di sviluppo nei paesi extraeuropei e ricercatore indipendente in storia economica. Ha pubblicato, tra gli altri, Prima della Globalizzazione. La Genesi del Mercato Mondiale e le Origini del Sottosviluppo (Roma 2004) e L’Africa in Guerra. I Conflitti Africani e la Globalizzazione (Milano, 2008).

PARTE PRIMA: L’ORIGINE DELLA GUERRA E DELLA PROPRIETÀ

1 – La proprietà è un istinto primordiale?
1.1 – Produzione e distribuzione nelle società primitive di raccolta e caccia
1.2 – I beni “personali”, il possesso degli altri, la “proprietà collettiva”, i beni dei morti e le relazioni esterne
1.3 – Non proprietari perché poveri?

2 – Coltivazione, domesticazione e guerra: la nascita del possesso comunitario nel neolitico

2.1 – Le prime società coltivatrici: la proprietà nasce dalla terra?
2.2 – Perché i pastori sono più ricchi dei coltivatori
2.3 – Il possesso comunitario del bestiame e l’origine della guerra
2.4 – Il possesso e lo scambio

3 – Dalla coltivazione all’agricoltura; dalla domesticazione alla pastorizia: la nascita delle società frammentate

3.1 – Dal capo al re, dallo sciamano al sacerdote: il sorgere dell’autorità
3.2 – La frammentazione delle comunità e gli obblighi tributari
3.3 – L’accentramento dei prodotti e la nascita del surplus
3.4 – Artigiani e commercianti
3.5 – Le prime forme di “proprietà” e la nascita dei primi stati
3.6 – Famiglia patriarcale e società
3.7 – Confronti antropologici

PARTE SECONDA: LA PROPRIETÀ NEL MONDO ANTICO

4 – Potere e proprietà nel medio oriente antico

4.1 – Il sorgere della complessità sociale nel medio oriente predinastico
4.2 – Dall’amministrazione dei beni all’acquisizione proprietaria
4.3 – Proprietà dei re e privilegi degli uomini: dalla fase protodinastica all’impero akkadico
4.4 – La codificazione del diritto proprietario: dal regno di Akkad ad Hammurabi di Babilonia

5 – Dal proprietario-aristocratico al proprietario-cittadino: le società frammentate nel mondo greco-egeo

5.1 – La nascita delle disugualianze
5.2 – La proprietà della terra nella Grecia antica
5.3 – La proprietà in epoca ellenistica

6 – Le colture di taglio e incendio: economia agropastorale e frammentazione sociale nell’Europa neolitica

7 – La definizione del concetto di proprietà in epoca romana

7.1 – Dalle terre comuni dei Quiriti all’heredium romuleo: potere e proprietà nella Roma arcaica
7.2 – Espansione romana ed estensione della proprietà
7.3 – La codificazione giuridica della proprietà privata
7.4. – Proprietà e disuguaglianze
8 – Conclusioni: proprietà e conflitto

8.1 – Proprietà e potere
8.2 – Espansione del dominio ed espansione della proprietà
8.3 – Le “altre” proprietà
8.4 – Tra pubblico e privato
8.5 – Proprietà e violenza oggi

Bibliografia

L'AUTORE: Alberto Sciortino (Palermo, 1960), laureato in Scienze Politiche all’Università di Palermo, è direttore di progetti di sviluppo nei paesi extraeuropei e ricercatore indipendente in storia economica. Ha pubblicato, tra gli altri, Prima della Globalizzazione. La Genesi del Mercato Mondiale e le Origini del Sottosviluppo (Roma 2004) e L’Africa in Guerra. I Conflitti Africani e la Globalizzazione (Milano, 2008).

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Sforziamoci di ricostruire il ragionamento di Alberto Sciortino sulla guerra che dà origine alla proprietà privata considerandolo un importante lavoro di “decostruzione”: smontare pezzo per pezzo l’idea marxista che la proprietà privata sia uno stadio “tecnico” dello sviluppo delle forze produttive. Il suo bersaglio è la gradualità: l’allevamento → il surplus → il capo che accumula → la proprietà. Per Sciortino è uno schema che elude il trauma fondativo. La proprietà non evolve: irrompe. E irrompe con la spada. Il contributo originale dell'Autore mi appare questo: la guerra è la variabile indipendente, non la sovrastruttura. Non è il modo di produzione che genera la gerarchia, ma è la guerra che rende possibile un modo di produzione basato sulla gerarchia. Il diritto viene dopo: il “sigillo” serve solo a congelare il risultato della “spada”. Prima si conquista, poi si codifica. Hammurabi, il diritto romano, i codici ellenistici sono atti notarili di una violenza già avvenuta. La proprietà è politica prima che economica: nasce quando un gruppo riesce a imporre stabilmente a un altro il “divieto di accesso” a una risorsa. Quel divieto si regge sulla minaccia organizzata. Sulla domanda cruciale: come nasce la guerra? La tesi che Sciortino sposa è oggi maggioritaria in antropologia del conflitto: la guerra in senso proprio non è universale. È un’invenzione del Neolitico avanzato, legata a 3 precondizioni: sedentarizzazione, accumulazione e sbilanciamento demografico/tecnico. 1)Sedentarizzazione + risorsa difendibile: finché si è un gruppo nomade, se litighi te ne vai. Quando si lega la sussistenza a un campo irrigato, a un granaio, a una mandria, non si può più fuggire. Bisogna difendersi. E se ci si impegna nella difesa, ci si deve organizzare. 2) Accumulazione: il bestiame è il “primo capitale”. A differenza del grano che marcisce, una vacca fa altre vacche. Si può rubare, contare, ereditare. È il primo bene per cui “ammazzare conviene più che lavorare”. 3) Sbilanciamento demografico-tecnico: quando un gruppo sviluppa per primo arco, bronzo, cavallo, o una struttura di comando più efficiente, si apre una finestra di opportunità: si può sottomettere invece di sterminare. La guerra da razzia diventa guerra di conquista. E dalla conquista nasce il tributo, cioè la prima forma di estrazione. Oppenheimer lo dice brutalmente: “Lo Stato è l’organizzazione dei mezzi politici”, cioè della predazione, in contrapposizione ai “mezzi economici” della produzione/scambio. Sciortino sembra stare su quella linea: la proprietà è il bottino che si fa Stato. Due note per chi leggesse il libro completo: Cap. 3.5 sull’origine dello Stato è il perno. Lì Sciortino discute proprio Clastres, Tilly, Carneiro. La sua tesi: lo Stato non nasce per gestire la complessità, ma per gestire i prigionieri. Prima si fa la guerra, poi serve un apparato per tenere buoni i vinti e redistribuire il bottino tra i vincitori. Cap. 8.5 “Proprietà e violenza oggi” chiude il cerchio: il mercato globale non ha abolito la spada, l’ha solo appaltata. La proprietà intellettuale difesa da tribunali internazionali, i debiti sovrani garantiti da portaerei, le terre rare recintate da contractor. Il sigillo è più sofisticato, ma la spada è sempre lì. Per chi fosse interessato ad approfondire la parte antropologica su “come nasce la guerra”, vi sono alcuni riferimenti classici : Lawrence Keeley, "War Before Civilization": smonta il mito del “buon selvaggio pacifico” ma mostra che la guerra vera esplode solo con la sedentarizzazione. Raymond Kelly, "Warless Societies and the Origin of War": distingue tra “feuding” segmentario e “warfare” logistico. James C. Scott, "Against the Grain": i primi Stati sono “macchine per catturare grano e uomini”, non per liberare le forze produttive...

Se la proprietà privata è, come sostiene Alberto Sciortino, l'istituzionalizzazione di una violenza (la spada) mediante una norma (il sigillo), allora una "società della pace e della riconciliazione con la natura", cui nella nostra visione dovremmo mirare, non può essere un semplice aggiustamento economico. Non basterà un "nuovo green deal" o una "riforma fiscale ecologica" (che Giuseppe Nobile dovrebbe aver studiato).

La denuclearizzazione (pars destruens) è un passaggio ineludibile. Ma va accompagnata da una lotta complessa per profonde trasformazioni sociali (pars costruens).

Per delineare uno sbocco storico coerente con questo approccio, occorrerebbe invertire la rotta di ciascuna delle tre precondizioni che avrebbero generato la guerra:

1. Dalla difesa alla condivisione (superare la "risorsa difendibile")
La guerra nasce quando la vita dipende da un "punto fisso" (il granaio, la diga, la miniera) che deve essere protetto dal mondo esterno. La riconciliazione uomo-natura richiede di passare da un'economia dell'estrazione in un luogo definito a un'economia della circolazione diffusa.
La tecnologia, se de-centralizzata (energia solare, agricoltura rigenerativa,  piccola industria e artigianato locale), può rendere meno "strategiche" le concentrazioni di risorse. Se la risorsa è ovunque (il sole, il vento, la conoscenza, la biodiversità), la necessità di costruire muri o recinti crolla. La pace nasce quando "difendere" smette di essere razionale perché non c'è più un "bottino" concentrato da razziare.

2. Dallo Stato-predatore alla comunità-custode (superare l'"accumulazione")
Sciortino suggerisce che lo Stato sia, in origine, l'apparato per gestire i vinti e il bottino. La riconciliazione con la natura passa per la fine della logica del "capitale" (la vacca che genera vacche, ovvero il valore che si auto-accresce senza lavoro).
Una società della riconciliazione uomo/natura deve sostituire il concetto di "proprietà" (diritto di esclusione, protetto dalla spada) con quello di "custodia" (diritto/dovere di cura, garantito dalla comunità). Se non si possiede la terra ma se ne è solo il custode, la "spada" diventa inutile. Non si ha nulla da difendere contro un nemico, perché la ricchezza è legata alla salute dell'ecosistema che si condivide con gli altri, non alla sua espropriazione.

3. Dalla gerarchia della forza (armata) alla simmetria della relazione (superare lo "sbilanciamento")
Il "sigillo" ha codificato la disuguaglianza. La riconciliazione richiede una nuova "architettura sociale" che non sia basata sulla delega alla forza armata sempre più potenziata tecnologicamente (la spada si è evoluta nell'ordigno nucleare).
Il superamento dello Stato-Macchina dovrebbe essere lo sbocco. Una società che non ha bisogno di gestire "schiavi" o "sottoposti" per produrre surplus non ha bisogno di un apparato di violenza centralizzata. La pace non è assenza di conflitto, ma assenza di asimmetria strutturale. Se nessuno ha il potere di recintare il bene comune, la guerra per il possesso perde il suo presupposto logico.

Per concludere, andrebbe creato - a livello planetario, con una Costituzione della Terra - il "Sigillo della cura".
Facciamoci la domanda: come si potrebbe arrivare a questa società?

Forse non attraverso una "grande conciliazione" astratta, ma attraverso un processo di erosione del valore della proprietà.
Ogni volta che trasformiamo una risorsa da "proprietà privata" (difesa dalla forza) a "bene comune" (gestito dalla cura), stiamo disarmando la "spada".
La società della pace ha basi solide per affermarsi quando il costo sociale, ecologico e bellico di mantenere la "proprietà" diventa superiore al vantaggio che essa offre. Quando, in altre parole, la "spada" diventa troppo costosa da mantenere e il "sigillo" perde legittimità.

Ed ecco infine una riflessione per i nostri percorsi di lettura:
Se, come suggerisce Sciortino, la proprietà è un bottino di guerra, la fine della proprietà privata coinciderebbe con la fine della "guerra civile contro il vivente" che stiamo conducendo oggi. Una società della riconciliazione uomo/natura sarebbe, in ultima analisi, una società che abbandona l'idea di essere "proprietaria" della natura, trattandola invece come un sistema di cui essa stessa è parte, superando così l'ultima e più grande "recinzione" della storia.
E' quello che chiamiamo "terrestrità", riassumibile nella formula che gli esseri umani appartengono alla Terra, sono come le foglie degli alberi dell'unica grande foresta che è l'ecosistema globale...

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Adesso andiamo ad esaminare un articolo di National Geographic (NG) su Ur e le donne regine, che  potrebbe servire come strumento retorico il 12 luglio perché si lega benissimo a "La spada e il sigillo": tocca esattamente il punto di partenza del ragionamento di Alberto Sciortno: chi ha “firmato” per primo col sigillo il bottino preso con la spada?

1. Il dato archeologico che ribalta la narrazione
L’articolo di NG parla degli scavi di Ur: le tombe più ricche e armate, attribuite per decenni a “re”, potrebbero essere di regine che esercitavano potere indipendente. Woolley chiamò una sepoltura “Tomba del Re” solo per l’opulenza e le armi, ma non c’erano resti maschili certi. Le tombe con struttura in pietra, soldati, carri e armi intarsiate sono tipiche anche delle sepolture femminili di alto rango.
2. L'incrocio dell'articolo di NG con il saggio di Sciortino
Nel Cap. 2-3 de La spada e il sigillo si sostiene che la proprietà privata nasce quando la guerra crea gerarchia stabile. Ma chi è il “capo” che trasforma la vittoria in diritto? Il marxismo classico lo dà per scontato: maschio, guerriero, patriarca. La proprietà = accumulo di bestiame/terre del “capo” che diventa re. L’articolo di NG mostra che l’associazione automatica guerra-potere-maschio è un bias moderno. Se i primi “re” erano regine, allora: la spada non è automaticamente maschile: la capacità di organizzare violenza, sottomettere e “recintare” risorse non dipende dal sesso. La guerra come generatore di proprietà può avere al vertice anche donne. Questo toglie al marxismo un alibi: non si può dire che il patriarcato viene “dopo” l’accumulo, come sottoprodotto. Potere, guerra e gerarchia di genere nascono insieme, nello stesso trauma. Il sigillo è più antico del patriarcato: se Puabi o altre regine di Ur governavano, firmavano trattati, controllavano tributi, allora la codificazione giuridica della proprietà precede, o almeno coesiste con, la forma patriarcale che conosciamo. Sciortino dice che “il diritto cristallizza la conquista”. NG aggiunge: non è detto che la conquista sia stata codificata da uomini per uomini. Decostruisce la “gradualità” in due sensi: non solo la proprietà non nasce dal surplus agricolo “pacifico”, come dice Sciortino contro Marx. Ma nemmeno la gerarchia di genere nasce “dopo” come conseguenza tecnica della divisione del lavoro. Se le prime sovrane armate seppelliscono soldati e carri, la gerarchia è già tutta lì, al momento zero della proprietà.
3. La domanda che Sciortino (probabilmente) farebbe all’articolo
“Ok, erano regine. Ma come hanno preso il potere?”
NG lascia aperto se fossero guerriere in prima persona o se controllassero l’apparato militare. Se si adottasse l'approccio di Sciortino la risposta non cambierebbe: il potere proprietario nasce da chi controlla la spada, non da chi la impugna fisicamente. Che il vertice sia re o regina, il meccanismo è lo stesso: guerra → sottomissione → tributo → diritto. Quindi l’articolo rafforza la tesi centrale del libro: la proprietà è un artefatto politico-militare, non economico e non “naturale”. E aggiunge un correttivo: anche la narrazione patriarcale della storia è un “sigillo” messo dopo, per giustificare una spada che, all’origine, poteva avere mani diverse da quelle che ci hanno raccontato. In breve: NG darebbe l’evidenza archeologica che il “primo proprietario” poteva non essere il maschio-cacciatore-capo. Sciortino darebbe la chiave teorica: comunque sia andata, quel proprietario è nato da un atto di guerra, non da un aratro. La gradualità marxista salta due volte...

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LA LOGICA DELLA VITA CONTRO LA LOGICA DELLA SPADA

Per concludere, proviamo a proporre un collegamento tra la ricerca antropologica contemporanea, il pensiero nonviolento dei Disarmisti esigenti e l'incontro di Maschile Plurale: creiamo un campo teorico di grande forza. Le analisi da sviluppare trasformerebbero un dibattito accademico (l'origine della proprietà) in una strategia di disarmo e liberazione.

Ecco come possiamo sistematizzare questi elementi attorno ai pilastri del pensiero della nonviolenza poietica e della Terrestrità:

1. La Potenza come "spada" (la pars destruens)

Nei nostri webinar di disarmisti esigenti abbiamo parlato del sistema della potenza come di una struttura che non è solo militare, ma ontologica: è la pretesa di gestire la vita e la natura tramite il dominio e il controllo.

  • Il collegamento: il saggio di Sciortino offre la base "storico-materiale" alle nostre categorie concettuali: la "Potenza" non è un'astrazione, ma è la "spada" che ha generato il "sigillo" (la legge dello Stato, il diritto proprietario, la deterrenza nucleare).

  • L'attualità: la tecnologia della potenza (AI militare, ordigni nucleari, ingegneria genetica) è l'evoluzione estrema del "sigillo". Se la proprietà è nata dalla spada, oggi la "proprietà" dei dati, dei brevetti e delle terre rare è difesa dalla stessa logica di bottino. Disarmare la spada oggi significa denuclearizzare e smantellare le infrastrutture che rendono possibile la predazione globale.

2. La "Nonviolenza poietica" come "Sigillo della cura"

La nonviolenza poietica che propugniamo non è passività, ma capacità di fare un mondo altro. È l'atto creativo che si oppone alla logica della distruzione.

  • Il collegamento: se il "sigillo" storico è stato l'atto notarile della violenza (codificare il bottino), il nuovo sigillo deve essere l'atto di "custodia" (gestire il bene comune).

  • La prassi: la riconciliazione uomo-natura è l'esercizio della nonviolenza poietica: smettiamo di essere "proprietari" della terra (logica del bottino) per diventare "custodi" dell'ecosistema (logica della vita). La pace, in questo senso, è una costruzione materiale: si disarma la spada ogni volta che si sottrae una risorsa al mercato della predazione per restituirla alla cura comune.

3. La Terrestrità contro la "logica del recinto"

La terrestrità è il superamento del confine. La guerra è nata con la "sedentarizzazione" e il "recinto" (la risorsa difendibile).

  • Il collegamento: la terrestrità dei Disarmisti esigenti è la negazione radicale del "Capitolo 3" di Sciortino. Se lo Stato nasce per "gestire i vinti" dentro un recinto, la terrestrità è il movimento opposto: è l'essere foglie della stessa foresta.

  • Lo sbocco: L'idea di "Costituzione della Terra" è la risposta politica perfetta: è il superamento dei "sigilli" nazionali e proprietari a favore di un ordine basato sull'interdipendenza vitale. Non c'è bisogno di difendere una risorsa se questa è parte di un sistema di cui anche tu fai parte.

4. Il nodo delle "maschilità alternative" (L'incontro del 12 luglio)

Questo è il terreno di scontro più fertile. Come integrare la scoperta archeologica (Puabi di Ur) con l'obiettivo di Maschile Plurale?

  • La decostruzione del guerriero: se la spada è l'origine della proprietà, allora il "maschio guerriero" non è altro che il guardiano armato del bottino. Se anche le regine di Ur sono state "patriarcali" nel senso di aver usato la spada per creare proprietà, allora la critica di Maschile Plurale non deve essere al "maschio" in quanto sesso, ma al "Guerriero" in quanto funzione.

  • La sfida: l'incontro di Maschile Plurale può servire a lanciare una "obiezione - o diserzione - di massa" dalla funzione guerriera.

    • Al transfemminismo: "Anche se il dominio è performativo, la spada è l'oggetto che uccide. Disertare significa non impugnarla, chiunque tu sia."

    • Alla Libreria delle Donne: "Il simbolico femminile della relazione è il motore del nuovo sigillo, quello della cura, che sostituisce il sigillo del potere."

    • Agli uomini: "Essere maschi oggi significa obiettare alla funzione di guardiani del bottino. Non siamo meno uomini, siamo 'terrestri' che scelgono la foresta invece del recinto."

Sintesi per il 12 luglio

Il "campo di battaglia teorico" diventa così molto chiaro:

  1. La scienza dimostra che la guerra non è un destino, ma una tecnologia di bottino nata dal recinto.

  2. La Nonviolenza indica che la via d'uscita è poietica: disarmare subito quello che si può e creare forme di vita (custodia) che rendano la spada obsoleta.

  3. La Pratica (Maschile Plurale): propone che il "nuovo maschile" sia l'atto concreto di chi, nato maschio dentro il simbolico della spada, obietta/diserta dal ruolo di predatore/guardiano per abbracciare la terrestrità.

In questo quadro, il riferimento alle regine di Ur è una grande idea: serve a togliere al maschilismo l'alibi dell' "essenza". Se la proprietà è un bottino, la storia non è una lotta tra sessi, ma una lunga guerra tra la logica della Spada (dominio) e la logica della Terra (vita). Disarmare la spada è l'unica condizione affinché la "proprietà" possa trasformarsi in "custodia".

Disonorare la guerra. Percorsi e proposte per una maschilità di pace - copertina

 

DISONORARE LA GUERRA

INCONTRO ONLINE CON MARCO DERIU E MASCHILE PLURALE: PROPOSTE PER UNA MASCHILITA' DI PACE

DOMENICA 12 LUGLIO DALLE ORE 18:00 ALLE ORE 20:00 SU PIATTAFORMA ZOOM. ECCO IL LINK PER PARTECIPARE: 

https://us06web.zoom.us/launch/edl?muid=b6722eca-1bff-4b0a-b8b9-961e2b4cac76

Secondo l'associazione MASCHILE PLURALE, che cura il libro ospitante numerosi interventi, "contrastare la cultura della guerra non significa solamente opporsi all’effettivo impiego delle bombe, dei missili, alla coscrizione; ma contestare l’intero orientamento di una società verso la militarizzazione e la normalizzazione della guerra come strumento di gestione dei conflitti. Significa confliggere con l’immaginario del “future warrior”, del soldato-macchina che è al centro non solo dei film ma anche dei laboratori militari. All’idea di un corpo-arma, vogliamo opporre invece l’immagine di un corpo maschile aperto, sensibile, empatico e accogliente, e con esso l’idea di un maschile accudente, capace di prendersi cura dei bambini, dei malati, degli anziani, come di piante, animali, contesti viventi. L’obiezione di coscienza che ci riproponiamo dunque non è solo alla leva militare ma alla militarizzazione dell’uomo, della società, del pianeta".

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Il 12 luglio i DISARMISTI ESIGENTI hanno concordato un incontro online con MARCO DERIU, di maschile plurale. Cade di domenica e intendiamo discutere dalle ore 18:00 alle ore 20:00. Anche noi pensiamo che al modello maschile del "guerriero", che oggi sempre di più viene esteso anche alle donne, vada sostituito il modello umano dell'"I CARE", che è stato caldeggiato e messo in pratica da ML King Jr. e Don Lorenzo Milani. Pensiamo a un "maschio" che si prende cura, amorevolmente, delle altre persone, dell'umanità e della Terra.

Ecco un approfondimento strutturato, pensato per sostenere il nostro incontro del 28 giugno con Marco Deriu e per dare spessore teorico‑politico alla possibile convergenza tra Maschile Plurale e Disarmisti Esigenti.

1. Il nodo politico: la guerra come cultura, non solo come evento
La tesi di Maschile Plurale è, a nostro parere, radicale e necessaria:
la guerra non è solo un fatto militare, ma un orientamento complessivo della società, un immaginario, una pedagogia quotidiana.
Questo implica almeno tre livelli di analisi:
Livello materiale: investimenti, eserciti, armi, basi, filiere industriali.
Livello simbolico: narrazioni eroiche, estetica del combattente, retorica del sacrificio.
Livello antropologico: un modello di soggettività – soprattutto maschile – costruito sulla durezza, la competizione, la disponibilità alla violenza.
Contrastare la guerra significa dunque disarmare l’immaginario, non solo gli arsenali.

2. Il “future warrior”: un archetipo che colonizza il presente
Il “soldato‑macchina” evocato da Maschile Plurale non è solo un personaggio cinematografico: è il prodotto di una convergenza tra tecnologia, industria bellica e cultura pop.
Caratteristiche dell’archetipo:
corpo addestrato a non sentire;
emozioni ridotte a ostacolo;
obbedienza come virtù;
identità definita dalla capacità di infliggere danno;
fusione tra umano e apparato tecnico.
Questo modello non riguarda più solo gli uomini:
la militarizzazione dell’immaginario femminile – soldatesse iperperformanti, “girlboss” armate, empowerment come potenza offensiva – mostra che il problema non è solo il genere, ma la logica in sé del potere che si evolve in "potenza".

3. La proposta alternativa: un corpo maschile aperto, sensibile, accudente
Qui si apre, forse, il terreno comune tra Maschile Plurale e Disarmisti Esigenti.

L’idea è semplice e rivoluzionaria:
la pace non è un’astrazione, ma un modo di stare al mondo con il proprio corpo.
Un corpo:
che sente;
che accoglie;
che si prende cura;
che non teme la vulnerabilità;
che non confonde forza con dominio.
È un rovesciamento antropologico:
dal corpo‑arma al corpo‑relazione.

4. L’obiezione di coscienza come pratica esistenziale
Maschile Plurale parla di un’obiezione di coscienza non solo alla leva, ma alla:
militarizzazione dell’uomo;
militarizzazione della società;
militarizzazione del pianeta.
Questo amplia la tradizione dell’obiezione di coscienza italiana (Capitini, Milani, Pietro Pinna, Langer) verso una dimensione ecopolitica:
non rifiuto solo il fucile, ma il paradigma che trasforma tutto – corpi, territori, economie – in strumenti di guerra.

5. Il ponte con “I CARE”: King e Don Milani
Qui la nostra proposta potrebbe entrare in risonanza profonda con MASCHILE PLURALE.

“I CARE” non è uno slogan: è un modello di umanità.
Per King e Milani:
la cura è responsabilità;
la cura è giustizia;
la cura è resistenza;
la cura è politica.
Un “maschio che si prende cura” non è un maschio addomesticato:
è un maschio liberato dalla necessità di dimostrare virilità attraverso la forza muscolare o delle armi.
È un soggetto capace di:
proteggere senza dominare;
educare senza punire;
difendere senza distruggere;
amare senza possedere.

6. La tensione verso una convergenza strategica per il nostro incontro del 28 giugno
Per l’incontro con Marco Deriu, possiamo strutturare il dialogo su tre assi:
A. Antropologia della pace
Come si costruisce un corpo non militarizzato?
Quali pratiche quotidiane disinnescano la logica del “guerriero”?
B. Politica della cura
Come trasformare “I CARE” in un principio organizzativo dei movimenti?
Quali politiche pubbliche incarnano un maschile accudente?
C. Immaginario e comunicazione
Come raccontare un maschile nonviolento senza cadere nel moralismo?
Quali simboli, narrazioni, immagini possono sostituire il “future warrior”?

7. Ecco una sintesi possibile per fare eventualmente emergere una formula condivisa:
Disarmare la guerra significa disarmare il modello umano che la rende possibile.
La pace nasce da corpi miti ma consapevoli che si prendono cura, non da corpi aggressivi che si preparano a colpire.
L’alternativa al guerriero non è il debole, ma il responsabile.
L’alternativa alla forza non è la resa, ma il conflitto nonviolento e la cura.

8. Una domanda per avanzare insieme
Per preparare al meglio l’incontro, proponiamo una domanda strategica:
Quale immagine concreta – simbolica o narrativa – potrebbe rappresentare il “maschile accudente” che vogliamo proporre come alternativa al modello del guerriero?

Scrivere a: coordinamentodisarmisti@gmail.com

 

https://www.disarmistiesigenti.org/2026/06/05/ianuclearetecnologiedellapotenza/

Referendum, ciao ciao: l'Unione Europea arruola l'Italia nella corsa all'atomo industriale e militare.

La tecnologia della potenza colpisce ancora! (E la Magnifica humanitas non focalizza il concetto).  

Prima stesura dell'articolo che ancora deve trovare la sua forma definitiva

Nota bene. L’articolo prepara l'appuntamento di riflessione del 7 giugno 2026: i Disarmisti esigenti discutono e riflettono sulla Magnifica Humanitas, che prende di mira l’IA tecnologia della potenza al pari del nucleare, dalle ore 17:00 alle ore 20:00. Questo il link su piattaforma Zoom per partecipare: 

https://us06web.zoom.us/j/89229575480?pwd=WdG6I0bObO9jDLRsNPaeDu3sOPfyOX.1

ABSTRACT DELLA PAGINA WEB

Da qualche tempo, in Italia, si lavora per riportare il nucleare. Lo si fa con una leggerezza che sorprende, come se i referendum del 1987 e del 2011 non avessero emesso un verdetto popolare. Ma a ben guardare, la decisione non nasce qui in Italia. È il riflesso di una spinta più ampia, che viene dall’Europa e che l'attuale governo accoglie senza discutere. La legge sui piccoli reattori modulari, approvata alla Camera, non è un’iniziativa autonoma: è l’adeguamento a una strategia già scritta altrove.
Negli ultimi mesi Bruxelles ha tracciato una linea chiara: una strategia sugli SMR, un programma PINC che quantifica investimenti e quote nazionali, un regolamento industriale che crea “SMR Valleys”, e infine la dichiarazione politica che definisce il nucleare «energia pulita prodotta in casa come carico di base».
Sono quattro segnali che, messi insieme, mostrano una scelta di fondo: costruire un’infrastruttura energetica continentale accentrata, funzionale alle industrie pesanti, alla difesa, ai data center dell’IA militare. Il testo lo dice apertamente: gli SMR nucleari servono ad alimentare «le industrie hard-to-abate che formano la spina dorsale della sovranità europea».
Il punto è che questo modo di procedere non riguarda solo l’energia. Riguarda il tipo di mondo che stiamo costruendo. Il nucleare e l’intelligenza artificiale, pur così diverse, rispondono agli stessi criteri: accesso ristretto, segretezza, controllo centralizzato, uso strategico. Sono tecnologie che non nascono per servire la vita quotidiana, ma per rafforzare la potenza degli Stati e delle grandi imprese. Le pagine web che, sul sito dei disarmisti esigenti, abbiamo dedicato all'argomento lo riassumono con lucidità: «una tecnologia che serve a esercitare controllo e influenza sugli altri».
In questo quadro, anche la critica morale rischia di essere disinnescata. L’enciclica Magnifica Humanitas parla di “cultura della potenza”, di una guerra che diventa pensiero comune, di un’opinione pubblica orientata alla paura. Ma ciò che appare come cultura è già un sistema: un intreccio materiale di economia, apparati militari e decisioni politiche che si autoalimenta. «Il mercato delle armi diventa motore autonomo delle scelte belliche», si legge in un passaggio dell'enciclica di Papa Leone. È difficile immaginare parole più semplici e più vere.
Il fondatore della Lega per il Disarmo unilaterale Carlo Cassola, alla base del nostro progetto, che parlava piano e non amava le astrazioni, avrebbe forse detto che tutto questo ci riguarda da vicino. Che la pace non è un sentimento, ma una scelta concreta, fatta di istituzioni e di limiti posti alla potenza. E che ogni volta che una tecnologia nasce per concentrare il controllo, la società perde un pezzo della sua libertà.
Oggi, mentre l’Europa corre verso un nuovo ciclo atomico e digitale, la domanda è la stessa che Cassola poneva alla fine degli anni Settanta e che oggi vediamo riproposta paro paro dall'enciclica del Papa: che cosa resta dell’essere umano, quando la politica si consegna alla logica della forza?
La risposta non è nei grandi discorsi, ma nella capacità di vedere le cose come sono, senza illusioni, e di difendere ciò che ancora può essere salvato: la dignità, la misura, la pace...

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DA QUI IN POI INIZIA IL TESTO ESTESO ED AUMENTATO ....

La stretta attualità ci squaderna la decisione, in barba ai referendum del 1987 e del 2011, di riprendere il nucleare in Italia. Noi riteniamo che abbia motivazioni più profonde di una semplice trovata elettoralistica per mascherare l’inerzia del governo di centro-destra sul dossier energetico.

La legge approvata alla Camera il 4 giugno 2026, e che ora deve passare al Senato, punta sui “piccoli reattori modulari” e i soliti ambientalisti arruolati dai grandi media nella parte specialistica si attaccano al fatto che sarebbero comunque fuori tempo. E irrilevanti rispetto al fabbisogno energetico (16 gigawatt di potenza nel 2050 corrispondono al 20% della produzione elettrica).

Né mordono, da parte loro, le osservazioni sui costi e sulle concentrazioni produttive dell’uranio, ribadendo che la sovranità energetica deve fondarsi sulle FER.

Un punto che dobbiamo sottolineare: il tempismo e la struttura del Disegno di Legge Delega sul "nucleare sostenibile" non sono un'estemporanea mossa locale. L'Italia si sta semplicemente adeguando, con precisione chirurgica, a una imponente e sistematica svolta strategica e regolatoria impressa direttamente da Bruxelles.

Per provare in modo sostanzioso che la spinta proviene dall'Unione Europea, abbiamo a disposizione quattro "prove regine" geopolitiche e legislative, tutte concentrate negli ultimi mesi.

Le quattro prove della regia europea

  1. La Strategia UE sugli SMR (Documento COM/2026/117)

Il 10 marzo 2026, la Commissione Europea ha pubblicato ufficialmente la sua "Strategia per lo sviluppo e la diffusione dei piccoli reattori modulari (SMR) in Europa". Non si tratta di un semplice parere, ma di un piano d'azione in 9 punti per portare i primi SMR commerciali sul suolo europeo entro i primi anni 2030. La Commissione chiede esplicitamente agli Stati membri di "standardizzare" le procedure e creare filiere industriali integrate, l'esatto mandato che il ministro Pichetto Fratin ha inserito nei criteri direttivi della legge delega italiana.

EUR-Lex - 52026DC0117 - EN - EUR-Lex

  1. Il Programma PINC 2026 e la coincidenza dei numeri

In contemporanea alla strategia SMR, la Commissione ha rilasciato la versione finale del Nuclear Illustrative Programme (PINC - COM/2026/120).

  • Il dato europeo: il PINC stima che per soddisfare le ambizioni atomiche europee serviranno 241 miliardi di euro di investimenti entro il 2050, proiettando una capacità di SMR complessiva nella UE tra i 17 e i 53 Gigawatt (GW).
  • La sponda italiana: i 16 GW entro il 2050 sbandierati dal governo italiano non sono un calcolo autonomo, ma la quota proporzionale che l'Italia ha contrattato per allinearsi alla forchetta del piano industriale di Bruxelles.

https://data.consilium.europa.eu/doc/document/ST-7174-2026-INIT/it/pdf

  1. Il Net-Zero Industry Act (NZIA) e le "SMR Valleys"

Il quadro giuridico che permette all'Italia di aggirare la discussione "normale" sui costi e sui tempi è il Net-Zero Industry Act, il regolamento europeo definitivo che ha formalmente inserito le tecnologie nucleari avanzate (SMR e reattori di IV generazione con ciclo del combustibile chiuso) tra le tecnologie strategiche per la decarbonizzazione. Lo NZIA introduce il concetto di "SMR Valleys": zone industriali designate a livello europeo che godono di corsie preferenziali, autorizzazioni accelerate e fortissime deroghe agli aiuti di Stato. L'Italia, con questa legge delega, sta preparando il terreno giuridico nazionale per poter ospitare queste enclave industriali europee.

https://commission.europa.eu/topics/competitiveness/green-deal-industrial-plan/net-zero-industry-act_it

  1. Il cambio di paradigma di Ursula von der Leyen

Al Nuclear Energy Summit del marzo 2026, la Presidente della Commissione Europea ha sancito il definitivo sdoganamento politico dell'atomo, dichiarando che l'Europa ha assoluto bisogno del nucleare come "energia pulita prodotta in casa come carico di base (baseload)". La motivazione ufficiale della UE si è spostata dall'ecologia pura alla sicurezza strategica e all'autonomia industriale rispetto a Cina, Russia e Stati Uniti.

Speech by the President at the Nuclear Energy Summit

Il legame con il nostro concetto di "Tecnologia della Potenza" (che andremo più avanti a sviluppare)

I documenti europei del 2026 confermano punto per punto la matrice della tecnologia della potenza. La UE non giustifica più il nucleare con la convenienza economica del cittadino (Legambiente ha gioco facile nel dimostrare che i costi di reattori pilota come NuScale sono fuori mercato), ma lo giustifica attraverso la lente della coazione geopolitica:

L'ammissione della Commissione (COM/2026/117): la UE dichiara apertamente che gli SMR sono indispensabili per alimentare le industrie "hard-to-abate" che formano la spina dorsale della difesa e della sovranità europea: la chimica pesante, l'acciaio, i data center per l'Intelligenza Artificiale militare e le industrie della difesa.

https://www.parlamento.it/notes9/web/docuorc2004.nsf/Elencogenerale_Parlamento/9F7DF731374BA0D6C1258DB9003A17D7

La spinta europea serve a questo: creare un'architettura energetica continentale a controllo centralizzato e oligopolistico (la European Industrial Alliance on SMRs, che riunisce già oltre 400 colossi industriali e agenzie governative).

https://single-market-economy.ec.europa.eu/industry/industrial-alliances/european-industrial-alliance-small-modular-reactors_en

L'Italia, che si dà da fare a prescindere dai voti referendari, non sta rispondendo a un bisogno energetico interno calcolato dal basso, ma sta obbedendo a un preciso vincolo di posizionamento dentro l'infrastruttura della potenza continentale europea. I dati e i passaggi istituzionali della UE del 2026 ti offrono tutta la copertura metodologica per dimostrarlo.

Cos'è una "tecnologia della potenza" e come la si neutralizza?

A questo punto la domanda non può essere evitata. Un avvio di risposta? Non è una tecnologia "normale", ma una tecnologia che, nell’agone internazionale caratterizzato dalla competizione di potenza, serve a esercitare controllo e influenza sugli altri, specialmente in campo geopolitico e militare. Il nucleare civile, che prendiamo ad emblema, ad esempio, non è solo e neanche tanto una fonte di energia, ma anche e soprattutto uno strumento di potere internazionale.

Come si misura se una tecnologia è "della potenza"?

La proposta è di usare 4 parametri:

  1. Accessibilità: è difficile da replicare e accessibile solo a pochi (es. Stati o grandi aziende)?
  2. Segretezza: è coperta da segreti o è trasparente e verificabile?
  3. Controllo: crea dipendenza da chi la controlla?
  4. Finalità d'uso: serve a scopi di dominio o a bisogni umani?

 L'Intelligenza Artificiale (IA), analizzata secondo questi parametri, come andrebbe valutata?

Chiaramente l'IA di frontiera:

- è accessibile solo a pochi (grandi aziende o Stati),

- è coperta da segreti,

- crea dipendenza da chi la controlla,

- e ha scopi strategici e militari.

Quindi, l'IA è, a conti fatti, una "tecnologia della potenza". Questo significa che i ricercatori che lavorano sull'IA dovrebbero sforzarsi di "smilitarizzarla" e renderla più aperta e trasparente.

Sforziamoci di centrare un punto epistemologico e politico fondamentale. Quando un'istituzione universale come la Chiesa affronta la questione della tecnologia, tende comprensibilmente a utilizzare una lente morale, universalista e umanistica. Questo approccio, pur avendo il merito di sollevare grandi interrogativi etici, tende però a de-politicizzare l'oggetto dell'analisi, rischiando di scambiare una struttura di dominio per un semplice "dilemma morale".

Sulla base della matrice della "tecnologia della potenza", che sotto si andrà ad illustrare, possiamo argomentare ed espandere questi quattro punti con elementi molto più stringenti.

  1. Espansione sulla "mancanza di analisi geopolitica"

L'enciclica rischia di trattare l'umanità come un blocco omogeneo ("la famiglia umana") di fronte alla minaccia dell'algoritmo. Questo approccio cancella la realtà materiale della competizione geopolitica.

  • La cecità sui blocchi di potere: l'IA non viene sviluppata nel vuoto per il progresso globale; viene forgiata nel contesto di una nuova Guerra Fredda tecnologica (principalmente tra l'asse Washington-Silicon Valley e Pechino).
  • L'arruolamento della sovranità: per uno Stato, possedere l'infrastruttura di calcolo sovrana e i modelli di frontiera non è una scelta etica, ma un requisito di sopravvivenza geopolitica e di proiezione egemonica (esattamente come il possesso della tecnologia nucleare nel secolo scorso). Parlare di IA senza mappare i flussi di capitale militare e i monopoli estrattivi significa fare un'analisi astratta che non morde la realtà.
  1. Espansione sulla "visione antropocentrica"

Il focus del testo papale è sulla difesa dell'essere umano rispetto alla macchina (la salvaguardia della coscienza umana, dell'empatia, del lavoro). Questo, però, sposta il bersaglio reale.

  • Il vero conflitto non è Uomo vs. Macchina, ma Uomo tramite la Macchina contro altri uomini. L'IA, nella definizione che proponiamo di tecnologia della potenza, è uno strumento di coazione e asimmetria. Non è la macchina che sottomette l'uomo; sono gli Stati e le mega-corporazioni che, attraverso il controllo esclusivo dell'algoritmo, acquisiscono una capacità di sorveglianza, ricatto economico e manipolazione cognitiva di massa senza precedenti storici.
  • L'illusione del "disarmo" morale: chiedere di "disarmare" l'IA facendo appello alla responsabilità dei leader equivale a chiedere il disarmo nucleare basandosi solo sulla bontà d'animo dei governanti. Ignora che l'asimmetria di potere intrinseca a questa tecnologia è ciò che la rende appetibile per chi detiene il dominio.
  1. Espansione sulla "sottovalutazione della complessità tecnologica"

Spesso i testi filosofico-teologici trattano l'IA come un "software molto avanzato" o un "compagno artificiale", mancando la comprensione della sua natura sistemica e cibernetica.

  • L'Hub irreversibile: come evidenziato nella tua matrice che proponiamo, la complessità dell'IA risiede nella sua architettura centralizzata. Richiede Data Center monumentali, controllo delle rotte dei microchip e immani risorse energetiche. Questa complessità crea una dipendenza strutturale irreversibile: chiunque utilizzi l'IA (compresi i singoli cittadini o i piccoli Stati) sta de facto cedendo quote di sovranità decisionale a pochissimi Hub centrali.
  • L'automazione del dominio: l'IA agisce sulla governance, automatizzando i processi decisionali (economici, legali, militari). Quando la complessità diventa tale per cui il "ciclo della potenza" si auto-alimenta tramite algoritmi opachi (scatole nere), l'appello etico alla "centralità dell'uomo" diventa inefficace, perché l'essere umano è già stato strutturalmente estromesso dai nodi di controllo critici.
  1. Espansione sulla "mancanza di proposte concrete"

L'appello alla regolamentazione etica (l'orizzonte della cosiddetta "algoretica") mostra qui tutta la sua fragilità politica.

  • Il rischio di Ethics Washing: senza una critica strutturale alla proprietà e al controllo delle infrastrutture, le linee guida etiche vengono facilmente cooptate dalle stesse multinazionali del tech, che le usano come paravento regolatorio per evitare leggi vincolanti o per legittimare i propri monopoli ("siamo etici, quindi lasciateci fare").
  • La necessità di contropoteri materiali: per contrastare una tecnologia della potenza non basta un codice di condotta. Servono proposte radicali che vadano nella direzione della demistificazione e della redistribuzione: la nazionalizzazione o la messa in comune delle infrastrutture di calcolo, l'obbligo assoluto di Open Data e codice sorgente aperto per i servizi pubblici, e — come proponiamo— un sistema di punteggi e metriche di finanziamento della ricerca che penalizzi chi produce opacità e premi chi restituisce simmetria alla conoscenza.

In sintesi: la critica di Magnifica Humanitas è un'eccellente bacheca di buone intenzioni, ma rischia di scambiare i sintomi per la malattia. Se non si riconosce che l'IA è intrinsecamente strutturata per produrre egemonia, asimmetria e ricatto internazionale (esattamente come il nucleare "civile/militare" descritto nel post dei Disarmisti Esigenti), si finisce per proporre una terapia morale a un problema che è squisitamente di economia politica e di rapporti di forza.

Ora andiamo nel dettaglio di questo ragionamento partendo da una iniziativa dei Disarmisti esigenti risalenti al marzo 2026 (ma possiamo fare risalire la prima proposizione del concetto al luglio 2025, nel corso del Festival della nonviolenza poietica svoltosi a Comiso).

https://www.disarmistiesigenti.org/2025/03/06/nuclearetecnologiadellapotenza/

In questa pagina web dei disarmisti esigenti, postata appunto nel marzo 2026, si trova delineato il nuovo concetto di "tecnologia della potenza" che ora andremo ulteriormente a sviluppare in modalità più scientifiche. Ci riferiamo, in particolare alla Diapo 5.

Diapo 5 - Caratteristiche di una tecnologia della potenza

Alta potenzialità distruttiva (mette in campo alte energie intensamente focalizzate e l’uso può determinare impatti catastrofici sull’ambiente naturale e umano)
Complessità di conoscenza, manipolazione e gestione di accesso limitato e selezionato
Concentrabilità del controllo nelle varie fasi del ciclo produttivo, tendenzialmente oligopolistico se non monopolistico
Alti costi e scarsità nel reperimento delle risorse occorrenti per la lavorazione
… e immediata adattabilità agli usi bellici!

Date le intuizioni, per così dire, di “filosofia sociale” sopra tratteggiate nella Diapo 5, abbiamo adesso per prima cosa bisogno di uno strumento oggettivo per stabilire se e in quale misura una determinata tecnologia, oltre al nucleare cosiddetto “civile”, ad esempio l’Intelligenza artificiale, risponda alla definizione di “tecnologia della potenza”.

Per fare questo in modo rigoroso — rispettando la metodologia scientifica — non possiamo usare criteri vaghi o ideologici. Dobbiamo definire dei descrittori operativi e misurabili (delle variabili) che, se presenti, qualificano un filone di ricerca come "tecnologia della potenza".

Possiamo impostare una matrice di demarcazione epistemologica. Una tecnologia si definisce "della potenza" non per la materia di cui si occupa (es. l'atomo o l'algoritmo), ma per come si posiziona rispetto a quattro assi fondamentali: Controllo, Esclusività, Infrastruttura e Asimmetria.

Matrice di Identificazione della "Tecnologia della Potenza"

Ecco i parametri a monte che proponiamo per mappare e classificare la natura di una tecnologia:

Parametro / Indicatore Basso livello di potenza (Tecnologia conviviale / diffusa) Alto livello di potenza (Tecnologia della Potenza)
1. Accessibilità e riproducibilità

 

(Criterio della Condivisione)

Simmetrica: può essere replicata in laboratori diffusi o da piccole comunità. Standard aperti. Esclusiva: richiede investimenti strutturali tali da essere accessibile solo a Stati sovrani o mega-corporazioni (es. acceleratori, supercomputer, impianti di arricchimento).
2. Regime di Segretezza

 

(Criterio della trasparenza)

Trasparente: il codice, i brevetti o i principi chimico-fisici sono pubblici, verificabili e falsificabili dalla comunità scientifica. Opaca: coperta da segreto di Stato, brevetti militari, segreti industriali o algoritmi proprietari non verificabili dall'esterno.
3. Centralizzazione del Controllo

 

(Criterio dell'Autonomia)

Decentrata: l'adozione della tecnologia aumenta l'autonomia del singolo o della comunità locale (es. fotovoltaico domestico). Accentratrice: crea una dipendenza strutturale irreversibile verso l'Hub centrale (Stato/Compagnia) che ne detiene le chiavi (es. rete 5G, centrali nucleari, piattaforme Cloud sovrane).
4. Finalità d'uso (Dual-Use)

 

(Criterio della Coercizione)

Neutrale / Sociale: progettata per risolvere bisogni umani primari o accrescere la conoscenza senza implicazioni dirette di dominio. Strategico-Coercitiva: possiede intrinsecamente una natura dual-use (civile/militare) o è finalizzata ad attribuire un vantaggio competitivo di ricatto geopolitico o economico sul piano internazionale.

 

Possiamo tradurre questo schena in un "Punteggio di potenza" (P/t)

Per la tua metodologia, potremmo immaginare che ogni tecnologia esaminata riceva un punteggio da 0 a 3 per ciascuno di questi 4 parametri.

  • Se una tecnologia ottiene un punteggio totale alto (es. > 9 su 12), viene classificata formalmente come Tecnologia della potenza.
  • A quel punto scatterebbe un criterio a valle per i ricercatori: se uno scienziato lavora in quel campo ad alto punteggio di potenza, il suo indice di merito metodologico dipenderà da quanto si sforza di "smilitarizzare" o "aprire" quella ricerca (ad esempio, lottando per l'Open Data o per la declassificazione dei risultati).
  • sollevando un problema immenso: come fare ricerca scientifica "pura" (ovvero legata ai criteri classici della metodologia: oggettività, replicabilità, indipendenza) all'interno di un sistema in cui la tecnologia è diventata uno strumento di sovranità statale e di asset geopolitico/commerciale delle grandi multinazionali.
  • In questo scenario, la scienza rischia di essere "arruolata" per produrre non verità, ma potenza per gli Stati e per le corporazioni collegate.
  • L’obiettivo è estremamente concreto: creare un sistema di metriche o parametri (dei "punteggi") per i ricercatori che non premi solo chi produce "tecnologia della potenza", ma chi rispetta i criteri etici e metodologici della ricerca scientifica.
  • Ecco una proposta di come potremmo strutturare questi parametri, provando a tradurre i principi della metodologia scientifica in criteri di valutazione alternativi a quelli puramente commerciali o di potenza:
  • Proposta di Parametri per una Valutazione Metodologica (Anti-Potenza)
  • Per bilanciare gli indicatori attuali (come l'h-index o il numero di brevetti, che spesso misurano solo la forza d'impatto commerciale/militare), si potrebbero introdurre criteri basati sulla trasparenza e sull'impatto democratico:
Parametro / Criterio Descrizione Metodologica Come misurarlo (Punteggio)
Indice di Open Science (Trasparenza) La metodologia scientifica esige che i dati siano pubblici per essere falsificabili (Popper). La tecnologia della potenza esige il segreto. Punteggio più alto a chi pubblica con licenze Open Access e rilascia i dataset completi grezzi (Open Data), rendendo la ricerca verificabile da chiunque.
Grado di Indipendenza Finanziaria L'oggettività della ricerca richiede l'assenza di conflitti d'interesse con gli attori della "potenza" (Stati e compagnie private collegate). Valutazione della diversificazione dei fondi. Punteggi superiori per ricerche finanziate da enti terzi indipendenti o attraverso meccanismi di crowdfunding pubblico/sociale.
Falsificabilità e Replicabilità Validazione interna del metodo. Punteggio specifico per i ricercatori che si dedicano alla replica di esperimenti altrui o alla pubblicazione di "risultati negativi" (fondamentali per la scienza, ma inutili per la tecnologia della potenza).
Valutazione dell'Impatto Sociale ed Ecologico Responsabilità della scienza rispetto alla comunità. Un "filtro etico" che valuti se la tecnologia sviluppata è orientata al bene comune (es. transizione ecologica aperta) o all'accrescimento dell'esclusività statale/privata.

La contraddizione di fondo

  • Il problema metodologico che si sta ponendo si scontra con il fatto che oggi i punteggi accademici (VQR in Italia, o i sistemi di ranking internazionali) sono tarati proprio sul modello dell'efficacia tecnologica ed economica. Chi produce un brevetto privato per una multinazionale protetta dallo Stato ottiene spesso più fondi e prestigio di chi fa ricerca di base, metodologicamente impeccabile, ma non immediatamente monetizzabile o militarizzabile.
  • L’idea di stabilire dei parametri per "schierare" i ricercatori dalla parte della metodologia scientifica pura è un tentativo di sindacalismo epistemologico: dare forza istituzionale a chi rifiuta di far diventare la scienza una mera appendice della ragion di Stato.

Sulla base dei parametri rigorosi delineati nel testo che abbiamo elaborato, possiamo inferire che l'Intelligenza Artificiale (in particolare quella di frontiera, come i grandi modelli linguistici o l'IA generativa) si incastra perfettamente nella definizione di "tecnologia della potenza".

Applicando la "Matrice di Identificazione della Tecnologia della Potenza" all'Intelligenza Artificiale, vediamo come l'IA raggiunga plausibilmente i massimi punteggi nei quattro assi fondamentali:

  • 1. Accessibilità e riproducibilità (Esclusività): L'IA avanzata odierna richiede una potenza di calcolo enorme (GPU) e l'addestramento su moli di dati sterminate. Questo la rende una tecnologia che "richiede investimenti strutturali tali da essere accessibile solo a Stati sovrani o mega-corporazioni (es. acceleratori, supercomputer, impianti di arricchimento)".
  • 2. Regime di Segretezza (Opacità): Nonostante esistano modelli open-source, i sistemi di IA più potenti e influenti al mondo sono chiusi (closed-source). Rientrano esattamente nella categoria opaca descritta dal testo, essendo tecnologie coperte da "segreti industriali o algoritmi proprietari non verificabili dall'esterno".
  • 3. Centralizzazione del Controllo (Accentratrice): L'utilizzo delle IA più avanzate non avviene in locale sui dispositivi degli utenti, ma sui server delle grandi aziende tech. Questo "crea una dipendenza strutturale irreversibile verso l'Hub centrale (Stato/Compagnia) che ne detiene le chiavi (es. rete 5G, centrali nucleari, piattaforme Cloud sovrane)".
  • 4. Finalità d'uso (Strategico-Coercitiva): L'IA è attualmente al centro di una spietata corsa agli armamenti globale. Possiede "intrinsecamente una natura dual-use (civile/militare)" e la supremazia nell'IA è oggi considerata indispensabile per "attribuire un vantaggio competitivo di ricatto geopolitico o economico sul piano internazionale".

Il Punteggio di Potenza (P/t) dell'IA

Immaginando di assegnare il punteggio da 0 a 3 per ciascuno di questi parametri, l'IA di punta odierna otterrebbe verosimilmente un 12 su 12. Poiché il punteggio totale è nettamente superiore alla soglia indicata ("> 9 su 12"), l'IA "viene classificata formalmente come Tecnologia della potenza".

L'impatto sui ricercatori di IA

Classificare l'IA come "tecnologia della potenza" attiverebbe immediatamente il "criterio a valle per i ricercatori" descritto nel testo.

In questo scenario di "sindacalismo epistemologico", uno scienziato informatico che lavora sull'IA non verrebbe premiato semplicemente per aver sviluppato un algoritmo più veloce o per aver depositato un brevetto per una multinazionale. Al contrario, il suo "indice di merito metodologico dipenderà da quanto si sforza di 'smilitarizzare' o 'aprire' quella ricerca (ad esempio, lottando per l'Open Data o per la declassificazione dei risultati)".

La matrice che abbiamo prospettato funziona benissimo non solo per storicizzare il nucleare, ma per analizzare criticamente proprio le tecnologie emergenti come l'IA.

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TECNOLOGIA, CULTURA E SISTEMA DELLA POTENZA

Il capitolo più interessante e innovativo della Magnifica Humanitas è forse il quinto, quello intitolato "la cultura della potenza e la civiltà dell'amore", compreso tra gli articoli 182 e 228.

Qui lo sguardo viene volto all'aspetto più drammatico della congiuntura contemporanea, la guerra che si fa evento onnipresente ed opprimente. Il rischio denunciato è che il progresso tecnico, ed in particolare la tecnologia dell'IA, renda più rapida e impersonale la decisione sulla vita e sulla morte, presentando il ricorso alla forza armata come opzione immediata e praticabile. (Art. 182)

Alla guerra visibile si affiancano forme ibride con l'IA che entra in questi processi come fattore di accelerazione. Il contesto prospetta tecnologie intrinsecamente ambivalenti: ciò che nasce per difendere può essere rapidamente convertito all'offesa e il confine tra protezione e aggressione tende a sfumare. (Art. 183)

"La moderna Babele non è soltanto il paradigma tecnocratico globalizzato, ma anche lo scontro a distanza tra imperialismi contrapposti, tra potenze che vogliono conservare il proprio primato e potenze che aspirano a conquistarlo, con una molteplicità di conflitti locali. E' inoltre la corsa a sviluppare tecnologie sempre più potenti, o ad assicurarsene il controllo, secondo una dinamica disumanizzante che non sembra conoscere limiti".

A questa tendenza si contrappone gran parte dell'umanità che cerca di rimanere umana e si adopera per costruire la città della convivenza e della pace. Questo impegno secondo il Papa è più lento, meno visibile ed eclatante, ma - radicato e articolato in ogni comunità e ad ogni livello - è un "cantiere di speranza cui diamo il nome di civiltà dell'amore".  (art. 184)

L'espressione è stata introdotta da Papa Paolo VI che immaginava l'amore diventare principio organizzatore della vita economica, politica e culturale. Non è una utopia ma un progetto esigente che consiste nel dare corpo istituzionale alla fraternità.  (Art. 186)

Il progetto della civiltà dell'amore ha il compito decisivo di trasformare l'interdipendenza subita di fatto dalla famiglia umana in solidarietà voluta e scelta. "E' il criterio per orientare i processi tecnologici: non basta che l'IA ci renda più efficienti o connessi, essa deve servire a edificare quella famiglia umana universale, con diritti e doveri condivisi". (art. 187)

"Nei tempi che viviamo si va consolidando una cultura della potenza, nella quale la disponibilità di mezzi e la capacità di dominare tendono a  dettare l'agenda e i criteri della decisione relegando il bene comune dell'umanità sullo sfondo". Questa cultura della potenza insegue una capacità militare accresciuta, approfittando della crisi del multilateralismo e alimentando un falso realismo. (art. 188)

"Dopo la Seconda guerra mondiale, la pace era stata posta al centro dell'ordine internazionale, come attesta in particolare la Carta delle Nazioni Unite, che si propone di salvare le future generazioni dal flagello della guerra...  anche durante la Guerra fredda, pur in presenza di conflitti gravi, permaneva la consapevolezza che occorresse ad ogni costo evitare un nuovo conflitto mondiale". (art. 189)

"Oggi, invece, assistiamo ad un vero cambio di paradigma del discorso pubblico e nelle scelte di riarmo, con una preoccupante riabilitazione della guerra come strumento della politica internazionale. (...) L'opinione pubblica viene progressivamente orientata e assuefatta da narrazioni mediatiche polarizzanti, spesso amplificate da algoritmi che valorizzano lo scontro e la contrapposizione".  (art. 190)

"La guerra viene non solo combattuta, ma anche preparata culturalmente attraverso narrazioni semplificanti, logiche amico-nemico, disinformazione e paura. (...) E' in questo clima che l'umanità sta scivolando nella cultura violenta della potenza, dove la pace non appare più un compito da assumere. (...) Oggi è più che mai importante ribadire il superamento della teoria della guerra giusta, troppo spesso invocata per giustificare qualsiasi guerra, fermo restando il diritto alla legittima difesa nel senso più stretto". (art. 192)

"La stretta connessione tra interessi economici, apparati militari e decisioni politiche genera una nazione armata, in cui la guerra appare quasi cme prosecuzione naturale della politica e il mercato delle armi diventa motore autonomo delle scelte belliche". (art. 193)

"Siamo usciti dall'orizzonte dei negoziati sul disarmo e l'evoluzione degli arsenali nucleari - compresa la prospettiva di impieghi tattici - fa apparire il ricorso a tali ordigni come una possibilità sempre meno remota. In tale contesto, l'entrata in vigore del Trattato di proibizione delle armi nucleari, sostenuto da oltre settanta Paesi, rappresenta un segno importante, ma rischia di restare in gran parte simbolico, poiché le principali potenze nucleari non vi aderiscono. Si è diffusa così la convinzione, errata, che la deterrenza nucleare sia condizione indispensabile di sicurezza"(art. 194)

La stessa logica si riscontra nei conflitti convenzionali che tendono a cronicizzarsi con un costo umano e ambientale altissimo"(art. 195)

"A questo scenario si collega lo sviluppo incessante dei sistemi d'arma e in particolare delle armi legate all'IA. (...) Lo sviluppo e l'uso dell'IA in campo bellico devono essere sottoposti ai più rigorosi vincoli etici, nel rispetto della dignità umana e della sacralità della vita, evitando una corsa agli armamenti"(art. 197)

"La cultura della potenza scaturisce anche dalla crisi del sistema multilaterale (...) che appare come un multipolarismo disordinato e conflittuale, dove prevale la diffidenza verso l'altro (art. 201)

"La forza del diritto internazionale viene sostituita dal preteso diritto del più forte e i suoi strumenti vengono spesso aggirati o indeboliti, con conseguenze devastanti sulla cultura politica e sulla convivenza" (art. 202)

"In questo contesto, la costruzione della pace è passata in secondo piano: la cooperazione all sviluppo, il disarmo, la prevenzione dei conflitti e la costruzione della fiducia reciproca vengono lasciati da parte, in nome di logiche di potenza" (art. 203)

"Un falso pragmatismo invita a recidere le radici della memoria, come se si potesse inaugurare una sorta di nuova creazione sganciata dal passato. (...) Contrariamente allo scenario bipolare della Guerra fredda, il moltiplicarsi degli attori e dei fronti di conflitto rende la logica della deterrenza sempre più fragile. La conflittualità esasperata spinge verso guerre asimmetriche e ibride, combattute anche sul terreno economico, finanziario e informatico (...) Il costo reale grava sui più poveri, che vedono ridursi risorse destinate a sanità, istruzione e servizi sociali" (art. 204)

"(La guerra - secondo il falso realismo invalso - sarebbe inevitabilmente parte della natura umana). Dunque, il problema non è più la pace, ma come e quando agire militarmente: sarebbe irresponsabile non prepararsi allo scontro. (...) Ciò che è veramente irresponsabile è invece la Realpolitik, perché al contrario, la pace è frutto sempre possibile della giustizia e della carità(art. 205)

" La diversità dell'altro è sempre più vissuta come minaccia, alimentando desiderio di possesso, volontà di dominio, ambizioni egemoniche, abusi di potere e paura della differenza"(art. 206)

"Questo è il terreno fertile per nuove guerre, forse ancora più pericolose di quelle del passate perché tendono a smarrire ogni limite etico. (...) Le decisioni sembrano ora essere guidate quasi esclusivamente da calcoli economici, difesi attraverso illusioni mediatiche. Quando ci si persuade che nulla è veramente vero la miccia di nuove esplosioni di intolleranza e aggressività si accende nel cuore stesso delle persone". (art. 207)

"In Paesi segnati da gravi tensioni sociali, non possiamo escludere che qualcuno finisca per considerare il conflitto armato come un modo efficace di distogliere l'attenzione dai problemi interni" . (art. 208)

"Una responsabilità particolare grava su chi opera nel mondo della ricerca. Le domande (da farsi) sugli scopi ultimi che orientano le sperimentazioni (fronteggiano il rischio che si cooperi), magari senza volerlo, a progetti oscuri che alimentano nuove forme di violenza, manipolazione e dominio"  . (art. 209)

"La prospettiva cristiana non si esaurisce però nel denunciare il male. Guardiamo alla Storia alla luce del Crocifisso Risorto e interpretiamo il presente come un campo aperto alla conversione personale e collettiva. Crediamo nella forza del Regno, che si sviluppa dalla piccolezza di un granello di senape, come un seme che germoglia e cresce" . (art. 210)

"Anche nelle notti più buie il Signore suscita uomini e donne capaci di non rassegnarsi e di perseverare nel bene" . (art. 211)

"Nessuno è senza responsabilità. Ognuno dispone di un proprio ambito di azione , e lì - non altrove - è chiamato a scegliere se alimentare la logica della forza oppure custodire la logica della pace". (art. 212)

"Senza pretendere di esaurire il tema, propongo cinque piste di responsabilità quotidiana e pubblica: disarmare le parole, costruire la pace nella giustizia, assumere lo sguardo delle vittime, coltivare un sano realismo, rilanciare il dialogo e il multilateralismo" . (art. 213)

"Per costruire la civiltà dell'amore dobbiamo esercitare il dialogo. Esso è lo strumento principale della convivenza tra le persone e tra i popoli, ed è l'alternativa al conflitto aperto". (art. 219)

"A livello politico, è urgente passare dalla cultura della potenza a una autentica cultura del negoziato, in cui il dialogo e le vie diplomatiche diventino via ordinaria per affrontare i conflitti". (art. 221)

"Chi usa il nome di Dio per legittimare terrorismo, violenza o guerra ne tradisce il volto: combattere in nome della religione significa, in realtà, colpire la religione stessa. Lo spirito di Assisi mostra che i credenti possono attingere nuovamente alle sorgenti più autentiche delle proprie tradizioni spirituali". (art. 223)

Possiamo per il momento fermarci qui, e - mettendo temporaneamente tra parentesi l'alternativa della civiltà dell'amore (noi suggeriremmo una definizione di civiltà NONVIOLENTA dell'amore) - porre la domanda: questa deriva culturale denunciata dall'enciclica legata però a una militarizzazione materiale con l'economia che diventa sempre di più una economia di guerra, non dovrebbe portarci a parlare di un vero "sistema della potenza", ben oltre la semplice "cultura della potenza"?

Forse questo passaggio concettuale non solo è plausibile, è epistemologicamente necessario se vogliamo applicare la metodologia scientifica e rigorosa di cui abbiamo parlato.

Mentre la "cultura" attiene alla sfera delle narrazioni, dell'etica e della sovrastruttura ideologica (il modo in cui l'opinione pubblica viene assuefatta), il "sistema" descrive una struttura materiale, una rete di relazioni economiche, tecnologiche e statali che si auto-alimenta e che impone la propria logica indipendentemente dalla volontà dei singoli.

La cosa straordinaria è che, leggendo attentamente il testo della Magnifica Humanitas, è il Papa stesso a fornire gli elementi per descrivere un vero e proprio sistema, anche se poi sceglie di chiamarlo "cultura".

Perché dobbiamo parlare di "Sistema della Potenza"

Ci sono tre elementi strutturali nel testo che l'analisi metodologica deve estrarre per dimostrare che siamo di fronte a un sistema materiale e non a una semplice deriva culturale:

1. Il nesso materiale (L'Articolo 193)

"La stretta connessione tra interessi economici, apparati militari e decisioni politiche genera una nazione armata, in cui la guerra appare quasi come prosecuzione naturale della politica e il mercato delle armi diventa motore autonomo delle scelte belliche".

Questo non è un fatto culturale; è la descrizione classica del complesso militare-industriale (e oggi tecnologico). Quando il mercato delle armi diventa un "motore autonomo", significa che c'è un ciclo economico che ha bisogno della tensione geopolitica per giustificare i propri investimenti e generare profitti. L'economia di guerra è l'infrastruttura materiale di questo sistema.

2. L'IA come acceleratore sistemico (Articoli 182-183)

Il testo evidenzia che l'IA rende "più rapida e impersonale la decisione". In termini cibernetici, l'IA agisce come un meccanismo di retroazione positiva (feedback loop) all'interno del sistema. Riducendo i tempi di decisione e automatizzando la risposta (sia nei mercati finanziari della guerra che nei sistemi d'arma autonomi), l'IA priva gli attori umani dello spazio politico del negoziato, blindando il sistema stesso.

3. La dipendenza strutturale irreversibile (Articolo 184)

Il testo parla di "Babele tecnocratica globalizzata" e di scontro tra imperialismi per assicurarsi il controllo di tecnologie sempre più potenti. Questo descrive un sistema integrato in cui gli Stati sono coartati ad agire: uno Stato non può decidere unilateralmente di uscire dal sistema della potenza (es. rifiutando l'IA o la difesa avanzata) senza essere immediatamente declassato, sottomesso o ricattato dagli altri attori del gioco geopolitico.

Cultura vs. Sistema: la demarcazione metodologica

Per la matrice di ricerca che abbiamo proposto, possiamo mappare la differenza radicale tra i due concetti:

Dimensione Cultura della Potenza (approccio dell'Enciclica) Sistema della Potenza (Approccio Metodologico-Strutturale)
Natura del problema Ideologica, morale, psicologica (paura, logica amico-nemico, polarizzazione). Economico-politica, infrastrutturale (economia di guerra, monopoli tecnologici, imperativi di bilancio).
Ruolo dell'IA Amplificatore di narrazioni d'odio tramite algoritmi e disinformazione. Strumento esclusivo di calcolo strategico, sorveglianza di massa e automazione del dominio bellico.
Meccanismo di azione Persuasione e assuefazione dell'opinione pubblica. Coazione oggettiva: gli Stati e le imprese devono adeguarsi per non essere esclusi dal mercato e dalla sicurezza.
Soluzione prospettata Conversione dei cuori, appelli etici, "civiltà dell'amore" costruita dal basso. Smantellamento dei monopoli industriali, Open Science coatta, ridefinizione dei criteri di finanziamento della ricerca.

Il vicolo cieco del "falso realismo"

Il testo dell'enciclica (Art. 188) accenna al fatto che questa deriva alimenta un "falso realismo". Questo è un punto metodologico altissimo. Il "realismo" di cui parlano i decisori politici (e gli scienziati arruolati) è la sottomissione alle leggi del Sistema della Potenza: "Dobbiamo fare i piccoli reattori nucleari perché ce lo chiede l'Europa e la competizione internazionale"; "Dobbiamo sviluppare l'IA militare altrimenti lo fa la Cina".

Finché la sociologia o la filosofia politica parlano solo di "cultura", l'establishment risponderà sempre con il duro pragmatismo delle necessità materiali (il "realismo" economico di guerra). Se invece sveliamo che si tratta di un sistema artificiale di potere, allora possiamo contestarlo con parametri scientifici alternativi, dimostrando che produce asimmetria, inefficienza sociale e rischio catastrofico.

Se accettiamo questa evoluzione concettuale, il nostro compito diventa definire le regole del "Sistema della Potenza" per poterlo scardinare

https://www.disarmistiesigenti.org/2026/06/05/agnosticosumagnificahumanitas/

LEGGERE LEONE XIV DA AGNOSTICO E DA UMANISTA

NON CREDIAMO NELLO STESSO CIELO, MA GUARDIAMO LO STESSO MONDO

Scritto dall'ex Ministro-Presidente socialista della Vallonia Rudy Demotte

(pubblicato oggi - 5 giugno 2026 - su Facebook)

Nota bene. Si ricorda l'appuntamento di riflessione del 7 giugno 2026: i Disarmisti esigenti discutono e riflettono sulla Magnifica Humanitas dalle ore 17:00 alle ore 20:00. Questo il link su piattaforma Zoom per partecipare: 

https://us06web.zoom.us/j/89229575480?pwd=WdG6I0bObO9jDLRsNPaeDu3sOPfyOX.1

L'esperienza mi ha insegnato a diffidare dei miei stessi riflessi. Si crede di conoscere un testo senza nemmeno averlo aperto: ciò che dirà, i giri di parole e le circonvoluzioni retoriche che prenderà, le precauzioni che adotterà, i silenzi che manterrà. Poi capita che una lettura smentisca le aspettative.

Voglio descrivervi la mia. Sono un figlio di contesti diversi: popolare da parte di mia madre, di classe media da parte di mio padre — un padre che avrei perso molto presto, facendomi assaggiare fin dall'età di cinque anni la precarietà, ma anche la questione dell'ingiustizia. Diviso tra il mondo cattolico, per via dei valori della mia famiglia fiamminga, e la laicità militante, per le mie radici francofone. Mai veramente credente — come esserlo quando il destino è così ingiusto all'alba di una vita? — pur tenendo compagnia a mia nonna durante i vespri. Ho frequentato il catechismo e fatto le comunioni, pur crescendo in una famiglia divisa sulle questioni di fede.

Apostata, ho tuttavia apprezzato le discussioni sulla spiritualità, nutrito al biberon della conoscenza dall'abate Delcourt, parroco e brillante scienziato. Figlio del dubbio, coadiuvante della fede, del libero arbitrio che ha sposato il libero pensiero.

L'incontro con l'enciclica

I miei timori erano quindi molti quando ho scoperto Magnifica Humanitas, prima enciclica di Leone XIV, pubblicata il 15 maggio 2026, esattamente centotrentacinque anni dopo la Rerum Novarum di Leone XIII. Non ho affrontato questa lettura da credente. Non l'ho nemmeno affrontata da avversario. L'ho aperta con quella prudente curiosità che spesso accompagna gli incontri tra universi intellettuali diversi, se non distanti.

Un agnostico nutrito di Spinoza per la sua ricerca del vero, di Marx per averlo studiato e insegnato, di Gramsci morto in carcere denunciando le dominazioni dell'immondo, di Hannah Arendt per la sua dimostrazione di come la cancrena ideologica ci trascini nell'oscurità, di Edgar Morin, di Bourdieu o di Godelier, non apre spontaneamente un'enciclica. Si aspetta una parola morale piuttosto che un'analisi del mondo. Immagina di trovare esortazioni, a volte felici intuizioni, raramente una diagnosi capace di dialogare con i propri interrogativi.

Eppure è precisamente ciò che è accaduto.

Non condivido i fondamenti teologici di questo testo. Non condivido la sua visione trascendente della dignità umana. Eppure, pagina dopo pagina, un'evidenza si è imposta: guardiamo spesso gli stessi fenomeni, identifichiamo gli stessi pericoli e, più di una volta, cerchiamo di difendere gli stessi valori. Non a partire dalle stesse premesse, ma nella direzione di un orizzonte sorprendentemente vicino.

Questa constatazione merita una sosta. Perché viviamo un momento storico singolare. L’intelligenza artificiale non è semplicemente un’innovazione in più nella lunga serie delle invenzioni umane. Tocca qualcosa di più profondo: il modo in cui le società producono il sapere, organizzano il potere, fabbricano la verità e definiscono persino ciò che considerano umano.

Leone XIV lo ha capito fin da subito. La sua enciclica non parla innanzitutto di tecnologia. Parla di civiltà.

Il parallelismo storico e il ruolo degli Stati

La scelta stessa della data costituisce già una dichiarazione. Pubblicando la Magnifica Humanitas centotrentacinque anni dopo la Rerum Novarum, Leone XIV afferma che la rivoluzione digitale deve essere pensata con la stessa profondità storica della rivoluzione industriale del XIX secolo. Antonio Spadaro ha sottolineato questa filiazione, che non ha nulla di un simbolo decorativo. Traduce una convinzione: quando una mutazione trasforma le condizioni stesse dell'esistenza collettiva, essa esige qualcosa di più di reazioni improvvisate o di aggiustamenti tecnici.

Questa prospettiva mi ha immediatamente parlato. Da diversi anni ho spesso la sensazione che le nostre democrazie reagiscano più di quanto agiscano. Corrono dietro agli eventi. Gestiscono emergenze successive. Faticano a inserire le loro decisioni nel tempo lungo. La politica sembra a volte condannata a commentare le trasformazioni del mondo piuttosto che a orientarle. Leone XIV rifiuta questa logica, rifiuta di lasciare che il susseguirsi delle crisi decida da solo il senso della storia. Questa resistenza all'immediatezza costituisce già, ai miei occhi, un atto politico.

Ma è ancora altrove che le convergenze appaiono più sorprendenti. Uno dei passaggi più straordinari del testo riguarda lo spostamento del potere.

Per secoli, le grandi trasformazioni tecniche sono state ampiamente guidate dagli Stati. Oggi, constata il Papa, i principali centri di innovazione sono diventati attori privati, spesso transnazionali, le cui risorse superano a volte quelle di molti governi. L'osservazione può sembrare banale, ma non lo è. Perché dietro questa constatazione si delinea una trasformazione profonda della sovranità. Il potere non scompare mai: cambia forma, cambia volto, cambia indirizzo.

Quando poche aziende controllano le infrastrutture digitali, i flussi di informazione, le capacità di calcolo o i modelli di intelligenza artificiale più avanzati, esercitano un potere che non è più solo economico. Diventa culturale, cognitivo e talvolta geopolitico. Il Vaticano lo dice con una sobrietà straordinaria. Io avrei talvolta usato un vocabolario più diretto; ho spesso fatto i nomi di Elon Musk, Mark Zuckerberg o Peter Thiel. L'enciclica non cita nessuno, eppure la diagnosi rimane ampiamente identica.

I dati come "nuove terre rare"

Questa lucidità prosegue nell'analisi del dato. È raro che un testo pontificio utilizzi una formula che costringa il lettore a fermarsi: l'immagine dei dati diventati le "nuove terre rare del potere" appartiene a questa categoria. Descrive perfettamente la natura del capitalismo digitale contemporaneo.

  • Gli imperi del passato ambivano ai territori, alle materie prime o alle rotte commerciali.

  • Gli imperi digitali ambiscono ai comportamenti, alle preferenze, alle relazioni e alle abitudini. Estraggono informazioni anziché minerali; sfruttano profili anziché giacimenti.

Questa logica trasforma progressivamente il nostro rapporto con la libertà. Quando scrivevo recentemente dell'espansione silenziosa di Palantir nelle istituzioni occidentali, ciò che mi preoccupava maggiormente era l'importazione progressiva di un certo modo di vedere il mondo. Una democrazia può esternalizzare degli strumenti, ma non può esternalizzare a lungo il proprio modo di pensare senza rischiare di alterare se stessa.

Leone XIV sposa questa preoccupazione quando afferma che i dati non possono essere abbandonati alle sole logiche private. Dietro questa affermazione si delinea un'idea profondamente politica: certe ricchezze appartengono a tutti perché sono il risultato dell'attività collettiva. Sotto una formulazione diversa, ritroviamo qui una vecchia intuizione umanista: ciò che fonda la vita comune non può diventare proprietà esclusiva di pochi.

Contro il riduzionismo e la brutalità

Più progredivo nella lettura, più emergeva un'altra vicinanza che tocca il metodo stesso. Da tempo diffido delle spiegazioni semplici, perché il reale resiste agli schemi troppo perfetti. Edgar Morin ci ha insegnato che un fenomeno umano non esiste mai isolatamente: tutto si intreccia, le cause diventano effetti e le conseguenze diventano cause.

Ora, Magnifica Humanitas costituisce un'arringa contro ogni forma di riduzionismo. Una delle illusioni più tenaci della nostra epoca è credere che la complessità umana sia solo un problema tecnico in attesa di soluzione. A poco a poco, il giudizio cede il passo al calcolo, l'esperienza al dato, la relazione alla procedura. Guadagneremo forse in rapidità, a volte anche in precisione, ma bisogna pur chiedersi cosa abbandoniamo lungo la strada.

Un incontro, un'esitazione, una fedeltà, un dubbio, un atto di coraggio o di rinuncia contengono sempre più di quanto un modello matematico possa misurare.

Questa riflessione conduce alla questione della verità. Uno dei passaggi più belli dell'enciclica evoca Hannah Arendt per ricordare che un regime totalitario prospera quando la distinzione tra il vero e il falso finisce per perdere ogni significato. Abbiamo a lungo creduto che le tecnologie digitali avrebbero favorito la diffusione del sapere; scopriamo oggi che possono accelerare la circolazione della menzogna, amplificare le manipolazioni e frammentare gli spazi di discussione comuni.

La disinformazione non è nata con l'intelligenza artificiale, ma gli strumenti contemporanei le danno una potenza inedita. Anche in questo caso, il Papa fa centro: una democrazia non può sopravvivere a lungo senza un minimo di realtà condivisa. Quando i fatti diventano opzionali, il terreno diventa favorevole a ogni forma di autoritarismo.

Lungo le pagine emerge poi una preoccupazione ancora più vasta: l'ascesa di una cultura della brutalità. Il termine non è sempre usato esplicitamente, eppure affiora ovunque. Leone XIV si preoccupa di un mondo in cui il rapporto di forza tende a diventare l'argomento ultimo, in cui la potenza viene presentata come una virtù in sé e la ricerca del compromesso viene derisa.

Senza mai indicare i leader politici contemporanei, l'enciclica disegna in controluce una critica severa dello spirito del tempo, rispondendo implicitamente a quelle correnti che guardano al diritto internazionale con diffidenza e alla cooperazione tra i popoli come a un segno di debolezza. Laddove prospera la logica del "prima io", Leone XIV ricorda che le società umane sono interdipendenti. Laddove si cercano avversari da additare, lui oppone la concordia come orizzonte politico.

Il rifiuto della guerra e le divergenze reali

Questa inquietudine si unisce alla denuncia della banalizzazione della guerra. Il capitolo dedicato a questo argomento mi ha particolarmente colpito. Da diversi anni, un vocabolario di rassegnazione si sta installando nel dibattito pubblico occidentale: la guerra torna a essere pensabile, il riarmo naturale, il confronto permanente una fatalità.

Leone XIV rifiuta questo realismo che pretende di accettare il mondo così com'è, mentre in verità contribuisce a renderlo ancora più pericoloso. La pace non appare qui come una ingenuità morale, ma è concepita come un progetto politico esigente, sempre fragile, sempre imperfetto, ma mai impossibile. Nel clima intellettuale attuale, questa affermazione richiede più coraggio di quanto si immagini.

In fondo, tutte queste convergenze riposano su una base comune: l'umanesimo. Ritrovo in questa enciclica una fiducia ostinata nel valore della persona umana, nella sua libertà, nella sua capacità di resistere ai meccanismi che cercano di ridurla a una funzione, a un dato o a una merce.

Naturalmente, questa vicinanza non cancella le divergenze, che sono reali:

  1. Il fondamento della dignità: per Leone XIV questa dignità procede da Dio, precede la storia ed è data. Per l'agnostico che sono, la dignità è piuttosto una conquista collettiva, sempre incompiuta, sempre da difendere.

  2. L'analisi del capitalismo: l'enciclica desidera inquadrarlo, moralizzarlo, riorientarlo verso il bene comune. La mia riflessione rimane più strutturale: tendo a interrogarmi sui meccanismi intrinseci del sistema piuttosto che solo sui suoi eccessi.

  3. Il coraggio delle parole: Leone XIV descrive con finezza le derive del potere tecnologico, ma si astiene dal nominare esplicitamente ciò che alcuni autori definiscono ormai come un tecnofascismo emergente. Capisco questa prudenza: la Chiesa parla a tutti e deve mantenere ponti là dove altri innalzano confini. Il libero pensatore dispone di un'altra libertà e può indicare i pericoli più direttamente.

Conclusione

Queste divergenze non devono nascondere l'essenziale. Questa lettura mi ha ricordato innanzitutto che il limite non è necessariamente un fallimento. In un'epoca affascinata dal superamento permanente dell'umano, questa idea possiede una profondità inaspettata: non cresciamo sempre a dispetto delle nostre fragilità, a volte cresciamo attraverso di esse.

Ci ricorda poi che nessuna istituzione è al riparo dall'accecamento. Quando Leone XIV evoca i ritardi della Chiesa nella condanna della schiavitù e le complicità del passato, propone un metodo utile a tutti: riconoscere i propri errori per identificare meglio quelli che si stanno preparando oggi.

Chiudo la Magnifica Humanitas con un sentimento che non avevo previsto. Non vi ho trovato un testo religioso che parla accessoriamente di tecnologia, ma una profonda riflessione sulla condizione umana nell'era delle macchine e una meditazione moderna sull'importanza del bene comune di fronte alla dissoluzione sociale del "si salvi chi può".

Non guardiamo il mondo dallo stesso punto di osservazione. Non crediamo nello stesso cielo. Laddove Leone XIV vede la bellezza della mano divina, io contemplo la volta stellata come lo specchio di un'umanità meravigliata, sempre in cammino. Ma quando si arriva alle questioni di libertà, di verità, di giustizia sociale, di controllo democratico della tecnica o di rifiuto della guerra come orizzonte ordinario, i nostri cammini si incrociano più spesso di quanto si potrebbe pensare.

In un tempo in cui ognuno sembra chiamato a scegliere la propria fazione prima ancora di aver iniziato a riflettere, questo incontro intellettuale ha qualcosa di confortante. La sorpresa più bella non è che Leone XIV abbia scritto questo testo; la sorpresa più bella è che un agnostico possa riconoscervisi così spesso senza rinnegare nulla di se stesso. Mi è davvero piaciuto.

Rudy