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La posizione ufficiale di ICAN sulla guerra tra Israele e Iran, riaccesasi con l'operazione "Ruggito del leone" portata avanti dal governo Netanyahu insieme agli USA di Trump, sembra sottovaluti o addirittura dimentichi un punto sostanziale: il disarmo nucleare, come obiettivo, è - al di là delle competenze degli Stati - per le persone e i popoli e non può ignorare, nei suoi percorsi, la volontà e le istanze delle persone e dei popoli, cui va subordinata la sovranità degli Stati, anche nell'ottica della "Costituzione della Terra".

A volte ci sembra che la Rete benemerita cui apparteniamo pur essendo un movimento della società civile, rischi di focalizzarsi troppo sul "meccanismo" del trattato tra Stati, perdendo di vista la centralità degli esseri umani e delle comunità popolari e nazionali in cui essi tendono ad aggregarsi.

«Ofelée, fa el tò mesté». Un vecchio proverbio milanese ricorda che il pasticcere deve adattarsi a fare il suo mestiere. Allo stesso modo noi dobbiamo tenere presente che la società civile ha una sua diplomazia, una "arte della solidarietà tra esseri umani" che è altra cosa rispetto alla diplomazia statale, pur dovendo necessariamente interloquire e mediare con essa.

Ovviamente la posizione deve essere, ci mancherebbe, primariamente di condanna dei presunti "disarmi nucleari" perseguiti a suon di bombe. Ed è quello che esponiamo nelle seguenti comunicazioni:

https://comunicazione-nonviolenta.webnode.it/l/nuovoattaccoiran/

https://comunicazione-nonviolenta.webnode.it/l/solarivsincappucciati/

https://comunicazione-nonviolenta.webnode.it/l/chiamamilanoperlapeacepagoda/

Mentre a Teheran e a Tel Aviv – con Washington dietro le spalle - si alzano le colonne di fumo nero della nuova guerra tra Israele e Iran e i governi militaristi dimostrano l’efficacia distruttiva dei loro sistemi d’arma, noi proponiamo di dare una risposta a questa follia del presunto disarmo a suon di bombe con un solido edificio di pace.

Vi invitiamo, giovedì 5 marzo 2026, dalle ore 17:00 alle ore 19:00, a un’iniziativa di comunicazione nonviolenta e di sostegno concreto alla Peace Pagoda di Comiso presso la sede di Chiamamilano, sita in via Laghetto 2. Non è una commemorazione, è un atto politico necessario per restare umani, cioè legati alla Terra, mentre il mondo precipita nel nichilismo bellicista, tra neoimperialismi e fondamentalismi.

Perché il 5 Marzo? C'è l'urgenza della scadenza dell'acquisto del terreno dove sorge la Peace Pagoda, animata da Goysho Morishita, del Nipponzan Myohoji, monaco buddista proveniente da Nagasaki

Negli anni '80, Comiso era il simbolo della minaccia nucleare in Europa. Oggi, quella minaccia si è riaccesa nel focolaio mediorientale. I missili che colpiscono l'Iran sono gli eredi tecnologici dei Cruise che i movimenti pacifisti mondiali riuscirono a smantellare in Sicilia nel 1987, spingendo l’accordo INF tra Reagan e Gorbachev.

Il TPNW come strumento di "umanesimo giuridico"

In realtà, la strategia di ICAN che ha portato al Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari (TPNW) nasce proprio dal tentativo di spostare il baricentro dalla "sicurezza nazionale" degli Stati alla "sicurezza umana"L'approccio basato sull'impatto umanitario nella sua base ontologica fa sì che il trattato non parli solo di testate, ma di vittime (Hibakusha) e di danni transgenerazionali. Il disarmo è concepito come una spinta alla democratizzazione che nasce dalla democratizzazione stessa: l'idea di  fondo è che la sopravvivenza dell'umanità non possa essere ostaggio di un "club" ristretto di potenze nucleari.

Il limite del "metodo statocentrico"

E' vero che dobbiamo notare una contraddizione: ICAN opera all'interno delle Nazioni Unite, una struttura dove i soggetti giuridici sono gli Stati. Se uno Stato firma, si assume che rappresenti il suo popolo, ma sappiamo che non è sempre così. Il concetto della Costituzione della Terra (caro a giuristi come Luigi Ferrajoli) presuppone che esistano beni comuni — come la vita e l'ambiente — che sono sovraordinati alla sovranità dei singoli governi. Molti Stati che possiedono armi nucleari (o sono sotto "ombrello nucleare") ignorano i sondaggi che mostrano come la maggioranza delle loro popolazioni sia favorevole al disarmo. In questo senso, la volontà dei popoli è effettivamente male subordinata alla "ragion di Stato".

Verso una sovranità globale

Per rendere il disarmo un obiettivo "per le persone", occorrerebbe un salto di paradigma che ICAN cerca di stimolare, ma che fatica a imporre. Il diritto alla vita va stabilito come norma imperativa: se il possesso di armi nucleari minaccia l'estinzione della specie, esso viola un diritto naturale che precede lo Stato stesso. Un pilastro della "Costituzione della Terra" che non può essere lasciato al calcolo politico di breve termine dei governi attuali. Bisogna, in questo senso, praticare la responsabilità verso la famiglia umana presente e verso le generazioni future.

In sintesi, la critica che muoviamo suggerisce che ICAN dovrebbe agire non solo come "lobbying" verso i governi, ma come costituente di una coscienza globale che rivendichi il disarmo come un diritto fondamentale dell'individuo, indipendentemente dai confini nazionali. Ecco perché, quando ci si rapporta a vicende cruciali e critiche come quelle del conflitto iraniano di questi giorni, dobbiamo sì guardare al diritto internazionale degli Stati violati; ma - con la dovuta accortezza a non entrare in indebiti schieramentismi geopolitici, dobbiamo anche tener conto del diritto del popolo iraniano e delle singole persone oppresse in quel Paese a vivere, nella società della pace, con la dignità ad esse ora negata.

ICAN COME MOVIMENTO COSTITUENTE DELLA TERRESTRITA'

ICAN da una semplice "lobby di pressione diplomatica" dovrebbe concepirsi come un vero e proprio movimento costituente della Terra, dove il disarmo non è un fine burocratico, ma un prerequisito per la libertà dei popoli.

Nel caso specifico della crisi iraniana, applicare questa visione significa smontare il paradosso per cui, in nome della "stabilità internazionale" o del "non-proliferazione tra Stati", si finisce per ignorare il corpo vivo delle persone che subiscono l'oppressione.

Ecco come la rete ICAN potrebbe articolare una posizione che integri la "Costituzione della Terra" e la solidarietà al popolo iraniano:

1. Superare il ricatto della "stabilità del regime"

Spesso la diplomazia nucleare (come il JCPOA) tratta con i regimi come se fossero gli unici interlocutori legittimi, legittimando implicitamente la loro oppressione interna in cambio di promesse atomiche. ICAN dovrebbe affermare che un governo che nega i diritti fondamentali e versa il sangue dei propri giovani nelle piazze non possiede la legittimità morale per garantire la sicurezza nucleare. La "sicurezza umana" del popolo iraniano è indivisibile dalla sicurezza globale. La sovranità appartiene al popolo, non al regime teocratico. Se il regime usa la minaccia nucleare (o la resistenza alle ispezioni) come scudo per continuare la repressione interna, sta violando lo spirito del TPNW.

2. Il nucleare come strumento di oppressione interna

Il programma nucleare di uno Stato autoritario non è solo una minaccia esterna, ma un enorme drenaggio di risorse pubbliche e uno strumento di controllo centralizzato. Ecco quindi che abbiamo da denunciare come le enormi spese militari e nucleari sottraggano diritti sociali, salute e istruzione al popolo iraniano. Il disarmo nucleare deve essere presentato come una via per la liberazione delle risorse a favore della comunità nazionale iraniana, restituendo dignità e futuro alle generazioni che oggi chiedono "Donna, Vita, Libertà".

3. Coerenza tra "umanesimo giuridico" e Diritti umani

Se, come tutte/i crediamo, il TPNW è uno strumento di umanesimo, non può essere cieco davanti alle torture e alle esecuzioni. ICAN può e deve sostenere che la pace non è solo assenza di guerra nucleare, ma presenza di giustizia. Una "società della pace positiva" è incompatibile con un regime che nega la dignità elementare. Ne deriva come azione pratica che dobbiamo chiedere che i percorsi di disarmo includano clausole di salvaguardia per i diritti umani, riconoscendo i manifestanti iraniani come attori della società civile globale che lottano per lo stesso obiettivo di ICAN: un mondo libero dalla violenza estrema.


Proposta per una mozione interna alla Rete

Per tradurre questo in pratica, si potrebbe proporre a ICAN di adottare un linguaggio che integri la "Clausola Ferrajoli":

"Considerato che il diritto alla vita e alla dignità sono norme imperative sovraordinate alla sovranità statale, la rete ICAN esprime solidarietà al popolo iraniano. Riconosciamo che la vera sicurezza nucleare può nascere solo in società dove i diritti umani sono rispettati, poiché un potere che opprime i propri cittadini non può essere un custode affidabile della pace globale. Il disarmo che perseguiamo è per i giovani di Teheran, non per i palazzi del potere."

DUE NOTE SULLA DIPLOMAZIA POPOLARE COME "ARTE DELLA SOLIDARIETA'"

Il proverbio milanese che abbiamo citato — «Ofelée, fa el tò mesté» (Pasticciere, fa' il tuo mestiere) — calza a pennello: ci ricorda che la società civile non deve scimmiottare la diplomazia di Stato, ma rivendicare con orgoglio la propria natura di "pasticciere della pace". Se la diplomazia statale è l'arte del compromesso tra poteri, la diplomazia popolare è l'arte della solidarietà tra esseri umani.

Ecco le differenze sostanziali che separano il "mestiere" dei governi da quello dei popoli, specialmente nell'ottica della Costituzione della Terra:

1. Il Soggetto: "Ragion di Stato" vs "Ragion d'Umanità"

Nella diplomazia statale, il soggetto è lo Stato-nazione, un'entità giuridica astratta che persegue l'interesse nazionale (spesso inteso come prestigio o potenza). Il fine giustifica i mezzi, inclusa la minaccia nucleare. Nella diplomazia popolare, il soggetto  è la persona in carne e ossa, la comunità, il genere umano. Si muove sulla base della "sicurezza umana" (cibo, salute, libertà dalla paura) anziché della "sicurezza nazionale".

2. Il Metodo: Segretezza vs Trasparenza

La diplomazia statale si svolge nelle "stanze dei bottoni", spesso protetta dal segreto di Stato. È una partita a scacchi dove l'informazione è un'arma. La diplomazia popolare agisce nelle piazze, nelle università, nelle reti digitali. È partecipativa e orizzontale. La sua forza non deriva dal segreto, ma dalla condivisione e dalla mobilitazione dell'opinione pubblica.

3. I tempi: ciclo elettorale vs generazioni future

La diplomazia statale è spesso miope, focalizzata sul breve termine (le prossime elezioni o la prossima crisi energetica). La diplomazia popolare guarda al lungo periodo. Come custode della "Costituzione della Terra", si sente responsabile verso le generazioni future (che non votano oggi, ma subiranno le conseguenze delle scelte nucleari).

4. La gerarchia dei valori: sovranità vs diritti imperativi

La diplomazia statale difende il dogma della sovranità assoluta: "Nessuno può dirmi cosa fare in casa mia". La diplomazia Popolare afferma invece che esistono diritti — come la vita e la dignità — che sono indisponibili agli Stati. Se un regime opprime il suo popolo (come in Iran) o minaccia l'olocausto nucleare, la diplomazia popolare interviene perché non riconosce confini alla solidarietà.

Il 28 febbraio 2026 Susy Snyder scrive agli ICAN Campaigners:

Come avrete sicuramente visto, oggi gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato attacchi contro l'Iran. 

Ecco alcuni spunti di riflessione per supportare le vostre risposte alle richieste dei media e di altro tipo. Abbiamo anche pubblicato una breve dichiarazione qui :

Cosa è successo (fatti):

  • Le amministrazioni Trump e Netanyahu hanno lanciato un massiccio attacco all'Iran, utilizzando il presunto programma iraniano di armi nucleari come parziale giustificazione.

  • Questo attacco avviene nonostante le affermazioni secondo cui il programma nucleare sarebbe stato “annientato” durante gli attacchi israeliani e statunitensi dello scorso giugno e nonostante i ripetuti appelli del presidente Donald Trump a un cambio di regime in Iran.

  • La dichiarazionedi Trumpsui social media in merito agli attacchi indica che parte dell'obiettivo è anche un cambio di regime, affermando che "questo regime terroristico non potrà mai avere un'arma nucleare".

  • L'operazione è "massiccia e in corso", ha affermato il presidente degli Stati Uniti in un video sui social media, promettendo di usare "una forza schiacciante e devastante" per distruggere i missili iraniani e garantire che non possano sviluppare un'arma nucleare.

  • Secondo alcune indiscrezioni , l'Iran starebbe rispondendo agli attacchi lanciando missili e droni verso Israele.

Punti di discussione:

  • L'ICAN condanna l'attacco illegale all'Iran da parte di due paesi dotati di armi nucleari, gli Stati Uniti e Israele.

  • La storia dimostra che l'azione militare rischia sempre di produrre conseguenze indesiderate e dovrebbe essere evitata se possibile. La diplomazia è sempre un'alternativa più efficace alla guerra.

  • Erano in corso negoziati per affrontare il problema del programma nucleare iraniano. Questa pericolosa escalation ha minato le prospettive di successo e rischia di scatenare una guerra più ampia, minacciando ulteriormente le vite dei civili in tutta la regione.

  • Attualmente, né le agenzie internazionali né gli Stati Uniti ritengono che l'Iran abbia un programma di armi nucleari in corso.

  • L'Iran deve ripristinare immediatamente la cooperazione con l'AIEA. Gli Stati Uniti e tutti gli altri stati, Iran compreso, dovrebbero impegnarsi a non ricorrere più alla forza per contrastare il programma nucleare di Teheran.

  • L'azione militare non è una soluzione praticabile o a lungo termine per prevenire la proliferazione nucleare.

  • Trattati internazionali come il Trattato di non proliferazione nucleare (TNP) e il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (TPNW), che contengono disposizioni per il disarmo nucleare verificabile e la non diversione di materiale nucleare per armi, sono strumenti essenziali e sostenibili per prevenire la proliferazione nucleare.

  • Stati Uniti, Israele e Iran dovrebbero aderire al TPNW senza indugio. Per Stati Uniti e Israele, il TPNW consente agli stati dotati di armi nucleari di aderire e poi smantellare in modo verificabile le proprie armi nucleari entro un periodo iniziale di 10 anni. Per l'Iran, richiede a tutti gli stati di mantenere il loro attuale livello di sicurezza nucleare.

  • Tutti i paesi dovrebbero inoltre rifiutare qualsiasi supporto logistico ad attacchi illegali contro gli impianti nucleari iraniani.

Punti aggiuntivi:

  • Israele è l'unico paese della regione a possedere armi nucleari. La Federazione degli Scienziati Americani riporta attualmente che ne possiede 90. L'ICAN stima che Israele abbia speso oltre 1 miliardo di dollari per il suo programma di armi nucleari nel 2024.

  • Riportare in vita l'accordo sul nucleare iraniano del 2015 o negoziare un nuovo accordo per ridurre il rischio che l'Iran sviluppi armi nucleari sarebbe un passo avanti. Ma tutti i Paesi devono riconoscere che qualsiasi Paese che faccia affidamento su armi a livello di estinzione nelle proprie dottrine di sicurezza non fa che rendere il mondo meno sicuro, e adottare misure per liberarsene. Il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari del 2017 offre una via d'uscita per rigettare queste armi una volta per tutte, a livello multilaterale e in modo verificato.

  • Da tempo è in atto anche un impegno per portare tutti i paesi in una zona regionale libera da armi di distruzione di massa, che includerebbe lo smantellamento permanente e verificabile di tutte le capacità di armi nucleari.

  • La deterrenza nucleare non è una garanzia di pace; è una giustificazione per il possesso di armi che rappresentano una minaccia perpetua. La pratica della deterrenza nucleare incentiva anche la proliferazione, poiché i paesi che si sentono minacciati da stati dotati di armi nucleari ritengono vantaggioso dotarsi di armi nucleari proprie.

  • L'idea che ci si possa fidare di alcuni Paesi in possesso di armi nucleari e di altri no è priva di fondamento: come ha affermato l'ex Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki Moon: "Non ci sono mani giuste per le armi sbagliate". L'idea che esistano due livelli, Stati nucleari responsabili e irresponsabili, viene usata per giustificare il continuo possesso di armi nucleari da parte di tutte le potenze nucleari esistenti, alimenta la proliferazione e alimenta l'insicurezza globale. Non può reggere all'infinito. Più a lungo persiste, più inevitabile diventa che queste armi vengano utilizzate, intenzionalmente o accidentalmente.

  • Questi attacchi dimostrano i doppi standard insiti nell'attacco di due stati dotati di armi nucleari a uno stato che non ne possiede. Nessun paese dovrebbe possedere armi in grado di distruggere tutti gli altri.

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ICAN condanna gli attacchi di Stati Uniti e Israele contro l'Iran - ICAN

28 febbraio 2026 - Le amministrazioni Trump e Netanyahu hanno lanciato un massiccio attacco contro l'Iran, utilizzando il presunto programma nucleare iraniano come giustificazione parziale. Questo attacco avviene nonostante le affermazioni secondo cui il programma nucleare sia stato "annientato" durante gli attacchi israeliano e statunitense dello scorso giugno e in mezzo alle ripetute richieste del presidente Donald Trump per un cambio di regime in Iran. ICAN condanna l'attacco illegale di due stati dotati di armi nucleari, gli Stati Uniti e Israele, contro l'Iran.

Il presidente degli Stati Uniti Trump ha annunciato "importanti operazioni di combattimento in Iran" e Israele ha indicato che avrebbe lanciato un attacco preventivo contro il paese più presto oggi. In una dichiarazione condivisa sui social media, il presidente Trump ha indicato che questo attacco avviene in parte per impedire all'Iran di sviluppare un'arma nucleare, anche se ha anche detto che il programma nucleare è stato "annientato" lo scorso giugno.

La Direttrice Esecutiva di ICAN, Melissa Parke, ha condannato gli attacchi affermando: "Questi attacchi sono totalmente irresponsabili e rischiano di provocare un'ulteriore escalation, oltre ad aumentare il pericolo di proliferazione nucleare e dell'uso di armi nucleari. L'azione militare non è una soluzione praticabile o a lungo termine per prevenire la proliferazione nucleare. Ogni azione militare deve cessare immediatamente."

Le trattative sono in corso proprio la scorsa settimana per affrontare il programma nucleare iraniano. Attualmente l'Iran non è valutato dalle agenzie internazionali né dagli Stati Uniti come avendo un programma di armi nucleari in corso.
Questa pericolosa escalation ha minato le prospettive di successo e rischia una guerra più ampia che minaccia ulteriormente la vita dei civili in tutta la regione.

Trattati internazionali come il Trattato di Non Proliferazione Nucleare (TNP) e il Trattato sul Divieto delle Armi Nucleari (TPNW), che prevedono disposizioni per il disarmo nucleare verificabile e la non deviazione di materiale nucleare per armi, sono strumenti essenziali e sostenibili per prevenire la proliferazione nucleare.

La signora Parke ha proseguito: "La soluzione per porre fine sia al rischio di proliferazione nucleare sia all'uso delle armi nucleari è che tutti i paesi, inclusi gli stati dotati di armi nucleari, come Stati Uniti e Israele, aderiscano al Trattato sul Divieto delle Armi Nucleari – il TPNW è il modo migliore per garantire che le armi nucleari non vengano mai usate e per eliminare qualsiasi incentivo a sviluppare altri paesi."

Gli Stati Uniti, Israele e Iran dovrebbero unirsi al TPNW senza indugio. Per Stati Uniti e Israele, il TPNW consente agli stati armati di armi nucleari di unirsi e poi smantellare verificabilmente le loro armi nucleari entro un periodo iniziale di 10 anni. Per l'Iran, richiede a tutti gli stati di mantenere il loro attuale livello di salvaguardie nucleari.

I rapporti indicano che questi attacchi non saranno limitati nella portata e si stanno già diffondendo nella regione. Le conseguenze umanitarie di un'azione militare su larga scala sono ancora sconosciute, ma probabilmente significative.

WEBINAR SUL "POTERE CON", ASSOCIATO ALL'OPPOSIZIONE "SOLARE", QUALE ALTERNATIVA AL "POTERE SU", CUI E' FUNZIONALE L'OPPOSIZIONE "INACAPPUCCIATA".  QUI MAGGIORI INFO su una iniziativa, di confronto con il pensiero  femminista, che prepara anche il 5 marzo a CHIAMAMILANO in favore della Peace Pagoda di Comiso.

Il testo completo della comunicazione è leggibile su:

https://comunicazione-nonviolenta.webnode.it/l/solarivsincappucciati/

che riporta una riflessione in appendice: la bandiera di tutti gli oppressi è quella del diritto internazionale, quella dell'ONU, nonostante tutto!

Il 5 marzo, di venerdì, dalle ore 17:00 alle ore 19:00, stiamo organizzando una iniziativa a Chiamamilano, in via Laghetto 2, a favore della Peace Pagoda di Comiso, per l'acquisto del terreno su cui il tempietto sorge (ci restano ancora 5.000 euro da raccogliere).

Come momento di preparazione si questa iniziativa in via Laghetto, noi Disarmisti esigenti & partners facciamo ora, domenica 22 febbraio 2026, dalle ore 18:00 alle ore 20:00, un incontro online di riflessione su come il "Potere su" esercita la sua egemonia e su come è possibile organizzare una resistenza nonviolenta, strategica, tattica e di comunicazione, includente anche i contributi del pensiero femminista, così come era stato proposto dal nostro ultimo webinar di gennaio...

Una iniziativa che abbiamo intitolato: "Opposizione solare vs. opposizione incappucciata": il riferimento al modello di azione per la pace incarnato dal Nipponzan Myohoji dovrebbe risultare trasparente!

Link per partecipare all'incontro:

https://us06web.zoom.us/j/86505580473?pwd=MVVPrNQU2DGmQS0BDUtwZt4UgQcsHa.1

QUI è SCARICABILE UN DOCUMENTO SU "POTERE CON" VS. "POTERE SU"

https://www.disarmistiesigenti.org/wp-content/uploads/2026/02/potere-con-vs-potere-su.pdf

QUI è SCARICABILE UN ALTRO CONTRIBUTO, DI COMMENTO A UN DOSSIER DI LMD, SUI NO CHE VALGONO PER UNA STRATEGIA DISARMISTA OPPOSTA SOLARMENTE AL BOMBA PER BOMBA, CHE TRASFORMA IL MONDO IN TOMBA...

NO al bomba per bomba - commento a LMD

 

 

 

https://www.disarmistiesigenti.org/2026/02/08/statipartnertransizionalitpnw2026/

Una sfida diplomatica e strategica, di importanza a nostro avviso di Disarmisti esigenti vitale, è - lo ribadiamo, non è per noi una trovata dell'ultimo minuto - creare un ponte tra il TPNW (che proibisce totalmente le armi nucleari) e le proposte di No First Use (NFU) della Cina, potenza coordinatrice del P5, (che ne regolamentano l'uso), inquadrandole come un passo concreto verso l'abolizione di tali mostruosi ordigni.

In vista della Prima Conferenza di Riesame del TPNW (New York, 30 novembre - 4 dicembre 2026), ecco, sotto riportata, una struttura  suggerita per un nuovo Working Paper in questo senso, in linea con quelli già presentati, dei Disarmisti esigenti & loro partners.

La premessa, repetita iuvant, è che da parte nostra non si parte affatto da zero perché abbiamo già presentato ufficialmente un documento alla Terza Riunione degli Stati Parte (3MSP) svoltasi a New York nel marzo 2025. Ecco il Codice Documento: TPNW/MSP/2025/NGO/26

  • Titolo: Security of individual States (each one against others) or security of Humanity as a whole?
  • Presentato da: Disarmisti Esigenti, Costituente Terra, Hour House.
  • Data di pubblicazione: 17 febbraio 2025.
  • Link al PDF (Inglese): TPNW/MSP/2025/NGO/26
  • Per la conferenza di novembre 2026, potremmo inserire un paragrafo di richiamo come questo:

    "Building upon the proposals already submitted by civil society during the 3MSP (see TPNW/MSP/2025/NGO/26), which highlighted the transition from 'state security' to 'human security', this paper further elaborates on the strategic necessity of a transitional status for states committed to No-First-Use (NFU) policies..."

  • Il documento del 2025 è fondamentale per l'ulteriore sviluppo delle nostre tesi:

  1. Sicurezza comune: il documento del 2025 (firmato tra gli altri da Alfonso Navarra e Luigi Mosca) introduceva già l'idea che la sicurezza non deve essere "uno contro l'altro" ma collettiva.
  2. Flessibilità e conversione: in quel testo si parlava già della necessità di "flessibilizzare" le categorie di adesione per permettere agli Stati in conversione (quelli che oggi dipendono dalla deterrenza ma vogliono uscirne) di avere un percorso chiaro verso il TPNW.
  3. NFU come gradino: il paper dei Disarmisti Esigenti & partners suggeriva che la campagna NFU e il TPNW dovessero marciare insieme per delegittimare la deterrenza nucleare come "forma estrema di terrorismo" (la preparazione programmata del genocidio verso l'umanicidio e il terricidio dovremmo comunque esprimerla in forma più chiara ed esplicita).
  • Abbiamo ora i "pezzi di un puzzle" da comporre: la proposta ufficiale cinese (WP.33/2024), il precedente dei Disarmisti Esigenti (NGO/26/2025) e la nuova idea degli "Stati partner transizionali ".  Ecco, nel testo che segue, una idea di come potremmo procedere nella elaborazione e redazione di un nuovo working paper.
  • Ricordiamo che oggi 8 febbraio teniamo  l'incontro online, dal carattere di consultazione sull'impostazione del nostro intervento alla conferenza di riesame del TPNW (trattato di proibizione delle armi nucleari), prevista a New York, presso il Palazzo di Vetro dell'ONU, appunto per il novembre 2026.
    Per partecipare e dare il proprio contributo di idee dalle ore 18:00 alle ore 20:00, ecco il link alla piattaforma zoom:
    https://us06web.zoom.us/j/84000869441?pwd=8NZeLs3bJUs9IMseraHqN7dQegaF6B.1
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Titolo suggerito: "Dalla restrizione alla proibizione: integrare le proposte di "No First Use" nel quadro del TPNW per delegittimare la deterrenza nucleare, "genocidio programmato". Creare, nell'ambito dell'adesione al Trattato, la categoria speciale degli Stati "Transitioning Partners".

Nell'introduzione abbiamo da sottolineare che stiamo vivendo un periodo critico, denunciato dal Doomsday Clock: assistiamo al fallimento di molti meccanismi di controllo e la fine del New START è solo l'ultimo della serie.  Dobbiamo evidenziare come il TPNW non sia solo un trattato di proibizione, ma un quadro per la sicurezza collettiva che cerca "misure intermedie" per ridurre il rischio immediato di catastrofe "atomica", che può verificarsi anche per errore.

La proposta cinese va concepita come "leva d'appoggio" . La proposta cinese di un trattato multilaterale sul "Non Primo Uso- NFU" (Doc ONU NPT/CONF.2026/PC.II/WP.33) può essere interpretata e vista come un'ammissione implicita, da parte degli Stati nucleari, che la funzione difensiva delle armi nucleari non è legittima, sgretolando il pilastro della "deterrenza nucleare".

Proviamo a spiegare il concetto ad un cittadino comune, quello che possiamo incontrare a prendere il caffè al bar sotto l'ufficio nel quale lavora.

"Pensa alle armi nucleari come a una pistola che cinque tizi (le grandi potenze) tengono appoggiata sul tavolo mentre discutono. Finora, la logica è stata: 'Tengo la mano sulla fondina perché, se mi sento minacciato o se mi stai per sconfiggere con i pugni, potrei sparare per primo'. Questa è la deterrenza classica: l’idea che l’arma serva a impedire agli altri di attaccarti in qualsiasi modo, perché sanno che potresti fare una follia.

Ora, la Cina arriva e dice agli altri quattro: 'Sottoscriviamo un contratto dove promettiamo che nessuno di noi premerà mai il grilletto per primo. La pistola la useremo solo se qualcuno spara a noi per primo'.

Sembra una cosa da poco, ma in realtà cambia tutto il gioco per tre motivi che toccano anche noi.

Motivo n. 1. Se non puoi colpire per primo, l'arma è "inutile"

Se firmi un trattato di No First Use, stai ammettendo che l'arma nucleare non ti serve più per vincere una guerra o per spaventare qualcuno che ti sta antipatico. Se non puoi usarla per primo, non puoi usarla come minaccia ("O fai come dico o ti cancello"). Diventa un peso morto che serve solo a neutralizzare la pistola nucleare dell'altro.

Motivo n. 2. La "funzione difensiva" delle "atomiche" perde ogni senso e legittimità

Qui sta il punto che sgretola la deterrenza. Per anni ci hanno detto che le atomiche sono "strumenti di difesa". Ma se accetti di non usarle mai per primo, stai implicitamente confessando che non esiste una situazione difensiva legittima che giustifichi l'inizio di un'apocalisse nucleare. È come ammettere che quella pistola non è una vera "difesa", ma solo una trappola mortale collettiva.

Motivo n. 3. La connessione con ICAN e la proibizione (il TPNW)

Qui entra in gioco la campagna ICAN. Se riusciamo a convincere le potenze che "usare le armi per primi è sbagliato e illegittimo", abbiamo fatto l'80% del lavoro. Una volta che tutti concordano che non si deve sparare per primi, il passo successivo è ovvio: 'Ma allora, se nessuno spara per primo, a cosa ci servono queste migliaia di testate costose e pericolose?'

In sintesi, il NFU è il nostro "cavallo di Troia" per il disarmo.

Il No First Use sembra una regola solo cautelativa, ma in realtà toglie l'ossigeno alla logica della guerra. Se togliamo alle atomiche la loro aura di "difesa necessaria", restano solo quello che sono veramente: strumenti di sterminio che non hanno posto nel futuro.

Ma la campagna ICAN può credere "annacquata" la sua ragione fondamentale. Come fugare questo dubbio?

La preoccupazione sopra citata è oggi meno forte che in passato, dopo che vi sono state recenti dichiarazioni ai massimi livelli dirigenziali sulla necessità che la NATO adotti il principio. Ma vanno studiati degli accorgimenti per tamponare questa inquietudine, che va presa sul serio. Ecco tre modalità. 1)  ICAN può usare la proposta NFU cinese per forzare gli altri Stati del P5 (USA, Russia, UK, Francia) a giustificare perché mantengono l'opzione del "First Use". 2)  La Campagna può sostenere che il rifiuto di negoziare un trattato NFU è una violazione dell'obbligo di disarmo in buona fede.Quello che il TNP prevede sia all'art. 4 che all'art. 6. 3) Possiamo infine presentare il NFU non come una destinazione finale, ma come una misura di risk reduction necessaria per creare lo spazio politico verso l'adesione al TPNW.

Ecco alcune raccomandazioni che potremmo avanzare per la Conferenza di Riesame ("action points")

Il Working Paper dovrebbe invitare gli Stati Parte del TPNW a:

  1. accogliere formalmente le proposte di "No First Use" presentate in sede P5 come passi necessari per la riduzione del rischio nucleare.
  2. dimostrare flessibilità per chiedere coerenza alle potenze nucleari: se uno Stato (come la Cina) propone il NFU, dovrebbe essere invitato a partecipare come osservatore al TPNW per allineare la sua dottrina alla proibizione totale.
  3. attrezzarsi per mappare il rischio: chiedere uno studio sull'impatto umanitario del "First Use" nelle attuali dottrine militari, usando i dati ICAN per confutare la logica della deterrenza.
  4. modificare il TPNW creando una categoria speciale di "Transitioning Partners": servirebbe a rompere il muro contro muro tra chi possiede l'atomica (e i suoi alleati sotto l'ombrello nucleare) e chi ha già messo al bando le armi.
La proposta della creazione, all'interno del TPNW, della categoria speciale di "Stati aderenti transizionali"

La ratio è costruire il "ponte" tra NFU e Abolizione. Attualmente, il TPNW è un trattato "dentro o fuori". Questo spaventa gli Stati che, pur volendo il disarmo, sono legati a trattati di sicurezza (come la NATO o gli accordi di difesa russi/cinesi). Lo Stato "fiancheggiatore" accetta formalmente che l'obiettivo finale è la proibizione (Art. 1 del TPNW), ma ottiene un "Periodo di conversione dottrinale  e materiale". L'adozione del No First Use (NFU) diventerebbe il requisito minimo obbligatorio per entrare in questa categoria.

Ecco le caratteristiche da proporre per la categoria intermedia degli "Stati parte transizionali". Gli impegni immediati potrebbero essere la rinuncia formale al "Primo Uso" e lo stop ai test nucleari.Si stabilirebbe l'obbligo di partecipare alle Conferenze degli Stati Parte (MSP) come osservatori attivi, riportando i progressi sulla riduzione della dipendenza dalle armi nucleari. E si vedrebbero concessi flessibilità temporale: un piano d'azione più lungo per lo smantellamento delle testate o la rimozione di armi altrui dal proprio territorio, anziché i tempi stringenti previsti oggi per i firmatari pieni.

La Campagna ICAN dovrebbe considerare i vantaggi strategici di cui godrebbe sostenendo la proposta.

Favorirebbe lo sgretolamento dei blocchi: permetterebbe a paesi come la Cina (che già propone il NFU) o a membri della NATO (come Norvegia o Germania) di avvicinarsi al Trattato senza un salto nel vuoto immediato. E isolerebbe i "falchi": se la Cina o altri Stati nucleari accettassero lo status di "partner transizionali", chi rimane fuori (es. USA o Russia se rifiutassero il NFU) apparirebbe isolato e radicale.

Modificare il TPNW è una sfida terminologica e legale. Intervenire sul testo è complesso (richiede emendamenti formali). Nel working paper, potremmo suggerire questa soluzione non come modifica immediata del trattato, ma come "Protocollo addizionale" o "Decisione della Conferenza di Riesame". Ovviamente abbiamo tempo per perfezionare la terminologia. In inglese diplomatico, il "partner transizionale" potrebbe suonare meglio ad esempio sotto espressioni come come:

  • "Partner for Nuclear-Free Security" (Partner per la sicurezza libera dal nucleare)
  • "Acceding State under Transitional Arrangements" (Stato aderente sotto regimi di transizione).

L’"Arte della pace": superare la cultura del nemico e affermare la nonviolenza della "Terrestrità"

Webinar in occasione della Giornata Mondiale della Nonviolenza Venerdì 30 gennaio 2026 | Ore 18:00 - 20:00

Link per partecipare su piattaforma Zoom:

https://us06web.zoom.us/j/82708251701?pwd=8rUeQO3ogdDsUOeXf4EKihwBSNC5SJ.1

Il 30 gennaio, anniversario del sacrificio di Mahatma Gandhi* (vedi sotto: l'assassinio di Gandhi e la separazione tra India e Pakistan), il mondo si ferma per riflettere sul potere della nonviolenza. In questa giornata, istituita dall'UNESCO come momento di educazione alla pace, i Disarmisti esigenti propongono una riflessione audace: la pace non è un’aspirazione passiva, ma una scienza strategica.

Prendendo ispirazione dall'opera del sociologo nonviolento Alberto L’Abate, intitolata "L'Arte della pace", esploreremo il ribaltamento del classico di Sun Tzu: se l'Occidente è spesso prigioniero dello schema "amico-nemico", l’eredità di Gandhi e la saggezza orientale ci offrono le basi per una vero progetto politico disarmista, capace di elevare la nonviolenza a strategia operativa globale.


PROPOSTA DI MASSIMA RIGUARDO AL WEBINAR IN VIA DI DEFINIZIONE E  DI VERIFICA PER ARGOMENTI E RELATORI

1. Visione e Obiettivi

Vogliamo trasformare la percezione della pace da "ideale utopico" a strumento concreto di gestione dei conflitti:

  • Superare il mito della passività: dimostrare che la nonviolenza richiede un rigore e una pianificazione strategica superiori a quelli militari.

  • Sintesi strategica: unire la Satyagraha (la forza della Verità) di Gandhi con i principi del "vincere senza combattere" di Sun Tzu.

  • Rigenerazione politica: applicare le lenti sociologiche di Alberto L’Abate alle tensioni geopolitiche contemporanee.


2. Programma di massima del Webinar (in via di definizione)

  • 18:00 – Apertura: Il seme della Nonviolenza poietica per la Terrestrità. Alfonso Navarra introduce la figura di Gandhi e il significato profondo della Giornata Mondiale nel contesto attuale. La ricerca dell'alternativa di giustizia sociale ed ecologica al genocidio programmato della deterrenza nucleare.

  • 18:20 – La teoria. Ribaltare Sun Tzu. Focus sul pensiero di Alberto L'Abate: come trasformare la strategia militare in un’architettura di pace. Nome proposto del relatore (in attesa di sua conferma): Tonino Drago.

  • 18:35 – La cultura. Oltre il Nemico. Luigi Mosca analizza il pensiero strategico cinese e la via per trasformare l'antagonista in un partner cooperativo.

  • 18:50 – La diplomazia. Unire il Mondo. Paola Paesano (nome da confermare) interviene sul possibile ruolo della diplomazia cinese nel progetto della "Costituzione della Terra".

  • 19:05 – La pratica di lotta. Le "armi" della Pace. Daniele Barbi presenta le campagne dei pacifisti tedeschi e dei "Disarmisti Esigenti": esempi vivi di azione nonviolenta oggi.

  • 19:20 – La comunicazione. Connettere i cuori con le menti per la pratica di una mitezza non ingenua. Paola Russo (da confermare)

  • 19:35 - Spazio al Dialogo. Domande del pubblico e dibattito aperto.

  • Dalle 20:00 in poi – Conclusioni. Sintesi finale e impegni futuri a cura dei relatori.


3. I pilastri del confronto: Sun Tzu vs. Alberto L'Abate

Il webinar metterà in luce tre analogie fondamentali per una nuova dottrina della pace:

  1. L’Intelligenza  associata al Cuore: se per Sun Tzu è essenziale "conoscere il nemico", per la nonviolenza, la cui strategia - radicata nel rispetto della Vita universale - trasforma i nemici in amici,  è vitale la Satyagraha: comprendere le ragioni dell'altro per trovare una verità comune.

  2. L’Eccellenza più alta: Sun Tzu insegna che vincere senza combattere è l’apice dell’abilità. Bisogna agire per garantire i propri interessi senza possibilmente arrivare al confronto bellico. L’Abate traduce questa intuizione nella capacità di risolvere il conflitto prima che diventi distruzione.

  3. Sostenibilità delle risorse: mentre la guerra consuma e logora, la strategia della pace costruisce capitale sociale e fiducia, garantendo una stabilità duratura nel tempo.


"La nonviolenza è la più grande forza a disposizione dell'umanità. È più potente della più potente arma di distruzione che l'ingegno dell'uomo abbia mai inventato." – Mahatma Gandhi

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UN ARTICOLO DI ESTREMO INTERESSE SULLA DOTTRINA STRATEGICA NUCLEARE CINESE USCITO SU AVVENIRE DEL 24/1/2026

    Estratti dall'articolo:

(La Cina), in concomitanza con la diffusione della nuova Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti, ha recentemente pubblicato un "Libro Bianco sul controllo degli armamenti nella nuova era". (...)

Un ruolo centrale è riservato all'arma nucleare: Pechino tende volontariamente a collocarsi nella categoria dei "possessori minori" (...). Anche sul piano dottrinale, oltre che su quello quantitativo delle testate, Pechino mantiene un atteggiamento moderato. (...) Un elemento qualificante della sua dottrina è l'adesione al principio del "non primo uso": Pechino è l'unica tra le P5 ad essersi impegnata in questo senso. Se tutti gli Stati nucleari adottassero questo principio, una guerra nucleare sarebbe, di fatto, impossibile. (...)

Il nuovo Libro Bianco cinese rafforza il NFU con una proposta concreta: la negoziazione di un trattato tra le cinque potenze nucleari che sancisca un impegno reciproco a non essere le prime a utilizzare l'arma atomica. (...)

La Cina, tuttavia, rimane uno dei pochi Paesi a non aver ratificato il Trattato CTBT che vieta gli esperimenti nucleari, pilastro fondamentale dell'architettura di sicurezza globale. (Inoltre) Pechino non ha impedito che la Corea del Nord si dotasse dell'arma nucleare...(...).

Il Libro Bianco cinese elogia a più riprese il ruolo delle Nazioni Unite e i valori del multilateralismo, indicati come la via maestra per rafforzare la sicurezza internazionale e la stabilità strategica. In questo modo Pechino contrappone un approccio "politicamente corretto" a quello che definisce l'"egemonismo" e l'"unilateralismo degli Stati Uniti. La Cina si propone invece come sostenitrice dell'attuale regime internazionale di controllo degli armamenti, imperniato sull'ONU.  Rivendica di interpretare le posizioni dei Paesi del Global South, la cui crescente autonomia in materia di sicurezza e sviluppo globale Pechino mira a intercettare - e forse a guidare.

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L’arte della pace di Alberto L’Abate - recensione del libro a cura di Angela Dogliotti Marasso del Centro Sereno Regis

Pubblicato il 7 Gennaio 2015

L’ultima fatica di Alberto L’Abate è un agile volume pubblicato nei Quaderni Satyagraha dal Centro Gandhi di Pisa: "L’arte della Pace.

Il titolo si ispira, capovolgendone l’obiettivo, ad un celebre testo di 25 secoli fa, scritto dal generale Sun Tzu, L’arte della guerra. Ma che cosa c’entra l’arte della guerra con l’arte della pace e la prevenzione dei conflitti? Secondo l’autore c’entra molto, “perché molte delle lezioni di questo comandante, influenzato anche dal pensiero taoista, possono essere trasferite nel campo della lotta e della ricerca della pace” (p.21)

Così L’Abate cerca di tradurre l’esortazione di M.L.King : “Dobbiamo usare le nostre menti per pianificare la pace nello stesso modo rigoroso con il quale finora abbiamo pianificato la guerra” (p.15), utilizzando alcuni dei principi del generale Sun Tzu, talvolta con modalità e finalità opposte, per poterli mettere in atto anche nelle lotte nonviolente. Tra questi, basti ricordare l’importanza del coraggio, dei principi del judo, che usa la violenza dell’avversario per fargli perdere l’equilibrio, oppure dello spiazzamento e del vincere con la forza della convinzione e dell’amore, anziché con le armi (“vincere evitando di combattere”).

Ma dopo queste premesse il testo entra nel vivo della prevenzione dei conflitti armati, sulla base di una profonda convinzione: occorre superare il pregiudizio della violenza come destino necessario e inevitabile del genere umano, della natura e della storia.
Partendo, infatti, dal punto fermo posto, su questo annoso dibattito, dalla Dichiarazione di Siviglia del 1986, che argomenta la tesi della violenza come prodotto socio-culturale, l’autore cita molti altri studi più recenti, come i lavori di Piero Giorgi o la scoperta dei neuroni specchio , che confermano questa tesi e supportano la convinzione della guerra come processo non ineluttabile, ma che si può contrastare e superare.

Si tratta di predisporre strumenti capaci di raggiungere questo obiettivo, anche sulla base di molte esperienze maturate in questi anni, dal basso (come i Volontari di Pace in Medio Oriente, o i Nonviolent Peace Corps, per citarne solo alcuni), o dall’alto (come l’Agenda per la Pace di Boutros- Ghali), o di campagne vittoriose come quella contro le mine anti-uomo, che è riuscita a unire gli sforzi di ONG e di governi ben disposti.

In fatto di prevenzione, L’Abate ricorda poi la distinzione tra prevenzione primaria del peacebuilding (costruzione della pace, che ”implica il dar vita a società meno violente delle attuali, lavorando all’eliminazione delle cause profonde della violenza nelle società”), prevenzione secondaria del peacekeeping (mantenimento della pace, con creazione di zone cuscinetto demilitarizzate, interposizioni…) e prevenzione terziaria del peacemaking (edificazione della pace, con azioni diplomatiche per giungere ad un cessate il fuoco, attività di mediazione e riconciliazione…)

Ma come fare concretamente prevenzione dei conflitti armati? Qui L’Abate analizza i vari tipi di azione che si possono mettere in atto, dalla segnalazione precoce alla diplomazia preventiva e alle ambasciate di pace (come quella che lo stesso L’Abate aprì in Kossovo), fino alla costituzione dei Corpi Civili di Pace, che rappresentano la proposta politica più articolata e matura messa in campo dai movimenti nonviolenti in questi anni.

Qui l’autore si sofferma ad analizzare il dibattito sui diversi approcci indicati da Galtung e sulla loro conciliabilità: il primo consiste nel ruolo del CCP a intervenire in un conflitto con un’assistenza tecnica, volta a riequilibrare il conflitto; il secondo consiste nell’approccio del CCP come “seconda parte”, cioè come parte che interviene per combattere a fianco degli oppressi; il terzo è l’approccio da “terza parte” equi-vicina, che interviene con lo scopo di ridurre la violenza e favorire dialogo e riconciliazione tra i confliggenti.

Nel capitolo su negoziazione e mediazione dei conflitti L’Abate presenta un’efficace sintesi dei principali indirizzi teorici presenti. Nel campo della negoziazione ne individua tre:

  • quello di R.Fisher e W.Ury, basato sulla quattro premesse fondamentali (distinguere le persone dai problemi; mettere al centro non le posizioni ma gli interessi e i bisogni delle parti; sviluppare diverse opzioni di mutuo beneficio prima di giungere all’accordo, costruire l’accordo sulla base di criteri oggettivi e condivisi di equità);
  • quello di Galtung , basato sull’analisi del conflitto visto come un triangolo (atteggiamenti, comportamenti, contraddizione), sul quale intervenire sostituendo empatia a sfiducia e rancore, comunicazione e lotta nonviolenta ai comportamenti violenti, creatività allo scontro originato dalle contraddizioni;
  • quello di Pat Patfoort che, partendo da una teoria delle radici della violenza nel modello M-m (maggiore –minore), propone l’approccio dell’ equivalenza (E-E), per trasformare i conflitti in modo nonviolento.

Nel parlare di mediazione L’Abate mette in luce non solo il ruolo delle terze parti esterne, ma anche quello che si potrebbe definire delle “terze parti interne”, cioè quelle che Galtung chiama “l’Altro in Sé” e il “Sé nell’Altro”, cioè “ quelle persone , in ambedue i campi avversi, che pur facendo parte di uno dei due contendenti, non si identificano con la politica portata avanti dalla propria parte e cercano accordi con i loro corrispondenti nel campo avverso” (p.87) Un esempio di questo tipo di ruolo è quello svolto dalle Donne in nero in Israele, che da anni lottano con le donne palestinesi per una politica di pace.

Nella parte sulla riconciliazione L’Abate ricorda l’esperienza della giustizia rigenerativa realizzata in Sudafrica dalla Commissione per la Verità e la Riconciliazione e altre esperienze analoghe volte a superare il paradigma della giustizia puramente retributiva.
Ma tutti questi percorsi richiedono un cambiamento nella cultura profonda, per orientarla alla nonviolenza, alla capacità di fare scelte coraggiose nel senso della giustizia e della pace, a disobbedire, quando necessario, a strutture di violenza e di morte, cioè richiedono un impegno forte nell’educazione alla pace e nel superamento del modello tradizionale di difesa, in favore di una difesa civile, popolare e nonviolenta, con adeguate strutture di sostegno e formazione, come potrebbero essere il Ministero per la Pace e l’Istituto di ricerca per la Pace proposti anche nella recente Campagna promossa dai movimenti nonviolenti per una difesa civile e non armata.

Un testo che raccoglie dunque le riflessioni e le esperienze di una vita, la vita dell’autore ma anche dei movimenti nonviolenti nei quali da sempre ha profuso energie e impegno.
Un testo che in copertina, con un quadro dell’artista quacchero Edward Hicks, significativamente richiama quel regno della pace di biblica memoria, nel quale “il lupo dimorerà con l’agnello, la pantera si sdraierà accanto al capretto….il bambino metterà la mano nel covo di serpenti velenosi. Non agiranno più iniquamente né saccheggeranno il mio santo monte, perché la saggezza del Signore riempirà il paese come le acque ricoprono il mare” (Isaia, 11,6/9)

Angela Dogliotti Marasso

vai al sito gandhiedizioni.com

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*Il sacrificio di Gandhi e la nascita di due Nazioni - India e Pakistan - l'un contro l'altra armate

1. L’assassinio (30 gennaio 1948)

Il 30 gennaio 1948, nel giardino della Birla House a Nuova Delhi, il Mahatma Gandhi venne ucciso con tre colpi di pistola. L’attentatore era Nathuram Godse, un nazionalista indù radicale. Gandhi, simbolo mondiale della nonviolenza, aveva guidato l'India all'indipendenza dal Regno Unito (ottenuta nel 1947) attraverso decenni di disobbedienza civile e lotte politiche con il Partito del Congresso.

2. La causa: la "Partizione" dell'India

Il conflitto che portò all'omicidio affondava le radici nella fine dell'Impero britannico. Nel 1947, l'impossibilità di mediare tra la maggioranza indù e la minoranza musulmana portò alla "Partizione":

  • L’India: a maggioranza indù.

  • Il Pakistan: diviso allora in Pakistan Occidentale e Pakistan Orientale (oggi Bangladesh), per i musulmani.

(Godse accusava Gandhi di essere stato troppo conciliante con i musulmani e di aver permesso la separazione del Pakistan, considerandola un "tradimento". Dopo la cattura immediata e un rapido processo, Godse fu condannato a morte e impiccato nel 1949).

3. Una tragedia umanitaria senza precedenti

La divisione dei confini, decisa frettolosamente dai britannici, scatenò il caos:

  • Migrazioni di massa: Oltre 10 milioni di persone si spostarono in direzioni opposte per raggiungere il Paese corrispondente alla propria fede.

  • Violenze atroci: Gli scontri tra indù, sikh e musulmani si trasformarono in una sorta di "genocidio reciproco", causando circa 3 milioni di morti. Fu una delle migrazioni più violente e disordinate della storia moderna.

4. L’eredità oggi: tensioni mai risolte

L'inimicizia tra India e Pakistan e i conflitti religiosi interni rimangono ferite aperte.

  • Il culto di Godse: negli ultimi anni, la figura dell'assassino di Gandhi è stata rivalutata dai nazionalisti indù più fanatici.

  • La politica attuale: il governo di Narendra Modi (BJP si chiama il partito al potere) è spesso accusato di alimentare il nazionalismo indù attraverso leggi controverse, come la riduzione dell’autonomia del Kashmir o norme sulla cittadinanza che penalizzano la minoranza musulmana.

(Immagine creata da IL POST)

22 gennaio 2026 - TNPW 5 anni dall'entrata in vigore

 

Webinar |

5 anni di TPNW: come sottrarsi ad un genocidio programmato.

Le vie del Disarmo di fronte alle crisi globali nel 2026.

Data: mercoledì 22 gennaio 2026 Promosso da: Disarmisti Esigenti

dalle ore 19:00 alle ore 21:00

Link per collegarsi:

https://us06web.zoom.us/j/86727209364?pwd=6TWsom1fbngWzZjvmWDhLA7aN9x9Hq.1

Introduzione: Alfonso Navarra, Daniele Barbi, Luigi Mosca

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In questa pagina web trovi materiale relativo al webinar così strutturato: 

1) introduzione al webinar e piattaforma strategica dei Disarmisti esigenti

2) materiale informativo tratto dal sito ufficiale www.icanw.org (come puoi fermare le armi nucleari con ICAN, gestire l'ansia nucleare, 10 cose che devi sapere sulle armi nucleari)

3) dati e valutazioni su quanto pesano in termini di popolazione e di PIL i 74 Stati che hanno ratificato il TPNW

4) il problema urgente del rinnovo del NEW START, che scade il 5 febbraio 2026

5) invito a collaborare con il progetto di lavoro dei Disarmisti esigenti

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1) introduzione al webinar e piattaforma strategica dei Disarmisti esigenti

1. L'anniversario: il TPNW come ancora giuridica

Il 22 gennaio 2026 celebriamo il quinto anniversario dell'entrata in vigore del TPNW (Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari). Questo strumento non è solo una norma tecnica, ma una scelta etica: dichiara le armi atomiche illegali e moralmente inaccettabili.

Il Trattato trasforma la politica della forza in politica del diritto e della cura. Ci insegna che la sicurezza non nasce dalla minaccia (deterrenza), ma dalla cooperazione pacifica e dalla salvaguardia della vita e della natura. Disarmare non significa solo smantellare testate, ma risanare i pensieri e il pianeta.

il 2026 segnerà un momento storico con la prima Conferenza di Riesame del Trattato, che si terrà dal 30 novembre al 4 dicembre nella sede delle Nazioni Unite, New York. La conferenza sarà presieduta dal Sudafrica.

Il numero degli Stati che hanno aderito al TPNW è cresciuto costantemente, riflettendo una volontà globale che si contrappone alla logica del riarmo.

Ecco i dati aggiornati a questo gennaio 2026:

  • Stati che hanno adottato il Trattato nel 2017 : 122
  • Stati che hanno ratificato: 74
  • Stati che hanno firmato: 95 (di questi 21 non hanno ancora ratificato)
  • Stati che sono stati formalmente, all'interno di queste 3 categorie (adozione, firma, ratifica), coinvolti: 135

Questi numeri sono fondamentali perché dimostrano che:

  1. La maggioranza del mondo è per il disarmo: quasi la metà dei membri dell'ONU ha già intrapreso passi formali verso il Trattato.
  2. L'isolamento delle potenze nucleari: nessuno dei nove Stati possessori di armi nucleari (USA, Russia, Cina, Francia, Regno Unito, India, Pakistan, Israele e Corea del Nord) né i membri della NATO hanno ancora aderito, evidenziando quella "disinvoltura nel violare il diritto internazionale" di cui andremo più avanti a parlare.
  3. Il ruolo del Sud Globale: l'Africa, l'America Latina e il Sud-est asiatico sono i motori trainanti di questa rivoluzione giuridica ed umana.

2. La premessa: la deterrenza è un "genocidio programmato"

Di tutti i problemi che l'umanità ritiene di dover affrontare, forse questo è il più sottovalutato, sicuramente il meno attenzionato dai media, eppure è l'unico capace di annullare tutti gli altri in pochi minuti.

Dobbiamo avere il coraggio di chiamare la deterrenza con il suo vero nome: un genocidio programmato. Mantenerla significa accettare l'idea che, in nome della "sicurezza", sia legittimo tenere in ostaggio miliardi di civili e l'intero ecosistema planetario, pronti a scatenare una distruzione indiscriminata che non lascerebbe né vincitori né vinti.

Perché è il problema più sottovalutato?

  1. L'assuefazione al rischio: viviamo sotto l'ombrello atomico da decenni. Questa "pace armata", conservata anche per circostanze fortunate, ha generato l'illusione che l'arma nucleare non verrà mai usata, rendendoci ciechi di fronte al fatto che ogni giorno di deterrenza è un giorno di scommessa sulla fine del mondo.
  2. La delega tecnologica: oggi, con l'integrazione dell'AI e dei missili ipersonici, la decisione di scatenare questo "genocidio" potrebbe sfuggire persino al controllo umano, affidata ad algoritmi che non conoscono il valore della vita o della sofferenza.
  3. L'ingiustizia strutturale: mentre le risorse umane e scientifiche vengono investite per "ammodernare" la morte, sottraiamo fondi vitali alla dignità sociale, allo sterminio per fame, alla cura dei corpi e delle anime, alla crisi climatica.

3. Lo scenario: un'emergenza tecnologica e politica

La sfida nucleare del 2026 è profondamente diversa da quella del passato. Siamo di fronte a un ammodernamento degli arsenali alimentato da:

  • Progressi tecnologici: sistemi ipersonici, miniaturizzazione e IA che corrono più veloci della diplomazia.
  • Conflitti interconnessi: una "guerra mondiale a pezzi" che rischia di saldarsi in un unico scontro generale.
  • Crisi del diritto: un crescente disprezzo per le regole internazionali nate dopo la Seconda Guerra Mondiale.

4. Obiettivi del webinar: fare il punto

Non parleremo solo di principi, ma di pratiche concrete attraverso tre direttrici:

  • Stato dell'arte del TPNW: analisi dei progressi compiuti e delle resistenze dei paesi nucleari.
  • Il nodo delle crisi locali: focus particolare sulla crisi iraniana e sui conflitti in Ucraina e Africa. Come impedire che diventino pretesti per nuove corse agli armamenti e focolai per un incendio globale?
  • Società civile e istituzioni: promuovere l'indignazione e trasformarla in pressione politica per imporre il disarmo come unica via per "preparare la pace".

5. Le proposte dei Disarmisti esigenti

In vista della prossima Conferenza degli Stati Parte del TPNW, presenteremo le nostre proposte centrali, alla cui base sta una visione di "nonviolenza poietica" e la "strategia di trasformare i nemici in amici":

  1. Collegamento ICAN - NFU: sinergia tra la campagna per il trattato di proibizione e le politiche di No First Use (Non Primo Utilizzo).
  2.  Rinnovo del New Start che scade il 5 febbraio 2026
  3. Helsinki 2: rilanciare un grande processo di sicurezza e cooperazione europea.
  4. WMDFZ in Medio Oriente: sostegno alla creazione di una Zona libera da armi di distruzione di massa.
  5. Stop agli Euromissili: una mobilitazione urgente contro il ritorno dei missili a medio raggio in Europa.
  6.  Costituzione della Terra

"Dobbiamo scegliere: o ammoderniamo la nostra capacità di cooperare, o l'ammodernamento e il potenziamento delle armi ci porterà al punto di non ritorno. Vi aspettiamo per riflettere insieme su come agire per invertire la rotta.

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Verso la Conferenza di riesame del TPNW

Piattaforma strategica dei "Disarmisti esigenti"

Basata sulla Nonviolenza poietica e la Strategia della trasformazione dei conflitti dall'antagonismo alla cooperazione

Premessa: la Nonviolenza poietica

La nostra proposta non si limita alla protesta, ma mira alla poiesis (innovazione fattiva e creativa): costruire attivamente le condizioni per un mondo libero da armi nucleari. La strategia di "trasformare i nemici in amici" non è utopia, ma l'unica via pragmatica per evitare l'annientamento reciproco in un'era di tensioni multipolari.

1. Sinergia ICAN - NFU: dalla proibizione alla de-escalation

Mentre il TPNW rappresenta l'obiettivo finale (la proibizione totale), le politiche di No First Use (NFU - Non Primo Utilizzo) rappresentano il gradino intermedio necessario per disinnescare il rischio di un conflitto accidentale o preventivo.

  • Azione: chiediamo che gli Stati Parte del TPNW esercitino pressione diplomatica sulle potenze nucleari affinché adottino formalmente dottrine di NFU.
  • Logica: la sinergia tra la forza morale dell'ICAN e la pragmatica della NFU permette di parlare anche agli Stati sotto l'ombrello nucleare, offrendo loro una "via d'uscita" per ridurre la dipendenza dalle testate senza attendere il disarmo totale immediato.

2. Rinnovo NEW START in scadenza il 5 febbraio 2026

Abbiamo aggiunto come proposta urgente il rinnovo del NEW START, l'ultimo grande trattato di controllo degli armamenti nucleari tra Stati Uniti e Russia: limita il numero di armi strategiche dispiegate e prevede ispezioni e scambi di dati per verificare il rispetto degli impegni. È in vigore dal 2011 ed è stato prorogato fino al 2026, con scadenza appunto in febbraio (5 febbraio 2026), anche se la Russia ne ha sospeso l'applicazione nel 2023.

3. Helsinki 2: un nuovo sistema di sicurezza comune

Rilanciare il processo della Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa (CSCE) del 1975 è fondamentale per superare l'attuale logica di blocco.

  • Azione: proposta di una "Helsinki 2" per ridisegnare l'architettura della sicurezza europea, basata sulla fiducia reciproca e non sulla deterrenza.
  • Logica: trasformare i nemici in amici significa creare tavoli di cooperazione dove le preoccupazioni di sicurezza di ogni parte siano ascoltate, neutralizzando la necessità di un'espansione militare permanente.

4. WMDFZ in Medio Oriente: una Zona libera da armi di distruzione di massa

Il Medio Oriente rimane una delle aree a più alto rischio di proliferazione.

  • Azione: supporto incondizionato alla creazione di una WMDFZ (Weapon of Mass Destruction Free Zone) nell'area mediorientale.
  • Logica: questa proposta, già discussa in ambito ONU, deve diventare una priorità del TPNW. Una zona denuclearizzata in Medio Oriente sarebbe il più grande esperimento di "nonviolenza poietica" applicata a una regione martoriata dal conflitto.

5. Stop agli Euromissili: emergenza mobilitazione

Il ritorno dei missili a medio raggio in Europa (post-INF) ci riporta agli anni più bui della Guerra Fredda.

  • Azione: lancio di una mobilitazione urgente contro l'installazione di nuovi sistemi missilistici sul suolo europeo.
  • Logica: la "poietica" del disarmo richiede atti concreti di rifiuto. L'Europa deve tornare a essere un continente di pace e non un poligono di tiro per le superpotenze. La resistenza all'installazione di nuovi euromissili è il primo passo per una difesa civile e nonviolenta del territorio.

6. Verso la Costituzione della Terra

L'obiettivo ultimo è la transizione verso un ordinamento giuridico globale che riconosca sia l'Umanità come insieme sia la Natura quali soggetti di diritto.

  • Azione: promozione del progetto di una Costituzione della Terra.
  • Logica: se il TPNW è lo strumento per proibire la morte atomica, la Costituzione della Terra è lo strumento per garantire la vita planetaria. Essa fornisce il quadro istituzionale necessario per gestire le sfide globali (nucleare, clima, disuguaglianze) sottraendole alla logica della sovranità armata dei singoli Stati.

Conclusione

Presentiamo queste proposte non come semplici richieste di disarmo, ma come frammenti di un nuovo mondo possibile. Trasformare i nemici in amici significa riconoscere che la sicurezza dell'uno non può essere costruita sulla vulnerabilità dell'altro. Il TPNW è il cuore pulsante di questa nuova architettura di pace.

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2) materiale informativo tratto dal sito ufficiale www.icanw.org

dal sito ufficiale ICAN www.icanw.org - HOME PAGE

Come puoi fermare le armi nucleari.

Puoi aiutare a porre fine alle armi nucleari. Per 80 anni, il mondo ha vissuto sotto l'ombra delle armi nucleari e orail rischio di uso di armi nucleari è il più alto degli ultimi decenni. Le minacce nucleari e altri comportamenti sconsiderati da parte degli stati dotati di armi nucleari stanno aumentando il rischio che un conflitto degeneri in una catastrofe globale. Ma non deve per forza andare così. Insieme, possiamo compiere azioni significative per liberare il mondo da queste armi di distruzione di massa.

(Se vuoi unirti subito al movimento, iscriviti qui.)

1. Non farti prendere dal panico

Prima di tutto, non farti prendere dal panico. Se provi una profonda ansia riguardo alla guerra nucleare, consulta la nostra guida su come gestire l'ansia nucleare prima di fare qualsiasi altra cosa. Se quello che vuoi ora sono strumenti per agire, allora siamo con te! Ecco altri quattro passaggi che puoi compiere per fare la differenza.

2. Sostenere il nostro movimento per vietare le armi nucleari donando o aderendo

Porre fine alle armi nucleari è una battaglia che possiamo e vinceremo insieme, ma richiederà azioni a lungo termine a molti livelli diversi. La tua donazione contribuisce a dare energia al nostro movimento globale. Quindi iscriviti qui sotto per ricevere aggiornamenti, ispirazione e opportunità per agire.

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DISARMARE IL MILITARISMO, RESISTERE ALLA GUERRA: LE GIORNATE DI PACE A BARCELLONA DELLA WAR RESISTERS INTERNATIONAL

Il Centre Delàs ospita l'incontro annuale di War Resisters' International, dal 27 al 29 novembre a Barcellona

sintesi del resoconto

(Nell'occasione consigliamo, a chi ancora non lo abbia fatto, di andare a sottoscrivere online la dichiarazione di obiezione alla guerra. Il testo dell'appello è in fase di revisione, per aggiornamenti e con il contributo di giuristi vicini al movimento pacifista, per risolvere alcuni dubbi giuridici relativi alla sua formulazione. Le modifiche sottoposte ad aggiornamento di contesto e a verifica legale sono evidenziate in blu.  https://www.petizioni.com/obiezione_alla_guerra_e_al_servizio_militare_impegno_per_la_difesa_nonviolenta

Ricordiamo ancora il webinar organizzato per il 21 dicembre, dalle ore 18:00 alle ore 20:00, sui rapporti intrecciati di giornalismo di pace e comunicazione nonviolenta.  Link per partecipare: https://us06web.zoom.us/j/89184728319?pwd=3nmj7ek4bfoliaZ3fIxeGr54ICzUjb.1 )

L'evento ha riunito dal 26 al 29 novembre attivisti da tutto il mondo con l'obiettivo non solo di opporsi alle armi, ma di smantellare le logiche di potere e paura che alimentano i conflitti, proponendo la nonviolenza e la cura reciproca come alternative urgenti alla normalizzazione della guerra.

1. Testimonianze dai fronti di guerra

I momenti più significativi hanno riguardato le voci dirette dai contesti di crisi:

  • Russia (Artem Klyga): denuncia il soffocamento delle libertà civili sotto Putin, dove l'obiezione di coscienza è considerata tradimento. La resistenza si manifesta attraverso il supporto legale ai disertori e forme di "resistenza passiva".

  • Palestina (Ali Awad e Rawan Mahmoud): raccontano la resistenza come "permanenza sulla terra" contro la violenza dei coloni e denunciano l'impatto ambientale della guerra a Gaza (distruzione di uliveti e acque), definendo l'occupazione come un "estrattivismo violento".

  • Punti comuni: Il dialogo tra attivisti russi, israeliani e palestinesi ha ribadito che disertare è un atto di pace e l'unico modo per spezzare il ciclo della violenza è il rifiuto comune di imbracciare le armi.


2. I pilastri strategici (tre Gruppi di Lavoro)

L'analisi si è articolata su tre aree critiche:

  • Clima e militarismo: è stata lanciata la campagna "Decarbonizzare per Demilitarizzare". Si denuncia che le forze armate globali causano il 5,5% delle emissioni totali, ma sono esentate dagli obblighi di trasparenza. La richiesta è di spostare i fondi bellici (2,7 trilioni di dollari) verso la transizione ecologica.

  • Obiezione di coscienza: la WRI ribadisce la resistenza alla leva obbligatoria e alla militarizzazione tecnologica. Il focus è rivolto alle crisi del 2026 (Gaza, Ucraina, Sudan) e alle sfide poste dal nuovo governo MAGA negli USA.

  • Nuove tecnologie e sorveglianza: analisi della deumanizzazione della guerra tramite droni e IA, e critica alla militarizzazione delle frontiere attraverso sistemi biometrici contro i migranti.


3. Opposizione alla coscrizione in Europa

La WRI esprime forte allarme per la tendenza europea (es. Croazia, Germania, Paesi Baltici) a reintrodurre la leva obbligatoria o modelli di "difesa totale". Le richieste principali sono:

  1. Garantire il diritto all'obiezione anche in tempo di guerra (criticità segnalate in Ucraina).

  2. Offrire asilo politico ai disertori russi, bielorussi e ucraini.

  3. Fermare il piano di riarmo europeo per destinare le risorse a sanità e istruzione.


4. Programmi e risorse

  • Progetto "New Worlds in Old Shells": Un manuale per costruire infrastrutture di pace all'interno della società attuale.

  • Manuale per campagne nonviolente: Pubblicata la nuova edizione aggiornata.

  • ObjectWar Campaign e rafforzamento della rete di supporto per gli obiettori in Medio Oriente (Turchia), Sud-est asiatico (Myanmar, Thailandia) ed Est Europa.

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DISARMARE IL MILITARISMO, RESISTERE ALLA GUERRA: LE GIORNATE DI PACE A BARCELLONA DELLA WAR RESISTERS INTERNATIONAL

(resoconto completo)

Dal 26 al 29 novembre, La WAR RESISTERS INTERNATIONAL - WRI ha organizzato a Barcellona il suo incontro internazionale intitolato: "Disarmare il militarismo: resistere alla guerra, costruire la pace".  Questo evento ha rappresentato un importante momento di confronto e connessione per la nostra ampia e diversificata rete di attivisti antimilitaristi e pacifisti provenienti da ogni parte del mondo.  L'obiettivo è stato ed è quello di collegare ogni tipo di movimento che resiste alla guerra ma, soprattutto, costruisce la pace.

All’interno di queste giornate, Il 26 novembre, WRI ha svolto la sua riunione annuale del Consiglio. Questo è stato lo spazio per continuare a rafforzare la rete internazionale. Questo incontro a Barcellona non ha riguardato solo l'analisi del mondo in cui viviamo oggi, ma il continuo sforzo per reinventarlo. "Disarmare il militarismo" non significa solo opporsi alle armi, ma smantellare le logiche di potere, paura e dominazione che le sostengono. Significa imparare a rispondere ai conflitti con la nonviolenza, all'insicurezza con la giustizia e la paura con cura reciproca.

In un mondo in cui la guerra è normalizzata, unirsi per immaginare alternative non violente è un atto urgente.

Eventi pubblici

Nelle serate del 27 e 28 novembre siamo stati raggiunti da attivisti provenienti da Palestina, Colombia, Sahara Occidentale, Australia e Russia, che hanno condiviso le loro esperienze di resistenza nei loro contesti e hanno discusso le strategie che adottano per continuare a costruire la pace in un mondo sempre più militarizzato. Questi eventi, aperti al pubblico, si sono tenuti a Pati Manning (Carrer de Montalegre, 7, 08001 Barcellona).

Il 27 novembre i relatori sono stati:

  • Zaira Zafarana (Italia) –
  • Julián Ovalle (Colombia)
  • Jungmin Choi (Corea del Sud)
  • Sergeiy Sandler (Israele)
  • Artem Klyga (Russia)

Il 28 novembre i relatori sono stati:

  • Ali Awad (Palestina)
  • Rawan Mahmoud (Palestina)
  • Mai Shatta (Sudan)
  • Koldobi Velasco (Spagna)

Il 29 novembre è stato proiettato un documentario che ha svelato la violenza all'interno delle caserme dell'esercito statale spagnolo durante il servizio militare obbligatorio: uno sguardo critico e necessario sulle strutture militari che continuiamo a mettere in discussione in un momento in cui la coscrizione è tornata all'agenda in molti paesi del mondo. La proiezione di 'Et faran un home' è stata seguita seguita da una tavola rotonda con la regista del documentario, Joan Torrents, e esperti sull'argomento. Si è tenuta alla Casa Golferichs (Gran Via de les Corts Catalanes, 491, 08015 Barcellona), dalle 10:30 alle 13:30.

La stampa spagnola e i portali specializzati hanno dato risalto alle giornate di Barcellona, principalmente attraverso il coordinamento con il Centre Delàs d’Estudis per la Pau, l'organizzazione locale che ha ospitato l'evento.

Il Centre Delàs è stata la fonte principale per la stampa locale. Nei loro canali puoi trovare i dettagli completi su relatori e tematiche:

Le testimonianze portate dagli attivisti russi e palestinesi durante le giornate della WRI a Barcellona (27-29 novembre 2025) sono state tra i momenti più intensi e politicamente significativi dell'evento, focalizzandosi sulla resistenza diretta in contesti di guerra attiva.

Ecco una sintesi dei contenuti emersi dai loro interventi:

  1. La testimonianza russa: Artem Klyga (Connection e.V.)

Artem Klyga, coordinatore per l'Europa dell'Est, ha portato la voce di chi resiste dall'interno e dall'esterno della Russia alla macchina bellica di Putin. Ha descritto il clima di soffocamento totale delle libertà civili in Russia nel 2025, dove l'obiezione di coscienza è trattata come tradimento. Ha illustrato il lavoro della rete Connection e.V. nel fornire assistenza legale e logistica ai disertori e agli obiettori russi che cercano rifugio in Europa, denunciando le difficoltà burocratiche e la mancanza di visti umanitari per chi rifiuta di combattere. Resistenza invisibile: Ha parlato di come molti russi stiano praticando forme di "resistenza passiva" (nascondersi, sabotare i propri ordini di chiamata) che, seppur meno visibili delle proteste di piazza, stanno erodendo la capacità di mobilitazione dello Stato.

  1. Le testimonianze palestinesi: Ali Awad e Rawan Mahmoud

Ali Awad (attivista di Youth of Sumud) e Rawan Mahmoud hanno portato il racconto drammatico della vita sotto occupazione e durante il conflitto a Gaza. Ali Awad ha spiegato come, nelle colline a sud di Hebron (Masafer Yatta), la resistenza nonviolenta consista nel "rimanere sulla propria terra" nonostante la violenza quotidiana dei coloni e dell'esercito. Ha sottolineato che per i palestinesi l'esistenza stessa è una forma di resistenza. Mahmoud ha focalizzato il suo intervento sull'impatto ambientale della guerra a Gaza (punto centrale della COP30 che si svolgeva in contemporanea). Ha parlato della distruzione deliberata di uliveti, della contaminazione delle falde acquifere e di come l'occupazione utilizzi l'ambiente come arma di guerra. Entrambi i testimoni hanno ribadito che la lotta palestinese non è isolata, ma è il simbolo globale della lotta contro il militarismo e l'estrattivismo, chiedendo agli attivisti europei di passare dalle parole al boicottaggio concreto delle aziende che finanziano l'occupazione.

  1. I punti di contatto: "disertare è un atto di pace"

Un momento di forte impatto emotivo e politico è stato il dialogo tra gli attivisti russi, israeliani (come Sergeiy Sandler) e palestinesi. Il messaggio comune emerso è stato sull’umanizzazione del nemico e sul rifiuto della coscrizione.

Il rifiuto di imbracciare le armi da entrambe le parti di un conflitto è l'unico modo per spezzare il ciclo della violenza.

Le testimonianze palestinesi sulla violenza dei soldati si sono intrecciate con i racconti russi e israeliani sul trauma della militarizzazione forzata, rafforzando la tesi della WRI che la liberazione di un popolo passa anche attraverso il disarmo dei propri oppressori dall'interno.

Il Documentario "Et faran un home"

Queste testimonianze sono state poi collegate, nell'ultima giornata, alla proiezione del film sulla leva obbligatoria in Spagna. Gli attivisti palestinesi e russi hanno commentato come i meccanismi di "deumanizzazione" descritti dai soldati spagnoli degli anni '80 siano gli stessi che vedono operare oggi nei propri territori.

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Altri eventi

Il 27 e 28 novembre, dalle 10:00 alle 16:00, sono state tenute discussioni strategiche a Lafede (Carrer Tàpies su Clima e militarismo, sull'Obiezione di coscienza al servizio militare, sulla Resistenza alle nuove tecnologie al servizio della repressione

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GRUPPO DI LAVORO SU CLIMA E MILITARISMO (30 PARTECIPANTI CIRCA)

Nel gruppo di lavoro sono stati interessante e propulsive le organizzazioni spagnole, che stanno lanciando la Campagna "Decarbonizzare per Demilitarizzare". La campagna è co-promossa da Ecologistes en Acció, Extinction Rebellion Barcelona e il Centre Delàs for Peace Studies con più di 50 organizzazioni e gruppi affiliati: chiede trasparenza e riduzione delle emissioni di gas serra dal settore militare. Sono state presentale le infografiche che espongono gli argomenti e gli obiettivi della campagna promossa.

In questa infografica sull’impronta di carbonio della Spagna, ci si concentra sul fatto che l'esercito (forze armate e industria militare) è un grande consumatore di energia, la maggior parte fossile, e quindi un emettitore di gas serra (GHG). Tuttavia, le forze armate e il settore militare-industriale non sono tenuti a dichiarare le emissioni di gas serra.

Infografia "Decarbonizzare per Demilitarizzare"

Altra infografica che rappresenta le difficoltà attuali e future di approvvigionamento di materiali essenziali per l'industria della difesa. Queste difficoltà di approvvigionamento, date le attuali tendenze belliciste, potrebbero portare a conflitti armati che alimenterebbero ulteriormente la corsa agli armamenti.

Infografica "L'impronta di carbonio militare della Spagna. Emissioni di gas serra del settore militare spagnolo"

L'alternativa è chiara: è necessaria una riduzione radicale della militarizzazione globale, accompagnata dalla trasformazione delle politiche attuali basate sul confronto e dalle minacce alle posizioni basate sulla collaborazione e il dialogo. Questo contribuirebbe agli sforzi per combattere l'emergenza ecologica.

È utile visitare il sito web della Campagna: No alle emissioni militari | Militarismo e crisi ambientale

Il fulcro del messaggio WRI all’interno del gruppo di lavoro è rimasto coerente con la missione storica: il militarismo è un importante fattore di collasso climatico e l’interconnessione è stretta.

Ecco i punti chiave della posizione emersa, con l’occhio rivolto alla COP 30 che si stava in Brasile:

  1. Denuncia delle "Emissioni militari"

La critica principale riguarda il cosiddetto "military emissions gap". Le forze armate globali sono responsabili di circa il 5,5% delle emissioni totali di gas serra, ma non sono ancora obbligate dai protocolli UNFCCC a riportare questi dati in modo trasparente. La WRI e i partner hanno chiesto che le emissioni militari siano incluse obbligatoriamente nei calcoli nazionali.

  1. "Soldi per il clima, non per la guerra"

È stato sottolineato il paradosso della spesa globale, che Ha raggiunto il record di circa 2,7 trilioni di dollari (2.700 miliardi). Questo mentre gli investimenti pro-clima sono cronicamente sotto-finanziati, con difficoltà a raggiungere anche solo una frazione di quella cifra per il fondo Loss and Damage o per l'adattamento dei paesi del Sud globale. La richiesta è quella di reindirizzare i fondi destinati all'industria bellica verso la riparazione dei danni climatici e la transizione ecologica.

  1. Partecipazione al "Vertice dei Popoli"

Parallelamente ai negoziati ufficiali, la WRI e altre organizzazioni hanno partecipato attivamente alla Cúpula dos Povos (Vertice dei Popoli) a Belém. Qui è stato firmato un manifesto che chiede: 1) La demilitarizzazione dei territori, specialmente in Amazzonia, dove la presenza militare è spesso legata all'estrattivismo; 2) La protezione dei difensori ambientali, spesso vittime di violenza paramilitare o statale.

  1. Connessione con i conflitti attuali

Durante la COP30, la posizione antimilitarista e pacifista ha legato la crisi climatica ai conflitti in corso (come a Gaza o in Ucraina), sostenendo che l'occupazione e la guerra sono forme di "estrattivismo violento" che impediscono qualsiasi reale giustizia climatica.

A livello nazionale i vari gruppi si muovono nella stessa direzione: documentare e denunciare le emissioni militari, chiedendo trasparenza sull’inquinamento prodotto dalle attività legata alla preparazione bellica e alle guerre; lottare per indirizzare i fondi nella transizione ecologica stornandoli dalle spese militari; creare alleanze con i gruppi ecologisti radicali contribuendo alle lotte per la protezione dell’ambiente. Anche gli attivisti ecologisti dovrebbero comprendere che le strutture militari impattano negativamente sugli ecosistemi e quindi dovrebbero sostenere le lotte contro i loro insediamenti ed ampliamenti.

IL GRUPPO DI LAVORO SULLA OBIEZIONE DI COSCIENZA (CIRCA 30 PARTECIPANTI)

È stata discussa la posizione generale della WRI, rispetto alle crisi che sta vivendo il mondo contemporaneo. Dovrà tradursi in una dichiarazione politica di alto profilo, che delinei la visione della rete per affrontare le sfide globali emerse nel corso del 2025.

I punti salienti di questa visione, il cui sviluppo è demandato al Consiglio Direttivo, possono essere sintetizzati in cinque pilastri principali:

  1. Intersezionalità della crisi

Si sottolinea che il militarismo non è un fenomeno isolato, ma è strettamente intrecciato con il collasso climatico, gli sfollamenti forzati di popolazioni e la creazione di confini militarizzati. La risposta da proporre è una resistenza "intersezionale", capace di connettere queste lotte diverse sotto un'unica strategia globale.

  1. Condanna del militarismo e delle nuove tecnologie

WRI esprime ed esprimerà profonda preoccupazione per:

  • La coscrizione: la reintroduzione o l'annuncio della leva obbligatoria in Europa e in paesi asiatici (come la Cambogia).
  • Investimenti bellici: la tendenza degli Stati a investire nel riarmo e nella "sicurezza" piuttosto che nella costruzione della pace.
  • Militarismo tecnologico: l'emergere di nuove forme di controllo come la guerra con i droni, la sorveglianza biometrica e il controllo tecnologico delle frontiere, che richiedono nuovi metodi di resistenza.
  1. Focus sui conflitti del 2026

Il testo dovrà identificare alcuni teatri di crisi fondamentali:

  • Gaza: da definire come un genocidio che ha avuto il potere di galvanizzare la resistenza mondiale contro le alleanze militari e la complicità internazionale.
  • Escalation globali: dovranno venir menzionati esplicitamente i conflitti in Ucraina, Sudan e Myanmar.
  • Presidenza Trump: l'esito elettorale negli USA che ha portato al nuovo governo MAGA costituisce una recrudescenza dell'estrema destra e conduce a un rafforzamento delle politiche di sicurezza aggressive.
  1. Il potere della resistenza nonviolenta

Nonostante il pessimismo del quadro globale, la WRI dovrà celebrare l'efficacia dell'azione diretta; in particolare bisognerà citare le flottiglie per Gaza come prove concrete della solidarietà internazionale.

  1. Il Ruolo Strategico della WRI

La missione futura della rete dovrà basarsi su:

  • Solidarietà transnazionale: connettere le voci in "prima linea" (specialmente dal Sud del mondo: Asia, Africa, America Latina) con il resto del movimento.
  • Programma costruttivo: viene data grande importanza alla pubblicazione “New Worlds in Old Shells“, che suggerisce la creazione di infrastrutture di pace e "mondi nuovi" all'interno delle vecchie strutture in decomposizione.
  • Adattabilità: l'obiettivo è trasformare la WRI in un'unione ancora più diversa e inclusiva, capace di imparare dalle esperienze di successo passate per sviluppare nuovi metodi di lotta.
  • Sono stati discussi anche i conflitti in corso che coinvolgono Ucraina, Russia e Bielorussia. È stato suggerito di formare un gruppo di lavoro dedicato per creare uno spazio per risposte pacifiste a questi conflitti e per la condivisione di esperienze. Questa iniziativa completerebbe l'esistente #ObjectWarCampaign, fornendo ulteriore attenzione e coordinamento all'interno della rete.

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IL GRUPPO DI LAVORO SU MILITARISMO E NUOVE TECNOLOGIE (CIRCA 20 PARTECIPANTI)

Oltre ai gruppi su Clima e militarismo e Obiezione di coscienza, il terzo pilastro fondamentale del lavoro strategico è stato il Contrasto alle nuove forme di militarismo (tecnologia e sorveglianza)

Questo gruppo di lavoro si è focalizzato sulla natura mutata dei conflitti moderni, che non riguarda più solo le truppe di terra ma l'integrazione di tecnologie civili e militari. I punti discussi sono stati:

  • Guerra con i droni e IA: l'analisi di come l'automazione dei conflitti stia deumanizzando la guerra e rendendo più difficile l'opposizione politica e morale.
  • Militarizzazione delle frontiere: ll legame tra l'industria bellica e i sistemi di sorveglianza biometrica utilizzati contro i migranti, un tema molto sentito a Barcellona vista l'attività del Centre Delàs su questo fronte.
  • Cyber-militarismo: le strategie per resistere al controllo digitale e alla propaganda bellica online.

L’importanza di questo terzo gruppo sta in questa ricerca delle “nuove forme di resistenza” (mentre l'obiezione di coscienza riguarda il rifiuto individuale e il clima riguarda l'impatto ambientale). Come accennato nel documento politico della WRI del 2025, la rete riconosce che i metodi tradizionali di pacifismo devono evolversi per affrontare una repressione che oggi passa attraverso algoritmi e droni.

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Programmi della WRI

Programma Nonviolenza

"New Worlds in Old Shells" è stato un progetto in corso del Programma Nonviolenza di WRI per quasi dieci anni. Il progetto si è concentrato sullo sviluppo di un “manuale sui programmi costruttivi.

Riprogettazione del Manuale per Campagne Nonviolente Oltre a New Worlds in Old Shells, è stata anche pubblicata una riprogettazione del Manuale per Campagne Nonviolente di WRI. La nuova versione del Manuale è disponibile qui: https://www.lulu.com/shop/war-resisters-international/handbook-for-nonviolent-campaigns-version-2/paperback/product-jeym8g6.html

Programma Diritto di rifiutare di uccidere

Il programma si è concentrato sul rafforzamento del sostegno regionale e internazionale agli obiettori di coscienza (OC) attraverso il coordinamento, l'advocacy e la collaborazione.

Collaborazione e solidarietà internazionale

    • Regione ASEAN: costruire collegamenti regionali più forti attraverso una rete in sviluppo incentrata sull'obiezione di coscienza nel Sud-est asiatico, in particolare in Myanmar e Thailandia.
    • Turchia: la collaborazione in corso con Connection e.V. e Conscientious Objection Watch in Turchia si è concentrata sul rafforzamento dell'advocacy per gli OC. Gli sforzi congiunti hanno incluso attività di lobbying presso le Nazioni Unite e l'organizzazione di eventi pubblici.
    • ObjectWar Campaign: attraverso l'ObjectWar Campaign, espandere sostegno agli OC e ai disertori provenienti da Bielorussia, Ucraina e Russia.
      • In Russia, si sono pubblicamente condannate le continue retate e detenzioni contro gli OC.
      • In Ucraina, si è lavorato a fianco del Movimento Pacifista Ucraino in azioni coordinate ed eventi online.
      • In Bielorussia, si è continuata l'advocacy congiunta con l'organizzazione membra di WRI Our House, concentrandoci sul sostegno agli OC imprigionati.
    • Europa: WRI ha contribuito al rapporto annuale 2025 sulla coscrizione e l'obiezione di coscienza dell'Ufficio Europeo per l'Obiezione di Coscienza (EBCO) e ha contribuito a avviare una dichiarazione della società civile all'Unione Europea in occasione della Giornata Internazionale dell'Obiezione di Coscienza.
  • Nazioni Unite: WRI ha mantenuto un impegno attivo a livello ONU durante tutto l'anno. A luglio 2024, abbiamo co-organizzato un webinar per promuovere il rapporto OHCHR sull'obiezione di coscienza. WRI ha anche continuato gli sforzi di lobbying in diversi spazi ONU.

L’OPPOSIZIONE WRI ALLA REINTRODUZIONE DELLA COSCRIZIONE OBBLIBATORIA IN EUROPA

La War Resisters’ International (WRI) ha assunto una posizione di ferma opposizione rispetto alla tendenza europea di reintrodurre o rafforzare la coscrizione obbligatoria. La rete considera questo fenomeno non come una misura di "sicurezza", ma come una pericolosa regressione verso la militarizzazione della società.

Le posizioni principali della WRI sulla coscrizione in Europa si articolano in tre punti chiave:

  1. Opposizione alla "leva selettiva" e ai modelli ibridi

L’organizzazione antimilitarista esprime allarme per la reintroduzione della coscrizione in diversi paesi europei. La WRI critica i nuovi modelli di reclutamento (come quelli implementati o discussi in Lettonia, Lituania, Svezia e più recentemente in Croazia e Germania):

  • Contro la "difesa totale": la WRI rifiuta l'idea di una "difesa totale" che coinvolga l'intera società civile, vedendola come una forma di indottrinamento militare dei giovani.
  • Critica al modello tedesco: il dibattito in Germania su un "modello svedese" (selezione dei più idonei) è visto come un modo per normalizzare la guerra nel discorso pubblico.
  1. Protezione degli Obiettori di Coscienza

Nel maggio 2025, la WRI ha lanciato un appello congiunto alle istituzioni dell'Unione Europea (insieme a EBCO, IFOR e Connection e.V.) per:

  • Diritto all'obiezione in ogni circostanza: chiedere che il diritto all'obiezione di coscienza sia garantito non solo in tempo di pace, ma anche durante emergenze o mobilitazioni belliche (punto critico, ad esempio, in Ucraina dove nel 2025 la Corte Suprema ha limitato tale diritto).
  • Asilo per disertori e obiettori: WRI preme affinché l'UE offra protezione e asilo politico a chi fugge dal servizio militare obbligatorio in Russia, Bielorussia e Ucraina, denunciando che molti stati membri ancora non garantiscono questo rifugio.
  1. Denuncia del piano "Stop ReArm Europe"

La WRI si scaglia contro l'aumento massiccio della spesa militare europea (il piano da 800 miliardi di euro citato dai movimenti pacifisti). La posizione è che la coscrizione sia lo strumento umano per alimentare una corsa agli armamenti che sottrae risorse vitali a:

  • Giustizia climatica: reindirizzare i fondi per la difesa verso la transizione ecologica.
  • Servizi sociali: Opporsi all'idea che la "resilienza" di una nazione si basi sulla prontezza militare anziché sulla salute e l'istruzione.

Riepilogo dei Paesi citati nel dibattito del 2025

Paese Stato della Coscrizione (2025) Posizione WRI
Croazia Reintrodotta da Gennaio 2025 Ferma condanna della militarizzazione balcanica.
Germania Decisione per modelli di leva selettiva Denuncia del cambio di mentalità verso la guerra.
Ucraina Obbligatoria (con restrizioni all'obiezione) Solidarietà con gli obiettori incarcerati.
Paesi Baltici Rafforzamento della "Difesa Totale" Critica alla pressione sociale sui giovani.

 

A Barcellona con la WAR RESISTERS' INTERNATIONAL per giorni di Pace e Resistenza

La WRI annuncia l'incontro internazionale a Barcellona sul tema: "Disarmare il militarismo: resistere alla guerra, costruire la pace", un punto d'incontro per la nostra vasta e diversificata rete di attivisti antimilitaristi e pacifisti provenienti da tutto il mondo. (post del 24 novembre 2025)

Eventi pubblici

Nelle serate del 27 e 28 novembre l'iniziativa sarà caratterizzata da attivisti provenienti da Palestina, Colombia, Sahara Occidentale, Australia e Russia, che condivideranno le loro esperienze di resistenza nei loro contesti e discuteranno le strategie che adottano per continuare a costruire la pace in un mondo sempre più militarizzato. Questi eventi si terranno a Pati Manning (Carrer de Montalegre, 7, 08001 Barcellona) dalle 18:00 alle 19:30 (entrambi i giorni) e sono aperti al pubblico.

I relatori di giovedì 27 novembre includeranno:

  • Zaira Zafarana
  • Juliano Ovalle (Colombia)
  • Jungmin Choi (Corea del Sud)
  • Sergeiy Sandler (Israele)

I relatori di venerdì 28 novembre includeranno:

  • Ali Awad (Palestina)
  • Rawan Mahmoud (Palestina)

Il 29 novembre sarà proiettato un documentario che svelerà la violenza all'interno delle caserme dell'esercito statale spagnolo durante il servizio militare obbligatorio: uno sguardo critico e necessario sulle strutture militari che continuiamo a mettere in discussione in un momento in cui la coscrizione è tornata all'agenda in molti paesi del mondo. La proiezione di 'Et faran un home' sarà seguita da una tavola rotonda con la regista del documentario, Joan Torrents, e esperti sull'argomento. Si terrà alla Casa Golferichs (Gran Via de les Corts Catalanes, 491, 08015 Barcellona), dalle 10:30 alle 13:30.

Altri eventi

Il 26 novembre, War Resisters' International terrà la sua riunione annuale del Consiglio. Questo sarà uno spazio per continuare a rafforzare la rete internazionale.

Il 27 e 28 novembre, dalle 10:00 alle 16:00, si terranno discussioni strategiche su Clima e Militarismo e sull'Obiezione di Coscienza al Servizio Militare. Gli interessati a partecipare alla riunione annuale del Consiglio del WRI, e/o alle discussioni strategiche, sono pregati di scrivere a di info@wri-irg.org email per ulteriori informazioni.

War Resisters' International e il Centre Delàs d'Estudis per la Pau lavorano insieme dallo scorso anno per organizzare questo incontro, con l'obiettivo di collegare e collegare ogni tipo di movimento che resiste alla guerra ma, soprattutto, costruisce la pace.

Questo incontro a Barcellona non riguarda solo l'analisi del mondo in cui viviamo oggi, ma l'impegno pratico a reinventarlo." Disarmare il Militarismo" non significa solo opporsi alle armi, ma smantellare le logiche di potere, paura e dominazione che le sostengono. Significa imparare a rispondere ai conflitti con la nonviolenza, all'insicurezza con la giustizia e la paura con cura reciproca.

In un mondo in cui la guerra è normalizzata, unirsi per immaginare alternative non violente è un atto urgente.

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https://wri-irg.org/en/form/disarming-militarism-public-even

Per registrarsi agli eventi pubblici delle giornate WRI di Barcellona

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Cosa è la WRI - WAR RESISTERS' INTERNATIONAL

WRI è una rete di organizzazioni pacifiste e antimilitariste. Oltre 90 affiliate in più di 40 paesi diversi lavorano insieme per un mondo senza guerra. Trova qui l'elenco degli affiliati.

Sezioni e organizzazioni associate

Ci sono due modi diversi in cui un'organizzazione può essere membro del WRI: come 'sezione' o come 'associato'. Una sezione è un'organizzazione disposta a firmare la dichiarazione del WRI, secondo cui "La guerra è un crimine contro l'umanità. Sono quindi determinato a non sostenere alcun tipo di guerra e a lottare per la rimozione di tutte le cause di guerra." Un associato è un'organizzazione i cui obiettivi sono coerenti con la dichiarazione, ma per qualche motivo non è in grado di firmare.

La richiesta dei Disarmisti esigenti di diventare "sezione WRI"

Place and date of foundation

I Disarmisti esigenti (www.disarmistiesigenti.org) sono stati fondati a Milano, nel marzo 2014.

Siamo nati come progetto promosso dalla Lega per il disarmo unilaterale insieme alla pubblicazione della traduzione italiana del libro: "Esigete il disarmo nucleare totale!"

Gli autori in Francia erano Stéphane Hessel e Albert Jacquard, in Italia il libro è uscito nel marzo 2014 per i tipi della EDIESSE, con una introduzione curata da Alfonso Navarra, Mario Agostinelli e Luigi Mosca.

L'appello contenuto nel pamphlet fu sottoscritto da un centinaio di personalità, ma i Disarmisti esigenti si caratterizzano nella sostanza come un network di associazioni.

Da segnalare che nella Rete c'è la LOC che è già affiliata WRI. La nostra sede fisica è infatti presso la LOC, in via Mario Pichi 1 - Milano.

Number of members
Il network è composto da una ventina di piccole associazioni e vi è un nucleo attivo di una decina di animatori diffusi anche in Europa. Abbiamo infatti attivisti operanti in Germania e Francia.

Affiliation to other groups, in your country or internationally

Siamo ufficialmente membri ICAN (tra gli affiliati italiani), la Campagna internazionale per l'abolizione delle armi nucleari

Basis of membership

Il sistema di adesione ai DE è informale basato su una dichiarazione. Ma l'adesione già prevede esplicitamente che si condivida il principio WRI: War is a crime against humanity. I am therefore determined not to support any kind of war and to strive for the removal of all causes of war." Motivation for affiliation to WRI".

La principale nostra motivazione per aderire, oltre la sintonia ideale, in termini pratici, è la collaborazione con la Campagna Object War che intendiamo portare avanti puntando in particolare sui contatti con Olga Karatch di Our House (si occupa in particolare degli obiettori russi e bielorussi esiliati in Lituania). La nostra priorità è la denuclearizzazione civile e militare, ma crediamo che bisogni contrastare a monte il rischio nucleare; anche spegnendo i focolai dei conflitti che possono accendere l'incendio generale. La nostra convinzione è che l'obiezione di coscienza antimilitarista sia il metodo più valido per raggiungere l'obiettivo.

Le città aderiscono, dopo che la maggior parte dei paesi a livello mondiale ha firmato il trattato delle Nazioni Unite per la messa al bando delle armi nucleari, rafforzando il suo peso geopolitico

Mentre le potenze nucleari si ostinano ad ignorare il trattato per la messa al bando delle armi nucleari (TPNW), le città si stanno muovendo. Da Parigi a Roma ad Atene, oltre 1.000 comunità stanno sfidando i leader nazionali a scegliere la sicurezza piuttosto che l'annientamento, e stanno conquistando rapidamente alleati.

Un esempio importante degli sforzi della campagna è il Cities Appeal, uno sforzo strategico per radunare i comuni e le città locali per fare pressione sui leader nazionali affinché sostengano il TPNW.

L'idea è semplice: portare il maggior numero possibile di città nel movimento e mostrare ai governi nazionali che le loro capitali e i cittadini chiedono che si uniscano al TPNW. Con l'incredibile sostegno delle nostre organizzazioni partner in tutto il mondo, il Cities Appeal ha già ispirato più di 1.000 città a denunciare l'incapacità del loro governo di proteggere i loro cittadini da un potenziale attacco nucleare. Ogni città che aderisce all'appello è una potente voce popolare per il disarmo, la sicurezza e la pace.

Il contesto da tenere presente è che a settembre, con la firma di Kirghizistan ha firmato e la ratifica del Ghana proprio la data del 26, giornata ONU contro le armi nucleari (noi la chiamiamo "Petrov Day"), era stata raggiunta la maggioranza globale degli Stati che hanno firmato, ratificato o aderito al TPNW. Il totale raggiunto è 99 dei 197 stati ammissibili che hanno intrapreso azioni legali ai sensi del trattato.

L'evento aveva segnato una pietra miliare fondamentale per quello che è ancora un trattato giovane, adottato dalle Nazioni Unite poco più di 8 anni fa ed entrato in vigore solo meno di 5 anni fa.

Il TPNW mette fuori legge le armi nucleari e tutte le attività ad esse associate, compresa la produzione, il possesso, i test, le minacce o l'uso.

Il TPNW è stato ispirato dagli sforzi per costruire il baluardo legale contro il catastrofico danno umanitario che le armi nucleari sono note per causare. Come sappiamo dalle prove degli attacchi nucleari degli Stati Uniti su Hiroshima e Nagasaki 80 anni fa, gli effetti delle armi nucleari sono straordinariamente crudeli e disumani a causa del danno indiscriminato, duraturo e intergenerazionale che causano.

La Campagna Internazionale per l'Abolizione delle Armi Nucleari ha vinto il Premio Nobel per la Pace nel 2017 per il suo lavoro che ha portato all'adozione del TPNW.

Il direttore esecutivo di ICAN, Melissa Parke, aveva accolto con favore la notizia del 26 settembre: "Mi congratulo calorosamente con il Kirghizistan e il Ghana per le loro azioni di oggi. Il TPNW è il modo migliore per garantire una reale sicurezza dalla minaccia esistenziale che le armi nucleari rappresentano per il futuro dell'umanità, perché finché esistono, le armi nucleari sono destinate ad essere utilizzate, intenzionalmente o accidentalmente. Il trattato è l'alternativa sensata alla dottrina sbagliata e pericolosa della deterrenza nucleare e a una nuova corsa agli armamenti nucleari che non fornisce sicurezza, ma invece la minaccia".

La signora Parke aveva continuato: "I paesi dotati di armi nucleari e i loro alleati che approvano l'uso di armi nucleari sono una minoranza distinta e non hanno il diritto di continuare a minacciare il futuro del resto del mondo. Il TPNW è la via d'accesso ai sensi del diritto internazionale per l'eliminazione equa e verificabile delle armi nucleari, quindi questi nove paesi non hanno scuse per continuare a sfidare la maggioranza qui alle Nazioni Unite".

L'espansione dell'influenza del TPNW ha spezzato la presa che gli stati dotati di armi nucleari e la loro imperfetta e pericolosa dottrina della deterrenza nucleare avevano sul dibattito pubblico sulle armi nucleari. Gli stati del TPNW stanno sfidando direttamente la dottrina della deterrenza sia come minaccia per tutti i paesi che come ostacolo al disarmo nucleare, un obiettivo che gli stessi stati dotati di armi nucleari dicono di condividere.

Theodora Williams Anti, della Fondazione per la Sicurezza e lo Sviluppo in Africa (FOSDA), partner di ICAN, aveva dichiarato: "La ratifica da parte del Ghana del Trattato delle Nazioni Unite sulla proibizione delle armi nucleari è un momento di orgoglio per la nostra nazione e una potente dichiarazione per l'Africa e il mondo. Unendosi alla maggior parte degli Stati nel respingere queste armi di distruzione di massa, il Ghana afferma il suo incrollabile impegno per la pace, la sicurezza umana e la protezione delle generazioni future. Questa pietra miliare ci ricorda che la vera forza non sta nella minaccia dell'annientamento, ma nel coraggio di scegliere il dialogo, la cooperazione e un mondo più sicuro per tutti".

95 Stati hanno firmato il trattato, che ha 74 Stati parte. Quattro paesi hanno aderito al trattato senza firmarlo in anticipo, come consentito dall'articolo 14.

Il fatto che la maggioranza mondiale degli Stati abbia ora aderito al trattato invia un segnale forte agli Stati dotati di armi nucleari e ai loro alleati, che sostengono l'uso di armi nucleari nelle loro strategie di difesa, che sono una minoranza e sono sempre più considerati dalla comunità internazionale come attori irresponsabili che minacciano la sicurezza globale.

Il TPNW ha reso le armi nucleari inaccettabili quanto le armi chimiche e biologiche. Più paesi aderiranno al trattato, più la pressione diplomatica si accumulerà sugli stati pro-nucleare e più saranno isolati con tutti i costi diplomatici e reputazionali che comportano.

Perché le città, grandi e piccole, sono importanti?

In caso di attacco nucleare, le città sono responsabili degli sforzi di salvataggio, un compito impossibile se tutte le infrastrutture, le istituzioni mediche e i mezzi di comunicazione vengono distrutti. Un tale attacco avrebbe effetti devastanti, non solo sulle infrastrutture militari ma, soprattutto, sulla popolazione civile, lasciando devastazione, morte e cicatrici psicologiche profonde e durature.

Attraverso il Cities Appeal, queste città hanno il potere di agire localmente su questioni globali come il disarmo nucleare, di opporsi ai loro governi nazionali e di chiedere azione. Mentre abbiamo appena commemorato l'80° anniversario dei bombardamenti statunitensi di Hiroshima e Nagasaki, le immagini di queste due città completamente distrutte servono a ricordare ciò che le armi nucleari fanno alla vita.

Soprattutto ora, con i paesi dotati di armi nucleari impegnati in una nuova corsa agli armamenti, che sviluppano armi nucleari con rese esplosive molte volte più potenti di quelle sganciate su Hiroshima e Nagasaki, è più importante che mai ricordare che nessuna città può essere protetta dagli impatti delle armi nucleari.

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NOSTRO COMMENTO

L'autorità della maggioranza globale dei Paesi ONU: la leva del TPNW per il Non Primo Uso (NFU)

La notizia del Kirghizistan e del Ghana che portano il numero di Stati firmatari, ratificanti o aderenti al Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari (TPNW) alla maggioranza globale è una svolta non solo simbolica, ma - per come noi la concepiamo - strategicamente fondamentale per la Campagna Internazionale per l'Abolizione delle Armi Nucleari (ICAN) e, in particolare, per l'obiettivo del "Non Primo Uso" (NFU).

1. Il TPNW come base per la legittimità morale

Il TPNW, vietando esplicitamente la minaccia e l'uso delle armi nucleari (come indicato nel comunicato ICAN), rappresenta già un requisito massimale per gli Stati membri. Il fatto che la maggioranza globale abbia abbracciato questo divieto inverte la narrazione: gli Stati dotati di armi nucleari (NWS) e i loro alleati non sono più i detentori della sicurezza globale, ma una minoranza da isolare che sfida il diritto internazionale e la volontà della comunità mondiale.

Leva strategica: I disarmisti esigenti possono sfruttare questa autorità morale per inquadrare il NFU non come una concessione generosa da parte delle potenze nucleari, ma come un passo di conformità minimo e urgente richiesto dalla maggioranza. Se gli NWS non sono disposti ad aderire al TPNW, devono almeno dimostrare la loro serietà riguardo all'Articolo VI del Trattato di Non Proliferazione Nucleare (NPT) adottando l'NFU.

2. Il NFU come tappa intermedia indispensabile

Per gli NWS, il NFU (impegno a non usare per primi un'arma nucleare, riservandola solo come rappresaglia) è un cambiamento dottrinale significativo, ma infinitamente meno impegnativo rispetto alla completa adesione al TPNW e allo smantellamento immediato degli arsenali.

Leva strategica: l'ICAN e i suoi alleati dovrebbero concentrare la pressione diplomatica, in particolare sui partner e gli alleati degli NWS (come gli Stati NATO che partecipano al nuclear sharing), evidenziando l'incongruenza. Se l'obiettivo a lungo termine è la totale eliminazione (TPNW), l'obiettivo a breve termine deve essere la rimozione del rischio più immediato: l'uso preventivo o escalatorio. L'NFU delegittima la dottrina della deterrenza estesa basata sul "primo uso" e spiana la strada a ulteriori riduzioni.

3. Pressione sugli alleati e sulla dottrina della deterrenza

Come notato nel testo, gli Stati del TPNW sfidano direttamente la "dottrina pericolosa - e logicamente assurda secondo noi - della deterrenza nucleare". L'impegno al NFU è un attacco diretto alla credibilità di questa dottrina, specialmente per gli alleati degli Stati Uniti che si affidano al "primo uso" come deterrente contro attacchi convenzionali su larga scala.

Leva strategica: i disarmisti devono intensificare le campagne nazionali negli Stati alleati (come Italia, Germania, Belgio, ecc.) per chiedere ai loro governi di fare pressione sui loro alleati dotati di armi nucleari. Se un alleato adotta ufficialmente una posizione pro-NFU, questo crea una spaccatura all'interno dell'alleanza nucleare, isolando ulteriormente la strategia di "primo uso" e rendendola diplomaticamente insostenibile. La paura della minaccia esistenziale, evocata dalla direttrice di ICAN Melissa Parke, risuona con maggiore forza ora che è sostenuta da una maggioranza di Stati.

4. La Necessità di una Campagna ICAN focalizzata

ICAN ha dimostrato di essere estremamente efficace nel mobilitare l'azione internazionale a livello diplomatico (vincendo il Premio Nobel). Ora che ha raggiunto il traguardo della maggioranza nel TPNW, la strategia deve diventare bifocale:

  1. Continuare l'espansione del TPNW: portare gli Stati restanti ad aderire, consolidando il consenso.
  2. Campagna specifica NFU da sostenre: affiancare una iniziativa globale mirata per costringere gli NWS a dichiarare e adottare unilateralmente o multilateralmente la politica di Non Primo Uso.

Questa seconda iniziativa dovrebbe sfruttare i "costi diplomatici e reputazionali" menzionati nel testo, identificando gli NWS più sensibili alla pressione internazionale (ad esempio, quelli con forti movimenti disarmisti interni o con elezioni in vista) e rendendo il "primo uso" un termine tossico nel dibattito sulla sicurezza internazionale.

Riepilogando, la maggioranza del TPNW non è la fine, ma l'inizio di una fase di maggiore pressione. Fornisce ai disarmisti lo strumento morale per trasformare la richiesta di NFU da un auspicio di pochi a un'aspettativa globale.

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Ulteriori letture dalla pagina web originale:

Esperti e governi si incontrano per discutere l'impatto umanitario delle armi nucleari

Le nazioni dei Caraibi si uniscono a sostegno del trattato delle Nazioni Unite per la messa al bando delle armi nucleari

La Namibia ratifica il trattato delle Nazioni Unite per la messa al bando delle armi nucleari

Saint Kitts e Nevis ratifica il trattato delle Nazioni Unite per la messa al bando delle armi nucleari in occasione dell'anniversario di Nagasaki

Il Parlamento belga voterà sull'abolizione delle armi nucleari

 

I costi nascosti degli arsenali "atomici"

I costi nascosti degli arsenali nucleari

La Rete italiana pace e disarmo ha reso disponibile anche in italiano i dati e le analisi sull’impatto economico e finanziario degli arsenali nucleari condotte dalla International Campaign to Abolish Nuclear Weapons.

SCARICA QUI IL REPORT “IL COSTO NASCOSTO DEGLI ARSENALI NUCLEARI”

Secondo i dati di questo Rapporto, il mondo ha speso oltre cento miliardi di dollari per mantenere e modernizzare gli arsenali nucleari, cioè migliaia di armi di distruzione di massa. Una fetta dell’opinione pubblica italiana continua a vivere come se questa fosse una realtà lontana, che non ci tocca…

"Eppure - sottolinea la RIPD - bombe atomiche sono ospitate sul nostro territorio, miliardi di euro (anche “nostri”) vengono silenziosi trasferiti verso progetti militari che nessuno ha votato e che pochi conoscono. Mentre la gran parte delle cittadine e dei cittadini resta all’oscuro di ciò che accade in loro nome".

Il nuovo report di ICAN “Hidden Costs”  squarcia il velo su queste cifre e sulle responsabilità delle scelte governative che le decidono. Ma c’è un ostacolo che ne limita la capacità di fare aprire gli occhi: la lingua. La traduzione in italiano, secondo la RIPD,  "significa portare un problema sulla soglia di casa nostra, trasformare cifre astratte in scelte politiche concrete. Un miliardo di dollari speso per il nucleare, descritto in inglese, è un’informazione per specialisti. Lo stesso miliardo spiegato e contestualizzato in italiano diventa un ospedale che manca, una scuola che si sgretola, un piano ambientale che non parte... O la consapevolezza che un pezzo della nostra sicurezza nazionale viene basato sulla minaccia di distruggere intere città in pochi secondi".

Ci sarebbe anche una ragione politica che, secondo la RIPD, renderebbe questa traduzione un obiettivo importante e un passaggio urgente. "Finché i numeri continueranno ad essere confinati in dossier in inglese, il dibattito in Parlamento resterà per forza di cose più sterile e prigioniero di formule vaghe sulla “sicurezza internazionale” e sugli “obblighi NATO”. Ma un documento chiaro, in italiano, che dimostra quanto denaro viene sottratto al benessere collettivo per mantenere il ricatto nucleare, potrà portare anche i nostri rappresentanti parlamentari ad assumersi la responsabilità di rispondere alla richiesta di disarmo nucleare proveniente da cittadini e opinione pubblica. Nessuno potrà dire “non sapevo”".

Inoltre, rendere disponibili tutte queste informazioni in italiano andrebbe considerato un passo di democrazia. "Per decenni il tema degli arsenali nucleari è stato reso opaco da un flusso di parole pensate da e per gli esperti: sigle, acronimi, documenti tecnici. Ma la sicurezza delle nostre comunità non è un affare per pochi: riguarda tutti. In democrazia non c’è sicurezza senza trasparenza: rendere disponibili in italiano le cifre e le analisi di ICAN significa far entrare luce nei luoghi finora dominati dall’ombra".

Il problema di "Italia ripensaci", a nostro parere, è una riproposizione delle posizioni internazionali di ICAN senza lo sforzo di un contributo autonomo. Le difficoltà che incontra la campagna internazionale infatti potrebbero venire forse superate da una innovazione strategica che gli attivisti italiani, ponendosi all'avanguardia, potrebbero sperimentare per primi. Si tratta dell'idea di usare la forza della campagna per rafforzare percorsi più "moderati", ma concretamente perseguibili ed in grado di coinvolgere con più facilità le potenze nucleari in primi passi significativi di disarmo. E' il collegamento ICAN+NFU che la nostra spedizione di Disarmisti esigenti ha cominciato a proporre in modo più strutturato e organizzato al Terzo meeting degli Stati parte del TPNW, svoltosi nel marzo 2025 a New York presso il Palazzo di vetro.

Testi e dati tratti da

HIDDEN COSTS: NUCLEAR WEAPONS SPENDING IN 2024

Co-autrici del rapporto: Alicia Sanders-Zakre e Susi Snyder (ICAN)

AT GREAT COST. THE COMPANIES BUILDING NUCLEAR WEAPONS AND THEIR FINANCIERS

Autrice principale: Alejandra Muñoz
Contributi di: Susi Snyder (ICAN) e Cor Oudes (PAX)
Ricercatori principali: Alejandra Muñoz (PAX), Jeroen Walstra (Profundo), Jim Sanchez (Profundo)

International Campaign to Abolish Nuclear Weapons @2025

Traduzione e impaginazione della versione italiana a cura di Francesco Vignarca (Rete Italiana Pace Disarmo) realizzata con il contributo del Consorzio CAES

 

ALLA VIGILIA DELL'HIROSHIMA DAY UN APPELLO A DISARMARE IL LINGUAGGIO: NELLO SPIRITO DI "PRIMA LE PERSONE, PRIMA L'UMANITA', PRIMA LA TERRA"

da parte di Alfonso Navarra - 5 Agosto 2025

Facciamoci introdurre da una teoria di slogan che speriamo non risulti una solfa per chi li ascolta:

Ramoscelli di parole. In un cielo turchino di pensieri, le voci si sfiorano come brezze leggere. Non più sassi, né spine, né pugni nascosti — solo ramoscelli d’ulivo tra mani aperte.
Ogni idea, singola e ruvida, offerta come un dono, tra sorrisi che sanno ascoltare, tra sguardi che cercano pace e cuori che non vogliono vincere, ma capire.
Nello scorrere lento della nostra umanità, uniti nelle diversità, il dialogo fiorisce come primavera gentile, e le parole, disarmate, diventano ponti, non barriere.

Alla vigilia dell'Hiroshima day 2025 - 80esimo anniversario - nelle chat "pacifiste" che frequento stranamente (?) non ci sono quasi post che ricordino i funghi sulle città giapponesi che hanno cambiato il paradigma storico del mondo.

A Roma Patrizia Sterpetti della WILPF ci informa di una cerimonia al Pantheon alle ore 9:30; Maurizio Acerbo, di Rifondazione Comunista, informa di un presidio-conferenza stampa alle 12:00 a Montecitorio. Verrà esposto uno striscione con la scritta:  "Mai più Hiroshima. disarmo nucleare subito".

Nel comunicato che presenta l'iniziativa si avanza la ormai solita richiesta che l'Italia sottoscriva il Trattato ONU per la Proibizione delle Armi Nucleari (TPNW). "Governo e parlamento dovrebbero rispettare la Costituzione con il ripudio della guerra sancito dall'articolo 11 invece di obbedire a USA e NATO. Purtroppo il nostro paese continua a ospitare ordigni nucleari e partecipa al programma di nuclear sharing della NATO con l'addestramento dei nostri piloti al lancio di armi nucleari e l'acquisto dei costosissimi F35."

I COBAS hanno diffuso la loro newsletter introdotta da un editoriale di Vincenzo Miliucci dal titolo: " LA MEMORIA PRESENTE DI HIROSHIMA E NAGASAKI E' " NUCLEARE MAI PIU'". Vengono riportate, nel documento, numerose iniziative decentrate organizzate nel contesto di "Italia ripensaci", facente capo alla Rete italiana pace e disarmo. Tali attività avranno anche lo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica e i decisori politici sul tema del “costo nascosto degli arsenali nucleari” tema affrontato in un Report (qui il link per scaricarlo), che traduce in italiano i dati di ICAN relativi alle spese militari nucleari a livello globale. La ricerca evidenzia in particolare l’enorme impatto economico e sociale delle risorse pubbliche destinate alla produzione e manutenzione delle armi nucleari: una spesa eticamente ingiustificabile, ancor più in un contesto di crisi e disuguaglianze globali.

A testimoniare nel mondo il ricordo dell'orrore di Hiroshima e Nagasaki sono rimasti meno di 100.000 "Hibakusha": i sopravvissuti alla violenza di Little Boy e Fat Man (nomignoli che vennero attribuiti alle due bombe, la prima all'uranio e la seconda al plutonio).

Nei primi 10 anni dopo la strage in Giappone era un tabù parlarne: il dolore era immenso e scottante e bisognava anche tenere conto della occupazione americana, da non infastidire con argomenti scomodi.

Nel 2024 il Nobel per la pace è stato assegnato proprio ad una organizzazione rappresentante gli Hibakusha: la Nihon Hidankyo. Questo riconoscimento è stato definito “tardivo ma fondamentale” per onorare la memoria e la resilienza di chi ha vissuto l’orrore nucleare e ha trasformato la propria esperienza in un impegno attivo per il disarmo e la pace. Il Comitato norvegese ha voluto sottolineare come gli Hibakusha abbiano contribuito a mantenere vivo il tabù nucleare, evitando l’uso di armi atomiche in guerra.

Un aspetto toccante è il legame con gli Hibakujumoku, alberi sopravvissuti alle esplosioni nucleari, che oggi vengono piantati in tutto il mondo come simboli viventi di speranza e memoria.

Mi viene da scommettere che purtroppo le cerimonie organizzate per il 6 agosto sia in Giappone che negli USA non avranno grande risonanza. Le piccole guerre quotidiane attirano di più l'attenzione dei media e di conseguenza dell'opinione pubblica.

Si considera il genocidio a Gaza, enorme tragedia, per carità, un fatto concreto, mentre viene percepito inconsciamente come astratta la minaccia di guerra atomica, urlata dal Doomsday Clock e richiamata dall'anniversario di Hiroshima.

Minaccia astratta? Non si considera che gli scontri armati in Medio Oriente già si rifanno a una guerra preventiva di Israele rispetto a una proliferazione nucleare, nel mentre che tra USA e Russia volano le minacce (i sommergibili dispiegati da Trump vicino alle coste, il riferimento di Medvedev alla Dead Hand), nel momento in cui tornano gli euromissili ad Est e ad Ovest e pare che già nel conflitto ucraino Putin abbia pensato di usare le atomiche tattiche.

Al di là dei massacri nella Striscia, la corsa generale alla guerra, al riarmo, all'economia di guerra è molto concreta e già appesantisce le condizioni di vita della gente comune in modo notevole. Le organizzazioni degli agricoltori protestano sul fatto che il bilancio europeo punta sui cannoni e non sul burro (con tagli di 80 miliardi per la PAC).

Tutta l'attenzione della parte "calda", politicamente più attiva, della popolazione, tendente a orientarsi verso estremismi populisti e sovranisti sia a destra che a sinistra (cd. cultura woke), è però concentrata su due problemi che poi risultano falsi nella loro esagerazione: 1) da sinistra, la Palestina considerata il nuovo Vietnam anti-imperialista dei giorni nostri; 2) da destra, l'"invasione islamica" che punterebbe a una strisciante "sostituzione etnica".

Cosa va a generare questa reattività eccessiva che, a nostro parere, scambia chimere ideologiche per realtà? Non solo i riflettori mediatici, più o meno interessati a manipolare; ma, mi provo ad avanzare una ipotesi, anche - almeno a sinistra - un meccanismo di proiezione del ribellismo. Si delega ad un soggetto esterno "eroico" una rivolta che in casa propria non si ha il coraggio di fare. Ma è molto probabile che, realizzati i desideri di quelli che ormai sono chiamati "Pro Pal", il mondo liberato dal "Grande Satana dell'imperialismo USA", visto come motore di tutti i conflitti, non sarebbe affatto automaticamente un posto tanto migliore: dobbiamo, cari compagni (o ex compagni come Marco Rizzo, se non abbiamo capito male il suo proclamarsi "non più di sinistra") affidarci agli insegnamenti di Khameini per un mondo di libertà, di giustizia, di pace?

Bisognerebbe andare più a fondo dei facili manicheismi nell'analisi del "sistema" che si intende rifiutare e combattere: a questa bisogna può fare da bussola l'adozione del concetto di "terrestrità" elaborato dai Disarmisti esigenti.

La Bomba non è semplicemente ed esclusivamente  "americana" (magari fosse così!) ma incarna tutta la logica della (in)civiltà della Potenza, oltre le semplici dinamiche economiche. Questa consapevolezza della complessità e della profondità articolate dello sguardo analitico e propositivo richiesto deve portarci a evitare la militarizzazione di un linguaggio e di un dibattito "campista" (che so, contro l'Occidente collettivo per i BRICS visti come blocco politico-militare alternativo), come ci suggerisce un intervento di Alberto Leiss, titolo: "Hiroshima, Kiev, Gaza", pubblicato su Il Manifesto di oggi, 5 agosto 2025.

"Uscito nel 1965, il libro ("Note su Hiroshima" di Kenzaburo Oe, che ho appena comprato) fu tradotto e pubblicato in Italia solo nel 2008. In quell’occasione Oe scrisse di provare «straordinaria gioia» nel rileggersi in una lingua «che sa esprimere la speranza dopo il dolore in un modo così incantevole». Spero che avesse ragione. Avremo, anzi abbiamo già oggi estremo bisogno di una lingua capace di esprimere speranza di fronte al dolore e all’orrore di cui siamo testimoni. (...)

La parola «genocidio» si sta conficcando sempre di più nel discorso pubblico sulla guerra come una sorta di «arma discorsiva» impiegata per accrescere il conflitto tra chi giudica dall’esterno la tragedia di Gaza, anziché contribuire a valutare la gravità di quanto sta accadendo e aiutare in ogni modo possibile a far cessare la violenza bellica, trovare una pace duratura. (...) 

Penso alle critiche contrapposte, da sinistra e da destra, alla intervista di David Grossman in cui lo scrittore israeliano pronuncia per Gaza la parola «genocidio» (..)

(Penso anche a  Liliana Segre, perché ha risposto a Grossman, peraltro condividendone in grandissima parte la sostanza,) argomentando il suo rifiuto di usare quella parola, «genocidio». Cosa che ha attirato all’opposto su di lei parole social anche volgari.  Ma come si fa a interloquire in questo modo con un uomo che ha visto morire uno dei figli in una delle guerre di Israele, e con una donna che è stata rinchiusa a Auschwitz a 13 anni e che ha avuto la famiglia sterminata nei campi di concentramento?
Il cortocircuito mediatico comprensibilmente scattato tra la ricorrenza di Hiroshima e le tragedie aperte a Gaza e in Ucraina (con le ripetute allusioni russe e americane allo scontro nucleare) dovrebbe indurre noi, noi che non usiamo armi mortali, e soprattutto non vorremmo mai usarle, a riflettere sul nostro linguaggio. Oe e tanti altri giapponesi hanno investito sulla memoria accurata di quel massacro per scongiurarne il ripetersi. Con le parole che usiamo oggi costruiamo anche la memoria di domani".

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La "Terrestrità" adottata quale bussola analitica per approfondire e contrastare il "rischio atomico" - riflessioni espanse con l'aiuto di Gemini (5 agosto 2025)

Introduzione: L'urgenza di una nuova lente sul rischio atomico

L'approssimarsi dell'80° anniversario dell'Hiroshima Day, il 6 agosto 2025 , impone una riflessione profonda e urgente sulla minaccia atomica e l'imperativo del disarmo. Nonostante la gravità di questa ricorrenza, il dibattito pubblico e mediatico appare spesso distratto, monopolizzato da conflitti convenzionali percepiti come più immediati e tangibili, quali, adesso sopra tutti gli altri, la "causa palestinese" e il "genocidio a Gaza". Questa focalizzazione, sebbene comprensibile data la tragicità degli eventi nella Striscia, tende a relegare la memoria storica dell'orrore nucleare e la consapevolezza del rischio atomico a un piano secondario. La minaccia di una guerra atomica, sebbene costantemente richiamata da indicatori come il "Doomsday Clock" – le cui lancette sono posizionate a soli novanta secondi dalla mezzanotte, il punto più vicino alla catastrofe nucleare nella storia – è inconsciamente percepita come astratta. Le "piccole guerre quotidiane" catturano maggiormente l'attenzione dei media e, di conseguenza, dell'opinione pubblica. Questa disconnessione tra la realtà di una minaccia esistenziale e la sua percezione pubblica rivela una profonda dissonanza cognitiva. I pericoli più tangibili e immediati, secondo il criterio mediatico della  "notizia", vengono prioritizzati, anche se meno catastrofici su scala globale, suggerendo un meccanismo psicologico e comunicativo che normalizza il rischio nucleare, rendendolo meno urgente nella coscienza collettiva.

Il presente rapporto si propone di superare le attribuzioni di colpa semplicistiche che spesso caratterizzano il dibattito sulla corsa agli armamenti e la tendenza alla guerra. L'idea che la responsabilità ricada esclusivamente sull'"imperialismo USA," pur contenendo elementi di verità, è da noi considerata un "facile manicheismo" che ostacola un'analisi più profonda e sistemica. Il manicheismo, che riduce la complessità della realtà a dicotomie di "bene" e "male" o "bianco e nero" , è una "cultura dell'ignoranza e della guerra" che impedisce la ricerca di soluzioni reali e la "contaminazione delle opinioni". Questa tendenza non è solo analiticamente imprecisa, ma funzionalmente impedisce una comprensione sistemica approfondita e la ricerca di soluzioni complesse. Il cervello umano, per risparmio energetico, tende a preferire comprensioni intuitive e dualistiche, rendendolo vulnerabile alla manipolazione. Per affrontare questa sfida, il rapporto adotta il concetto di "terrestrità," elaborato dai "Disarmisti Esigenti," come bussola analitica. Questa prospettiva olistica e interconnessa è essenziale per affrontare il rischio atomico in modo profondo e propositivo, riconoscendo che "la Bomba non è semplicemente ed esclusivamente 'americana' ma incarna tutta la logica della (in)civiltà della Potenza".

Il concetto di "Terrestrità": fondamento per la sopravvivenza globale

La "terrestrità," come definita dai "Disarmisti Esigenti," rappresenta una "coscienza consapevole e responsabile" che riconosce l'umanità come parte organica e intrinseca della Terra, un "sistema vivente interconnesso". Questa visione si distacca dalla metafora della "casa comune," sostituendola con quella della "foresta" o "Madre Natura," di cui gli esseri umani sono "foglie sugli alberi". Tale approccio enfatizza l'interconnessione organica, la dipendenza reciproca e l'importanza individuale e collettiva all'interno del sistema Terra, ponendo in primo piano le responsabilità che ne derivano per la salute dell'ecosistema planetario. Questo rappresenta un cambiamento fondamentale dal pensiero antropocentrico, dove la natura è vista principalmente come una risorsa per l'uomo, a una visione in cui l'umanità è una parte integrante e dipendente di un sistema vivente più grande. I "Disarmisti Esigenti" promuovono attivamente questa prospettiva attraverso iniziative politiche e sociali, inclusa la creazione di una "Rete per l'Educazione alla Terrestrità".

Da questa appartenenza organica derivano i "diritti preminenti dell'Umanità": il diritto alla vita, alla dignità e a uno sviluppo felice, inteso non come crescita illimitata dei beni materiali, ma come crescita dei beni relazionali e culturali condivisi. Questi diritti possono essere garantiti solo se l'intero sistema – la Terra e tutti i suoi abitanti – è sano ed equilibrato. L'obbligo etico e politico di diventare "custodi della Terra e dell'Evoluzione naturale" non è un'imposizione esterna, ma una condizione intrinseca della nostra stessa esistenza. La "terrestrità" fornisce così una base concettuale per un modello di governance globale che prioritizza il benessere planetario e la sopravvivenza collettiva umana rispetto agli stretti interessi nazionali, offrendo un'alternativa concreta al sistema attuale che perpetua il rischio nucleare. I "Disarmisti Esigenti" propongono di rafforzare il quadro giuridico che riconosca l'Umanità come soggetto di diritti preminenti rispetto alla sovranità degli Stati , sostenendo attivamente un "Progetto di Costituzione della Terra". Questo approccio sfida direttamente il sistema di Vestfalia della sovranità statale assoluta, che è implicitamente identificato come una causa profonda della "logica della Potenza" che alimenta la corsa agli armamenti. Se l'umanità ha diritti preminenti, allora il diritto degli Stati di possedere e minacciare con armi nucleari è fondamentalmente minato.

Per meglio comprendere il profondo cambiamento di paradigma proposto dalla "terrestrità," la seguente tabella ne contrappone i principi fondamentali ai paradigmi geopolitici tradizionali che hanno storicamente dominato le relazioni internazionali e la gestione della sicurezza.

Principi della "Terrestrità" Paradigmi Geopolitici Tradizionali
Visione Biocentrica/Ecocentrica Visione Antropocentrica/Statocentrica
Interconnessione Organica (Umanità e Terra) Sovranità Assoluta degli Stati
Diritti Preminenti dell'Umanità (vita, dignità, sviluppo felice) Sicurezza Nazionale (basata sulla forza militare)
Responsabilità di Custodia della Terra e dell'Evoluzione Naturale Logica della Potenza e Deterrenza
Nonviolenza Poietica e Disarmo Unilaterale Crescita Economica/Materiale illimitata
Decrescita dei beni materiali, crescita dei beni relazionali/culturali Anarchia Internazionale e Competizione tra Stati
Governance Globale (Progetto di Costituzione della Terra)

Questa comparazione evidenzia visivamente il cambiamento concettuale fondamentale richiesto per affrontare il rischio atomico. Il problema non è solo chi possiede le bombe, ma la logica sistemica che le produce, che la "terrestrità" mira a decostruire e sostituire con un quadro basato sulla responsabilità condivisa e l'interdipendenza planetaria.

Oltre il manicheismo: decostruire la "Logica della (in)civiltà della Potenza"

Il dibattito sulla guerra è spesso viziato da semplificazioni che ostacolano una comprensione autentica delle sue radici. Il testo in analisi critica la tendenza a delegare la ribellione a un soggetto esterno "eroico" e l'illusione che un mondo "liberato dal Grande Satana dell'imperialismo USA" sarebbe automaticamente migliore. Questo approccio è etichettato come "facile manicheismo," che scambia "chimere ideologiche per realtà". Il manicheismo, definito come la "cultura dell'ignoranza e della guerra" , impedisce "compromessi concreti e positivi" e, di conseguenza, la pace. Tale tendenza non è solo un difetto analitico, ma un profondo pregiudizio cognitivo, poiché il cervello umano tende a risparmiare energia prediligendo comprensioni intuitive e dualistiche, rendendolo suscettibile alla manipolazione. La proiezione del ribellismo su un soggetto esterno, come suggerito, impedisce di affrontare problemi sistemici o contraddizioni interne. Superare il manicheismo richiede, quindi, non solo una critica intellettuale, ma anche una comprensione delle sue radici psicologiche e di come le strutture mediatiche e politiche lo sfruttino. La "terrestrità," con la sua enfasi sull'interdipendenza e la responsabilità condivisa, contrasta direttamente questa tendenza polarizzante.

La Bomba atomica non è un fenomeno isolato o meramente "americano"; essa incarna "tutta la logica della (in)civiltà della Potenza, oltre le semplici dinamiche economiche". Questa "logica della Potenza" è identificata dai "Disarmisti Esigenti" come la forza motrice della minaccia nucleare, derivante dal "gioco della potenza" tra Stati illimitatamente sovrani e armati l'uno contro l'altro. Il sistema della deterrenza nucleare, noto come MAD (Mutual Assured Destruction), si fonda sulla "logica della rappresaglia massiccia" e alimenta una "continua corsa agli armamenti e a un loro perfezionamento," generando un clima di "perdurante, reciproca diffidenza". Questo sistema si auto-perpetua: la ricerca della sicurezza attraverso la potenza genera intrinsecamente insicurezza a un livello superiore. La minaccia nucleare, pertanto, non è semplicemente una scelta politica di singoli Stati, ma il risultato inevitabile di un sistema globale strutturato attorno alla sovranità statale, alla competizione e alla ricerca del potere assoluto. La "terrestrità" mira a smantellare questa logica fondamentale proponendo un passaggio alla responsabilità condivisa e all'interdipendenza.

Il "paradosso stabilità-instabilità" è un concetto fondamentale nella teoria della deterrenza nucleare che descrive la relazione inversa tra la stabilità nucleare (la probabilità che le armi nucleari vengano utilizzate) e la stabilità convenzionale (la probabilità di un conflitto convenzionale). Questo paradosso rivela che il meccanismo stesso progettato per prevenire la guerra nucleare (la deterrenza) crea intrinsecamente le condizioni per il suo uso accidentale o non intenzionale. Le armi nucleari, pur diminuendo la probabilità di un conflitto convenzionale su larga scala a causa del rischio di escalation nucleare, aumentano il rischio di un uso nucleare accidentale o non intenzionale. Esempi storici, come la Guerra Fredda e il rapporto tra India e Pakistan, dimostrano come la deterrenza nucleare abbia permesso conflitti convenzionali a bassa intensità, ma con il rischio costante di escalation. Concetti come il "Launch on Warning" e il rischio di interpretazioni errate rafforzano l'idea che la sicurezza nucleare è costruita su un equilibrio precario che può essere interrotto da malfunzionamenti tecnici, errori umani (come nel caso del colonnello Stanislav Petrov, che nel 1983 salvò il mondo da una guerra nucleare per errore ) o errori di calcolo. La minaccia nucleare non può essere gestita indefinitamente all'interno del paradigma attuale della potenza. La "logica della potenza" conduce a un'instabilità intrinseca, rendendo l'abolizione delle armi nucleari non solo un ideale, ma un imperativo pragmatico per la sopravvivenza a lungo termine, allineandosi con la visione della "terrestrità" di un sistema sano ed equilibrato.

L'economia di guerra e la corsa al riarmo hanno impatti concreti e tangibili sulle condizioni di vita della gente comune. Questa dinamica si manifesta, ad esempio, nei tagli di 80 miliardi per la Politica Agricola Comune (PAC) a favore delle spese militari, generando proteste da parte delle organizzazioni degli agricoltori. I "Disarmisti Esigenti" collegano esplicitamente la minaccia nucleare alle crisi ecologico-climatiche e alle disuguaglianze sociali, promuovendo il disinvestimento dalle banche che finanziano "fossili, armi e nucleare". Questo dimostra che la "logica della potenza" ha conseguenze negative dirette sul benessere umano, deviando risorse dal "burro" ai "cannoni". La "logica della potenza" e la spesa militare ad essa associata non sono solo fenomeni geopolitici astratti, ma forze attive che esacerbano le disuguaglianze sociali ed economiche, rendendo la ricerca della pace e del disarmo una questione di giustizia sociale e dignità umana, non solo di sicurezza.

Il pericolo dell'astrazione: colmare il divario nella percezione della minaccia nucleare

La percezione pubblica della minaccia nucleare è profondamente distorta: essa è "inconsciamente percepita come astratta," mentre eventi come il "genocidio a Gaza" sono considerati un "fatto concreto". Questa normalizzazione dell'impensabile è particolarmente preoccupante, considerando che il "Doomsday Clock" indica un rischio nucleare senza precedenti, superiore persino a quello della Guerra Fredda. Nonostante la riduzione numerica degli arsenali, le nove potenze nucleari stanno modernizzando le proprie armi, rendendole più precise e letali, e la Cina è impegnata in una "proliferazione verticale destabilizzante". Il pubblico, sopraffatto dalle crisi immediate, sembra relegare inconsciamente la minaccia nucleare catastrofica a un regno di irrealtà o inevitabilità, rendendola meno urgente. È quindi imperativo "de-astratizzare" la minaccia nucleare, collegandola direttamente alle tensioni geopolitiche attuali e alla "logica della potenza" sistemica che le alimenta, rendendola così più concreta e urgente per la coscienza pubblica.

Il rischio concreto di escalation nucleare è evidente nei conflitti attuali. Gli scontri armati in Medio Oriente, ad esempio, sono già legati a una "guerra preventiva di Israele rispetto a una proliferazione nucleare" (da parte del nemico iraniano, ma che può coinvolgere tutta la regione). Le minacce esplicite tra USA e Russia, come il dispiegamento di sommergibili da parte di Trump e il riferimento di Medvedev alla "Dead Hand," il ritorno degli euromissili a Est e Ovest, e l'ipotesi che Putin abbia considerato l'uso di atomiche tattiche nel conflitto ucraino, dimostrano la concretezza e l'imminenza del rischio di escalation. Questa crescente disinvoltura con cui le minacce nucleari vengono invocate dagli attori statali contribuisce all'erosione del "tabù nucleare" , rendendo la minaccia esistenziale più imminente e meno astratta, anche se il pubblico la percepisce diversamente. Il "paradosso stabilità-instabilità" spiega come i conflitti convenzionali possano diventare punti di innesco per l'escalation nucleare.

L'importanza della memoria è cruciale per mantenere viva la consapevolezza del rischio nucleare. Meno di 100.000 "Hibakusha" – i sopravvissuti alle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki – rimangono a testimoniare l'orrore. La loro memoria è fondamentale per scongiurare il ripetersi di tale massacro. Nihon Hidankyo, l'organizzazione degli Hibakusha, ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace 2024 per i suoi "sforzi straordinari" volti a raggiungere un mondo libero da armi nucleari e per aver dimostrato, attraverso le loro testimonianze personali, che le armi nucleari non devono mai più essere utilizzate. Il Comitato Norvegese per il Nobel ha sottolineato come gli Hibakusha abbiano contribuito a mantenere vivo il "tabù nucleare" – la norma internazionale che stigmatizza l'uso delle armi nucleari come moralmente inaccettabile – per quasi 80 anni. Tuttavia, il Comitato ha anche espresso allarme per il fatto che questo tabù è "sotto pressione" a causa della modernizzazione degli arsenali e delle minacce di utilizzo. Questa situazione evidenzia una tensione critica: mentre la sofferenza umana e la testimonianza morale possono stabilire norme potenti, la "logica della potenza" e le dottrine di sicurezza statocentriche cercano costantemente di minarle o eluderle. La lotta contro le armi nucleari non riguarda solo trattati o tecnologia, ma è una lotta continua per rafforzare le norme morali ed etiche contro la spinta intrinseca della "logica della potenza." La "terrestrità" offre un fondamento filosofico per rafforzare queste norme, enfatizzando l'umanità condivisa e la sopravvivenza planetaria.

Un altro simbolo potente della memoria e della resilienza sono gli "Hibakujumoku." Questi alberi, sopravvissuti ai bombardamenti atomici del 1945 e rigermogliati dalle loro radici, sono oggi piantati in tutto il mondo come "simboli viventi di speranza e memoria". Gli Hibakujumoku non sono solo sopravvissuti passivi; sono "simboli viventi". Questo si collega al concetto di "terrestrità" del legame organico dell'umanità con la Terra. La natura stessa testimonia l'orrore atomico e dimostra resilienza, offrendo una rappresentazione tangibile della forza vitale duratura della Terra nonostante la distruzione umana. Gli Hibakujumoku servono come un potente promemoria, non umano, delle conseguenze della guerra nucleare e dell'imperativo di "custodia" della Terra, rafforzando la prospettiva biocentrica della "terrestrità."

La seguente tabella riassume i fondamenti del "tabù nucleare" e le pressioni attuali che minacciano di eroderlo, evidenziando l'urgenza di rinnovati sforzi per la sua preservazione.

Fondazione del "Tabù Nucleare" Pressioni Attuali sul "Tabù Nucleare"
Testimonianze dirette degli Hibakusha (Nihon Hidankyo, Premio Nobel per la Pace 2024) Modernizzazione e potenziamento degli arsenali nucleari esistenti
Sviluppo di una norma internazionale che stigmatizza l'uso delle armi nucleari come moralmente inaccettabile Proliferazione verticale (es. la Cina)
Sforzi globali per il disarmo nucleare e la sensibilizzazione sulle conseguenze umanitarie Aumento della rilevanza delle armi nucleari nelle dottrine strategiche e politiche di sicurezza
Minacce esplicite o implicite di utilizzo in conflitti in corso (es. Ucraina, Medio Oriente)
Percezione pubblica della minaccia nucleare come "astratta" o meno urgente rispetto ai conflitti convenzionali

Disarmare il Linguaggio: un prerequisito per la pace e l'analisi alla ricerca di "esperimenti con la Verità"

L'appello a "disarmare il linguaggio" è fondamentale per affrontare il rischio atomico e i conflitti globali. La militarizzazione del linguaggio non è accidentale; essa serve a "consolidare il consenso e a ridurre lo spazio per il dubbio". Le parole, in questo contesto, "non descrivono la realtà: la creano," come suggeriva George Orwell. Il "linguaggio della guerra" maschera la violenza attraverso l'uso di "metafore ed eufemismi," rendendone l'esistenza e la legittimità tollerabili. La società è spesso "intrappolata dentro il linguaggio guerrafondaio" , che non è il frutto di un singolo individuo, ma "la logica conseguenza di un sistema di cui siamo parte". Questo processo va oltre la semplice comunicazione, elevando il linguaggio a un'arma strategica che modella la realtà e limita il pensiero critico. Contribuisce direttamente alla "logica della potenza" creando un ambiente in cui la guerra è normalizzata e il dissenso soppresso. Disarmare il linguaggio non significa solo scegliere parole diverse; significa decostruire i meccanismi di potere che operano attraverso il discorso, condizione fondamentale per creare le condizioni per la pace e per una comprensione più sfumata e "terrestre" del conflitto.

La retorica "campista," che divide il dibattito in schieramenti contrapposti (ad esempio, "contro l'Occidente collettivo per i BRICS"), ostacola un'analisi complessa e profonda. La parola "genocidio," in particolare, è diventata una "arma discorsiva" impiegata per "accrescere il conflitto tra chi giudica dall'esterno," anziché contribuire a valutare la gravità di quanto accade e aiutare a far cessare la violenza. Le critiche contrapposte a David Grossman e Liliana Segre per l'uso o il rifiuto di tale parola ne sono un esempio lampante. Anche termini moralmente carichi, se usati in modo fazioso, possono diventare parte del problema, contribuendo alla polarizzazione e impedendo un dialogo autentico. Ciò si lega alla tendenza manichea di semplificare tragedie complesse in narrazioni nette (e distorcenti) di bene contro male. Disarmare il linguaggio significa, quindi, non solo evitare termini apertamente militaristici, ma anche esaminare criticamente come termini emotivamente carichi o moralmente assoluti vengano usati per approfondire le divisioni piuttosto che favorire la comprensione e la riconciliazione. Un approccio "terrestre" cercherebbe "compromessi creativi" ed empatia piuttosto che assolutismi morali.

Vi è un "estremo bisogno di una lingua capace di esprimere speranza di fronte al dolore e all'orrore". Il "disarmo culturale" è la questione centrale, implicando il "rigettare la violenza in tutte le sue forme" e la consapevolezza che "ogni euro usato per preparare la violenza e la guerra è sottratto alla tutela e promozione della vita e della pace". È necessario educare a uscire dall'egocentrismo, dal nazionalismo e dall'antropocentrismo; educare al decentramento cognitivo, a guardarsi dal punto di vista degli altri, all'ascolto attivo e all'umanizzazione dell'avversario. Non esistono nemici, ma semmai avversari. Il concetto di "transarmo" è proposto come un periodo di transizione verso il disarmo. L'appello a "disarmare il linguaggio" è direttamente collegato alla promozione dell'empatia, dell'ascolto e dell'"umanizzazione dell'avversario". Questo è un contrappunto diretto alla tendenza manichea di disumanizzare l'"altro." Cambiando il linguaggio, si cambia la percezione, il che può quindi abilitare nuove forme di interazione e cooperazione. L'idea di "transarmo" suggerisce un cambiamento graduale e pragmatico nel pensiero militare, riflettendo un approccio non binario. Disarmare il linguaggio è un processo attivo e trasformativo che coltiva i "beni relazionali e culturali" che la "terrestrità" promuove. È un prerequisito per costruire una "società della cura" e superare la "logica della potenza."

Il clima di guerra ha generato il "manicheismo delle posizioni" e la "sindrome del tradimento," che accusa di slealtà chi dissente dalle opinioni prevalenti, soprattutto all'interno di movimenti o schieramenti. Questa "sindrome del tradimento" evidenzia come la polarizzazione politica, alimentata dal manicheismo, sopprima attivamente il dissenso interno e l'auto-riflessione critica. Ciò rende difficile formare ampie coalizioni o adattare le strategie, poiché qualsiasi deviazione dalla "linea" viene vista come un tradimento. È necessario assumere un atteggiamento di "reciproca disponibilità alla contaminazione delle opinioni" e mettersi in "ascolto delle ragioni dell'altro" per sottrarsi a questa deriva autolesionistica. Un approccio "terrestre/olistico", che enfatizza l'interdipendenza e la sopravvivenza condivisa, richiede il superamento di queste divisioni interne attraverso un dialogo autentico e l'empatia, riconoscendo che l'azione collettiva per il disarmo e la pace dipende dal superamento del fazionalismo.

La Terrestrità in azione: percorsi per il disarmo e una cultura di pace

I "Disarmisti Esigenti" non si limitano a una teorizzazione astratta, ma si impegnano in iniziative concrete per la denuclearizzazione e la costruzione di una "giusta" società della Pace attraverso il disarmo unilaterale e la nonviolenza poietica. Esercitano pressione sul Parlamento e sul governo italiano affinché ratifichino il Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari (TPNW), adottato nel 2017 e in vigore dal 2020 con 50 ratifiche. Promuovono la sinergia tra la campagna ICAN (International Campaign to Abolish Nuclear Weapons) e la campagna No First Use (NFU) , e propongono un nuovo processo diplomatico "Helsinki 2" per il disarmo effettivo. Si oppongono ai nuovi euromissili e promuovono la creazione di zone libere da armi nucleari, con particolare attenzione al Medio Oriente e alla denuclearizzazione del porto di Trieste. Queste iniziative non sono solo un elenco di richieste, ma applicazioni concrete della filosofia della "terrestrità." Ad esempio, l'avvocatura per il TPNW e il NFU sfida direttamente la "logica della potenza" e la sovranità statale sulle armi nucleari.

Al centro della loro visione per un futuro prospero, i "Disarmisti Esigenti" pongono l'"algoretica," ovvero la regolamentazione etica dell'Intelligenza Artificiale (IA). Essi ritengono che l'IA debba essere guidata da principi di sostenibilità, giustizia e nonviolenza, affinché non diventi un nuovo strumento di "potenza" e controllo, ma un "accompagnamento" al dialogo globale e all'evoluzione naturale nella visione della terrestrità. Questa attenzione alla regolamentazione etica dell'IA previene una nuova forma di "potenza," dimostrando un approccio proattivo alle minacce emergenti attraverso la lente del benessere umano e planetario condiviso. La "terrestrità" non è semplicemente un concetto filosofico astratto, ma un quadro guida per un attivismo pragmatico e multifattoriale volto alla trasformazione sistemica, dai quadri giuridici all'etica tecnologica.

I "Disarmisti Esigenti" si impegnano per una "società della cura," che sia "cura di sé, dell'altr*, dell'ambiente, del vivente, della casa comune e delle generazioni che verranno," uscendo da un sistema che tutto subordina all'economia del profitto. Fanno convergere le lotte per la giustizia climatica, sociale e di genere, per la salute, l'istruzione, la dignità delle persone e del lavoro, la difesa dei beni comuni, per liberare il mondo da armi, muri, debito illegittimo, razzismi e fascismi. Questa convergenza di diverse lotte sotto l'ombrello della "terrestrità" e della "rivoluzione della cura" dimostra una profonda comprensione che queste problematiche sono manifestazioni interconnesse della stessa "logica della potenza" sottostante e dei sistemi orientati al profitto. Il rischio nucleare non è isolato, ma profondamente intrecciato con la distruzione ecologica, la disuguaglianza economica e l'ingiustizia sociale. La vera sicurezza, da una prospettiva "terrestre," non si ottiene attraverso la potenza militare, ma attraverso il benessere umano e planetario complessivo, richiedendo un cambiamento radicale nell'allocazione delle risorse e nei valori sociali. Questo offre una potente contro-narrazione all'"economia di guerra."

L'universalizzazione del TPNW, secondo i "Disarmisti Esigenti," sarà frutto di una "strategia di diplomazia popolare" capace di coinvolgere le stesse potenze nucleari, a partire dalla presa d'atto della centralità del rischio costituito dalla deterrenza. Promuovono, come pressione dal basso, il "disinvestimento dalle banche fossili, armate e nucleari". L'enfasi sulla "diplomazia popolare" e sul "disinvestimento" evidenzia la convinzione che il cambiamento sistemico per la pace e il disarmo debba provenire dai movimenti di base e dalla società civile, non solo da negoziati statali dall'alto. Questo responsabilizza individui e comunità a sfidare la "logica della potenza" influenzando le sue fondamenta finanziarie e politiche. La "terrestrità" promuove un senso di agenzia e responsabilità collettiva, riconoscendo che il passaggio dalla minaccia nucleare richiede la partecipazione attiva e la pressione da tutti i livelli della società, integrando e spesso precedendo le azioni ufficiali degli Stati.

Infine, il "Progetto di Costituzione della Terra" è uno dei "Cinque Percorsi Strategici" identificati dai "Disarmisti Esigenti" per il disarmo effettivo e una governance globale basata sull'unità dell'umanità. Questo progetto è l'espressione istituzionale ultima della "terrestrità." Significa una visione per un quadro giuridico e politico globale che trascende l'attuale sistema statocentrico, codificando i "diritti preminenti dell'umanità" e la "custodia" della Terra. Questa è una risposta diretta alla "logica della potenza" che prospera sulla sovranità statale illimitata. Questo progetto rappresenta una soluzione strutturale a lungo termine al problema del rischio nucleare, mirando a creare un nuovo ordine globale in cui la possibilità stessa di una guerra nucleare sia legalmente ed eticamente preclusa da un impegno fondamentale per la sopravvivenza planetaria condivisa.

Conclusione: abbracciare la Terrestrità per un futuro condiviso

Il concetto di "terrestrità" offre una lente indispensabile per focalizzare e approfondire l'analisi sul rischio atomico. Permette di comprendere questa minaccia non come un problema isolato o imputabile a un singolo attore, ma come una manifestazione della "logica della (in)civiltà della Potenza" radicata in un paradigma statocentrico e manicheo. Attraverso questa lente, è possibile decostruire le semplificazioni, rivelare le dinamiche sottostanti – come il "paradosso stabilità-instabilità" – e sottolineare l'interconnessione profonda tra la minaccia nucleare, le crisi ecologiche e le disuguaglianze sociali. La "terrestrità" fornisce un quadro coerente e unificante per affrontare le crisi multiformi del nostro tempo, superando il pensiero a compartimenti stagni e promuovendo soluzioni integrate.

Il "disarmo del linguaggio" emerge come un elemento cruciale per creare uno spazio di dialogo autentico, libero da "armi discorsive" e polarizzazioni che ostacolano la comprensione e l'azione. Superare il manicheismo è essenziale per riconoscere la complessità e trovare soluzioni basate su "compromessi creativi e concreti" piuttosto che su "chimere ideologiche." L'enfasi ripetuta sul "disarmo del linguaggio" e sul superamento del manicheismo non è semplicemente un suggerimento stilistico, ma un imperativo etico. In un mondo che affronta minacce esistenziali, il modo in cui si parla del conflitto influisce direttamente sulla capacità di risolverlo. Il linguaggio militarizzato e polarizzante ostacola attivamente la pace. Promuovere un linguaggio di speranza, cura ed empatia, come sostenuto dalla "terrestrità," diventa un atto vitale di costruzione della pace stessa, favorendo le condizioni cognitive ed emotive necessarie per la sopravvivenza collettiva.

L'80° anniversario di Hiroshima non è solo un ricordo del passato, ma un monito urgente per il futuro. L'adozione della "terrestrità" come bussola analitica e guida all'azione è indispensabile per navigare le complessità del rischio atomico e costruire una "società della cura" globale. Questa prospettiva trasforma il focus dal semplice evitare la catastrofe all'edificare attivamente una società globale fondamentalmente diversa, giusta e sostenibile. La "terrestrità" permette di prioritizzare la sopravvivenza e il benessere dell'intera umanità e del pianeta rispetto alla logica della potenza, offrendo non solo una critica del presente, ma una tabella di marcia completa e attuabile per un futuro pacifico e prospero, radicata nella realtà fondamentale della nostra esistenza condivisa sulla Terra.

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