LE PIAZZE SPACCATE NELL’EUROPA E NELL'ITALIA DEL WARFARE: LA PROTESTA SOCIALE, LA RABBIA PRE-POLITICA E LE TRAPPOLE DELLA VIOLENZA
di Alfonso Navarra - in preparazione del webinar su LA GUERRA RUSSIA-NATO ALLE PORTE.
_______________________
CONTRASTIAMO LA TENDENZA AUTORITARIA, SOVRANISTA E MILITARISTA ALLA GUERRA NATO-RUSSIA. ----- INCONTRO ONLINE DEL 25 ottobre 2026 PREPARATORIO ALLA SPEDIZIONE DEI DISARMISTI ESIGENTI PER NEW YORK, PRIMA CONFERENZA DI REVISIONE DEL TRATTATO DI PROIBIZIONE DELLE ARMI NUCLEARI, PRECEDUTA DA UN INCONTRO A GINEVRA CON LA RAPPRESENTANZA DIPLOMATICA CINESE ALL'ONU.
QUI il materiale preparatorio ---- https://www.disarmistiesigenti.org/2026/10/14/maipiuauschwitzmaipiuhiroshima2026/
QUI ALTRO MATERIALE SU UNA NUOVA NPR "INFORMALE" DELL'AMMINISTRAZIONE TRUMP: IL PENTAGONO CONSIDERA UNA NUOVA STRATEGIA DELLA DETERRENZA CHE PREVEDE L'IMPIEGO DEL NUCLEARE "TATTICO" NELLE GUERRE REGIONALI - preparatorio del webinar "CONTRO LA GRANDE GUERRA ALLE PORTE" ------https://www.disarmistiesigenti.org/2026/10/18/nuovanprusa2026/
QUI il link per partecipare (domenica 25 ottobre, dalle ore 18:00 alle ore 21:00) ------- https://us06web.zoom.us/j/88253408837?pwd=iD0rg6bwBvjXxdc159bozRThKy6ra8.1
_______________________
Testo completo dell'articolo su: https://www.disarmistiesigenti.org/2026/10/21/piazzespaccatedistinguereoppositoridamaranza2026/
1. La cappa spezzata: dal declino del welfare alla convergenza delle lotte
Per lungo tempo, l'Europa delle crisi post-pandemiche e delle tensioni geopolitiche globali sembrava aver anestetizzato il conflitto sociale, congelando le aspettative delle generazioni più giovani sotto il peso della precarietà e della rassegnazione. Oggi, quel tappo di passività si sta infrangendo. In Europa, e con forza crescente in Italia, stiamo assistendo al progressivo salto del muro invisibile che per anni ha impedito la contestazione aperta verso una precisa scelta strategica delle classi dirigenti: la sostituzione organica del welfare state con una vera e propria economia di warfare.
In un contesto internazionale dominato dal riarmo e dal perpetuarsi di conflitti cruenti — dove il genocidio a Gaza, le ecatombi nel Mediterraneo e la guerra d’attrito in Ucraina spettacolarizzata dai droni definiscono la nuova normalità —, l’indirizzo politico del continente si è progressivamente riorientato. La spesa pubblica per l’assistenza, la sanità, la scuola, l’università e la casa viene sistematicamente sacrificata sull’altare della prontezza bellica e della disciplina finanziaria. Questo passaggio strutturale si traduce quotidianamente in un carovita insostenibile, nell’impoverimento del ceto medio e nell’abbandono delle fasce più fragili.
L’Italia si scopre così un Paese in ebollizione, attraversato da vertenze aperte e da un’inaspettata convergenza di soggetti sociali. Nelle piazze e nelle città tornano a mobilitarsi gli studenti, in lotta per difendere il diritto allo studio e contestare la retorica bellicista; si sollevano agricoltori e autotrasportatori, colpiti dalle strette economiche e critici verso un governo inizialmente percepito come "amico"; le fabbriche e il mondo del lavoro moltiplicano le vertenze contro la deindustrializzazione, fino allo sbocco di grandi appuntamenti di sciopero generale indetti dalle rappresentanze sindacali.
Questa fiammata di mobilitazione — culminata nelle imponenti giornate di protesta di metà ottobre — ha colto di sorpresa l’intero arco politico. Da un lato, il governo a guida Meloni vede incrinarsi l’illusione di una transizione elettorale serena e a basso costo, costretto a fare i conti con risorse di bilancio esigue e una piazza non più disposta a subire passivamente i tagli. Dall’altro, un’opposizione smarrita si riscopre attardata in dibattiti ombelicali sulle leadership e sulla scelta dei candidati premier per le scadenze future, dimostrandosi spesso incapace di intercettare o guidare l’energia materiale che proviene dai territori e dalle scuole.
2. La spaccatura del weekend: tra studenti "post-Gaza" e la rabbia pre-politica dei "maranza"
Se le piazze studentesche e sindacali rappresentano un ritorno della partecipazione organizzata, l’ondata di mobilitazione ha mostrato al proprio interno una frattura profonda, emersa in modo plastico nella sequenza temporale del terzo fine settimana di ottobre. Separare analiticamente la dimensione propositiva della protesta dal fenomeno esploso nei disordini urbani è un passaggio imprescindibile per evitare scorciatoie interpretative e semplificazioni mediatiche.
La manifestazione studentesca rappresenta l’espressione di una generazione che possiamo definire "post-Gaza": giovani cresciuti nella consapevolezza delle ingiustizie globali, che rifiutano la logica della guerra, criticando il sistema del profitto ed elaborando una chiara opposizione ideale, anche se politicamente non definita. Si tratta di una gioventù che avanza rivendicazioni costruttive sul diritto alla città, sull'accessibilità all'istruzione e sulla giustizia climatica e sociale, ponendosi in aperta continuità con i codici della contestazione democratica.
Diversa è invece la natura delle esondazioni di violenza manifestatesi a margine dei cortei o in appuntamenti separati, come accaduto a Milano con i raduni promossi tramite i social network nelle zone centrali della città. I protagonisti di queste deviazioni — etichettati genericamente dalla stampa mainstream come "maranza" — non veicolano messaggi politici articolati o rivendicazioni programmatiche. La loro azione si caratterizza per un disagio squisitamente pre-politico, che non cerca un’interlocuzione con le istituzioni ma si esprime nella forma pura della vendetta simbolica e materiale contro la metropoli.
Come osservato dallo scrittore e sociologo Tahar Lamri, l'evento milanese manifesta tratti - caricaturali - di una "imitazione delle piazze francesi". Il fenomeno vede coinvolti centinaia di ragazzi — in gran parte italiani di seconda generazione immigrata, a cui si uniscono giovani autoctoni accumunati da percorsi di esclusione — che convergono nei luoghi simbolo del consumo e del potere economico per devastare vetrine, occupare lo spazio ed entrare in collisione con le forze dell'ordine.
Per comprendere questa rabbia occorre indagare le sue radici profonde:
- La frattura dell'integrazione mancata: si tratta di adolescenti e giovani adulti cresciuti nelle scuole italiane, dove hanno appreso i valori formali dell'uguaglianza e della cittadinanza, per poi scontrarsi quotidianamente con una realtà che li respinge e li bolla come estranei ("tu non sei italiano").
- La trappola del "bullismo di Stato": di fronte a un'autorità statale che adotta toni muscolari, securitari e stigmatizzanti, molti di questi ragazzi mutuano la medesima grammatica d'azione, adottando l'ostentazione della violenza come unico strumento per ottenere rispetto all'interno del proprio gruppo di pari.
- L'eredità irrisolta della marginalizzazione: a questo si somma l'eredità dell'immigrazione subita, le ferite di un'espulsione sociale sistemica e le conseguenze psicologiche e relazionali della pandemia di Covid-19, che ha spezzato i legami di socialità primaria nel momento decisivo della crescita.
Chi ha osservato da vicino i volti dei ragazzi durante i disordini urbani ha potuto notare un elemento inquietante e rivelatore: la gioia effimera dell'atto eversivo in sé. La felicità di sentirsi parte di un collettivo attraverso il caos, lo scontro e il saccheggio condiviso, vissuti quasi come un "grande gioco" privo di consapevolezza sulle conseguenze legali, personali e politiche. È l'esito di un cortocircuito in cui la politica e le istituzioni appaiono come entità sommamente distanti, collocate su un altro pianeta, incapaci di offrire canali di rappresentanza a una marginalità ormai priva di speranza.
3. L'errore del giustificazionismo: la trappola teorica della sinistra post-68ina
Dinanzi a questa esplosione di rabbia cieca, una parte della sinistra di matrice post-sessantottesca incorre in un grave cortocircuito analitico e politico, tendendo a giustificare o romanticizzare la violenza di piazza. La tesi di fondo di questa impostazione è nota: la violenza strutturale del sistema (le disuguaglianze, il militarismo, il razzismo istituzionale) spiega e provoca la risposta violenta di chi al sistema si oppone.
Se è innegabile che il contesto materiale produca alienazione e aggressività, l'equazione che trasforma ogni atto vandalico in un gesto di "resistenza" pecca di un grave errore di prospettiva. Confondere la protesta pacifica ed elaborata degli studenti con la violenza nichilista dei disordini urbani non solo produce un danno teorico, ma serve da alibi per non affrontare il nodo dell'inclusione e dell'organizzazione politica.
La violenza dei raid urbani non mette in discussione i rapporti di forza capitalistici né ridisegna le priorità della spesa pubblica; al contrario, esaurisce la propria carica in una fiammata distruttiva che colpisce spesso le stesse comunità locali, la piccola proprietà o i servizi pubblici. La trasformazione della rabbia sociale in mera prassi vandalica priva i soggetti marginali di qualsiasi prospettiva di emancipazione, condannandoli alla marginalizzazione penale e giudiziaria.
La sinistra ha il dovere politico di rifiutare la scorciatoia del giustificazionismo: comprendere le cause sociologiche della devianza non significa avallare la condotta di chi riduce la contestazione sociale a un atto di teppismo pre-politico. Al contrario, il compito di un pensiero critico maturo è quello di trasformare la rabbia distruttiva in forza politica organizzata, capace di costruire alternativa e non solo di specchiarsi nella propria disperazione.
4. Provocazioni, infiltrazioni e il trappolone reazionario
Un elemento storico e politico che non può essere sottovalutato quando si analizzano le dinamiche della piazza riguarda il ruolo delle provocazioni istituzionali e delle infiltrazioni. Chiunque conosca la storia dei movimenti sociali sa che il caos conflittuale e indistinto gioca quasi sempre a favore delle forze della conservazione e delle destre di governo.
Le evidenze documentate in diverse occasioni — con agenti in borghese sorpresi ad alimentare le deviazioni o a esacerbare gli animi a margine delle manifestazioni — richiamano un meccanismo classico delle dinamiche d'ordine pubblico:
- La tecnica dell'esasperazione: l'infiltrazione o l'azione di agenti provocatori non richiede grandi numeri. È sufficiente una percentuale minima di elementi (il classico "uno su dieci") per aizzare una massa di manifestanti immaturi o esasperati, spingendoli a compiere gesti distruttivi.
- La costruzione dell'allarme sociale: la devastazione di vetrine, gli sguardi minacciosi e il saccheggio offrono al potere politico il materiale visivo ed emotivo perfetto per saturare i palinsesti televisivi e la carta stampata.
- La legittimazione della "Stretta Securitaria": una volta che la piazza viene identificata con il disordine e il teppismo, l'opinione pubblica moderata invoca protezione. Questo consente ai governi di far passare leggi liberticide, ampliare i poteri di polizia, militarizzare le città e criminalizzare qualsiasi forma di dissenso, anche quello strettamente pacifico.
Sotto questo profilo, la rabbia sconnessa dei gruppi giovanili privi di guida politica finisce per svolgere — pur senza averne la consapevolezza — una funzione oggettivamente reazionaria. La distruzione fine a se stessa sposta l'asse dell'attenzione mediatica dai tagli alla sanità e alla scuola ai vetri infranti in zona Duomo, offrendo alla maggioranza di governo l'espediente perfetto per coprire le proprie debolezze di bilancio dietro l'efficienza degli idranti e delle manganellate.
5. La lezione strategica di Erica Chenoweth: la nonviolenza come sola opzione vincente
Per uscire dalle secche dell'estetizzazione della violenza o della resa all'esasperazione, appare quanto mai prezioso il contributo teorico ed empirico di Erica Chenoweth, docente dell'Università di Harvard e tra le massime esperte mondiali dei conflitti sociali. Attraverso lo studio comparato di oltre 600 movimenti di protesta, rivoluzionari e di resistenza — sia violenti che nonviolenti — condotto su un arco temporale che va dal 1900 al 2019, Chenoweth ha dimostrato l'invalida efficacia della violenza politica nei processi di trasformazione sociale.
I dati emersi dalle ricerche della politologa americana mettono in luce dinamiche strategiche decisive che ogni movimento di protesta contemporaneo dovrebbe assimilare:
A. La violenza come pretesto per la repressione e la perdita di coesione
Quando all'interno o a fianco di un movimento prevalentemente pacifico si innestano frange che ricorrono alla guerriglia urbana, agli scontri diretti o al sabotaggio, l'intero movimento subisce un danno devastante. La violenza scollega la protesta dai suoi obiettivi originali, aliena le simpatie dei media nazionali e internazionali, spaventa la popolazione e offre al potere il pretesto ideale per attuare una repressione spietata sotto la bandiera del ripristino dell'ordine pubblico.
B. Il compattamento del fronte avversario
Il successo delle campagne di resistenza civile si fonda storicamente sulla capacità di incrinare il consenso delle istituzioni e di spingere i pilastri del sistema (forze dell'ordine, magistratura, burocrazia, informazione) a dubitare della bontà degli ordini ricevuti. Chenoweth evidenzia come la violenza di piazza produca l'effetto opposto: se i poliziotti o i funzionari temono per la propria incolumità fisica, il loro fronte si compatta e la catena di comando si salda. Al contrario, la disciplina nonviolenta di una piazza numerosa e determinata rende la repressione aperta moralmente e politicamente insostenibile per gli stessi agenti, favorendo crepe, obiezioni di coscienza e defezioni nel campo dell'avversario.
C. Lo spostamento nello "spettro degli alleati"
La riuscita di una mobilitazione si misura sulla capacità di spostare i diversi settori della società lungo uno "spettro di posizionamento":
- Trasformare gli oppositori passivi in soggetti neutrali;
- Convertire i neutrali in sostenitori simpatizzanti;
- Spingere i simpatizzanti passivi a diventare attivisti mobilitati sul campo.
L'irruzione della violenza spaventa l'opinione pubblica intermedia: i cittadini comuni, le famiglie, i lavoratori privi di politicizzazione radicale si ritraggono per paura del caos, finendo per cercare rifugio e sicurezza sotto l'ombrello delle forze statali. Di conseguenza, il movimento perde la propria base di massa, si isola in una dimensione settaria e finisce per facilitare il consolidamento delle forze reazionarie.
| Dinamica della protesta | Effetto della deriva violenta | Effetto della disciplina nonviolenta |
| Opinione Pubblica Moderata | Retrazione, paura, ricerca di sicurezza nel regime | Simpatia, coinvolgimento e adesione progressiva |
| Forze dell'Ordine / Istituzioni | Compattamento interno e legittimazione della risposta muscolare | Incrinatura del consenso, crisi di morale e potenziale defezione |
| Copertura mediatica | Focus esclusivo su danni, vetri rotti e ordine pubblico | Focus sulle motivazioni strutturali e sui contenuti della protesta |
| Risultato strategico | Isolamento del movimento e vittoria politica della destra | Allargamento della base sociale e trasformazione dei rapporti di forza |
Conclusioni: verso una ricomposizione politica della rabbia
L'autunno di mobilitazioni che stiamo attraversando pone il Paese e le forze sociali di alternativa di fronte a un bivio ineludibile. La tentazione di cedere alla scorciatoia della violenza estemporanea — sia essa la vendetta pre-politica dei giovani immigrati o l'estetizzazione dello scontro ideologico — rappresenta il più grande regalo che si possa fare alle politiche di austerity, riarmo e repressione.
Per evitare che la rabbia giovanile continui a dissolversi nel vuoto dei disordini della domenica o nell'ostilità tra bande urbane, è necessario rimettere al centro un lavoro educativo e politico profondo. Servono strumenti di ricomposizione sociale: dalla promozione dell'educazione affettiva e relazionale nelle scuole — dove la ferita del Covid e l'assenza di riconciliazione generazionale e di genere pesano ancora enormemente — fino al riconoscimento effettivo dei diritti di cittadinanza per chi in questo Paese è nato e formato.
Isolare le logiche provocatorie, superare il giustificazionismo paternalista ed educare alla disciplina della resistenza civile nonviolenta sono le precondizioni necessarie per trasformare una pancia in ebollizione in un movimento capace di incidere realmente sulle scelte del Paese. Solo mantenendo le piazze ancorate ai contenuti reali — la scuola, la sanità, la casa, la pace — si potrà costruire un'alternativa in grado di sottrarre il futuro dei giovani alla morsa del warfare e alla disperazione della marginalità.
