Vai al contenuto

duebulliumiliatidalvotopopolare

IL MIDTERM CHE HA FERMATO DUE BULLI: TRUMP E NETANYAHU.

(E che può far vincere il "campo largo" in Italia)

di Alfonso Navarra - coordinatore dei Disarmisti esigenti

https://www.disarmistiesigenti.org/2026/11/05/duebulliumiliatidalvotopopolare/

 

______________________________

INIZIO DELL'ARTICOLO

La batosta del midterm per Trump e per il suo assetto MAGA è stata troppo forte per essere letta come una semplice alternanza. È stata una sconfessione popolare. E questa sconfessione indebolisce molto anche Netanyahu, perché i due destini politici, da tempo, erano legati insieme.

È come se anche il premier israeliano avesse ricevuto un altolà globale al suo bullismo ostentato, affiancato a quello di The Donald. Per mesi Bibi ha costruito la sua campagna di immagine su quella partnership. Aveva inondato Tel Aviv di manifesti con lui accanto a Trump, inneggianti a un obiettivo comune: sconfiggere l'Iran. Non contenerlo, non negoziare con lui. Sconfiggerlo militarmente.

Se la scoppola elettorale fosse stata meno umiliante per il presidente USA, quella operazione di trascinare gli USA in nuovi attacchi militari contro l'Iran sarebbe stata quasi certa. Era preparata, era annunciata, era attesa. Le midterm con la clamorosa vittoria del partito democratico hanno cambiato il contesto in modo radicale.

Oggi il potere a Washington avrà minore interesse a un conflitto armato che potrebbe provocare una recessione mondiale con la chiusura degli Stretti. Tutti gli analisti lo dicono: un attacco all'Iran non sarebbe un raid chirurgico, sarebbe ancora la chiusura di Hormuz, il blocco del petrolio, l'impennata ulteriore dei prezzi, la recessione globale. E un'America che ha appena votato contro il carovita non può permettersi una guerra che fa esplodere il carovita.

E c'è un secondo fattore, ancora più interessante per noi: i repubblicani stessi, con Vance in testa, danno la colpa della loro debacle proprio alla guerra contro l'Iran e di conseguenza al governo israeliano. Non è l'opposizione a dirlo, è la destra americana. È la frattura interna al MAGA: una parte dell'elettorato trumpiano non vuole più guerre per conto di altri, non vuole più essere trascinata in Medio Oriente. Accusa Netanyahu di aver usato Trump e di averlo fatto perdere.

Questo rende meno praticabile anche l'endorsement per un governo di unità nazionale israeliano che facesse riferimento a un Netanyahu impegnato in guerra. L'idea di Bibi era: mi presento come l'uomo di guerra indispensabile, sostenuto da Washington. Se Washington non lo sostiene più, quella carta cade.

E i leader dell'opposizione israeliana sembrano aver colto l'occasione per fare fuori politicamente Bibi. Non è solo tattica parlamentare, è un cambio di clima.

Eisenkot dichiara di voler lavorare per un nuovo governo di emergenza nazionale impegnato a difendere la dignità e l'eguaglianza di tutte le componenti della società israeliana. Dobbiamo leggere bene queste parole: quindi si intende inclusa quella arabo-palestinese. È un linguaggio che in Israele non si sentiva da anni ai vertici. Non è pacifismo, ma è la rottura del discorso della supremazia etnica.

E il presidente Herzog non vuole escludere per principio la prospettiva di un'alleanza tra partiti sionisti anti-Netanyahu e le liste arabe. Per la politica israeliana è un tabù che cade. Significa che l'ipotesi di un governo senza Bibi, ma con gli arabi dentro, o dietro con l'appoggio esterno, non è più un'eresia, è una possibilità istituzionale.

Da disarmisti esigenti, in conclusione, possiamo dire una cosa: la democrazia, non come concetto astratto ma come spazi democratici e partecipazione reale del popolo che vuole contare, ha dato la prova che c'è e non è affatto defunta. Noi siamo per difendere ed ampliare questi spazi, non per buttare via il bambino con l'acqua sporca. Siamo per una democrazia internazionale, via di pace; per un federalismo europeo, per una Costituzione della Terra, per un ordine internazionale in cui la forza del diritto prevalga sul diritto della forza armata.

Attenzione, però. Questo non significa che noi ci illudiamo che essa sia rappresentata dal modello americano e che i Dem USA non mostreranno ancora tutti i loro limiti, pur con il maggiore spazio concesso alla cosiddetta componente socialista. I democratici hanno vinto perché Trump ha perso, non perché abbiano risolto le loro contraddizioni. Hanno vinto sul carovita, non su un programma di pace. Dobbiamo analizzare bene e saper cogliere i veri motivi della disfatta di Trump. È lo sforzo che faremo con l'incontro online dell'8 novembre, consapevoli che non è affatto facile districarsi. Lo faremo guardando alla nostra spedizione a New York, al tentativo di aprire il trattato di proibizione delle armi nucleari, che tiene la sua conferenza di Revisione dal 30 novembre al 4 dicembre, all'appoggio per un percorso che conduca ad un trattato ONU sul non primo uso delle armi nucleari.

Noi comunque crediamo che il voto del midterm abbia reso più probabili le conclusioni diplomatiche delle guerre in corso, sia quella Russia-Ucraina, con alle spalle la NATO, sia quella in Medio Oriente. Perché una guerra ha bisogno di un centro politico che la voglia e la sostenga, con gli antagonisti che parlano la sua stessa lingua. Se quel centro si indebolisce a Washington, la guerra perde il suo principale anche se non esclusivo motore.

E in Italia dovremmo vedere di darci da fare subito per condizionare le posizioni del governo di centrosinistra che presumibilmente, l'inflazione a fare da carburante, con le elezioni politiche del 2027 subentrerà al centrodestra di Meloni.

Dobbiamo  stare attenti a non italianizzare il voto americano. Le elezioni di midterm negli USA parlano anzitutto agli americani: di prezzi, di sanità, di diritti, di stanchezza verso guerre lontane. Detto questo, un collegamento con la situazione italiana c'è, ed è politico. Giorgia Meloni si è proposta come sovranista trumpiana e come ponte tra l'Europa e gli USA trumpiani. Ha costruito la sua credibilità internazionale su questa immagine: allinearsi a Trump per contare in Europa, accettare dazi, riarmo, sostegno incondizionato a Tel Aviv, ma ha ottenuto in cambio solo foto e pacche sulla spalle. Ad un certo punto, Trump l'ha trattata persino come una specie di molestatrice! Ora che il trumpismo si indebolisce a Washington, la nostra premier sembra addirittura rinnegare Trump. Tenta di cancellare il fatto che la sua sudditanza ha provocato danni per l'Italia che gli italiani hanno pagato e continuano a pagare: prezzi più alti, spesa militare sottratta a sanità e scuola, perdita di autonomia diplomatica, isolamento rispetto a una Europa che cerca - anche se fino ad adesso in direzione sbagliata - una sua strada. È un rinnegamento tattico, non una svolta.

Ecco perché il successo del campo largo nel 2027, più per demerito altrui che per meriti propri, è prevedibile, non una profezia alla Nostradamus.

1. Il ciclo si è esaurito.
In Italia nessun governo dura più di una legislatura senza logorarsi. Meloni è al potere dal 2022. Nel 2027 saranno 5 anni di governo: prezzi alti, sanità in crisi, salari fermi, guerra che pesa. Anche senza errori clamorosi, la stanchezza si accumula. Il governo consuma, l'opposizione raccoglie. È successo a Berlusconi, a Renzi, a Conte, a Draghi. Succederà anche a lei.

2. Meloni ha perso il suo ponte.
Il suo vantaggio era essere l'unica trumpiana credibile in Europa. Ora Trump si indebolisce in casa sua e l'Europa, anche quella di destra, cerca autonomia da Washington. Meloni resta in mezzo: troppo trumpiana per l'Europa, troppo europeista per i trumpiani. Un ponte che non collega più nulla diventa un peso.

3. Il centrodestra è diviso.
Salvini e Tajani non sono più alleati leali, sono concorrenti. La Lega è in crisi di identità, Forza Italia senza Berlusconi è un partito di amministratori senza un popolo. Meloni ha tenuto insieme tutto con il suo carisma, ma il carisma non si eredita e non si trasferisce alle elezioni locali, dove il centrodestra sta già perdendo città dopo città.

4. Il campo largo ha imparato a stare insieme.
Nel 2022 il campo largo ha perso perché era diviso: PD da solo, 5 Stelle da soli, sinistra litigiosa. Ora hanno capito che divisi non vincono. Le regionali e le comunali del 2024-2026 lo mostrano: dove si presentano uniti, vincono. Dove si dividono, perdono. La lezione è stata imparata, anche se a fatica.

5. Il voto americano ha rotto il tabù.
Il midterm ha dimostrato che anche l'elettorato più polarizzato può punire chi governa con la guerra e con i dazi. In Italia questo si traduce in un sentimento già diffuso: basta soldi per le armi, basta sudditanza, vogliamo sanità, scuola, lavoro, pace. Il campo largo, se sarà intelligente, cavalcherà questo sentimento senza neanche dover essere pacifista. Basterà essere meno guerrafondaio di Meloni.

6. La demografia elettorale.
L'elettorato di Meloni è più anziano, più spaventato, più legato alla televisione. L'elettorato del campo largo è più giovane, più urbano, più legato ai temi sociali e ambientali. E i giovani, nel 2027, voteranno di più, perché sono quelli che pagano il prezzo della guerra e della precarietà.

Nessuno di questi motivi, da solo, garantisce la vittoria del centro sinistra. Ma messi insieme, fanno una probabilità molto alta. Per questo dobbiamo condizionare da subito il campo largo. Perché se questo schieramento vince senza essere stato condizionato sulla pace, poi - magari con un'altra faccia - governerà come Meloni. E noi avremo perso l'occasione.

Non aspettiamo il 2027 per esigere la pace. Dobbiamo condizionare ora il futuro governo: no al 13° pacchetto di armi all'Ucraina, no alla logica del riarmo, no al ripristino della mini-naja, sì alla sicurezza comune e alla forza del diritto. Perché se il vento è cambiato in America e in Israele, può cambiare anche qui. Ma solo se noi lo facciamo cambiare, con la nonviolenza come strategia, non come sfogatoio di chi si accontenta di sentirsi dalla parte giusta della Storia senza preoccuparsi di fare continuare la Storia.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *