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francolaveradifesanonstanellearmi

https://www.disarmistiesigenti.org/2026/11/07/francolaveradifesanonstanellearmi/ (PER IL TESTO COMPLETO E VARIE APPENDICI)

 

Scrive un ragazzo su una tra le varie chat Whatsapp degli FFF (Fridays for Future):
"Le armi all’ucraina sono già diminuite, e l'unico risultato è che sono aumentati i morti civili!
Ma che razza di pacifismo è quello che per le proprie convinzioni religiose/ideali astratte condanna alla morte delle persone innocenti?
Io ero a Kyiv a maggio, e vi assicuro che quando ho sentito la contraerea sparare e subito dopo la fine degli scoppi sono stato solo contento.
Quella notte la contraerea ha abbattuto il 96% dei droni russi, che erano quasi un migliaio, sono passati due missili, uno non è esploso e uno ha tirato giù un palazzo uccidendo 27 persone.
Se non c'era la contraerea e fossero passati tutti i droni quanti morti ci sarebbero stati?
270? 2700?
E' questo che state chiedendo. Ve ne rendere conto?
Ma vi rendete conto????"
(siamo nella prima settimana del novembre 2026)

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Qualsiasi risposta al giovane che chiamiamo Franco (nome di fantasia), probabilmente impegnato in una missione del MEAN, non può nascere, crediamo, dall'incomprensione verso una reazione umana spontanea. Chi vive l'angoscia di un bombardamento notturno e vede le difese aeree intercettare ordigni diretti verso centri abitati trae da quell'esperienza un'impressione immediata, concreta e comprensibile. Dire ad una persona che ha vissuto quella notte a Kiev che parla con disonestà  o che coltiva tendenze insensibili significa non attivare la capacità di comprendere come si formano la percezione pubblica e il consenso attorno alle istituzioni militari.

Il fondamento ideologico del sistema di potenza, dominante da millenni nella storia delle civiltà, poggia su un'equazione apparentemente lineare: armi = difesa, e dunque più armi = più difesa. Una logica evoluzione di questa formula è il famoso detto latino "si vis pacem para bellum". Questa formula trae la sua forza dalla verificabilità immediata di un episodio ristretto nello spazio e nel tempo. Se un vettore contraereo intercetta un drone prima che questo colpisca un edificio residenziale, la percezione individuale registra un beneficio diretto.

Tuttavia, l'errore metodologico e politico di tale equazione sta nel confondere la risposta tattica a breve termine con l'architettura strategica e causale a lungo termine. Per comprendere perché Franco si sia trovato a Kiev sotto quella pioggia di droni e missili, occorre allargare il campo di osservazione storico e analizzare le scelte di fondo che hanno condotto a tale scenario.

1. La trappola del confronto militare asimmetrico e la parabola dei "ferri di cavallo"

L'ingresso della crisi ucraina nella fase di guerra aperta su vasta scala ha visto la leadership di Kiev accettare il terreno dello scontro militare frontale tra eserciti regolari contro una potenza dotata di risorse demografiche, industriali e materiali nettamente superiori.

Nei concetti della teoria della guerra, la scelta di affrontare una superpotenza sul suo stesso terreno convenzionale equivale a far salire un pugile di categoria medio-leggera sul ring contro un peso massimo, confidando che l'aiuto esterno possa colmare un divario strutturale. Il sostegno garantito dalle nazioni NATO, comprensivo di forniture belliche, intelligence satellitare e reti di telecomunicazione avanzate come Starlink, ha agito come una serie di "ferri di cavallo" inseriti nei guanti del lottatore più debole. Questo ausilio ha consentito di prolungare la resistenza sul campo e di infliggere colpi severi all'avversario, ma non ha annullato la natura asimmetrica dello scontro, né ha protetto la popolazione civile dalle conseguenze di una guerra di logoramento prolungata.

Accettare la logica della guerra tra eserciti contro una potenza dominante significa subordinare la sicurezza dei cittadini all'esito di una corsa al riarmo e all'escalation tecnologica. In questa cornice, i sistemi antiaerei rappresentano l'ultimo anello di una catena la cui origine sta nella decisione di misurare la sovranità, l'indipendenza o la tutela territoriale unicamente sul piano dello scontro bellico.

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|               EQUAZIONE CLASSICA DEL SISTEMA DI POTENZA           |
|                più armi  --->  più difesa (illusoria)             |
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                                  |
                                  v
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|               EQUAZIONE STRATEGICA DEL DISARMO ESIGENTE           |
|  Accettazione scontro frontale  --->  Escalation e insicurezza    |
|  Resistenza nonviolenta/sociale --->  Logoramento occupazione      |
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2. Il fattore nucleare e il rischio di escalation catastrofica

C'è un ulteriore elemento di vulnerabilità che distingue il conflitto in Ucraina da altri scontri asimmetrici del passato: la Russia è uno Stato dotato di circa 6.000 testate nucleari. Nella metafora del ring, il peso massimo porta legato dietro le spalle uno spadone a doppio taglio pronto a essere sguainato qualora la propria sopravvivenza politica o territoriale sia percepita come gravemente minacciata.

La dottrina strategica di Mosca non adotta il principio del "No First Use" (nessun primo uso) dell'arma nucleare, a differenza di posizioni dichiarate da altre potenze come la Cina. La dottrina di deterrenza russa contempla esplicitamente la possibilità di ricorrere ad armi di distruzione di massa qualora l'esistenza dello Stato o l'integrità del suo territorio siano messe a rischio, anche a fronte di attacchi condotti con armi convenzionali.

Gli attacchi sferrati da droni e missili a lungo raggio contro raffinerie, nodi logistici o basi all'interno dei confini storici della Federazione Russa, pur rispondendo alla logica militare di indebolire l'apparato bellico di quello Stato che formalmente è definibile come l'aggressore (la Campagna ICAN è compatta nel riprendere tale definizione), alimentano il rischio di superare le soglie di tolleranza previste dai manuali d'impiego nucleare. Confidare nel fatto che una potenza atomica accetti la sconfitta sul campo senza far valere l'estrema risorsa di distruzione significa fondare la sicurezza globale su una scommessa dai margini d'errore azzerati.

Ovviamente noi siamo tra quelli che cercano di evitare la trappola di una semplicistica dicotomia "aggressore-aggredito" per inquadrare tutta la vicenda: preferiremmo non finire dalla parte chi dice "allora bisogna armare fino ai denti l'aggredito", o dalla parte opposta di chi dice "allora l'aggressore aveva e ha ragione a prescindere".

Complessificare non vuol dire assolvere. Vuol dire, crediamo, queste cose:

1. Sì, l'invasione è un'aggressione, come riconosce l'ONU e ribadisce la Campagna ICAN
L'entrata delle truppe russe in Ucraina nel febbraio 2022, chiamata da Mosca "operazione militare speciale", è una violazione del diritto internazionale e ha prodotto morte, distruzione e sfollamento. Questo va detto senza ambiguità.

2. Ma la crisi ucraina non nasce nel 2022.
Nasce prima, ed è fatta di strati che si sussuegono sovrapponendosi : la storia dell'Ucraina, divisa tra est e ovest, tra lingua russa e ucraina, tra memorie diverse, il mancato rispetto degli accordi di Minsk, l'allargamento della NATO verso est, denunciato a Mosca come accerchiamento, la competizione tra Russia, USA e UE per sfere di influenza, mercati, gas, armi, le oligarchie e le corruzioni da entrambe le parti, e la sofferenza dei civili ucraini e russi prima ancora della guerra aperta.

3. "Aggressore" e "aggredito" non sono due blocchi puri e monolitici.
Dentro l'Ucraina "aggredita" ci sono ucraini che vogliono resistere con le armi, ucraini che vogliono resistere senza armi, ucraini che fuggono, obiettori, disertori russi e ucraini. Dentro la Russia "aggressore" ci sono chi sostiene la guerra, chi la subisce, chi la rifiuta e va in carcere. Se riduciamo tutto a due bandiere, cancelliamo proprio le persone e la loro unicità che la nonviolenza vuole proteggere.

3. Le alternative strategiche: guerriglia e resistenza nonviolenta

I movimenti e le istituzioni che criticano la continuazione della guerra privi di un'adeguata preparazione teorica tendono talvolta a liquidare la questione della difesa con appelli di principio. Al contrario, l'analisi dei Disarmisti Esigenti poggia sulla consapevolezza che, di fronte all'aggressione (qui usiamo il termine nel suo significato generale) di una comunità da parte di uno Stato più forte, esistono opzioni strategiche distinte dalla guerra convenzionale tra eserciti.

Queste alternative si riassumono in due direzioni concettuali:

  1. Guerra no, guerriglia sì

  2. Guerra no, resistenza nonviolenta sì

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|               DIFESA POPOLARE E RESISTENZA AD UN'AGGRESSIONE                |
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|  Opzione A: Guerra Convenzionale  | Scontro frontale, distruzione civile,    |
|                                   | alto rischio di escalation nucleare.    |
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|  Opzione B: Guerriglia / Asimmetria| Logoramento dell'occupante, evitamento   |
|                                   | del bersaglio fisso, costo alto.        |
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|  Opzione C: Resistenza Nonviolenta| Scioperi, non collaborazione, difesa    |
|             e Popolare            | sociale, delegittimazione politica.     |
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La storia della decolonizzazione e la nascita di molti Stati oggi rappresentati all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite dimostrano che l'indipendenza e il superamento dei domini imperiali sono stati spesso conseguiti tramite forme di lotta asimmetrica, guerriglia, o combinazioni di mobilitazione sociale e pressione politica, piuttosto che attraverso guerre di posizione tra forze armate equivalenti.

Gli studi comparati condotti nell'ambito delle scienze politiche e della ricerca sulla pace — come le rilevazioni quantitative sulle campagne di resistenza civile e sui conflitti armati condotte da ricercatrici quali Erica Chenoweth e Maria J. Stephan — indicano che le campagne di resistenza nonviolenta hanno registrato storicamente una percentuale di successo superiore rispetto ai conflitti armati, richiedendo tempi di ricomposizione sociale inferiori ed evitando la devastazione totale del territorio conteso.

Ecco un libro che viene frequentemente citato dai movimenti nonviolenti e che consigliamo caldamente di procurarsi: Erica Chenoweth e Maria J. Stephan, "Why Civil Resistance Works: The Strategic Logic of Nonviolent Conflict" Columbia University Press, 2011.

Le due ricercatrici analizzano 323 campagne, violente e nonviolente, dal 1900 al 2006, con più di 1.000 persone, per cambio di regime, secessione o cacciata di un'occupazione straniera. Risultato: le campagne nonviolente hanno avuto successo nel 53% dei casi, quelle violente nel 26% - quindi più del doppio. Le campagne nonviolente hanno attirato in media 4 volte più partecipanti. Dopo il successo, portavano più spesso a democrazie stabili, con meno ricadute in guerra civile.

Erica Chenoweth, nel suo “The success of nonviolent civil resistance”, scritto nel 2013, racconta di aver notato che nessun governo coinvolto nei suoi studi, aveva resistito a una sfida in cui il 3,5% della popolazione si era mobilitato contro di lui durante una campagna di protesta. Per darvi un parametro: in Italia sarebbero circa due milioni di persone. Questa "regola del 3,5%" potrebbe essere considerata un aggiornamento della vecchia "regola del 5%", a suo tempo formulata da Gandhi, ma su basi di intuizione empirica e non statistica (e noi "intelligenze naturali" dovremmo forse dare più credito ad essa che non alle soluzioni su base statistica formulate dalle "intelligenze artificiali").

 Perché la resistenza civile funziona: la logica strategica del conflitto non violento (Libro) | CNCR

Elenco delle campagne in NAVCO 1.3 - Progetto Dati NAVCO

Resistenza civile e la regola del 3,5%: una panoramica - Commons Library

Tipologia di lotta Dinamica operativa Risultato storico principale Impatto sul territorio e sui Civili
Guerra convenzionale Scontro tra eserciti, linee rigide, attrito industriale Dipendenza da potenze esterne, elevato rischio di stallo o distruzione Devastazione diffusa, rischio di escalation globale
Guerriglia asimmetrica Azioni ad alta mobilità, sabottaggio, ritiro nello spazio Logoramento dell'occupante nel medio-lungo periodo Elevato costo umano, ma difesa del tessuto sociale primario
Resistenza Civile Nonviolenta Non collaborazione, scioperi, istituzioni parallele, disobbedienza Delegittimazione del controllo dell'occupante, sfaldamento del consenso Conservazione delle infrastrutture, minore tasso di mortalità

La scelta della difesa sociale e della resistenza civica nonviolenta non coincide con la resa o con la passività. Al contrario, si tratta di un'organizzazione capillare della popolazione diretta a rendere ingovernabile il territorio per l'occupante, negando la cooperazione economica, amministrativa e logistica indispensabile a mantenere il controllo su un Paese conquistato con la forza.

4. La natura del potere russo e i limiti della sua impostazione

Per comprendere le radici dell'"Operazione militare speciale" di Putin occorre analizzare la postura politica e ideologica della leadership al Cremlino. L'obiettivo perseguito dal leader ex KGB non risponde ad una visione strategica duttile, ma risponde all'esigenza di far riconoscere alla Russia lo status di impero globale dotata di un'area di influenza esclusiva e rispettata dalle altre superpotenze (Stati Uniti e Cina). In tale schema, l'Europa viene considerata un attore privo di reale autonomia strategica.

La retorica incentrata sulla difesa delle minoranze russofone rappresenta uno strumento politico per giustificare una politica di potenza volta al controllo del Donbass e delle direttrici marittime del Mar Nero. A differenza di figure storiche come Lenin — capace di comprendere la necessità della flessibilità tattica e di gestire passaggi complessi come la pace di Brest-Litovsk per salvaguardare il nucleo dello Stato — la dirigenza russa attuale appare vincolata all'obbligo di ottenere successi territoriali visibili per sostenere la propria legittimazione interna ed estera.

Riconoscere la natura di questa impostazione significa comprendere che la risposta alla politica di potenza non può consistere nell'adozione delle medesime categorie belliche da parte degli avversari, che saremmo poi anche noi europei, poiché questo alimenta una spirale indefinitamente distruttiva.

La stessa critica che rivolgiamo al militarismo russo va allo stesso modo, se non di più, rivolta all'unilateralismo militarista americano, oggi in crisi con Trump, e alla corsa al riarmo USA e NATO. Gli USA stanno preparando una nuova Nuclear Posture Review che rischia di banalizzare l'uso delle atomiche tattiche nelle guerre regionali. Cioè: rendere "pensabile" l'atomica piccola, l'atomica "usabile" sui campi di battaglia sulla base di considerazioni pseudo-utilitaristiche.

Non dimentichiamo, infine,  i pruriti bellicisti del centro sinistra europeo, o come lo vogliamo chiamare: la maggioranza che ha eletto la Von der Leyen con l'elmetto è formata da popolari, socialisti e liberali, con un pizzico di verdi (fino ad ieri)! Se accettiamo questa logica, da entrambe le parti, Oriente e Occidente, magari distinguendo tra missile "offensivo" e missile "difensivo", finiamo per discutere solo di chi ha l'arma più "buona" ed efficace, e non più di come si smonta la guerra...

La domanda da farsi è: vale davvero la pena giocare al gioco, "specchio, specchio delle mie brame, vuoi dirmi chi è il più str....zo del reame", quando tra grandi, medi e piccoli str...zi rischiamo tutti di saltare per aria .... e buonanotte, suonatori! avrebbe detto Carlo Cassola?

5. Dalla "Grande Componenda" alla coesistenza pacifica regolata

Nel dibattito geopolitico contemporaneo viene talvolta delineato lo scenario che le analisi di LIMES, la rivista geopolitica diretta da Lucio Caracciolo, definiscono la "Grande Componenda": una spartizione cinica e pragmatica delle sfere d'influenza mondiali tra un ristretto direttorio di superpotenze (USA, Russia, Cina), a scapito dell'autonomia dei Paesi minori e dell'architettura del diritto internazionale.

Pur considerando tale prospettiva meno immediata rispetto al rischio di una conflagrazione atomica diretta tra blocchi, la posizione dei Disarmisti Esigenti rifiuta la logica della spartizione imperiale. L'obiettivo strategico risiede invece nella costruzione di una coesistenza pacifica regolata, all'interno della quale le inevitabili aree di attrito tra Stati e sistemi diversi siano gestite attraverso trattati vincolanti, organismi multilaterali e il primato del diritto internazionale sulla "forza" basata sull'equazione difesa=armi.

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       |             MODELLI DI ORDINE INTERNAZIONALE          |
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        |                                                     |
        v                                                     v
+-------------------------------+             +-------------------------------+
|    LA GRANDE COMPONENDA       |             |     COESISTENZA PACIFICA      |
|  Spartizione cinica delle     |             |      E REGOLATA DALL'ONU     |
|  sfere d'influenza tra        |             |  Primato del diritto, disarmo |
|  superpotenze (USA-Cina-RU)   |             |  strutturale, no all'uso della|
|  Europa marginalizzatata 
e parte del" menu" sul tavolo.   |             |  forza atomica e anche convenzionale|
+-------------------------------+             +-------------------------------+

La coesistenza pacifica non rappresenta la fine delle divergenze ideologiche o economiche tra nazioni, ma stabilisce che tali divergenze non debbano mai trascinare l'umanità sul baratro della distruzione atomica. Questo spazio di stabilità è la condizione necessaria per consentire ai popoli di mobilitarsi, disarmare gli apparati bellici e avviare la transizione verso un ordine globale fondato sulla sicurezza comune.

6. Il cammino del TPNW e la convergenza sul "No First Use"

La concretezza della prospettiva disarmista si misura nelle iniziative multilaterali nate dalla società civile e da ampi settori delle Nazioni Unite. Il Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari (TPNW), entrato in vigore nel 2021, rappresenta una tappa storica nel percorso di delegittimazione giuridica e morale degli arsenali atomici.

Il percorso umanitario che ha condotto alla firma del TPNW deve ora individuare traguardi intermedi, da considerare come lo stesso TPNW attuazioni dell'articolo VI del TNP, in grado di ridurre l'imminenza del rischio nucleare. Tra questi, l'adozione di un Trattato Internazionale per il "No First Use" (Nessun primo uso) costituisce un passaggio fondamentale.

Promuovere, ad imitazione della Cina, l'impegno solenne di tutte le potenze atomiche a non impiegare mai per prime l'arma nucleare in qualsiasi scenario di conflitto ridurrebbe le probabilità di un attacco preventivo legato al panico da escalation. Favorire l'allineamento su questa posizione — incoraggiando Paesi che già sostengono formalmente tale principio ad agire come promotori di accordi vincolanti — rappresenta il compito prioritario dellea delegazione che organizziamo per partecipare alle conferenze di revisione del TPNW a New York.

7. Il valore della terrestrità e il superamento della logica di potenza

La difesa autentica dei cittadini a livello globale, ma anche a livello di singoli Stati, non coincide con l'accumulo di sistemi d'arma destinati a intercettare ordigni all'interno di una spirale di violenza crescente. Con l'avvento di tecnologie di distruzione sempre più veloci, automatizzate e integrate da sistemi di intelligenza artificiale, l'idea stessa che l'equilibrio del terrore possa garantire la sicurezza della popolazione rivela non solo la sua fragilità; oggi possiamo dire la sua assurdità.

La prospettiva dei Disarmisti Esigenti propone di sostituire la cultura della sovranità armata e del dominio con la strategia del "trasformare i nemici in amici", animata dal valore della terrestrità. Riconoscere la terrestrità significa prendere atto che l'umanità fa parte di un unico organismo vivente — la "Madre Terra" — e che i problemi sistemici del nostro tempo (dalla crisi climatica alla scarsità di risorse, dalla finanziarizzazione alle ingiustizie economiche, dalla oppressione delle donne e dei gruppi minoritari alla prevenzione delle pandemie) non ammettono soluzioni militari.

Trasformare i gruppi umani percepiti come nemici (con il "potere su" che soffia sul fuoco di tutte le divisioni per ostacolare il "potere con") in comunità coesistenti, cooperanti, accomunate dalla necessità di preservare le condizioni di vita sul pianeta (valore della terrestrità), è l'unica opzione coerente con la sopravvivenza della specie.

A Franco e a chiunque abbia vissuto l'esperienza della guerra  occorre rispondere senza sufficienza: la protezione reale contro le bombe non si otterrà moltiplicando i missili e i droni "difensivi" sulle nostre teste, ma smantellando i presupposti politici, ideologici e industriali che rendono la guerra l'unico strumento di regolazione dei conflitti.

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