
Giorno di riflessione per la campagna “Obiettiamo alla guerra: esigiamo l'albo pubblico per chi dice NO ed è pronto alla difesa nonviolenta”
15 maggio 2026, giornata internazionale per l'obiezione di coscienza
17 maggio 2026, incontro online dalle ore 17:00 alle ore 19:00
riunione pianificata in Zoom.
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ID riunione: 885 9810 6956
Codice d’accesso: 812199
Si può aderire online alla Campagna dei Disarmisti esigenti andando al seguente link:
obiezione alla guerra e al servizio militare impegno per la difesa nonviolenta - Petizioni.com
15 maggio 2026 - Giornata internazionale dell'obiezione di coscienza indetta dalla WAR RESISTERS INTENATIONAL, insieme a Connection e.V., European Bureau for Conscientious Objection, Pax Christi International, Quaker Council for European Affairs, Un ponte per
Queste organizzazioni, nell'occasione, hanno lanciato un appello alle istituzioni europee e ai paesi membri a rispettare pienamente questo diritto umano. Si tratta di dar protezione agli obiettori di coscienza costretti a fuggire dai propri paesi in cui l'esercizio di questo diritto è violato e criminalizzato.
I Disarmisti esigenti, il 17 maggio, dalle ore 17:00 alle ore 19:00 organizzano una conferenza online su piattaforma Zoom a cui si può assistere al seguente link: https://us06web.zoom.us/launch/jc/88598106956
Campagna “Obiettiamo alla guerra”
In occasione della Giornata Internazionale per l’Obiezione di Coscienza (15 maggio 2026), il movimento dei Disarmisti Esigenti promuove una riflessione critica e operativa sul superamento del paradigma nazionalista e militarista in Italia. Il fulcro della proposta non è un semplice "riformismo della difesa", ma una trasformazione in senso nonviolento della difesa dello Stato ("transarmo"), che renda effettivi gli Articoli 11 e 52 della Costituzione attraverso l'istituzione di un Albo Nazionale degli Obiettori di Coscienza.
Punti chiave della visione politica:
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Critica alla "Difesa Integrata civile/militare": Si contesta la coesistenza di difesa civile e militare in massima ragione se quest'ultima mantiene una postura offensiva e nucleare. La difesa della Patria deve essere riconvertita in Difesa Popolare Nonviolenta (DPN), spostando le risorse dai bilanci bellici alla tutela della resilienza democratica e dei beni pubblici e comuni del territorio.
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Diritto all'obiezione preventiva: In un contesto di possibili richiami d'urgenza alle armi (Art. 1929 COM), l'obiezione non può essere una scelta emergenziale, ma deve essere garantita come diritto soggettivo esercitabile in tempo di pace.
Strategia operativa (Il "modello Capaci"):
La campagna propone di trasformare l'iscrizione d'ufficio alle liste di leva in un atto di alfabetizzazione democratica, seguendo l'esempio del Comune di Capaci. Le direttrici d'azione includono:
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Livello istituzionale: promozione di delibere comunali per informare i diciassettenni sul diritto all'obiezione e creazione di Registri Civici locali.
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Livello legale: diffide al Ministero della Difesa per la riattivazione dell'Albo Nazionale (L. 230/98) e invio di atti di notorietà preventivi da parte dei cittadini.
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Livello politico-digitale: Richiesta di una piattaforma nazionale (SPID/CIE) per la registrazione permanente dell'obiezione e pressione parlamentare per l'automatismo tra obiezione e Servizio Civile.
Conclusione: l'obiettivo è trasformare l'obiezione da "scelta individuale di rifiuto" a "struttura politica permanente", riqualificando il "sacro dovere di difesa della Patria" come impegno civile, non armato e solidale.
Il testo viene esteso con la critica di Tonino Drago alla LIP promossa dalla RIPD e con le considerazioni di Navarra sulla possibilità che i CCP si formino e agiscano sotto l'egida dell'ONU. Vi sono poi due appendici: appendice 1, relativa alla presentazione ufficiale da parte della RIPD di "Un'altra difesa è possibile"; appendice 2, con le crtiche del MIR alla Campagna della RIPD, cui pure l'organizzazione aderisce.
Per quanto riguarda l'obiezione di coscienza nella sua dimensione di diritto umano riconosciuto, si ricorda che è insito nell'art. 18 della Dichiarazione dei diritti dell'uomo e nell'art. 18 del Patto internazionale sui diritti civili e politici (ICCPR) sul diritto alla libertà di pensiero, coscienza e religione.
Questo diritto è sancito anche in numerose altre convenzioni internazionali e regionali sui diritti umani.
A livello europeo ricordiamo, ad esempio:
l'art. 9 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali;
l'art. 10 della Carta dell'Unione Europea;
la Raccomandazione n. R (87) 8 del Comitato dei Ministri del Consiglio d'Europa;
la Raccomandazione 1518 dell'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa;
la Risoluzione De Gucht del Parlamento europeo;
le sentenze della Corte europea dei diritti dell'uomo secondo cui il diritto all'obiezione di coscienza al servizio militare è tutelato dall'articolo 9 della CEDU.
Ricordiamo ancora che si può aderire online alla Campagna dei Disarmisti esigenti andando al seguente link:
obiezione alla guerra e al servizio militare impegno per la difesa nonviolenta - Petizioni.com
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TESTO PIU' ESTESO DELLA COMUNICAZIONE CON DUE APPENDICI
La Giornata Internazionale dell’Obiezione di Coscienza al Servizio Militare è celebrata il 15 maggio; è un’occasione per denunciare i mali del militarismo e per ricordare che "difendere la Patria", soprattutto per chi la ritiene il mondo intero, non significa necessariamente impugnare le armi. Esistono forme alternative, civili, nonviolente e solidali di proteggere il proprio popolo e il proprio Stato (se vale la pena di farlo). Soprattutto esiste, a prescindere, il diritto umano fondamentale alla obiezione di coscienza e la necessità che sia concretamente riconosciuto dagli Stati, e dallo Stato italiano per quanto ci riguarda più direttamente, cosa che attualmente non ci è garantita.
Il 17 maggio 2026 i Disarmisti esigenti promuovono una riflessione online su come dovrebbe essere condotta una campagna di obiezione alla guerra che risponda ai principi e alle esigenze dell'antimilitarismo nonviolento e risponda al suo rifiuto, che è nelle corde della moltitudini popolari.
Noi, ad esempio non riteniamo che “Un’altra difesa è possibile” (*vedi sotto APPENDICE 1) soddisfi ai requisiti necessari, perché l'attuazione dell'articolo 11 della Costituzione esige sicuramente un modello di difesa strutturalmente difensivo, attualmente del tutto inoperante. Solo in questo contesto si può pensare ad una eventuale componente civile integrata della difesa che permetta di assolvere all’obbligo costituzionale di difesa della patria stabilito all’articolo 52 con una struttura di difesa civile realmente alternativa a quella militare.
Per comprendere meglio il perché restiamo saldi sulla nostra impostazione (si veda petizio24.com) e non aderiamo alla iniziativa della Rete italiana pace e disarmo è utile approfondire la distinzione tra riformismo della difesa e trasformazione nonviolenta.
Ecco alcuni punti chiave che servono ad inquadrare meglio la nostra posizione.
La critica principale risiede nel concetto di coesistenza. Molte proposte attuali suggeriscono di affiancare una difesa civile a quella militare.
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Il problema è che, finché esiste una struttura militare offensiva, la componente civile rischia di essere un semplice "reparto di soccorso" o un'appendice morale che non intacca il bilancio bellico né la postura strategica dello Stato.
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La visione nonviolenta vede invece - repetita iuvant - l'obiezione alla guerra esigere come minimo un modello strutturalmente difensivo. Oltretutto, senza una riconversione delle spese militari in investimenti civili, la "difesa civile" rimane sotto-finanziata e priva di reale potere dissuasivo.
L'Articolo 11 della Costituzione italiana recita: "L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali". Se l'Italia partecipa a missioni internazionali con assetti d'attacco o ospita testate nucleari, il "ripudio" è nei fatti tradito. Non basta, infatti, aggiungere una "opzione civile" per l'individuo. È necessario che lo Stato stesso si faccia accogliente per l'obiettore, modificando la propria struttura per renderla incapace di offesa. Una difesa "integrata" che partecipa alla condivisione nucleare NATO e che mantiene portaerei e cacciabombardieri di lungo corso non è la difesa prevista dallo spirito dell'Art. 11.
L'Articolo 52 afferma che la difesa della Patria è "sacro dovere del cittadino". Bisogna spiegare, interpretandolo correttamente, che "difesa" non è sinonimo di "guerra". La difesa civile nonviolenta (DCN) deve essere lo strumento primario. Proteggere il territorio significa salvaguardare l'ambiente, le infrastrutture sociali e la resilienza democratica. Se la difesa rimane ancorata al paradigma militare, il cittadino nonviolento viene privato del suo diritto di adempiere al dovere costituzionale in modo coerente con la propria coscienza.
Una posizione interessante ma che troviamo alquanto anomala è quella di coloro che non condividono aspetti sostanziali della campagna "UN'ALTRA DIFESA E' POSSIBILE" ma vi aderiscono lo stesso. E' il caso del MIR di cui ci occupiamo nell'appendice 2, che riporta la lettera del presidente Ermete Ferraro alla Campagna.
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Date queste premesse, cosa significa concretamente per noi, qui ed ora, per i giovani che ci ascoltano oggi, obiettare alla guerra?
Anzitutto va ribadito che il fulcro della nostra Campagna è l’istituzione di un Albo pubblico nazionale degli obiettori di coscienza: uno strumento trasparente, riconosciuto e accessibile, che renda effettivo un diritto già sancito dalla Costituzione e dal diritto internazionale.
In questa direzione rappresenta un precedente utile l’iniziativa del Sindaco di Capaci, che ha informato i giovani del Comune della loro iscrizione d’ufficio nelle liste di leva e, contestualmente, della possibilità – pienamente legittima – di dichiararsi obiettori di coscienza al servizio militare. È un gesto semplice ma esemplare: rende i giovani consapevoli del fatto che possono rifiutare di “servire la Patria” in armi e scegliere un’alternativa civile, non armata e nonviolenta.
Questa consapevolezza è tanto più necessaria perché, nell’eventualità – purtroppo oggi non da escludere – di un ripristino d’urgenza del servizio militare di leva tramite D.P.R., “in caso di stato di guerra dichiarato o di grave crisi internazionale”, il diritto all’obiezione rischierebbe di essere svuotato nella pratica. Procedure accelerate e decisioni emergenziali potrebbero infatti comprimere i tempi e gli spazi necessari per esercitare un diritto che oggi è solo sospeso, non abolito, per tutti i cittadini tra i 18 e i 45 anni.
Per questo la nostra Campagna insiste: rendere visibile, pubblico e garantito il diritto all’obiezione è un atto di prevenzione democratica. Significa proteggere, qui e ora, la possibilità concreta di dire no alla guerra e sì a un’alternativa civile.
L'iniziativa del Sindaco di Capaci. lo ribadiamo, è un precedente politico e amministrativo potentissimo: trasforma un obbligo burocratico (l'iscrizione alle liste di leva) in un momento di alfabetizzazione democratica.
Per passare dall'azione simbolica di un singolo Comune a una strategia nazionale che porti alla ricostituzione dell'Albo Nazionale degli Obiettori, ecco i passaggi concreti che potremmo intraprendere, muovendovi su piani paralleli (istituzionale, legale e comunicativo):
Piano Istituzionale: il "Modello Capaci" nei Comuni
Il primo passo è la replicabilità. Non occorre aspettare una legge nazionale se i territori iniziano a muoversi.
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Mozioni Comunali: promuovere in ogni Consiglio Comunale una mozione che impegni il Sindaco e l'Ufficio Leva a inviare, insieme alla notifica di iscrizione nelle liste (che avviene a 17 anni), un modulo informativo sull'obiezione di coscienza.
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Istituzione di Albi Comunali: in assenza di quello nazionale, i Comuni possono istituire un "Registro Civico degli Obiettori". Pur non avendo valore legale immediato in caso di precettazione bellica, creerebbe un fatto politico enorme e una base dati di cittadini che hanno già espresso la loro volontà.
Piano Legale-Amministrativo: la "Pre-Dichiarazione"
Poiché il rischio è che in caso di mobilitazione d'urgenza (Art. 1929 Codice Ordinamento Militare) i tempi per l'obiezione vengano annullati, bisogna agire in prevenzione.
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Atto di notorietà preventivo: invitare i giovani (e i meno giovani fino a 45 anni) a depositare presso il Comune o un notaio una dichiarazione formale di obiezione di coscienza.
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Diffida al Ministero: una campagna di invio massivo di PEC al Ministero della Difesa in cui si richiede la riattivazione dell'Albo Nazionale ai sensi della Legge 230/98. Se l'Albo non esiste, lo Stato sta di fatto impedendo l'esercizio di un diritto soggettivo fondamentale.
Piano Politico: riforma della Legge sul Servizio Civile
L'obiettivo è colmare il vuoto legislativo creato dal passaggio al servizio professionale.
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Ripristino dell'Opzione Preventiva: fare pressione parlamentare affinché venga emendato il Codice dell'Ordinamento Militare. Bisogna esigere che la scelta tra difesa armata e civile possa essere fatta ora, in tempo di pace, e non solo sotto la minaccia di una cartolina di precetto, quando la libertà di scelta è fisiologicamente compressa dalla paura o dall'urgenza.
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Tracciabilità della scelta: l'Albo Nazionale deve essere concepito come un'anagrafe della "resistenza civile", garantendo che, in caso di ripristino della leva, il passaggio al Servizio Civile sia automatico per chi è iscritto.
Sintesi delle "mosse" operative per la Campagna:
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Toolkit per i Sindaci: da creare un pacchetto pronto all'uso (lettera tipo, riferimenti normativi, bozza di delibera) da inviare a tutti i primi cittadini d'Italia, citando l'esempio di Capaci come best practice.
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Campagna "Dichiara l'obiezione": una giornata nazionale di mobilitazione in cui i cittadini maggiorenni si recano nei Comuni per dichiarare la propria obiezione di coscienza, chiedendo che l'atto venga protocollato.
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Pressione Digitale: utilizzare l'identità digitale (SPID/CIE) per chiedere una piattaforma nazionale (simile a quella per il fine vita o le firme per i referendum) dove ogni cittadino possa registrare la propria "obiezione alla guerra".
Perché questo approccio può risultare vincente?
Perché sposta il tema dal "rifiuto della legge" all'"esercizio di un diritto". Non stiamo chiedendo ai giovani di diventare disertori, ma di essere cittadini consapevoli che scelgono la Difesa Civile Nonviolenta come modalità di adempimento del loro dovere verso la Patria.
In questo modo, l'obiezione cessa di essere una "fuga" e diventa una struttura politica permanente.
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Sintesi per l'incontro online del 17 maggio
Strutturiamo l'argomentazione in questo modo per tentare di renderla chiara, ben oltre le avanguardie calde, alle "moltitudini popolari":
| Concetto | Modello "Un'altra difesa" | Modello "Disarmista Esigente" |
| Obiettivo | Aggiungere la difesa civile a quella militare. | Sostituire, con il Transarmo, la logica militare con una nonviolenta |
| Articolo 11 | Interpretato come limite all'aggressione. | Interpretato come obbligo di disarmo strutturale. |
| Risorse | Briciole del bilancio per il Servizio Civile, stravolto nelle sue finalità | Trasferimento quasi totale dei fondi dalle armi ai bisogni sociali. SCA finalizzato alla DPN |
| Il Nemico | L'esercito avversario. | La guerra stessa e il complesso militare-industriale. |
Nota di riflessione finale: il rifiuto della guerra non è un atto di codardia, ma un atto di massima responsabilità politica. Dire "no" alla struttura militare attuale significa pretendere una protezione che non distrugga ciò che intende difendere.
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LA CRITICA DI TONINO DRAGO ALLA LEGGE DI INIZIATIVA POPOLARE PROMOSSA DALLA RIPD E LE CONSIDERAZIONI DI NAVARRA SULLA POSSIBILITA' DI CCP SOTTO L'EGIDA DELL'ONU
La tabella sotto riportata è stata elaborata da Tonino Drago. A suo parere il confronto manifesta che la difesa “altra”, pur volendo esprimere la solidarietà sociale sostenendo la popolazione anche in tempo di guerra, si lega le mani nel proporre una alternativa alla istituzione tradizionale della difesa armata per esserle diventata “complementare” e “integrata”. Cioè essa non è un cambiamento strutturale della Difesa nazionale in senso non violento. Allora, non è forse da chiamarla “difesa in-castrata”, nei due sensi di questa parola composta?
| Tempo di pace | Tempo di guerra | |
| Difesa popolare non violenta | . Con la “sospensione della leva” non c’è obbligo, comunque c’è il servizio civile (volontario) equiparato a quello militare.
Costruzione di attività esemplari di DPN: Time for Peace (1989) Don Bello e 500 a Sarajevo (1992), Mir Sada (1983) Emergency, Op. Colomba, Corpi Civili di Pace, varie edizioni della Flotilla, UN Volunteers, Rivendicazione che per legge il Serv. Civile è finalizzato alla DPN e deve formare i SC.isti alla DPN |
Diritto a non usare le armi: già la 772/1972 art. 10 e poi dalle sentenze della Corte Costituzionale (dalla 134/1985 in poi)
Componente non armata e non violenta della Resistenza (1943-45), Rifiuto dei 600.000 IMI nei lager tedeschi di tornare alle armi coi fascisti Campagna per l’obiezione fiscale (1973-1999) Volontari di Pace in Medio Oriente (1991), Manifestazioni contro Min. Difesa se va contro art. 11 Costituzione. Rivendicazione che per legge il Serv. Civile è finalizzato alla DPN e deve formare i SC.isti alla DPN Obiezione di coscienza selettiva ad una guerra (o una difesa) specifica Campagne di disobbedienza civile Corpi Civili di Pace nell’altro Paese Comitato interministeriale per la Difesa civile non armata e non violenta |
| Difesa “altra”,
“come in Svezia” |
Costituzione di una Difesa nazionale civile e non armata a cui chi non è per le armi è obbligato a partecipare. Essa può proporre nuove attività nonviolente, ma purché “integrate” nella strategia delle FF.AA | Costituzione, sotto la Presidenza del Cons.dei Ministri, della Difesa civile e non armata nazionale che è “complementare” a quella armata e ”integrata” in essa, (quindi vincolata a seguire le FF.AA. non solo nella difesa nazionale ma anche all’estero, in ogni loro avventura bellicista dettata dalla NATO anche contro l’art. 11 della Costituzione; vedi Jugoslavia, Irak, Libia…). Non c’è più diritto alla obiezione di coscienza perché la “difesa” è “totale”.
In Svezia non ci sono, ma la difesa “altra” chiede: lo stornamento (non l’obiezione) di parte delle tasse, un Istituto di ricerca (chi nomina il Pres.?), e i Corpi civili di pace (da inviare col consenso del Min. Esteri e Min. Difesa). |
Dovrebbe essere evidente che alcune cose sono possibili in una fase distesa ed avanzata per gli equlibri di pace, altre sono impossibili in situazioni di tensioni crescente quando la vela del governo indirizza il timone in senso bellicista..
L'idea centrale su cui propongo di lavoare è che oggi sarebbe opportuno lavorare per porre I corpi civili di pace sotto la responsabilità diretta del segretario generale dell'ONU, attuando il secondo comma dell'articolo 11 della Costituzione...
Mettere corpi civili di pace dentro un sistema che pensa in termini offensivi e nucleari è come mandare pompieri in una fabbrica dove il direttore vuole l’incendio. L’autonomia e la funzione stessa vengono schiacciate se non si cambiano le regole del gioco.
Ecco come si potrebbe impostare l'altra difesa in 3 livelli, perché la risposta cambia a seconda della fase:
1. Principio: l’autonomia si difende con mandato e status giuridico, non con il buonismo
Un corpo civile di pace senza protezione legale e senza mandato chiaro finisce per fare da scudo umano o da NGO umanitaria sotto comando militare.
Per salvaguardarlo servono 3 cose:
- Mandato ONU esplicito: non “osservatori”, ma mandato per interposizione civile, mediazione, creazione di zone di dialogo. Deve dire cosa può fare, cosa non può fare, e che nessuno può dare ordini diversi.
- Status di neutralità riconosciuto: come la Croce Rossa, ma per la nonviolenza attiva. Uniforme chiara, registro pubblico, protezione giuridica internazionale. Chi attacca un civile di pace con mandato ONU commette un crimine di guerra.
- Catena di comando separata dal militare: non possono rispondere al comandante NATO o al generale dell’operazione. Altrimenti diventano supporto psicologico alle truppe.
2. Dove metterli oggi: sotto il Segretario Generale ONU, Art. 11 Costituzione
Credo che l'idea sia giusta per la fase attuale. L’art. 11 Cost. dice: “L’Italia ripudia la guerra… consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace”.
Il 2° comma permette di trasferire funzioni a un organismo internazionale per la pace.
Come funzionerebbe:
- L’Italia propone che il Segretario Generale ONU istituisca un “Ufficio per i Corpi Civili di Pace” con budget, reclutamento e comando autonomo.
- I corpi vengono reclutati, formati e inviati solo su mandato del Consiglio di Sicurezza o dell’Assemblea Generale, non su richiesta di un singolo Stato in guerra.
- Finanziamento separato dal bilancio militare ONU. Se li paghi col budget peacekeeping militare, finisci sotto comando militare.
- Mandato limitato a fasi di bassa/media intensità: prevenzione, pre-conflitto, post-cessate il fuoco. In guerra aperta non entrano. Non è suicidio, è lavoro professionale.
En passant, questi ccp potrebbero benissimo essere finanziati anche con un meccanismo 6 per mille.
Questo li mette fuori dalla logica “offensiva e nuclearizzata” perché rispondono a un mandato multilaterale di pace, non a una strategia di guerra.
3. Cosa è possibile oggi vs cosa no
Bisogna essere consapevoli che molte cose dipendono dalla fase.
Fase distesa/avanzata:
Si può fare interposizione civile vera, creare corridoi umanitari civili, mediazione comunitaria, ricostruzione post-conflitto. Esempio: Balcani anni ‘90 post-Dayton, Timor Est. Qui i corpi civili hanno spazio e funzionano.
Fase di escalation bellicista:
Non si può fare interposizione. Ti ammazzano o ti usano come propaganda. In quella fase il ruolo è:
- Mantenere canali di dialogo informali fuori dal conflitto.
- Documentare e testimoniare.
- Preparare il terreno per il post-conflitto.
- Non entrare nelle zone calde. Chi lo fa senza mandato e protezione diventa martire, non mediatore.
Il criterio è: non mandare civili disarmati dove l’unica logica è quella militare. Lì il tuo compito è tenere aperto uno spazio politico/diplomatico fuori, non suicidarti
In sintesi, oggi l’unica via è possibile nel medio periodo sganciare i corpi civili di pace dal comando nazionale e metterli sotto il Segretario Generale ONU con mandato chiaro, formazione professionale, e regole d’ingaggio che vietano l’ingresso in guerra aperta. L’art. 11 ce lo permette.
In fase di escalation non si fa eroismo: si tiene aperto il canale politico e si prepara la riconciliazione per dopo.
Purtroppo non esistono corpi civili di pace “alla maniera dei Caschi Bianchi nonviolenti” alle dipendenze dirette del Segretario Generale ONU.
Quello che c’è oggi è diverso:
1. Cosa c’è già all’ONU
- Peacekeeping militare: i caschi blu sono militari prestati dagli Stati, sotto comando ONU. Sono armati e rispondono alla catena militare.
- Missioni politiche speciali: lì ci sono civili ONU, inviati speciali, mediatori. Ma sono funzionari ONU, diplomatici, esperti. Non fanno interposizione civile nonviolenta sul campo tra popolazioni in conflitto.
- Civil Affairs Officers: personale civile nelle missioni ONU che lavora con le comunità locali. Fanno mediazione, sostegno al dialogo, ma sono parte della missione militare/politica e ne seguono la catena di comando.
- UN Volunteers: volontari civili in vari settori, anche pace e diritti umani. Ma non sono un corpo strutturato di interposizione civile nonviolenta con mandato autonomo.
Quindi: ci sono civili ONU che fanno lavoro di pace, ma non un corpo civile di pace autonomo, disarmato, formato alla nonviolenza attiva, con catena di comando separata dal militare.
2. Perché manca
L’ONU non ha mai istituito un corpo civile di pace per 3 motivi:
1. Veto degli Stati: gli Stati permanenti del Consiglio di Sicurezza non vogliono un corpo indipendente che possa entrare in crisi senza il loro controllo.
2. Logica militare dominante: il peacekeeping è nato come strumento militare di gestione dei conflitti. L’idea che civili disarmati possano fare interposizione non è mai entrata nel mainstream ONU.
3. Assenza di base giuridica e budget separato: senza un mandato chiaro e senza soldi separati dal bilancio militare, si finisce sempre sotto il comandante militare.
3. I precedenti più vicini
- Caschi Bianchi / Nonviolent Peaceforce: ONG internazionali che fanno interposizione civile nonviolenta in zone di conflitto. Non sono ONU, ma a volte collaborano con missioni ONU.
- Corpo Civile di Pace italiano: legge 64/2001, gestito dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione. Mandano civili in progetti di pace, ma è un programma nazionale, non ONU, e non fa interposizione in guerra aperta.
- Proposte storiche: Hammarskjöld negli anni ’60 parlava di “peacekeeping civile”. Nel 1995 Boutros-Ghali nel Agenda per la Pace propose un “Stand-by Force” che includeva componenti civili. Mai realizzate.
4. Cosa cambierebbe con la nostra proposta
Se i corpi civili di pace venissero posti sotto il Segretario Generale con mandato dell’Assemblea Generale/Consiglio di Sicurezza, si avrebbe per la prima volta:
- Catena di comando civile separata
- Budget separato dal peacekeeping militare
- Mandato specifico per interposizione nonviolenta, mediazione, riconciliazione
- Status di protezione internazionale simile alla Croce Rossa
È quello che manca oggi. L’ONU fa pace con i militari, non con i civili disarmati.
Ripartiamo ora dal cuore del problema: l'ossimoro strutturale di voler inserire la nonviolenza attiva dentro un ingranaggio difensivo che, nei fatti, ragiona ancora secondo logiche offensive e nuclearizzate. E' quasi scontato: mandare attivisti disarmati in un contesto simile, senza uno scudo giuridico e istituzionale, significa condannarli all'irrilevanza o, peggio, al martirio propagandistico.
Se l'obiettivo strategico di medio periodo è la riforma dell'ONU tramite il secondo comma dell'Articolo 11 della Costituzione (creando un ufficio autonomo sotto il Segretario Generale), dobbiamo chiederci cosa possiamo fare oggi, nel breve periodo, in questa fase di forte escalation bellicista, per costruire i gradini intermedi. Come facciamo a muovere i primi passi senza farci schiacciare dal "direttore della fabbrica che vuole l'incendio"?
Ecco una prima proposta di passi intermedi, concreti e realizzabili subito, pensati proprio per tutelare l'autonomia e preparare il terreno per quel modello a tre livelli che si è delineato.
1. Il livello normativo: sganciare la sperimentazione dal Servizio Civile e creare lo "Status di Obiettore Internazionale"
Oggi il Corpo Civile di Pace italiano esiste (istituito in via sperimentale nel 2014), ma è inserito nel Dipartimento per le Politiche Giovanili e il Servizio Civile Universale. È un ibrido: fa ottimi progetti di cooperazione, ma non ha lo status giuridico per la gestione dei conflitti.
- Il passo intermedio subito: promuovere una proposta di legge di riforma che sposti i CCP fuori dal Servizio Civile giovanile, configurandoli come servizio professionale permanente di difesa civile nonviolenta.
- La salvaguardia dell'autonomia: questa legge deve definire per statuto che il personale risponde esclusivamente a un comitato civile paritetico (Ministero degli Esteri/Università/Società Civile) e mai alle catene di comando del Ministero della Difesa o della NATO. Inoltre, deve introdurre il riconoscimento giuridico del personale come "operatori di pace neutrali", ponendo le basi nazionali per quello status "stile Croce Rossa" che auspichi a livello internazionale.
2. Il livello finanziario: l'opzione fiscale e il fondo di "Difesa Civile"
Finché i soldi passano per i capitoli di spesa della difesa militare o delle missioni internazionali tradizionali, la logica bellicista vincerà sempre.
- Il passo intermedio subito: istituire una campagna per l'obiezione fiscale alle spese militari strutturata e legalizzata, come il meccanismo del 6 per mille (qui citato) o l'opzione fiscale in dichiarazione dei redditi, dove il cittadino può destinare una quota delle proprie tasse alla "Difesa Civile (o Popolare) Nonviolenta e Corpi Civili di Pace".
- La salvaguardia dell'autonomia: creare un Fondo Autonomo per la Riconciliazione. Se i fondi sono vincolati per legge e alimentati direttamente dai cittadini, nessun governo in fase di escalation può dirottarli sull'acquisto di sistemi d'arma o su missioni di peace-enforcement (guerra) mascherate da aiuti.
3. Il livello geopolitico: l'alleanza multilaterale dei "Paesi Non-Allineati alla Guerra"
Visto che l'ONU è bloccata dai veti dei membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, l'Italia non può muoversi da sola nell'Assemblea Generale.
- Il passo intermedio subito: Attivare la diplomazia dal basso e i parlamentari sensibili per creare un'alleanza con quegli Stati (ad esempio in America Latina o nell'Unione Africana) che storicamente spingono per il multilateralismo e il disarmo. L'Italia potrebbe farsi promotrice di un "Gruppo di contatto transnazionale per il Peacekeeping Civile".
- La salvaguardia dell'autonomia: Questo gruppo di Stati può iniziare a finanziare e testare congiuntamente missioni pilota di interposizione, utilizzando ONG esperte (come la Nonviolent Peaceforce o i Caschi Bianchi) come braccio operativo d'avanguardia. Questo creerebbe il precedente istituzionale e la massa critica per presentarsi poi davanti al Segretario Generale ONU con un modello già funzionante e "chiavi in mano".
4. Cosa fare in questa fase di escalation: la "Scuola Nazionale di Formazione e Monitoraggio"
Si è detto che in fase di escalation non si fa eroismo e non si entra in guerra aperta. Il rischio di essere strumentalizzati è altissimo.
- Il passo intermedio subito: utilizzare questa fase di "riflusso" per l'infrastrutturazione teorica e tecnica. Dobbiamo istituire subito una Scuola Nazionale di Formazione per la Difesa Civile Nonviolenta.
- La salvaguardia dell'autonomia: invece di mandare corpi sul campo a farsi sparare, oggi il compito dei CCP deve essere concentrato su:
- Guerra cognitiva e disinformazione: monitoraggio indipendente delle violazioni dei diritti umani e dei crimini di guerra (la testimonianza di cui parlavi).
- Diplomazia di serie B (Track II Diplomacy): creare e finanziare spazi neutri (es. in paesi neutrali) dove far incontrare esponenti della società civile delle parti in conflitto (es. attivisti russi e ucraini, israeliani e palestinesi) per preparare la riconciliazione post-conflitto.
In sintesi: adottare la strategia del "Cuneo"
Nell'attuale contesto bellicista, l'Articolo 11 della Costituzione non deve essere visto solo come un traguardo, ma come un cuneo giuridico da piantare nel dibattito pubblico.
I passi intermedi sopra descritti servono a questo: non a cambiare l'intero sistema offensivo domani mattina (impossibile ora), ma a creare un'enclave istituzionale, finanziaria e formativa totalmente autonoma. Una volta protetta l'autonomia a livello nazionale e creata una rete di paesi alleati, il salto verso il Segretariato Generale dell'ONU diventerà un passaggio politico logico e, finalmente, praticabile.
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APPENDICE 1 - UN'ALTRA DIFESA E' POSSIBILE
La campagna “Un’altra difesa è possibile”, promossa insieme alla Rete Italiana Pace Disarmo e Sbilanciamoci!, mira a presentare una proposta di legge di iniziativa popolare che istituisca un Dipartimento dedicato alla difesa civile presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri.
Depositata in Corte di Cassazione il 16 marzo 2026, la proposta di legge prevede principalmente tre punti:
- L'istituzione di un Dipartimento della Difesa civile non armata e nonviolenta con funzione di coordinamento tra i Corpi Civili di Pace, la Protezione Civile e il Servizio Civile Universale.
- Fornire la possibilità ad ogni contribuente di destinare il 6 per mille dell’imposta sul reddito (IRPEF), senza oneri aggiuntivi, verso la difesa militare o verso quella civile, non armata e nonviolenta.
- Realizzare un istituto di ricerca per la pace e per il disarmo che dia un supporto scientifico al Dipartimento.
La legge di iniziativa popolare è uno strumento previsto dalla Costituzione, che permette ai cittadini di partecipare direttamente al processo legislativo del Parlamento. Affinché un progetto di legge di iniziativa popolare sia presentato in Parlamento, per poi essere discusso e votato, è necessario raccogliere almeno 50.000 firme di cittadine e cittadini italiani. Clicca al seguente link per firmare la proposta: https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/6100008 (entra sul sito, vai su “Accedi” in alto a destra e entra con SPID o CIE).
Per maggiori informazioni: www.difesacivilenonviolenta.org
APPENDICE 2 - COMUNICATI DEL MIR ITALIA. LETTERA DEL PRESIDENTE ERMETE FERRARO AI RESPONSABILI DELLA CAMPAGNA "UN'ALTRA DIFESA E' POSSIBILE
Cari/e Amici/che,
questa lettera nasce dalla discussione sul tema in sede di Assemblea nazionale del
M.I.R. Italia (svolta a Brescia il 25-26 aprile), dall’interlocuzione con un autorevole
esponente della nonviolenza in Italia come Antonino Drago, ma anche da
considerazioni personali, legate al confronto con vari esponenti della Campagna in
occasione di recenti convegni nazionali cui ho partecipato.
Chi, nel Movimento, conserva memoria delle discussioni registrate quando fu
lanciata la prima legge d’iniziativa popolare ricorderà che già allora io assunsi una
posizione critica nei confronti di quella proposta, che mi sembrava per vari motivi
minimalista e non esente da contraddizioni. Allora però mi esprimevo a titolo
personale, mentre questa seconda L.I.P. – in gran parte figlia della precedente – mi ha colto in una posizione di rappresentanza di un soggetto associativo, in quanto
presidente nazionale del Movimento Internazionale della Riconciliazione, storico
esponente del movimento per la pace di matrice nonviolenta, ma anche membro della Rete Italiana Pace e Disarmo, con la quale da anni collabora fattivamente.
L’appello a me indirizzato a sottoscrivere questa seconda proposta di legge,
giuntomi non molto tempo prima della sua presentazione in Corte di Cassazione, senza una preventiva interlocuzione e senza allegarne testo con relazione illustrativa (inviatami solo in seguito da Mao Valpiana cui l’avevo chiesto), mi ha indotto ad esprimere un assenso di massima e a partecipare in seguito al formale deposito della stessa, sottoscrivendola insieme ad altri soggetti in aggiunta ai promotori effettivi (CNESC, Rete Italiana Pace e Disarmo, Sbilanciamoci). Tale atto di adesione, per lealtà e spirito collaborativo nei confronti della stessa RIPD e prendendo atto di un orientamento positivo di massima all’interno del M.I.R., non può però impedirmi di esprimere – con la stessa lealtà ed onestà intellettuale - molti dubbi sia sul merito del testo proposto alla firma dei cittadini e all’attenzione del Parlamento, sia sul metodo adottato per promuovere e lanciare tale Campagna.
Nella mia relazione introduttiva ai lavori della citata Assemblea Nazionale del
M.I.R., infatti, ho manifestato con chiarezza le mie perplessità sull’effettiva coerenza di questa proposta legislativa con lo spirito di un’autentica Difesa Popolare Nonviolenta, per la quale ci siamo a lungo spesi nei decenni passati, nella convinzione che la D.P.N. rappresentasse una proposta radicalmente alternativa alla difesa armata e che, come tale, richiedesse un suo autonomo riconoscimento normativo. La tendenza a qualificarla come un‘altra forma di difesa, in buona sostanza però ‘complementare’ all’attuale modello difensivo militare, era in effetti presente già nella precedente proposta legislativa. La sua riproposizione nell’attuale L.I.P. – in assenza di un preventivo e diffuso dibattito sulla congruità di tale impostazione con la radicale opposizione antimilitarista e nonviolenta al complesso militare-industriale – ci pone a questo punto di fronte alla necessità di chiarire la posizione del M.I.R. e di verificarne l’adesione alla presente campagna.
Entrando nel merito, sintetizzo di seguito i punti del testo proposto alla sottoscrizione popolare che hanno suscitato in noi le maggiori perplessità e sui quali chiediamo a breve un franco confronto chiarificatore coi promotori della campagna.
1. Già nell’art. 1 della LIP si afferma: “la difesa civile, non armata e nonviolenta,
intesa come insieme di strumenti e attività di prevenzione, protezione e gestione non armata dei conflitti, [è] complementare alle forme di difesa militare”. Nella
relazione introduttiva alla PdL si parla poi di "forme di difesa civile basate su
principi non armati e nonviolenti, integrando tali strumenti nelle proprie
politiche di sicurezza nazionale […] L’obiettivo perseguito [dalla pdl] non è
quello di sostituire la difesa militare, bensì di affiancarla e integrarla,
offrendo allo Stato ulteriori strumenti per affrontare minacce e rischi che,
sempre più frequentemente, richiedono risposte civili…”. Ebbene, il fatto di
aver definito la difesa civile e nonviolenta –l’aggiunta del termine “non
armata” – mediante aggettivi quali “complementare”, “integrato”,
“affiancata” nei confronti della tradizionale difesa basata sulle forze armate
è il primo punto critico, da cui sorge legittimamente il dubbio che ad una
visione alternativa se ne sia de facto sostituita una più ambigua e
compromissoria.
2. Come giustamente sottolineato da Antonino Drago e non solo, questo modello ‘misto’ di difesa non soltanto non coincide con la tradizionale visione ‘alternativa’ dei movimenti nonviolenti, ma sembra paradossalmente rispecchiare una proposta della NATO. Essa, infatti, nel 1999 aveva istituito una unità che integrava i civili nelle
operazioni belliche, denominata CIMIC (Civil-Military Cooperation),: “Una
funzione militare congiunta che integra [nel militare] la comprensione dei
fattori civili dell’ambiente operativo e che consente, facilita e conduce
l’interazione civile-militare per supportare il raggiungimento delle
missioni e degli obiettivi strategici militari in tempo di pace, crisi e
conflitto. In questo contesto, poco compatibile col movimento pacifista, è
stato usato il termine "integrazione" tra civile e militare, intesa come
processo di collaborazione finalizzata al raggiungimento d’un obiettivo
comune, in palese contraddizione però col richiamato principio della nostra opposizione/obiezione allo ‘strumento militare’ e dell’affermazione
‘costruttiva’ d’una modalità alternativa, costituita dalla difesa popolare e
nonviolenta.
3. Questa PdL, peraltro, rischia di fare arretrare il movimento rispetto alle
stesse leggi vigenti, fra cui quella istitutiva del servizio civile nazionale (L. 6
marzo 2001, n. 64), che al Capo I - Art. 1 Princìpi e finalità, fra l’altro
recita: “È istituito il servizio civile nazionale finalizzato a: a)
concorrere, in alternativa al servizio militare obbligatorio, alla
difesa della Patria con mezzi e attività non militari..". Pur non
sottoscrivendo appieno l’affermazione di Drago secondo la quale l’attuale
pdl sarebbe “una inversione ad U rispetto alle leggi non violenti italiani,
conquistate con 50 anni di prigioni e di lotte”, constatiamo però che nella
L.I.P. attuale non si ribadisce affatto il citato principio secondo il quale il
S.C. deve concorrere alla costituzionale “difesa della Patria”, ma in forma
‘alternativa’ a quella prevista dal servizio militare e, è il caso di aggiungere,
alle insidiose strategie di un’alleanza militare come la NATO.
4. Un ulteriore appunto da farsi alla congruità del testo presentato in Cassazione rispetto ai principi che per decenni hanno animato il movimento per la pace d’ispirazione antimilitarista e nonviolenta è costituito dalla mancanza di una chiara visione su come s’intenderebbe giungere all’approvazione della LIP – una volta raccolte le firme necessarie per la sua proposizione al Parlamento – in assenza d’una effettiva e preliminare interlocuzione coi soggetti che in teoria dovrebbero
votarla (in tal caso, con prevedibili emendamenti peggiorativi…). Per citare A.
Drago: “Questa pdl raccoglie tutti i desideri della base (Dipartimento specifico, Corpi
civili di pace, Istituto di ricerca, SC per la nuova difesa, Consiglio nazionale sulla
nuova difesa, obiezione fiscale legale) senza una valutazione di quanto ogni
desiderio sia realistico, quanto questi desideri siano compatibili tra loro e
quanto corrispondano ad una strategia”.
È evidente il rischio, in un contesto politico particolarmente ostile, che una
proposta di legge sulla difesa civile - che dovrebbe contrapporsi alla
ristrutturazione in chiave militarista e bellicista dell’attuale modello
difensivo, al di là delle intenzioni dei proponenti – nel caso di una sua
improbabile approvazione parlamentare - possa essere strumentalizzata e ridotta a risorsa civile ‘integrata’ e ‘complementare’ rispetto alle stesse forze
armate.
5. Un altro dubbio riguarda la modalità esclusivamente ‘virtuale’ prevista per la
raccolta delle 50.000 firme necessarie per la sua effettiva proposizione alle
Camere. La principale motivazione che, come MIR, ci ha indotti a sottoscrivere la
L.I.P., nonostante qualche iniziale perplessità, era il fatto che – a prescindere dal
risultato finale – sarebbe stata comunque un’utile occasione per confrontarsi
direttamente coi cittadini e per spiegare loro le nostre ragioni. Ma il ricorso
alla sottoscrizione della proposta in chiave informatica, attraverso il canale
SPID e CIE limita di fatto un reale e diretto dialogo coi potenziali firmatari
e, conseguentemente, riduce la possibilità di illustrarne la valenza
alternativa, soprattutto circa il ruolo dei giovani obiettori in un servizio
civile finalizzato ad un modello di difesa davvero contrapposto a quello
militare.
6. Ulteriore punto debole riguarda i non precisati canali di finanziamento della
componente civile della difesa, affidati ad una decisione del M.E.F. e ad
una ‘opzione fiscale’ che, seppur auspicabile, appare difficilmente
conseguibile. Altre perplessità sono affiorate – anche in sede di assemblea nazionale del M.I.R. - sulla fragile macchina organizzativa prevista per una campagna così impegnativa, sullo scarso confronto e coordinamento tra gli stessi promotori, sull’intreccio con la campagna – a sua volta ancora poco coordinata - per
diffondere di una obiezione di coscienza preventiva, ma anche sul ruolo
chiave dello stesso C.N.E.S.C. come una delle tre organizzazioni promotrici, a
fronte di un’esperienza non esaltante di gestione del c.d. ‘servizio civile universale’,
finora apparso piuttosto scisso da una progettualità alternativa sul modello di difesa da adottare, su cui formare gli operatori e da praticare concretamente, mediante una progettualità coerente e diffusa.
Tanto premesso, a nome del Movimento Internazionale della
Riconciliazione che ho l’onore di presiedere e alla luce di
quanto deciso nella sua ultima Assemblea nazionale, vi chiedo
di organizzare in tempi brevi una riunione delle organizzazioni
che hanno sottoscritto la presentazione della LIP, prevedendo
la partecipazione di persona e/o in modalità online, al fine di
discutere apertamente e costruttivamente sulle questioni sollevate.
Abbiamo a cuore quanto voi l’unità e la coesione della RIPD e
comprendiamo l’esigenza di mediare fra posizioni diversificate al suo
interno. Siamo però in difficoltà a sostenere fattivamente una
LA proposta legislativa che al nostro interno ha sollevato i
dubbi che ho sinteticamente esposti, senza provare a correggere
la rotta intrapresa, evitando di relegare le organizzazioni aderenti al
ruolo di passivi ed acritici comprimari.
Nella speranza che questo appello non cada nel vuoto, attendo a breve un
vostro riscontro e vi saluto fraternamente.
Ermete Ferraro
Presidente del M.I.R. Italia - Napoli, 12 maggio
