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L'enciclica "Magnifica Humanitas" di Papa Leone XIV invita a RESTARE UMANI nel tempo dell'Intelligenza artificiale (IA).

Siamo, a nostro avviso, di fronte a un documento di grande spessore per tutte/i, sia credenti che non credenti, delineante un nuovo umanesimo digitale di fronte alla minaccia culturale di transumanesimo, post-umanesimo  (oggi dovremmo considerare anche il meta-umanesimo).

Il Papa difende e rimarca la centralità dell'uomo anche nel presente contesto per "evitare Babele" e, agostinianamente, "costruire la Gerusalemme della civiltà dell'amore".

Di fronte alla "cultura della potenza" che va prendendo sempre più piede, l'impegno delle donne e degli uomini di buona volontà deve essere quello di "disarmare l'AI", contro logiche di dominio ed esclusione, impedendo che getti benzina sul fuoco dei conflitti.

Suddivisa in cinque capitoli, più un’introduzione e una conclusione, dispiegata in 245 articoli, Magnifica humanitas parte da un assunto: la tecnologia non va considerata “di per sé un male” . Tuttavia, essa “non è neutrale, perché assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola, la usa”. Di qui, il richiamo del Pontefice a “costruire nel bene”, seguendo la logica della corresponsabilità coraggiosa, della sussidiarietà, della comunione, affinché “il mondo possa riconoscere…nel cuore dell’essere umano il luogo dove Dio desidera abitare” .

LEGGI QUI IL TESTO INTEGRALE DELL'ENCICLICA DI LEONE XIV "MAGNIFICA HUMANITAS" 

Sotto riportiamo il riassunto che VATICAN NEWS, con Isabella Piro, fa dell'enciclica. E qui pubblichiamo di seguito un nostro primo commento a caldo, molto ben disposto e favorevole, di Disarmisti esigenti. Si ricorda anche l'incontro online, su piattaforma Zoom, di riflessione e discussione convocato per domenica 7 giugno, dalle ore 17:00 alle ore 20:00.

https://us06web.zoom.us/j/89229575480?pwd=WdG6I0bObO9jDLRsNPaeDu3sOPfyOX.1

Con spirito realmente costruttivo e dialogico, possiamo adesso porci una domanda che nasce non da diffidenza, ma dal desiderio di comprendere meglio: come mai nell’enciclica il termine “nonviolenza” non compare esplicitamente? È difficile pensare che si tratti di una semplice casualità; probabilmente la scelta ha un significato preciso, che vale la pena esplorare insieme.

Proviamo allora a formulare alcune ipotesi, non come critiche, ma come chiavi interpretative utili a un confronto sereno.

  • Forse si ritiene che la “civiltà dell’amore” sia già un contenitore ampio e sufficiente, capace di includere anche ciò che altri chiamano “nonviolenza”. In fondo, la definizione di Martin Luther King, pastore battista – “la nonviolenza è la forza dell'amore" - mostra una profonda consonanza con il linguaggio cattolico.
  • Forse si è preferito evitare un termine percepito come troppo specialistico o legato a tradizioni culturali specifiche, privilegiando uno stile accessibile a tutti. L’enciclica, infatti, sembra voler parlare alle persone comuni, evitando espressioni che potrebbero apparire identitarie o ideologicamente marcate.
  • Forse si vuole riaffermare la capacità della tradizione cattolica di offrire, con le proprie categorie, un contributo originale alla cultura della pace, senza dover ricorrere a lessici esterni. Non in senso esclusivo, ma come proposta di un linguaggio che nasce dall’interno della comunità ecclesiale e che desidera essere universalmente condivisibile.
  • Forse si è fatta la scelta di una ecologia linguistica orientata al positivo. Anche se Capitini ha avanzato la sua soluzione con "nonviolenza" senza trattino, il termine non-violenza è abitudinariamente visto come "non-violenza", strutturato su una negazione (l'alfa privativo o il prefisso "non"). Spesso la dottrina sociale della Chiesa preferisce categorie ontologicamente positive e propositive (come comunione, fraternità, custodia, prossimità). L'intento potrebbe essere quello di definire l'azione umana non per quello che rifiuta (la violenza), ma per quello che genera (la civiltà dell'amore, la corresponsabilità). In questo senso, l'enciclica preferisce descrivere la forma della casa da costruire piuttosto che le armi da cui difendersi.
  • Forse si cerca di evitare il rischio di un riduzionismo geopolitico. Nella storia del Novecento, la nonviolenza è stata spesso codificata e percepita come un metodo di lotta politica, una strategia di resistenza civile o una filosofia di matrice laica o orientale (da Gandhi a Capitini). Il Papa potrebbe aver voluto evitare che il suo appello sull'Intelligenza Artificiale venisse interpretato o "relegato" all'interno di una specifica corrente di attivismo politico o sociologico. Scegliendo di parlare del "cuore dell’essere umano come luogo dove Dio desidera abitare", il Pontefice riporta la questione su un piano prettamente antropologico e spirituale, che precede e fonda qualsiasi scelta politica.
  • Forse si valuta che la preoccupazione della "forza" da evitare debba cedere il passo alla "attività" umana da promuovere. Di fronte alla minaccia dell'IA, del transumanesimo e del post-umanesimo, il pericolo principale individuato dal testo non è solo il conflitto fisico o bellico, ma l'alienazione, l'automazione della coscienza e la perdita del primato umano (il rischio di "costruire Babele"). La risposta a questa sfida non è solo la "non belligeranza", ma la riaffermazione della libertà e della responsabilità umana. Per questo l'enciclica insiste su concetti come sussidiarietà e corresponsabilità coraggiosa: il focus non è solo non essere violenti con la tecnologia, ma rimanere pienamente umani nel governarla.
  • Forse si vuole attivare una strategia diplomatica per evitare il vicolo cieco della legittima difesa. Nella teologia morale cattolica esiste un dibattito secolare e stratificato sul concetto di pace, che include la complessa dottrina della legittima difesa e delle istituzioni internazionali. Introdurre la parola "nonviolenza" in modo assoluto avrebbe potuto polarizzare il dibattito interno alla Chiesa, spostando l'attenzione dei commentatori sui vecchi nodi dogmatici del pacifismo assoluto in campo geopolitico. Focalizzandosi invece sull'imperativo di "disarmare l'IA", Leone XIV unisce tutti su un obiettivo etico concreto e attuale, aggirando le dispute terminologiche del passato.

Queste ipotesi non pretendono di essere risolutive. Vogliono piuttosto aprire uno spazio di confronto rispettoso, nel quale riconoscere sia la ricchezza della tradizione cristiana/cattolica sia il valore delle esperienze nonviolente maturate in altri contesti. L’obiettivo non è rivendicare parole, ma costruire insieme un linguaggio capace di servire la pace. Le sfumature terminologiche mostrano, a nostro parere, come il testo, pur non nominando la parola "nonviolenza", ne pratichi la sostanza: cerca di disarmare i linguaggi di esclusione e di farsi spazio di comunione universale, degli esseri umani tra loro e degli esseri umani con la Natura (il Creato).

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Un commento dei disarmisti esigenti postato il 3 giugno 2026

C’è una domanda, semplice e spiazzante, che apre il terzo capitolo dell’enciclica Magnifica Humanitasche cosa stiamo costruendo nel grande cantiere della nostra epoca? Babele o la Nuova Gerusalemme? Non è una domanda per teologi. È una domanda per tutti noi, che viviamo tra telefoni che rispondono da soli e macchine che imparano senza sapere cosa sia la gioia o il dolore.

L’enciclica ricorda che “l’umanità è magnifica nella sua dignità”. È una frase che potrebbe sembrare grande, troppo grande per i tempi che corrono. Eppure, basta guardare la vita quotidiana per capire che la posta in gioco è proprio questa: non perdere la misura dell’umano mentre la tecnica accelera, mentre l’efficienza diventa criterio di tutto, come già denunciava Laudato si’.

L’intelligenza artificiale è una delle forze che spingono più forte in questa direzione. Non perché sia cattiva come concetto in sé, ma perché è opaca, imprevedibile, coltivata più che costruita: “gli sviluppatori creano un’architettura e poi cercano di capire cosa vi cresce su”. E soprattutto perché vogliono farla decidere, questa IA, non essendo umana. Non ha corpo, non conosce dall’interno l’amore, il lavoro, l’amicizia, la responsabilità. Può imitare, ma non capire.

Il rischio non è la macchina. Il rischio siamo noi, quando ci abituiamo a delegare, a cercare risposte pronte, a rinunciare alla fatica del pensare. E quando dimentichiamo che ogni uso della tecnica è un atto morale, mai neutro.

Per questo l’enciclica insiste sull’accountability: sapere chi risponde delle decisioni prese da sistemi che nessuno controlla davvero. Senza regole chiare, la trasformazione sarà guidata dalle logiche della potenza e del profitto, non dal bene comune.

E quando dimentichiamo che ogni uso della tecnica è un atto morale, mai neutro.

Ma c’è un punto ancora più importante. “Custodire l’umano” non è uno slogan. È una scelta. E le strade per farlo sono diverse ma speriamo convergenti.

C’è l’umanesimo cristiano, che vede nell’uomo l’immagine di Dio e nel limite la condizione della creatura. C’è l’umanesimo della terrestrità, che ricorda la nostra appartenenza alla biosfera e la necessità di frenare le “tecnologie della potenza”. E c’è il pensiero della differenza femminista, che ci riporta al corpo, alla nascita, alla relazione come fondamento dell’umano, contro ogni illusione di neutralità e astrazione.

Tre vie diverse, ma tutte concordi nel dire che l’essere umano non è un algoritmo, non è un progetto di dominio, non è un calcolo da ottimizzare.

Non serve scegliere. Serve non dimenticare. Non dimenticare che la nostra grandezza non sta nella potenza, ma nella fragilità. Non sta nell’efficienza, ma nella responsabilità. Non sta nella corsa verso l’alto irraggiungibile, ma nella cura di ciò che abbiamo accanto con i piedi ben piantati sulla terra.

In fondo, custodire l’umano significa questo: non svendere ciò che siamo al potere tecnocratico. E continuare a vivere con quella sobrietà vigile che l’enciclica invoca, e che oggi è forse la forma più semplice e più necessaria di resistenza civile.

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L’enciclica di Leone XIV: l’IA serva l’umanità, non il potere di pochi

Nel 135° anniversario della “Rerum novarum”, il Pontefice riflette nella sua prima enciclica, “Magnifica humanitas”, sulla Dottrina sociale della Chiesa nel tempo dell’intelligenza artificiale. L’appello a custodire “una magnifica umanità abitata da Dio”, promuovendo verità, dignità del lavoro, giustizia sociale e pace. Nell’era digitale, occorre disarmare l’IA e superare la teoria della “guerra giusta”, rilanciando dialogo e multilateralismo

Isabella Piro – Città del Vaticano (da Vatican News del 25 maggio 2026)

La Dottrina sociale della Chiesa è teologia della comunione

Il primo capitolo della Magnifica Humanitas  – Un pensiero dinamico fedele al Vangelo – ripercorre la Dottrina sociale della Chiesa (Dsc) nel magistero recente e nel Concilio Vaticano II, mettendone in luce “il carattere dinamico” (17). Lontana dall’essere “un prontuario di principi e norme da applicare”, la Dsc è piuttosto “un cammino di discernimento comunitario”, una “teologia della comunione nella storia” (27) che orienta la lettura degli avvenimenti alla luce del Vangelo. Leone XIV ripercorre il pensiero dei suoi predecessori: da Pio XII – il primo ad impiegare l’espressione “Dottrina sociale della Chiesa” nell’esortazione apostolica Menti nostrae del 1950 – a Papa Francesco, ricordando naturalmente attraverso la Rerum novarum del 1891, definita “pietra miliare nell’evoluzione del magistero sociale” (30). Nelle rispettive epoche, ogni successore di Pietro “ha fatto emergere aspetti diversi di un unico patrimonio: la dignità della persona, il valore del lavoro, la destinazione universale dei beni, la solidarietà e la sussidiarietà, la cura del creato, la centralità della pace e della fraternità” (45).

Tutelare la dignità umana, la persona non è risorsa da sfruttare

Nel secondo capitolo Leone XIV enumera Fondamenti e principi della Dottrina sociale della Chiesa: tra i primi, annovera la dignità della persona, creata a immagine e somiglianza di Dio. È necessario ricordarlo poiché “la pressione di nuove ideologie e di determinati interessi molto potenti” può ridurre la persona a “risorsa da usare e sfruttare” o a “ciò che realizza o produce” (51). Al contrario, “la dignità fondamentale di ogni persona non si acquisisce e non si merita, né ha bisogno di essere dimostrata” (53). Un secondo fondamento della Dsc è l’inviolabilità dei diritti umani, tra i quali il primo è quello alla vita “dal concepimento fino alla sua conclusione naturale”: al riguardo, Leone XIV definisce l’aborto provocato, l’uccisione di innocenti e l’eutanasia come “scelte gravemente illecite” (55). (ndr - sottolineatura nostra) Terzo fondamento è il riconoscimento dei diritti delle minoranze, con particolare attenzione alle donne: in loro favore, il Pontefice chiede “scelte concrete” nelle leggi, nel lavoro, nell’istruzione, nelle responsabilità sociali e politiche, affinché esse siano davvero ascoltate e valorizzate (57).

Immorale e inaccettabile eliminare o sottomettere una nazione

Quanto ai principi della Dsc, Leone XIV ne indica cinque: il primo è il bene comune, “forma sociale della dignità riconosciuta a ciascuno” (59). Su un punto il Papa è particolarmente fermo: “La promozione del bene comune non può mai essere separata dal rispetto del diritto dei popoli ad esistere, a custodire la propria identità e a contribuire con la propria originalità alla famiglia delle nazioni”. Di conseguenza, “qualsiasi tentativo o progetto di eliminare o sottomettere una nazione è gravemente immorale e pertanto inaccettabile” (64).

La tecnologia non sia concentrata nelle mani di pochi

Il secondo principio riguarda la destinazione universale dei beni: qui e in altri punti dell’enciclica Leone XIV insiste sulla necessità che le conoscenze e le tecnologie non siano concentrate nelle mani di pochi, alimentando il divario tra inclusi ed esclusi dalla rivoluzione digitale (67). Ne conseguono il terzo e il quarto principio, ovvero la sussidiarietà (68) – che richiede il superamento del paternalismo e dell’assistenzialismo in favore della corresponsabilità - e la solidarietà (73), “principio e virtù” che si contrappone all’indifferenza e tiene conto dei popoli e delle generazioni future.

La giustizia sociale e il “banco di prova” dei migranti

Il quinto principio della Dsc indicato dal Papa è la giustizia sociale: nel tempo digitale, essa deve garantire a tutti un accesso equo alle opportunità, proteggere i più fragili, contrastare l’odio e la disinformazione, sottoporre a controllo pubblico l’uso dei dati e delle tecnologie, “così che il criterio non sia il solo profitto, ma la dignità di ogni persona e il bene dei popoli” (80). Un “banco di prova decisivo” in questo campo Leone XIV lo indica nei migranti, rifugiati, sfollati: il modo in cui la società li tratta dimostra “se l’idea di giustizia è guidata dalla paura o dalla fraternità”. Di qui, il richiamo sia a custodire “il diritto alla speranza” di quanti sono costretti a partire, garantendo loro vie sicure e legali, accoglienza dignitosa e integrazione; sia a promuovere “il diritto a rimanere” ciascuno nella propria terra in pace e sicurezza, affrontando “le cause profonde” delle migrazioni (81).

Gli abusi e l’esame di coscienza per la Chiesa

I suddetti cinque principi il Pontefice li intende rivolti non soltanto alla società, ma anche alla Chiesa, chiamata a “un esame di coscienza”: il Papa esorta a “bonificare le relazioni e le strutture ecclesiali da quelle distorsioni che producono disuguaglianze, opacità e prevaricazioni”. L’invito è ad ascoltare le “vittime di abusi spirituali, economici, istituzionali, sessuali, di potere, di coscienza”, in quanto ciò “è parte integrante di un cammino di giustizia, che comprende il riconoscimento del danno, la giusta riparazione e la prevenzione” (89).

Occorre un codice etico condiviso sull’IA

Il terzo capitolo – Tecnica e dominio. La grandezza della persona umana davanti alle promesse dell’IA – entra nel vivo del tema dell’intelligenza artificiale. Leone XIV mette in guardia dal “paradigma tecnocratico” già denunciato da Francesco e a causa del quale ogni scelta viene dettata esclusivamente da parametri di efficienza e profitto (92). Al contrario, la tecnologia più potente non è necessariamente la migliore: l’IA può imitare e simulare l’uomo, ma non possiede coscienza morale, empatia, capacità affettiva, relazionale e spirituale. Occorre dunque approcciarsi all’IA in modo sobrio e vigile, mantenendo chiarezza sulle responsabilità di tutti i suoi passaggi (accountability) e puntando su politiche e quadri giuridici adeguati, vigilanza indipendente, educazione degli utenti. Soprattutto c’è bisogno di un codice etico sottoposto a criteri di giustizia sociale condivisa, perché “non serve un’IA più morale se questa morale è decisa da pochi” (107). Senza tralasciare l’impatto ambientale delle nuove tecnologie, le quali richiedono grandi quantità di energia e acqua, incidendo sulle emissioni di anidride carbonica e danneggiando il Creato (101).

Disarmare l’IA e sottrarla alla logica competitiva  

Bisogna “disarmare l’IA” – insiste Leone XIV - per sottrarla alla logica della competizione militare, economica e cognitiva; per rompere l’equivalenza tra potenza tecnica e diritto di governare; per sottrarla ai monopoli e impedirle di dominare l’umano. Tale compito è etico, tecnico ed ecologico perché l’IA “è già ambiente in cui siamo immersi e potere con cui dobbiamo fare i conti” (110). Ampio spazio è dedicato alla critica del transumanesimo e del postumanesimo, che interpretano il progresso come superamento dei limiti dell’umano. Invece, il limite non è un difetto da eliminare, ma una dimensione costitutiva della persona, perché “l’essere umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite” (118), riconoscendo nella fragilità e nella finitudine luoghi in cui maturano la relazione, la cura e l’apertura a Dio e all’altro.

Il progresso della tecnica non faccia regredire il cuore

La posta in gioco è alta: far crescere la tecnica eliminando i limiti dell’umano significa, di fatto, far regredire il cuore. Magnifica e pur ferita, infatti, l’umanità “non deve essere sostituita né superata”. La tecnologia ne può alleviare le sofferenze e aprirle nuove possibilità, ma non deve rinnegarla in ciò che le è proprio: “la capacità di relazione e di amore” (126). Di fronte all’IA la vera alternativa non è tra entusiasmo e paura, ma tra due modi di costruire il progresso: a servizio della persona e dei popoli o delle logiche di potere (129). Una scelta che chiama in causa tutti: “la costruzione di Babele o quella di Gerusalemme”, le due “città” dell’uomo e di Dio indicate anche da Sant’Agostino (130), inizia da ciascuno.

Ecologia della comunicazione e centralità della scuola

Nel quarto capitolo – Custodire l’umano nella trasformazione. Verità, lavoro, libertà – l’enciclica guarda alla verità come bene comune ed elemento essenziale della democrazia. Nell’ambiente digitale, la verità va declinata in “ecologia della comunicazione” affinché la cultura generata dal web non diventi strumento di “omologazione e dominio”, bensì spazio di maturazione per “libertà interiore e pensiero critico” (136-137). Il Papa indica alcuni strumenti: trasparenza nelle logiche di selezione dei contenuti, tutela dei dati personali, un giornalismo serio basato su argomentazione e verifica, una nuova consapevolezza nell’uso “corretto e critico” dell’IA, l’integrazione dei saperi. Una comunicazione trasparente e leale viene richiesta anche alla Chiesa, soprattutto per i casi di ingiustizie e abusi. Centrale, nell’enciclica, il richiamo a una rinnovata alleanza educativa affinché nei giovani non si spenga “il desiderio di porre domande” a causa di macchine perfette che fanno sembrare inutile il pensiero umano (140). “Dobbiamo educarci a digiunare dall’IA”, rimarca Leone XIV, eliminando le disuguaglianze nell’accesso all’istruzione e puntando sulla scuola come luogo in cui si impara a “cercare e amare la verità” e si insegna ciò che il digitale non può dare: “tempo condiviso per apprendere e relazioni affidabili” (147).

Il lavoro sia centrato sulla persona, non sul profitto

Nella “quarta rivoluzione industriale” rappresentata dalla transizione digitale, il Pontefice rimarca l’importanza di tutelare la dignità e il valore del lavoro: “I nuovi modi di lavorare non sono necessariamente migliori”, spiega, poiché la tecnologia può dequalificare i lavoratori, relegarli a funzioni marginali, sottoporli a sorveglianza automatizzata (150). Al contrario, occorre progettare sistemi centrati sulla persona e non solo sulla prestazione, perché la tecnologia può certamente sollevare l’uomo da mansioni gravose o ripetitive, ma non deve assolutamente portare alla disoccupazione in nome della riduzione dei costi e dell’aumento del profitto. In uno scenario in cui si profilano maggiori povertà e disuguaglianze, provocate da sistemi automatizzati subentrati all’uomo, il Pontefice auspica anche un rinnovamento delle organizzazioni sindacali (155).

Lo sviluppo non si misura solo in termini di Pil

La trasformazione digitale va governata in anticipo attraverso criteri sociali stabili, formazione accessibile e continua per i lavoratori, responsabilità d’impresa. Il Pontefice rileva, inoltre, la necessità di superare il Pil come parametro del grado di sviluppo di un Paese, puntando invece su dignità del lavoro, prosperità condivisa, riduzione delle disuguaglianze, salvaguardia dell’ambiente. La finanza per la finanza è infatti diversa dalla finanza per lo sviluppo (159-160). E sulla scia di San Paolo VI, si rimarca l’interdipendenza tra pace e sviluppo, auspicando una cooperazione internazionale capace di definire strategie comuni “soprattutto a favore dei Paesi e dei gruppi più vulnerabili”, perché la prosperità contribuisce alla pace “solo se è diffusa, inclusiva e sostenibile” (163).

La famiglia, bene sociale primario

Forte, nell’enciclica, è poi il richiamo alla famiglia, fondata sull’unione stabile tra un uomo e una donna (Ndr - sottolineatura nostra):  essa è “bene sociale primario”, “cellula fondamentale e insostituibile di ogni organizzazione comunitaria” (165) che va sostenuta anche attraverso politiche del lavoro in favore della stabilità e di ritmi umani, così da garantire il giusto equilibrio di vita e tutelare quella “capacità di costruire futuro” che rende generativa la società.

La “architettura della visibilità” e i rischi per la libertà

Infine, il tema della libertà umana, da custodire contro dipendenza e mercificazione: in un’epoca in cui le piattaforme digitali sono progettate per catturare il tempo degli utenti e sfruttare le loro fragilità, è urgente rafforzare la libertà interiore di ciascuno e fronteggiare il rischio del controllo sociale derivante dalla raccolta massiva di dati e dall’uso di sistemi algoritmici. Profilare, prevedere e orientare i comportamenti, infatti, è “un potere nuovo” (171) che rischia di discriminare i più deboli. Il Papa deplora, in particolare, la “architettura della visibilità” che premia e amplifica solo ciò che è visibile, modellando opinioni e generando conformismo.

Nuove schiavitù e nuovo colonialismo

L’IA genera nuove forme di schiavitù, come quella dei “corpi segnati, mutilati, consumati” (173) di quanti lavorano all’estrazione delle “terre rare” necessarie alla tecnologia. Per questo, la lotta contro le nuove schiavitù è un altro “banco di prova decisivo per il discernimento etico” della trasformazione digitale. In proposito, Leone XIV sottolinea che “la Chiesa rinnova la sua ferma condanna contro ogni forma di schiavitù, tratta e mercificazione delle persone” e ribadisce che non reagire o tollerare queste “gravi violazioni della dignità umana” significa, di fatto, “rendersi complici” (174). Allo stesso tempo, il Papa domanda “sinceramente perdono” per il ritardo con cui la Chiesa, in passato, ha condannato “il flagello della schiavitù”. L’enciclica fa riferimento anche alle “nuove terre rare del potere”, ovvero le informazioni vitali – ad esempio su sanità e demografia – usate per guidare strategie economiche. Si tratta, spiega il Pontefice, di un volto inedito del colonialismo che si appropria dei dati e trasforma le vite personali in informazioni sfruttabili rendendo l’ambiente digitale uno “spazio di predazione” (178-179).

Superare la teoria della “guerra giusta”

Nel quinto e ultimo capitolo - La cultura della potenza e la civiltà dell’amore – Leone XIV volge lo sguardo alla guerra: “La rivoluzione digitale sta modificando la grammatica dei conflitti” e senza un approccio etico, le decisioni sulla vita e sulla morte delle persone saranno sempre più impersonali, con il ricorso alla forza ritenuto come una “opzione immediata e praticabile” (182-183). Alla base di tutto c’è una “cultura della potenza” che normalizza la guerra e la riabilita come “strumento di politica internazionale”, favorendo il riarmo. Sull’opinione pubblica, che in passato vedeva la belligeranza solo come extrema ratio, oggi pesano anche le narrazioni mediatiche polarizzanti, nonché “una preoccupante perdita di memoria storica” che rende privi di una visione a lungo termine (191). Di conseguenza, oggi la pace non è intesa più come un compito da assumere, ma come un intervallo precario tra i conflitti. Per questo, Leone XIV ribadisce che – fermo restando il diritto alla legittima difesa nel senso più stretto – occorre superare la teoria della “guerra giusta”, promuovendo piuttosto il dialogo, la diplomazia e il perdono (192).

Nessun algoritmo rende la guerra moralmente accettabile

Non manca, Papa Prevost, di deplorare la crescita dell’industria bellica, la corsa agli armamenti nucleari, l’emergere di nuovi attori armati – tra cui jihadisti – che mirano a perpetuare i conflitti come fonte di potere e di rendita. Netto, poi, il monito contro l’uso di armi legate all’IA perché “non esiste algoritmo che possa rendere la guerra moralmente accettabile”, anzi: la tecnologia “non sottrae il conflitto alla sua intrinseca disumanità, può soltanto renderlo più rapido e impersonale, abbassando la soglia del ricorso alla violenza e trasformando la difesa in previsione operativa, con le vittime ridotte a dati. Così, ci abitua all’idea che la violenza sia inevitabile e vada solo ottimizzata” (198). Dunque, servono vincoli etici rigorosi, condivisi a livello internazionale, basati sulla responsabilità personale e sulla protezione dei civili, perché “ogni tecnologia che rende più facile colpire senza vedere il volto dell’altro abbassa la soglia morale del conflitto” (199).

La crisi del multilateralismo

La cultura della potenza scaturisce anche dalla crisi del multilateralismo e dall’emergere di un “multipolarismo disordinato e conflittuale” in cui prevale la diffidenza verso l’altro (201). Alla forza del diritto si sostituisce il diritto del più forte; le logiche di potenza prevalgono sulla costruzione della pace, relegata in secondo piano, e le istituzioni nate per custodire il destino comune dei popoli sono ormai indebolite, non riconosciute nella loro autorità morale. In proposito, il Papa auspica per l’Onu e per il sistema politico internazionale “riforme profonde” che sconfiggano l’attuale crisi di valori in favore del vero bene comune (226).

Una Realpolitik irresponsabile

Oggi, prosegue l’enciclica, si combattono guerre “ibride” che coinvolgono il terreno economico, finanziario, informatico, sfruttando la disinformazione e la paura per influenzare l’opinione pubblica e presentare l’aumento delle spese militari come “unica risposta” a un futuro incerto. Ma tutto questo è solo un “falso realismo”, un’irresponsabile Realpolitik che semina nelle coscienze e nelle culture la rassegnazione a una guerra ineluttabile e qualifica la pace come un’utopia (204-205). Senza escludere che, per alcuni, il conflitto armato potrebbe essere uno strumento di “gestione cinica” delle difficoltà, nonché un modo per distogliere l’attenzione dai problemi interni (208).

La civiltà dell’amore

A questa cultura della potenza il cristiano è chiamato a rispondere costruendo “la civiltà dell’amore”: la grazia, infatti, non elimina il conflitto come per magia, ma genera “una resistenza operosa al male e una sorprendente creatività nel bene” (211). Ciascuno, nel proprio ambito di azione, è chiamato a scegliere se alimentare la logica della forza o custodire la pace, arginando la disumanizzazione con piccoli atti di fedeltà e tenacia. Cinque le “piste di responsabilità” indicate dal Papa: disarmare le parole dicendo la verità; costruire la pace nella giustizia; assumere lo sguardo delle vittime prendendo posizione, perché ci sono conflitti in cui “non è giusto rimanere neutrali”. Gli attacchi contro i civili, gli ospedali, le infrastrutture feriscono l’umanità stessa e non possono rientrare nel campo dell’analisi astratta. Al contrario, occorre dare voce alle vittime per “diventare realmente consapevoli dell’abisso del male racchiuso” nella guerra e in ogni violenza (217). E ancora: il Papa esorta a coltivare “un sano realismo” che cerchi vie di pace praticabili con i fatti, non solo a parole.

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