L’"Arte della pace": superare la cultura del nemico e affermare la nonviolenza della "Terrestrità"
Webinar in occasione della Giornata Mondiale della Nonviolenza Venerdì 30 gennaio 2026 | Ore 18:00 - 20:00
Link per partecipare su piattaforma Zoom:
https://us06web.zoom.us/j/82708251701?pwd=8rUeQO3ogdDsUOeXf4EKihwBSNC5SJ.1
Il 30 gennaio, anniversario del sacrificio di Mahatma Gandhi* (vedi sotto: l'assassinio di Gandhi e la separazione tra India e Pakistan), il mondo si ferma per riflettere sul potere della nonviolenza. In questa giornata, istituita dall'UNESCO come momento di educazione alla pace, i Disarmisti esigenti propongono una riflessione audace: la pace non è un’aspirazione passiva, ma una scienza strategica.
Prendendo ispirazione dall'opera del sociologo nonviolento Alberto L’Abate, intitolata "L'Arte della pace", esploreremo il ribaltamento del classico di Sun Tzu: se l'Occidente è spesso prigioniero dello schema "amico-nemico", l’eredità di Gandhi e la saggezza orientale ci offrono le basi per una vero progetto politico disarmista, capace di elevare la nonviolenza a strategia operativa globale.
PROPOSTA DI MASSIMA RIGUARDO AL WEBINAR IN VIA DI DEFINIZIONE E DI VERIFICA PER ARGOMENTI E RELATORI
1. Visione e Obiettivi
Vogliamo trasformare la percezione della pace da "ideale utopico" a strumento concreto di gestione dei conflitti:
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Superare il mito della passività: dimostrare che la nonviolenza richiede un rigore e una pianificazione strategica superiori a quelli militari.
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Sintesi strategica: unire la Satyagraha (la forza della Verità) di Gandhi con i principi del "vincere senza combattere" di Sun Tzu.
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Rigenerazione politica: applicare le lenti sociologiche di Alberto L’Abate alle tensioni geopolitiche contemporanee.
2. Programma di massima del Webinar (in via di definizione)
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18:00 – Apertura: Il seme della Nonviolenza poietica per la Terrestrità. Alfonso Navarra introduce la figura di Gandhi e il significato profondo della Giornata Mondiale nel contesto attuale. La ricerca dell'alternativa di giustizia sociale ed ecologica al genocidio programmato della deterrenza nucleare.
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18:20 – La teoria. Ribaltare Sun Tzu. Focus sul pensiero di Alberto L'Abate: come trasformare la strategia militare in un’architettura di pace. Nome proposto del relatore (in attesa di sua conferma): Tonino Drago.
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18:35 – La cultura. Oltre il Nemico. Luigi Mosca analizza il pensiero strategico cinese e la via per trasformare l'antagonista in un partner cooperativo.
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18:50 – La diplomazia. Unire il Mondo. Paola Paesano (nome da confermare) interviene sul possibile ruolo della diplomazia cinese nel progetto della "Costituzione della Terra".
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19:05 – La pratica di lotta. Le "armi" della Pace. Daniele Barbi presenta le campagne dei pacifisti tedeschi e dei "Disarmisti Esigenti": esempi vivi di azione nonviolenta oggi.
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19:20 – La comunicazione. Connettere i cuori con le menti per la pratica di una mitezza non ingenua. Paola Russo (da confermare)
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19:35 - Spazio al Dialogo. Domande del pubblico e dibattito aperto.
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Dalle 20:00 in poi – Conclusioni. Sintesi finale e impegni futuri a cura dei relatori.
3. I pilastri del confronto: Sun Tzu vs. Alberto L'Abate
Il webinar metterà in luce tre analogie fondamentali per una nuova dottrina della pace:
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L’Intelligenza associata al Cuore: se per Sun Tzu è essenziale "conoscere il nemico", per la nonviolenza, la cui strategia - radicata nel rispetto della Vita universale - trasforma i nemici in amici, è vitale la Satyagraha: comprendere le ragioni dell'altro per trovare una verità comune.
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L’Eccellenza più alta: Sun Tzu insegna che vincere senza combattere è l’apice dell’abilità. Bisogna agire per garantire i propri interessi senza possibilmente arrivare al confronto bellico. L’Abate traduce questa intuizione nella capacità di risolvere il conflitto prima che diventi distruzione.
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Sostenibilità delle risorse: mentre la guerra consuma e logora, la strategia della pace costruisce capitale sociale e fiducia, garantendo una stabilità duratura nel tempo.
"La nonviolenza è la più grande forza a disposizione dell'umanità. È più potente della più potente arma di distruzione che l'ingegno dell'uomo abbia mai inventato." – Mahatma Gandhi
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UN ARTICOLO DI ESTREMO INTERESSE SULLA DOTTRINA STRATEGICA NUCLEARE CINESE USCITO SU AVVENIRE DEL 24/1/2026
Estratti dall'articolo:
(La Cina), in concomitanza con la diffusione della nuova Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti, ha recentemente pubblicato un "Libro Bianco sul controllo degli armamenti nella nuova era". (...)
Un ruolo centrale è riservato all'arma nucleare: Pechino tende volontariamente a collocarsi nella categoria dei "possessori minori" (...). Anche sul piano dottrinale, oltre che su quello quantitativo delle testate, Pechino mantiene un atteggiamento moderato. (...) Un elemento qualificante della sua dottrina è l'adesione al principio del "non primo uso": Pechino è l'unica tra le P5 ad essersi impegnata in questo senso. Se tutti gli Stati nucleari adottassero questo principio, una guerra nucleare sarebbe, di fatto, impossibile. (...)
Il nuovo Libro Bianco cinese rafforza il NFU con una proposta concreta: la negoziazione di un trattato tra le cinque potenze nucleari che sancisca un impegno reciproco a non essere le prime a utilizzare l'arma atomica. (...)
La Cina, tuttavia, rimane uno dei pochi Paesi a non aver ratificato il Trattato CTBT che vieta gli esperimenti nucleari, pilastro fondamentale dell'architettura di sicurezza globale. (Inoltre) Pechino non ha impedito che la Corea del Nord si dotasse dell'arma nucleare...(...).
Il Libro Bianco cinese elogia a più riprese il ruolo delle Nazioni Unite e i valori del multilateralismo, indicati come la via maestra per rafforzare la sicurezza internazionale e la stabilità strategica. In questo modo Pechino contrappone un approccio "politicamente corretto" a quello che definisce l'"egemonismo" e l'"unilateralismo degli Stati Uniti. La Cina si propone invece come sostenitrice dell'attuale regime internazionale di controllo degli armamenti, imperniato sull'ONU. Rivendica di interpretare le posizioni dei Paesi del Global South, la cui crescente autonomia in materia di sicurezza e sviluppo globale Pechino mira a intercettare - e forse a guidare.
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L’arte della pace di Alberto L’Abate - recensione del libro a cura di Angela Dogliotti Marasso del Centro Sereno Regis
Pubblicato il 7 Gennaio 2015
L’ultima fatica di Alberto L’Abate è un agile volume pubblicato nei Quaderni Satyagraha dal Centro Gandhi di Pisa: "L’arte della Pace.
Il titolo si ispira, capovolgendone l’obiettivo, ad un celebre testo di 25 secoli fa, scritto dal generale Sun Tzu, L’arte della guerra. Ma che cosa c’entra l’arte della guerra con l’arte della pace e la prevenzione dei conflitti? Secondo l’autore c’entra molto, “perché molte delle lezioni di questo comandante, influenzato anche dal pensiero taoista, possono essere trasferite nel campo della lotta e della ricerca della pace” (p.21)
Così L’Abate cerca di tradurre l’esortazione di M.L.King : “Dobbiamo usare le nostre menti per pianificare la pace nello stesso modo rigoroso con il quale finora abbiamo pianificato la guerra” (p.15), utilizzando alcuni dei principi del generale Sun Tzu, talvolta con modalità e finalità opposte, per poterli mettere in atto anche nelle lotte nonviolente. Tra questi, basti ricordare l’importanza del coraggio, dei principi del judo, che usa la violenza dell’avversario per fargli perdere l’equilibrio, oppure dello spiazzamento e del vincere con la forza della convinzione e dell’amore, anziché con le armi (“vincere evitando di combattere”).
Ma dopo queste premesse il testo entra nel vivo della prevenzione dei conflitti armati, sulla base di una profonda convinzione: occorre superare il pregiudizio della violenza come destino necessario e inevitabile del genere umano, della natura e della storia.
Partendo, infatti, dal punto fermo posto, su questo annoso dibattito, dalla Dichiarazione di Siviglia del 1986, che argomenta la tesi della violenza come prodotto socio-culturale, l’autore cita molti altri studi più recenti, come i lavori di Piero Giorgi o la scoperta dei neuroni specchio , che confermano questa tesi e supportano la convinzione della guerra come processo non ineluttabile, ma che si può contrastare e superare.Si tratta di predisporre strumenti capaci di raggiungere questo obiettivo, anche sulla base di molte esperienze maturate in questi anni, dal basso (come i Volontari di Pace in Medio Oriente, o i Nonviolent Peace Corps, per citarne solo alcuni), o dall’alto (come l’Agenda per la Pace di Boutros- Ghali), o di campagne vittoriose come quella contro le mine anti-uomo, che è riuscita a unire gli sforzi di ONG e di governi ben disposti.
In fatto di prevenzione, L’Abate ricorda poi la distinzione tra prevenzione primaria del peacebuilding (costruzione della pace, che ”implica il dar vita a società meno violente delle attuali, lavorando all’eliminazione delle cause profonde della violenza nelle società”), prevenzione secondaria del peacekeeping (mantenimento della pace, con creazione di zone cuscinetto demilitarizzate, interposizioni…) e prevenzione terziaria del peacemaking (edificazione della pace, con azioni diplomatiche per giungere ad un cessate il fuoco, attività di mediazione e riconciliazione…)
Ma come fare concretamente prevenzione dei conflitti armati? Qui L’Abate analizza i vari tipi di azione che si possono mettere in atto, dalla segnalazione precoce alla diplomazia preventiva e alle ambasciate di pace (come quella che lo stesso L’Abate aprì in Kossovo), fino alla costituzione dei Corpi Civili di Pace, che rappresentano la proposta politica più articolata e matura messa in campo dai movimenti nonviolenti in questi anni.
Qui l’autore si sofferma ad analizzare il dibattito sui diversi approcci indicati da Galtung e sulla loro conciliabilità: il primo consiste nel ruolo del CCP a intervenire in un conflitto con un’assistenza tecnica, volta a riequilibrare il conflitto; il secondo consiste nell’approccio del CCP come “seconda parte”, cioè come parte che interviene per combattere a fianco degli oppressi; il terzo è l’approccio da “terza parte” equi-vicina, che interviene con lo scopo di ridurre la violenza e favorire dialogo e riconciliazione tra i confliggenti.
Nel capitolo su negoziazione e mediazione dei conflitti L’Abate presenta un’efficace sintesi dei principali indirizzi teorici presenti. Nel campo della negoziazione ne individua tre:
- quello di R.Fisher e W.Ury, basato sulla quattro premesse fondamentali (distinguere le persone dai problemi; mettere al centro non le posizioni ma gli interessi e i bisogni delle parti; sviluppare diverse opzioni di mutuo beneficio prima di giungere all’accordo, costruire l’accordo sulla base di criteri oggettivi e condivisi di equità);
- quello di Galtung , basato sull’analisi del conflitto visto come un triangolo (atteggiamenti, comportamenti, contraddizione), sul quale intervenire sostituendo empatia a sfiducia e rancore, comunicazione e lotta nonviolenta ai comportamenti violenti, creatività allo scontro originato dalle contraddizioni;
- quello di Pat Patfoort che, partendo da una teoria delle radici della violenza nel modello M-m (maggiore –minore), propone l’approccio dell’ equivalenza (E-E), per trasformare i conflitti in modo nonviolento.
Nel parlare di mediazione L’Abate mette in luce non solo il ruolo delle terze parti esterne, ma anche quello che si potrebbe definire delle “terze parti interne”, cioè quelle che Galtung chiama “l’Altro in Sé” e il “Sé nell’Altro”, cioè “ quelle persone , in ambedue i campi avversi, che pur facendo parte di uno dei due contendenti, non si identificano con la politica portata avanti dalla propria parte e cercano accordi con i loro corrispondenti nel campo avverso” (p.87) Un esempio di questo tipo di ruolo è quello svolto dalle Donne in nero in Israele, che da anni lottano con le donne palestinesi per una politica di pace.
Nella parte sulla riconciliazione L’Abate ricorda l’esperienza della giustizia rigenerativa realizzata in Sudafrica dalla Commissione per la Verità e la Riconciliazione e altre esperienze analoghe volte a superare il paradigma della giustizia puramente retributiva.
Ma tutti questi percorsi richiedono un cambiamento nella cultura profonda, per orientarla alla nonviolenza, alla capacità di fare scelte coraggiose nel senso della giustizia e della pace, a disobbedire, quando necessario, a strutture di violenza e di morte, cioè richiedono un impegno forte nell’educazione alla pace e nel superamento del modello tradizionale di difesa, in favore di una difesa civile, popolare e nonviolenta, con adeguate strutture di sostegno e formazione, come potrebbero essere il Ministero per la Pace e l’Istituto di ricerca per la Pace proposti anche nella recente Campagna promossa dai movimenti nonviolenti per una difesa civile e non armata.Un testo che raccoglie dunque le riflessioni e le esperienze di una vita, la vita dell’autore ma anche dei movimenti nonviolenti nei quali da sempre ha profuso energie e impegno.
Un testo che in copertina, con un quadro dell’artista quacchero Edward Hicks, significativamente richiama quel regno della pace di biblica memoria, nel quale “il lupo dimorerà con l’agnello, la pantera si sdraierà accanto al capretto….il bambino metterà la mano nel covo di serpenti velenosi. Non agiranno più iniquamente né saccheggeranno il mio santo monte, perché la saggezza del Signore riempirà il paese come le acque ricoprono il mare” (Isaia, 11,6/9)Angela Dogliotti Marasso
vai al sito gandhiedizioni.com
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*Il sacrificio di Gandhi e la nascita di due Nazioni - India e Pakistan - l'un contro l'altra armate
1. L’assassinio (30 gennaio 1948)
Il 30 gennaio 1948, nel giardino della Birla House a Nuova Delhi, il Mahatma Gandhi venne ucciso con tre colpi di pistola. L’attentatore era Nathuram Godse, un nazionalista indù radicale. Gandhi, simbolo mondiale della nonviolenza, aveva guidato l'India all'indipendenza dal Regno Unito (ottenuta nel 1947) attraverso decenni di disobbedienza civile e lotte politiche con il Partito del Congresso.
2. La causa: la "Partizione" dell'India
Il conflitto che portò all'omicidio affondava le radici nella fine dell'Impero britannico. Nel 1947, l'impossibilità di mediare tra la maggioranza indù e la minoranza musulmana portò alla "Partizione":
L’India: a maggioranza indù.
Il Pakistan: diviso allora in Pakistan Occidentale e Pakistan Orientale (oggi Bangladesh), per i musulmani.
(Godse accusava Gandhi di essere stato troppo conciliante con i musulmani e di aver permesso la separazione del Pakistan, considerandola un "tradimento". Dopo la cattura immediata e un rapido processo, Godse fu condannato a morte e impiccato nel 1949).
3. Una tragedia umanitaria senza precedenti
La divisione dei confini, decisa frettolosamente dai britannici, scatenò il caos:
Migrazioni di massa: Oltre 10 milioni di persone si spostarono in direzioni opposte per raggiungere il Paese corrispondente alla propria fede.
Violenze atroci: Gli scontri tra indù, sikh e musulmani si trasformarono in una sorta di "genocidio reciproco", causando circa 3 milioni di morti. Fu una delle migrazioni più violente e disordinate della storia moderna.
4. L’eredità oggi: tensioni mai risolte
L'inimicizia tra India e Pakistan e i conflitti religiosi interni rimangono ferite aperte.
Il culto di Godse: negli ultimi anni, la figura dell'assassino di Gandhi è stata rivalutata dai nazionalisti indù più fanatici.
La politica attuale: il governo di Narendra Modi (BJP si chiama il partito al potere) è spesso accusato di alimentare il nazionalismo indù attraverso leggi controverse, come la riduzione dell’autonomia del Kashmir o norme sulla cittadinanza che penalizzano la minoranza musulmana.
(Immagine creata da IL POST)



