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RAGAZZE E RAGAZZI: PRONTE/I PER ANDARE A COMBATTERE CON LA NATO CONTRO LA RUSSIA? 

Ai politicanti dell'"armiamoci e partite" rispondiamo come Boris Vian: "Se proprio volete del sangue ad ogni costo, andate a dare il vostro!"    

NOI OBIETTIAMO! contro le guerre (anche a  scopo preventivo se si prepara la mini-naja) ... ed appoggiamo comunque chi si sottrae alla leva!

QUI la nuova Campagna per l'obiezione alla guerra . Si può aderire al seguente link:

obiezione alla guerra e al servizio militare impegno per la difesa nonviolenta - Petizioni.com

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TESTO DELLA DICHIARAZIONE DI IMPEGNO CHE SOTTOSCRIVIAMO, APPOGGIAMO, DIFFONDIAMO

PER L'OBIEZIONE ALLA GUERRA

PER L'OBIEZIONE (ANCHE PREVENTIVA) AL SERVIZIO MILITARE CHE LA PREPARA

PER ATTUARE E COSTRUIRE LA DIFESA NONVIOLENTA  

PER IMPLEMENTARE L'ALBO PUBBLICO DEGLI OBIETTORI

"Signor Presidente Mattarella, le scrivo la presente per dichiararmi obiettore di tutte le guerre e della preparazione delle guerre mediante il servizio militare. L'ingabbiamento delle nostre forze armate nelle attuali strategie NATO non consente di attuare il "ripudio della guerra" stabilito nell'articolo 11 della nostra Costituzione. Tanto più che condivido pienamente l'opinione dell'antimilitarismo nonviolento, ribadita autorevolmente anche da Papa Francesco: "Oggi non esistono guerre giuste". L'aria che tira è quella di un ripristino di forme di mini-naja. In relazione a questa eventualità comunico da subito che, qualora dovessi ricevere la chiamata a presentarmi presso un ufficio militare preposto all'arruolamento, la mia risposta sarà un bel "Signornò!" antimilitarista. Non mi presenterò alla visita militare che dovrà verificare la mia idoneità. Mi avvarrò del diritto universale umano di chiedere, per obbedienza alla coscienza, di adempiere agli obblighi di leva prestando, in sostituzione del servizio militare, un servizio civile orientato alla difesa nonviolenta; e quindi rispondente come il servizio armato al dovere costituzionale di difesa della Patria. Ritengo doveroso da parte dello Stato organizzare, applicando normative già in vigore conquistate dalla lotta nonviolenta, la mia formazione ed il mio inquadramento dentro un Corpo civile di pace, possibilmente europeo, per attuare l'impegno istituzionale dell'ONU alla sicurezza comune dell'Umanità. Solidarizzo, attivando i mezzi concreti di cui dispongo, con gli obiettori di coscienza, renitenti alla leva, disertori, russi, bielorussi, ucraini, israeliani e palestinesi, e con chiunque, giovane o meno giovane, rifiuti di partecipare alle guerre che si stanno combattendo in questo momento. Tenendo presente che presso l'Ufficio Nazionale Servizio Civile esiste per legge un elenco degli obiettori italiani alla Guerra per motivi di coscienza, chiedo che Ella rammenti al Ministro Crosetto che deve aggiornare tale elenco con il mio nome e che deve rendere consultabile tale elenco generale, essendo l'obiezione alla guerra un atto pubblico".

Dopo aver sottoscritto il testo su cui sopra compilando il form che si trova su questa pagina web di petizioni.com: scrivere a (aggiungendo eventualmente considerazioni e motivazioni personali): protocollo.centrale@pec.quirinale.it – presidente(at)pec.governo.it – segreteria.ministro(at)difesa.it – sgd(at)postacert.difesa.it

Promotori:

Disarmisti Esigenti (progetto della Lega per il disarmo unilaterale)

Alfonso Navarra WhatsApp 340-0736871 email coordinamentodisarmisti(at)gmail.com

Lega per il disarmo unilaterale

Ennio Cabiddu

Lega obiettori di coscienza

Massimo Aliprandini

RETE IPRI CCP

Maria Carla Biavati

Associazione Nazionale Per la Scuola della Repubblica ODV
Cosimo Forleo

Reti di Pace
Emanuela Baliva

RADIO NUOVA RESISTENZA
Marco Zinno

ODISSEA 
Angelo Gaccione

WILPF ITALIA  
Patrizia Sterpetti

FIRME INDIVIDUALI

Tonino Drago - Moni Ovadia - Enrico Peyretti - Luigi Mosca - Daniele Barbi - Filippo Bianchetti -Giuseppe Bruzzone - Beppe Corioni - Sandra Cangemi - Alessandro Capuzzo - Tiziano Cardosi - Giuseppe Curcio - Francesco Lo Cascio - Antonella Nappi - Elio Pagani - Marco Palombo - Claudio Pozzi -  Guido Viale - Enrico Gagliano - Marinella Correggia - Francesco Zanotelli

Michele Santoro, contattato per telefono alle ore 11:00 dell'8 maggio 2024, firma. Va segnalato il seguente passo del programma della lista PACE TERRA DIGNITA', che si presenta alle elezioni europee dell'8 e 9 giugno 2024: "L’Europa dovrà promuovere la cultura della pace nelle scuole e nelle università, sostenere il diritto alle obiezioni di coscienza e al rifiuto di combattere in tutto il mondo, creare un corpo civile di pace europeo".

Maurizio  Acerbo, via WhatsApp, alle ore 14:30 dell'8 maggio 2024

Nella Ginatempo, Laura Marchetti, Antonio Mazzeo, Giovanni Russo Spena il 10 maggio 2024, all'incontro dell'Osservatorio contro la militarizzazione della scuola e dell'Università.

Al link qui di seguito argomentiamo - con due articoli - l'iniziativa della dichiarazione di impegno pubblico per l'obiezione alla guerra e per la difesa nonviolenta

https://disarmistiobiettori.webnode.it/obiezione-alle-guerre-e-alla-mininaja/

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Perché e come lanciamo questa nuova Campagna di obiezione alla guerra e al servizio militare che la prepara

L'iniziativa "OBIEZIONE ALLA GUERRA", al di là del rischio più o meno incombente che l'Italia segua presto la Germania nel mettere su una specie di mini-naja alla svedese, è in ogni caso collegata: 1) all'autodefinirsi antimilitarista rispetto ad un servizio militare obbligatorio che può essere sempre ripristinato; 2) alla scelta di lavorare per l'organizzazione strutturata e permanente della difesa nonviolenta; 3) a sostenere il diritto umano all'obiezione di coscienza nel mondo, ed in particolare la Campagna "Object War" che organizza gli obiettori ucraini, russi e bielorussi; 3) alla pubblicazione dell'ALBO DEGLI OBIETTORI come prescritto dalla legge italiana che ha istituito l'Ufficio nazionale per il servizio civile.

L'incontro online di mercoledì 3 aprile 2024 - (4 aprile - 75esimo anniversario della N.A.T.O.) ore 18:00 - 20:00 - ne ha delineato impostazione e contenuti.

Si chiede in particolare l'adesione all'appello, sopra riportato, da pubblicizzare, "Signor presidente, le scrivo la presente", etc.

L'attacco è evidentemente ricavato dalla canzone: "Il disertore", di Boris Vian.

link: https://us06web.zoom.us/j/87250293962?pwd=wRIflrlrBA6X7GWsmvoUgbFjmENxOb.1

(DOPO IL TESTO DELL'APPELLO TROVATE ARTICOLI DI DOCUMENTAZIONE E INTERVENTI DI RIFLESSIONE)

La Campagna, con un occhio focalizzato anche sull'obiezione preventiva alla mini-naja - con ogni probabilità - in arrivo (per decisione governativa che si sta coltivando, nonostante le ambigue e fuorvianti smentite di Crosetto), è però sostanzialmente di carattere più generale e profondo.

E' obiezione alle guerre e al servizio militare che prepara e combatte le guerre, ed ha un bisogno vitale di coinvolgere attivamente gli studenti, la parte più aggregata del mondo giovanile, nella riflessione che precede la scelta: "Se la Patria - attraverso il governo in carica - mi chiamerà per verificare, con visite e test appositi, la mia reclutabilità nell'esercito cosa risponderò?"
È difficile, con l'aria che tira - ribadiamo - avere incertezze sulla tempestività dell'iniziativa. Il vento della militarizzazione, della corsa al riarmo, della intensificazione delle guerre e dello scoppio di nuove guerre si sta levando fortissimo e non c'è dubbio che nel prossimo periodo avremo da fronteggiare una vera e propria bufera. Fa parte di questo vento la decisione del governo tedesco, con il ministro Pistorius, di voler prendere a modello la mini-naja svedese, ed è quindi quasi certo che il governo italiano, prima o poi, seguirà a ruota.

Quando Crosetto smentisce con le sue parole si riferisce alla leva militare obbligatoria generale ("proprio non se ne parla!") non alla mini-naja che è cosa diversa. E' da tenere sempre presente che è tipico della retorica imbrogliona del potere negare un contesto più generale mentre si sta predisponendo un aspetto specifico che va a concretizzarlo... Per ergere un primo riparo alla retorica del "nemico alle porte cui bisogna sbarrare la strada" è utile tutto il lavoro di esame critico che porta a ridimensionare la presunta minaccia, ma anche la diffusione di conoscenze sulle possibilità di eventuale difesa che la disobbedienza popolare organizzata può offrire.

Per realizzare l'unità pacifista delle forze, cioè la cooperazione e la collaborazione sul concreto, il cuore della campagna che proponiamo è la dichiarazione di impegno a Mattarella delle giovani e dei giovani: "Sono un obiettore alle guerre! Non mi arruolo nell'esercito! Sono pronto a servire la Patria con la difesa alternativa, sperimentando i corpi civili di pace!"
Tutte le nostre argomentazioni che portano alla dichiarazione non escludono affatto cento altri possibili approcci alla scelta di voler essere inseriti nell'albo degli obiettori, da manifestare con impegno pubblico.

Per l'adesione alla nostra iniziativa, che è radicata in una esperienza pluridecennale, ogni soggetto collettivo interpellato si concentri sulla dichiarazione che sopra abbiamo riportato.

Per i contributi alle motivazioni e per la modalità migliore per fare conoscere la Difesa Popolare Nonviolenta (anche nelle scuole: senza che, però, questo appaia un reclutamento all'"esercito alternativo") invece rifacciamoci al vecchio motto: "Che cento scuole rivaleggino". Nostro sforzo sarà di mettere in rapporto e collegare tutti i "cento fiori dell'obiezione".

Troviamo infine due articoli sulla pagina: https://disarmistiobiettori.webnode.it/obiezione-alle-guerre-e-alla-mininaja/

Articolo numero 1
"Per una campagna di impegno pubblico: obiezione al servizio militare e alle guerre per costruire una difesa alternativa"
Alfonso Navarra – coordinatore dei Disarmisti esigenti - del Coordinamento politico Campagna OSM-DPN (Lega obiettori di coscienza, sede in via Pichi,1 - Milano)
(dopo aver consultato Tonino Drago, già presidente del Comitato DCNANV)
Milano – 25 marzo 2024 (ultima proposta, versione 3)

Articolo numero 2

Come secondo testo, un articolo di Alfonso Navarra che può completare molte nozioni utilizzate è l'anticipazione allegata che uscirà su QUADERNI DELLA DECRESCITA il primo maggio 2024.
Titolo: "La nonviolenza è la forza delle relazioni autentiche".
Il link alla rivista online diretta da Paolo Cacciari e Marco Deriu : https://quadernidelladecrescita.it/

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LA DEFINIZIONE DI OBIEZIONE DI COSCIENZA SECONDO ALDO CAPITINI, FONDATORE DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO

 

Aldo Capitini, il filosofo italiano della nonviolenza, definisce l’obiezione di coscienza come "l’opposizione a partecipare alla preparazione e all’attuazione della guerra, vista particolarmente come uccisione di esseri umani". Questa definizione mette in luce la sua visione dell’obiezione di coscienza non solo come un atto legale o politico, ma come un’espressione profonda di valori personali e morali che si oppongono alla violenza e alla guerra. 

Questa definizione di Capitini la troviamo, ad esempio, nel saggio "Le tecniche della nonviolenza", pubblicato dall'editore Feltrinelli. 

Secondo Capitini, l'odc non è necessariamente inerente al servizio militare. Per odc si intende il rifiuto ad obbedire a un comando dell'autorità in forza ad un imperativo della coscienza che può scaturire da una fede religiosa, da una concezione filosofica, da convinzioni politiche, da ragioni morali. 

Vi leggiamo: "L'obbiezione di coscienza verso il servizio militare nella storia non solo di secoli, ma di millenni, si fonda su due tipi di ragioni. Il primo tipo è di non riconoscere a nessuno e nemmeno allo Stato il diritto di costringere un uomo ad agire contro la propria coscienza. Il secondo tipo è di porre come superiore al potere dello Stato il rapporto amorevole con tutti gli esseri umani (...). (Se noi esaminiamo i motivi che la giustificano nelle stesse dichiarazioni degli obbiettori , vediamo che in essa non c'è nulla di individualistico - ndr). Certo è che l'obbiettore di coscienza deve e viole mostrare che non è un vile, che il suo motivo è umanitario e non utilitario; che se egli deve mettere in pericolo la propria vita, vuol farlo per un ideale che egli realmente professa. (...) C'è da osservare, infine, che l'orientamento all'obbiezione di coscienza non si arresta alla legge che la riconosce. (...) Nello sviluppo della guerra e nell'accrescersi immenso della sua capacità distruttiva, l'obbiezione di coscienza ha accresciuto il suo carattere collettivo di avvertimento a tutti, di avanscoperta di un pericolo comune, e non ci sono leggi o istituzioni che possono farla contenta se non quelle che per sempre sostituiscano efficacemente il modo bellico di regolare i conflitti che, con le forze atomiche, va ben oltre la soluzione dei conflitti stessi, e diventa disastro generale".

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LA LEGA OBIETTORI DI COSCIENZA ADERISCE AL 25 APRILE, INDETTO DA "IL MANIFESTO", INVITANDO ALLE OBIEZIONI CONTRO LA GUERRA SCENDE IN PIAZZA CON LO STRISCIONE: OBIETTIAMO ALLE SPESE MILITARI

Richiamando l'obiettivo della difesa popolare nonviolenta, il comunicato di adesione della LOC ribadisce che per resistere alla deriva bellica in corso occorre dire dei NO, ma anche sapere indicare dei SI concreti, chiarendo che sicurezza non è accanita difesa dei confini, ma sono i diritti di libertà e sociali garantiti dalla forza organizzata dell'unione popolare, che strategicamente si propone di fare contare l'opposizione maggioritaria alla guerra.

Con la prospettiva dello scioglimento della NATO e di tutte le alleanze militari che contraddicono spirito e lettera della carta dell'ONU, vi sono  i SI: al ricorso al dialogo e ai negoziati per risolvere le controversie internazionali, alla concessione dell'asilo politico agli obiettori e ai disertori di tutti i Paesi in guerra. SI alla promozione della cultura della pace e della nonviolenza, si alle lotte sociali per la dignità del lavoro e della qualità della vita.

Quindi vi sono i NO: alle guerre, oggi sempre ingiuste, all'invio di armi all'Ucraina, ad Israele, a quanti altri, alla partecipazione armata ai conflitti, al ripristino anche parziale della leva militare, alle missioni militari all'estero. NO anche all'economia di guerra, ai tagli alle spese sociali per finanziare l'industria delle armi, all'aumento delle spese militari (per combattere "guerre ad alta intensità"!), alla ricerca bellica nelle nostre università. NO alla propaganda militare nelle scuole, no alla retorica della paura (che inventa o amplifica le "minacce"), alle politiche securitarie che mascherano la repressione dei movimenti sociali.

Questo che segue è il testo del comunicato diramato alla stampa:

25 APRILE RESISTIAMO ALLA GUERRA

all’organizzazione per la non  partenza di  figlie/i, nipoti,  padri e madri      per la guerra alle trattative di pace.  La Pace ha un prezzo. Per non avere uccisioni (milioni di morti nei prossimi anni) e distruzioni di intere città e paesi dobbiamo organizzare uno scambio e un accordo sui territori e sui confini fra stati. al rispetto del ripudio delle guerra (art.11) e ritiro delle truppe italiane dai paesi confinanti della guerra. allo scioglimento della Nato (organizzazione di esercitazioni aggressive e promotore di guerra nel mondo). alla promozione della cultura della pace nelle scuole alla difesa dei diritti umani in alternativa al militare. Creazione di  strutture  istituzionali. per la difesa popolare nonviolenta.   alla riduzione delle spese militari per la dignità  del lavoro e del reddito   SÌ al diritto all’obiezione di coscienza al servizio militare SI alla protezione di disertori e renitenti SI  al mantenimento dello stato di diritto e non al codice militare o stato di guerra

NO alla guerra in Europa, all’invio di armi in zone di conflitto; no alla partecipazione italiana al conflitto, no al ripristino della leva militare, no alle missioni militari all’estero NO all’economia di guerra, alla riduzione della spesa sociale per finanziare l’industria delle armi, no al riarmo e alla ricerca bellica nelle nostre scuole e università NO alla propaganda militare nelle scuole, no alle politiche securitarie . Fuori l’italia dalla guerra OBIETTIAMO E DISERTIAMO

Lega Obiettori di Coscienza – v. M. Pichi 1 – 20149 Milano

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CHE CENTO FIORI SBOCCINO: UNA CAMPAGNA PARALLELA DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO

(N.B. - vi è il collegamento con "Object war" per gli obiettori ucraini e russi ed in una versione più recente del testo è stata inserita la richiesta dell'albo. Il punto politico è che, nell'impostazione del movimento nonviolento, la legge per la difesa nonviolenta deve essere ancora fatta e si glissa sul fatto che essa è stata già istituita in forma sperimentale. Mentre per Disarmisti esigenti & partners si tratta di partire per applicare bene quello che c'è, e che è stato poi stravolto o non implementato, per il MN si tratta di istituire ex novo con una legge ad hoc la difesa civile non armata e nonviolenta. A questo proposito è stata lanciata la Campagna "Un altra difesa e possibile")

I fondi raccolti dalla Campagna coordinata dal Movimento Nonvuiolento vengono utilizzati per finanziare i movimenti nonviolenti di Russia, Bielorussia e Ucraina nelle loro attività, per garantire la difesa legale agli obiettori e disertori dei tre paesi, per organizzare le missioni di pace e solidarietà con le vittime della guerra, per ospitare in Italia esponenti nonviolenti coinvolti nel conflitto, per il lavoro di testimonianza e informazione.

In continuità con la  Campagna italiana, il Movimento Nonviolento partecipa anche alla #ObjectWarCampaign promossa dalle reti internazionali IFOR, WRI, EBCO-BEOC, Connection e.V.,  che chiede, alle massime istituzioni dell’Unione Europea e del Consiglio d’Europa, protezione per coloro che nei paesi coinvolti si rifiutano di prendere parte al conflitto in armi.

 

Dichiarazione di Obiezione di Coscienza

Al Presidente della Repubblica, capo delle Forze Armate

Al Presidente del Consiglio e al Ministro della Difesa

Al Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Italiano

 

Per fermare la guerra bisogna non farla. Per cessare il fuoco bisogna non sparare.

Sono concretamente solidale con gli obiettori di coscienza, renitenti alla leva, disertori russi, bielorussi e ucraini; chiedo che vengano accolti, riconoscendo loro lo status internazionale di rifugiati.

Chiedo che il Governo italiano garantisca accoglienza, asilo e protezione a quei giovani di Russia, Bielorussia e Ucraina che rifiutano di prendere le armi e fuggono dal loro paese, così come il Parlamento italiano deliberò nel 1992 per gli obiettori e i disertori delle Repubbliche ex-Jugoslavia (Legge 390/1992 articolo 2, comma 2 bis).

Lo Stato Maggiore dell’Esercito Italiano ha emanato una circolare di preallarme per il personale militare che si deve considerare “pronto all’impiego”. Considerando che la leva obbligatoria nel nostro Paese è solo sospesa  e che tale sospensione resta a discrezione del potere esecutivo di Governo, dichiaro fin da questo momento la mia obiezione di coscienza.  Non sono disponibile in alcun modo a nessuna “chiamata alle armi”. Con la Costituzione italiana ripudio la guerra e voglio ottemperare al dovere di difesa della Patria con le forme di difesa civile e non militare già riconosciute dal  nostro ordinamento. Chiedo di essere considerato a tutti gli effetti obiettore di coscienza contro tutte le guerre e la loro preparazione, in qualunque modo si voglia chiamare l’uso di armamenti nelle controversie internazionali.

Sollecito il Parlamento all’approvazione di una Legge per l’istituzione della Difesa civile non armata e nonviolenta.

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Aggiunto poi:

Chiedo che il mio nome sia inserito in un Albo dove siano elencati tutti gli uomini e tutte le donne che, come me, obiettano alla guerra e alla sua preparazione.

 

(Dichiarazione aperta a tutti. Anche, in particolare,  ai cittadini in età di leva dai 18 ai 45 anni e anche ai ragazzi e ragazze che hanno già svolto il servizio civile sostitutivo, nazionale o universale)

 Per partecipare: stampare in cartaceo, compilare e spedire a Movimento Nonviolento, via Spagna 8, 37123 Verona
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CHE CENTO FIORI SBOCCINO: UNA DICHIARAZIONE ANTICIPATA DI OBIEZIONE SOSTENUTA DA VITA DI SARA CUNIAL

(N.B. - L'iniziativa parte da Davide Tutino, di Resistenza Radicale, operante nell'ambito del movimento NO-VAX. Le sue definizioni di obiezione, disobbedienza e boicottaggio non corrispondono a quanto elaborato e fissato, come caratteristica essenziale, dai più importanti "maestri" teorico-pratici della nonviolenza. Si veda ad esempio la definizione di obiezione ci coscienza sopra riportata di Aldo Capitini. E' notevole, in questa proposta di Tutino, l'appello alla disobbedienza delle Forze Armate in quanto tali, che andrebbe molto bene meditato nelle sue eventuali modalità di adesione. Come distinguerlo da un invito al colpo di Stato? Bisogna che ci si ponga seriamente il problema perché nella strategia nonviolenta e democratica la forma non è distinguibile dalla sostanza...)

Dichiarazione di Obiezione di Coscienza "anticipata" (estratto) - testo completo rinvenibile su: 

https://www.votalavita.it/dichiarazione-anticipata-di-obiezione/

PREMESSA

L’Italia è in guerra contro la Russia, attraverso il sostegno al regime ucraino. Tale sostegno si è concretizzato dapprima nella esportazione di armi che colpiscono anche intenzionalmente la popolazione civile, quindi nella stipula di un patto bilaterale di intervento.

L’Italia è in guerra attraverso il sostegno politico e militare a Israele, e si rende corresponsabile del genocidio dei palestinesi a Gaza.

L’Italia è in guerra nel Mar Rosso e nel Mar Cinese Meridionale, ove partecipa alle azioni militari contro lo Yemen e contro la Cina.

La Presidente del Consiglio dell’Italia Giorgia Meloni in data 24 Febbraio 2024 ha sottoscritto un trattato militare con un paese in guerra, l’Ucraina.

Ciò fa seguito ad analoghi trattati stipulati da Francia e Germania, i cui governi mostrano un attivo interesse all’entrata diretta in guerra di tutti i paesi europei e della NATO. (...)

Tutto ciò è in contrasto con l’articolo 11 della nostra Costituzione secondo cui “l’Italia ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.”

Tutto ciò è in contrasto con l’articolo 245 del codice penale italiano, volto a punire chi ordisce trame per portare il paese in guerra:

Chiunque tiene intelligenze con lo straniero per impegnare o per compiere atti diretti a impegnare lo Stato italiano alla dichiarazione o al mantenimento della neutralita’, ovvero alla dichiarazione di guerra, e’ punito con la reclusione da cinque a quindici anni…

Tutto ciò è in contrasto con la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea del 2016, che nel preambolo afferma:

“I popoli d’Europa, nel creare una unione sempre più stretta tra loro, sono risoluti a condividere un futuro di pace basato su comuni valori.”

Tutto ciò è in contrasto con la carta fondativa della Organizzazione delle Nazioni Unite, secondo cui

“I fini delle Nazioni Unite sono: 1. Mantenere la pace e la sicurezza internazionale…e pervenire con mezzi pacifici…alla sistemazione o alla soluzione delle controversie internazionali…2. Sviluppare relazioni amichevoli tra le nazioni, fondate sul rispetto del principio dell’uguaglianza dei diritti e dell’auto-decisione di popoli….”

Tutto ciò è in contrasto con lo stesso patto fondativo della NATO, nel quale all’art.1

“Le parti si impegnano, come stabilito nello Statuto delle Nazioni Unite, a comporre con mezzi pacifici qualsiasi controversia internazionale in cui potrebbero essere coinvolte, in modo che la pace e la sicurezza internazionali e la giustizia non vengano messe in pericolo, e ad astenersi nei loro rapporti internazionali dal ricorrere alla minaccia o all’uso della forza assolutamente incompatibile con gli scopi delle Nazioni Unite.”

Le azioni di guerra sono state intraprese dall’Italia contro la propria Costituzione, contro il diritto internazionale, contro i propri interessi e contro la propria tradizione culturale, arrivando addirittura ad avallare l’abominio giuridico della “guerra preventiva.”

 

Le azioni di guerra sono state intraprese dall’Italia contro la propria Costituzione, contro il diritto internazionale, contro i trattati internazionali firmati, contro i propri interessi e contro la propria tradizione culturale, arrivando addirittura ad avallare l’abominio giuridico della “guerra preventiva.”

IMPEGNO

Da tutto ciò consegue l’impegno che dichiaro di assumermi, e che invito ciascun altro ad assumersi sotto diversi rispetti, ed in particolare Come Essere (UMANO -NDR) che risponde delle proprie azioni alla propria coscienza.

a obiettare, disobbedire e boicottare ogni azione di guerra (...).

Mi impegno anche a promuovere attivamente (PRESSO IL PUBBLICO - ndr) l'obiezione, la disobbedienza e il boicottaggio nei confronti della guerra.

Assumendo questo impegno
Faccio appello alle forze armate, che hanno la forza e il dovere di disobbedire, per difendere la propria comunità;
Faccio appello ai giovani, che rifiutino di essere portati in guerra;
Faccio appello alle famiglie, che proteggano i propri componenti;
Faccio appello ai maestri e a tutte le guide spirituali, che ricordino il valore della disobbedienza.

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SEZIONE NOTIZIE STAMPA

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Il progetto Maven e "the Pit": notizie dal New York Times del 30 aprile 2024 (edizione internazionale)

 

sulla ricerca di tipo militare applicata sul campo (droni guidati dalla intelligenza artificiale) e su come da una base segreta in Europa i militari americani uccidono soldati russi. Il progetto Maven nasce da un contratto originario del Pentagono con Google.

In trenches, in Ukraine, cutting-edge warfare hits limits Nelle trincee, in Ucraina, la guerra all'avanguardia raggiunge i suoi limiti

Articolo in prima pagina di David E. Sanger. Edizione internazionale del New York Times- 30 aprile 2024

Sanger è un reporter della Casa Bianca. Autore di: “New cold wars”, un libro scritto con Mary. K. Brooks.

Qui, riportandolo sotto, rinviamo al sito del NYT per la lettura dell’articolo, che tratta delle dure lezioni che gli strateghi militari USA stanno apprendendo dal laboratorio rappresentato dalla “guerra Ucraina”. Ecco il link: https://inytimes.pressreader.com/the-new-york-times-international-edition

Secondo Sanger, l'esperienza sul campo starebbe insegnando che non basta una superiorità tecnologica per vincere una guerra. I russi hanno imparato come interferire elettronicamente con i sistemi di guida di droni e missili. Ai quartieri generali del Pentagono e della NATO a Bruxelles hanno capito che una eventuale guerra diretta contro le truppe russe non sarebbe essenzialmente una cyber war ma un vecchio scontro di carri armati sul modello della Seconda guerra mondiale. Poi, nell’articolo, vi sono due notizie di interesse attuale. 1)       Si parla del progetto Maven, il programma del Pentagono, con l’Intelligenza artificiale, che punta a costruire sistemi di riconoscimento delle immagini per migliorare gli attacchi dei droni in zone di guerra. Sanger ricorda che il progetto Maven è nato in ambito Google con un contratto stipulato con il Pentagono di 9 milioni. Oggi gli elementi del progetto Maven sono stati rilevati da una sessantina di ditte coordinate da Palantir, una compagnia fondata da Peter Thiel. 2)       Si fa cenno a “The Pit” (la Fossa), un posto in una base segreta in Europa, di cui non si parla. E’ il centro in cui si sviluppano le tecnologie per targettare e colpire le forze russe. Le tecnologie in uso sono una evoluzione del Progetto Maven. “The Pit” è tenuta segreta perché il parlarne trascinerebbe la questione di quanto le forze USA sono quotidianamente occupate in modo diretto a cercare e uccidere le truppe russe.

Il senso dell’articolo è che ci fa capire meglio perché, anche nella guerra ultra-moderna, senza dimenticare la qualità della tecnologia impiegata,  la quantità delle truppe rimane un fattore importante. Extra articolo, elenchiamo noi alcuni motivi per cui la quantità delle truppe è ancora rilevante: Potenza di fuoco nello scontro di attrito: eserciti più numerosi e ben dispiegati permettono di aumentare la pressione che è cruciale per il successo del confronto militare Presenza sul Territorio: Una maggiore quantità di truppe consente di coprire più territorio e di mantenere una presenza fisica che può essere dissuasiva per l’avversario. Operazioni Multifunzionali: Le truppe possono svolgere una varietà di funzioni, dalla difesa al supporto logistico, dall’intelligence alle operazioni speciali. Resilienza e Ridondanza: Avere un numero maggiore di truppe può fornire una maggiore resilienza in caso di perdite e permettere la sostituzione o il supporto in diverse situazioni. Guerra Asimmetrica: In conflitti asimmetrici, dove le forze irregolari possono sfidare eserciti convenzionali, la quantità di truppe può essere un fattore determinante per il controllo del territorio e per la gestione delle popolazioni civili. Qui capiamo la spinta in atto, da parte dei governi europei, a rivalutare la leva obbligatoria che in Europa si sta manifestando con la reintroduzione di forme di mini-naja: la Germania fa da battistrada adottando il modello svedese. Noi proponiamo, in risposta, di rilanciare una campagna di obiezione di coscienza, anticipando le mosse dell’avversario militarista.

In trenches, cutting-edge warfare is hitting limits

U.S. strategists learn hard lessons in Ukraine’s unforgiving laboratory

The idea triggered a full-scale revolt on the Google campus.

Six years ago, the Silicon Valley giant signed a small, $9 million contract to put the skills of a few of its most innovative developers to the task of building an artificial intelligence tool that would help the military detect potential targets on the battlefield using drone footage.

Engineers and other Google employees argued that the company should have nothing to do with Project Maven, even if it was designed to help the military discern between civilians and militants.

The uproar forced the company to back out, but Project Maven didn’t die — it just moved to other contractors. Now, it has grown into an ambitious experiment being tested on the front lines in Ukraine, forming a key component of the U.S. military’s effort to funnel timely information to the soldiers fighting Russian invaders.

So far the results are mixed: Generals and commanders have a new way to put Russia’s movements and communications into one big, user-friendly picture, employing algorithms to predict where troops are moving and where attacks might happen. But the American experience in Ukraine has underscored how difficult it is to get 21st-century data into 19th-century trenches. Even with Congress having approved tens of billions of dollars in aid to Kyiv, mostly in the form of ammunition and long-range artillery, the question remains whether the new technology will be enough to help turn the tide of the war at a moment when the Russians appear to have regained momentum.

The war in Ukraine has, in the minds of many American officials, been a bonanza for the U.S. military, a testing ground for Project Maven and other rapidly evolving technologies. The American-made drones that were shipped into Ukraine last year were blown out of the sky with ease. And Pentagon officials now understand, in a way they never did before, that America’s system of military satellites has to be built and set up entirely differently, with configurations that look more like Elon Musk’s Starlink constellations of small satellites.

Meanwhile, American, British and Ukrainian officers, along with some of Silicon Valley’s top military contractors, are exploring new ways of finding and exploiting Russian vulnerabilities, even while U.S. officials try to navigate legal restraints about how deeply they can become involved in targeting and killing Russian troops.

“At the end of the day, this became our laboratory,” said Lt. Gen. Christopher T. Donahue, commander of the 18th Airborne Division, who is known as “the last man in Afghanistan” because he ran the evacuation of the airport in Kabul in August 2021, before resuming his work infusing the military with new technology.

And despite the early concerns at Google over participation in Project Maven, some of the industry’s most prominent figures are at work on national security issues, underscoring how the United States is harnessing its competitive advantage in technology to maintain superiority over Russia and China in an era of renewed superpower rivalries.

Tellingly, those figures now include Eric Schmidt, who spent 16 years as Google’s chief executive and is now drawing on lessons from Ukraine to develop a new generation of autonomous drones that could revolutionize warfare.

But if Russia’s brutal assault on Ukraine has been a testing ground for the Pentagon’s drive to embrace advanced technology, it has also been a bracing reminder of the limits of technology to turn the war.

Ukraine’s ability to repel the invasion arguably hinges more on renewed deliveries of basic weapons and ammunition, especially artillery shells.

The first two years of the conflict have also shown that Russia is adapting, much more quickly than anticipated, to the technology that gave Ukraine an initial edge.

In the first year of the war, Russia barely used its electronic warfare capabilities. Today it has made full use of them, confusing the waves of drones the United States has helped provide. Even the fearsome HIMARS missiles that President Biden agonized over giving to Kyiv, which were supposed to make a huge difference on the battlefield, have been misdirected at times as the Russians learned how to interfere with guidance systems.

Not surprisingly, all these discoveries are pouring into a series of “lessons learned” studies, conducted at the Pentagon and NATO headquarters in Brussels, in case NATO troops ever find themselves in direct combat with President Vladimir V. Putin’s forces. Among them is the discovery that when new technology meets the brutality of oldfashioned trench warfare, the results are rarely what Pentagon planners expected.

“For a while we thought this would be a cyberwar,’’ Gen. Mark A. Milley, who retired last year as chairman of the Joint Chiefs of Staff, said last summer. “Then we thought it was looking like an oldfashioned World War II tank war.”

Then, he said, there were days when it seemed as though they were fighting World War I.

“THE PIT”

More than a thousand miles west of Ukraine, deep inside an American base in the heart of Europe, is the intelligence-gathering center that has become the focal point of the effort to bring the allies and the new technology together to target Russian forces.

Visitors are discouraged in “the Pit,” as the center is known. American officials rarely discuss its existence, in part because of security concerns, but mostly because the operation raises questions about how deeply involved the United States is in the day-to-day business of finding and killing Russian troops.

The technology in use there evolved from Project Maven. But a version provided to Ukraine was designed in a way that does not rely on the input of the most sensitive American intelligence or advanced systems.

The goals have come a long way since the outcry at Google six years ago.

“In those early days, it was pretty simple,” said Lt. Gen. Jack Shanahan, who was the first director of the Pentagon’s Joint Artificial Intelligence Center. “It was as basic as you could get. Identifying vehicles, people, buildings, and then trying to work our way to something more sophisticated.”

Google’s exit, he said, may have slowed progress toward what the Pentagon now called “algorithmic warfare.” But “we just kept going.”

By the time the Ukraine war was brewing, Project Maven’s elements were being designed and built by nearly five dozen firms, from Virginia to California.

Yet there was one commercial company that proved most successful in putting it all together on what the Pentagon calls a “single pane of glass”: Palantir, a company co-founded in 2003 by Peter Thiel, the billionaire conservative-libertarian, and Alex Karp, its chief executive.

Palantir focuses on organizing, and visualizing, masses of data. But it has often found itself at the center of a swirling debate about when building a picture of the battlefield could contribute to overly automated decisions to kill.

Early versions of Project Maven, relying on Palantir’s technology, had been deployed by the U.S. government during the Covid-19 pandemic and the Kabul evacuation operation, to coordinate resources and track readiness. “We had this torrent of data but humans couldn’t process it all,” General Shanahan said.

Project Maven quickly became the standout success among the Pentagon’s many efforts to tiptoe into algorithmic warfare, and soon incorporated feeds from nearly two dozen other Defense Department programs and commercial sources into an unprecedented common operating picture for the U.S. military.

But it had never been to war.

A MEETING ON THE POLISH BORDER

Early one morning after the Russian invasion, a top American military official and one of Ukraine’s most senior generals met on the Polish border to talk about a new technology that might help the Ukrainians repel the Russians.

The American had a computer tablet in his car, operating Project Maven through Palantir’s software and connected to a Starlink terminal.

His tablet’s display showed many of the same intelligence feeds that the operators in the Pit were seeing, including the movement of Russian armored units and the chatter among the Russian forces as they fumbled their way to Kyiv.

As the two men talked, it became evident that the Americans knew more about where Ukraine’s own troops were than the Ukrainian general did. The Ukrainian was quite certain his forces had taken a city back from the Russians; the American intelligence suggested otherwise. When the American official suggested he call one of his field commanders, the Ukrainian general discovered that the American was right.

The Ukrainian was impressed — and angry. American forces should be fighting alongside the Ukrainians, he said.

“We can’t do that,” the American responded, explaining that Mr. Biden forbade it. What the United States can provide, he said, is an evolving picture of the battlefield.

Today a similar tension continues to play out inside the Pit, where each day a careful dance is underway. The military has taken seriously Mr. Biden’s mandate that the United States should not directly target Russians. The president has said that Russia must not be allowed to win, but that the United States must also “avoid World War III.”

So, the Americans point the Ukrainians in the right direction but stop short of giving them precise targeting data.

The Ukrainians quickly improved, and they built a sort of shadow Project Maven, using commercial satellite firms like Maxar and Planet Labs and data scraped from Twitter and Telegram channels.

Instagram shots, taken by Russians or nearby Ukrainians, often showed dug-in positions or camouflaged rocket launchers. Drone imagery soon became a crucial source of precise targeting data, as did geolocation data from Russian soldiers who did not have the discipline to turn off their cellphones.

This flow of information helped Ukraine target Russia’s artillery. But the initial hope that the picture of the battlefield would flow to soldiers in the trenches, connected to phones or tablets, has never been realized, field commanders say.

One key to the system was Starlink, the Elon Musk-provided mesh of satellites, which was often the only thing connecting soldiers to headquarters, or to one another. That reinforced what was already becoming blindingly obvious: Starlink’s network of 4,700 satellites proved nearly as good as — and sometimes better than — the United States’ billion-dollar systems, one White House official said.

DREAMS OF DRONE FLEETS

For a while, it seemed as if this technological edge might allow Ukraine to push the Russians out of the country entirely.

In a suburb of Kyiv, Ukrainian high school students spent the summer of 2023 working in a long-neglected factory, soldering together Chinese-supplied components for small drones, which were then mounted onto carbonfiber frames. The contraptions were light and cheap, costing about $350 each.

Soldiers on the front lines would then strap each one to a two- or three-pound (a 0.9- or 1.4-kilogram) explosive charge designed to immobilize an armored vehicle or kill the operators of a Russian artillery brigade. The drones were designed for what amounted to crewless kamikaze missions, intended for onetime use, like disposable razors.

The broken-down factory near Kyiv encapsulated all the complications and contradictions of the Ukraine war. From the start, the Ukrainians understood that to win, or even to stay in the game, they had to reinvent drone warfare. But they could barely keep enough parts coming in to sustain the effort.

The mission of remaking Ukraine’s drone fleet has captivated Mr. Schmidt, the former chief executive of Google.

“Ukraine,” he said in October, between trips to the country, “has become the laboratory in the world on drones.” He described the sudden appearance of several hundred drone start-ups in Ukraine of “every conceivable kind.”

But by the fall of 2023, he began to worry that Ukraine’s innovative edge alone would not be enough. Russia’s population was too big and too willing to sacrifice, oil prices remained high, China was still supplying the Russians with key technologies and parts — while they also sold to the Ukrainians.

So Mr. Schmidt began funding a different vision, one that is now, after the Ukraine experience, gaining adherents in the Pentagon: far more inexpensive, autonomous drones, which would launch in swarms and talk to each other even if they lost their connection to human operators. The idea is a generation of new weapons that would learn to evade Russian air defenses and reconfigure themselves if some drones in the swarm were shot down.

It is far from clear that the United States, accustomed to building exquisite, $10 million drones, can make the shift to disposable models. Or that it is ready to bring on the targeting questions that come with fleets driven by A.I.

“There’s an awful lot of moral issues here,” Mr. Schmidt acknowledged, noting that these systems would create another round of the long-running debates about targeting based on artificial intelligence, even as the Pentagon insists that it will maintain “appropriate levels of human judgment over the use of force.”

He also came to a harsh conclusion: This new version of warfare would likely be awful.

“Ground troops, with drones circling overhead, know they’re constantly under the watchful eyes of unseen pilots a few kilometers away,” Mr. Schmidt wrote last year. “And those pilots know they are potentially in opposing cross hairs watching back . . . . This feeling of exposure and lethal voyeurism is everywhere in Ukraine.”

The American experience in Ukraine has underscored how difficult it is to get 21st-century data into 19th-century trenches.

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Da Il Fatto Quotidiano del 31 marzo 2024. Grande titolo in prima pagina: "LA LEGIONE STRANIERA PER ARRUOLARE MIGRANTI".

Occhiello: SEMPRE PIU' GUERRA. L'ESERCITO CERCA VOLONTARI PER LA PATRIA

Sottotitolo: GLI STATI MAGGIORI ATTENDONO L'ASSENSO DI CROSETTO. L'IDEA E' INGAGGIARE GIOVANI VENUTI DA FUORI IN CAMBIO DELL'ANTICIPO DELLA CITTADINANZA

L'articolo è a pagina 2 ed è a firma di Alessandro Mantovani e Francesco Ricolfi. Titolo: "POCHI UOMINI PER LA PATRIA: ARRIVA LA LEGIONE STRANIERA"

Qui di seguito un estratto dell'articolo citato

"L'idea (cui si lavora negli uffici degli Stati maggiori della Difesa - ndr) risponde alla stessa logica della riserva addestrata proposta da Crosetto (...). Non è questione di numeri, con la legge 110/2022 approvata dopo l'attacco russo all'Ucraina è stato bloccato il processo di riduzione degli organici previsto dalla legge Di Paola (244/2012): gli Stati maggiori ne vorrebbero di più ma i 160mila effettivi attuali tra Esercito, Aeronautica e Marina sono garantiti. Vogliono però militari più giovani anziché in servizio permanente dopo i 40 anni. Detto un po' brutalmente, non sanno che farsene di 20mila sottufficiali, spesso in là con gli anni, solo nell'Esercito.
Naturalmente l'evocazione della Legione Straniera (come ce l'hanno in Francia - ndr) fa discutere (...). Negli Stati Uniti, alle prese con la peggiore crisi di reclutamento degli ultimi 25 anni, il governo ha raddoppiato gli sforzi per prendere personale dalle comunità di immigrati. Il punto è proprio quello: il reclutamento delle forze armate si fa sempre più difficile, sempre meno giovani vogliono rischiare la vita per la patria. (In Germania Pistorius esclude il ripristino della leva obbligatoria ma parla del possibile ricorso agli stranieri - ndr). E' la stessa posizione di Crosetto, mentre nei Paesi scandinavi la coscrizione obbligatoria non è mai stata abolita o è stata ripristinata (Svezia) o estesa alle donne (Danimarca), anche in conseguenza della reale o presunta minaccia russa.
Problemi di reclutamento ci sono anche da noi. L'ultimo rapporto Esercito (2023) dà conto di "un rinnovato appeal verso la carriera militare con quasi 69mila domande presentate a fronte di 10mila posti messi a concorso"; periodici sondaggi assicurano che un giovane su tre, o addirittura due su cinque, guardano con attenzione alle forze armate. Però poi gli arruolamenti sono sempre un po' al di qua dei posti disponibili: secondo il rapporto Esercito, nel primo blocco dell'anno scorso sono entrati 2.138 volontari sui 2.200 previsti (sono 6.500 l'anno), in altri casi è andata peggio. Molti non si presentano, altri vengono scartati ai test, altri ancora preferiscono puntare subito alle forze di polizia che offrono stipendi iniziali leggermente più alti dei 1.100 euro di un Vfi (Volontario in ferma iniziale), una vita meno difficile, qualche rischio in meno e soprattutto maggiori garanzie di stabilità.
Da un anno c'è un nuovo sistema di reclutamento, ma solo una parte dei volontari in ferma annuale o triennale viene stabilizzata, altri sono destinati alle forze di polizia e altri ancora avranno solo qualche aiuto per il reinserimento. (...)
Pesa, ovviamente, il declino demografico: pochi figli, pochi giovani per servire la patria. Infatti anche da noi si parla di arruolare stranieri dal 2005 (anno della sospensione della Leva - ndr): dagli archivi del Senato esce una proposta di fine 2001 (...). (Forse siamo arrivati alla Legione Straniera di cui parlava nel 2006 il ministro Antonio Martino - ndr). C'è la destra al governo, ma potrebbe essere un caso".

 

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Da Repubblica del 27 marzo 2024. Titolo: "In Europa crescono le spinte verso la leva obbligatoria. Ma Crosetto ribadisce il no italiano: “Meglio professionisti".

L'articolo è a firma di Stefano Baldolini

Qui di seguito un estratto dell'articolo citato

"L’Italia ribadisce il no al ritorno della “naja”, il servizio militare obbligatorio. In controtendenza, nonostante i venti di guerra che spirano sempre più forti dalla Russia, i timori della Nato per un nuovo attacco di Putin dopo l’attentato al Crocus di Mosca, e le accelerazioni europee verso la leva obbligatoria.

È lo stesso Guido Crosetto a chiudere di nuovo all’ipotesi: "Non si è mai parlato di leva obbligatoria. Viviamo tempi difficili in cui, semmai, c'è bisogno di tanti professionisti formati, non di cittadini che fanno un anno di leva", dichiara il ministro della Difesa a a margine della celebrazione dei 101 anni dell'Aeronautica Militare, a Guidonia, presso Roma. Più riservisti dunque, come già annunciato dallo stesso Crosetto in gennaio scorso.

La posizione è condivisa dal presidente della commissione Difesa della Camera, Nino Minardo. "Ha ragione il Capo di stato maggiore della Difesa quando dice che le nostre forze armate sono assolutamente sottodimensionate. Tuttavia sono convinto che la risposta non sia la reintroduzione della leva militare ma la costruzione di una consistente riserva militare", dichiara il leghista, in dissonanza con il suo leader Matteo Salvini, da sempre sponsor del ritorno della leva.

Minardo fa riferimento all’audizione in Parlamento dell’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone. "Siamo assolutamente sottodimensionati: 150mila è improponibile, 160mila che è quello che attualmente ci è stato approvato è ancora poco e con 170mila siamo al limite della sopravvivenza".

“Lo scenario rischia di complicarsi ancora di più”, afferma il Capo di Stato maggiore. Il riaffacciarsi del terrorismo internazionale si somma alle tendenze già in atto. E soprattutto alla corsa al riarmo di Putin.

In Russia, solo qualche giorno fa il ministro della Difesa Sergej Shojgu ha magnificato i piani per la crescita dell’armata russa. L’intelligence occidentale teme che Mosca userà la strage del Crocus per colpire Kiev. E forse per saggiare la capacità di risposta della stessa Alleanza atlantica.

Intanto il resto d’Europa si organizza. La Germania si prepara a reintrodurre la leva obbligatoria. O meglio: semi-obbligatoria, ispirata al modello svedese. La Danimarca, dove per gli uomini già esiste, la vuole estendere alle donne, con l’aumento dei mesi da 4 a 11 per entrambi i sessi. “Non ci riarmiamo perché vogliamo la guerra, ma perché vogliamo evitarla”, ha spiegato la premier socialdemocratica danese Mette Frederiksen, aggiungendo di puntare alla “piena uguaglianza di genere".

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Da ANALISI DIFESA - articolo del 15 gennaio 2024. Titolo: "Ritorno alla coscrizione: il modello scandinavo".

L'articolo è a firma di Alberto Scarpitta

L’evoluzione degli scenari internazionali sta portando in Europa ad una rinnovata percezione del rischio di un possibile conflitto convenzionale prolungato, di tipo simmetrico tra pari, ossia tra entità statuali tradizionali, con caratteristiche, ampiezza e pericolosità ben diverse dalle “operazioni di pace” cui le opinioni pubbliche occidentali sono state abituate da oltre vent’anni.

La guerra in corso in Ucraina, tra le molte lezioni fornite, ha evidenziato in modo drammatico la perdurante importanza della dimensione quantitativa nelle operazioni militari, un fattore numerico che solo in parte può essere rimpiazzato dalla superiorità tecnologica, vera o presunta che sia.

Tali considerazioni stanno dando vita nel continente ad un ampio dibattito sulla rinnovata attualità della coscrizione obbligatoria (abbandonata o sospesa quasi ovunque dopo la fine della Guerra Fredda), quale unico strumento in grado di garantire alle forze armate, ed in particolare agli eserciti, una consistenza numerica adeguata alle nuove minacce, assicurando l’esistenza di un’ampia riserva di mobilitazione addestrata.

Accanto a tali motivazioni esterne legate alla crisi internazionale il dibattito viene alimentato in molti Paesi anche da cause endogene, in genere legate al “calo delle vocazioni”, ossia alla crescente difficoltà incontrata da molte forze armate professionali nel reperire un numero sufficiente di volontari da arruolare, con conseguente cronica sottoalimentazione delle unità attive e gravi carenze in diversi ruoli chiave.

In alcune nazioni europee la riduzione degli organici così generata sta divenendo grave, complici non solo le tensioni con la Russia ed il rischio di un confronto militare diretto con Mosca ma anche problematiche sociologiche, economiche e politiche più complesse.

Nella generalità dei casi le ipotesi allo studio sul ripristino della leva che animano il dibattito non sembrano però riguardare  un semplice ritorno al servizio generalizzato del passato, quello che era destinato a dare vita ad eserciti di massa composti quasi esclusivamente da coscritti, ma proporrebbero forme innovative e selettive di coscrizione obbligatoria, destinate ad integrare ed affiancare le attuali forze professionali con una componente di supporto e di riserva, da mobilitare in caso di necessità.

In buona sostanza quello di cui si avverte l’esigenza in molti Paesi, compresa l’Italia, appare essere un servizio in grado di fornire alle Forze Armate il personale da adibire a mansioni di seconda linea da attivare in caso di crisi o di grave emergenza nazionale, compiti, se vogliamo, analoghi a quelli affidati negli eserciti anglosassoni alle componenti di riserva volontaria professionale, come la National  Guard statunitense, il Territorial Army britannico o le analoghe formazioni canadesi ed australiane.

Presso molti osservatori cresce pertanto l’interesse per i modelli di coscrizione obbligatoria rimasti in essere, in forme ed articolazioni differenti, anche nel dopo guerra fredda, con particolare rifermento al “modello scandinavo”, un sistema che si è dimostrato in grado di dare vita a strumenti militari flessibili, capaci di evolversi in tempi brevi per fronteggiare condizioni geo-politiche mutevoli.

Dei quattro Paesi scandinavi tre, Svezia, Norvegia e Danimarca, possiedono forze armate composte in larga parte da professionisti e volontari a lunga ferma ed hanno adottato soluzioni sulla leva per certi versi simili. Risultano pertanto di particolare interesse, presentando caratteristiche che potrebbero essere trasmesse ed adottate, con le dovute specificità, in altre nazioni.

La Finlandia esula invece dalla nostra ricerca per la forma peculiare del proprio modello di difesa, basato su un sistema di coscrizione generale che dà vita, in sostanza, ad un esercito di milizia. Tutti i cittadini di sesso maschile ed età superiore ai 18 anni sono infatti chiamati a prestare, se fisicamente abili, un servizio militare obbligatorio di durata variabile di 165, 255 o 347 giorni, cui si aggiungono, negli anni successivi, diversi brevi richiami destinati a verificare l’efficacia delle procedure di mobilitazione e ad aggiornare le nozioni apprese in precedenza.

La lunghezza della ferma iniziale dipende dall’incarico assegnato e dall’idoneità del soggetto a svolgere incarichi di comando e di essere avviato alla formazione specifica per ufficiali o sottufficiali. Ogni anno sono circa 27.000 i coscritti finlandesi arruolati, corrispondenti all’80% di ogni classe maschile di leva, una percentuale tra le più alte al mondo. Come avveniva negli eserciti di massa della guerra fredda a questi numeri corrisponde una paga per il coscritto sostanzialmente simbolica, di pochi Euro al giorno.

Un servizio limitato e selettivo

Interessanti ed innovative le scelte operate dalle altre tre nazioni della regione, che meritano pertanto di essere brevemente illustrate ai fini di una adeguata analisi comparativa. Esse risultano tra l’altro più rispondenti alle necessità di Paesi che, come il nostro, già possiedono uno strumento militare professionale e che affiderebbero ad un’eventuale rinnovata componente di leva solo compiti integrativi e di supporto.

Il carattere distintivo che accumuna i tre modelli di reclutamento è rappresentato dalla selettività. Solo una piccola percentuale dei soggetti costituenti ogni singola classe di leva viene effettivamente arruolata, con preferenza accordata a quanti richiedono volontariamente di prestare servizio.

Questo “obbligo volontario”, un ossimoro nel quale si fondono la generalità potenziale della coscrizione e la sua volontaria adesione, costituisce l’elemento più caratterizzante del sistema in vigore in quei Paesi.

La durata della ferma è generalmente breve, dai quattro ai nove mesi, 12 per la Norvegia, ed è remunerata adeguatamente, raggiungendo, soprattutto in Svezia e Danimarca, livelli di rilievo, a volte in linea con le retribuzioni civili (nel caso danese ad esempio un coscritto percepisce circa 1.500 euro mensili).

Un altro carattere fortemente innovativo presente in questi Paesi è rappresentato dal mutato rapporto tra il singolo e l’istituzione militare, che supera i vecchi stereotipi sulla leva. Il coscritto viene percepito e valutato come un cittadino con pieni diritti, parte di un team inclusivo in cui ciascuno è tenuto a fare la propria parte, pur nella diversità di ruolo, funzione, genere e capacità fisica o professionale. Anche il soldato di leva rappresenta una risorsa importante per la forza armata ed il periodo che trascorre sotto le armi deve costituire un pieno investimento funzionale, tanto per il soggetto che per il reparto nel quale è inserito.

La Norvegia

In Norvegia l’obbligo del servizio militare, mai sospeso, è stato esteso nel 2015 anche alle donne, primo caso in Europa e nella NATO, norma che consente che circa un terzo dei coscritti arruolati sia oggi di sesso femminile.

Il processo di reclutamento è diviso in Norvegia in due fasi. La prima prevede che tutti i cittadini ricevano, al raggiungimento dei 18 anni, un questionario da restituire compilato in cui fornire tutta una serie di dati relativi al proprio stato di salute fisica e mentale, all’eventuale presenza di precedenti penali ed al desiderio o meno di prestare servizio nelle forze armate in qualità di coscritto.

In alcune nazioni europee la riduzione degli organici così generata sta divenendo grave, complici non solo le tensioni con la Russia ed il rischio di un confronto militare diretto con Mosca ma anche problematiche sociologiche, economiche e politiche più complesse.

Nella generalità dei casi le ipotesi allo studio sul ripristino della leva che animano il dibattito non sembrano però riguardare  un semplice ritorno al servizio generalizzato del passato, quello che era destinato a dare vita ad eserciti di massa composti quasi esclusivamente da coscritti, ma proporrebbero forme innovative e selettive di coscrizione obbligatoria, destinate ad integrare ed affiancare le attuali forze professionali con una componente di supporto e di riserva, da mobilitare in caso di necessità.

In buona sostanza quello di cui si avverte l’esigenza in molti Paesi, compresa l’Italia, appare essere un servizio in grado di fornire alle Forze Armate il personale da adibire a mansioni di seconda linea da attivare in caso di crisi o di grave emergenza nazionale, compiti, se vogliamo, analoghi a quelli affidati negli eserciti anglosassoni alle componenti di riserva volontaria professionale, come la National  Guard statunitense, il Territorial Army britannico o le analoghe formazioni canadesi ed australiane.

Presso molti osservatori cresce pertanto l’interesse per i modelli di coscrizione obbligatoria rimasti in essere, in forme ed articolazioni differenti, anche nel dopo guerra fredda, con particolare rifermento al “modello scandinavo”, un sistema che si è dimostrato in grado di dare vita a strumenti militari flessibili, capaci di evolversi in tempi brevi per fronteggiare condizioni geo-politiche mutevoli.

Dei quattro Paesi scandinavi tre, Svezia, Norvegia e Danimarca, possiedono forze armate composte in larga parte da professionisti e volontari a lunga ferma ed hanno adottato soluzioni sulla leva per certi versi simili. Risultano pertanto di particolare interesse, presentando caratteristiche che potrebbero essere trasmesse ed adottate, con le dovute specificità, in altre nazioni.

La Finlandia esula invece dalla nostra ricerca per la forma peculiare del proprio modello di difesa, basato su un sistema di coscrizione generale che dà vita, in sostanza, ad un esercito di milizia. Tutti i cittadini di sesso maschile ed età superiore ai 18 anni sono infatti chiamati a prestare, se fisicamente abili, un servizio militare obbligatorio di durata variabile di 165, 255 o 347 giorni, cui si aggiungono, negli anni successivi, diversi brevi richiami destinati a verificare l’efficacia delle procedure di mobilitazione e ad aggiornare le nozioni apprese in precedenza.

La lunghezza della ferma iniziale dipende dall’incarico assegnato e dall’idoneità del soggetto a svolgere incarichi di comando e di essere avviato alla formazione specifica per ufficiali o sottufficiali. Ogni anno sono circa 27.000 i coscritti finlandesi arruolati, corrispondenti all’80% di ogni classe maschile di leva, una percentuale tra le più alte al mondo. Come avveniva negli eserciti di massa della guerra fredda a questi numeri corrisponde una paga per il coscritto sostanzialmente simbolica, di pochi Euro al giorno.

La Svezia

Stoccolma aveva abolito il servizio militare obbligatorio nel 2010 ma solo 7 anni dopo lo ha ripristinato a partire dal 2018, per i giovano nati dopo il 1999, in una forma selettiva fortemente inspirata al modello norvegese.

Anche in Svezia, infatti, tutti i cittadini di entrambi i sessi sono tenuti, al compimento dei 18 anni, a completare un formulario on line, rispondendo a quesiti relativi al proprio stato di salute fisica e mentale, al livello di educazione scolastica raggiunto, ai propri interessi e caratteri della personalità. Infine debbono esprimere una valutazione personale sul servizio militare e sull’ipotesi della chiamata alle armi.

Sulla base delle risposte fornite l’amministrazione militare convoca, a fronte di una coorte annuale di quasi 100.000 giovani, circa 13.000 possibili candidati, prescelti per la loro motivazione e potenziale interesse al mondo militare. Da questi verranno tratti i circa 4.000 che saranno effettivamente arruolati (circa il 4% del contingente, per oltre quattro quinti maschi).

A tutti viene offerta la possibilità di aderire volontariamente e di servire in uno specifico ruolo, se fisicamente idonei. Tutto il processo mira a ridurre al minimo il numero dei giovani costretti a svolgere il servizio militare contro il proprio volere, obiettivo oggi sostanzialmente raggiunto ma che potrebbe allontanarsi nel prossimo futuro se, come pare, sotto la spinta della crisi internazionale il numero degli arruolati dovesse salire gradualmente fino a 10.000.

La durata della ferma varia tra 9 e 12 mesi, sulla base dello specifico incarico prescelto o assegnato, con la possibilità di ulteriori brevi richiami di aggiornamento, fino all’età di 47 anni.

La Danimarca

La legislazione danese prevede un servizio militare obbligatorio di durata compresa tra 4 e 12 mesi, dal quale sono escluse al momento le donne, che possono però arruolarsi su base volontaria anche se recenti prese di posizione di esponenti del governo fanno pensare ad una prossima parificazione di genere anche in questo settore.

Attualmente tutti i cittadini maschi debbono presenziare, al raggiungimento dei 18 anni, al “Giorno della Difesa”, nel quale viene loro illustrato il sistema militare del Paese e le possibilità di impiego, anche stabile, che esso offre.

Tutti sono quindi sottoposti ad una visita medica che li dividerà in tre categorie: fisicamente abili al servizio, parzialmente abili o inabili. Per questi ultimi il processo si conclude senza ulteriori obblighi di leva, mentre gli appartenenti alle prime due categorie partecipano a quella che è sostanzialmente una lotteria, e si vedono assegnato un numero.

Su un totale annuale di circa 36.000 giovani fisicamente abili o parzialmente abili, i primi 8.000 estratti sono potenzialmente soggetti alla coscrizione, mentre gli altri, in tempo di pace, non verranno richiamati.

Gli elementi risultati parzialmente abili possono comunque scegliere di non essere arruolati, anche se inseriti tra i primi 8.000, mentre i soggetti abili sono tenuti obbligatoriamente a prestare il servizio militare, generalmente di soli 4 mesi, se il numero di volontari risultasse insufficiente a coprire le necessità delle forze armate.

Infatti, nonostante il carattere formalmente obbligatorio del servizio di leva, la quasi totalità dei coscritti danesi ha scelto volontariamente di essere arruolato, indipendentemente dal numero ricevuto nel “Giorno della Difesa”.

Nel 2022 tutti i 4.616 cittadini che hanno completato il servizio di leva lo avevano scelto volontariamente, con una quota femminile di circa il 27 per cento. La situazione potrebbe però cambiare radicalmente se il personale da arruolare ogni anno dovesse aumentare in modo consistente. Nel Paese è infatti in corso un dibattito tra le forze politiche che potrebbe portare nei prossimi anni il numero dei coscritti a 15.000.

Terminato l’addestramento di base e congedati, i militari di leva sono assegnati per cinque anni ad una specifica unità della riserva, cui dovranno presentarsi in caso di mobilitazione.

Il dibattito in Italia

Nel nostro Paese il dibattito sulla rinnovata attualità della leva ritorna periodicamente, di solito con affermazioni estemporanee, propagandistiche o demagogiche, prive di un concreto progetto innovatore. Ne è stato un esempio la cosiddetta “mini naia” attuata nel 2010 e poi sostanzialmente abbandonata, un breve servizio volontario privo di ogni significato addestrativo ed operativo: non è di questo che ha bisogno il Paese. Parimenti le Forze Armate non dovrebbero farsi carico del ruolo di educatore sociale, né garantire ai giovani quanto famiglie ed istituzioni scolastiche non hanno saputo trasmettere. Non è questo il suo ruolo.

Quello di cui si avverte semmai la necessità è una riserva addestrata destinata ad integrare in casi di emergenza l’esercito professionale, supportandolo in compiti di seconda linea. L’obiettivo potrebbe essere raggiunto introducendo un servizio di leva limitato e selettivo, fortemente innovatore rispetto ai modelli del passato e di breve durata, orientato alla sola formazione militare di base e che privilegi gli aspetti tattici dell’addestramento rispetto a quelli formali.

Nel caso specifico i compiti che potrebbero essere assegnati a tali forze includerebbero:

  • Costituzione di reparti di fanteria leggera con compiti di sicurezza del territorio e delle installazioni vitali.
  • Supporto alle unità operative professionali per compiti di seconda linea, quali protezione delle retrovie, difesa di siti ed installazioni, gestione di emergenze e di prigionieri
  • Eventuale concorso alla costituzione di ulteriori unità a livello plotone/compagnia per potenziare battaglioni/reggimenti già in essere
  • Fornitura di complementi e rincalzi.

Tra i modelli scandinavi illustrati quello che meglio potrebbe adattarsi a tali necessità è quello danese, basato su piccoli numeri di soggetti sostanzialmente volontari, adattato alle peculiarità della società italiana. A vent’anni dalla sospensione della leva non esistono infatti più le strutture incaricate della prima ricezione del personale e delle valutazioni mediche e psico-attitudinali.

Sarebbe pertanto opportuno stabilire a priori i soggetti potenzialmente sottoposti all’obbligo mediante un’estrazione a sorte casuale, pubblica e verificabile. Successivamente solamente costoro affronterebbero la vera selezione nelle strutture attualmente in essere, eventualmente solo leggermente potenziate.

Per costituire una riserva di circa 20.000 uomini e donne mobilitabili all’emergenza potrebbe essere sufficiente arruolare ogni anno non più di 4.000 coscritti, da iscrivere nei ruoli della riserva per 5 anni. A costoro andrebbe garantito, a compensazione dell’obbligo cui il Paese li ha sottoposti, un trattamento economico analogo a quello riservato ai Volontari in Ferma Iniziale triennale. Tale retribuzione, unita alla breve durata del servizio, dovrebbe garantire un’alta percentuale di “coscritti volontari”, sia uomini che donne.

 

UCRAINA/MEDIO ORIENTE - DIARI DI FINE GUERRA

Considerazioni sul possibile ed auspicato scenario di cessazione dei combattimenti nell'Est Europa e avvio dei negoziati a partire dallo "stallo" (sconfitta?) della controffensiva lanciata dall'esercito di Kiev.

Ma la "guerra mondiale a pezzetti", con il 7 ottobre 2023 di Hamas e la risposta israeliana su Gaza, e con gli attacchi Houthi nel Mar Rosso, accende un incendio in Medio Oriente che può determinare un ulteriore motore di generalizzazione verso un conflitto globale.

La "tendenza alla guerra", come conflitti, riarmo e militarizzazione, si rafforza, anche se il movimento disarmista coerente non deve cedere al fatalismo che dà per scontata la deriva verso la terza guerra mondiale.

Riprendiamo il lavoro iniziato nel 2023. (La prima puntata del 2024 sarebbe la sedicesima, se calcolata nel lavoro complessivo).

dal febbraio 2024

sulla base della rassegna stampa dei principali quotidiani e delle riviste di geopolitica

a cura di Alfonso Navarra - coordinatore dei Disarmisti esigenti

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Puntata 2/2024 dei “Diari di fine guerra Ucraina/Medio Oriente –20 febbraio 2024

si vada al link: http://www.disarmistiesigenti.org/2024/02/17/diarifineguerra2024/

Considerazioni sul possibile ed auspicato scenario di cessazione dei combattimenti nell'Est Europa e avvio dei negoziati a partire dallo "stallo" (sconfitta?) della controffensiva lanciata dall'esercito di Kiev. Ma la "guerra mondiale a pezzetti", con il 7 ottobre 2023 di Hamas e la risposta israeliana su Gaza, e con gli attacchi Houthi nel Mar Rosso, accende un incendio in Medio Oriente che può determinare un ulteriore motore di generalizzazione verso un conflitto globale. La "tendenza alla guerra", come conflitti, riarmo e militarizzazione, si rafforza, anche se il movimento disarmista coerente non deve cedere al fatalismo che dà per scontata la deriva verso la terza guerra mondiale. Riprendiamo il lavoro iniziato nel 2023. (Nota bene. La prima puntata del 2024 sarebbe la sedicesima, se calcolata nel lavoro complessivo).

dal febbraio 2024 - sulla base della rassegna stampa dei principali quotidiani e delle riviste di geopolitica

a cura di Alfonso Navarra - coordinatore dei Disarmisti esigenti

La Seconda Puntata del 2024 è suddivisa in X parti:

Parte I - ANALISI DI ALFONSO NAVARRA. STRANO MA VERO: PUTIN VORREBBE TRATTARE? FORSE, MA ALLE SUE CONDIZIONI

Parte II - INTANTO L’EUROPA SI INDIRIZZA VERSO L’ECONOMIA DI GUERRA

Parte III –IL PATTO MELONI-ZELENSKY "PER LA SICUEREZZA E LA RICOSTRUZIONE DELL'UCRAINA"

 

PARTE 1 - STRANO MA VERO: PUTIN VORREBBE TRATTARE? FORSE, MA ALLE SUE CONDIZIONI

Di Alfonso Navarra – Disarmisti esigenti

La roccaforte ucraina di Avdiivka è appena caduta, l’esercito russo avanza su tutta la linea, ma Vladimir Putin dichiara: “Siamo pronti al dialogo”, aggiungendo che “se non fosse stato per l’Occidente, i combattimenti sarebbero cessati un anno e mezzo fa”. Ancora più strano è che questa voglia di negoziato si manifesti dopo la morte del più noto oppositore del regime putiniano, le cui circostanze non chiare sembrano aver riacceso la voglia di USA e alleati di puntargli il dito contro, confermando il sostegno militare ai nemici di Kiev.

Il presidente USA ha telefonato personalmente a Zelensky: “Trovo assurda l’idea che ora stiano finendo le munizioni e che noi ce ne andiamo. Sono fiducioso che la Camera degli Stati Uniti darà disco verde ai 60 miliardi che sono già passati per il voto del Senato.

A giugno dovrebbero essere consegnati all’Ucraina i primi caccia F16 americani, il cui arrivo avrebbe dovuto avvenire già nel primo trimestre del 2024.

Gli obiettivi della mossa dialogante di Putin: passare all’incasso su neutralità dell’Ucraina e uscita di scena della NATO

A cosa allude Putin quando evoca il negoziato scaricando la responsabilità del suo ritardo? Bisogna tornare al 31 marzo 2022. La neutralità di Kiev era in ballo nei colloqui di allora e bisogna tenere presente che è questo il principale obiettivo politico di Putin. Almeno secondo l’interpretazione di Gian Micalessin su il Giornale del 19 febbraio 2024.

(Lo zar russo in nome di questo obiettivo) potrebbe rinunciare ad alcuni dei territori conquistati e già annessi alla Federazione russa con i referendum, mai internazionalmente riconosciuti, del settembre 2022. Ma cosa significa neutralità? Nella visione del Cremlino è lo status mantenuto dalla Finlandia fino alla recente adesione alla NATO. Kiev per ottenere la pace dovrebbe rinunciare sia all’adesione all’Alleanza Atlantica – inserita come obiettivo nella Costituzione fin dal febbraio 2019 – sia ad armi e aiuti occidentali “

Si chiede Micalessin se pensare a una capitolazione di Kiev può essere realistico. “La risposta oggi è no. Una vittoria di Donald Trump alle presidenziali di novembre potrebbe però ribaltare gli scenari. Il fallimento della controffensiva della scorsa estate, la sostituzione del popolarissimo capo di stato maggiore e la disfatta di Avdiivka stanno mettendo a dura prova la popolarità di Zelensky. Lo zar però è convinto che un negoziato possa regalargli la vittoria anche con Joe Biden alla Casa Bianca.  Nella sua visione il vero asso nella manica è il logoramento dell’esercito di Kiev.”.

L’intervista di Putin a Pavel Zarubin: “Per noi la guerra in Ucraina è esistenziale”

La nuova disponibilità di Putin a dialogare con il governo di Kiev va sempre inserita nel ragionamento più complessivo sulla guerra in Ucraina: su questo fronte non sono previsti cedimenti ed il messaggio deve arrivare semza equivoci al mondo ma anche alla sua opinione pubblica. È questo il senso dell’intervista, di cui riferisce l’ANSA, rilasciata dal leader russo al giornalista della Compagnia televisiva e radiofonica panrussa Pavel Zarubin. "La situazione sull'Ucraina è una questione di vita o di morte per la Russia, mentre all'Occidente non importa poi così tanto, si tratta solo di migliorare la posizione tattica".

Commentando la recente intervista che ha avuto con l'ex anchorman Tucker Carlson, Putin ha poi aggiunto che "gli americani faranno fatica a comprendere i riferimenti storici contenuti" in essa. "Ho fornito loro solo la teoria più popolare che riguarda l'origine normanna, e penso che per l'ascoltatore e lo spettatore occidentale non sia stato facile. Soprattutto per gli americani", ha detto il presidente.

(Si vada su: https://www.ansa.it/amp/sito/notizie/mondo/2024/02/18/putin-lucraina-e-per-noi-una-questione-di-vita-o-di-morte_26e80e01-d206-4dfb-aeb3-6be25131bef9.html )

Se non lo si fosse capito, bisogna quindi stamparsi nel cervello che l’autocrate al Cremlino si sta giocando il tutto e per tutto e non è disposto a cedere, se non su aspetti secondari. La vita di migliaia di soldati russi al fronte è sul piatto della scommessa. La conquista di Avdiivka dimostra che l’esercito russo ha ancora la capacità di avanzare in territorio nemico, anche pagando un prezzo molto alto.  Putin ha fatto intendere di poter sfruttare quella che appare la più importante arma strategica nelle sue mani: il tempo. Stati Uniti e UE non sembrano in grado di fornire a Kiev le armi e le munizioni necessarie a riprendere la controffensiva. E i fondi bloccati al Congresso USA ne sono la dimostrazione più lampante. In queste condizioni l’offerta di dialogo da parte di Putin ha questo significato: dovete accettare le mie condizioni, vi conviene!

Ora le difese ucraine rischiano di arretrare di altri 20 kilometri 

Sempre su il Giornale Fausto Biloslavo ci racconta la situazione del fronte.

La roccaforte più avanzata degli ucraini nel Donbass (Avdiivka – ndr) dopo dieci anni è stata occupata dai russi. E sarebbero riusciti a spingersi anche più avanti, per 8 chilometri, verso i bordi della tenaglia che rischiava di chiudere le truppe di Kiev in una mortale sacca. Di Avdiivka, 32mila anime prima dell'invasione, restano solo macerie e poche centinaia di civili che non hanno voluto farsi evacuare con gli autobus gialli. (…) Da quattro mesi le truppe dello Zar attaccavano ad ondate «avanzando sui loro morti e con un vantaggio nei colpi di artiglieria di 10 a 1» ha dichiarato il generale Oleksandr Tarnavskyi, comandante del fronte sud ucraino. Nel carnaio i russi avrebbero perso 47mila uomini per offrire a Vladimir Putin, una vittoria alla vigilia delle elezioni già scritte che lo confermeranno al Cremlino.  La brigata 110 si è sacrificata fino all'ultimo nella difesa della città, ma al crollo del forte Zenit, sul fianco sud, non c'è stato più nulla da fare se non evitare di finire stritolati nella sacca. Molti ucraini sono stati fatti prigionieri. Fra gli uomini che hanno dato il sangue per Avdiivka serpeggia la rabbia per un ordine che avrebbe dovuto arrivare due settimane prima rendendo la ritirata ordinata e con meno perdite. I racconti della ultime ore sono di un «si salvi chi può». (...) Avdiivka, a soli sei chilometri da Donetsk, era strategica perché gli ucraini riuscivano a colpire la «capitale» dei filorussi nel Donbass. La nuova linea di difesa rischia, per poter reggere, di doversi spostare fino a venti chilometri indietro. Per ora gli ucraini resistono a metà strada, ma i russi stanno attaccando da dicembre su sette direttrici. A cominciare da Est sull'asse Kupyansk-Svatove-Kreminna. E sugli oltre 900 chilometri della linea del fronte gli ucraini, che devono razionare le munizioni, riescono a tirare 2mila cannonate al giorno rispetto alle 10mila dei russi”.

PARTE 2 - INTANTO L’EUROPA SI INDIRIZZA VERSO L’ECONOMIA DI GUERRA

La difesa comune UE: nel passaggio a una “economia di guerra”, un Recovery delle armi che vale 100 miliardi,

Il Piano di investimenti militari per la nuova Commissione UE, che segnerà il passaggio della priorità dal Green Deal alla Difesa comune, sarà finanziato con gli eurobond e sarà sostenuta da una centrale unica di acquisti.

È da segnalare che la Von der Leyen, durante la Conferenza sulla sicurezza di Monaco, abbia confidato che, se nella prossima legislatura che emergerà dal voto di giugno dovesse tornare a presiedere la Commissione, vorrebbe avere un Commissario alla Difesa, che attualmente non c’è.

Su il Messaggero del 19 febbraio 2024 l’articolo a firma di Gabriele Rosana, titolo: “Un recovery delle armi che vale 100 miliardi”, ci dà le seguenti notizie:

La direzione generale della Commissione (una sorta di dipartimento ministeriale) che si occupa di difesa esiste da tre anni, ma finora la responsabilità politica è stata demandata al titolare dell’Industria, il francese Thierry Breton. Che, a inizio gennaio, aveva fatto di conto, indicando che l’UE dovrebbe stanziare almeno 100 miliardi per i sussidi alle aziende delle armi. Tra una settimana, il 27 febbraio, (…) l’EDIP sarà chiamato a mobilitare gli investimenti comuni. A cominciare proprio da un Recovery Plan in miniatura (per EDIP Breton aveva ipotizzato 3 miliardi) facendo leva (,,,) sugli eurobond per la difesa che nelle capitali trovano da tempo più di uno sponsor (ad esempio Macron)”.

In sostanza, il focus di lavoro per la difesa UE rimane economico: al di là degli annunci, avventurarsi in un piano che vada troppo avanti nella creazione di un esercito comune rischierebbe di andare contro i Trattati che assegnano la responsabilità della politica militare ai singoli Paesi e il coordinamento all’Alto rappresentante, oggi Borrell. Ma far emergere la dimensione industriale della difesa sarebbe un primo passo da non sottovalutare.

Gli Stati europei acquistano il 70% degli equipaggiamenti militari dagli Stati Uniti, che producono senza sosta e fanno la parte del leone nelle classifiche internazionali dell’industria bellica. Nella sua strategia per incentivare la base industriale UE, Bruxelles tenta ora di potenziare, rendendoli strutturali, suoi propri strumenti di investimento: EDIRPA e ASAP. Anche la BEI sarà chiamata a svolgere un ruolo di primo piano nell’erogazione di incentivi alle imprese: i ministri delle finanze ne parleranno al prossimo ECOFIN informale nella città belga di Gand.

Per andare più in dettaglio, l’analisi del Piano la troviamo sul sito EURACTIV a cura di Aurélie Pugnet. La tesi è la seguente: “Con il suo atteso programma per l’industria della difesa, la Commissione europea intende utilizzare il bilancio del blocco per ristrutturare la base industriale della difesa, mostrando la volontà di aumentare la produzione sostenibile in tutto il continente e di diventare più indipendente da altri fornitori come gli Stati Uniti”.

La premessa è la prossima presentazione della Strategia dell’Industria Europea della Difesa (EDIS) e del suo programma di accompagnamento (EDIP) nelle settimane in arrivo.

Negli ultimi anni l’Unione europea ha istituito una serie di strumenti e fondi, dal finanziamento della ricerca al quasi raddoppio della produzione di munizioni in tutto il blocco grazie alla mappatura delle capacità e dell’organizzazione.

Tuttavia, questi programmi innovativi hanno affrontato le preoccupazioni urgenti derivanti dalla guerra in Ucraina e non hanno tenuto conto della necessità per la base tecnologica e industriale della difesa europea di aumentare la capacità di produzione in modo sostenibile e di essere preparata per il lungo periodo.

I funzionari dell’UE e della NATO hanno avvertito che la guerra in Ucraina sta diventando una guerra di magazzini, dove la capacità produttiva sarà fondamentale.

La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha mostrato il suo interesse per la proposta in un’intervista al Financial Times, dopo mesi di esitazione a dare il via libera alla strategia – la presidente aveva evitato di annunciarla nel suo discorso sullo stato dell’Unione a settembre, menzionandola solo nelle risposte alle domande dei parlamentari.

La sua presa di posizione su questo tema delicato è ora a favore di un ruolo più incisivo dell’UE nel sostenere finanziariamente l’industria della difesa nel passaggio da un’economia di pace a un’economia di guerra, consolidando al contempo il mercato unico della difesa.

Mentre l’industria della difesa europea sta ancora lottando per proporre modi per produrre rapidamente attrezzature che rispondano alle esigenze dei Paesi dell’UE e dell’Ucraina, gli Stati Uniti hanno industrie che lavorano 24 ore su 24, con opzioni facili da acquistare sul mercato.

Dall’inizio della guerra in Ucraina, due anni fa, circa il 70% degli acquisti europei sono stati effettuati negli Stati Uniti.

Ma le aziende europee si sono opposte all’investimento massiccio in nuove linee di produzione, poiché i governi richiedevano tempo per firmare i contratti, ostacolando la costituzione di scorte e la consegna rapida di attrezzature all’Ucraina”.

Secondo Pugnet di Euractiv, l’Europa starebbe finalmente voltando pagina, lanciando una vera e propria politica per l’industria della difesa, per risolvere il problema della adeguata disponibilità produttiva  in termini di tempo e di volume, diventata una ineludibile questione di competitività e di sicurezza.

Alcuni degli elementi che la Commissione intende presentare sono già noti, come ad esempio un quadro normativo che consenta ordini con priorità e un’esenzione dall’IVA per i consorzi di Stati membri che effettuano acquisti congiunti in Europa.

Si prevede inoltre che la Commissione crei un’intera gamma di strumenti.

Thierry Breton, commissario UE responsabile della politica industriale, il mese scorso ha affermato che la Commissione potrebbe svolgere un ruolo nel derisking degli investimenti delle aziende nella produzione e nel ramp-up per rendere più rapidi i processi di produzione e di approvvigionamento..

Nel tentativo di evitare un’altra deindustrializzazione dell’Europa come quella avvenuta dopo la Guerra Fredda, altri strumenti chiave evidenziati dalle fonti industriali coinvolte nella consultazione con la Commissione includono modi per mantenere le fabbriche “sempre calde” e un meccanismo di vendita militare europeo basato sul modello militare estero degli Stati Uniti e sui sistemi di proprietà congiunta.

Anche l’industria ucraina potrebbe essere strettamente legata al progetto europeo, come suggerito dalla Von der Leyen in autunno, mentre i programmi di difesa dell’UE sono solitamente riservati ai Paesi dell’Unione e alla Norvegia.

La cooperazione tra il blocco e l’industria ucraina è stata presentata come un aspetto importante dell’impegno per la sicurezza del Paese devastato dalla guerra, secondo una nota interna del servizio diplomatico dell’UE visionata da Euractiv.

Il mese scorso, Breton ha dichiarato che l’UE ha bisogno di 100 miliardi di euro per la difesa e di 3 miliardi di euro per l’EDIP, ma il bilancio del blocco non dispone di tali risorse.

È quindi probabile che ciò aumenti la pressione sulla Banca europea per gli investimenti (BEI), il braccio creditizio del blocco, affinché diventi molto più attiva nel finanziamento di progetti di difesa, sfruttando il suo rating di investimento AAA per ottenere tassi preferenziali sui mercati finanziari, che finora ha rifiutato.

I ministri delle Finanze dell’UE che si riuniranno a Gand, in Belgio, la prossima settimana discuteranno la modifica della politica di prestito della BEI, dopo che a dicembre i leader dell’UE hanno chiesto alla banca di essere maggiormente coinvolta nel settore della difesa.

(Si vada al link: https://euractiv.it/section/mondo/news/il-nuovo-programma-di-difesa-dellue-mira-a-rinnovare-la-strategia-industriale-del-blocco/)

Francia e Germania al top della produzione militare in Europa

Michele Di Branco su Il Messaggero del 19 febbraio 2024 ci dà i numeri sulla spesa militare e gli investimenti militari dell’Europa: 350 sono i miliardi investiti complessivamente dai 27 Paesi membri della UE per rinforzare o ammodernare i propri armamenti. Scusate se è poco!

L’inizio di una difesa comune anche nucleare?

“L’inizio di una difesa comune”. È il titolo di un commento di Michele Valensise che troviamo su “la Repubblica del 19 gennaio 2024, che definisce “storica” l’intesa bilaterale tra Germania e Ucraina (10 anni di forniture militari e aiuti economici), analoga a quella già sottoscritta con la Francia, come con l’UK a gennaio.

È importante che, da parte di Valensise, venga collocato in questo contesto antirusso e di affiancamento dell’Ucraina la discussione tra Parigi e Berlino su una deterrenza nucleare europea, nel momento in cui sorgono dubbi sull’”ombrello americano”.

Nel cambiamento epocale — indipendentemente dalle bordate di Trump, che allarmano più che altrove — Berlino potrebbe essere pronta a ragionare su una partecipazione operativa e finanziaria alla deterrenza francese (290 testate, a fronte delle 100 Usa in Europa).Con un paradosso della storia, proprio dalla Francia, che settanta anni fa affondò la Comunità europea di difesa, oggi potrebbe svilupparsi così un embrione di difesa comune (e il Regno Unito?) dal capitolo nucleare, il più complesso e speriamo tutti il più teorico.

Intanto, il passo essenziale resta quello di un’integrazione di programmi e approvvigionamenti europei, per tutelarsi su una scena in cui gli Stati Uniti saranno comunque meno presenti e la Russia rischia di essere più minacciosa. Sarebbe un passo più importante del Commissario Ue alla Difesa, prospettato da Ursula von der Leyen, soggetto ai limiti del metodo intergovernativo in mancanza di una politica di difesa comune”.

PARTE 3 –IL PATTO ROMA – KIEV. L’ITALIA GARANTE DELLA SICUREZZA UCRAINA COME FRANCIA, GERMANIA, REGNO UNITO

Francesco Bechis, su Il Messaggero del 19 febbraio 2024, rivela un retroscena nell’articolo dal titolo: “Italia con Kiev per 10 anni”.

“Un Patto prima di tutto politico. E solo poi operativo. L’Italia resterà a fianco dell’Ucraina per 10 anni. Pronta a fornirle aito “entro 24 ore” se in futuro Putin dovesse aggredirla un’altra volta, accecato da nuove smanie imperiali. È questo il regalo che Giorgia Meloni è pronta a consegnare nelle mani del presidente Ucraino Zelensky.  Di persona, a Kiev, con una visita imminente, e tenuta top secret per ragioni di sicurezza: forse già nei prossimi giorni.

All’accordo bilaterale sulla sicurezza lavorano da mesi le rispettive diplomazie. E’ un testo molto simile a quello firmato nelle scorse settimane con Zelensky da tre leader del G7: Scholz, Sunak e Macron. Ora tocca alla Meloni e forse il regalo avverrà il 24 febbraio, quando la leader del governo presiederà in videoconferenza una riunione del G7.

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PRIMA PUNTATA DEL 2024.

NON ABBANDONARSI AL FATALISMO DELLA GUERRA MONDIALE INEVITABILE.

MA ANCORA IN ITALIA CHI MANIFESTA PER LA PACE SULL'INVIO DELLE ARMI TACE

Puntata suddivisa in due parti:

Parte I
ANALISI DI ALFONSO NAVARRA

Parte II
ESTRATTI DA LIMES - EDITORIALE DI LUCIO CARACCIOLO

Parte III

ITALIA SENZA MARE - Longform da La REPUBBLICA 18-02-2024

di Carlo Bonini (coordinamento editoriale), di Lucio Caracciolo. Mappe di Laura Canali. Coordinamento multimediale Laura Pertici.

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DOVE ERAVAMO RIMASTI?

ANALISI DI ALFONSO NAVARRA (18 febbraio 2024)

Il 2024, l’anno delle grandi elezioni in tutto il mondo, è iniziato con il voto che a Taiwan ha fatto eleggere presidente il candidato inviso a Pechino, nonostante le pressioni minacciose del Partito Comunista Cinese.

In Ucraina, la “contro-offensiva” dell’esercito di Kiev sembra tutt’altro che riuscita, e comincia ad affiorare il dubbio che il supporto militare americano ed occidentale possano addirittura venire meno.

La fede nella vittoria finale di Zelensky comincia a vacillare (si prospettano persino scenari di collasso militare dell’Ucraina) ed in ogni caso è chiaro ormai a tutti che essa sarà comunque ottenuta ad un prezzo inaccettabile.

Quel che resterà dell’Ucraina e degli ucraini, vittoriosi militarmente o meno, probabilmente – come si è accennato -addirittura sconfitti, dovrà affrontare un enorme progetto di ricostruzione su un mare di macerie. Un dispaccio dell’AGI del 16 febbraio 2024 riferisce di un rapporto della Banca Mondiale, ripresa come pubblicazione dal governo ucraino, dalla Commissione UE e dall’ONU: stante i danni subiti, la ricostruzione dell’Ucraina verrebbe a costare 500 miliardi di dollari in dieci anni. (Ma siamo a conoscenza di altre stime più pessimistiche, sui 1.000 miliardi di danni, al momento).

Chi dovrebbe pagare la ricostruzione? Il rapporto suggerisce la confisca dei beni russi congelati in Occidente.  (La notizia al link: ‎https://www.agi.it/estero/news/2024-02-16/quanto-costa-ricostruire-ucraina-25312769/)

Nelle stesse ore in cui l’oppositore di Putin si spegneva nella prigione siberiana, la bandiera russa ha sventolato sulla città ucraina di Avddijvka.

Proprio quando in Occidente cominciavano a manifestarsi i sintomi di quella “stanchezza” confessata da Giorgia Meloni ai comici russi che la burlavano nella qualità di “ambasciatori del Katonga” (secondo la brillante citazione totoista di Marco Travaglio), Hamas (finanziato da Qatar e Iran, quest’ultimo in ottimi rapporti con il Cremlino) ha creato una utile distrazione dal fronte europeo con l’incursione del 7 ottobre e la guerra scatenata a Gaza; e Trump ha dichiarato che, quando sarà presidente, la Russia potrà fare quello che vuole ai Paesi europei della NATO, se risultano morosi rispetto allo standard del 2% del PIL, quindi non versano la loro quota per “difendersi”.

La morte di Navalny rinfocola l’inimicizia contro il regime russo

La morte dell’oppositore Navalny nella prigione in Siberia dove era stato rinchiuso (16 febbraio 2034) desta indignazione in tutto il mondo e mette Putin sotto accusa. Parlare di compromessi con la Russia diventa, al momento, più difficile. L’occasione può essere colta dai governi occidentali, che spingono Zelensky a “fare l’eroe”, per superare la “stanchezza” che li affligge per un conflitto sull’Ucraina ormai alla vigilia del secondo anniversario (l’invasione russa è del 22 febbraio 2022).

Il Corriere della sera del 17 febbraio 2024, con l’articolo di Giuseppe Sarcina, fa tirare queste somme al presidente USA Joe Biden: “Non sono sorpreso ma sono furioso. Non ci sono dubbi che Putin e i delinquenti di cui si circonda siano i responsabili della morte di Navalny”. Il coraggio dell'oppositore russo sarebbe oggetto della ammirazione presidenziale: “Un uomo che poteva fuggire all’estero, ma che ha voluto tornare in Russia”. Biden, secondo Sarcina, sostiene che “l’ennesima prova della brutalità di Putin deve spingere il Congresso americano ad approvare al più presto il pacchetto di aiuti da 60 miliardi di dollari destinati a Kiev”. Con un messaggio indirizzato a Mosca (che guarda alle dichiarazioni di Trump – ndr): “Non si facciano illusioni, difenderemo ogni centimetro del territorio NATO”.

A Monaco è in corso la Conferenza sulla sicurezza, cominciata il 16 febbraio nella città tedesca.

La vicepresidente USA Kamala Harris, secondo Sarcina, avrebbe così avvertito gli europei: “Qui non è in gioco solo la libertà dell’Ucraina. Se non viene fermato, Putin attaccherà l’intera Europa”.

Il segretario generale dell’Onu António Guterres chiede, attraverso un portavoce, “l’apertura di un’inchiesta piena, credibile e trasparente”.

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky non ha dubbi: «Navalny è stato ucciso e Putin dovrà rispondere dei suoi crimini».

Lo stato d’animo è condiviso dai vertici della UE. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen osserva: «Putin teme il dissenso del suo stesso popolo. Quello che è accaduto oggi è un triste promemoria: ecco che cos’è il regime di Putin. Uniamoci nella lotta per salvaguardare la libertà e la sicurezza di tutti coloro che osano opporsi all'autocrazia».

(Si vada al link: https://www.pressreader.com/italy/corriere-della-sera/20240217/281603835387325).

Lo scenario di “fine guerra” in Ucraina sembra allontanarsi. Ma il tempo che passa espone ad una crisi di coerenza nel sostegno a Kiev, negli USA evidentissima, dovendo fare i conti con le elezioni presidenziali di novembre: l’opinione pubblica a stelle e strisce ha tutt’altro per la testa, i problemi economici, l’immigrazione, e Donald Trump sta volando nei consensi.

Con gli aiuti statunitensi bloccati il sostegno militare all’Ucraina rallenta

Il segretario generale della NATO Jens Stoltenberg ha ammonito che l’impasse del Congresso USA sulla nuova assistenza all’Ucraina “ha già avuto conseguenze sul campo di battaglia”.

Per settimane i legislatori democratici e repubblicani sono stati impegnati in un'aspra battaglia legislativa su una proposta di legge che avrebbe sbloccato denaro fresco per Kiev, che ha un disperato bisogno di armi avanzate per rifornire le sue scorte esaurite e affrontare l'avanzata delle truppe russe di invasione.

L'ultimo pacchetto approvato dal Senato prevede 60 miliardi di dollari (55,7 miliardi di euro) per il sostegno militare e finanziario all'Ucraina, 14 miliardi di dollari per Israele, 9,2 miliardi di dollari per gli aiuti umanitari, compresi ulteriori aiuti per la Striscia di Gaza, e 8 miliardi di dollari per la regione indo-pacifica.

‎Ma non è detto che il sostegno bipartisan in Senato sia replicato alla Camera dei Rappresentanti, dove i repubblicani della linea dura, galvanizzati dalla speranza di un ritorno di Trump alla Casa Bianca, hanno giurato di bloccare la misura.

Lo speaker repubblicano Mike Johnson ha dichiarato mercoledì che la Camera non avrebbe avuto "fretta" di portare avanti il pacchetto da 95,2 miliardi di dollari, che non contiene fondi per il controllo delle frontiere e la gestione dell'immigrazione, una priorità irrinunciabile per il suo partito durante i negoziati.

(Per la notizia si vada al link: https://it.euronews.com/my-europe/2024/02/15/lo-stallo-degli-stati-uniti-sugli-aiuti-allucraina-sta-gia-avendo-conseguenze-sul-campo-di ).

L’Unione europea ha dovuto superare il blocco ungherese per varare gli aiuti finanziari e militari, garantendo un flusso di 50 nuovi miliardi di euro. L’istituto tedesco di Kiel, che attraverso l’Ukraine Support Tracker monitora il flusso di aiuti verso l’Ucraina dall’inizio del conflitto, fa un calcolo che, per sostituire completamente gli aiuti militari statunitensi nel 2024, l’Europa dovrebbe raddoppiare il livello e il ritmo di quelli attuali, una missione praticamente impossibile. Il divario tra gli impegni presi complessivamente tra Bruxelles (144 miliardi di euro) e i fondi stanziati arrivati a Kiev (77 miliardi di euro) rimarrebbe comunque molto ampio.

L’ultimo aggiornamento dell’Ukraine Support Tracker pubblicato a metà febbraio mostra che gli impegni e le consegne di aiuti statunitensi sono sostanzialmente in fase di stallo dalla fine del 2023. Gli aiuti europei, d’altro canto, continuano ad aumentare, sia in termini di impegni che in termini di stanziamenti, con il volume degli aiuti finanziari totali stanziati dall’Unione pari a 34 miliardi di euro, simile a quello degli aiuti militari stanziati, di 35,2 miliardi di euro. Nel periodo tra novembre 2023 e il 15 gennaio 2024 gli aiuti militari promessi sono stati di 9,8 miliardi di euro, mentre nello stesso periodo dell’anno scorso, gli impegni ammontavano a 27 miliardi di euro, di cui 21 miliardi provenivano dagli Stati Uniti.

Il sostegno militare per l’Ucraina continua a provenire principalmente da alcuni grandi donatori come i paesi nordici, la Germania o il Regno Unito, mentre molti altri paesi hanno promesso o fatto poco o nulla. Anche nel settore militare, come in quello esclusivamente finanziario, esiste una grande differenza tra gli aiuti promessi e quelli effettivamente stanziati: Berlino rimane il maggiore donatore europeo con un volume totale di 17,7 miliardi di euro dall’inizio della guerra; il Regno Unito ha recentemente annunciato 2,9 miliardi di euro in nuovi aiuti militari, portando i suoi impegni militari totali a 9,1 miliardi di euro. Secondo i dati dell’Istituto di Kiel, di questa somma sono stati effettivamente stanziati 4,8 miliardi di euro. Germania, Gran Bretagna e Francia sono i paesi che hanno già sottoscritto accordi bilaterali con Kiev per un supporto a lungo termine. Tra i maggiori donatori ci sono anche la Danimarca, che ha promesso fino ad ora 8,4 miliardi di euro in aiuti militari, di cui 4,5 miliardi di euro sono stati stanziati specificatamente.

(Questi dati li si trova al link: https://www.rsi.ch/info/mondo/Aiuti-occidentali-a-Kiev-la-dura-sfida-dei-numeri--2072218.html)

Lo scenario di un collasso militare dell’Ucraina

La “fine guerra” da noi auspicata potrebbe essere anche un portato del crollo militare ucraino, che obbligherebbe il governo di Kiev (non più guidato da Zelensky, ma da un sostituto: ad esempio il popolare generale Zaluzhny, da poco dimissionato dal comando dell’esercito) a discutere rapidamente la famosa “soluzione coreana”. Questo “cessate il fuoco” con la cessione di fatto delle aree conquistate è quello che il Cremlino tenta da 24 mesi e che ora appare possibile rendendo possibile il “cantare vittoria”.

L’esperienza storica insegna che la prima sorgente del collasso che porta alla sconfitta spesso nasce dalle divisioni politiche nelle istituzioni, come accadde alla Germania alla fine della Prima Guerra Mondiale – e oggi il consenso di Zelensky sta cominciando a precipitare.

Le prossime mosse russe punteranno a minare la volontà di lotta e resistenza del popolo ucraino; per questo ci si aspetta che la campagna di raid missilistici contro le città diventerà più massiccia e tornerà a bersagliare soprattutto la produzione di energia elettrica , fermando il lavoro delle fabbriche e il riscaldamento nei mesi gelidi.

Gianluca Di Feo su Repubblica del 18 febbraio 2024, titolo dell’articolo: “La caduta di AvdiJvka fiacca Kiev”, parla della ritirata ucraina dalla città del Donbass come di una “fuga disperata”. “(Le testimonianze descrivono) un “si salvi chi può” pagato a carissimo prezzo dai fanti della Brigata 110, che per quattro mesi hanno lottato nella città del Donbass senza ricevere rimpiazzi.

Il primo effetto della caduta di Avdiivka è soprattutto psicologico e può incidere sulla tenuta del morale dell’intero esercito di Kiev. La rimozione del popolarissimo generale Zaluzhny decisa dal presidente Zelensky ha aperto una crepa tra militari e governo, che adesso potrebbe venire allargata dalla disfatta sul campo.

Le scelte del nuovo comandante in capo, il generale Syrsky, sembrano avere confermato la sua fama di ufficiale più attento alle indicazioni politiche che alle condizioni dei reparti. La ritirata — sottolineano analisti ed ex ufficiali ucraini - doveva essere ordinata due settimane fa, quando la situazione è apparsa insostenibile.

Secondo le voci che rimbalzano di caserma in caserma, Zaluzhny già a inizio febbraio giudicava inutile la resistenza: il volume di fuoco dell’artiglieria e dei cacciabombardieri russi stava radendo al suolo tutto, mentre il blocco degli aiuti americani aveva lasciato le batterie ucraine senza munizioni. Zelensky gli avrebbe imposto di proseguire la lotta e poi lo avrebbe sostituito, con l’unico risultato di abbandonare decine se non centinaia di morti e prigionieri tra le rovine di Avdiivka.

Questo sostiene “radio fante” e i racconti drammatici dei superstiti che sui canali Telegram descrivono l’orrore della battaglia rischiano di dare un colpo fortissimo alla determinazione dell’armata ucraina, incrinando la fiducia nei nuovi vertici militari. I reparti in prima linea sono tutti nella stessa situazione: inferiori ai russi per uomini e proiettili, sempre più stanchi. Dagli Usa non arrivano più armi e il governo ha bloccato la mobilitazione chiesta dal generale Zaluzhny e così i vuoti negli organici impediscono ai veterani di tirare il fiato dopo due anni di combattimenti.

(L’articolo completo di Di Feo su La Repubblica è leggibile al link: ).

La stanchezza della guerra sposta l’interesse verso i problemi interni

Mentre il Cremlino, duro, fermo, inaugura la sua economia di guerra, con un piano di produzione bellica mai visto prima e investimenti carichi di zeri, l’Occidente prova a seguire una tendenza analoga, ma deve fare i conti con la “stanchezza” delle opinioni pubbliche, che fa pendere la bilancia verso altri interessi che non la battaglia di principio sul “diritto internazionale” violato.

L’interesse nazionale più in senso stretto diventa l’automatismo con cui i governi procedono, quando i soldi cominciano a mancare e non si conosce la fine della crisi, che in questo caso è una guerra di puro logoramento, alla vecchia maniera.

La verità è banale: per appoggiare una guerra, che sia difensiva o offensiva, servono i dané, e con essi il consenso di chi li controlla. Una cosa che Joe Biden e i democratici, tanto per citare qualcuno, con ogni evidenza, non hanno i numeri per fare, nelle istituzioni e nella cassa a disposizione. Probabilmente, il sostegno a Kiev in qualche modo andrà avanti, ma il Pentagono che scopre “improvvisamente” di aver fatto male i conti sui fondi residui è anche segno che la campagna elettorale è entrata nel vivo. E c’è da scommettere, la parola "Ucraina. da qui al novembre 2024, sarà pronunciata il meno possibile. Tanto più che un’altra guerra ha occupato il proscenio gettando sullo sfondo quella ucraina: la guerra medio-orientale.

L’incendio acceso da Gaza prelude a un nuovo equilibrio medio-orientale?

In Medio Oriente si è, malauguratamente, acceso un incendio bellico ed il suo spegnimento è molto complicato. Ma non è irrealistica la possibilità che dalla tragedia nasca una sorta di nuovo equilibrio.

Gli USA stanno lavorando per imporre quanto prima ad Israele una tregua umanitaria a Gaza come passo per un obiettivo più di fondo. Nel corso della pausa, Israele, sotto la protezione di Washington benedetta dall’ONU, forzando o scaricando Netanyahu, potrebbe congelare gli insediamenti in Cisgiordania e stipulare finalmente l’accordo sui due Stati, in cambio del riconoscimento diplomatico da parte dell’Arabia Saudita. Hamas a quel punto sarebbe azzerata politicamente (nella migliore delle ipotesi la fazione qatarina dovrebbe liberarsi di quella iraniana confluendo in una unità nazionale palestinese) e svuotata militarmente.

Lo sconfitto effettivo in Medio Oriente sarebbe allora l’Iran degli ayatollah, specie se si riattivasse e prevalesse la rivolta, trasformata in strategia rivoluzionaria, “DONNA – VITA – LIBERTA’.

Questa possibile stabilizzazione in Medio Oriente avrebbe effetti ragguardevoli a livello globale. L’idea di un ordine mondiale fondato sulla forza del diritto più che sul diritto della forza riprenderebbe piede e influenzerebbe tutti gli altri, numerosi e sempre più intrecciati, teatri dei conflitti. La spinta ai compromessi si farebbe più forte nel confronto Russia/Ucraina.  E il cosiddetto Sud Globale potrebbe porsi in modo più costruttivo nella costruzione di un ordine mondiale alternativo al caos crescente.

Allo stesso Trump, imprenditore del caos e della paura, riuscirebbe più difficile vincere presidenziali negli USA.

Un fattore che potrebbe giocare un ruolo di arresto delle derive belliche e di stabilizzatore di equilibri più avanzati potrebbe essere un movimento disarmista e pacifista più intelligente nei suoi comportamenti e non rassegnato alla vittoria del peggio, magari sotto lo scudo di vecchi slogan massimalistici o la distorsione di logiche campiste.

La svogliatezza e la superficialità intellettuale, sia del pacifismo burocratico sia di quello “falcemartellista”, rischiano di essere un grande regalo alle forze della falsa lotta tra democrazie autoritarie e autocrazie più o meno conclamate.

Se ci sentiamo parte dei “buoni”, delle donne e degli uomini di buona volontà, è più che mai il momento di darci dentro, con l’impegno e lo sforzo di innovazione, all’insegna dei gandhiani “esperimenti con la Verità”.

L’Italia reitera con Meloni per la seconda volta il decreto Draghi sugli aiuti militari all’Ucraina

L’8 febbraio 2024 l’Aula della Camera ha definitivamente convertito in legge, con voti 218 favorevoli e 42 contrari (Avs e M5S), il DL 200/2023 che proroga per tutto il 2024 “l’autorizzazione alla cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari in favore dell’Ucraina”

Il provvedimento era stato già votato al Senato il 18 gennaio. L’autorizzazione all’invio di aiuti militari era stata già prorogata, fino al 31 dicembre scorso con un analogo provvedimento del gennaio 2023. L’elenco dei mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari ceduti, gratuitamente, viene definito attraverso Dm del ministro della Difesa, adottati di concerto con i ministri degli Esteri e dell’Economia. I ministri della Difesa e degli Esteri riferiscono alle Camere con cadenza trimestrale sull’evoluzione del conflitto.

Fin dall’inizio del suo mandato la premier Giorgia Meloni ha garantito il massimo della continuità rispetto al governo che l’ha preceduta, quello di Mario Draghi, sulla guerra in Ucraina. Piena adesione, dunque, alla linea occidentale e atlantica, di condanna dell’aggressione russa. L’obiettivo conclamato è consentire all’Ucraina di esercitare il diritto alla legittima difesa e di proteggere la sua popolazione.

I mezzi militari di cui si autorizza la cessione sono elencati in un allegato, «elaborato dallo Stato maggiore della difesa», che è però classificato, e quindi non disponibile. Lo Stato maggiore della difesa viene anche autorizzato ad adottare «le procedure più rapide per assicurare la tempestiva consegna dei mezzi, materiali ed equipaggiamenti».

Dalle prime settimane del conflitto in Ucraina (marzo 2022) l’Italia ha fornito mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari a Kiev attraverso una serie di provvedimenti, presi prima dal governo Draghi (il quinto pacchetto ha avuto il via libera dell’esecutivo quando era dimissionario) e poi, a febbraio 2023, da quello di Meloni. Nei primi decreti, tutti secretati, secondo le indiscrezioni emerse sono stati inviati - oltre a contributi economici - dispositivi di protezione come elmetti e giubbotti, munizioni di diverso calibro, sistemi anticarro (Panzerfaust) e antiaereo (Stinger), mortai, lanciarazzi (Milan), mitragliatrici leggere e pesanti (MG 42/59), mezzi Lince, artiglieria trainata (Fh70) e semoventi (Pzh2000). Escludendo questi ultimi tre elementi, la maggior parte delle forniture inviate non erano più utilizzate dall’esercito italiano.

L’ultimo pacchetto (l’ottavo) di invio di materiali ed equipaggiamenti militari all’Ucraina è stato pubblicato sulla G.U. del 29 dicembre 2023 (D.M. 19 dicembre 2023). Invio arrivato sette mesi dopo il cd. “Settimo pacchetto” di aiuti militari pubblicato nella Gazzetta ufficiale del 31 maggio 2023. Alcune indicazioni relative al settimo pacchetto sono state fornite dall’esecutivo a fine maggio. In quell’occasione l’elenco degli armamenti è stato illustrato dal ministro della Difesa, Guido Crosetto, nel corso di un’audizione al Copasir, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica. Come nei pacchetti precedenti, anche in quella circostanza il contenuto del nuovo decreto Ucraina è stato “secretato” e successivamente pubblicato in Gazzetta ufficiale. Quello di fine maggio è stato il secondo provvedimento firmato dal governo Meloni: il primo risaliva a 4 mesi prima. Stando alle indiscrezioni circolate in quei giorni, in quell’occasione sono stati inviati equipaggiamenti per la protezione dal rischio Nbcr: tute, maschere protettive, kit per rendere potabile l’acqua, oltre che le munizioni. Sempre in quei giorni si parlò dell’invio, come già avvenuto in precedenza, di ulteriori veicoli, obici, lanciamissili, mitragliatrici e armi leggere.

(Il Sole 24 Ore dà le notizie al link: https://www.ilsole24ore.com/art/via-libera-definitivo-camera-proroga-decreto-armi-all-ucraina-ecco-aiuti-dell-italia-AFy2pqdC?refresh_ce)

Al solito, a protestare in piazza si sono ritrovati i soli Disarmisti esigenti & partners (WILPF Italia, Per la scuola della Repubblica): “per segnalare all'opinione pubblica la distanza tra il Palazzo e il sentimento maggioritario di contrarietà del popolo italiano al riarmo del nostro Paese e al coinvolgimento nella guerra in Ucraina".

Nel presidio, e con una lettera ai deputati, abbiamo denunciato una violazione della Costituzione commessa con il decreto contestato. Il Parlamento, con questo decreto, viene scavalcato attraverso due modalità: 1) i pacchetti di armi spedite attraverso semplici atti amministrativi, i dpcm; 2) la segretezza dei materiali spediti, portati a conoscenza solo del COPASIR.

Abbiamo indirizzato una lettera ai deputati proponendo loro di bocciare in aula il decreto 200/2023.

Attraverso questa decisione può avere slancio e possibilità la soluzione politica e non militare della guerra: si potrebbero avviare processi e percorsi di costruzione di condizioni di sicurezza e democrazia per l’Europa intera.

E segnaliamo anche ai deputati che, in caso il decreto passasse, ci sarebbero possibilità di sollevare l'eccezione di incostituzionalità per violazione dei poteri del Parlamento, sia direttamente contro la norma, sia appoggiando un ricorso al TAR del Lazio che la Lega obiettori di coscienza, soggetto associativo statutariamente interessato alla pace, sta predisponendo contro il prossimo dpcm da esso abilitato.

Le istituzioni italiane ed europee possono scegliere la via del disarmo e della pace ed è questo che vi chiediamo, con preoccupazione e determinazione, di fare: oggi, innanzitutto; e con eventuali scelte concrete che possano ribaltare gli errori di oggi”.

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Parte II

LIMES N. 1/2024 - STIAMO PERDENDO LA GUERRA

Medio Oriente e Ucraina in fiamme

Nella Guerra Grande che si allarga l’Italia non conta ma paga il conto

Editoriale di Lucio Caracciolo: Cronache dal Lago Vittoria

(...) Quest’anno capiremo se il conflitto ucraino verrà sedato o deraglierà. Difficile possa procedere linearmente a lungo. La guerra d’attrito che Russia e Occidente hanno parallelamente imposto all’Ucraina per opposti ma convergenti motivi sta esaurendo le risorse umane e materiali del paese aggredito. Mentre è aperta la caccia ai suoi residui tesori.  

Per Putin, umiliato dalla Caporetto del fallito assalto a Kiev, la drastica ma provvisoria riduzione delle ambizioni – scopo dell’operazione resta ristabilire l’Ucraina cuscinetto se non frontiera occidentale dell’impero – impone pazienza. Il Cremlino ha scommesso sulla progressiva distrazione dell’Occidente (fatto), sulla tenuta del complesso militar-industriale russo (altro fatto) e sul patriottismo esaltato nella propaganda che vuole la Santa Russia antemurale dei valori tradizionali contro l’Occidente wokista (funziona ma non troppo). Quanto può reggere questo schema?    

Per Biden e per gli apparati che oggi in suo nome cercano di evitare che l’America sbandi e domani si dedicheranno a sabotare l’eventuale ritorno di Trump alla Casa Bianca, si tratta di s!ancare la Russia (fallito, per ora) tenendo in piedi la resistenza ucraina a costo di dissanguarla (fatto) e con essa la facciata dell’unità atlantica (nessuna vernice può simularla).

Gli strateghi di Washington si dividono fra chi vorrebbe negoziare con i russi una lunga tregua sporca, sul modello coreano – possibilmente prima che salti l’originale – e chi è disposto a sacrificare l’ultimo ucraino per tenere la Russia sotto pressione, nella speranza che il regime imploda. Il principio condiviso da quasi tutti è che in ogni caso non si deve fare la guerra alla Russia. Per quello ci sono gli ucraini. 

Siamo alla guerra per doppia procura, russa e americana. Putin ordina di martellare gli ucraini perché America intenda il messaggio subliminale che l’intelligence moscovita sussurra: «Ma davvero volete che la Cina confini con la Nato?» . Gli americani cercano a qualsiasi costo (ucraino) di evitare il collasso di Kiev. Fino a rischiare la desertificazione del paese di cui si ergono protettori ma che a guerra finita subappalteranno agli europei perché coprano i costi della ricostruzione. E a mettere nel conto la sostituzione di Zelens’kyj con il generale Zalužnyj, popolare capo delle Forze armate quindi suo potenziale successore, o con chiunque altro sottoscriva la mascherata coreana. 

Al festival dei doppi anzi multipli giochi concorrono gli europei, che fingono di aprire a Kiev le porte dell’Ue mentre prendono tempo sugli aiuti finanziari e militari, anche per obiettiva carenza di risorse. A Bruxelles hanno calcolato in 186 miliardi gli aiuti che Kiev riceverebbe in sette anni dalle casse comunitarie in caso di accessione. Salirebbero a 256,8 in caso di allargamento anche a Moldova, Georgia e ai sei Stati dei Balcani occidentali in coda davanti alla cassa dell’Unione Europea. 

Per noi italiani ogni giorno che passa aggrava il dilemma: come impedire che l’aggressione russa sia premiata senza che per raggiungere questo scopo si distrugga totalmente l’Ucraina e si destabilizzi l’Europa? Se la guerra d’attrito perdurasse, avremmo a che fare con un enorme buco nero al confine con la cortina d’acciaio antirussa, vigilata dalle avanguardie atlantiche del Nord-Est. Oltre Trieste e le coste adriatiche dovremmo convivere con la frastagliatissima costellazione dei Grandi Balcani, incluso ciò che dell’Ucraina resterà, a cominciare dalla quantità di armi inviate a Kiev e poi disperse, di cui anche gli americani hanno perso traccia.

(…) Il 7 ottobre non deriva dal 24 febbraio, ma fa rima. Conferma che l’introversione americana sollecita le sfide all’Occidente diviso e gli opportunismi di chi profitta del caos per allargarsi. È il caso dell’Iran. La dimensione strategica del pogrom di Hamas dentro lo Stato ebraico infiamma la sfida Iran-Stati Uniti-Israele. La partita si gioca nel Grande Medio Oriente.

Si estende dall’intersezione fra Mar Nero, Caspio e Caucaso, crocevia imperiali russo, turco e persiano, verso est fino a Pakistan e Afghanistan, verso ovest fino al Medioceano orientale esteso al Mar Rosso, all’Arabico e al Golfo Persico, via stretti di Suez, Båb al-Mandab e Hormuz. L’occhio italiano attento ai propri destini vi vedrà minacciati gli interessi A (Medioceano libero e aperto), B (evitare la collisione con Caoslandia) e D (stabilizzazione dell’estero vicino). Confermandosi nell’urgenza di C (Euroquad), nucleo occidental-medioceanico, minimo comune denominatore per farsi valere nella mischia in dilatazione incontrollata.  

Il futuro dell’area – discettare di regione significa non coglierne l’entropia –dipende dagli esiti dello scontro fra la coppia Stati Uniti-Israele e l’Iran, che si appoggia a clienti scelti.

Obiettivo americano e israeliano: contenere l’espansione dell’impero persiano e vietargli con ogni mezzo l’accesso alla Bomba.

Sogno iraniano: costringere gli Stati Uniti a ritirarsi sulla linea Egitto-Cipro e isolare Israele. Non distruggerlo: è nemico perfetto, utile a legittimare l’«asse della resistenza», architrave della propria sfera d’influenza fra Afghanistan occidentale e Levante, con clienti arabi sia sciiti che sunniti. Intanto la Turchia s’afferma peso determinante, pronta a gettarlo su questo o quel piatto della bilancia, mentre sauditi e petromonarchi del Golfo si adattano a ogni equilibrismo pur di non finire schiacciati da contendenti di superiore taglia.

La Russia gode della «distrazione» americana, che lascia l’Ucraina in condizioni disperate. La Cina, che a differenza dell’America dalla regione estrae risorse energetiche essenziali e vi sviluppa gli scali delle vie marittime della seta, si ostenta (dis)onesto sensale, allenamento di muscoli diplomatici in vista del possibile futuro egemonico.   

In Medio Oriente Washington si trova quindi al classico bivio: accorciare i fronti, ritirandosi intanto da Iraq e Siria dove è facile bersaglio delle milizie pro Iran, a rischio di aggravare la crisi di Israele, facilitare la penetrazione della Russia e l’influenza della Cina. Oppure rientrarvi in stile agguerrito, ammettendo il fallimento del graduale disingaggio travestito con il paradosso della «guida da dietro», postulato dopo i disastri della «guerra al terrore» in Afghanistan e in Iraq. In tal caso la sovraestensione a stelle e strisce si svelerebbe mostruosa: guerra calda contro la Russia, tiepida virante al bollente contro l’Iran, fredda ma decisiva contro la Cina – per tacere della Corea del Nord. Impegni di intensità militare inversamente proporzionale alle vaghe priorità strategiche correnti a Washington. Mentre l’unica frontiera che interessa davvero il pubblico americano è quella del Rio Grande, su cui forse si deciderà la corsa alla Casa Bianca.  

Non bastasse, l’asse con Israele è incrinato. In superficie, perché Biden considera Netanyahu nemico personale in casa propria: uno dei capi del Partito repubblicano, oltre che il più disastroso primo ministro nella storia dello Stato ebraico. In profondità, causa la divaricazione fra strategie e tattiche di una coppia in crisi di nervi. Washington s’illudeva di poter gestire il Medio Oriente da remoto, contando sull’intesa fra Israele – parente più che alleato – e Golfo a regia saudita – serpenti non parenti. L’attacco di Hamas a Israele e la reazione di Gerusalemme, sorda ai richiami dell’amministrazione americana – «non ripetete i nostri errori», ovvero niente «guerra al terrorismo» – hanno fatto saltare il banco. Risultato: più caos in Caoslandia. (…)

L’Italia conta molto poco in uno spazio che l’aveva vista influente fino al primoNovecento, poi anche durante la guerra fredda. Sarà il caso di riapprendere qualche lezione dimenticata dei nostri avi levantini, capaci di intrecciare oblique relazioni con i poteri locali, più o meno ottomani. Per esempio: economia e commercio non sono fini in sé ma mezzi necessari per acquistare peso geopolitico, che a sua volta apre nuovi mercati. Obiettivo strategico: contribuire a scongiurare lo scontro di civiltà tra Occidente e Oriente, del quale saremmo tra le prime vittime. (…)  

Non sappiamo quanto Hamås, ovvero la sua ala militare, avesse calcolato le conseguenze dell’attacco ai kibbutzim e alle postazioni militari israeliane intorno alla Striscia. Ma la ferocia di quella strage totalmente inatttesa ha prodotto in Israele uno shock tale da farlo ricadere nella trappola di Gaza, da cui si era emancipato nel 2005 pensando di soffocare la questione palestinese sotto eterna naftalina. Irridendo gli avvertimenti americani e di parte dei vertici militari, Netanyahu ha scatenato la punizione collettiva dei gaziani, assimilati a Hamas, bollati «animali umani» dal ministro della Difesa Yoav Gallant 20. Anche un rivelatore dello sconcerto dei dirigenti israeliani, che non immaginavano i terroristi palestinesi tecnicamente capaci di simile operazione. Come spiega a Limes il generale israeliano Giora Eiland, la coalizione di destra e ultradestra al governo ha inferto a Israele un grave danno d’immagine e di credibilità lanciandosi nella durissima rappresaglia dentro Gaza invece di limitarsi al controllo del corridoio Philadelphi e a isolare la Striscia per costringere il nemico alla resa.

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https://www.repubblica.it/esteri/2024/02/18/news/houthi_mar_rosso_usa_iran_conseguenze_italia-422140940/?ref=RHLF-BG-P15-S1-T1

Parte III

La REPUBBLICA 18 febbraio 2024

ITALIA SENZA MARE 

Sono passati quasi sei milioni di anni da quando per cause naturali il Mar Mediterraneo virò in lago salato, con vaste zone aride e conche asciutte ben sotto il livello degli oceani. Alcuni geologi pronosticano che in un futuro altrettanto lontano un nuovo disseccamento riporti il nostro bacino al sinistro aspetto di allora. Temiamo di non poterne essere testimoni. Siamo invece abbastanza convinti che a fattori geofisici costanti il Mediterraneo rischi di scadere a laguna geopolitica per la carente prospettiva e manutenzione strategica di chi vi si affaccia. Questa meravigliosa placenta non è per sempre.

L’Italia è quasi isola esposta per ottomila chilometri al mare da cui importiamo le materie prime che non abbiamo e con cui esportiamo le merci che sostengono la nostra economia. La Penisola prospera finché il Mediterraneo è libero e aperto, soffoca se scolora in campo di competizione o peggio di battaglia fra potenze avverse. In questo tempo di Guerra Grande diffusa fra Europa, Africa e Asia, continenti tutti afferenti al Mediterraneo, la seconda ipotesi è vicina a compiersi, pur se noi stoicamente ci sforziamo di non vederla. Per una ragione generale e una specifica. La prima: veniamo da tre beate generazioni di pace, sicché l’orizzonte bellico è rimosso dal sentire comune. La seconda: il mare bagna l’Italia ma noi non siamo una nazione marittima. Il vessillo che segnala il rapporto dell’italiano con le onde non è il tricolore ma la bandiera blu che premia la balneazione sostenibile o la rossa issata dai bagnini quando il mare è agitato.

I popoli marittimi navigano il mare e curano di poterlo fare liberamente, se necessario con la forza. Noi ci tuffiamo nelle acque domestiche preoccupati che siano pulite e tranquille. Fra navigatori e spiaggiaioli c’è letteralmente un abisso. Quello che passa fra chi usa le onde e chi le subisce. Fra chi è consapevole che il “bagnasciuga” di mussoliniana memoria ci connette all’Oceano Mondo e chi ferma lo sguardo alla prima boa.

Poi accade che gli Huti, fino a ieri semisconosciuta ma armatissima fazione dell’Arabia meridionale più o meno legata all’Iran, ostacolino a suon di missili la navigazione nel Mar Rosso. Con il pretesto di difendere i palestinesi massacrati da Israele a Gaza, dalla costa occidentale dello Yemen – l’Arabia Felix dei nostri avi - costoro colpiscono selettivamente i navigli che via stretto di Bab al-Mandab puntano verso Suez. Sotto schiaffo, almeno teorico, anche portacontainer e petroliere italiane, con effetti per ora contenuti ma potenzialmente enormi: dal Mar Rosso passano i due terzi delle nostre importazioni e un terzo delle esportazioni, per circa 150 miliardi di euro l’anno.

Allarme mediatico generale. Ci si chiude lo sbocco all’oceano, si torna al periplo dell’Africa via Capo di Buona Speranza: otto giorni di navigazione in più per chi va e viene fra Italia ed Estremo Oriente. Segue riflesso delle cannoniere: britannici e americani promuovono una selezione di occidentali, tra cui noi, pensando di regolare la partita inviando qualche nave a impaurire gli Huti, non impressionati.

Riscopriamo così quel che una volta si imparava dalle carte geografiche appese alle scrostate pareti delle classi elementari: siamo quasi isola nel quasi lago che è il Mediterraneo. Privi di accesso diretto all’Oceano Mondo. Le chiavi del fu mare nostrum sono in mani altrui. Alcune benevole, altre avverse, tutte abituate a trattarci da non soggetto. Capita se non ti occupi di custodire la condizione della tua sicurezza e del tuo benessere, insomma della tua vita: la libertà di trascorrere da e verso quegli immensi nastri trasportatori dell’economia mondiale che sono le rotte oceaniche. Da cui transita il 95% delle merci e il 98% del traffico Internet.

Se poi ristudiassimo con la geografia anche la storia, scopriremmo come già l’antica Roma, conquistato l’Egitto e stabilito uno scalo ad Arsinoe (o Cleopatra), presso l’odierna Suez, vi facesse base per i commerci di spezie e seta con l’India. E per completare il controllo di entrambe le sponde del Mar Rosso nel 25 avanti Cristo Augusto ordinò al prefetto d’Egitto Gaio Elio Gallo di conquistare l’area attorno all’odierna Aden, con esiti molto provvisori. Ma il concetto del Medioceano, cifra dell’estroflessione della Penisola, era fissato ante litteram alle origini dell’impero.

Il monito di Richelieu

Per riscoprire la nostra marittimità e adeguarla alla “terza guerra mondiale a pezzi” evocata da papa Francesco, tre punti fermi.

Primo. Quel che noi chiamiamo Mediterraneo è evoluto in Medioceano. Su scala globale, canale fra Atlantico, oceano canonico della nostra alleanza, e Indo-Pacifico, teatro della competizione sino-americana per il primato planetario. Appena l’1% dell’Oceano Mondo, per il quale tuttavia passano oltre un quarto del commercio internazionale e tre quarti dell’energia diretta in Europa, più snodi strategici dei cavi sottomarini della Rete, gasdotti e oleodotti.

Tutto cominciò nel 1869, con l’inaugurazione del Canale di Suez, opera già sognata dai veneziani nel Cinquecento e realizzata anche grazie all’iniziativa del triestino Pasquale Revoltella. Il nostro quasi lago apriva così sul Mar Rosso e di qui sfociava nell’Oceano Indiano. Formidabile opportunità di sviluppo dei traffici e delle comunicazioni. L’Italia si collocava al cuore di un sistema oceanico globale che verteva per noi sulla rotta Gibilterra-Stretto di Sicilia-Suez-Bab el-Mandeb e di qui verso i mercati dell’Estremo Oriente. Salvo scoprire di non avere testa né muscoli per sfruttare tanta rendita, da incrociare con quella strettamente mediterranea che ci designa piattaforma logistica centrale fra Europa e Africa.

Secondo. L’Italia è l’unica grande nazione europea dell’Alleanza Atlantica a non affacciare sull’Atlantico. Furono Stati Uniti e soprattutto Francia a volerci nel 1949 fra i soci fondatori della Nato, mentre buona parte della classe dirigente nostrana – comunisti, socialisti, neofascisti ma anche molti democristiani, avanguardie vaticane – optava per la neutralità. Washington e Parigi, a differenza di Londra, ci vedevano infatti nella duplice chiave medioceanica (est-ovest) e mediterranea (nord-sud). Per gli Stati Uniti della guerra fredda era necessario impedire con tutti i mezzi – anche militari, se le sinistre filosovietiche avessero preso il potere – che lo Stretto di Sicilia e la sua penisola di riferimento finissero sotto Stalin.

Conviene citare il memorandum datato 2 marzo 1949 con cui il Dipartimento di Stato convinse il presidente Truman ad ammetterci nel Patto di Washington, perché suona di qualche attualità: “Nel caso di guerra terrestre in Europa occidentale, l’Italia è strategicamente importante. Quanto alla guerra marittima, non c’è dubbio circa la sua potenzialità strategica per il controllo del Mediterraneo. E’ di grande importanza negare al nemico l’uso dell’Italia come base per il dominio marittimo e aereo del Mediterraneo”. Uno sguardo alle basi americane e atlantiche in Italia, quasi tutte collocate in prossimità del mare – specie in Sicilia e nel Nord-Est – ci conferma che quel precetto resta cogente.

Per la Francia, paese insieme atlantico e mediterraneo, eravamo a un tempo profondità strategica utile all’Esagono per assorbire il primo impatto di un attacco dall’Urss, ma soprattutto passerella verso l’Algeria, allora territorio metropolitano, e il proprio impero africano.

Terzo. Da diversi anni, il mare che bagna l’Italia viene spartito fra gli Stati litoranei come fosse terra. In particolare, le Zone economiche esclusive (Zee) sono di fatto estensione di un grado di sovranità non solo simbolica dalla terra al mare, perciò protette dalle rispettive Marine militari. Non solo aree privilegiate di sfruttamento delle risorse marittime. Due casi eminenti: la Turchia sbarcata e insediata a Tripoli anche per vendicare la disfatta subita dall’Italietta di Giolitti nel 1911 ne profitta per estendere le sue pretese acquatiche dalla costa anatolica a quella libica, giusta la dottrina della Patria Blu. L’Algeria, che nei nostri piani deve surrogare la carenza di gas russo, considera parte del Mar di Sardegna propria area di influenza. Chi frequenta le dune di Oristano può godere dello spettacolo di sottomarini algerini di fabbricazione russa classe Kilo versione 636, dotati di missili Kalibr, in pattugliamento a ridosso delle rive sarde.

Postilla: siamo l’unico attore – osservatore? – medioceanico/mediterraneo a non avere ancora disegnato la propria Zee. Il parlamento ha varato il 14 giugno 2021 una legge che ci autorizza ad affermarla. Siamo la patria del diritto, dunque ci basta. Anche perché disegnarla e imporla significherebbe contestare Zone economiche esclusive altrui. Siamo troppo beneducati per solo concepirlo. Si sa che fine fanno i gentiluomini in un mare di più o meno legittimi pirati. Due anni fa Limes ha pubblicato la mappa di una possibile Zee nostrana. Silenzio delle tecnocrazie deputate, scontato il mutismo della politica. Quanto tempo dovremo attendere prima di partecipare a una partita decisiva per il nostro paese, giocata finora solo dai nostri vicini?

L’incrocio fra guerra in Ucraina, che verte anche sul controllo del Mar Nero, e conflitto Israele-Hamas esteso a gran parte dell’Oriente vicino, con riflessi immediati su Medioceano orientale e Mar Rosso, rivela l’urgenza di una strategia marittima nazionale. Non retorica: pensiero applicato. La posta in gioco è vitale. Speriamo di non dover riconfermare un giorno il monito del cardinale di Richelieu (1585-1642): “Le lacrime dei nostri sovrani hanno il gusto salato del mare che vollero ignorare”.

La gabbia mediterranea

Il nostro esistenziale collegamento all’Oceano Mondo implica sicurezza nei mari di casa – Adriatico, Ionio, Tirreno – e libertà di navigazione attraverso i colli di bottiglia. Gibilterra pare fuori pericolo, anche se da Teheran si levano stravaganti minacce alle Colonne d’Ercole. La crisi si concentra quindi sullo Stretto di Sicilia e sulla combinazione Suez-Bab al-Mandab, passatoi del Mar Rosso. Quanto ai Dardanelli, che separano il Nero dal resto del Mediterraneo, sono meno rilevanti per noi, a meno che la guerra russo-ucraina non vi degeneri. Resta il fatto che il Mediterraneo orientale a ridosso di Israele, il Mar Nero e il Mar Rosso sono inibiti al nostro traffico mercantile, a meno di correre rischi che pochi sono disposti ad accettare.

L’Italia è alle prese con tre potenze revisioniste: Russia e Cina, rivali massimi dell’America, più Turchia neottomana e islamista di Erdo?an, che usa la Nato ma non intende esserne usata. Tre strategie autonome, differenti, ma convergenti nell’agitare le acque da cui dipendiamo.

Anzitutto il fronte caldo, quello russo. C’era una volta il Medioceano sovietico, dove la Quinta Squadra schierava decine di navi contro la Sesta Flotta Usa e le altre Marine atlantiche. Durante la guerra fredda Mosca aveva steso una ragnatela navale dall’Albania (dove fino al 1961 contava sullo scalo di Valona, dirimpetto a Otranto) fino a Sfax e Biserta in Tunisia, passando per i porti libici di Tobruk e Tripoli, mentre nel Mar Rosso si installava a Hudeida, Yemen. Dal 2007 la Russia ha deciso di opporre all’espansione terrestre e marittima della Nato verso nord-est una sua controdirettrice sud-ovest di penetrazione verso gli approdi già sovietici in Nord Africa e lungo ambo le coste del Mar Rosso. Di qui spingendosi fino al Sahel e oltre, profittando del collasso della Francia africana, della debolezza degli altri europei – italiani inclusi - e dello scarso interesse americano per il Continente Nero. Dove esibisce un suo peculiare soft power, misto di terzomondismo comunista riciclato e tradizionalismo anti-occidentale esaltato dal trittico Dio-Patria-Famiglia. L’aggiramento da sud della Nato è capolavoro tattico. Malgrado le limitate risorse a disposizione, Mosca si sta spingendo in profondità nelle acque e nelle terre prossime alle coste meridionali e orientali della Penisola. Non solo Wagner.

Il ritorno della Russia nelle acque di nostro diretto interesse è scattato con il rafforzamento della base siriana di Tartus, grazie all’intervento pro-Assad. Di qui, prua a sud-ovest, verso la Cirenaica già infiltrata dai wagneriani, ormai nazionalizzato. Obiettivo impadronirsi di uno scalo nell’area, d’intesa con il volubile capoclan locale, “generale” Haftar. Con preferenza per Tobruk, mentre a Derna spuntano cinesi. Non basta: Putin conta sull’Egitto di al-Sisi, guardiano di Suez, per alcune intese sottobanco (di più il dittatore egiziano non può, a meno di rompere con gli americani). Mentre a Berbera, nel Somaliland, dove le acque dell’Indiano si apprestano a mescolarsi con le onde del Rosso, i russi sembrano anticipati dagli etiopici. Nell’area del Mar Rosso Mosca si interessa anche all’Eritrea già italiana, con occhio su Massaua. Risalendo, interviene nella mischia sudanese, dove infuriano simultaneamente tre teatri di guerra civile. Paradosso (apparente): qui militari russi si scontrano con esigue avanguardie ucraine, prolungamento africano dello scontro che infiamma le rispettive frontiere europee. Un recente video del Kyiv Post mostra un ufficiale del Gruppo Timur, afferente alle forze speciali ucraine, interrogare un soldato russo del Gruppo Wagner in pieno deserto sudanese.

Infine, non per importanza, Mosca conta su solidi rapporti con Algeri. Forze armate e intelligence algerina coltivano da molto tempo speciali relazioni con gli apparati moscoviti. Vale anche per la Marina, generosamente armata dai russi ma dotata anche di ammiraglia d’origine italiana: una grande nave da sbarco, evoluzione della classe San Giusto. Presa per minacciare il Marocco, buona anche per visitare la Sardegna.

Di tutt’altro profilo l’avanzata della Cina nel Medioceano. Se Mosca muove da guastatrice, Pechino cura di offrirsi “paritario” partner economico. Meccanica geopolitica fine mirata a subentrare ovunque possibile agli Stati Uniti in ritirata. Secondo uno schema che procede dall’economico allo strategico: prima le infrastrutture, con largo impiego di manodopera cinese, che necessita di protezione, ovvero intelligence, polizia speciale, fino a schierare militari in relative basi. Ufficialmente Pechino ne ha all’estero solamente una, guarda caso a Gibuti, presso Bab al-Mandab, accanto a quella (più piccola) americana e a molte altre, italiana inclusa. Installazioni pechinesi sono in costruzione lungo la via della seta marittima che corre tra i porti della Cina lungo l’intero Indo-Pacifico, con evidenti ambizioni panoceaniche.

Decine di miliardi di dollari sono stati investiti in infrastrutture energetiche, portuali e di trasporto in Egitto, specie nella zona del Canale di Suez. Il parziale successo di questo approccio, malgrado le difficoltà strutturali che vessano la Repubblica Popolare, si palesa in questi mesi di crisi nel Mar Rosso. Le autorità di Pechino hanno raccomandato ai loro mercantili di segnalare che l’equipaggio a bordo è interamente cinese. Per gli Huti vale quasi sempre da lasciapassare.

Intanto la pechinese Cosco, massima azienda di shipping al mondo, affiancata da gemelle non troppo minori, continua a investire in porti mediorientali, africani ed europei. Speciale attenzione è stata rivolta all’Italia, sancita con la clamorosa adesione del nostro paese alle vie della seta, nel 2019. Ma dopo aver fallito lo sbarco a Taranto e a Trieste, consolandosi con scali relativamente minori quale Vado-Savona, la Cina ha subìto il voltafaccia italiano. Su pressione americana, nel dicembre scorso il governo Meloni ha abbandonato l’accordo con Pechino, senza che per questo Xi Jinping abbia perso di vista lo Stivale.

Quanto alla Turchia, avremo molto a che farci nei prossimi decenni. Come Pechino intende mettere in sicurezza i mari di casa, così Ankara, meno brutalmente ma con ammirevole metodicità, si sta installando nelle terre affacciate sulle acque che bagnano lo Stivale tra Adriatico, Ionio e Stretto di Sicilia anche grazie all’acquisto di terminal a Trieste e a Taranto. Frammenti di Patria Blu. Finita l’epoca triste del ridotto anatolico.

Il ritorno a Tripoli significa poi un’ipoteca sulla rotta migratoria centrale verso l’Europa via Italia, dopo quella imposta su quella orientale, verso Grecia e Balcani. Il tutto imperniato sulla ostentata presenza nel Mediterraneo orientale, per riportare un (lontano) giorno a casa l’intera Cipro e le isole dell’Egeo perse con il crollo del sultanato ottomano. Dal Golfo di Trieste diramando a ovest verso lo Stretto di Sicilia e a est in direzione di Creta e Dodecaneso i turchi disegnano una sorta di lambda - speriamo ad Ankara non si alterino per il prestito dal greco – che si sovrappone alle aree per noi più critiche del mare di casa, coinvolgendo golfi, canali e stretti decisivi, da Trieste a Otranto, dalla Sicilia verso i Dardanelli e Suez. I nostri strateghi hanno individuato nell’undicesima lettera dell’alfabeto ellenico, consonante liquida, la cifra della necessaria collaborazione con il più estroverso fra gli alleati atlantici. Purché l’eccesso di attivismo neo-ottomano, ad esempio nei Balcani adriatici, non produca scintille.

Bassa marea geopolitica

Qualsiasi strategia marittima impone di guardare la terra dal mare, non viceversa come noi tendiamo a fare, fermandoci al primo orizzonte. Perché quello è lo sguardo di chi ci guarda da fuori e immediatamente coglie la marittimità inespressa dell’Italia. E perché per tenere la barra dritta serve integrare il punto di vista proprio con l’altrui. Il Belpaese parrebbe altrimenti avviato alla dolce fine di Narciso: troppo innamorato di sé stesso, lo sguardo all’ombelico, finirebbe per cadere e morire inghiottito nel Lago Mediterraneo semichiuso all’Oceano Mondo e percorso da squali. Predatori perfetti.

Studiandoci da fuori ci metteremmo fra l’altro in posizione parallela a quella degli Stati Uniti, nostro garante di prima e ultima istanza. Almeno fino a ieri: non sappiamo quanto oggi. Ma domani, soprattutto dopodomani? Dalla risposta deriva la nostra strategia. L’impressione è che quanto più il mare fu nostro si ridurrà a laguna salmastra sconnessa dalle principali rotte oceaniche, tanto meno interesserà gli americani e tanto più sarà esposto alle scorribande di nemici o aggressivi competitori.

Processo destinato ad accelerare con la fusione dei ghiacci artici. Nel giro di pochi decenni nascerà probabilmente nel Grande Nord una ricca rotta commerciale fra Estremo Oriente, Russia, Europa settentrionale e Nord America, più rapida e meno costosa della via medioceanica. La Russia di Putin ne ha fatto l’emblema della propria rimonta nelle gerarchie mondiali, mentre la Cina si proclama potenza artica e gli Stati Uniti si organizzano con canadesi, britannici e nordeuropei per impedire che la futura massima linea di comunicazione transoceanica cada in mani avverse.

Mentre nei bar nostrani si scommette sulla vittoria di Biden o Trump (o chi per loro) alle elezioni di novembre, sfugge che il trionfo dell’uno o dell’altro inciderà solo su stile, misura e velocità di una riconversione strategica ormai palese. “Retrenchment” è il suo nome negli apparati a stelle e strisce, traducibile come “ridimensionamento”. Non “isolazionismo”, inteso rinuncia al primato mondiale per curare il giardino di casa – assurdità che produrrebbe la perdita di entrambi. Nella versione più raffinata, dovuta alla penna di Stephen Wertheim (Foreign Affairs del 14 febbraio), significa “disincagliare gli Stati Uniti dal Medio Oriente, affidare gran parte della difesa europea agli alleati europei e lavorare per stabilire una coesistenza competitiva con la Cina”. Tradotto: meno impegno americano nel nostro spazio euromediterraneo, quindi più responsabilità italiana, da condividere anzitutto con i partner euroccidentali (Euroquad Italia-Francia-Spagna-Germania). Per quanto possibile anche con la Turchia della Patria Blu. E approfondendo con Washington, su base anche bilaterale, lo scambio fra quel che resta dell’ombrello nucleare con il nostro impegno in aree per noi rilevanti evacuate dagli americani per evitare che finiscano in mani avverse.

Giusto un anno fa, un’eccezionale bassa marea di origine sigiziale colpì le coste dello Stivale. L’acqua si ritirò dai porti di Napoli e Bari, i canali di Venezia finirono in secca naturale. Ci sono voluti due millenni perché il mare di Roma da Mediterraneo diventasse Medioceano. Tronco basilare dell’Italia. Non ci perdoneremmo se la bassa marea mossa dalla nostra incoscienza ci scoprisse presto in secca strategica.

 

 

 

 

DIGIUNO DI COERENZA PACIFISTA. SIAMO ALLA ENNESIMA TAPPA CHE CI CONFERMA DI ESSERE, PURTROPPO, GLI UNICI, NELLA SOCIETA' CIVILE, CHE SI OPPONGONO IN PIAZZA CONTRO L'INVIO DELLE ARMI AL GOVERNO UCRAINO.    

L'8 febbraio 2024 alla Camera viene approvato il "decreto ombrello" (n. 200/2023) che proroga per tutto il 2024 i rifornimenti di armi all'Ucraina in deroga alla legge 185/2000 che, in ossequio al dettato costituzionale, vieta di cedere armi agli Stati in guerra.

Il 7 febbraio nostro appuntamento in piazzale Flaminio dopo quello del 23 gennaio al Pantheon, quando il decreto armi è stato votato in aula al Senato. 

Stiamo organizzando il ricorso al TAR del Lazio per sollevare la eccezione di incostituzionalità contro i dpcm permessi dal citato decreto, che violano l'art. 11 del "ripudio della guerra", ma anche l'art.21 sul diritto alla informazione (perché i materiali militari trasferiti vengono portati a conoscenza solo del COPASIR).

La conferenza stampa per lanciare il crowdfunding che dovrebbe far fronte alle spese legali del ricorso al TAR, prendendo di mira il dpcm per il nono pacchetto di aiuti militari, è prevista per il 22 febbraio, nella sede di Servizio Pubblico, via Orsini 27 - Roma, orientativamente alle ore 15:00 

Seguono sotto riportati:

1) comunicato stampa dopo il voto parlamentare dell'8 febbraio

2) lettera al presidente della Camera

3) articolo de Il Manifesto di Andrea Fabozzi: "Guerra e diritti, cambiare programma"; più resoconto "Aiuti a Kiev, via libera al decreto" 

4) resoconti stenografici ufficiali della discussione (7 febbraio) e del voto (8 febbraio) in aula alla Camera

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1) Comunicato stampa dopo il voto parlamentare dell'8 febbraio

ROMA - PIAZZALE FLAMINIO  dalle ore 15:00 del 7 febbraio 2024 - contro la conversione del decreto "ombrello" 200/2023: armi al governo Ucraino per tutto il 2024

Abbiamo chiesto, per un presidio di protesta, come Disarmisti esigenti & partners, per mercoledì 7 febbraio 2024 alle ore 15:00 a Piazzale Flaminio.
Per l’iniziativa abbiamo concordato la collaborazione con il Partito della Rifondazione Comunista.
Il motivo della manifestazione è, "per il mezzo della nostra attività di informazione e di dialogo, segnalare all’opinione pubblica la distanza tra il Palazzo e il sentimento maggioritario di contrarietà del popolo italiano al riarmo del nostro Paese e al coinvolgimento nella guerra in Ucraina".
Si tratta, in sostanza, di non voltare la testa e di protestare mentre si perfeziona, da parte del Parlamento, un crimine contro la Costituzione italiana: la definitiva conversione in legge, alla Camera dei deputati, dopo il voto del Senato del 24 gennaio 2024, del “decreto ombrello” che consente di inviare aiuti militari al governo Ucraino in guerra (anche per conto NATO) contro la Russia scavalcando le assemblee parlamentari con due modalità:
1) i pacchetti di armi spedite attraverso semplici atti amministrativi;
2) la segretezza dei materiali spediti, portati a conoscenza solo del COPASIR.

Abbiamo redatto una lettera indirizzata alle elette e agli eletti che verrà loro recapitata prima del voto. È stato deciso di inserire nella lettera anche il punto della opposizione alla missione navale europea nel Mar Rosso. Il testo della lettera è sotto riportato.
Diamo appuntamento alla prossima scadenza del 22 febbraio 2024: lancio nel 2° anniversario dell'invasione russa (22 febbraio) del crowdfunding per il ricorso al TAR del Lazio, con eccezione di incostituzionalità, sul dpcm per il nono pacchetto di armi a Kiev.
La Lega Obiettori di coscienza si è già messa a disposizione per fare causa.
Disarmisti Esigenti  - www.disarmistiesigenti.org - cell. 340/0736871

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2) Lettera ai deputati di Disarmisti esigenti & partners

Roma 7 febbraio 2024 - Signor Presidente della Camera, Lorenzo Fontana

Elette ed eletti alla camera dei deputati

stiamo manifestando stamattina, 7 febbraio, per segnalare all'opinione pubblica la distanza tra il Palazzo e il sentimento maggioritario di contrarietà del popolo italiano al riarmo del nostro Paese e al coinvolgimento nella guerra in Ucraina".

Protestiamo mentre si perfeziona nell’Istituzione da Lei presieduta una scelta che riteniamo un crimine contro la Costituzione italiana: la definitiva conversione in legge, alla vostra Camera dei deputati, dopo il voto del Senato del 24 gennaio 2024, del "decreto ombrello" (n. 200/2023) che consente di inviare aiuti militari al governo ucraino.

Un governo, secondo l’ONU, aggredito, ma immerso completamente in una “resistenza” esercitata nella modalità della guerra ad alta intensità contro la Russia, e difatti il decreto è incentrato sulla deroga alla legge 185/1990 che vieta di fornire armi, appunto, ai Paesi in guerra.

Il Parlamento, con questo decreto, viene scavalcato attraverso due modalità: 1) i pacchetti di armi spedite attraverso semplici atti amministrativi, i dpcm; 2) la segretezza dei materiali spediti, portati a conoscenza solo del COPASIR.
Ci permettiamo di insistere sull'importanza e la gravità del momento: siamo al secondo anniversario della guerra in oggetto, con centinaia di migliaia di morti militari, milioni i profughi in fuga ed un terzo del paese devastato, sul tipo delle scene che vediamo in TV sulla striscia di Gaza. Proseguire significherebbe solo perseguire una “vittoria” che farebbe il deserto del “vincitore”, distruggendo il bene che pretenderebbe di difendere. Senza contare le disastrose conseguenze economiche globali ed i pericoli di guerra nucleare, ma anche solo di incidente nucleare, collegati allo scontro in atto!
Consistenti parti della maggioranza politica cui Lei appartiene ritengono ormai il conflitto armato in corso “una inutile strage”. Quando ciò accade - cioé mentre le nostre istituzioni che, secondo l’art. 11 della Costituzione, dovrebbero ripudiare la guerra, decidono in modo formale di continuare ad alimentare il fuoco di un conflitto armato nella forma bellica più evidente, vi è con evidenza una assoluta necessità, un dovere della protesta.
Contestiamo un decreto che, oltre al principio pacifista, potrebbe essere fonte di distorsione anche del diritto all’informazione, sancito dall’articolo 21, vale a dire un servizio pubblico che i giornalisti, sarebbero costituzionalmente obbligati a provvedere alla cittadinanza italiana.
Il motivo? A differenza di altri Paesi occidentali, USA in testa, in Italia, queste disposizioni del decreto che secretano le informazioni (il governo appunto riferisce solo al COPASIR), non mettono in condizioni la stampa di dare notizie precise e ufficiali, su che tipo di armi forniamo all’Ucraina e su quanto ci vengono a costare per decisione pubblica del governo in carica.
Appare subito non cosa da poco, se si comprende che bisogna stare attenti a cosa si dà, come aiuti militari, anche per evitare il rischio di escalation che è legato, ad esempio, al tipo di armi che si cedono. Ci si è sempre preoccupati, da parte degli USA, quando forniscono supporto militare all’Ucraina, di non superare certi limiti riguardo al potenziale per un’escalation del conflitto con la Russia. Le armi fornite devono rispettare una gittata che consenta solo la difesa, non gli attacchi in territorio russo. Questa è una situazione in continua evoluzione e le dinamiche possono cambiare rapidamente. La stampa USA è molto vigile e concentrata in proposito.
In modo analogo a quello che sta succedendo con il cosiddetto “decreto bavaglio”, dovremmo – tutti quelli interessati ad una informazione corretta e democraticamente utile, in primo luogo, appunto, i professionisti del settore –protestare, e chiedere al Presidente della Repubblica di non firmare il decreto convertito dal voto parlamentare. Perché non dovremmo godere della stessa trasparenza di cui usufruiscono i cittadini americani, che sono informati sino al dettaglio minuzioso dei materiali militari che il loro governo fornisce a quello ucraino?
Articolo 11 e Articolo 21 violati, dunque. Vi è un obbligo di obiezione di coscienza, tanto più che si sta calpestando la volontà maggioritaria del popolo italiano., attestata da tutti i sondaggi.
Bisognerebbe che ogni soggetto declinasse a suo modo la posizione comune: non in mio nome, non in nome del popolo italiano, non in nome della Costituzione!
E si può capire l’amarezza sottostante il gesto che accompagniamo alla presente missiva. Non siamo mossi dalla volontà di vilipendere le istituzioni quando accludiamo in busta 30 euro: con questa iniziativa provocatoria intendiamo sottolineare il nostro sconcerto di cittadine e cittadine che intendono conservare un profondo rispetto per esse.
Ci sembra che manchi agli atti il prezzo che simbolicamente dovreste riscuotere, a suggello dell'offesa commessa, per il tradimento della costituzione nell'articolo 11. Al tempo stesso ringraziamo tutti quei deputati che non si sono prestati alla violazione del diritto anche in ossequio alla volontà attualmente maggioritaria dell'opinione pubblica che incarna il popolo italiano.
Noi vi proponiamo di bocciare in aula con il voto il decreto 200/2023 che reitera la possibilità introdotta dal governo Draghi di inviare armi all’Ucraina.
Attraverso questa decisione può avere slancio e possibilità la soluzione politica e non militare della guerra: si potrebbero avviare processi e percorsi di costruzione di condizioni di sicurezza e democrazia per l’Europa intera.
E segnaliamo anche ai deputati che, in caso il decreto passasse, ci sarebbero possibilità di sollevare la eccezione di incostituzionalità per violazione dei poteri del Parlamento, sia direttamente contro la norma, sia appoggiando un ricorso al TAR del Lazio che la Lega obiettori di coscienza, soggetto associativo statutariamente interessato alla pace, sta predisponendo contro il prossimo dpcm da esso abilitato.
Le istituzioni italiane ed europee possono scegliere la via del disarmo e della pace ed è questo che, con preoccupazione e determinazione, vi chiediamo di fare: oggi, innanzitutto; e con eventuali scelte concrete che possano ribaltare gli errori di oggi.
Un coinvolgimento bellico rischiosissimo, che si aggiunge al confronto diretto che la NATO dice di voler preparare con la Russia (e per il quale esige che spendiamo almeno il 2% del PIL in spese militari) è quello della missione Aspides nel Mar Rosso, di cui l'Italia, per fresca richiesta UE, dovrà fornire l'Ammiraglio che la guiderà.
Il piano, ufficialmente predisposto per garantire la sicurezza delle rotte commerciali transitanti da Suez (40% del nostro export), sarà approvato il 19 febbraio dai Ministri degli Esteri della UE.
La Marina Militare sta imprudentemente addentrandosi in un contesto in cui gli Houthi sciiti, aizzati dal regime iraniano, lanciano missili contro le navi di Israele (e dei suoi alleati) mentre Stati Uniti ed UK rispondono con attacchi aerei in Yemen (e in Siria ed Iraq!).
Anche su questo nuovo fronte aperto dalla corsa verso derive belliche sempre più critiche abbiamo comunque da organizzare risposte determinate e tempestive, da pacifisti coerenti che si oppongono a percorsi militari per la soluzione dei conflitti. Ci sembra il minimo che il Parlamento voti la non adesione ad Aspides prima del 19 febbraio, prendendo atto che il supporto alla missione Prosperity Guardian rende del tutto impossibile la pretesa di una natura difensiva dell’operazione.

Alfonso Navarra, Ennio Cabiddu, Cosimo Forleo – Antonella Nappi
Disarmisti esigenti (www.disarmistiesigenti.org) – cell. 340/0736871
Altri firmatari
Maurizio Acerbo – Giovanni Russo Spena – Partito della Rifondazione Comunista
Patrizia Sterpetti – WILPF Italia

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3) Editoriale su "Il Manifesto" del 9 febbraio 2024. Andrea Fabozzi  in prima pagina. "Guerra e diritti: cambiare programma"

Facciamo l’ipotesi che il Pd, alla testa di un’opposizione unita (qui già l’ipotesi traballa) segni un punto in quella che evidentemente considera la partita politica più importante del momento, la conquista di uno spazio maggiore nella televisione pubblica. Bene, da queste casematte guadagnate – o più realisticamente difese – quali contenuti intende diffondere il Pd, tanto diversi da quelli che quotidianamente ci propone tele-Meloni?

Prendiamo tre questioni che a noi sembrano le più urgenti, tutte e tre hanno a che fare con le guerre.

Ieri la camera dei deputati ha approvato la proroga per tutto il 2024 delle procedure eccezionali necessarie per continuare ad armare l’Ucraina.

Per un altro anno si mettono tra parentesi le leggi ordinarie che vietano di cedere armi agli stati in guerra e obbligano in ogni caso a informare sempre dettagliatamente e pubblicamente il parlamento sul materiale trasferito all’estero. Otto spedizioni segrete si sono già succedute e tra pochi giorni saranno due anni dall’invasione russa. I gruppi 5 Stelle e Sinistra/Verdi hanno votato contro ma il Pd ha votato a favore (con quattro eccezioni) dunque giudica che si possa continuare così. Quando ormai la possibilità che l’Ucraina armata dall’occidente sconfigga la Russia e la ricacci indietro è esclusa da chiunque: cancellerie estere, governo italiano (più facilmente off the record ma non solo) e persino militari di Kiev. Stati uniti e alleati sanno benissimo e dichiarano ormai apertamente che solo il flusso continuo di armi e denaro dall’estero tiene in piedi la guerra di trincea, capace di moltiplicare le morti ma non di risolvere il conflitto. Eppure invece di usare questo dato di fatto in una trattativa con la Russia per impegnarla in un negoziato che preveda, inevitabilmente, concessioni da entrambe le parti, preferiscono tenere in piedi la finzione di una possibile vittoria. Lo sforzo bellico deve continuare, quello diplomatico neanche iniziare.

Votando ancora una volta a favore delle procedure eccezionali per armare l’Ucraina, il Pd contraddice quello che proprio Schlein aveva detto qualche settimana fa: «Bisogna evitare l’esportazione di armi verso i conflitti». E aveva aggiunto: «In particolare verso Israele, non si può rischiare che le armi vengano utilizzate per commettere crimini di guerra». Immediatamente erano arrivati i distinguo dal suo partito, tanto che la segretaria aveva dovuto giurare «supporto all’Ucraina senza ambiguità». Senza però domandarsi, non ancora, se il modo migliore per supportare gli ucraini sia effettivamente quello di tenerli incastrati in un conflitto che può solo moltiplicare i morti. Quanto all’importante dichiarazione su Gaza, le più forti smentite sono venute dall’interno del Pd, così come le prese in giro sul fatto che in questo momento le forniture di armi italiane a Tel Aviv sono bloccate (proprio nel rispetto di quella legge che per l’Ucraina viene scavalcata). Ma il passaggio più importante era un altro, e cioè la denuncia da parte di Schlein, per quanto prudente, che a Gaza Israele sta compiendo crimini di guerra.

Peccato che i comportamenti del partito non siano all’altezza di quella denuncia, anche quando chiede il cessate il fuoco. Perché la dimensione del massacro in atto è tale («plausibile genocidio» per la corte internazionale dell’Aja) che richiede di mettere la denuncia dell’azione di Israele al primo posto dell’intervento politico – più dell’occupazione della Rai, per capirci. Il governo italiano con la sua inerzia o peggio, per esempio quando si è astenuto sulla tregua nell’assemblea Onu o quando è corso a definanziare l’agenzia che si occupa dell’assistenza ai palestinesi, offre continui argomenti per impugnare con decisione la battaglia per la salvezza della Palestina, anche nelle piazze, ma il Pd non li coglie. Non vedendo, tra l’altro, che il moto di indignazione mondiale verso l’azione di Netanyahu non fa sconti elettorali a una sinistra che non sa distinguersi dalla destra.

Infine cos’ha da dire il Pd su quello che a noi sembra lo scandalo più grave in corso sul territorio nazionale, quello dei Centri di permanenza per il rimpatrio, territori fuori dal controllo e dalle leggi, fabbriche di suicidi appaltate ai privati dove finiscono i più sfortunati tra i migranti che arrivano in Italia fuggendo da guerre e sconvolgimenti climatici? Perché la sua voce che pure in materia potrebbe alzarsi più forte di quella dei 5 Stelle – che su migranti e sicurezza hanno pensanti ambiguità – non si sente o resta flebile? Perché non ne chiede la chiusura immediata – di tutti non solo di ponte Galeria? Perché non chiama in parlamento a riferire ministri e poliziotti? Probabilmente perché ha addosso il peso delle responsabilità di chi ha introdotto la detenzione amministrativa per i migranti, quasi trent’anni fa, o perché l’idea di aprire un Cpr in ogni regione era stata sua in origine: Piantedosi oggi copia Minniti allora.

Il Pd è capace di fare autocritica sulla lottizzazione della Rai, adesso. Provi a farla anche sulle politiche dell’immigrazione. Ed eviti di doverla fare presto sulla guerra.


Aiuti a Kiev - via libera al decreto.  Ma quattro dem votano contro

Il Manifesto, 9 febbraio 2024, pagina 4. A cura della redazione politica

LA RETROVIA. Il provvedimento licenziato in un’aula di Montecitorio vuota. Fratoianni: «Che disperazione, la guerra è normalizzata»

In un’aula vuota («fa venire la disperazione» dice Nicola Fratoianni, che legge l’assenza dei deputati come «una normalizzazione della guerra»), Montecitorio ha approvato ieri il decreto Ucraina che prevede l’invio anche per il 2024 dell’ennesimo pacchetto di aiuti al Paese invaso quasi due anni fa dalla Russia. Su 260 deputati presenti hanno votato a favore in 218, 48 i contrari e nessun astenuto. Con la maggioranza si sono espressi anche Pd, +Europa, Iv e Azione, mentre tra le opposizioni sono rimaste M5S e Avs a contrastare il provvedimento. Ma il voto ha segnato anche l’ennesima divisione in seno al partito guidato da Elly Schlein: nonostante le indicazioni date nel suo intervento dalla vicepresidente dem della Camera Anna Ascani, quattro deputati -Laura Boldrini, Antonio Scotto, Nico Stumpo e Paolo Ciani – non hanno partecipato al voto. Scelta però non traumatica, visto che era stata abbondantemente annunciata nei giorni scorsi, ma che ha comunque permesso alla deputata di Iv Isabella Del Monte di parlare di un Pd che «barcolla sia alla Camera sull’Ucraina che al Senato sull’abuso d’ufficio. Il rapporto con il M5S lo spaccherà sempre di più».

La premier Giorgia Meloni conferma quindi ancora una volta di voler seguire la strada tracciata da Mario Draghi fin dai primi giorni dell’invasione ordinata da Putin. E questo nonostante i malumori per il sostegno dato a Kiev non manchino anche nella maggioranza, come dimostra l’ordine del giorno presentato e poi ritirato dalla Lega il 24 gennaio scorso, quando a votare il decreto è stato il Senato, e in cui di fatto si chiedeva lo stop dell’invio delle armi all’Ucraina.

Con il voto di ieri è stato dato il via libera – come spiega il decreto – alla cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari Sarà adesso un decreto del ministero della Difesa a stabile quali e quanti mezzi verranno assegnati, anche se l’elenco «elaborato dalla Stato maggiore della Difesa» resterà come sempre secretato. Contributi economici a parte, per quanto riguarda il passato l’Italia, stando a quanto trapelato, ha inviato elmetti, giubbotti, sistemi anticarro e antiaereo, mitragliatrici, munizioni, mezzi blindati Lince e artiglieri. Più di recente, invece, sono stati forniti equipaggiamenti per la protezione del rischio Nbcr come tute, maschere protettive e kit per rendere potabile l’acqua.

Intervenendo in aula a nome del Pd, Ascani aveva sottolineato l’assenza di iniziativa diplomatica da parte del governo: «Chiediamo a questo esecutivo di adoperarsi in ogni sede internazionale per una Pace giusta, che si faccia carico delle ragioni dell’aggredito», aveva spiegato. «Lo chiediamo da tempo a questo governo, che non fa corrispondere ad una narrazione baldanzosa sul proprio ruolo nei consessi internazionali altrettanta capacità di iniziativa e orientamento. Tace, piuttosto. E questa assenza, questo vuoto, pesano».

Parlando per il M5S il capogruppo in Commissione Difesa Marco Pellegrini è tornato invece a chiedere di non continuare a inviare armi all’Ucraina. «Chi critica la nostra posizione – ha proseguito – ignora di proposito l’altra gamba su cui si regge la nostra proposta, ossia la richiesta di un cessate il fuoco immediato, di una tregua delle ostilità che impegni anche i russi e gli ucraini, che quindi no avrebbero più bisogno di difendersi. Se le armi tacciono, non occorre inviarne ancora».


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4) resoconti stenografici ufficiali della discussione (7 febbraio) e del voto (8 febbraio) in aula alla Camera

Discussione del disegno di legge: S. 974 - Conversione in legge del decreto-legge 21 dicembre 2023, n. 200, recante disposizioni urgenti per la proroga dell'autorizzazione alla cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari in favore delle autorità governative dell'Ucraina (Approvato dal Senato) (A.C. 1666).
 

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del disegno di legge, già approvato dal Senato, n. 1666: Conversione in legge del decreto-legge 21 dicembre 2023, n. 200, recante disposizioni urgenti per la proroga dell'autorizzazione alla cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari in favore delle autorità governative dell'Ucraina.

(Discussione sulle linee generali - A.C. 1666)

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali.

Il presidente del gruppo parlamentare Partito Democratico-Italia Democratica e Progressista ne ha chiesto l'ampliamento.

Le Commissioni III (Affari esteri) e IV (Difesa) si intendono autorizzate a riferire oralmente.

Ha facoltà di intervenire il relatore per la Commissione Affari esteri, onorevole Giangiacomo Calovini.

GIANGIACOMO CALOVINI , Relatore per la III Commissione. Presidente, colleghe e colleghi, rappresentanti del Governo, nella mia esposizione mi limiterò ad illustrare il contesto multilaterale, a livello di Unione europea e di NATO, nel quale si inserisce il sostegno militare italiano in favore dell'Ucraina, lasciando poi al collega della IV Commissione il compito di illustrare le norme del provvedimento in esame. Quanto al contesto europeo, ricordo che nella riunione del 1° febbraio scorso il Consiglio ha ribadito il risoluto impegno dell'Unione europea di continuare a fornire all'Ucraina e alla sua popolazione un forte sostegno politico, un forte sostegno finanziario, economico, umanitario, militare e diplomatico per tutto il tempo necessario.

In particolare, ha confermato l'importanza di un sostegno militare tempestivo, prevedibile e sostenibile attraverso lo Strumento europeo per la pace e la missione di assistenza militare dell'Unione europea, ma anche attraverso l'assistenza bilaterale diretta degli Stati membri. Ha inoltre poi sottolineato l'urgente necessità di accelerare la fornitura di missili e munizioni, invitando gli Stati membri ad accelerare gli sforzi in tal senso.

A conferma del significativo impegno sotto il profilo del supporto militare, segnalo che tra il 2022 e il 2023 l'Unione ha mobilitato 5,6 miliardi di euro a titolo dello Strumento europeo per la pace con l'obiettivo di rafforzare le capacità e la resilienza delle Forze armate ucraine e proteggere la popolazione civile dall'aggressione militare in corso. Le misure di assistenza concordate finanziano l'invio di attrezzature e forniture come dispositivi di protezione individuale, kit di pronto soccorso e carburante, nonché attrezzature e piattaforme militari concepite per l'uso letale della forza a fini difensivi.

Tenuto conto del sostegno militare fornito dai singoli Stati membri dell'Unione europea, si stima che il sostegno militare globale dell'Unione all'Ucraina ammonti ad oltre 25 miliardi di euro. Ricordo poi che, in occasione del Consiglio Affari esteri dell'Unione europea del 22 gennaio scorso, l'Alto rappresentante per la politica estera Borrell ha espresso l'auspicio che l'Unione europea riesca a raggiungere un accordo su un'integrazione di 5 miliardi di euro al citato Strumento europeo per la pace e sull'istituzione di un Fondo di assistenza per l'Ucraina, in modo da poter far fronte alle esigenze più pressanti di Kiev.

In base alle conclusioni del citato Consiglio del 1° febbraio, l'accordo su tale Fondo dovrebbe essere raggiunto entro il prossimo mese di marzo. Sempre in ambito UE, da novembre 2022 è altresì operativa la missione di assistenza militare EUMAM-Ucraina, con l'obiettivo di promuovere la formazione di 40.000 soldati ucraini in diversi ambiti, tra cui assistenza medica, sminamento, logistica e comunicazione, manutenzione e riparazione degli equipaggiamenti militari, preparazione alla guerra chimica, batteriologica e anche nucleare.

La missione garantisce il coordinamento con le attività bilaterali degli Stati membri a sostegno dell'Ucraina, nonché con altri partner internazionali che condividono gli stessi principi, ed è aperta alla partecipazione di Paesi terzi. Per quanto concerne l'ambito NATO, nella dichiarazione adottata in esito all'ultimo summit dei Capi di Stato e di Governo dell'Alleanza, svoltosi a Vilnius l'11 e il 12 luglio dell'anno scorso, è stato ribadito l'impegno assunto al Vertice di Bucarest del 2008 secondo cui l'Ucraina diventerà membro della NATO e si è riconosciuto che l'Ucraina è diventata sempre più interoperabile e politicamente integrata con l'Alleanza, realizzando progressi sostanziali nel suo percorso di riforme.

In esito al Vertice, è stato, altresì, concordato un pacchetto di sostegno politico e pratico ampliato, che prevede anche l'istituzione del Consiglio NATO-Ucraina, un nuovo organismo congiunto in cui gli Alleati e Kiev siedono come membri paritari per promuovere il dialogo politico, l'impegno, la cooperazione e le aspirazioni euro-atlantiche dell'Ucraina. A margine del summit, Paesi del G7, compreso anche il Giappone, hanno sottoscritto una dichiarazione congiunta in cui, tra le altre cose, si annuncia un avvio di negoziati con l'Ucraina per formalizzare, attraverso impegni bilaterali, in conformità con i rispettivi princìpi costituzionali, il sostegno duraturo all'Ucraina sia nella fase bellica che in quella della ricostruzione, favorendo il suo processo di integrazione nella comunità euro-atlantica.

Si afferma poi l'impegno di ciascun Paese a definire con l'Ucraina accordi di sicurezza specifici, bilaterali e a lungo termine per garantire capacità di difesa dall'aggressione attuale e scoraggiare eventuali aggressioni future. Si sottolinea che il sostegno dei Paesi del G7 prevede la fornitura continua di assistenza alla sicurezza e attrezzature militari, dando priorità alla difesa aerea, all'artiglieria, ai veicoli corazzati e al combattimento aereo, e promuovendo una maggiore interoperabilità con i partner euro-atlantici.

Si afferma, infine, l'impegno a collaborare con l'Ucraina per lo sviluppo della sua base industriale della difesa, a svolgere attività di addestramento, a condividere l'intelligence e a cooperare nella cyber difesa. In termini quantitativi, secondo i dati diffusi dalla NATO, dall'inizio dell'aggressione russa nel febbraio 2022 gli Alleati hanno stanziato circa 100 miliardi di euro in aiuti militari all'Ucraina, di cui circa la metà provenienti dagli Stati Uniti.

PRESIDENTE. Ha facoltà di intervenire il relatore per la Commissione difesa, onorevole Pino Bicchielli.

PINO BICCHIELLIRelatore per la IV Commissione. Presidente, onorevoli deputati, il decreto-legge 21 dicembre 2023, n. 200, approvato in prima lettura, senza modificazioni, dall'Aula del Senato nella seduta dello scorso 24 gennaio, reca la proroga dell'autorizzazione alla cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari in favore delle autorità governative dell'Ucraina.

Il provvedimento, composto da un solo articolo, più l'entrata in vigore, è connesso con la necessità di ottemperare agli impegni assunti dall'Italia nell'ambito delle Nazioni Unite, dell'Unione europea e della NATO per affrontare, nella maniera più efficiente, la crisi in atto in Ucraina, dai cui sviluppi stanno derivando preoccupanti riflessi sulla sicurezza e sulla stabilità internazionale.

Dopo la seduta introduttiva, nella giornata di ieri, le Commissioni riunite III (Affari esteri) e IV (Difesa) hanno sviluppato un approfondito dibattito sugli emendamenti presentati e hanno confermato il testo originario già approvato dal Senato.

Entrando nel dettaglio delle disposizioni del decreto-legge, ricordo che la cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari alle autorità governative ucraine è stata autorizzata dall'articolo 2-bis del decreto-legge n. 14 del 2022, previo atto di indirizzo delle Camere in deroga alla legge 9 luglio 1990, n. 185, e agli articoli 310 e 311 del codice dell'ordinamento militare. Tale autorizzazione è stata poi prorogata fino al 31 dicembre 2023 con il decreto-legge n. 185 del 2022, convertito dalla legge n. 8 del 23 gennaio 2023.

Ricordo, inoltre, che il comma 2 del citato articolo 2-bis del decreto-legge n. 14 del 2022 ha poi previsto che l'elenco dei mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari oggetto della cessione, nonché le modalità di realizzazione della stessa, anche ai fini dello scarico contabile, sono definiti con uno o più decreti del Ministro della Difesa, adottati di concerto con i Ministri degli Affari esteri e della cooperazione internazionale e dell'Economia e delle finanze.

L'elenco dei mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari di cui si autorizza la cessione è classificato e sui relativi decreti ministeriali il Ministro della difesa pro tempore è stato audito presso il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir).

Per quanto riguarda gli atti di indirizzo approvati dal Parlamento, ricordo che il 1° marzo 2022, a conclusione delle comunicazioni sugli sviluppi del conflitto tra Russia e Ucraina rese dal Presidente del Consiglio, il Senato e la Camera hanno approvato rispettivamente le risoluzioni n. 6-00208 e n. 6-00207, che, tra l'altro, hanno impegnato il Governo ad attivare, con le modalità più rapide e tempestive, tutte le azioni necessarie per assicurare assistenza umanitaria, finanziaria, economica e di qualsiasi altra natura, nonché, tenendo costantemente informato il Parlamento e in modo coordinato con gli altri Paesi europei alleati, la cessione di apparati e strumenti militari che consentano all'Ucraina di esercitare il diritto alla legittima difesa e di proteggere la sua popolazione. Tale orientamento poi è stato confermato e precisato nelle risoluzioni n. 6-00226, approvata dal Senato il 21 giugno 2022, e n. 6-00224, approvata dalla Camera il 22 giugno 2022, in occasione delle comunicazioni del Presidente del Consiglio in vista del Consiglio europeo del 24 e 25 giugno 2022.

Tali risoluzioni hanno impegnato il Governo a continuare a garantire, secondo quanto precisato dal decreto-legge n. 14 del 2022, il necessario e ampio coinvolgimento delle Camere con le modalità ivi previste in occasione dei più rilevanti summit internazionali riguardanti la guerra in Ucraina e le misure di sostegno alle istituzioni ucraine, ivi comprese le cessioni di forniture militari.

Successivamente, il 13 dicembre 2022, sia il Senato che la Camera, in seguito alle comunicazioni del Ministro della Difesa, ai sensi dell'articolo 1 del decreto-legge n. 185 del 202, hanno approvato al Senato le risoluzioni n. 6-00009, n. 6-00008 e n. 6-00011 e alla Camera le risoluzioni n. 6-00012, n. 6-00014 e n. 6-00016, che impegnano il Governo a proseguire il sostegno militare all'Ucraina. Da ultimo, l'impegno al sostegno militare è stato rinnovato dal Parlamento con diverse sfumature con le risoluzioni approvate in occasione delle comunicazioni del Presidente del Consiglio del 14 e 15 dicembre 2023, alla Camera con le risoluzioni del 12 dicembre n. 6-00073, n. 6-00072, n. 6-00074 e n. 6-00075, e al Senato con le risoluzioni del 13 dicembre n. 6-00057, n. 6-00058 e n. 6-00061.

Il decreto-legge oggi al nostro esame proroga, fino al 31 dicembre 2024, l'autorizzazione alla cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari in favore delle autorità governative dell'Ucraina, prevista dall'articolo 2-bis del decreto-legge 25 febbraio 2022, n. 14. La relazione tecnica ad esso allegata sottolinea che dal provvedimento non derivano nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica, tenuto conto che i materiali e i mezzi oggetto di cessione sono già nelle disponibilità del Ministero della Difesa, mentre eventuali oneri ad essi connessi saranno sostenuti nell'ambito delle risorse disponibili a legislazione vigente. Viene, inoltre, precisato che le cessioni di mezzi, materiali e armamenti avvengono a titolo non oneroso per la parte ricevente, cioè per il Governo ucraino, ma, al pari di quelle realizzate dagli altri Stati membri, sono parzialmente rimborsate dall'Unione europea attraverso i fondi dello Strumento europeo per la pace.

Per tali cessioni il Consiglio dell'Unione ha finora risposto lo stanziamento di 5,6 miliardi di euro.

PRESIDENTE. Ha facoltà di intervenire il Sottosegretario di Stato per la Difesa, Matteo Perego Di Cremnago.

MATTEO PEREGO DI CREMNAGO, Sottosegretario di Stato per la Difesa. Grazie, Presidente. Mentre intervengo - in particolare, questa mattina - c'è stata un'intensa attività di fuoco delle Forze armate russe verso l'Ucraina, verso la capitale, dove 4 persone hanno perso la vita e diverse infrastrutture energetiche sono state distrutte. Sono stati impiegati anche i bombardieri russi, con lancio anche di missili da alcuni assetti navali nel Mar Nero. Quindi, una situazione che vede l'offensiva russa tutt'altro che arrestarsi. Dall'altra parte le Forze armate ucraine, che hanno condotto un'operazione, una controffensiva che è terminata nel mese di dicembre e che non ha conseguito i risultati sperati, ha permesso, però, di contenere l'ulteriore avanzata russa, che ancora si assesta su una linea di attrito a Sud del fiume di Dnipro, avendo liberato la città di Cherson e intorno al Donbass. Questo è lo scenario militare con il quale ci misuriamo ormai da diverso tempo. A fianco di questo - quindi, a quello che è il piano militare - c'è il piano diplomatico. Diversi sono stati i tentativi e diversi sono ancora quelli in essere. In particolare, penso al summit sulla formula per la pace, proposto dal Presidente Zelensky attraverso 10 punti, che verrà probabilmente discusso in Svizzera il 23 e il 24 marzo, e ai precedenti incontri a Malta, con una partecipazione sempre più presente (a Davos erano presenti 80 Paesi). Allo stesso tempo, quindi, un'iniziativa diplomatica, in un certo senso, è stata avviata al fine di arrivare a un cessate il fuoco, così come c'è stato uno scambio di prigionieri fra i due Paesi, nonché l'iniziativa, soprattutto dell'Europa, di garantire l'adesione dell'Ucraina all'Unione europea, salvo il verificarsi di alcune riforme in essere, che è stata definita dal Consiglio d'Europa a novembre dello scorso anno, che è la migliore garanzia evidentemente di sicurezza per il Paese.

Ma queste due questioni, quella militare e quella diplomatica, si inseriscono anche nel quadro geopolitico. La Russia, ad esempio, impiega - e ha impiegato anche questa mattina, ma l'ha già fatto diverse volte in passato, in questi mesi - droni one-way attack e droni Shahed iraniani. Lo stesso Iran, attraverso i suoi proxy Ansar Allah, i partigiani di Dio o meglio chiamati Houthi, oggi sta attaccando i mercantili occidentali nel Mar Rosso, risparmiando per l'appunto quelli russi e quelli cinesi. Quindi, un contesto geopolitico estremamente complesso.

Per queste ragioni e coerentemente con la posizione che il nostro Governo ha assunto - così come il Governo precedente e, quindi, con un'ampissima maggioranza - dall'inizio del conflitto, noi chiediamo di poter continuare a sostenere militarmente, a fianco di un'iniziativa diplomatica, l'Ucraina. Lo crediamo perché personalmente riteniamo che non ci sia alcuna contraddizione a continuare a sostenere la difesa del popolo ucraino, un popolo che ha perso centinaia di migliaia di vite di cittadini innocenti per una guerra senza alcuna logica. Quindi, crediamo che sostenerlo significhi anche sostenere la possibilità di una soluzione diplomatica, nell'interesse prima di tutto del popolo ucraino, ma non soltanto del popolo ucraino. Qui mi preme sottolineare come sia difficilmente comprensibile il ragionamento per il quale siccome non si sono verificati gli esiti positivi di una controffensiva e siccome le Forze armate russe non sono state scacciate dal territorio ucraino sia venuto meno il senso di continuare a sostenere militarmente l'Ucraina, come alcune posizioni nell'opposizione vengono a rappresentare in questo Parlamento. Io credo che questo sia un grave errore per diverse ragioni. La prima è di natura prettamente militare, perché qualora oggi la comunità occidentale, la comunità dei donor, smettesse di sostenere l'Ucraina evidentemente quella che oggi è una posizione di difesa, che cerca di garantire quantomeno l'integrità della porzione non occupata il territorio, verrebbe decisamente delimitata e anzi ci sarebbe un'invasione russa - siccome sta premendo fortemente, ad esempio, nell'area del nord del Donbass - e quindi una probabile capitolazione dell'intero territorio. In secondo luogo, perché l'Ucraina si difende secondo un principio sancito dalle Nazioni Unite nel quale tutti, credo, ci riconosciamo, l'articolo 51, e non difende soltanto se stessa. Difende il diritto internazionale, difende i valori di democrazia e libertà, su cui è costruito questo stesso edificio, con il sacrificio di tanti italiani, con il sacrificio della Resistenza, che ci hanno portato a un Paese libero e democratico. Per cui, anche qui, non si capisce perché si dovrebbe non sostenere lo sforzo di un Paese fondato sui principi di uguaglianza, di libertà e di democrazia, così come il nostro, oggi difende non soltanto se stesso, ma anche quei principi e, ripeto, in un contesto in cui, da una parte, ci sono i regimi autoritari e, dall'altra, le democrazie e nelle democrazie come la nostra gli oppositori ai Presidenti della Repubblica non vengono spediti in Siberia o in carcere. Nei Paesi come il nostro le democrazie e i diritti sono tutelati e questo è l'esercizio e lo sforzo che sta facendo un Paese amico, l'Ucraina, un Paese che dal primo giorno ha visto una resistenza del proprio popolo, dapprima con i propri mezzi e poi con il nostro sostegno, che ha impedito, per chi è stato in Ucraina come il sottoscritto e come tanti dei parlamentari qui presenti oggi, basta vedere dove siano arrivati i carri armati russi, a pochi chilometri dal centro di Kiev, e quale mondo sarebbe stato e sarebbe se l'Ucraina capitolasse davanti all'affermazione del più forte, del potere delle armi, del potere della distruzione, del potere della guerra contro il diritto internazionale.

Ci si dice, a volte, che non ci sia abbastanza diplomazia, non si stia lavorando sui negoziati di pace per arrivare a una soluzione non soltanto militare del conflitto. Ebbene, questo ripeto è in contraddizione rispetto invece agli innumerevoli sforzi che sono stati fatti da questa parte che rappresentiamo noi, quella delle democrazie. Certo è che non c'è mai stato un minuto, un solo secondo, dall'inizio del conflitto, in cui le forze armate russe non abbiano continuamente bombardato il territorio ucraino, e non soltanto e soprattutto le strutture militari, ma le città. È accaduto a Leopoli, nell'estremo Occidente dell'Ucraina, ben lontano dal teatro di conflitto, accade quotidianamente su Kiev, accade su Kharkiv, accade su Kherson, accade su Dnipro. Quindi, non c'è mai stato un segnale reale da parte della Federazione Russa di un cessate il fuoco. L'unico segnale, oltre a quello delle armi, è stato quello di invocare dei referendum illegittimi per l'annessione dei territori occupati. Credo che questo sia il messaggio fondamentale. Noi continueremo a sforzarci, lo faremo come Presidenza del G7 ed è nelle priorità del nostro Governo, quello di favorire una soluzione diplomatica che sia la più giusta possibile. Però, ricordiamoci, da un lato, quale sia la posta in gioco e io faccio riferimento all'intervista di un autorevole esponente dell'opposizione che oggi diceva mi sembra un atteggiamento cinico di quelli che dicono non diamo più le armi all'Ucraina. Effettivamente, è un modo di abbandonarli, di abbandonare un Paese che ha visto più di 300.000 morti, che ha visto giovani perdere la vita, in nome di quei valori per cui i nostri predecessori, chi è venuto prima di noi, ha perso la vita allo stesso modo per difendere democrazia e libertà. Quindi, io credo che dovremmo essere tutti solidali, l'impatto per il nostro Paese è un impatto obiettivamente limitato nell'aver sostenuto militarmente l'Ucraina, stiamo parlando di qualche decina di euro a cittadino italiano, senza un impegno diretto delle nostre Forze armate. Quindi, quella che era all'inizio una sfida per la difesa della libertà, dell'integrità territoriale continua ad esserlo e continua a essere la missione di un Paese responsabile, autorevole, membro del G7, che fa la propria parte in nome di democrazia e libertà, che non sono solo bellissime parole, ma sono anche dei valori da coltivare, per arrivare alla pace, che è un traguardo e non basta dire pace per fermare il conflitto, non basta dire smettiamola di dare le armi e tutto cessa. Purtroppo, oggi serve continuare a sostenere l'Ucraina, serve a continuare a sostenerla con determinazione, serve portare i due attori protagonisti di questo conflitto al tavolo, ma serve ricordarsi anche nel mondo in cui viviamo, perché bisogna difendere la democrazia contro i regimi autoritari (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la deputata Onori.

FEDERICA ONORI (AZ-PER-RE). Signor Presidente, colleghi, membro del Governo, ubi solitudinem faciunt pacem appellant, ovvero dove fanno il deserto lo chiamano pace. Così Publio Cornelio Tacito ci descrive con chiara amarezza in cosa consista la dominazione di un impero sui territori conquistati. Qui lui, ovviamente, si riferisce all'impero romano. E proprio l'immagine del deserto spacciato per pace si addice, secondo me, alla città di Mariupol, una città portuale in cui vivevano pacificamente 400.000 abitanti che, dopo aver subito incessanti bombardamenti russi per più di 80 giorni, è letteralmente rasa al suolo.

Ecco io credo che il voto di oggi non sia un voto di routine. Il modo in cui sceglieremo di votare - voto a favore, voto contrario, luce verde, luce rossa - rimanderà a una visione ben precisa che ognuno di noi ha della storia e del presente, ma soprattutto del futuro. Questa volta la ferita inferta alla legalità internazionale è talmente grave che diviene emorragia profonda, che mette in crisi l'architettura stessa della sicurezza che ha complessivamente retto dal dopoguerra ad oggi. Il voto di oggi sancisce la possibilità o meno che qualcuno possa mettere indietro le lancette dell'orologio e far vigere la brutale legge del più forte come regola base dei rapporti tra gli Stati. E non ci possono essere ambiguità o tentennamenti in questa sfida decisiva per le sorti dell'intero continente europeo, perché il nostro voto di oggi riguarda l'Europa.

Perché riguarda l'Europa? Io difficilmente avrei potuto scegliere parole più chiare ed esatte di quelle espresse da Milan Kundera nel suo saggio Un Occidente prigioniero. Kundera, che la maggior parte di noi conosce per la sua opera più famosa, L'insostenibile leggerezza dell'essere, ci ha lasciato soltanto pochi mesi fa ed era uno scrittore, poeta e saggista francese di origine cecoslovacca che ha indagato lo spirito di quelle nazioni dell'Europa centrale, la Cecoslovacchia, appunto, ma anche l'Ungheria, la Polonia e potremmo far rientrare a ben vedere anche l'Ucraina, che hanno da sempre dovuto lottare per la propria indipendenza e per non essere assorbite dall'Impero russo, assorbite a livello politico, a livello culturale e a livello della loro lingua. Ne leggerò, quindi, poche righe che parlano della rivoluzione ungherese del 1956, nota anche come primavera ungherese. La primavera ungherese è stata una sollevazione armata contro la Russia in cui morirono 2.700 ungheresi e in cui migliaia - circa 250.000 - lasciarono il proprio Paese e si rifugiarono in Occidente. “Nel settembre del 1956 il direttore dell'agenzia di stampa ungherese, pochi minuti prima che il suo ufficio venisse distrutto dall'artiglieria, trasmise al mondo intero per telex un disperato messaggio sull'offensiva che quel mattino i russi avevano scatenato contro Budapest. Il dispaccio finisce con queste parole: moriremo per l'Ungheria e per l'Europa. Che cosa intendeva dire? Di certo che i carri russi mettevano in pericolo l'Ungheria e insieme l'Europa. Ma in che senso anche l'Europa era in pericolo? I carri russi erano forse pronti a varcare le frontiere ungheresi e a dirigersi a ovest? No. Il direttore dell'agenzia di stampa ungherese intendeva dire che in Ungheria era l'Europa a essere presa di mira. Perché l'Ungheria restasse Ungheria e restasse Europa era pronto a morire. La frase ha un senso evidente eppure continua a incuriosirci. Qui in Francia, in America - noi potremmo dire in Italia - siamo infatti abituati a pensare che fosse allora in gioco un regime politico, non l'Ungheria o l'Europa. Non ci sfiora neppure l'idea che a essere minacciata fosse l'Ungheria in quanto tale, né tantomeno comprendiamo come mai un ungherese, che rischia di morire, chiami in causa l'Europa”.

Ecco perché il voto di oggi secondo me riguarda l'Europa, perché l'Ucraina è Europa e non tanto o non solo perché il 15 dicembre scorso il Consiglio europeo ha deciso di avviare i negoziati di adesione con l'Ucraina, ma perché, ad esempio, 10 anni fa, tra il 2013 e il 2014, c'è stato Euromaidan, dove sangue ucraino fu versato nella violenta repressione del vasto movimento di protesta, delle proteste scaturite a seguito della decisione dell'allora Presidente in carica Yanukovych di non sottoscrivere il trattato di associazione politica ed economica con l'Unione europea, con l'evidente intento di orientare l'Ucraina in netta direzione filorussa. Allora, come oggi, gli ucraini lottavano per la libertà, per la democrazia, per una maggiore integrazione europea e, soprattutto, per affrancarsi dal giogo russo, dalla continua interferenza e ingerenza di un regime imperialista che mostrava e, mostra tuttora, rinnovate mire espansionistiche.

PRESIDENZA DEL PRESIDENTE LORENZO FONTANA (ore 16,45)

FEDERICA ONORI (AZ-PER-RE). Ma il voto di oggi riguarda l'Europa anche perché si tratta di stabilire se vogliamo mettere a rischio o meno, provare ad intaccare o meno, l'unità dell'Europa sul tema, se vogliamo sostenere l'Europa in una risposta congiunta e, quindi, se vogliamo dare all'Europa la possibilità di svolgere un ruolo importante in quello che è uno scenario che si svolge sul territorio europeo oppure no. Un'Europa non unita era evidentemente la prima cosa che poteva auspicare di ottenere Putin quando diceva che nel giro di pochi giorni avrebbe potuto invadere, aggredire e quindi annettere parti dell'Ucraina.

Se l'Ucraina invece ha potuto difendersi, in alcuni casi addirittura riconquistare dei territori, è perché è stata sostenuta nella sua resistenza all'aggressore e chi oggi negherà il sostegno, anche militare, alla resistenza ucraina, dobbiamo dircelo molto chiaramente, starà dalla parte dell'Ungheria di Orbán, che negli ultimi mesi ha mostrato il suo volto forse peggiore in un ricatto continuo proprio sul tema degli aiuti all'Ucraina con le istituzioni europee, quell'Orbán che è finito sui giornali, sui telegiornali e nelle televisioni italiane, negli ultimi giorni, per il caso della nostra concittadina Ilaria Salis, quell'Orbán la cui Ungheria, al momento, mostra una distanza valoriale, tanto profonda quanto pericolosa, con i principi basilari dell'Unione di cui l'Ungheria, pure, fa parte.

Alla luce di tutto ciò, risulta inevitabile una menzione di discredito al Governo italiano per quello che non ha saputo fare, per il coraggio che non ha saputo avere rispetto a posizioni di Orbán assolutamente contrarie all'interesse nazionale e all'interesse europeo e mi riferisco sia alla condotta ricattatoria con le istituzioni europee circa gli aiuti all'Ucraina, sia al caso di Ilaria Salis.

Torniamo, però, ai termini del provvedimento che stiamo per votare. Vorrei, adesso, condividere una riflessione: è evidente che dichiararsi favorevoli al sostegno anche militare alla resistenza Ucraina sia una posizione per lo più impopolare. Cerco di spiegarmi, capovolgendo i termini del ragionamento: oggi, un politico che volesse essere popolare ad ogni costo non potrebbe permettersi di assumere questa posizione di sostenere la resistenza ucraina. Perché per farlo dovrebbe argomentare, menzionando, ad esempio, l'articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite che prevede la possibilità della difesa individuale e collettiva, dovrebbe cercare di contestualizzare, ricordando, ad esempio, eventi storici, come abbiamo fatto pochi minuti fa con Euromaidan, appunto, che la maggior parte delle persone però ignora - e anche questo ce lo dobbiamo dire -, oppure il “Memorandum di Budapest”. Insomma, la questione non è che sia proprio semplice da illustrare e, inoltre, le armi chiaramente non piacciono a nessuno.

Quindi, quella di chi vuole sostenere la resistenza ucraina, è una posizione molto più difficile da spiegare, da far passare, del semplice e magari comunque efficace slogan: “No alle armi. Sì alla pace”, che pure è incompleto come slogan, perché a ben vedere dovrebbe continuare così: “No, alle armi. Sì alla pace e che i russi prendano pure tutto quello che vogliono”.

Ora, io voglio credere, invece, che tutti qui sentiamo la responsabilità di prendere decisioni che siano, non solo, corrette sul piano del diritto internazionale, non solo, in linea con i nostri valori fondativi - e la Resistenza è necessariamente uno di questi, perché il popolo italiano ha imbracciato le armi per resistere all'invasore e perché ha ricevuto aiuto dagli Alleati e sostegno in questo e proprio dalla Resistenza, non a caso, nasce la Repubblica italiana -, valori quali quello della Resistenza, ma che siano anche, più cinicamente, forse, nell'interesse nazionale. Perché tutto questo, ce lo dobbiamo ricordare, avviene alle porte dell'Europa e non possiamo credo, sic et simpliciter, chiudere gli occhi e fare finta che il problema non esista. Ecco, perché, da qualsiasi punto la si guardi, sostenere la resistenza ucraina è l'unica scelta giusta (Applausi dei deputati del gruppo Azione-Popolari Europeisti Riformatori-Renew Europe) e, dirò di più, è anche una scelta da rivendicare a gran voce. E spiace che ci sia chi prova imbarazzo nel sostenere questa posizione. Non ci dovrebbe essere alcun imbarazzo a sostenere un popolo che resiste a un aggressore.

Presidente, vorrei terminare con un'immagine che, forse, meglio di tante parole, riesce a dare l'idea di quello che è in ballo oggi. L'immagine è la seguente: per me, il processo di pace è un viaggio in treno, la pace è la nostra destinazione, lì, dove vogliamo arrivare, mentre il supporto anche militare, da una parte, e il canale diplomatico, dall'altra, sono le due rotaie. Il treno può procedere fintanto che ci siano entrambe le rotaie e che entrambe le rotaie siano allineate. Se una delle due rotaie venisse meno, il treno sbanderebbe e non arriverebbe a destinazione. Supportare la resistenza ucraina vuol dire mantenere aperta la possibilità di una soluzione diplomatica, si intende, una soluzione diplomatica giusta e che possa rientrare nel principio della legalità internazionale. Interrompere questo supporto vuol dire far deragliare il processo di pace e a quel punto neanche la diplomazia servirebbe più. La Russia avrebbe una posizione di vantaggio tale che non avrebbe bisogno di scendere a compromessi, avrebbe ottenuto quello che vuole e sarebbe riuscita a farlo con la forza. A quel punto, però, perché fermarsi, perché non continuare, con la Transnistria, con le Repubbliche baltiche, con la Finlandia? Ci rendiamo conto di cosa c'è in gioco? Io mi rifiuto di accettare che per qualche like in più sulla propria pagina Facebook o per uno “zero virgola” in più nei sondaggi della prossima settimana qualcuno possa essere disposto a correre questo rischio e, come dicevo in apertura e termino, oggi, è un giorno importante, non è un pigro pomeriggio di febbraio, come forse ne abbiamo vissuti nelle nostre vite, quella che stiamo vivendo è la storia e la storia ci chiede di prendere una posizione chiara, netta e cristallina e la nostra non potrebbe esserlo di più. Forza Ucraina, syla Ukrayiny (Applausi dei deputati del gruppo Azione-Popolari Europeisti Riformatori-Renew Europe e di deputati del gruppo Partito Democratico-Italia Democratica e Progressista).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Padovani. Ne ha facoltà.

MARCO PADOVANI (FDI). Presidente, onorevoli colleghi, ringrazio il Sottosegretario per aver fotografato in maniera precisa la situazione attuale di quelle terre martoriate. È opportuno ricordare che tale provvedimento ha tra le sue origini anche gli atti di indirizzo approvati dal Parlamento già nel 2022. Il 1° marzo 2022, infatti, a conclusione delle comunicazioni sugli sviluppi del conflitto tra Russia e Ucraina, rese dall'allora Presidente del Consiglio, il Senato e la Camera approvarono rispettivamente due risoluzioni, la n. 6-00208 e la n. 6-00207. Tali risoluzioni impegnarono il Governo ad attivare, con modalità rapide e tempestive, tutte le azioni necessarie per assicurare assistenza umanitaria, finanziaria, economica e di qualsiasi altra natura, nonché tenendo costantemente informato il Parlamento e in modo coordinato con gli altri Paesi europei alleati, la cessione di apparati e strumenti militari che consentano all'Ucraina di esercitare il diritto alla legittima difesa e di proteggere la propria popolazione. Tale orientamento è stato successivamente confermato dal Senato e dalla Camera il 21 e il 22 giugno 2022, garantendo così tutte le misure a sostegno, ivi comprese le cessioni di forniture militari, proseguendo così il completo sostegno militare all'Ucraina. Proseguire questo percorso significa, quindi, dimostrare in maniera tangibile la nostra vicinanza al popolo ucraino, contribuendo di fatto a non consentire, nei princìpi e nella sostanza, l'invasione dell'Ucraina. Non sarebbe possibile fermarci ora. La nostra coscienza - e non solo - non ce lo permette. Sostenere il popolo ucraino significa non far saltare le regole del diritto internazionale. Non mantenere questa posizione significherebbe che gli scenari di crisi potrebbero moltiplicarsi ovunque e in qualsiasi momento. Tutto ciò, però, non significa non proseguire con un percorso di trattativa e di azione diplomatica, a cui il Governo Meloni sta lavorando sin dal suo primo insediamento per fare in modo che si arrivi a un piano di pace solido e duraturo. Nel frattempo, lo ribadisco, è giusto garantire il pieno sostegno all'Ucraina in tutti gli ambiti - politico, militare e umanitario -, atteggiamento assunto fin dal primo momento dall'Italia. Lo stesso Consiglio europeo ha ribadito il risoluto sostegno all'indipendenza, alla sovranità e all'integrità territoriale dell'Ucraina entro i suoi confini riconosciuti a livello internazionale, nonché al suo diritto naturale di autotutela contro l'aggressione russa. In particolare, sempre il Consiglio europeo ha confermato l'importanza di un sostegno militare tempestivo, prevedibile e sostenibile, attraverso lo Strumento europeo per la pace e la missione di assistenza militare nell'Unione europea, ma anche attraverso l'assistenza bilaterale diretta degli Stati membri. Ha, inoltre, sottolineato l'urgente necessità di accelerare la fornitura di missili e munizioni, e dotare l'Ucraina di un maggior numero di sistemi di difesa aerea. A conferma del significativo impegno sotto il profilo del supporto militare, è doveroso ricordare che, tra il 2022 e il 2023, l'Unione europea ha mobilitato oltre 5 miliardi di euro a titolo dello Strumento europeo per la pace, con l'obiettivo di rafforzare le capacità e la resilienza delle Forze armate ucraine e proteggere la popolazione civile dall'aggressione militare in corso.

Le misure di assistenza concordate finanziano l'invio di attrezzature e forniture come dispositivi di protezione individuali, kit di pronto soccorso e carburante, nonché attrezzature e piattaforme militari a fini difensivi. In questo momento, dove c'è un'Ucraina ferita, dove vi è un popolo che sta combattendo una guerra di difesa, una guerra di sopravvivenza e sicuramente non una guerra di conquista, e dove c'è chi ha violato il principio della sovranità nazionale, voglio ricordare che Fratelli d'Italia non ha mai cambiato idea sui valori e sui princìpi fondamentali della democrazia e della libertà. Una libertà che, dopo questa invasione, certamente non è più scontata in Europa. La resa dell'Ucraina significherebbe la resa dell'Europa intera, e noi abbiamo il dovere e il diritto di contribuire alla salvaguardia di questi princìpi, che non sono negoziabili. È gusto ricordare, inoltre, che la legge di bilancio per il 2024, del 30 dicembre 2023, n. 213, proroga la scadenza dello stato di emergenza dal 31 dicembre 2023 al 31 dicembre 2024, per continuare ad assicurare accoglienza e assistenza alla popolazione proveniente dall'Ucraina sul territorio nazionale. Un impegno, quindi, del Servizio nazionale, coordinato dal Dipartimento della Protezione Civile, che vede, ancora una volta, Fratelli d'Italia e tutto il centrodestra uniti e in piena sintonia, senza esitazione alcuna, sulla linea di condotta da seguire per un aiuto concreto al popolo ucraino. Oggi, purtroppo, però, una parte dell'opposizione, anche in quest'Aula, manifesta vuoti di memoria, che hanno il sapore dell'incoerenza, a partire dall'onorevole Conte, che, a seconda della posizione e dello scranno - maggioranza o minoranza - dove siede, decide di sostenere o meno gli interventi a favore delle autorità governative dell'Ucraina (Applausi dei deputati del gruppo Fratelli d'Italia). Per Fratelli d'Italia, sarebbe un errore fare un passo indietro. La condizione base per arrivare a qualsiasi forma di soluzione di questo conflitto è quella di consentire all'Ucraina di essere competitiva attraverso un equilibrio di forze in campo. Un equilibrio che non ci sarebbe stato, fino ad oggi, se non avessimo dato anche il nostro contributo.

Mettere, dunque, l'Ucraina nella posizione di competere e di avere quel bilanciamento nel conflitto, che è anche l'unica condizione per un'eventuale soluzione negoziabile. Sta a noi, a ciascuno di noi, decidere da che parte della storia stare, in coscienza. L'Italia lo ha fatto, ha scelto con chiarezza da che parte stare. Lo ha fatto per senso di giustizia e con la fierezza del lavoro svolto, ma, nello stesso tempo, con la consapevolezza che il 2024 sarà un anno cruciale per Kiev. L'obiettivo dell'Esecutivo è arrivare a una soluzione di pace duratura ed equilibrata, che ristabilisca la sicurezza e l'ordine, nel rispetto del diritto internazionale.

Recentemente, il Ministro Crosetto ha sintetizzato un pensiero che il gruppo di Fratelli d'Italia condivide pienamente: il presupposto della pace è un giorno in cui non cadono le bombe russe, non un giorno in cui gli ucraini smettono di difendersi. La morte dell'Ucraina si porterebbe dietro la morte di un pezzo di democrazia. La difesa è un prerequisito della sicurezza, che è un prerequisito della stabilità, che porta alla pace. Non esiste, nei tempi in cui viviamo, una Nazione che possa permettersi di mettere da parte la difesa, ce lo dimostra recentemente anche il Mar Rosso.

Ed è alla luce di queste considerazioni, che rivolgo il mio plauso e quello di Fratelli d'Italia alle nostre Forze Armate, all'Esercito, alla Marina militare e all'Aeronautica militare, per il lavoro quotidiano nell'interesse e nell'amore per la patria, sia sul suolo nazionale, che in tutte le missioni di pace internazionali. Missioni che hanno, come obiettivo, il mantenimento della stabilità locale e globale, la sicurezza, l'addestramento delle Forze armate di altri Paesi e, non per ultimo, il supporto umanitario alle popolazioni. Forze armate che sono orgoglio nazionale, una risorsa che, mai come oggi, va preservata e salvaguardata. In un momento in cui le condizioni di tensione sono spiccate, esse portano il loro contributo, facendosi apprezzare ovunque nel mondo. Sarebbe opportuno che, anche all'interno di quest'Aula, qualche deputata che si riempie la bocca di pace, ma evidentemente solo a parole, mostrasse il doveroso rispetto a chi indossa l'uniforme del nostro Esercito, a chi quotidianamente si mette a disposizione della Nazione, a chi, la pace vera, la vuole garantire senza convenienza, senza alcuna strumentalizzazione e nel solo interesse del tricolore nazionale (Applausi dei deputati del gruppo Fratelli d'Italia). Noi di Fratelli d'Italia siamo con questi soldati, i nostri soldati, con i loro valori veri e non discutibili.

Concludendo, Presidente, la posizione di Fratelli d'Italia su questo provvedimento è stata netta fin da subito, non l'abbiamo mai cambiata, una scelta inevitabile: da un lato l'aggressore, dall'altro l'aggredito. Ora non c'è spazio per i tentennamenti, per un distinguo sofisticato, per un pacifismo finto e peloso. Noi non faremo mai elogi alla guerra, ma non possiamo accettare nemmeno che qualcuno pretenda la resa dell'Ucraina come un dovere (Applausi dei deputati del gruppo Fratelli d'Italia).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Graziano. Ne ha facoltà.

STEFANO GRAZIANO (PD-IDP). Grazie, Presidente. Io vorrei iniziare con il ricordare che il 24 febbraio 2022 è stato un giorno terribile per l'Europa, oltre che per l'Ucraina, perché l'invasione russa, l'aggressione russa del popolo ucraino, è stato un giorno davvero triste. Triste perché iniziamo col dire che l'Europa è stata, per settant'anni, un continente di pace. E dopo settant'anni, in realtà, si è ritrovata nel bel mezzo di una guerra, di un'aggressione che ha fatto del popolo ucraino un aggredito e un aggressore, che noi, fermamente, da subito, abbiamo condannato senza indugio. E soprattutto dal momento in cui c'era, al Governo, Draghi e, come Ministro della Difesa, l'onorevole Guerini, abbiamo lavorato affinché ci fosse un forte aiuto e una forte presenza di aiuti militari, di equipaggiamenti e di tutto ciò che poteva essere utile, dal punto di vista umanitario, per dare forza alla resistenza del popolo ucraino. Abbiamo scoperto una grande capacità di resilienza e una grande capacità di forza del popolo ucraino.

Questo decreto chiede una proroga, di fatto, fino al 31 dicembre 2024 e continua in quella logica della cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari per dare forza e resistenza. Ma vedete, tutto questo viene fatto in una certa logica, così come prevede il decreto, con norme stabilite con modalità e con indirizzi molto precisi. Sostanzialmente, a seguito della risoluzione che abbiamo presentato, a nome della deputata Braga e di tutti i parlamentari del Partito Democratico, che è stata approvata, sostanzialmente si sono approvate alcune cose, a nostro avviso, importanti. Vogliamo al riguardo ringraziare il Sottosegretario che era presente per aver dato un parere favorevole in quella direzione, anzi ci permette di dire alcune cose importanti: la prima, occorre lavorare a una conferenza di pace, perché non c'è nessuno di noi che sia lontano o che non voglia la pace. Abbiamo visto che, oggi, questa mattina e ancora mentre parliamo, su Kiev si sono abbattuti molti missili, la città è senza energia elettrica: immaginate quel popolo in questo istante se ha voglia di avere una guerra all'infinito. Ha voglia di pace ovviamente e quindi abbiamo chiesto che ci fosse una conferenza di pace.

C'è bisogno ancora di più di una forte azione diplomatica che ancora manca da questo punto di vista, perché, diciamoci la verità, quando nasce un'azione diplomatica, bisogna vedere gli equilibri sul campo. E gli equilibri sul campo, oggi, se non sosteniamo l'Ucraina, se non sosteniamo il popolo ucraino, ovviamente non è che cambieranno, saranno unilaterali, cioè saranno tutti a favore di una parte. Ecco il motivo per cui dobbiamo ancora di più insistere nel sostenere il popolo ucraino ed è questo quello che chiediamo. Chiediamo che vi sia un'azione diplomatica più forte e che vi sia sostegno alle forniture, agli equipaggiamenti, a tutte le esigenze umanitarie. Oggi oltre 17 milioni di ucraini hanno bisogno di assistenza umanitaria e sanitaria; pensate che, solo nel 2021, probabilmente gli ucraini erano poco meno di un milione e mezzo, 2 milioni. Oggi siamo a 17 milioni, circa la metà della popolazione ucraina ha bisogno di assistenza sanitaria.

C'è anche un altro tema: sostenere l'Ucraina significa rispettare la Carta delle Nazioni Unite che, all'articolo 51, riconosce espressamente il diritto all'autotutela individuale o collettiva, aiutando con i mezzi e con gli assetti che ogni Paese, che aderisce, può assicurare, con la risoluzione che di fatto c'è stata, a partire dalla logica multilaterale dell'Unione europea, da un lato, e della NATO, dall'altro. E qui che si inserisce, ancora una volta, quella che dovrebbe essere poi un'azione diplomatica.

Noi inoltre presentammo proprio qui in Parlamento (c'era il Governo Draghi) un emendamento, affinché, ogni tre mesi, si svolgesse un'informativa del Governo sullo stato del conflitto in Ucraina e ciò viene completamente confermato. È un altro tema importante.

Ovviamente questi equipaggiamenti vengono stabiliti in un allegato; c'è il Copasir che ne viene a conoscenza, quindi anche da questo punto di vista è previsto il passaggio parlamentare. Poi fatemi dire, questo avviene attraverso un decreto del Ministro della Difesa, di concerto con il Ministro degli Affari esteri e della cooperazione internazionale e con il Ministro dell'Economia e delle finanze. Quindi, sono previsti tutti quei passaggi affinché vi siano garanzie rispetto alla cessione gratuita a favore del popolo ucraino per le ragioni che abbiamo detto e, soprattutto affinché una parte di quella cessioni di mezzi, equipaggiamenti e tutto ciò di cui hanno bisogno, dal punto di vista umanitario, venga anche rimborsato dall'Unione europea.

Vorrei fare però una riflessione un po' più allargata rispetto alla vicenda Russia e Ucraina. Noi siamo in un momento particolare della storia dell'Europa e dell'Occidente. Ci troviamo da un lato con il conflitto russo-ucraino, dall'altro con una grande tensione in Serbia e Kosovo, come il Sottosegretario potrà confermare. La tensione è grande in quella direzione. Ma vi sono anche altre questioni: quella israelo-palestinese, quella del Mar Rosso e poi, anche se non ne parliamo più, quella della Tunisia, quella del Sahel, e tutto quello che riguarda quel mondo. Se per un istante, mettete un compasso al centro dell'Europa e lo fate ruotare, in realtà, vi accorgete che tutto questo è esattamente intorno all'Europa. Siamo qui!

E poi fatemi dire una cosa rispetto al conflitto russo-ucraino: c'è una questione di fondo, a mio avviso. Gli ucraini stanno combattendo anche per noi, lo stanno facendo perché l'invasore russo vorrebbe sempre di più allargare i confini e man mano allargarli per arrivare chissà dove. Allora, il nostro sostegno a questo popolo è anche un sostegno a noi stessi. Dobbiamo avere la consapevolezza che il sostegno all'Ucraina è un sostegno all'Occidente, un sostegno all'Europa nel suo complesso; non è un sostegno in una direzione che immaginiamo possa essere al di là di ogni bene e male. Mentre noi qui oggi possiamo continuare a costruire i nostri sogni, ad avere la nostra famiglia, a costruire le nostre relazioni, a ridere con i nostri amici, loro sono lì, in questo momento a combattere, anche per noi. E penso che questo sia il dovere di un Paese come l'Italia: far sì che possa continuare a sostenere una tesi di questo tipo.

Vorrei chiudere questo intervento, dicendo che il tema di oggi è fondamentale. Occorre leggere quello che sta accadendo sul piano geopolitico e sul piano complessivo del mondo: c'è un attacco frontale all'Occidente nel suo complesso e contemporaneamente abbiamo le elezioni americane. Questo mix, purtroppo, crea molta instabilità ed è qui che si inserisce la nostra richiesta - è ancora di più la richiesta al Governo che viene dal Partito Democratico - di alzare il livello per costruire un'iniziativa diplomatica sempre più forte, perché purtroppo questo è quello che ancora manca. Manca perché non c'è un'attenzione ancora forte, sapendo che l'iniziativa diplomatica presenta difficoltà a fronte degli equilibri sul campo ed è il motivo per cui dobbiamo sostenere l'Ucraina senza indugio e senza avere dubbi.

Per noi, lo dico, chiudendo il mio intervento, l'Ucraina oggi è ciò che è stata la Catalogna per George Orwell. Il giorno in cui gli ucraini saranno liberi di sognare la loro vita e di ricostruire le loro città non esisterà più la differenza tra di noi. Solo allora potremo dire di aver reso quel popolo libero, libero di sognare, ma, fatemi dire, avremo ristabilito, anche in Europa, una condizione di libertà, che oggi ancora non c'è, e di preoccupazione, che oggi non c'è. Quindi, bisogna sostenerli senza se e senza ma e continuare in quella direzione (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico-Italia Democratica e Progressista).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Carra'. Ne ha facoltà.

ANASTASIO CARRA' (LEGA). Signor Presidente, onorevoli colleghi, signori membri del Governo, l'esigenza di varare un nuovo decreto-legge per consentire la prosecuzione degli aiuti civili e militari all'Ucraina manifestatasi nello scorso dicembre è stata oggetto di valutazioni ai più alti livelli istituzionali del nostro Paese e deriva da circostanze drammatiche. È passata, infatti, al vaglio del Consiglio supremo di difesa, organo costituzionale di alta consulenza presieduto dal Capo dello Stato, nel cui ambito, lo scorso 11 dicembre, è stata ribadita la volontà dell'Italia di continuare ad aiutare l'Ucraina fino a ristabilire la pace in tutti quei territori stigmatizzati da conflitti, perdite di vite umane, con l'obiettivo di ristabilire vecchi disegni imperiali, apertamente dichiarati da Putin, a discapito della libertà di un popolo e del diritto di autodeterminarsi.

Quanto alle circostanze drammatiche, il prossimo 24 febbraio sarà il secondo anniversario della brutale decisione russa di aggredire l'Ucraina. Una data che ricorda a tutti noi quanto, ancora oggi, anche in Occidente, sia precario e debole il concetto di democrazia, di sacralità e inviolabilità della vita e difesa della libertà. Per questi motivi, onorevole Presidente, onorevoli colleghi, questa guerra è molto più di tutto questo: rappresenta l'idea stessa di libertà, in un modo che si applica molto più direttamente alle nostre nazioni e società di quanto la maggior parte di noi si renda conto. Sì, questa guerra riguarda la lotta per l'integrità territoriale dell'Ucraina. Si tratta anche di difendere lo Stato di diritto e il diritto all'autodeterminazione delle nazioni.

La scommessa di Putin era che l'Ucraina non avrebbe potuto resistere a un attacco russo e che la divisione interna e la dipendenza energetica avrebbero impedito all'Unione europea di venire in aiuto all'Ucraina. I russi parlavano di una guerra-lampo, di un conflitto che avrebbe presto visto capitolare l'Ucraina e il suo esercito alle visioni espansionistiche di Putin. Tuttavia, in questi due lunghi anni, abbiamo assistito all'esempio dato da un popolo, quello ucraino, che ha continuato a combattere e lottare per la propria libertà, resistendo alla forza militare e tattica dell'avversario e alla ferma volontà da parte di tutti i Paesi dell'Eurozona di fronteggiare le diverse criticità, come crisi energetica e carenza di grano, per confermare e mantenere il supporto a Kiev. Non possiamo voltarle le spalle senza che crolli. Se mollassimo Kiev, l'Italia e l'Europa tutta dovrebbero rinunciare alla lotta per la libertà contro l'oppressione (Applausi dei deputati del gruppo Lega-Salvini Premier)! Di qui il decreto-legge di cui oggi votiamo la conversione in legge, un provvedimento che estende al 31 dicembre 2024 l'autorizzazione a disporre l'invio di aiuti civili e militari all'Ucraina sulla base delle stesse disposizioni adottate, all'indomani dell'invasione, il 25 febbraio 2022. Il fatto che si intenda continuare a rifornire di aiuti economici, umanitari ed anche materiali d'armamento non è peraltro incompatibile con la prosecuzione degli sforzi del nostro Governo, volti a promuovere in ambito internazionale l'avvio di un negoziato che porti quanto meno a una tregua. Questo è, quindi, il momento per reimmaginare e rifondare noi stessi. Abbiamo assistito all'unione delle democrazie occidentali e al riemergere del diritto all'autodeterminazione nazionale.

È per noi fondamentale garantire in Italia e in Europa un futuro di libertà. Difendere questo diritto è il minimo che il nostro Paese e l'Unione europea devono fare ed ottenere per le giovani generazioni, in Ucraina e altrove in Europa. Andarsene, di contro, certamente non incoraggerebbe i russi a sedersi al tavolo delle trattative, mettendo a serio rischio l'assetto democratico dei Paesi occidentali. Noi ne siamo convinti, per questo sosterremo la strategia prescelta dal Governo e voteremo a favore dell'approvazione della legge di conversione del decreto-legge n. 200 del 2023 (Applausi dei deputati del gruppo Lega-Salvini Premier).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Lomuti. Ne ha facoltà.

ARNALDO LOMUTI (M5S). Grazie, Presidente. Solo pochi mesi fa - siamo agli inizi di ottobre dello scorso anno -, abbiamo assistito a un siparietto tragico di questo Governo sull'oggetto della discussione di oggi, che è l'invio di armi in Ucraina. Da una parte, abbiamo visto il Ministro degli Affari esteri Antonio Tajani bruciare tutti sul tempo e annunciare l'ottavo pacchetto di invio di aiuti militari all'Ucraina, disintegrando la strategia di questo Governo, che era quella di agire nel sottotraccia, tant'è che, poi, si è visto, dall'altra parte, un infastidito Ministro della Difesa Crosetto intervenire sulle facilonerie del primo, facendo dichiarazioni molto interessanti, innanzitutto, parlando proprio della situazione e di come si è comportata l'Italia. Ha fatto un po' la fotografia da quando è iniziato questo conflitto fino ad oggi e ha affermato, testualmente, che l'Italia ha fatto tutto ciò che poteva fare.

Una seconda riflessione importante è che il Ministro aggiungeva che lo spazio nel quale noi ci stiamo muovendo oggi non è illimitato, perché non sono illimitate le nostre scorte di armi. Infine, ha fatto un'altra importantissima riflessione - e, poi, spiego perché -, dicendo che, quando inviamo le armi, è arrivato il momento anche di decidere cosa si può inviare e cosa non si può inviare, perché siamo entrati in una fase in cui, in base alle scorte militari di armi che abbiamo, possiamo pregiudicare la nostra potenza difensiva del Paese. Questo è molto importante, Presidente, perché, finalmente, il Ministro Crosetto pone sul tavolo del ragionamento politico la questione della sicurezza nazionale, cosa che il MoVimento 5 Stelle aveva già fatto da tempo, non soltanto il MoVimento Stelle, ma i massimi esperti di strategia militare del nostro Paese, che non mancano. Era una situazione prevedibile, Presidente, perché non è soltanto il Governo, c'è stata anche la complicità di questo Parlamento, che ha agito con una - chiamiamola così - colpevole superficialità. Però, qui non siamo nel campo dell'imprevedibile o di un imprevisto, era tutto prevedibile, era matematico, era scontata come previsione.

Come risolvere questo problema? Come potrebbe risolvere il Ministro Crosetto questo problema? Ha tre soluzioni. La prima: smettendo di inviare armi, ma non credo che questo Governo sia propenso a questa prima soluzione. La seconda: continuare ad inviare armi, sguarnendo, però, le nostre difese militari. Immagino che nessun Governo sano di mente possa decidere di percorrere questa seconda ipotesi. Poi c'è una terza via, che è quella di continuare ad inviare armi a Kiev, ma comprando nuove armi per garantire la difesa nazionale. Vuoi vedere che proprio il Governo o, meglio, proprio quel buontempone del Ministro Crosetto ha scelto questa soluzione? Quel buontempone del Ministro Crosetto, negli anni, ha servito sempre gli interessi dell'industria bellica. Guardando un po' quello che arriva in Commissione difesa e, cioè, il costoso programma di riarmo, potremmo benissimo immaginare che sia andata proprio così e, cioè, che il Governo abbia scelto questa terza soluzione.

Ciò anche perché, poi, dobbiamo parlare di costi, perché anche questo interessa ai cittadini, cioè quanto ci costa questa azione governativa? Potremmo parlare, a titolo di esempio, di 800 milioni previsti per i nuovi sistemi di contraerea che devono sostituire i missili Stinger che abbiamo ceduto all'Ucraina.

Presidente, questo ha generato un dilemma non soltanto nel comparto o nell'aspetto politico, non soltanto dubbi oppure centro di discussione da parte parlamentare.

Oggi, anche le nostre Forze armate si pongono un dilemma, e cioè cedere le armi hi-tech all'Ucraina non è che poi ci espone a un pregiudizio difensivo, cioè del nostro potenziale di difesa? Non è che andiamo a diminuire la forza di difesa del nostro Paese? Presidente, noi ci troviamo molte volte, in maniera anche solenne, a ringraziare i nostri militari, ed è giusto. Noi siamo da quella parte, perché ci rappresentano in maniera degna nel mondo, ma, nel momento in cui noi, da una parte, li ringraziamo sempre, giustamente, ripeto, in maniera solenne, dall'altra parte, poi, devono seguire alle parole i fatti, e non mi sembra che lasciare le nostre Forze armate a secco sia un segnale di patriottismo. A me sembra un segnale di tradimento, con un pizzico anche di ipocrisia, Presidente. È questo proprio il punto.

Tornando poi a noi, cioè al tema di oggi, vorremmo sapere quali sono i costi reali, perché ad oggi abbiamo l'impressione che il Governo ce li nasconda, anche in maniera subdola. Perché subdola? Perché, se dobbiamo pensare, a maggio dell'anno scorso, quando questo Governo buttava in mezzo alla strada milioni di cittadini, ammazzando il reddito di cittadinanza, poi arrivava sempre quella manina notturna che inseriva 14,5 milioni di euro per la produzione di munizioni di medio e grande calibro, perché non potevamo lasciare sguarnite le nostre difese rispetto a quello che abbiamo inviato in Ucraina.

Allora, Presidente, il punto è proprio questo. Il MoVimento 5 Stelle non è che si sveglia oggi, è da tempo che denunciamo le bugie di questo Governo sul reale costo delle forniture di armi in Ucraina. È un'operazione che qualcuno ci ha detto che era a costo zero, quel qualcuno è il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Peccato, però, che poi le bugie hanno sempre le gambe corte e qualcuno inizia a sentire la puzza di bruciato. Quel qualcuno non sono questi malfidati del MoVimento 5 Stelle, bensì sono i tecnici dell'Ufficio parlamentare di bilancio.

Credo che un po' di credibilità queste persone debbano averla, una credibilità oggettiva, al di là delle preferenze o meno politiche. E, come già accaduto un anno fa, oggi come ieri, verrebbe da dire “stessa spiaggia, stesso mare, stesso Ufficio parlamentare”, quegli stessi tecnici dicono “guardate, c'è un problema, poniamo dubbi sulla trasparenza che sta utilizzando questo Governo rispetto ai costi reali di questa operazione”, e cioè sul finanziamento zero, così come paventato dalla Meloni, con riferimento a questa operazione, rispetto non soltanto alla logistica - la preparazione, la procedura di invio delle armi, perché anche lì ci sono voci molto importanti di costi -, ma anche e soprattutto al ripianamento proprio delle scorte dei materiali che abbiamo esaurito perché li abbiamo ceduti all'Ucraina.

Ora, Presidente, leggo testualmente il Kiel Institute, che fa un calcolo, e cioè è di circa 700 milioni di euro il valore degli invii bilaterali di armi a Kiev effettuati finora, ai quali, stando agli stanziamenti annuali previsti in manovra, vanno aggiunti almeno altri 500 milioni versati in 2 anni da Roma all'European Peace Facility, che finanzia le forniture europee. Siamo oltre il miliardo di euro, cifra di cui lo stesso Ministro Tajani già parlava un anno fa. Noi ci poniamo delle domande, a questo punto, Presidente, cioè perché questo Governo continua a mentire agli italiani sui costi reali dell'invio delle armi a Kiev?

Perché Meloni, Crosetto e Tajani non hanno il coraggio di dire quanto veramente stiamo spendendo per continuare ad alimentare questa guerra? È arrivato il momento di fare una scelta, e lo diciamo a tutte le forze parlamentari, sia di maggioranza che di opposizione. Oggi bisogna decidere, oggi chi vuole veramente la pace e il bene degli ucraini non soltanto a parole, ma anche con i fatti, deve uscire fuori, deve scegliere. Oggi bisogna scegliere di non alimentare per il terzo anno consecutivo questa guerra inutile e sanguinosa. L'unica scelta che questo Parlamento può fare di buonsenso, usando il criterio della logica e della ragionevolezza, è quella di chiedere in maniera forte un cessate il fuoco, perché solo da lì si può partire verso il processo di pace, per raggiungere la pace attraverso i negoziati.

Presidente, concludo, il nostro appello è: uniamoci per gridare fortemente cessate il fuoco, iniziamo con i negoziati di pace in maniera seria, perché non è facile arrivarci, bisogna costruirli ed è un percorso difficile. Fermiamo l'invio delle armi, fermiamo le armi, fermiamo la guerra (Applausi dei deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Zanella. Ne ha facoltà.

LUANA ZANELLA (AVS). Grazie, Presidente. L'articolo 1 del decreto-legge in esame proroga fino al 31 dicembre 2024 l'autorizzazione alla cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari in favore delle autorità governative dell'Ucraina, prevista dall'articolo 2-bis del decreto-legge 25 febbraio 2022, n. 14, convertito, con modificazioni, dalla legge 5 aprile 2022, n. 28. Il 19 dicembre 2023 il Ministro della Difesa è stato audito dal Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica sui contenuti del cosiddetto VIII pacchetto di invio di materiali ed equipaggiamenti militari all'Ucraina. Questo VIII pacchetto giunge 7 mesi dopo il VII, ovvero il decreto del Ministro della Difesa del 23 maggio 2023. I decreti ministeriali hanno tutti un medesimo contenuto: i mezzi, i materiali e gli equipaggiamenti militari, di cui si autorizza la cessione, sono elencati in un allegato elaborato dallo Stato maggiore della Difesa, che è però classificato, quindi non disponibile. Lo Stato maggiore della Difesa viene anche autorizzato ad adottare le procedure più rapide per assicurare la tempestiva consegna di mezzi, materiali ed equipaggiamenti. Per questa ragione, fatte salve le informazioni che escono sui media, non sappiamo quali armi e mezzi siano stati inviati fino ad ora in Ucraina, a differenza di quanto accade negli altri Paesi europei. La secretazione del documento allegato ai decreti interministeriali si basa su una delle classifiche di segretezza previste dall'articolo 42 della legge n. 124 del 2007, sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica e nuova disciplina del segreto, e non vi è mai stata apposizione del segreto di Stato. È per questo che noi abbiamo chiesto con un emendamento di non applicare le disposizioni della legge n. 124 del 2007 su questi documenti e renderli finalmente integralmente pubblici.

Dobbiamo parlare di armi oggi: parliamone e cerchiamo di farlo in modo non ideologico. Lunedì scorso l'Alto rappresentante dell'Unione europea per gli affari esteri, nel corso di una visita ufficiale a Varsavia, ha dichiarato: “Non solo dobbiamo sostenere l'Ucraina per tutto il tempo necessario, ma per qualsiasi cosa necessaria. Non è solo una questione di tempo: è una questione di quantità e qualità delle nostre forniture. Il modo più rapido, economico ed efficace per aumentare la nostra fornitura all'Ucraina è smettere di esportare verso Paesi terzi”.

L'Unione europea, a marzo 2023, ha approvato un piano da 2 miliardi di euro per incrementare le forniture di munizioni all'Ucraina, impegnandosi a inviare 1 milione di proiettili da 155 millimetri entro 12 mesi, ma alla fine del 2023, come sa bene il Ministro Crosetto, ne erano stati forniti solo 330.000 ed entro la fine di marzo si arriverà forse solo a 520.000. Borrell è convinto che la capacità produttiva dell'industria bellica degli Stati europei sia assolutamente in grado di fornire le munizioni necessarie all'Ucraina purché si interrompano, appunto, le esportazioni di armi verso Paesi terzi.

Parliamo di aziende che producono, tra l'altro, i famosi proiettili da 155 millimetri indispensabili, pare, per la controffensiva ucraina. Si tratta di 11 Stati europei: Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Francia, Germania, Grecia, Polonia, Slovacchia, Spagna, Svezia e Italia. Sottosegretario, ma secondo lei, che di questa materia dovrebbe essere esperto, così come lo è sicuramente il Ministro Crosetto, si potranno ricontrattare le condizioni, i tempi di consegna e quant'altro rispetto a forniture dirette a Paesi come quelli del Golfo? Abbiamo presente quanto incandescente sia lo scenario geopolitico in Medio Oriente e non solo? Borrell, dopo aver visto cadere il suo piano di 20 miliardi di euro, ha puntato all'aumento di 5 miliardi di euro del Fondo European Peace Facility, destinato alle missioni militari all'estero. A noi sembra di assistere a una rincorsa affannosa alle armi senza mai arrivare all'obiettivo. L'impotenza della politica, che si misura esclusivamente in termini di crescita di potenza militare, è sotto i nostri occhi, eppure si continua ciecamente in questa via, incuranti delle catastrofi incombenti. In un contesto di crescente stanchezza internazionale per il protrarsi del conflitto e di relativa paralisi dei nuovi finanziamenti per Kiev, le Forze armate ucraine, sempre più esauste, sembrano concentrarsi più sulla difesa delle proprie posizioni che sulla riconquista di territori in mano alla Russia. Al momento il Cremlino controlla circa un quinto del suolo dell'Ucraina, compresa la Crimea e ampie zone del Sud-est e la regione di Cherson. Secondo un recentissimo rapporto - del dicembre 2023 - dell'intelligence statunitense, riportato da Reuters, fino al 12 dicembre 2023 sarebbero 315.000 i soldati russi uccisi e feriti nei combattimenti. Il Governo ucraino non rilascia il bilancio delle vittime, ma Washington ha riferito, nell'agosto 2023, che il numero dei morti tra i combattenti ucraini si sarebbe aggirato probabilmente attorno alle 70.000 unità e secondo le stime delle Nazioni Unite i morti civili sarebbero 10.000. L'Ucraina ha subito un vero e proprio trauma nella sua struttura demografica e anche di questo dobbiamo tenere attento conto. Alla diminuzione di popolazione, dovuta all'emigrazione e al calo delle nascite, si è aggiunto l'esodo di circa 8 milioni di persone, soprattutto donne e bambini. Il tasso di fecondità per il 2023 è caduto allo 0,55, al di sotto dello 0,7 della Corea del Sud, che detiene il record mondiale.

Dei 51.500.000 abitanti del 1989, quando l'Ucraina ha acquisito la propria indipendenza, sarebbero solo 31.100.000 quelli attuali. Secondo fonti Eurostat, 4 milioni di ucraine e ucraini sotto protezione temporanea hanno acquistato la cittadinanza europea. Tra i rifugiati poi alta è la percentuale di coloro che hanno un titolo di studio universitario. Secondo l'Organizzazione mondiale della sanità, il sistema sanitario e sociosanitario in Ucraina è al collasso e la salute psicofisica della popolazione è a forte rischio: un terzo manifesta segni di stress acuto, depressione e uso di sostanze. Se la guerra dovesse finire tra un anno, oltre alle enormi risorse necessarie per la ricostruzione si presenterebbe un drammatico problema di manodopera, compresa quella qualificata e molto qualificata, a causa della diminuzione della popolazione in età lavorativa e rispetto alle altre coorti.

Nel luglio 2023 il Parlamento ha effettuato un focus sui danni ambientali della guerra, che ammonterebbero a ben 52,4 miliardi di euro. Ci sono 2.317 segnalazioni verificate di azioni militari con un effetto ambientale diretto: inquinamento di habitat, acqua, suolo e aria. I bombardamenti dei siti industriali hanno provocato contaminazioni paurose. Ogni esplosione produce gas, polvere, incendi e deforestazioni, per non parlare delle emissioni di CO2 dalle attrezzature militari, che sono altissime. Parte importante dei seminativi saranno inutilizzabili per anni. A causa della guerra in corso l'Ucraina è uno dei Paesi al mondo più contaminati dalle mine. La missione di monitoraggio dei diritti umani delle Nazioni Unite ha confermato che le mine e altri ordigni esplosivi hanno causato ben 116 vittime tra i bambini tra il 24 febbraio 2022 e il 19 novembre 2023.

Ma andiamo a Putin. In vista delle elezioni presidenziali, che si terranno a marzo 2024, Putin insiste su una propaganda insistente, appunto, volta a minare l'idea che Mosca sia isolata a livello internazionale e le posizioni statunitensi - dove pure si avvicinano le elezioni - sulla guerra e sul supporto a Kiev non fanno che dare adito a questa linea. Gli americani sono sempre più divisi sulla guerra e molti parlamentari repubblicani si oppongono in modo attivo a maggiori aiuti. Anche se il Congresso approverà ulteriori aiuti militari per il 24, come pare in seguito ad un accordo bipartisan degli ultimi giorni, questo potrebbe essere l'ultimo stanziamento significativo che Kiev riceverà da Washington. Il mantra sul sostegno all'Ucraina per tutto il tempo necessario si sta trasformando in finché si potrà. Ora che persino Zelensky ammette che i risultati della controffensiva ucraina sono stati deludenti, è più lecito che mai chiedersi se i tempi siano finalmente maturi per negoziare una via d'uscita dal conflitto, che ormai dura da ben due anni. Purtroppo, l'azione di questo Governo si sta limitando solo alle forniture militari. Non c'è traccia di alcuna reale azione diplomatica, di un lavoro per il cessate il fuoco e di un impegno concreto nel trovare una soluzione diversa dalla logica vincitori e vinti.

A maggior ragione, dato il rischio di disinteresse che nei prossimi mesi potrebbe concretizzarsi negli USA nei confronti dell'Ucraina, è proprio ora che l'Unione europea e i suoi Governi nazionali dovrebbero mettere in piedi una nuova strategia. Senza un'immediata iniziativa di pace questa guerra proseguirà purtroppo a lungo e sempre più sanguinosa. È indispensabile farsi carico perciò di uno sforzo negoziale e diplomatico nella consapevolezza della difficoltà e della fatica del percorso, ma ancor più del fatto che questo rappresenti l'unica strada possibile per la fine della guerra, per interrompere ulteriori escalation e allargamenti del conflitto: Quindi, un'immediata iniziativa diplomatica si rende ancora più necessaria per allontanare scenari drammatici per la sicurezza globale in considerazione anche del riesplodere della crisi in Medio Oriente a seguito degli attacchi terroristici multipli e indiscriminati di Hamas in Israele del 7 ottobre e della reazione di Israele che ha travalicato i limiti del diritto internazionale umanitario. La fornitura di mezzi e materiali d'armamento all'Ucraina era stata considerata come uno strumento volto a consentire la determinazione - lo abbiamo sentito anche oggi - di migliori condizioni negoziali. Essa si è rivelata però del tutto insufficiente rispetto a questa ambizione ed è stata persino controproducente, contribuendo invece ad indebolire il ruolo dell'Unione Europea, nella ricerca di una soluzione al conflitto. L'Europa politica, priva di quella difesa comune che era stata sognata a Ventotene, dovrebbe e potrebbe fare la differenza nella costruzione della pace, anche attraverso l'istituzione di un corpo civile di pace europeo, che riunisca le competenze degli attori istituzionali e non istituzionali in materia di prevenzione dei conflitti, risoluzione e riconciliazione pacifica dei medesimi.

Presidente, il nostro gruppo Alleanza Verdi e Sinistra sarà l'unico, credo, a votare contro questo provvedimento, l'unica voce che si leva, con lucidità e coerenza, a difesa dell'articolo 11 della nostra sacra Costituzione e della ragione della vita contro quelle della morte. Come ebbe a dire Papa Francesco, ripeto le sue parole, la pace è sempre possibile, a patto di non rassegnarsi alla violenza della guerra e non dimentichiamo che la guerra è sempre, sempre, sempre una sconfitta. Soltanto guadagnano i fabbricatori di armi (Applausi dei deputati del gruppo Alleanza Verdi e Sinistra).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Della Vedova. Ne ha facoltà.

BENEDETTO DELLA VEDOVA (MISTO-+EUROPA). Signor Presidente, io approfitto della sua presenza e, in un momento in cui mi esprimo, a nome di +Europa, a favore di questo provvedimento e quindi a favore del Governo, signor Presidente Fontana, però per dire, a lei e al Governo, che ci vuole più rispetto per il Parlamento. Lei non è responsabile, signor Sottosegretario, ma nel pomeriggio, neanche mezz'ora prima dell'inizio della riunione della Commissione esteri, dove erano previste interrogazioni, il Governo ci ha comunicato che non ci sarebbe stato nessun suo rappresentante. Ora a me è capitato per numerosi anni di fare il sottosegretario, proprio agli esteri, non mi ricordo che sia mai successo che abbiamo avvisato la Camera mezz'ora prima dicendo ci spiace abbiamo altro da fare. Lo dico a lei Presidente, non so se ne era al corrente, però io credo che serva anche su questo un richiamo forte. Era già successo che non ci fosse il Governo durante la discussione dei provvedimenti in Commissione esteri, ma che ti avvisino mezz'ora prima dicendo scusate non possiamo, adesso non so cosa abbiano detto.

Sta di fatto, che la riunione con le interrogazioni è stata sconvocata e io ritengo che sia un ulteriore grave episodio di mancanza di attenzione e di rispetto nei confronti del Parlamento. Venendo al provvedimento, sono state dette tante cose, non voglio ripetere cose già dette, però voglio partire da una bella intervista - non sono un fan della RAI in questo periodo - che il direttore Chiocci del TG1 ha fatto a Zelensky pochi giorni fa, un'intervista fatta bene, seria e molto intensa. Vorrei partire dalle parole del Presidente Zelensky perché noi abbiamo sentito parlare, anche casualmente - anche dalla Primo Ministro, Meloni - della fatica - della fatigue - della guerra in Europa e nel mondo occidentale. Zelensky in quell'intervista spiegava la situazione, credo con il rigore dello statista quale, suo malgrado, tutto sommato ha dovuto diventare, e con la passione per la sua terra, il suo popolo e le sue istituzioni democratiche e anche col dolore di chi si è trovato, inopinatamente, immotivatamente, a guidare un Paese sotto aggressione pesante e sotto i missili che continuano a bombardare obiettivi civili in Ucraina anche in questi giorni. Sullo stato dell'arte, diceva Zelensky, sul terreno c'è uno stallo, è un dato di fatto. Ci sono stati ritardi negli equipaggiamenti e i ritardi significano errori. Combattiamo contro terroristi che hanno uno dei più grandi eserciti del mondo. Non bastano le munizioni, ma servono mezzi tecnici moderni. Questa è la domanda. Io ho sentito anche i colleghi critici, cosa gli rispondiamo a Zelensky, Presidente regolarmente eletto in un'oasi di democrazia, difficoltosa e imperfetta, che si spinge verso l'autocrate regime russo? A distanza di due anni è importante, dice Zelensky, che siamo riusciti a difendere il nostro Stato: circa il 26 per cento del territorio è ancora sotto occupazione. L'Ucraina oggi è diversa, è più vicina all'Europa: 50 miliardi di euro sono un aiuto molto importante, vorrei ringraziare tutti. Senza, la difesa sarebbe impossibile, senza questi soldi possiamo perdere ciò che abbiamo. La Russia non si fermerà e dobbiamo renderci conto di tutto questo. Poi Zelensky dice, certo, concordiamo con il popolo italiano sulla necessità di arrivare a un processo di pace, però bisogna che tutti capiscano qual è la situazione.

È ovvio che Zelensky è la prima persona e che il Governo, le istituzioni ucraine siano i primi ad avere l'interesse alla pace. Ma Zelensky ci ricorda che l'obiettivo principale di Putin è privarci dell'indipendenza, rendere l'Ucraina parte del suo impero. Ed io su questo, Presidente, lei che ha esperienza e sensibilità sui temi internazionali, ricordo che noi - non voglio divagare - ci stiamo dimenticando, ad esempio, di quello che è accaduto in questi due anni in Bielorussia. Siamo passati da una speranza, da una prospettiva e anche dall'illusione di molti oppositori di Lukašenka, dall'illusione di una Bielorussia che potesse emanciparsi dall'autocrazia di Lukašenka, che potesse guardare a elezioni libere ed eque, e poi invece abbiamo assistito, inermi e inerti, al precipitare della Bielorussia nel buco nero del regime putiniano. Ormai la Bielorussia è un protettorato. Putin ha imposto una modifica della Costituzione successiva al 24 febbraio del 2022 che ha portato - altro che la NATO che si espande verso Est - alla cancellazione della previsione costituzionale, in Bielorussia, della denuclearizzazione del Paese. Oggi, la Bielorussia è un posto dove Putin può mettere e probabilmente avrà già messo gli ordigni nucleari, certamente con una direzione e un obiettivo, ma tornerò sulla Bielorussia.

Zelensky, poi, diceva in questa intervista - chi vuole andare su RaiPlay, la può ascoltare -: siamo già assuefatti, la gente si abitua alla guerra, ci si è abituati al fatto che migliaia di bambini ucraini siano stati deportati - ricordo che alla Corte penale internazionale de L'Aja Putin è imputato per questo specifico crimine, oltre che per altri: la deportazione dei bambini -, ma quando la guerra arriva a casa tua è impossibile abituarsi, e inammissibile, altrimenti hai perso, hai perso la guerra, hai perso te stesso, hai perso la casa, hai perso la famiglia e lo stesso discorso vale per l'Europa - dice Zelensky - la guerra può arrivare da voi, perché abbiamo a che fare con Putin e quando la guerra arriverà nessuno sarà pronto.

È uscito nelle settimane scorse, ha fatto notizia, poi è stato in parte ridimensionato, un rapporto delle autorità militari tedesche che prevedevano la possibilità che già nel 2024, attraverso un'iniziale guerra ibrida, Putin arrivasse alla guerra in Europa, perché i Paesi baltici sono un pezzo dell'Unione europea, oltre che della NATO, per cercare di alzare lo scontro con la NATO.

Io credo che queste parole vadano ascoltate. Qui, il punto non è di essere militaristi da una parte e non militaristi dall'altra. Io ho ascoltato le parole riprese da Papa Francesco; che la guerra sia una sconfitta è un'affermazione assolutamente condivisibile, ma non aiutare gli ucraini non sarebbe la fine della guerra, sarebbe probabilmente il presupposto per altre guerre d'invasione da parte di Putin. Lei mi chiede - dice Zelensky - cosa dire a chi la pensa diversamente, penso di dire soltanto questa cosa: a cosa serve rischiare e credere che Putin sia diverso da come lo descrivo io e che la strategia della Russia sia diversa da come sostiene l'Ucraina? A chi dice che non è detto che verrà, a cosa serve rischiare, dico che se non è detto che verrà, non è detto che non verrà. E credo che in queste parole ci sia il senso drammatico della decisione che noi dobbiamo prendere e come +Europa siamo al fianco del Governo sulla continuità nell'impostazione che il Governo Draghi diede di sostegno all'Ucraina.

A questo proposito, voglio riprendere un tema che - lo ricordo al Sottosegretario - abbiamo inserito in una risoluzione comune con Azione, Italia Viva e +Europa, in occasione delle comunicazioni del Ministro Crosetto, risoluzione che aveva il consenso del Governo e che è stata approvata a larghissima maggioranza; mi riferisco al tema del finanziamento, del sostegno all'Ucraina e al tema della confisca delle riserve, in particolare delle riserve monetarie russe, nei Paesi del G7. Questo è un tema, signor Sottosegretario, che io mi auguro che l'Italia possa portare al G7, quello cioè di utilizzare le riserve monetarie, sono, grosso modo, 300 miliardi, nemmeno sufficienti per le previsioni di ricostruzione. Io so che questo è un tema non scontato, registro che Biden, negli Stati Uniti, ha rotto il tabù, perché una delle preoccupazioni europee è sempre stata fin dall'inizio, anche per ragioni legate alle valute, alle monete, ai possibili movimenti delle riserve in generale, che bisogna farlo in modo bilanciato, perché altrimenti sarebbe un rischio per l'euro, che è una moneta forte, e siamo contenti che lo sia, ma non è la moneta di riserva, non è il dollaro.

Ora Biden, anche per sfidare o superare il veto miope al rifinanziamento, e tutto rivolto alla campagna elettorale che i Repubblicani al Congresso stanno facendo, cercando di scambiarlo in particolare con le normative sull'immigrazione - e sarebbe drammatico se da parte americana mancasse il finanziamento: i 50 miliardi europei sono stati una scelta importante, che si è riusciti a fare, superando il veto cinico, minacciato dall'autocrate non liberale Orban, che pure sta nell'Unione europea e non so in quale partito europeo finirà -, però, ha rotto gli indugi; quantomeno, ha squadernato il tema sui tavoli delle Cancellerie e questo tema deve essere messo sul G7, a mio avviso, e anche sui tavoli europei. Mi auguro che l'Italia sia protagonista anche di questo, anche se le riserve presenti in Italia dovrebbero aggirarsi sui 2,5 miliardi.

Le remore che c'erano da parte della Banca centrale europea vanno affrontate e prese sul serio, ma possono essere superate. La decisione di confiscare i beni dello Stato russo congelati all'estero, per destinarli alla ricostruzione dell'Ucraina, non è più rinviabile.

Ci sono profili giuridici, ma c'è un profilo giuridico che riguarda anche la confisca di diritto e di fatto, di impianti e di sussidiarie di grandi aziende occidentali, come Danone, Carlsberg, Exxon, ExxonMobil, Lamedia, JSI, Fortum; sono 103 miliardi di dollari secondo The New York Times gli asset sequestrati e confiscati, gli asset occidentali, scusatemi la semplificazione, confiscati da Putin. L'idea si basa su una dottrina ricompresa nel diritto internazionale, quella delle contromisure: se attuata come risposta a un comportamento illecito altrui, uno Stato leso può avviare una controazione a condizione che sia di carattere pacifico, che osservi il criterio di proporzionalità e rispetti lo ius cogens a tutela dei valori fondamentali. Le contromisure spettano allo Stato che ha subìto le lesioni, ma nel tempo si è affermata una prassi, anche se non condivisa ancora al 100 per cento dai giuristi internazionalisti, sull'esercizio di contromisure da parte dei soggetti terzi, quando gli obblighi violati sono di natura erga omnes, come hanno spiegato benissimo - hanno visitato anche questa Camera, ho avuto modo di incontrarle, anche insieme al presidente Tremonti della Commissione - Olena Halushka e Hanna Hopko, che sono promotrici dell'International Center for Ukrainian victory che si occupa di sensibilizzare a questa mossa.

Certo, c'è da fare la mappatura di questi beni, c'è la proposta della Commissione di investirli e in qualche modo di utilizzare da parte della Commissione europea o i profitti degli investimenti o i proventi di chi detiene queste attività, ma è una soluzione minimalista, quella di usare i proventi di questi fondi. E prima acceleriamo sul fronte delle risorse meglio è, make Russia pay, facciamo che siano i russi a pagare per quello che serve nel sostegno all'Ucraina. Io non ho molto da aggiungere.

In questo capitolo farei ricomprendere anche il sostegno alla resistenza bielorussa all'estero, perché anche i fondi bielorussi sequestrati, non credo che possiamo restituirli a Lukashenko. Io credo che, oggi, andrebbero utilizzati per sostenere chi si oppone a che la Bielorussia diventi un protettorato, com'è, definitivamente, putiniano nel cuore geografico dell'Europa. Su questo, si dice troppo poco; è un dato di fatto, lo ripeto, è un dato di fatto, non ci siamo riusciti, perché era un'altra condizione, ma credo che dobbiamo continuare a difendere l'Europa, difendendo l'Ucraina.

Non è retorica, nessuno auspica che la guerra duri e sia sanguinosa, ma abbiamo il dovere etico e politico, da italiani e da europei, di rispondere alle parole del Presidente Zelensky, pronunciate con passione, ma con simpatia, senza alcuna iattanza; rispondere alla necessità di continuare ad aiutare l'Ucraina a difendersi, perché questo significa difendere l'Europa e creare così l'unica condizione per una pace sostenibile. Non c'è nessuna pace sostenibile nella vittoria del colonialismo imperiale di Putin. Non c'è nessuna pace sostenibile per l'Europa senza un ridimensionamento di Putin in Europa e, magari, anche in Africa, ma ne parliamo un'altra volta. Quindi, daremo, come +Europa, il sostegno a questo provvedimento (Applausi dei deputati dei gruppi Misto-+Europa, Azione-Popolari Europeisti Riformatori-Renew Europe e Italia Viva-il Centro-Renew Europe).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole De Monte. Ne ha facoltà.

ISABELLA DE MONTE (IV-C-RE). Grazie, Presidente. Sottosegretario, colleghi e colleghe, credo che il diritto di libertà debba appartenere a tutti i popoli. Credo che tutti i popoli abbiano il diritto, ma anche il dovere e la responsabilità di cercare la propria libertà, qualora questa venga perduta. Signor Presidente, lo diceva poco fa anche il collega Della Vedova, è vero, rischiamo concretamente di assuefarci a queste notizie, purtroppo, di uccisione, non solo dei militari, ma anche dei civili ucraini. E, in realtà, tutto questo - lo sappiamo bene - non deve accadere, non dobbiamo assolutamente assuefarci. Dobbiamo combattere, in realtà, affinché tutto questo possa terminare, perché ogni vita persa è una responsabilità di tutti noi e di tutti coloro che devono difendere la libertà, perché difendere la libertà significa difendere la vita.

E poi, la solidarietà. Questo è un principio europeo, la solidarietà tra i popoli. Però non può essere un concetto astratto, doveva essere un concetto assolutamente concreto. E questa concretezza dev'essere espressa attraverso gli strumenti. Oggi, questi strumenti - lo dobbiamo dire - sono le armi che devono essere utilizzate, strumenti che consentano al popolo ucraino di difendere la propria terra e la propria vita, ma anche di pensare un domani, speriamo prossimo, di avviare di nuovo una vita normale. Mi rendo conto che questo argomento è davvero futuristico in questo momento, ma sappiamo bene che una delle offese peggiori che sono state fatte da parte della Russia è anche la distruzione di buona parte del patrimonio culturale, perché questa volontà è ben precisa, cioè distruggere l'identità di un Paese. E quindi, noi, come Italia, avendo, peraltro, un grande patrimonio culturale, siamo già in campo e lo saremo anche per questa prospettiva, che speriamo non sia troppo lontana nel tempo.

Ma dobbiamo anche dirci altrettanto schiettamente che, invece, non supportare l'Ucraina non solo significa non rispettare la libertà di un altro popolo, ma significa, concretamente, purtroppo, consegnare l'Ucraina alla Russia. E a chi dice che l'invasione russa non ci deve riguardare, dobbiamo dire che è importante, invece, ricordare che l'Ucraina sta difendendo anche i confini dell'Unione europea. Altri colleghi l'hanno detto, ma credo sia importante ricordare il rischio concreto - certamente ancora attuale, se ne parlò all'inizio, purtroppo, dell'invasione russa nei confronti dell'Ucraina - che riguarda anche i Paesi baltici. Quindi, anche in questo senso, dobbiamo essere attenti e non possiamo considerare esaurito il rischio solamente nel fatto che ci sia questa guerra in corso.

E poi, se questo non è avvenuto, dobbiamo riconoscerlo, è perché vi è stata una forte azione comune da parte dell'Unione europea: c'è stata, ad esempio, per il regime delle sanzioni; c'è stata anche per il regolamento sulle munizioni. E la questione della compattezza è importante anche nel sostenere la prospettiva dell'ingresso dell'Ucraina nell'Unione europea. Con riferimento a questo, però, non c'è stato un senso di unità, che oggi, sì, abbiamo recuperato, ma che ha avuto un passaggio problematico. Infatti, sappiamo bene che, nel Consiglio europeo di dicembre, in realtà, questa unanimità non è stata espressa, perché vi è stato un veto, sia pure improprio, ma comunque in quel consesso l'Ungheria non si è espressa immediatamente a favore. Fortunatamente, questo passaggio, comunque, è stato risolto la settimana scorsa, nel Consiglio straordinario, con l'avvio e il riconoscimento di questi fondi straordinari proprio per sostenere l'Ucraina nella sua guerra. E, ovviamente, questo è un segnale non soltanto finanziario, ma anche - lo dobbiamo riconoscere - politico.

PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE SERGIO COSTA (ore 18,10)

ISABELLA DE MONTE (IV-C-RE). Però, comunque, c'è ancora qualcuno, anche in quest'Aula, che professa un teorico pacifismo. Ma, Presidente, siamo tutti pacifisti, ci mancherebbe altro, guai se non fosse così. Però, un conto è essere pacifisti e un conto è pretendere, invece, l'assenza delle armi, perché questo significa solamente riconoscere la legge del più forte, significa sostanzialmente dire che chi usurpa ha ragione, significa dire che i crimini di guerra non significano niente. Per me questo non è essere pacifisti, significa un po' abdicare a quel senso di responsabilità, che, invece, noi tutti dobbiamo avere soprattutto quando parliamo di un contesto europeo. E anche in modo molto realistico dobbiamo dirci, però, che questo pacifismo, cioè l'assenza della guerra, invece, è una prospettiva che, magari, non abbiamo nel breve termine. Questo dobbiamo dirlo. E purtroppo i rischi geopolitici si sono anche moltiplicati, se pensiamo alla situazione in Medio Oriente, ma anche alla situazione che si è creata nel Mar Rosso, dove oltretutto vi è un danno anche di carattere commerciale ed economico, perché le navi, per evitare questi rischi, devono circumnavigare l'Africa, se non ritengano di affrontare, appunto, il rischio, con un aumento dei costi e, addirittura, in alcuni casi, trovandosi del tutto fuori luogo e fuori dal tempo consentito per il trasporto di alcune merci che sono naturalmente deperibili. Per cui, dobbiamo tener presente che è giusto e doveroso - quando riteniamo che ci siano questi soprusi e questi attacchi - esserci e dare una risposta come Paese. E lo dobbiamo anche come Paese che ha conosciuto sulla propria pelle la sofferenza delle guerre e che, quindi, non può assolutamente permettersi di girarsi dall'altra parte.

Aggiungo anche un altro aspetto, visto che parliamo di Medio Oriente, e cioè che i droni che Putin utilizza per attaccare l'Ucraina sono forniti dall'Iran, lo Stato etico! Lo Stato etico che, oltre a violare costantemente i diritti fondamentali del popolo, interviene anche nei confronti della guerra che esiste oggi per l'attacco di Hamas nei confronti di Israele, intervenendo di conseguenza anche nel supporto agli Houthi, che stanno minacciando i trasporti nel Mar Rosso. E ne stiamo, purtroppo, vedendo gli effetti, come dicevo, perché il trasporto è diventato, per l'appunto, impraticabile. Quindi abbiamo una situazione, obiettivamente, dal punto di vista geopolitico, molto complicata. Per quello io credo che oggi dobbiamo assolutamente rappresentare un senso di unità, anche parlamentare, cioè dobbiamo dare un segnale al Governo nella sua azione. Noi, come forza politica, abbiamo dimostrato in più occasioni che, quando ci sono dei provvedimenti che devono essere supportati e che noi vogliamo supportare, abbiamo espresso anche un voto favorevole. Non l'abbiamo fatto, magari, in contesti economici, perché riteniamo che il Governo non abbia agito nel modo in cui doveva agire, anche con una prospettiva, magari, più lunga nel tempo, per dare le risposte economico-finanziarie che il Paese si attende. Però, in questo caso, soprattutto quando noi parliamo di politica estera, io credo che noi dobbiamo esprimerci in modo coerente con quanto prevede la nostra Costituzione. E la nostra Costituzione prevede esattamente questo, cioè diritti e libertà fondamentali, quei diritti e quelle libertà che oggi sono negati al popolo ucraino. E poi credo che dobbiamo dare un segnale di forza. E in questo senso noi dobbiamo essere di supporto al Paese, proprio alla Presidenza del Consiglio, al Ministro degli Affari esteri, al Ministro della Difesa, affinché, anche nei contesti internazionali, ci possa essere quella forza e quella determinazione che ci deve essere come Paese che ha alle spalle il proprio Parlamento. Chi pensa di fare qualche cosa di diverso, nel senso di far male al Governo, io credo che faccia male al Paese, perché, in realtà, noi abbiamo bisogno di essere rappresentati nei contesti internazionali nel modo più appropriato.

Concludo con una osservazione che riguarda il tema della difesa, perché il Governo, in alcune occasioni, si è espresso a favore di avere un coordinamento a livello di Esercito, ma non nel senso di pensare ad una prospettiva più forte.

Ecco, io invito, Presidente, tramite lei, il Governo a riflettere, in realtà, su questo aspetto, perché non abbiamo certamente, come detto, una situazione geopolitica tranquilla, ma dobbiamo anche pensare che un'organizzazione a livello europeo ci debba essere anche in questo senso. Più volte credo che siano stati anche manifestati degli studi a proposito della convenienza di avere non solo un coordinamento, ma anche degli eserciti comuni. Mi rendo conto che questo è un momento particolare per parlarne, anche perché stiamo andando verso le elezioni europee, ma, al tempo stesso, dobbiamo tener presente che, a livello di Parlamento europeo, è stata espressa una risoluzione molto determinata e molto forte anche a proposito delle riforme istituzionali che si dovranno attuare nei prossimi anni. Di questo dobbiamo tener conto, anche in maniera parallela, rispetto all'ipotesi di allargamento ulteriore dell'Unione europea. Allora, dobbiamo fare le riforme istituzionali ma pensare anche a quali politiche debbano essere integrate e rafforzate al livello europeo. Ebbene, penso che queste politiche debbano riguardare innanzitutto la politica estera che oggi è chiaramente e largamente in capo agli Stati membri e occorre pensare anche seriamente ad una politica della difesa. Credo che, se procediamo fiduciosi verso questa direzione, allora, come Paese, saremo ancora più compatti. Concludo ribadendo il voto favorevole al provvedimento in discussione (Applausi dei deputati del gruppo Italia Viva-il Centro-Renew Europe).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Maiorano. Ne ha facoltà.

GIOVANNI MAIORANO (FDI). Grazie, Presidente. Signor Sottosegretario, onorevoli colleghi, il decreto-legge in esame, avente ad oggetto la proroga, fino al 31 dicembre 2024, dell'autorizzazione alla cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari in favore dell'Ucraina, rappresenta la volontà del nostro Paese di continuare a sostenere in ogni ambito le autorità, ma, soprattutto, la popolazione ucraina nella sua difesa contro l'invasione russa.

Questo decreto, già approvato al Senato, è composto di due soli articoli. Nell'articolo 1 si prevede appunto la proroga fino al 31 dicembre 2024 dell'autorizzazione alla cessione di mezzi, materiali e equipaggiamenti militari in favore delle autorità governative dell'Ucraina, ai sensi dall'articolo 2-bis del decreto-legge del 25 febbraio 2022, n. 14. L'autorizzazione è concessa nei termini e con le modalità stabiliti nella normativa richiamata e previo il necessario atto di indirizzo delle Camere. A tal proposito, si ricorda che l'articolo 2-bis del decreto-legge n. 14 del 2022 autorizza, previo atto di indirizzo delle Camere, la cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari alle autorità governative ucraine in deroga alla legge n. 185 del 9 luglio 1990, agli articoli 310 e 311 del Codice dell'ordinamento militare e alle connesse disposizioni attuative.

L'autorizzazione alla cessione, come tutti sappiamo, era stata già prorogata fino al dicembre 2023 dal decreto-legge n. 185 del 2022, convertito dalla legge n. 8 del 23 gennaio 2023. L'elenco dei mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari, oggetto della cessione, nonché le modalità di realizzazione della stessa, anche ai fini dello scarico contabile, sono definiti con uno o più decreti del Ministro della Difesa, adottati di concerto con i Ministri degli Affari esteri e della cooperazione internazionale e dell'Economia e delle finanze, i quali, con cadenza trimestrale, riferiscono alle Camere sull'evoluzione della situazione in atto. Facendo riferimento alle cessioni in oggetto sono stati, finora, emanati otto decreti ministeriali: l'ultimo del 19 dicembre 2023, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 29 dicembre successivo. I mezzi, i materiali e gli equipaggiamenti militari, di cui si autorizza la cessione, sono elencati in un allegato cosiddetto classificato, elaborato dallo Stato maggiore della Difesa, che adotta le procedure più rapide per assicurarne la tempestiva consegna.

Per ogni decreto-legge in questione e per ogni pacchetto, così come previsto, il Ministro della Difesa è stato ovviamente audito presso il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, il Copasir. Così come si legge nella relazione tecnica dalla cessione di armi non derivano nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica, tenuto conto che i materiali e i mezzi oggetto di cessione sono già nelle disponibilità del Ministro della Difesa, mentre eventuali oneri ad essi connessi saranno sostenuti nell'ambito delle risorse disponibili a legislazione vigente.

La proroga, che oggi andiamo a esaminare e successivamente a votare, rappresenta un passo fondamentale per il Parlamento che dovrebbe sostenere con compattezza, consapevolezza e, soprattutto, con convinzione.

Questa proroga, signor Presidente, va autorizzata non per gloria, non con piacere, ma per dovere e consapevolezza di fare la scelta giusta. Abbiamo il dovere di rimanere responsabili davanti agli impegni assunti nell'ambito delle Nazioni Unite, dell'Unione europea e dell'Alleanza atlantica. Questa proroga va deliberata per raggiungere l'obiettivo di affrontare e risolvere la crisi internazionale attualmente ancora in atto in Ucraina, crisi che, come tutti purtroppo sappiamo, influenza, in maniera concreta, i vari equilibri geopolitici, minando, allo stesso tempo, la nostra stabilità internazionale.

Il conflitto impone all'Italia una scelta di coerenza, una scelta di serietà, una scelta responsabile, una scelta che si traduce necessariamente con il nostro sostegno a Kiev, in linea con gli impegni assunti in sede internazionale. Il nostro sostegno non può cessare, il nostro aiuto deve proseguire con l'invio di armi per aiutare il popolo ucraino a difendersi e a combattere per la propria libertà (Applausi dei deputati del gruppo Fratelli d'Italia), a difendersi, mai per attaccare.

Il nostro aiuto è giusto e doveroso, così come la nostra solidarietà e vicinanza verso un popolo che sogna e merita una vita dignitosa, senza più guerra, senza più la Russia e i suoi soldati nelle loro abitazioni e nella loro vita.

Come in più occasioni hanno già ribadito sia il Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, sia il nostro Ministro della Difesa, Guido Crosetto, il nostro sostegno all'Ucraina deve rimanere forte e totalmente inalterato. Anche questo pacchetto di equipaggiamenti e sistemi d'arma sono volti solo e soltanto a rafforzare le capacità difensive dell'Ucraina, mi ripeto: mai per attaccare.

Il nostro concetto cardine deve essere quello che, in questa guerra, c'è un aggressore e un aggredito, un Paese che bombarda, ogni giorno, obiettivi civili e militari, provocando morti e feriti; un Paese che ripetutamente viola le norme del diritto internazionale e della Carta ONU; un Paese che non riconosce la sovranità di un popolo, Stato vicino, e che non rispetta il suo popolo così come non rispetta ogni regola di convivenza civile; un Paese che invade ed un Paese che è costretto a difendersi e che non può e non deve rimanere solo.

La situazione è molto complessa, ma fare ora un passo indietro o fermarsi sarebbe un grande errore strategico e politico. Siamo e saremo al fianco dell'Ucraina e delle sue Forze armate, finché non cesseranno gli attacchi russi.

Sosterremo il popolo e le istituzioni ucraine, allo stesso tempo, rafforzando l'impegno diplomatico e le politiche dell'Unione europea per arrivare ad una giusta e sicura pace. Concludo, Presidente. E' vero, ci piacerebbe essere qui sicuramente per parlare di altro, ci piacerebbe parlare e presentare soluzioni in favore degli italiani, delle fasce più deboli, dei pensionati. Ci piacerebbe parlare di Italia e di italiani, ci piacerebbe, certo, ma, prima del nostro piacere, esistono le responsabilità, esiste la coerenza e, soprattutto, esistono la serietà e la responsabilità di mantenere gli impegni presi in sede internazionale. Ma quello di oggi, Presidente, è, comunque, un modo, forse indiretto, di tutelare i cittadini, perché mantenere coerentemente fede agli impegni presi in ambiti internazionali significa sempre e comunque parlare degli interessi della nostra Nazione e degli italiani e, per tutti questi motivi, si propone all'Assemblea l'approvazione del disegno di legge in esame (Applausi dei deputati del gruppo Fratelli d'Italia).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Quartini. Ne ha facoltà.

ANDREA QUARTINI (M5S). Grazie, Presidente. Colleghe e colleghi, vorrei iniziare questo dibattito, questo confronto fra noi, citando una poesia di Eugenio Montale, che chiudeva Ossi di seppia, nel 1925, “Non chiederci la parola”, con la seguente quartina: “Non domandarci la formula che mondi possa aprirti, sì qualche storta sillaba e secca come un ramo. Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”. Erano tempi cupi, incastrati fra guerre e dittature, una generazione disorientata, non si riconosceva più negli ideali del passato questa generazione. Anche oggi viviamo tempi cupi, fra guerre più vicine, sempre più vicine, ritorno di fantasmi dal passato che si pensavano evaporati, in ambiente sempre più fragile, paura del disastro nucleare, che cancellerebbe tutte le nostre sicurezze e il nostro futuro. Anche noi ci sentiamo spesso disorientati, delusi, ma anche noi possiamo dire, con tutto il fiato che abbiamo nel petto, ciò che non siamo e ciò che non vogliamo: non siamo portatori di morte, non vogliamo la guerra (Applausi dei deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle).

Oggi il Governo chiede di prorogare l'autorizzazione alla cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti, anche militari, a favore dell'Ucraina. Sono convinto che nessuno di coloro che appoggerà questa autorizzazione accetterà di essere definito un portatore di morte e quasi tutti si diranno contrari alle guerre in genere, per poi, con non così sottili distinguo, affermare che questa sia una guerra necessaria per proteggere la sovranità ucraina, per evitare che un dittatore, Putin, si impossessi di terre non sue e imponga la sua legge ad altri Paesi impauriti. Si disquisirà in maniera, più o meno, tecnicamente ineccepibile su quanto e come la nostra Costituzione permetta l'invio di armi, che, a maggioranza, tutti in questo Parlamento, o quasi tutti, sembrano disposti a finanziarie. Ci si appellerà al fatto che le nostre obiezioni sono obiezioni di una risicata minoranza. Si alluderà di sicuro a come, magari, noi potremmo essere definiti filo-putiniani mascherati.

La giusta guerra, la guerra giusta, che nei fatti viene nutrita da anni, riempiendo gli arsenali con sempre maggiori spese in armamenti, in realtà, è arrivata a un punto critico: senza vincitori sul campo, ma tanti vincitori nelle stanze della politica e degli affari e, fra questi, l'esecrabile dittatore. Forse i filo-putiniani sono coloro che inviano armi. La guerra è da sempre un'opportunità per alcuni, quelli che le sanno scegliere, se non, addirittura, preparare in anticipo. Chi perde sono sempre le persone comuni, quelle che davvero spariscono con i loro ricordi, con i loro affetti, con i loro desideri e sogni sotto le bombe, che continuano a cadere su di loro inarrestabili. Noi siamo dalla loro parte, noi siamo accanto alle vere vittime di ogni guerra, quelli che il poeta romanesco Gioacchino Belli definiva li morti de Roma, pesciolini da frittura, umanità inutile, senza importanza. Noi non siamo con chi considera i morti in guerra come una drammatica necessità, un fenomeno collaterale inevitabile in un contesto più ampio. Noi non vogliamo la guerra, nessuna guerra e non vogliamo essere complici di decisioni che alimentino un pensiero e una prassi bellicisti. Mai e in nessun caso. E votare a favore dell'invio di armi è un gesto di guerra. Non lo pensiamo solo noi. I sentimenti prevalenti della popolazione del mondo occidentale sono di condanna della guerra e di solidarietà verso il popolo ucraino, a cui non vanno fatti mancare gli aiuti umanitari.

In contrasto a questo diffuso sentimento popolare contrario alla guerra, i vari Governi, compreso il nostro, si sono affrettati ad alimentare il conflitto, sostenendo lo sforzo bellico dell'Ucraina con finanziamenti, fornitura di armi e materiali bellici e sanzioni economiche alla Federazione Russa, ma i risultati ottenuti sul campo, Presidente, dopo due anni, sono decisamente fallimentari. Le sanzioni economiche sull'economia russa hanno, addirittura, causato un effetto boomerang sulle economie occidentali, a partire dalla crisi energetica, tuttavia sappiamo bene che esistono soggetti che traggono vantaggi enormi, profitti ed extraprofitti: mi riferisco ai fabbricanti e ai trafficanti di armi, con la loro attività lobbistica in seno a istituzioni, a enti pubblici e privati, non privi di conflitti di interesse. Purtroppo queste speculazioni non riguardano solo la guerra in Ucraina, ma anche la guerra di Israele contro Hamas, che, di fatto, è diventata una guerra, un massacro contro il popolo palestinese, con violazione palese dei diritti umanitari.

Il Doomsday clock, l'orologio dell'apocalisse, che, come sappiamo, anticipa la metafora del rischio di catastrofe nucleare, che al momento della sua ideazione, durante la Guerra Fredda, fu fissato convenzionalmente a 7 minuti dalla mezzanotte, cioè dall'olocausto nucleare, tra la fine del 2023 e l'inizio del 2024 è stato spostato a 90 secondi dalla mezzanotte. Anche non paventando il rischio di un disastro nucleare, bisogna considerare che, a fronte dei danni collegati alle guerre, un viraggio concreto e genuino in senso pacifista delle politiche globali porterebbe enormi vantaggi all'umanità, alle Nazioni, agli operatori economici, basti considerare quali effetti potrebbero esserci se i 2.500 miliardi di dollari che vengono spesi in armamenti fossero dirottati e convogliati, piuttosto, sullo sviluppo tecnologico e a un uso pacifico, su investimenti in ambito di protezione civile, su investimenti volti all'istruzione delle masse, volti al miglioramento delle tecniche agricole e all'infrastrutturazione dei Paesi svantaggiati. Simili politiche, in definitiva, avrebbero l'effetto di distribuire la ricchezza su larga fascia della popolazione, riducendo povertà e disuguaglianze. Al contrario, le politiche del riarmo sono appannaggio di pochi appartenenti alle classi dirigenti e alimentano gli squilibri nella distribuzione della ricchezza.

Presidente, conflitti e ricerca di accordi rappresentano un'esigenza costante nella politica internazionale. Pensi che, nel XIII secolo avanti Cristo, nel 1259 avanti Cristo, venne concluso il primo accordo diplomatico fra Stati in contesa. Quali erano gli Stati in contesa? Erano rappresentati dal faraone Ramses II e dal re ittita Hattušili III. Ebbene, la storia ci insegna che, dopo ogni grande conflitto bellico, abbiamo assistito a grandi congressi succedanei, coltivando ogni volta la speranza non solo di tacitare e, ove possibile, soddisfare le varie e spesso contrapposte pretese statuali, ma di dettare una sorta di Costituzione materiale internazionale, la più duratura possibile, in grado di assicurare pace e stabilità. Ciò è avvenuto nei seguenti più importanti torni storici, che certamente tutti conosciamo: alla Guerra dei trent'anni seguirono i Trattati di Vestfalia, alla Guerra di successione spagnola seguirono i Trattati sottoscritti a Utrecht e Rastatt, alla Guerra dei sette anni seguirono i congressi e i Trattati di San Pietroburgo e Parigi. Il Congresso di Vienna si svolse a seguito dell'uragano napoleonico. Alla Grande Guerra seguì la Conferenza di Parigi, alla Seconda guerra mondiale seguì la conferenza di Yalta e tutto quello che sappiamo. Perché questo brevissimo excursus? Quello che mi preme dimostrare è che, come disse Mark Twain, la storia non si ripete, ma fa rima. Poiché è certissimo che prima o poi la guerra in Ucraina finirà con un trattato finale, allora mi chiedo e chiedo a voi perché continuare a inviare armi e soldi, causando ancora ulteriore morte e distruzione. Perché, invece, non adoperarsi fin da subito, ponendo in essere tutte le azioni e iniziative per anticipare tale momento? Questa è la domanda. La guerra in Ucraina finirà con un trattato, perché non negoziarlo subito? Perché non farlo subito, evitando ulteriori morti ed evitando ulteriori distruzioni? Un primo vero passo verso le politiche di pacificazione dovrebbe andare nella direzione di intraprendere serie iniziative diplomatiche volte a intavolare trattati di pace. In tal senso l'Italia potrebbe diventare capofila di un movimento a livello europeo, e soprattutto l'Italia potrebbe diventare promotrice di una maggiore integrazione fra i Paesi dell'Unione europea, che potrebbero porsi quali protagonisti e equilibratori degli scenari politici e geopolitici globali, piuttosto che, come accade oggi, quali soggetti subalterni agli USA nella continua contrapposizione e antagonismo tra questi e la Cina, tra questi e la Russia.

L'Europa deve contribuire alla fine della guerra. Più in generale oggi, piuttosto che nelle circostanze storiche citate, il mondo è in piena anarchia. E, pur auspicando di non potersi configurare un'ennesima guerra costituenda a causa della presenza di circa 30.000 testate nucleari sparse per il mondo, tuttavia ciò non impedisce che si senta come indispensabile, quasi vitale, come in passato, progettare e convocare velocemente un congresso mondiale, evidentemente emancipato dai veti del Consiglio di sicurezza dell'ONU, per il quale forse è maturo il tempo della sua democratizzazione, ovvero di coinvolgere l'umanità intera e rappresentarla. A tale congresso sarebbe utile che partecipassero, oltre ai grandi attori internazionali già noti, Europa, USA, Russia, Cina e India, anche rappresentanti sia del mondo arabo sia dell'Africa sia dell'America iberica. Obiettivo di tale congresso, come in passato, dovrebbe essere occuparsi di appianare le controversie in atto e quelle pronte a deflagrare - per esempio, mi riferisco a Formosa -, ma soprattutto dovrebbe essere capace di formulare i princìpi per il futuro. Insomma, quello che voglio sottolineare è che la decisione di proseguire ad inviare risorse in Ucraina e ultimamente infilarsi militarmente nel Golfo Persico serve solo a distogliere risorse da altri fini, come la sanità, la scuola, gli aiuti umanitari, ritardare, come già detto, l'imprescindibile soluzione diplomatica e, non da ultimo, acuire le tensioni.

Noi tutti in quest'Aula siamo consapevoli di rappresentare uno Stato, l'Italia, che, nonostante l'illusoria prosopopea nazionalista di qualcuno, ha scarsissima influenza nell'area e nell'arena mondiale, sia in termini economici sia politici che militari. Cosicché, se proseguiamo contribuendo ad armare il mondo, invece che a pacificarlo, e nel tempo residuo ad occuparci di treni fermati inopportunamente e di quadri che appaiono e scompaiono, fra un secolo nessun libro di storia dedicherà un solo rigo a noialtri. Viceversa, per storia e tradizione l'Italia può mettere sul piatto una indiscutibile vis storica, culturale e diplomatica, come ho già avuto modo di ricordare in un precedente intervento in quest'Aula. Pensate all'influenza che ebbe Roma non solo nel Mediterraneo - persino la Casa Bianca, o il Campidoglio, degli Stati Uniti sono un retaggio romano - con il diritto, il Rinascimento, il Machiavelli.

In conclusione, mi chiedo, Presidente, perché non osare e avere l'ardire di affermare, come Fantozzi, che “la corazzata Potemkin è una c… pazzesca”, ovvero che l'uso delle armi è pura follia (Applausi dei deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle). Non credete che avrebbe una tale eco nel mondo che, come nel film, susciterebbe miliardi di applausi liberatori?

Mi piacerebbe che tutti in quest'Aula, a prescindere dall'orientamento politico nazionale, cominciassimo ad avvertire dolori intestinali al solo pensiero che i principi relativi alle relazioni internazionali descritti nella Guerra del Peloponneso di 2.500 anni fa siano i medesimi ancora in vigore oggi, nonostante gli innegabili sviluppi della storia, della cultura e della civiltà in genere, con l'affermazione di diritti umani, tutela dei più deboli, dei fragili. Per paura o per interesse di pochi si spendono oltre 2.500 miliardi di dollari all'anno in armi. L'Europa finora ha dato oltre 41 miliardi di euro in armi all'Ucraina e solo 8,3 miliardi in aiuti umanitari. In tutto, l'Occidente ha inviato in 2 anni a Kiev circa 95 miliardi in armi. È osceno, potrei perfino dire, come in un film di Coppola, è stupido, stupido, stupido, pensando a cosa l'umanità potrebbe realizzare in alternativa con importi simili. Ci sono momenti nella storia che richiedono un'accelerazione, Presidente e perché non cominciare proprio noi, oggi, in quest'Aula, affermando tutti insieme con forza: basta armi, tutte le armi compresi - azzardo dire, visti i tempi che corrono - i coltelli da cucina. Questo è il più bel regalo che possiamo fare ai nostri successori.

Consentitemi una battuta nel finale. Potremmo così smentire quella diceria che circola fra gli astronauti, ovvero che la dimostrazione che vi sono forme di vita intelligenti nell'universo deriva dal fatto che non sono mai venute qui (Applausi dei deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Fassino. Ne ha facoltà.

PIERO FASSINO (PD-IDP). Grazie, Presidente. Come ha ricordato il Sottosegretario in apertura del suo intervento, nella notte Kiev ha subito un durissimo bombardamento che ha prodotto altre distruzioni. Metà città è senza collegamenti energetici ed elettrici, altre vittime hanno pagato l'aggressione russa. È la dimostrazione del fatto che la Russia non sta demordendo e che continua a perseguire l'obiettivo di vincere questa guerra, come fin dall'inizio la Russia ha annunciato e ha praticato.

È una guerra che si trascina da 2 anni, certo, 2 anni di distruzioni, di vittime, di barbarie. Non dimentichiamo il massacro di Bucha e di altre città. È una guerra che ha dissestato gli equilibri internazionali, facendo saltare gli Accordi di Helsinki, facendo maturare una divaricazione, che via via si è allargata, tra l'Occidente e quello che viene chiamato il Global South, determinando l'accelerazione di una condizione di anarchia internazionale che già c'era. Credo che noi non possiamo prescindere da questo contesto nel valutare il conflitto e anche quello che stiamo decidendo.

Certamente, c'è una condizione di stallo militare. Nonostante i molti tentativi, l'esercito ucraino non riesce a recuperare più di tanto del terreno occupato dai russi e i russi, pur avendo una potenza di fuoco molto più grande, stentano ad andare oltre quello che hanno occupato fin qui. Il rischio è una condizione di guerra di trincea che possa continuare ancora per un lungo periodo. Di fronte a questo scenario giustamente ci si pone una domanda.

Se gli amici del MoVimento 5 Stelle permettono, potremmo anche intervenire…

PRESIDENTE. Colleghi, per cortesia, vi prego.

PIERO FASSINO (PD-IDP). …anche perché vorrei interloquire con l'intervento che il collega Quartini ha fatto (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico-Italia Democratica e Progressista e del deputato Deidda).

PRESIDENTE. Chiedo scusa, onorevole Fassino, per l'interruzione. Prego.

PIERO FASSINO (PD-IDP). Quindi, è giusto chiedersi, come ci chiediamo tutti, quale sia la via d'uscita dopo due anni di una guerra che rischia di protrarsi senza vincitori né vinti. Qual è la via d'uscita e che cosa si fa per costruire le prospettive di un superamento della guerra e di una soluzione politica? È assolutamente giusto e non è in dubbio il fatto che bisogna non rassegnarsi alla guerra e tentare in ogni modo di trovare una via d'uscita politica. Ieri, il Sottosegretario ha evocato una serie di tentativi che sono in corso, compresa l'evocazione, che è stata fatta da più parti, della convocazione di una conferenza di pace. Però, il problema è: perché la costruzione di una via d'uscita è così difficile? Io penso che si sia sottovalutato un passaggio di questa guerra e di questa crisi che è decisivo ed è la decisione di Putin di annettere i territori occupati.

Fin quando con l'esercito occupi un territorio non tuo e poi si arriva a un negoziato, nel negoziato puoi anche decidere di ritirarti. Invece, quando annetti tu dici: quella cosa lì adesso è mia, è irreversibile il processo di integrazione di questi territori e discutiamo a partire da questo. Tanto è vero che sia Putin, sia il Ministro Lavrov, sia il portavoce Peskov dichiarano che sono pronti a discutere a partire dallo stato di fatto e lo stato di fatto è l'annessione della Crimea, già fatta e addirittura sancita con un referendum organizzato da Mosca, e l'annessione delle due repubbliche del Donbass, Lugansk e Donetsk, in cui i testi scolastici sono i testi russi, il prefisso telefonico è il prefisso russo, i cittadini di quei territori sono a tutti gli effetti considerati cittadini russi e parteciperanno, in quanto tali, alle elezioni presidenziali che ci saranno tra qualche mese. Per Putin quei territori sono a tutti gli effetti parte della Federazione Russa e non ha alcuna intenzione di dismetterli.

Allora, la domanda che pongo - e la pongo, per esempio, all'amico Quartini - è la seguente: questo accordo di pace che si deve perseguire, lo si persegue per arrivare a quali conclusioni? Quali sono le frontiere che noi consideriamo fondamentali? Valgono ancora le frontiere dell'Ucraina del 24 febbraio 2022 o partiamo dall'idea che non valgono più? Perché questa è la questione, questo rende difficile l'attivazione di un negoziato. Putin sostiene infatti che quelle frontiere non valgono più e dice: io ho annesso i territori occupati, quelli sono miei e se volete discutere bisogna ridiscutere di frontiere nuove. Gli ucraini dicono legittimamente: scusate, quello era territorio del nostro Paese. Io vorrei sapere - lo chiedo qui e lo chiedo a voi - qual è il dirigente ucraino che può accettare di andare a sedersi a un tavolo di negoziato sapendo che va lì per firmare un accordo in cui rinuncia a un pezzo del suo Paese. È questa la difficoltà e non dobbiamo far finta che non ci sia. Dopodiché, dicendo tutto questo io non mi rassegno. Penso che dobbiamo lavorare per costruire le condizioni per arrivare a un negoziato (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico-Italia Democratica e Progressista) sapendo che questo è il contesto ed è un contesto particolarmente complesso e difficile, perché quello che vuole l'uno è esattamente l'opposto di quello che vuole l'altro e la mediazione non è così agevole e facile come pare a noi in quest'Aula.

Non solo. Infatti, dimentichiamo il motivo per cui Putin ha invaso l'Ucraina. Putin l'ha fatto per molte ragioni ma, essenzialmente, per tre. In primo luogo, per riaffermare un ruolo di potenza della Russia nel momento in cui un crescente bipolarismo Washington-Pechino metteva la Russia nell'angolo.

Quindi, per riaffermare la potenza russa e la potenza si riafferma naturalmente, come ci insegnano i secoli, attraverso le guerre; in secondo luogo, per una cosa che io credo non vada mai sottovalutata, perché nelle classi dirigenti russe - e non solo in Putin - c'è un'idea, cioè hanno la sindrome dell'accerchiamento, c'è la paura di essere accerchiati e di essere accerchiati dall'Occidente, il che la storia conferma perché gli unici rischi che ha corso la Russia alla sua sovranità sono sempre arrivati dall'Occidente, dai Templari a Hitler. Però, il punto è che questa sindrome oggi è infondata, perché da quando è caduto il muro di Berlino non c'è stato alcun atto di ostilità dell'Occidente nei confronti della Russia.

Ricordo che in questo Paese, in un celebrato - forse anche con enfasi eccessiva - vertice a Pratica di Mare si istituì il Consiglio di consultazione NATO-Russia. Non c'è stato un solo atto di ostilità né della NATO né dell'Unione europea nei confronti della Russia dalla caduta del muro di Berlino ad oggi. Allora, questa idea di doversi difendere da un accerchiamento può avere qualche ragione guardando alla storia e ai secoli passati, ma oggi non ne ha nessuna e quella motivazione è del tutto infondata.

Infine, Putin ha scatenato questa guerra per un problema di consenso interno. Va alle elezioni, si presenta come Presidente, si presenta dopo molti mandati, ha un problema di rilegittimazione; è chiaro che invocare la guerra patriottica, come ha invocato, e parlare dell'Ucraina come di un Paese para-nazista, eccetera, eccetera, aiuta a condurre una campagna elettorale che, però, è finalizzata essenzialmente ad accrescere il consenso interno e in nome di questo ha scatenato una guerra, ha disdetto accordi sugli armamenti nucleari, ha messo sotto sopra un equilibrio internazionale, in particolare il rapporto tra Russia e Occidente con quello che questo rappresenta negli equilibri mondiali. Io penso che tutto questo lo dobbiamo vedere e non possiamo, in nome della necessità di una pace che tutti condividiamo, negare e ignorare le dinamiche di questa crisi, le responsabilità di questa crisi ed evitare di arrivare alla fine a pensare che l'aggredito e l'aggressore pari sono, perché questa è una guerra in cui c'è un Paese che è stato aggredito e c'è un Paese che lo ha aggredito.

Quindi, io penso che tutto questo vada tenuto in conto e, dunque, per questo anche sostenere l'Ucraina: intanto perché, come è stato ricordato da altri, l'Ucraina non combatte soltanto per la propria libertà e la propria sovranità ma combatte per una questione di diritto fondamentale che riguarda ciascuno di noi, perché se passa l'idea che sulla base di un atto di forza si manomette l'indipendenza, la sovranità e l'integrità territoriale di un Paese da domani chiunque è legittimato a mettere in campo qualsiasi politica di aggressione e noi non possiamo accettarlo, se davvero crediamo che vadano tutelate e difese la convivenza e la coesistenza nel mondo. Ma poi, proprio se si vuole aprire la strada a una soluzione politica, è fondamentale che l'Ucraina resista, perché se l'Ucraina non resiste e viene travolta non c'è negoziato, non c'è accordo e c'è soltanto la resa e la sconfitta e nel momento in cui c'è il rischio che il Congresso americano non rifinanzi gli aiuti all'Ucraina - e speriamo che non avvenga - c'è una responsabilità ancora maggiore nostra, perché se vogliamo aprire la strada a una soluzione politica è fondamentale ed è prerequisito che non cambino i rapporti di forza sul terreno e che, quindi, l'Ucraina sia messa nella condizione non di invadere la Russia, perché non la può invadere ovviamente, ma di difendere i propri territori, di reggere di fronte all'urto della Russia che, invece, vorrebbe invadere l'Ucraina.

Quindi, chi vuole la pace, chi vuole aprire la strada a un possibile negoziato non può non vedere che oggi è fondamentale garantire che l'Ucraina sia messa nelle condizioni di resistere e difendersi, perché se l'Ucraina resiste, forse si può aprire una prospettiva per una soluzione politica, se l'Ucraina non resiste, non c'è soluzione negoziale, c'è solo la resa e la sconfitta.

E allora il cardinale Zuppi, a cui come sappiamo il Papa ha assegnato un compito di mediazione umanitaria, nel commentare la sua attività ha più volte pronunciato una formula, che io credo debba essere per noi un punto di riferimento. Una pace giusta e sicura, non qualsiasi pace è giusta e sicura.

Nel 1938, quando Chamberlain tornò a Londra dopo aver sottoscritto con Hitler, Mussolini e Daladier il Patto di Monaco, fu accolto all'aeroporto di Londra dai cittadini con i cartelli che lo salutavano come il salvatore della pace. Dieci mesi dopo, Hitler invadeva la Polonia e avviava quella tragedia che noi conosciamo, la seconda guerra mondiale, l'Olocausto, e tutto quello che ha rappresentato. Non qualsiasi pace è giusta in sé. Si è fatto riferimento alla Conferenza di Versailles. La Conferenza di Versailles non fu una pace giusta, tanto è vero che creò le condizioni perché, negli anni successivi, si producesse una crisi drammatica degli equilibri in Europa. Non qualsiasi pace è giusta e sicura. E' giusta e sicura una pace che riconosce il diritto, lo assicura, è una pace condivisa, è una pace in cui ciascuno ha la possibilità di riconoscersi. E allora, certo, dobbiamo lavorare per la pace, ma una pace giusta e sicura. E oggi, spero, per una pace giusta e sicura è fondamentale sostenere l'Ucraina, e fare in modo che l'Ucraina non venga travolta dall'offensiva russa.

Per queste ragioni, noi condividiamo il provvedimento che è stato presentato qui e lo sosterremo con un voto favorevole (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico-Italia Democratica e Progressista).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole De Maria. Ne ha facoltà.

ANDREA DE MARIA (PD-IDP). Signor Presidente, colleghi e colleghe, rappresentante del Governo, oggi la Camera è chiamata a confermare la scelta di sostenere la difesa del popolo ucraino contro l'invasione russa, anche attraverso la fornitura di armamenti. Certo, non è un voto che si può dare a cuor leggero. Intanto, perché il dover rinnovare questo impegno significa che la guerra è ancora in corso, con le sue vittime civili, i suoi profughi, i soldati che muoiono, le sofferenze della popolazione dell'Ucraina. E poi per chi come me, nel suo percorso politico, si è battuto tante volte per la pace, per il dialogo, per la soluzione non violenta dei conflitti, questo voto non era e non è facile. Ma non credo ci siano alternative a continuare il sostegno all'Ucraina. Quel Paese si sta difendendo da un'aggressione che ne ha violato la sovranità, esercitando il suo diritto all'autodifesa, secondo quanto previsto dall'articolo 51 dello Statuto delle Nazioni Unite.

Come sappiamo tutti, nell'articolo 11, la nostra Costituzione afferma che l'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come strumento di risoluzione delle controversie internazionali. Ebbene, la guerra scatenata da Putin contro l'Ucraina risponde esattamente a quanto scritto in quell'articolo della nostra Costituzione. Viene combattuta per togliere la libertà al popolo ucraino e può risolvere con le armi una controversia internazionale. Con altri colleghi eravamo qui nella scorsa legislatura i giorni dell'invasione russa, quando sembrava imminente la caduta del legittimo Governo ucraino sotto i colpi dell'esercito invasore. In quei giorni, fu un intero popolo che si oppose all'aggressione per difendere la propria indipendenza nazionale. Poi vi erano gli aiuti militari degli Stati Uniti e dell'Unione europea. Allora, l'obiettivo di Putin era imporre un cambio di regime nel Paese. Oggi, fallito quell'obiettivo, il regime russo vuole realizzare l'annessione dei territori ucraini. Peraltro, l'annessione formale del Donbass alla Russia rappresenta un ostacolo molto serio rispetto alle prospettive della riapertura di una trattativa di pace e lo ha ricordato poco fa l'onorevole Fassino.

Se oggi venisse meno il nostro sostegno all'Ucraina, l'aggressione russa avrebbe successo legittimando l'uso della forza al di fuori del diritto internazionale. Una legittimazione che aprirebbe la prospettiva di nuove aggressioni e nuovi conflitti, di cui comprendiamo tutti la pericolosità, se ad esempio venissero coinvolti direttamente i Paesi della NATO. E' stata ricordata, sempre dall'onorevole Fassino, la Conferenza di Monaco.

È stata ricordata, sempre dall'onorevole Fassino, la Conferenza di Monaco. Ricordo che, commentandola, Winston Churchill disse - cito a memoria - “potevate scegliere fra il disonore e la guerra; avete scelto il disonore e avrete la guerra”. Dire questo non vuol dire non essere consapevoli che il conflitto in Donbass era in corso prima dell'invasione, ma sapere che la guerra di Putin al popolo ucraino è stato tutto il contrario della messa in campo di un percorso di dialogo per risolvere quel conflitto e non ha fatto altro che alzare il muro di odio, di fronte alle tantissime vittime civili e militari. In questa guerra sono solo i civili ucraini ad essere colpiti e poi tanti giovani dei due Paesi sono trascinati in guerra e muoiono ogni giorno, giovani che combattono al fronte in condizioni terribili. Peraltro, voglio ribadire qui il nostro sostegno a chi in Russia, subendo la repressione del regime, ancora ha il coraggio di alzare la voce contro la politica di guerra di Putin. È fondamentale, di fronte a tutto questo, che non si rinunci ad ogni sforzo per riaprire una prospettiva di pace. Abbiamo chiesto e chiediamo al Governo italiano un maggiore impegno in questa direzione e crediamo serva un maggiore protagonismo dell'Unione Europea. È vero fino ad ora alcuni tentativi di dialogo venuti dall'Europa - penso anche alle iniziative del Presidente francese Macron - hanno proprio trovato in Putin un'assoluta chiusura. Lo sforzo per la pace e il dialogo, però, non deve venire meno. Dobbiamo avere chiaro, però, che proprio il sostegno alla difesa dell'Ucraina è la condizione perché una trattativa di pace possa aprirsi. Senza aiuti l'Ucraina cadrebbe e da allora non si potrebbe parlare di pace ma della vittoria dell'aggressore.

Nel nostro dibattito parlamentare sento evocare una possibile vittoria di Trump nelle prossime elezioni presidenziali americane che porterebbe alla fine del sostegno all'Ucraina. Si dice, quindi, che il sostegno militare oggi va messo in discussione, perché tanto verrebbe meno domani. Certo l'esito di quelle elezioni sarà fondamentale per il mondo e credo che i rischi di una vittoria di Trump non riguarderebbero solo il contesto della guerra in Ucraina. Ma anche e proprio per questo dall'Unione europea deve venire un segnale chiaro di sostegno a chi contrasta l'aggressione e di difesa dei valori democratici. Senza polemiche retrospettive dobbiamo sapere che i legami tra forze populiste europee, Putin e lo stesso Trump, hanno rappresentato una pagina oscura degli anni che abbiamo alle spalle ed hanno contribuito a rafforzare la politica aggressiva di Putin, come con molta probabilità il ritiro dell'Occidente dall'Afghanistan, che è sembrato quasi una fuga, ha rappresentato un via libera a chi voleva mettere in atto azioni di aggressione in altre aree del mondo. Le due guerre che abbiamo ai nostri confini ed i tanti conflitti locali in corso ci richiamano ad aprire una riflessione sulla fase storica che stiamo vivendo. È evidente che siamo di fronte a un contesto che vede la mancanza di un ordine mondiale in qualche modo stabile, è finito il cosiddetto equilibrio del terrore e della Guerra Fredda e anche la stagione dell'egemonia degli Stati Uniti. A inizio anni Ottanta, quando era in campo un grande movimento per il disarmo - quando ho iniziato a fare politica, ne ho parlato all'inizio di questo intervento - contro l'installazione di nuove armi nucleari all'Est e all'Ovest dell'Europa, Enrico Berlinguer disse: se vuoi la pace prepara la guerra, dicevano certi antenati e, invece, la penso come tutti i pacifisti del mondo, se vuoi la pace, prepara la pace.

Ebbene, dobbiamo interrogarci su come costruire la pace quarant'anni dopo, in un contesto di relazioni internazionali così diverso e che ha subito trasformazioni così rilevanti. Un mondo di pace si costruirà se si troveranno le ragioni di un assetto multilaterale delle relazioni internazionali e si rilancerà il ruolo delle organizzazioni sovranazionali. Non è un obiettivo facile, ma è l'unica strada percorribile, perché una dinamica di guerre e conflitti non porti via via a drammi maggiori e a pericoli sempre crescenti. Se pensiamo anche al conflitto in Ucraina è evidente che nelle opinioni pubbliche del mondo, in tante realtà, le democrazie occidentali sono il nemico e comunque non rappresentano un riferimento positivo.

C'è certo il tema della presenza di regimi autoritari, che esplicitamente negano la credibilità delle istituzioni democratiche, un tratto inquietante della stagione che stiamo vivendo, che non possiamo sottovalutare. Comunque, spetta anche a noi dimostrare che il nostro obiettivo non è esercitare una qualche forma di egemonia, ma promuovere un assetto delle relazioni internazionali basato sulla pace e sul rispetto reciproco. Se pensiamo alla storia dell'Europa questo può essere il messaggio che il nostro continente può mandare al mondo. I popoli europei si sono massacrati per secoli in guerre terribili e come sappiamo bene le due guerre mondiali del secolo scorso sono nate in Europa. Il nostro continente ha trovato la strada della pace e della libertà quando si è unito, non perché un popolo si è imposto sugli altri con la forza delle armi, ma perché i popoli europei si sono riconosciuti tra loro e hanno condiviso la strada della democrazia e del riconoscimento delle diverse culture e identità. Un'Unione europea che rilanci il suo progetto di unità e che metta finalmente in campo una politica di difesa comune è fondamentale se si vuole costruire un nuovo equilibrio globale e fermare la spirale dei conflitti che è in atto. Di fronte alla sfida del COVID, l'Europa ha risposto nel modo giusto, con l'acquisto comune dei vaccini, col sostegno della BCE ai debiti sovrani, con il Next Generation EU. Oggi, di fronte al dramma della guerra nel cuore dell'Europa e alle porte del Mediterraneo, è evidente una difficoltà ad essere in campo con la stessa determinazione ed efficacia. Credo che non sia davvero più rinviabile il salto di qualità di una messa in campo di una politica estera e di difesa comune, che è la condizione anche per promuovere la pace e il dialogo nei luoghi di conflitto, con la giusta autorevolezza e la necessaria forza politica e per garantire la nostra sicurezza rispetto a qualsiasi evoluzione dello scenario internazionale.

Un'Europa capace di mettere in campo un'iniziativa di politica estera più forte ed unitaria e una difesa comune sarebbe anche nelle condizioni di chiedere che si riapra la prospettiva del disarmo e del contrasto alla proliferazione delle armi nucleari che, purtroppo, non è più nell'agenda delle relazioni internazionali. Un'Unione europea che speriamo abbia al più presto l'Ucraina tra i suoi Stati membri. Si sta discutendo ancora dell'opportunità della scelta, presa dopo il crollo del Muro di Berlino e la fine dei regimi del socialismo reale, dell'allargamento ad est dell'Unione europea, ebbene, pensiamo a quanto il quadro europeo sarebbe stato più frammentato, più insicuro e più fragile senza quella scelta lungimirante ed oggi quel processo di allargamento può e deve proseguire. Certo, per farlo, rafforzando nello stesso tempo l'Unione europea, serve una nuova governance delle istituzioni europee, che superi il diritto di veto dei singoli Stati. Insomma, l'Europa è chiamata a un salto di qualità, se vuole essere all'altezza della fase storica che stiamo vivendo ed evitare il rischio di drammatici arretramenti anche rispetto ai risultati raggiunti fino a qui. Le politiche europee per tanti anni hanno diviso il dibattito italiano, penso che oggi dobbiamo avere tutti chiaro che, se si vogliono ricostruire le ragioni di un mondo dove prevalgano le ragioni della pace, se si vuole garantire la difesa dei principi democratici, se si vogliono contrastare la guerra e l'uso della forza al di fuori del diritto internazionale, se si vuole garantire la nostra stessa sicurezza, la priorità che dobbiamo condividere è il rafforzamento delle istituzioni europee e la messa in campo di una politica estera e di difesa comune dell'Unione europea (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico-Italia Democratica e Progressista).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Fabio Porta. Ne ha facoltà.

FABIO PORTA (PD-IDP). Signor Presidente, signor Sottosegretario, colleghi, preparando questo intervento ricordavo che quasi due anni fa, era il 30 marzo del 2022, intervenivo a Palazzo Madama, al Senato, proprio sul primo decreto del Governo Draghi sull'Ucraina e, oggi, purtroppo, a due anni di distanza, il rumore dei missili - è di stanotte, come è stato ricordato da alcuni colleghi, l'ultimo bollettino di guerra: almeno 4 morti, a seguito di un'ondata di ordigni abbattutasi sulla capitale ucraina; sembra siano stati almeno 64, tra missili e droni, gli ordigni che hanno colpito Kiev -, ancora oggi, quel rumore occupa il pensiero di chi spera nell'avvio di un processo di pace in Ucraina, per far vincere le ragioni della vita e del buonsenso rispetto a quelle delle armi. Nel frattempo, il Cancelliere tedesco, Olaf Scholz, mette al centro dell'agenda del suo viaggio a Washington di questi giorni la questione Ucraina, in un momento di grande incertezza per gli Stati Uniti sul futuro del sostegno di questo Paese a Kiev.

Avremmo voluto vedere un'Unione europea che, all'unisono, così come fece all'inizio di questa guerra, nel periodo che evocavo iniziando questo intervento, assumesse un'iniziativa più forte, più unitaria, per portare la pace in quell'area a noi vicina e cara, ma un'azione così sinergica, purtroppo, non la vediamo da mesi, un'iniziativa diplomatica forte che vada nella direzione di una soluzione giusta e pacifica.

Invece, in questi giorni, in queste ore, piovono ancora bombe sulla capitale dell'Ucraina, con morti e feriti.

Ecco, signor Presidente, oggi, purtroppo, sono ancora validi gli argomenti di due anni fa a sostegno dell'Ucraina contro l'aggressore russo e lo ribadiamo con convinzione, senza rinunciare, però, a spingere il Governo a cercare con tutte le forze strategie adeguate per arrivare a quella pace giusta che restituisca all'aggredito i territori occupati dall'aggressore. Lo abbiamo già affermato poco più di un mese fa, nella risoluzione connessa alla proroga dell'autorizzazione alla cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari in favore delle autorità governative ucraine e oggi, cari colleghi, ribadiamo - credo che dovremmo farlo tutti insieme, tutto il Parlamento - la necessità di un ruolo più incisivo dell'Italia e dell'Unione europea sul piano diplomatico, in un contesto atlantico e multilaterale, per arrivare a porre le basi di una pace giusta, duratura, capace di generare sicurezza in tutta l'area.

Signor Presidente, oggi la democrazia globale è in crisi a causa di vari conflitti sullo scenario internazionale e quello dell'Ucraina è fondamentale per il futuro delle nostre democrazie, perché è in gioco il diritto di un Paese ad esistere. Allora, la nostra risposta obbedisce ad un altro diritto che si affaccia sulla scena globale, cioè il diritto emergenziale per il quale siamo chiamati a continuare a non rimanere impassibili di fronte all'aggressione russa verso l'Ucraina, aiutando quest'ultima a difendersi, come abbiamo fatto sin dall'inizio e come dobbiamo continuare a fare, in maniera unitaria e a livello europeo, sul piano politico, militare ed economico, per fare in modo che l'Ucraina possa trovarsi prossimamente - lo speriamo - a un tavolo di trattative ma in condizioni paritarie per negoziare una pace giusta. Il Partito Democratico, in questi due anni, ha mantenuto una linea coerente sul sostegno al popolo ucraino, fin dal primo giorno, quando, lo ricordiamo, nell'incertezza, nello stupore, rispetto a quell'attacco che speravamo o pensavamo non sarebbe mai avvenuto, ci siamo trovati invece ad affrontare un'aggressione brutale di una potenza nucleare come la Russia, nel cuore dell'Europa. Molti di noi immaginavano che Putin sarebbe entrato a Kiev con estrema facilità, viste anche le premesse non migliori del contesto internazionale: il ritiro affrettato dall'Afghanistan, il ritiro dalla Siria, l'isolamento dei curdi, un disimpegno americano che era iniziato con Trump. Invece, come europei abbiamo dato, almeno in quel primo momento, una prova di unità. Lo abbiamo fatto con il Governo Draghi, dando un'immagine di serietà e di credibilità che, come sapete, in politica estera, vale più di mille promesse e di mille parole.

È vero che oggi la situazione sul terreno, a due anni di distanza, è più complicata, c'è una fase di stallo, la controffensiva non ha funzionato come volevano i generali e lo stato maggiore ucraino e anche le sanzioni probabilmente non hanno funzionato fino in fondo, con l'eccezione di sanzioni individuali nei confronti di Mosca e della Russia. Tutto questo, tuttavia, non può essere una scusante, non può essere un elemento che fa venir meno il nostro chiaro sostegno, senza “se” e senza “ma”, lo ripetiamo, a fianco del popolo ucraino che è stato brutalmente aggredito. Di fronte all'aggressione, come sancito dalle convenzioni internazionali e, in particolare, dall'articolo 51, più volte richiamato, della Carta delle Nazioni Unite, l'aggredito ha il diritto-dovere di difendersi, esigendo in tutte le sedi e lottando in tutti i modi per il rispetto della sovranità nazionale che mai, dico mai, può essere oggetto di invasioni o aggressioni arbitrarie. Ecco, in questo senso, secondo questi princìpi, il decreto oggetto della discussione di oggi proroga l'autorizzazione alla cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti a favore dell'Ucraina. Un'autorizzazione - lo ripetiamo, non casualmente, in quest'Aula - concessa nei termini e nelle modalità stabilite dalla normativa richiamata e previo atto di indirizzo delle Camere. Una richiesta che è stata più volte sottolineata dal nostro gruppo parlamentare. Nell'atto votato da questo Parlamento il 10 gennaio 2024, la Camera, in seguito alle comunicazioni del Ministro della Difesa, ha approvato chiare risoluzioni in merito, compresa quella presentata dal nostro gruppo parlamentare, a firma della nostra capogruppo Chiara Braga, nella quale il Partito Democratico ha chiesto, in particolare, al Governo di impegnarsi a sostenere il ruolo dell'Italia in un rinnovato e più incisivo impegno diplomatico e politico dell'Unione europea, in collaborazione con gli alleati NATO in un quadro multilaterale, anche con l'auspicio di poter ospitare una futura conferenza di pace proprio qui a Roma, per mettere in campo tutte le iniziative utili al perseguimento di una pace giusta e sicura. Abbiamo anche chiesto di continuare a garantire pieno sostegno e solidarietà al popolo e alle istituzioni ucraine, mediante tutte le forme di assistenza necessaria, al fine di assicurare quanto previsto dall'articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite.

Solidarietà e assistenza attiva, quindi, e sostegno all'autodifesa: ecco quello che noi chiediamo. Voglio dire anche ai colleghi che si sono espressi in maniera differente in quest'Aula che non si tratta affatto di bellicismo, un termine, credo, usato a sproposito, mancando anche di rispetto a coloro che, come me e come la comunità del partito e del gruppo parlamentare che rappresento, si riconoscono pienamente nell'articolo 11 della Costituzione che ripudia la guerra come mezzo di soluzione delle controversie internazionali. Credo che nessuno di noi pensi che la guerra sia il mezzo per risolvere questa controversia ma, con altrettanta coerenza e convinzione, nessuno di noi crede che l'Ucraina non debba esercitare il suo diritto a difendersi e che la comunità internazionale, Europa in primis, non possa aiutare con tutti i mezzi possibili l'eroica resistenza del popolo ucraino. Il sostegno militare e umanitario - non dimentichiamoci l'accoglienza ai tantissimi profughi ucraini nel nostro Paese - deve quindi camminare di pari passo con la ricerca della pace. Le due cose non sono affatto in contraddizione tra di loro, anzi. Serve un'iniziativa diplomatica degna di questo nome, serve che il Governo italiano faccia quello che, come ha candidamente ammesso il nostro Ministro della Difesa, finora non ha mai fatto, cioè determinare l'Europa a farsi carico di un'iniziativa politica, anche per rendere chiaro che quanto sta accadendo oggi, nello stesso Medioriente e nel Mar Rosso, non ci può e non ci deve distogliere dal nostro sostegno all'Ucraina.

Cosa aspettiamo, allora? Aspettiamo le elezioni europee? Aspettiamo le elezioni americane? Sarebbe sbagliato perché, a prescindere dagli equilibri a Strasburgo e dalla posizione degli Stati Uniti, questa guerra è alle porte di casa nostra ed è una guerra contro un Paese candidato all'ingresso nell'Unione europea. Una forte iniziativa politica è necessaria prima che le varie tensioni che hanno trovato la stura dopo l'aggressione all'Ucraina si saldino reciprocamente, dando vita a quella che, amaramente, Papa Francesco ha chiamato la Terza guerra mondiale a pezzi. Già oggi, dal Mar Rosso, passando per l'Africa e arrivando fino all'Indopacifico, si vedono sullo sfondo gli stessi attori, le stesse alleanze, le stesse strategie e finalità, che diventano sempre più convergenti e a tutti noi segnalano un ritardo, un limite, una mancanza dell'Europa.

Vi è, infine, un altro tema. L'Italia quest'anno ha la Presidenza del G7 e in questo consesso credo che abbiamo il dovere di prendere un'iniziativa concreta in direzione di una pace giusta. Dobbiamo costruire le condizioni per discutere di architettura della sicurezza europea. Sarebbe anche interessante sapere cosa pensa in proposito il nostro Governo, visto che la Russia ha fatto saltare tutti i trattati precedenti di non proliferazione delle armi.

Dovremmo capire se c'è un piano italiano dentro il G7 per capire come riaprire un confronto sull'architettura di sicurezza europea e come costruirlo. Il Partito Democratico, nel suo DNA, ha il tema della costruzione europea. Più volte, abbiamo chiesto a un Governo che si è autoproclamato sovranista cosa pensa in proposito. Noi pensiamo che tutte le partite, anche questa, si vincano e che anche gli interessi nazionali si vincano passando dall'Europa. E guardate, noi non ce lo auguriamo, ma se il prossimo anno Donald Trump dovesse vincere le elezioni negli Stati Uniti, si aprirebbe una partita nuova, perché con il noto disimpegno di Trump, dai forum multilaterali e dalla diplomazia multilaterale, sarebbe ancora più difficile cucire in un momento di fragili divisioni come questo. E allora ci vorrà qualcuno che tiene insieme le fila della diplomazia internazionale. E vorremmo sapere, anche in prospettiva del G7, cosa pensa di fare e quali iniziative pensa di mettere in campo il nostro Governo, perché, se Trump ci dovesse lasciare da soli con questa responsabilità, cosa potrebbe fare un'Europa rispetto a una sfida sempre più aggressiva da parte di Putin, che potrebbe anche riguardare gli equilibri nella politica estera europea?

E mi rivolgo, infine, anche a tutta l'Assemblea, rispetto al tema della guerra. Sappiamo tutti, l'ho detto, che l'Italia ripudia la guerra e vogliamo tutti ribadire la nostra coerenza con questo principio. Nessuno di noi pensa neanche lontanamente che l'uso delle armi possa servire come risoluzione dei contenziosi che esistono in questo pianeta. A questo principio, però, ci atteniamo anche votando questo disegno di legge, perché non stiamo alimentando un conflitto con il nostro imperialismo. Al contrario, stiamo aiutando un popolo a difendere il suo territorio, perché questo popolo è stato invaso dai russi. E ho la sensazione, cari colleghi, che nel furore della polemica politica non ci si ricordi sempre una realtà semplice, e cioè che non c'è una guerra tra Ucraina e Russia, ma un'invasione della Russia del territorio dell'Ucraina.

Noi potremmo anche aderire a un pacifismo unilaterale, ma allora dobbiamo essere chiari e sapere che questo eventuale rifiuto a dare le armi agli ucraini per difendersi, significherebbe lasciare via libera a Putin con tutto quello che è stato, a dispregio del diritto internazionale e dei princìpi elementari.

Concludo, ricordando che, un mese fa, la segretaria del nostro partito, Elly Schlein, intervenendo proprio sul voto alla risoluzione sull'Ucraina, confermava con queste parole la determinazione e la coerenza della posizione del nostro partito, del nostro gruppo parlamentare, ribadendo che il Partito Democratico ha votato compattamente la sua risoluzione, in cui c'era tutto quello che ci doveva essere. Abbiamo sostenuto il prosieguo di ogni forma di assistenza al popolo ucraino, necessario alla sua difesa da un'invasione criminale che subisce da due anni a questa parte, ma abbiamo aggiunto, nella stessa risoluzione, una cosa per noi estremamente importante, cioè la richiesta, la necessità di uno sforzo diplomatico dell'Unione europea per riuscire a creare le basi che portino alla cessazione di questo conflitto e a una pace giusta e sicura innanzitutto per l'Ucraina.

Signor Presidente e cari colleghi, aiutiamo allora l'Ucraina, guardando al mondo e a noi stessi per riaffermare il valore della democrazia, che non è un'illustre sconosciuta, ma è quella grande forma di convivenza che è nata proprio dal pensiero politico europeo.

Allora, questo provvedimento - e concludo davvero - è un atto che si inserisce in questo solco, si inserisce nella nostra sincera ricerca di pace e sicurezza, è un contributo alla storia, avendo davanti, con il cuore e la mente, la prospettiva della pace (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico-Italia Democratica e Progressista).

PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali.

(Repliche - A.C. 1666)

PRESIDENTE. Ha facoltà di replicare il relatore per la Commissione affari esteri, l'onorevole Giangiacomo Calovini.

GIANGIACOMO CALOVINI , Relatore per la III Commissione. Grazie, Presidente. Non ho nulla da aggiungere alla discussione, che è già stata particolarmente articolata, e, pertanto, siamo pronti a passare all'esame delle proposte emendative.

PRESIDENTE. Ha facoltà di replicare il relatore per la Commissione difesa, Paolo Bicchielli.

PINO BICCHIELLIRelatore per la IV Commissione. Grazie, Presidente. Siamo pronti per passare all'esame delle proposte emendative.

PRESIDENTE. Sottosegretario Perego di Cremnago, in rappresentanza del Governo? Vuole replicare? Prendo atto che vi rinuncia.

Sui lavori dell'Assemblea.

PRESIDENTE. Comunico che, a seguito dell'odierna riunione della Conferenza dei capigruppo, è stato convenuto che a partire dalle ore 19,30 della seduta odierna avrà luogo l'esame degli emendamenti e degli ordini del giorno riferiti al disegno di legge n. 1666 - Conversione in legge del decreto-legge 21 dicembre 2023, n. 200, recante disposizioni urgenti per la proroga dell'autorizzazione alla cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari in favore delle autorità governative dell'Ucraina (approvato dal Senato – scadenza: 19 febbraio 2024). Nella seduta di domani, giovedì 8 febbraio, a partire dalle ore 9, avranno luogo le dichiarazioni di voto finale e la votazione finale.

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Camera dei deputati - seduta n. 241 dell'8 febbraio 2024
 
- Seguito della discussione ed approvazione del disegno di legge: S. 974 - Conversione in legge del decreto-legge 21 dicembre 2023, n. 200, recante disposizioni urgenti per la proroga dell'autorizzazione alla cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari in favore delle autorità governative dell'Ucraina (Approvato dal Senato) (A.C. 1666) (Dichiarazioni di voto finale; votazione finale).
Seguito della discussione del disegno di legge: S. 974 - Conversione in legge del decreto -legge 21 dicembre 2023, n. 200, recante disposizioni urgenti per la proroga dell'autorizzazione alla cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari in favore delle autorità governative dell'Ucraina (Approvato dal Senato) (A.C. 1666).
PRESIDENTE. L’ordine del giorno reca il seguito della discussione del disegno di legge, già approvato dal Senato, n. 1666: Conversione in legge del decreto-legge 21 dicembre 2023, n. 200, recante disposizioni urgenti per la proroga dell'autorizzazione alla cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari in favore delle autorità governative dell’Ucraina. Ricordo che nella seduta di ieri si è concluso l’esame degli ordini del giorno. (Dichiarazioni di voto finale - A.C. 1666) PRESIDENTE. Passiamo alle dichiarazioni di voto finale. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto il deputato Della Vedova. Ne ha facoltà.
BENEDETTO DELLA VEDOVA (MISTO- +EUROPA). Grazie, Presidente. Siamo ormai alla vigilia del secondo, tragico anniversario, due anni, dall’inizio delle operazioni brutali del regime putiniano contro l’Ucraina. Sui giornali di oggi vengono riportate le parole dell’ambasciatore russo in Italia, Paramonov, riprese da una lunga intervista che l’ambasciatore ha rilasciato all’agenzia russa TASS, in cui c’è un salto di livello nell’aggressività assertiva della Russia contro l’Italia. È un tema che, io credo, anche in quest’Aula, andrà affrontato. Certo, non rimpiango il precedente ambasciatore russo a Roma, ma queste parole segnano un salto di qualità: «Le vostre autorità sono sgarbate, relazioni come nel 1941-1943». Sono parole durissime, ovviamente meditate. La diplomazia russa, a partire dal Ministro Lavrov, ha tante caratteristiche di cattiveria, di cinismo ma, certamente, non di impreparazione. L’ambasciatore lancia anche un attacco netto all’Italia come Presidente del G7: «Con l’inizio della sua Presidenza del G7, l’Italia sta attivamente rivendicando il ruolo di “capo coordinatore” di questo quartier generale anti russo dell’Occidente». Sono parole molto gravi, che individuano in modo esplicito l’Italia come un bersaglio. Ricordiamo che la guerra ibrida russa ha nel suo arsenale una potenza di fuoco in termini di cybercrime, di hackeraggio e di possibilità di destabilizzare, attraverso la pirateria, con i sabotaggi in rete. Per cui, io sono certo che chi di dovere avrà preso nota di questo grave attacco. Siamo a due anni dall’inizio della guerra, la Russia non vuole considerare - forse comprensibilmente - per sé il ruolo di aggressore e Putin non ha mai spiegato le ragioni di questa aggressione brutale. Mentre noi parliamo, sull’Ucraina ancora arrivano missili che distruggono obiettivi civili e scuole e, quando io sento anche in quest’Aula parlare di un processo di pace - che, ovviamente, come e più di tutti i colleghi auspico -, ascoltiamo però anche le parole dell’ambasciatore. In realtà, può non essere bello, può essere una fatica ormai ripeterlo, ma c’è un solo interlocutore per chi voglia aprire un processo di pace significativamente e ragionevolmente sostenibile nel conflitto ucraino e l’unico interlocutore è Putin. Non ci sono altri interlocutori, non si può pensare che l’interlocutore di un processo di pace sia chi cerca faticosamente di difendere i propri cittadini, la propria terra e le proprie istituzioni da un’aggressione immotivata contro il diritto internazionale. Lo so che è faticoso - l’ha detto anche la Presidente del Consiglio nella famosa telefonata -, c’è una fatica che è esattamente quello su cui scommette Putin, che manda messaggi minacciosi all’Italia attraverso l’ambasciatore. Putin scommette sul fatto che in Occidente si cominci a dire: “ancora armi dopo due anni. Non vi basta quello che è successo”? A noi forse può bastare perché siamo lontani, ancora siamo lontani dal fronte - ancora -, ma a chi è sotto le bombe non può bastare il fatto che, siccome per due anni lo hanno bombardato, deve arrendersi e cedere all’aggressione e preparare l’aggressore a nuove aggressioni. Infatti, questa non è una congettura, questo è quello che è accaduto nella storia del regime putiniano dalla seconda guerra di Cecenia in poi. Voglio toccare solo in chiusura un altro punto e rinvio, come ho detto in discussione generale, alla bella intervista che il direttore del TG1, Chiocci, ha fatto a Zelensky: chi guarda con passione questa vicenda credo debba vedere questa intervista nella sua semplicità e nella sua drammaticità per capire perché non possiamo chiedere a Zelensky semplicemente di arrendersi, di stare un mese a prendere i missili senza rispondere con la contraerea per poi arrendersi e fare la fine, se va bene (ma non andrebbe così bene), della Bielorussia, cioè diventare un protettorato putiniano, con la cancellazione di qualsiasi autonomia istituzionale e di qualsiasi libertà per i cittadini. L’ambasciatore russo entra anche in un dettaglio a proposito del G7: “Non è da escludere che, su pressione dell’ala anglosassone, l’enfasi sia posta sull’elaborazione di misure antirusse, tra cui l’inasprimento delle sanzioni e la ricerca di una formalizzazione giuridica del sequestro illegale dei beni sovrani russi”. Hanno capito che forse ci stiamo muovendo in una direzione importante, che è quella che chiedono gli ucraini e che noi, come +Europa, sosteniamo, cioè la confisca delle riserve - ci sono 200 miliardi nella sola Banca centrale del Belgio, se ho letto bene - con la confisca di questi asset finanziari. Il diritto internazionale consente di farlo - i giuristi sono in grande prevalenza a favore di questo - e vogliono farlo anche gli Stati Uniti con Biden, anche per superare il ricatto trumpiano di legare il sostegno all’Ucraina alle politiche migratorie, che segnano il cinismo della politica trumpiana. Biden ha cominciato a dire che ci sono 61 miliardi che possono essere utilizzati e ripeto che noi, nella mozione comune di Azione, Italia Viva e +Europa, abbiamo inserito questo punto, che è stato recepito dal Governo ed io mi auguro che l’Italia - come paventa l’ambasciatore russo in Italia -, nella sua leadership del G7, sappia portare sul tavolo questo tema. Ciò vale anche per gli asset bielorussi, che potrebbero essere utilizzati per sostenere il Governo bielorusso libero e democratico in esilio. Mi auguro che il G7, sotto la Presidenza italiana, ponga questo tema. Sembrava impossibile ma oggi è un tema sul tavolo negli Stati Uniti e in Europa, dove ci sono le reticenze della Banca centrale europea, che sono comprensibili dal suo punto di vista, volte a porre l’attenzione sul fatto che, se Stati Uniti ed Europa non agiscono insieme, c’è un rischio di sbilanciamento. Biden si sta muovendo in questo senso e mi auguro che, nell’ambito del G7, venga posta questa questione del make Russia pay: usiamo le risorse finanziarie russe nei forzieri, nelle banche e nelle istituzioni finanziarie europee per garantire uno sforzo e un sostegno all’Ucraina, che è stata devastata deliberatamente da un regime che non sopporta ai propri confini una democrazia che guarda all’Europa. Di questo si tratta e, senza nessuna volontà bellicista, ma semplicemente perché è un dovere etico-politico, noi voteremo a favore di questo provvedimento, cioè della prosecuzione del sostegno, non nonostante siano passati due anni, ma proprio perché sono passati due anni. Proprio per questo, è ancora più importante garantire agli ucraini la possibilità di difendersi dall’aggressione russa, perché Putin scommette esattamente sulla nostra fatica (Applausi dei deputati dei gruppi Misto-+Europa, Azione Popolari Europeisti Riformatori-Renew Europe e Italia Viva-il Centro-Renew Europe).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l’onorevole Faraone. Ne ha facoltà
DAVIDE FARAONE (IV-C-RE). Grazie, Presidente, signor Sottosegretario e onorevoli colleghi. Io credo che subiamo un paradosso in questo Paese, perché la definizione di pacifista è abbastanza surreale. Secondo la definizione di pacifista di questo Paese, Trump sarebbe un figlio dei fiori e si appresterebbe a partecipare alla marcia di Assisi, perché sta contrastando l’invio delle armi in Ucraina - lo sta facendo strenuamente - e si batte proprio per evitare che al popolo ucraino venga data una fornitura di armi che gli consenta di potersi difendere. Ma per fortuna, per questo pacifismo, non è il solo: si sta formando proprio una sorta di Internazionale pacifista, signor Sottosegretario, che naturalmente auspica il ritorno di Trump alla Presidenza degli Stati Uniti d’America. Un altro che può essere annoverato tra i componenti di questa Internazionale pacifista è sicuramente Orbán, che si è battuto per la pace qualche settimana fa, proprio perché non voleva che l’Europa destinasse le risorse economiche, che ha deciso per fortuna di destinare, all’Ucraina: ad Orbán va riconosciuto l’onore delle armi per essersi battuto fino all’ultimo per questa Internazionale pacifista. Anche Putin fa parte di questa internazionale pacifista, perché sta battendosi contro i nazisti e lo fa in nome della Internazionale, così come la destra israeliana, che auspica anch’essa il ritorno di Trump alla guida degli Stati Uniti d’America, perché si è rotta le scatole di Biden che gli ricorda i “due popoli in due Stati”. E poi ci sono delle cellule di questo pacifismo anche in questo Paese: c’è Conte, che tiene alta la bandiera della pace, la bandiera arcobaleno, e che oggi voterà contro il decreto, con tutto il suo gruppo, e c’è Salvini, che vorrebbe votare contro ma non può, tutti for Trump, tutti for Trump perché ritorni alla Casa Bianca e, come diremmo qui, nel nostro Paese, “Donald, sta casa spetta te”. Poi, c’è invece un gruppo di facinorosi, quelli come me e come tutti i colleghi che, oggi, decideranno di votare “sì” al decreto che riempirà di armi la resistenza ucraina, che hanno giudicato positivamente l’allargamento della NATO, che pensano che bisogna rispettare gli impegni con la NATO per maggiori risorse per una difesa possibile. Sono quelli che, alla domanda “chi scegli fra Biden e Trump?”, rispondono “Biden” senza farfugliare. Naturalmente, questi facinorosi, come noi, hanno valutato positivamente l’invio di 50 miliardi che l’Unione europea ha deciso di destinare alla resistenza ucraina. Questi pazzi pensano che questo decreto che voteremo oggi - assolutamente sragionano - prevede risorse che servono più per la pace che per la guerra e naturalmente pensano che per sedersi a un tavolo eventuale per la pace con Putin bisogna essere in una posizione almeno di pari forza, altrimenti Putin punterà, più che a una mediazione, a ottenere la resa. Per questo mondo al contrario, noi siamo i guerrafondai e l’internazionale che tiene insieme Trump e i suoi tifosi rappresenta i pacifisti. Naturalmente, i pacifisti di casa nostra a me sembrano un po’ come quei personaggi del film Independence Day - non so se lo ricorda, Sottosegretario - in cui, quando con l’astronave arrivarono gli UFO per distruggere il pianeta, 27 minuti, conto alla rovescia, c’erano quelli sui grattacieli coi cartelli che dicevano: portateci con voi. Io credo che questa sia un po’ l’idea che hanno del pacifismo, perché mentre la Russia è diventata una fabbrica d’armi - ne producono in continuazione, giocano a scambiarsele pure con l’Iran e con la Nord Corea - noi dovremmo disarmarci e, naturalmente, mostrare il nostro volto umano e sperare che questi qui ci compatiscano. Oltre a questo pacifismo un po’ sterile, io non capisco neanche che pace venga proposta, perché quando si dice “sì, sediamoci al tavolo della pace e della trattativa”, cosa si propone? Di ritornare ai confini del 2014 in Ucraina e, quindi, che la pace si faccia sulla base del fatto che Putin riconosca che quell’invasione è stata illegittima, oppure di tornare ai confini di 2 anni fa e, quindi, di lasciare la Crimea? Tutti questi pacifisti che parlano di un tavolo per la pace cosa propongono in concreto per il popolo ucraino e per il rispetto del diritto internazionale? Perché se non fanno questo secondo passaggio, io non capisco che cosa voglia dire “tavolo per la pace”. Il problema è che questo secondo passaggio innesca un’ipocrisia, che sostanzialmente è presente in chi dice, in maniera sterile, soltanto “pace” e presenta emendamenti per sopprimere l’articolo che, di fatto, tiene in piedi l’intero decreto che oggi voteremo. Dopo due anni da quando è iniziata la guerra, considerato che nelle trincee regna lo stallo, serve sicuramente una capacità politica che la stessa Europa - devo dire - ha dimostrato, perché quello che è stato fatto nei confronti di Orbán, e che viene sottovalutato, io lo reputo un fatto importantissimo. L’aver detto a Orbán, con forza politica “o tu fai questo, oppure io non ti trasferisco un euro” è una scelta politica e questa stessa intensità politica che abbiamo manifestato in quel passaggio dobbiamo manifestarla nella relazione che si mette in campo con la Russia. Va compreso, però, che tutto questo - la trattativa, la discussione - si può fare semplicemente a condizioni che però siano compatibili con il rispetto del nostro continente, perché c’è un aggressore che non mi sembra che abbia detto di volersi fermare. Tutti voi che dite “pace” avete sentito da Putin la volontà di rallentare la sua campagna nei confronti dell’Ucraina? Lo avete sentito dire “sediamoci per capire cosa dobbiamo mettere in campo”? Io non sottovaluterei le parole del Ministro tedesco Pistorius, quando dice che l’Europa potrebbe affrontare - io dico, sta già affrontando - in Ucraina i pericoli della Russia entro la fine del decennio. Putin minaccia la Finlandia, che ha aderito alla NATO, i Paesi baltici, la Moldavia, la Georgia. I Paesi europei non possono fischiettare rispetto a tutto questo, al mutato panorama geopolitico. Per questo serve l’Esercito europeo, anche perché gli Stati Uniti potrebbero cominciare - io dico che hanno già cominciato - ad allentare la loro presenza. Con il tema che ho posto poco fa, di Trump che bloccherebbe l’invio delle armi, di fatto sta allentando la sua presenza. Io credo che noi dobbiamo riuscire a comprendere come l’Europa acquisisca uno spazio autonomo. Ieri sentivo un collega del MoVimento 5 Stelle dire che, se oggi Biden dovesse dire “ritiriamoci tutti”, qui dentro tutti cambieremmo idea e ci ritireremmo. Io credo che si sia verificato l’esatto contrario, sempre nel famoso 1° febbraio, con i famosi 50 miliardi. L’Europa ha deciso di destinare all’Ucraina quelle risorse e lo ha fatto quando gli Stati Uniti d’America hanno invece deciso di allentare il loro impegno a difesa delle democrazie europee. Quindi, per la prima volta, credo, dopo tantissimi anni o forse nella storia, che l’Europa autonomamente, a prescindere da quello che ha fatto il “gendarme” americano, a prescindere da quello che hanno deciso al Congresso americano, abbia deciso di agire e io credo che questo sia un fatto storico importantissimo che va assolutamente valorizzato e credo che su questo noi dobbiamo improntare la nostra azione, perché credo che non possiamo arrenderci a Putin, non possiamo accettare che una Nazione sovrana venga invasa senza che l’Europa reagisca, quando a pochi chilometri da noi tutto questo sta accadendo.
PRESIDENTE. Concluda.
DAVIDE FARAONE (IV-C-RE). Per questo voteremo a favore di questo decreto, perché crediamo che sia il miglior modo per lavorare per la pace (Applausi dei deputati del gruppo Italia Viva-il Centro-Renew Europe).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l’onorevole Bicchielli. Ne ha facoltà.
PINO BICCHIELLI (NM(N-C-U-I)-M). Presidente, onorevoli colleghi, signor Sottosegretario, la storia, molte volte, pone le Nazioni e i suoi governanti di fronte a scelte cruciali, dei veri e propri crinali dinnanzi ai quali prendere una posizione non è importante ma è necessario ed è fondamentale per poter recitare un ruolo centrale nel corso degli avvenimenti. Giustizia o ingiustizia, autodeterminazione dei popoli o legge del più forte, libertà e ideologia: ecco, la guerra russo -ucraina ha messo i Governi dinanzi a questi crinali, che sono crinali valoriali e politici. In tal caso, sia pure in un contesto brutale e disumano, il conflitto ha rappresentato l’occasione per l’Europa e per gli Stati europei per ribadire al mondo intero la scelta di fondo che è alla radice del processo di integrazione europea: no, alla guerra, sì, al dialogo, sì, alla pace, sì alla piena collaborazione tra Stati e popoli, anche di culture politiche e identitarie differenti. Il sogno europeo, signor Presidente, è nato proprio dalle rovine prodotte dai conflitti mondiali, dalla Seconda guerra mondiale e dalle brutalità che hanno contraddistinto il secolo scorso. Proprio per questo, la posizione che l’Europa e l’Italia, in particolare, hanno assunto di fronte alla guerra in corso non ha sofferto da parte nostra tentennamenti di sorta. Il Governo in carica, questa maggioranza e il gruppo che rappresento, quello di Noi Moderati, hanno sempre ribadito con forza la propria posizione di pieno sostegno all’Ucraina senza “se” e senza “ma”. In questi giorni, come ha ripetuto più volte il Sottosegretario Perego di Cremnago - che ringrazio per il lavoro svolto in Commissione anche in questa fase - ha più volte anch’egli ribadito che il Governo Meloni, sin dal suo insediamento, ha mantenuto una linea precisa e ferma in politica estera, decisa in sede di Alleanza atlantica e di Unione europea, ma cambiando di fatto approccio. L’Italia, infatti, ha assunto sempre più un ruolo guida, sia nel Mediterraneo, sul tema dell’immigrazione, con il Piano Mattei, sia in Medio Oriente, con la guida della missione in Mar Rosso. È un tema, questo, che poi ci riguarda particolarmente da vicino. Il cambio di rotta delle navi merci comporta, come voi sapete, anche la scelta di porti diversi da quelli italiani, con impatti economici su tutta la filiera portuale e logistica. E quindi le tensioni internazionali stanno, di fatto, colpendo il sistema economico nei suoi punti nevralgici, ossia logistica ed energia. E quando uno o entrambi si inceppano, a cascata gli impatti negativi si riversano su tutte le fasi del processo economico e il peso maggiore, inevitabilmente, ricade sempre su coloro che sono già in difficoltà: famiglie e imprese. Lo abbiamo visto in questi anni di permacrisi, in cui più fattori endogeni al sistema economico hanno colpito il suo nucleo, ossia l’approvvigionamento di materie prime, merci ed energia. Oggi, a contribuire in maniera sostanziale a creare un quadro di instabilità, sono le tensioni internazionali nel centro Europa e in Medio Oriente che, minando la sicurezza energetica, rischiano di produrre un effetto inflazionistico generalizzato, e la precisione chirurgica degli attacchi Houthi - che stiamo vedendo - alle navi mercantili dirette al canale di Suez e, dunque, nel Mediterraneo, che già hanno prodotto ritardi, così come l’aumento dei costi del traffico merci, ne sono, di fatto, la dimostrazione. Costi che, inevitabilmente, si riverseranno poi sui prezzi finali che dovremo pagare. Signor Presidente, ho fatto questa escursione per dire che tentennare in situazioni come queste significherebbe non solo indebolire la nostra posizione sullo scenario internazionale ma, di conseguenza, indebolire anche tutta l’Europa. E quindi ringrazio il Presidente del Consiglio e il Governo per il lavoro che si sta portando avanti, su più livelli, su questo fronte. Il provvedimento che ci apprestiamo a votare va esattamente in questa direzione. Infatti, il decreto-legge n. 200 del 2023 proroga fino al 31 dicembre di quest’anno l’autorizzazione alla cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari in favore delle autorità governative dell’Ucraina, già prevista dall’articolo 2-bis del decreto-legge n. 14 del 25 febbraio 2022. Un provvedimento che è perfettamente in linea con altri assunti nei mesi precedenti ai soli fini di sostenere l’Ucraina su più livelli nel conflitto in atto. Inoltre - e questo è un aspetto, a mio avviso, non del tutto secondario -, come si evince dalla relazione tecnica, dal provvedimento non derivano nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica, tenuto conto che i materiali e mezzi oggetto di cessione sono già nelle disponibilità del Ministero della Difesa, mentre eventuali oneri ad essi connessi saranno sostenuti nell’ambito delle risorse disponibili a legislazione vigente. Signor Presidente, un Paese come il nostro, un’Italia che tiene la barra dritta sul fronte Ucraina rende ancora più forte l’Europa e il ruolo che quest’ultima sta giocando al fine di raggiungere il vero obiettivo di tutti: perseguire tutte le vie possibili per arrivare a una pace degna di questo nome. A tal proposito, ho ritrovato un discorso del 2001 dell’allora Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi che, rivolgendosi a una platea di ragazzi così diceva, cito testualmente: “È indispensabile, per il mantenimento dell’equilibrio globale e di pace, che l’Europa sia un interlocutore in grado di affermare la democrazia, i diritti umani, la solidarietà: è essenziale che tutti lo riconoscano. Non potremo essere di esempio agli altri se non sapremo sollecitare noi stessi”. Rileggendo questo passo, io ne vorrei sottolineare l’attualità, ma, soprattutto, credo sia importante mettere in evidenza il monito finale: sollecitare noi stessi sui valori fondanti della nostra Italia e della nostra Europa, per essere da esempio per le future generazioni e per le altre Nazioni. E credo che questo sia il punto del nostro agire politico. Il punto è questo. Il crinale che ci mette dinanzi la storia oggi è proprio questo: ribadire cosa sia giusto e cosa sia sbagliato non è mai un esercizio fine a se stesso, è sempre un’azione valoriale, è sempre un’azione politica, volta a dare braccia e gambe a ciò che è stato messo nero su bianco nella nostra Costituzione e nei trattati europei. Solo così, signor Presidente, si portano avanti i valori di un popolo, ossia mettendoli realmente in atto. Pertanto, come già abbiamo ribadito più volte, oserei dire che quelle in esame non sono norme oggi, ma sono atti di civiltà, che fanno da evidente e assoluto contraltare alle barbarie commesse da chi, invece, ha deciso di invadere un territorio sovrano, seminare morte e distruzione e radere al suolo intere città, come se questo fosse un atto dovuto. E quindi, per tutte queste ragioni, annuncio un atto dovuto, ossia il voto favorevole del gruppo di Noi Moderati.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l’onorevole Fratoianni. Ne ha facoltà.
NICOLA FRATOIANNI (AVS). Grazie, signor Presidente. Siamo tutti, chi più chi meno, abituati al ritmo del lavoro parlamentare. Sappiamo che, quando la discussione con le dichiarazioni di voto comincia la mattina presto e non ci sono emendamenti, né voti da fare, l’Aula è vuota. Però, me lo faccia dire, fa venire un poco di disperazione, l’Aula vuota, quando il Parlamento discute della guerra, delle armi, di un conflitto drammatico come quello in corso in Ucraina da ormai quasi due anni, dopo l’aggressione russa al territorio ucraino. Fa venire la disperazione perché ha il sapore della normalizzazione della guerra, della sua naturalizzazione. Dà fino in fondo la misura del senso di impotenza e, dunque, anche della distrazione che ne deriva, in un’Aula come quella del Parlamento, che, in Italia, come in ogni altra parte del mondo, dovrebbe, invece, sentirsi fino in fondo caricata di una responsabilità: quella di fare i conti, minuto dopo minuto, di fronte alla guerra, alle guerre, in Ucraina come a Gaza, ovunque si combattano guerre che producono tragedie, lutti e disperazione. Dovrebbe sentirsi caricata della responsabilità di costruire, passo dopo passo, la strada di una via d’uscita pacifica dall’inferno della guerra. Quando questo non avviene più come accade ormai da troppo tempo anche nel nostro dibattito, quella normalizzazione si presenta davanti a noi come l’ineluttabile orizzonte del mondo che abbiamo davanti. E badate, questa questione ci dice molto di più di quanto non ci dica la fotografia di quest’Aula vuota. Ci dice del rapporto che una parte del mondo e delle sue classi dirigenti sta costruendo con l’orizzonte della guerra. Qualche settimana fa, un signore non notissimo alla cronaca del grande pubblico, Rob Bauer, presidente del Comitato militare dell’Alleanza atlantica, in una riunione di quel Comitato, ha dichiarato, senza che questa dichiarazione avesse grande risalto, che, a differenza di qualche tempo fa, non è più affatto improbabile o impossibile immaginare una guerra totale con la Russia nei prossimi vent’anni e che, dunque, dobbiamo prepararci. Ora, se qualcuno pensa che ci sia il rischio di una guerra totale contro una potenza nucleare, fa bene a prepararsi. Il punto è la frase successiva, e cioè la frase che descrive la modalità con cui si pensa di prepararsi all’ipotesi di una guerra totale con la Russia. Sapete qual è questa modalità? Non quella di lavorare senza sosta, notte e giorno, senza dormire, presi dalla disperazione di un orizzonte che potrebbe far sprofondare il mondo nella catastrofe nucleare, no, e dunque correre a cercare di sminare le ragioni possibili, costruire le condizioni diplomatiche, aumentare l’interlocuzione, sminare, incalzare, sanzionare, quel che volete, no! Produrre più armi - più armi! - più potenti, per prepararsi allo scontro, all’impatto militare. È questa la naturalizzazione della guerra, lo dicevo ieri, è quella che ci fa guardare all’Indo-Pacifico con rassegnazione, pronti a contare i resti di un mondo in frantumi nella guerra tra Cina e Stati Uniti, in un mondo che va riorganizzando le sue aree di potere, di influenza, i suoi interessi economici, gli scambi di mercato. È quello che accade a Suez, oppure facciamo finta di non vedere che quello che accade a Suez ha a che fare con questa dimensione? Non con i diritti, con le democrazie contro le autocrazie, con le balle che continuano a risuonare anche dentro quest’Aula, signor Presidente, a proposito della necessità di difendere valori liberali e democratici contro chi quei valori li calpesta nel suolo patrio e fuori dal suolo patrio, quando ne esce in armi per aggredire una Nazione sovrana. Già, giusto, è bene sempre difendere le Nazioni sovrane dalle invasioni altrui. Non lo abbiamo fatto, continueremo a non farlo con la Palestina (Applausi dei deputati del gruppo Alleanza Verdi e Sinistra), perché, me ne dimenticavo, non è uno Stato sovrano, non lo abbiamo ancora riconosciuto. Primo, occorre ribellarsi a questa normalizzazione, occorre ribellarsi, non perché siamo pacifisti. Lo dico per suo tramite all’onorevole Faraone, era un po’ che non sentivamo la caccia, l’elenco del pacifista cattivo con la doppia morale. Anche qui, siamo di fronte alle guerre, eviterei di fare della pace il problema, eviterei. Abbiamo un problema più grande, è la guerra. E allora, se ci ribelliamo alla normalizzazione, occorre provare a decostruire tutto ciò che si accompagna alla normalizzazione della guerra. Primo, la retorica dei diritti, perché non si può essere fermi nella difesa del diritto internazionale lì e sordi e distratti nella difesa del diritto internazionale in uno, due, tre, cento altri luoghi del mondo. Non si può essere, con l’Alleanza atlantica, impegnati nella difesa del mondo libero senza vedere che uno degli eserciti più potenti di quell’Alleanza è quello della Turchia, di un signore, Erdogan, definito anche recentemente in questo Parlamento da un importante Premier, sostenuto allora da quasi tutto il Parlamento, tranne che da un gruppo allora di opposizione, oggi il primo gruppo di questo Parlamento, e dal sottoscritto e pochi altri, il Premier Draghi, che qui, in quest’Aula, più o meno da quel banco, nel lato posteriore, definì Erdogan un dittatore. Non si può, non si può, perché non funziona, perché crolla miseramente, come un castello di carte mal costruito, tutto ciò che sa di retorica dei valori, quando quei valori non valgono sempre, in ogni contesto, anche quando a subirne la violazione sono i più deboli, sono coloro che hanno meno peso nella geopolitica, negli interessi commerciali, nella storia del sistema di alleanze al quale siamo legati da molti decenni. Dunque, primo, fateci il piacere, basta con la retorica, basta, basta con la retorica. E, allora, torniamo alla dimensione più materiale, l’efficacia, perché anche qui, sempre per suo tramite, ho ascoltato il collega Faraone. Ci ha spiegato, ma è un argomento che molti altri colleghi e colleghe usano sempre, “diteci cos’è questa pace, perché voi dite pace, ma poi non sapete dirci nulla. Noi invece sì che abbiamo le idee chiare”. Poi i fatti, mi insegnò tanti anni fa un dirigente politico, hanno la testa più dura delle parole. Da due anni una strada abbiamo intrapreso e quella strada unica abbiamo seguito, quella delle armi, solo quella. E l’abbiamo intrapresa sulla base di una tesi, ripetuta anche oggi più volte, da Della Vedova, Faraone, e immagino che la ascolteremo ancora, ancora e ancora: senza le armi, non ci saranno mai le condizioni di forza sul terreno per imporre una trattativa. Sono due anni, la guerra è impantanata, ho ritrovato anch’io alcuni appunti proprio nel mio banco, sono quelli che ho preso quando il Ministro Crosetto ha reso comunicazioni in quest’Aula sulla situazione in Ucraina, proprio per ricevere, con le risoluzioni, l’orientamento politico che ha dato vita a questo decreto. Il Ministro Crosetto - arrivo rapidamente alla conclusione - diceva: dopo due anni la controffensiva è fallita, la guerra ha preso le caratteristiche di una guerra di posizione, ci sono 8 milioni di mine, l’Ucraina è devastata, l’obiettivo principale resta quello della liberazione di tutto il territorio, il ripristino dei confini, l’integrità territoriale piena, però - questo è il Ministro Crosetto, il “però” lo ha messo lui, non io - dobbiamo confrontarci con la realtà, è il momento di fare un’offensiva diplomatica decisa. Dov’è questa offensiva? Non c’è, non c’è, non c’è (Applausi dei deputati del gruppo Alleanza Verdi e Sinistra). E con questo bisogna confrontarsi, perché altrimenti tutto quello che stiamo dicendo, altro che i pacifisti non hanno un’idea, noi, un’idea, ce l’abbiamo. Provate a fare qualcosa di diverso, poi fatelo voi, siete al Governo, voi e tutta la larga maggioranza che sostiene la follia dell’escalation militare da due anni. Fatelo voi, ma fate qualcosa, perché quello che state facendo è soltanto la riproposizione dell’escalation militare. L’assenza, il mutismo, l’afonia di un’Europa incapace di costruire il proprio profilo, la propria autonomia sulla politica estera, sulla difesa, porterà l’Europa alla sua fine e il mondo sempre più sull’orlo, anzi, oltre l’orlo di un baratro, quello della guerra. Noi non ci stiamo e non ci rassegniamo (Applausi dei deputati del gruppo Alleanza Verdi e Sinistra).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l’onorevole Rosato. Ne ha facoltà.
ETTORE ROSATO (AZ-PER-RE). Grazie, Presidente. Tra pochi giorni, saranno due anni dall’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, ed è vero, ho ascoltato con attenzione le parole del collega Fratoianni, di cui non condivido nulla, ma di cui apprezzo la chiarezza e la serietà, ci vuole coraggio per continuare questa guerra, ci vuole coraggio, ci vuole determinazione. È una guerra faticosa, che costa, costa vite umane, ma non è il nostro coraggio che serve, è il coraggio degli ucraini che serve. Sono loro che pagano il prezzo, sono loro che sono sotto i bombardamenti, sono loro che vedono il loro Paese straziato da un invasore che, ricordiamo le violenze che abbiamo visto in quei giorni di due anni fa, ha devastato quel Paese, ha devastato quel popolo, ha esercitato una ferocia che non ricordiamo da più di mezzo secolo nel centro dell’Europa. A noi costa un euro al giorno, ai cittadini italiani costa un euro al giorno questa guerra. È vero, è pesante dal punto di vista dell’impegno che questo Paese sta mettendo, ma costa un euro al giorno. A loro costa centinaia di vite al giorno. Gli ucraini oggi sono una barriera del diritto, oltre alla difesa del loro Paese. Non è solo solidarietà quello che ci spinge, l’Ucraina fa parte geograficamente e culturalmente dell’Europa. Chi ha girato per le città ucraine sa che fanno parte culturalmente dell’Europa. È vero, c’è anche un’Ucraina più rurale, ma c’è anche una Polonia più rurale, c’è anche una Romania più rurale e c’è anche un’Italia più rurale. L’Ucraina è un pezzo dell’Europa che si integrerà con gli anni e con la fatica che dobbiamo avere davanti a noi. Dicevo che non è solo solidarietà, è un principio da tutelare, e, se non lo facciamo con la Russia, consentiremo che qualsiasi Paese abbia qualche carro armato in più del suo vicino possa pensare che la situazione si risolva invadendo quel Paese, e renderemo il mondo più insicuro, se non abbiamo la fermezza e la determinazione di sostenere un Paese che è aggredito. Ed è vero che la difesa del diritto è faticosa e costosa. Ricordo un periodo nero del nostro Paese, il periodo della lotta alla mafia. È stato un periodo terribile, in cui sangue e violenza hanno devastato pezzi del nostro territorio, perché c’è stata la determinazione dello Stato di non consentire che quella presenza criminale potesse governare quei pezzi di terra. È un paragone forte? Ma è la stessa cosa. Si poteva tollerare la mafia? Si può tollerare un invasore? Sono i principi del diritto internazionale che ci motivano a tenere il punto. La reazione dell’Europa, questa sì, almeno è stata forte e coesa, anche se attraversata dai ricatti, i ricatti non dell’Ungheria ma i ricatti del Governo ungherese - è una cosa diversa - che hanno costretto l’Unione europea a compromessi. Ma dobbiamo rivendicare la forza con cui l’Europa ha saputo reagire e lo dico perché in ballo c’è anche il tema della capacità di indipendenza e di autonomia dell’Europa. Non è solo una questione di Trump e Biden: in linea generale ormai gli Stati Uniti guardano con più interesse a quello che succede nell’Indo-Pacifico rispetto a quello che succede in Europa. Chi segue queste cose dovrebbe avere la consapevolezza che sempre di più la difesa dell’Europa sarà un problema degli europei e deve essere un problema degli europei. Anche per questo è importante - e lo dico al Governo che ha e avrà anche la responsabilità di guidare il G7 in questo semestre - che l’Unione europea faccia passi avanti in questi ultimi mesi prima delle elezioni per rafforzare le sue istituzioni e, in particolare, quelle di politica estera e di politica della difesa. È un mandato che dobbiamo lasciare alla prossima legislatura del Parlamento europeo e lo vediamo proprio sul confine con l’Ucraina e forse ancora di più lo vediamo nella difesa degli interessi che abbiamo nel Mar Rosso. Anche lì abbiamo bisogno degli Stati Uniti per tutelare i nostri interessi. C’è questo dibattito straordinario sul se dobbiamo andare o non dobbiamo andare a difendere i nostri interessi lì. E come facciamo a non difendere i nostri interessi lì? Provate a guardare la crisi delle nostre imprese e dei nostri porti a motivo di ciò che sta avvenendo. Purtroppo, questo mondo è caratterizzato da alcuni Governi, che non sono Governi, ma vi sono dittatori, che hanno una caratteristica, ossia il dittatore per restare tale - e Putin ne è un esempio straordinario - ha bisogno di tre cose: ha bisogno della violenza nel suo Paese e, quindi, di piegare qualsiasi voce dissonante; ha bisogno di affamare il suo popolo; ha bisogno di un nemico esterno. Putin sta facendo esattamente questo e non è l’unico che sta facendo esattamente questo. Se l’Occidente non è capace di reagire e di reagire con una capacità di sintonia, noi resteremo schiavi di un sistema dove i dittatori saranno più forti delle democrazie e le democrazie devono dimostrare in questo la loro capacità di essere più forti e di saper reagire. C’è qualcuno che pensa che ci si possa difendere a mani nude. Io non riesco veramente a capire come si possa pensare di non sostenere un popolo che si sta difendendo anche con le armi. Lo abbiamo vissuto nella nostra storia. Non voglio essere retorico ricordando la Resistenza, ma da sempre se fai la guerra hai bisogno di qualcuno che ti dia gli strumenti per fare la guerra. Quella dell’Ucraina non è una guerra di aggressione; è una guerra di difesa. L’Europa si era impegnata a mandare un milione di munizioni - cito solo questo esempio - e ne ha mandate 300.000 anche per l’incapacità di questi Paesi di rappresentare all’opinione pubblica come sia importante mantenere gli impegni assunti con un Paese che è in guerra. Io penso che, quando affrontiamo queste cose, non possiamo mai dimenticare quello che quel popolo oggi sta affrontando. Il collega Della Vedova ha letto le dichiarazioni che l’ambasciatore russo in Italia ha fatto. La minaccia russa aumenterà nel nostro Paese. Non è che Putin si accontenterà di continuare con il percorso dell’Ucraina. Aumenterà la tensione e il fatto di aumentare la tensione ha prodotto, a livello internazionale, che la sua alleanza con altri attori globali del terrorismo si sia incrementata e consolidata, a cominciare dall’Iran che ha tutto l’interesse a destabilizzare. Allora, è vero: lavoriamo per la pace e lo dico al collega Fratoianni e lo dico ai colleghi che interverranno dopo annunciando politiche di pace, ma la pace si fa con qualcuno che la vuole fare. La pace la si fa con qualcuno che si vuole sedere. Con Hitler, nel 1942, non si poteva fare la pace. Con Hitler, nel 1942, bisognava combattere. Non vedo la disponibilità di Putin a fare la pace. Se Kiev decidesse di non sparare più un colpo di cannone stamattina, la Russia non si ferma; la Russia arriva al confine con la Polonia. Noi possiamo pensare - lo pensa qui qualcuno - di disarmare gli ucraini, possiamo pensare di affamare gli ucraini, come pensa Orbán, possiamo rompere il loro senso di solidarietà, come tanti pensatori e tanti commentatori europei fanno, e ne abbiamo un grandissimo esempio in chi scrive libri, anche in questo Paese, in cui facciamo perdere il senso della solidarietà a quel popolo, ma non possiamo pensare di farli arrendere, perché non si arrenderanno. Allora, noi continueremo a fare la nostra parte. Per quanto ci compete, continueremo a sostenere l’azione che questo Governo, in maniera coerente, sta portando avanti anche rispetto al percorso del Governo Draghi e lo faremo con la fermezza di chi pensa che abbiamo una responsabilità e dinanzi alle responsabilità non ci si può tirare indietro (Applausi dei deputati del gruppo Azione-Popolari Europeisti Riformatori-Renew Europe).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l’onorevole Bagnasco. Ne ha facoltà.
ROBERTO BAGNASCO (FI-PPE). Grazie, Presidente. Presidente, colleghi, signor Sottosegretario, la ringrazio, all’inizio di questo mio intervento, per l’attenzione con la quale ha seguito questa situazione delicatissima in Commissione e ovviamente, come tutti avete potuto constatare, anche in Aula. Il confronto tra Governo e Parlamento è un fatto essenziale in democrazia e quando questo confronto si manifesta in maniera così chiara, così continua e così puntuale non possiamo non prenderne atto in maniera assolutamente positiva. Colleghi, a quasi due anni dall’inizio del conflitto il dibattito politico sulla guerra tra Russia e Ucraina infuoca ancora gli animi di quest’Aula e questo sarebbe ben poca cosa perché, purtroppo, genera ogni giorno lutti. Qualcuno ha detto che agli italiani costa un euro al giorno, ma a quei popoli, purtroppo, costa qualcosa di più, qualcosa di drammaticamente grave che ogni giorno porta lutti nelle famiglie, anche quando ormai si pensava che questa situazione potesse essere superata. L’invasione da parte della Russia ci ha obbligati a una riflessione rispetto alla concezione tradizionale di sicurezza e di difesa comune dell’Unione europea a cui eravamo abituati e, più in generale, al ruolo che l’Europa è chiamata a svolgere oggi e in futuro non solo per difendere la sicurezza dei suoi cittadini e dei suoi confini ma anche di fronte alle richieste di aiuto militare da parte dei Paesi vicini. Proprio di questi giorni e di queste ore è il dibattito nel nostro principale alleato, gli Stati Uniti d’America, sull’aiuto o meno al popolo ucraino e il fatto stesso che l’Europa stia prendendo una posizione chiara, decisa e determinata, indipendentemente evidentemente, pur guardando con grande attenzione a quello che succede oltreoceano, dagli Stati Uniti, è un fatto assolutamente positivo che deve essere puntualizzato e, in qualche modo, valorizzato, perché è un punto importante nella costruzione di quell’Europa di cui tanto parliamo ma che, purtroppo, in molti casi diventa solamente una chimera. La deliberazione della fornitura di armi a uno Stato aggredito militarmente in Europa costituisce uno spartiacque rispetto al passato e si pone come un primo passo in avanti verso il futuro della difesa comune. La difesa comune, qual è l’alleanza tra Paesi democratici, è un progetto da realizzare necessariamente affinché l’Unione europea rafforzi la sua capacità di difesa e lo ha ricordato recentemente anche il nostro Ministro degli Affari esteri. Del resto, la difesa comune - lo dico, ovviamente, con soddisfazione, ma non con particolare enfasi - è stata per tanti anni uno dei cavalli di battaglia del presidente Berlusconi. La difesa comune è un fatto fondamentale per il continente europeo. La differenza fra aggressore e aggredito, che più volte abbiamo ribadito, non lo dobbiamo mai dimenticare, non è un preambolo cerimoniale ma è il discrimine decisivo che giustifica totalmente il nostro sostegno incondizionato alla causa del popolo ucraino, un popolo invaso, e conferma il nostro impegno a difendere la libertà, i principi democratici e ad assicurare un futuro di pace a tutta l’Europa. L’invasione russa ha rappresentato una gravissima violazione della sovranità di uno Stato libero e democratico, dei trattati internazionali, dei più fondamentali valori europei e non riguarda soltanto l’Ucraina ma rappresenta un attacco alla nostra concezione dei rapporti tra Stati basati sul diritto. Del resto, l’Ucraina, lo sappiamo tutti, è geograficamente ma anche culturalmente legata totalmente alla nostra Europa. Certo, il conflitto si sta rivelando purtroppo anche più sanguinoso di quanto non fosse previsto, sta diventando una guerra di attrito, di posizione, con forte impegno anche di uomini senza, ad oggi, una soluzione in vista. Qualcuno diceva: fateci il piacere, basta con la retorica della pace. Sì, lo dico anch’io, lo diciamo anche noi: basta con la retorica della pace. Senza un progetto, non si può parlare di pace, si può parlare di pace solamente quando tutti e due i contendenti, in qualche modo, vedono la pace come una soluzione possibile. Ad oggi, questo non succede e, quindi, parlare di pace è pura ed esclusiva retorica. Basta con la retorica della pace, lo diciamo noi e lo diciamo con grande chiarezza. La pace che tutti ci auguriamo dovrà essere giusta ed equilibrata, si, giusta ed equilibrata. L’inviato del Santo Padre Francesco in Ucraina è il cardinale Zuppi che è anche il presidente della Conferenza episcopale italiana. Ebbene, il cardinale Zuppi - è chiaro, le posizioni della Santa Sede tutti noi le conosciamo con grande chiarezza, le rispettiamo e le condividiamo anche - ha parlato più volte di pace ma, parlando di pace, ha aggiunto anche due aggettivi importanti e significativi: giusta e sicura, la pace deve essere giusta e sicura. Dunque, non si parla di pace ma si parla solamente di una prevaricazione degli uni rispetto agli altri. La pace resta, ovviamente, la via maestra da seguire, la stella polare che ci deve orientare e va difesa e conquistata con la diplomazia e, se necessario, anche purtroppo, lo dico senza infingimenti, con la forza delle armi. Il presidente Zelensky e il popolo ucraino sanno che l’Italia è con loro e lo sarà in tutta questa lunga battaglia per la conservazione della sovranità, perché abbiamo il dovere di tutelare due princìpi essenziali della Carta delle Nazioni Unite: sovranità e integrità territoriale, ben riflesse nella recente dichiarazione finale dei leader del G20 a Nuova Delhi. Tuttavia, una riflessione sullo stato e le conseguenze della guerra deve essere fatta. Intanto, è lecito chiedersi a che punto sia la guerra. È difficilissimo dirlo e l’unica certezza è la probabilità di avvenimenti imprevisti. Le informazioni sicure sono poche e le dichiarazioni ufficiali, rispettive, di aggressori e aggrediti hanno in comune il proposito di cautelarsi rispetto a qualunque accusa di debolezza e\o cedimento. Di fronte a questa incertezza, anche dovuta al fatto che per lungo tempo si è parlato di una guerra lampo che invece si sta trascinando, è legittimo essere preoccupati, oggi più che mai, ed esprimere condanna nei confronti del Governo russo. Come già in passato ho avuto modo di ribadire, esprimiamo condanna, innanzitutto, per la situazione della sicurezza nella centrale nucleare di Zaporizhzhia e dobbiamo continuare a sostenere gli sforzi dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica che chiede di ispezionare - è di questi giorni - i nuclei dei reattori e i depositi di combustibile nucleare esausto. A tal proposito mi auguro che il capo dell’agenzia nucleare delle Nazioni Unite, Rafael Grossi, sia riuscito oggi a visitare la centrale finalmente, visita impedita per mesi dal Governo russo, proprio per verificare le condizioni dell’impianto dallo stesso definite come molto delicate. Il rischio è un’altra Chernobyl. Ancora, l’Italia condanna la Russia per l’attacco ai siti religiosi e culturali e per questo la ricostruzione dell’Ucraina sarà una delle massime priorità della presidenza italiana del G7, abbiamo anche questa occasione. L’Italia sarà in prima linea nel progetto di ricostruzione che rappresenta il nucleo della rinascita sociale e spirituale di un popolo martoriato dalla guerra. Sono certo che il nostro Paese lotterà sempre per la pace e sarà pronto a fare quella vera, quella giusta, a fare la sua parte ovunque sia chiamato a farla, perché crediamo fortemente nella libertà che rappresenta il pilastro essenziale di una società che voglia definirsi davvero democratica. Per questo esprimo a nome di Forza Italia parere favorevole al decreto oggi in votazione, che dispone la proroga della autorizzazione alla cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari in favore delle autorità governative dell’Ucraina (Applausi dei deputati del gruppo Forza Italia-Berlusconi Presidente-PPE).
PRESIDENTE. Ha chiesto di intervenire l’onorevole Pellegrini. Ne ha facoltà.
MARCO PELLEGRINI (M5S). Signor Presidente, colleghe e colleghi, rappresentanti del Governo, sono ormai passati due anni dalla folle aggressione di Putin nei confronti dell’Ucraina, due anni di guerra, devastazioni, dolore, perdita di centinaia di migliaia di vite umane. Nel 2022 è stato giusto e doveroso aiutare l’Ucraina, per permetterle di difendersi ai sensi dell’articolo 51 della Carta dell’ONU. Questo Parlamento aveva però sottolineato, in occasione dell’approvazione del primo invio di armi e aiuti umanitari, che parallelamente dovesse essere intrapresa una seria e coraggiosa azione diplomatica per giungere al termine del conflitto il prima possibile. Noi del MoVimento 5 Stelle auspicavamo, proprio ai sensi e per gli effetti di quel mandato parlamentare ed anche in virtù della storia dell’Italia e dei principi contenuti nell’articolo 11 della Costituzione, che l’Italia diventasse leader o tra i maggiori promotori dell’iniziativa diplomatica. Però, purtroppo, così non è stato. Anzi, l’unico tentativo negoziale tra Russia e Ucraina fu promosso nel marzo 2022 da Turchia e Israele. Le risultanze di quella bozza di accordo, che prevedevano tra l’altro il cessate il fuoco, non hanno avuto seguito anche o soprattutto per l’opposizione ferma del Presidente Biden e del premier Johnson ma anche per la debolezza estrema dell’Europa e di questo io sono certo che la storia chiederà conto. Per due anni si è andati avanti con un continuo invio di armi, sempre più letali. La propaganda bellicista ci raccontava che i russi erano a corto di armi e di proiettili, che combattevano a badilate, che, grazie alle sanzioni che erano state comminate, la Russia avrebbe fatto default in poche settimane, che Putin aveva malattie gravi e che quindi la vittoria sarebbe arrivata in poco tempo. Bastava, secondo loro, inviare armi più potenti e letali per vincere subito. Ora avrei gioco facile a rileggere le fandonie - perché tali sono - di questo tenore propalate dai principali mezzi di informazione e da molti leader italiani, europei ed americani. Potrei citare gli insulti e gli attacchi forsennati contro tutti coloro che, come noi, esprimevano dubbi sull’utilità di puntare tutto sull’opzione militare e dubbi, tra l’altro, proprio riguardo al fatto che fosse la cosa giusta per l’interesse dell’Ucraina innanzitutto. Purtroppo, tutte le armi che abbiamo fornito insieme ad altri Paesi occidentali non sono state affatto decisive, perché la controffensiva del 2023 è stata, ahinoi, un fallimento e la linea del fronte è rimasta sostanzialmente immutata ed è ferma dal novembre 2022, da quando il generale Mark Milley, il capo di stato maggiore delle forze armate degli Stati Uniti, aveva avvisato che si stava andando verso una guerra di posizione, una guerra di trincea, e che quindi occorreva trovare una soluzione diplomatica al conflitto, sfruttando l’inverno che stava arrivando in quel momento. Era il novembre del 2022, 14 mesi fa: quindi, sono stati 14 mesi di massacri e devastazioni che si sono rivelati, purtroppo, inutili. Analoghe valutazioni erano state fatte anche dal Capo di stato maggiore delle Forze ucraine, che parlava, anch’egli, di una guerra di trincea che può durare anni, “ma lo Stato ucraino, a differenza della Russia, non ha una riserva umana quasi illimitata”. Ho letto le parole testuali del Capo di stato maggiore ucraino. Un realismo e un pragmatismo espressi dai due Capi di stato maggiore tipici di chi conosce la guerra, di chi sa come si fa, come si conduce, che conosce le forze in campo, i mezzi, la logistica, le possibilità di vittoria o di sconfitta. Un realismo che contrastava con le ferme convinzioni del Presidente Zelensky che, non a caso, vuole destituire il suo generale. Il 26 gennaio, The Washington Post - ricordo a me stesso che è un giornale che ha una tradizione di inchieste: fece scoppiare lo scandalo Watergate e il caso Pentagon Papers, quindi non è certo un giornale propagandistico - ha rivelato che è in atto un radicale cambio di strategia dell’amministrazione Biden per l’Ucraina dopo il fallimento della controffensiva del 2023. Gli Stati Uniti - secondo The Washington Post - ritengono ormai impossibile riconquistare i territori occupati dalla Russia, ma vogliono puntare sulla difesa delle posizioni attuali. Non ne siamo felici, ovviamente, ma questo riporta questa inchiesta. Al di là delle rivelazioni giornalistiche, il MoVimento 5 Stelle sostiene da sempre che la via di uscita non può essere militare, ma deve essere negoziale e, per averlo detto, in ogni occasione siamo stati derisi, accusati di disfattismo e, addirittura, di collaborazionismo con il nemico russo, forse per aver commesso il delitto di leso bellicismo del partito trasversale della guerra (Applausi dei deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle). Non pretendiamo, certo, oggi che ci venga data ragione, ma pretenderemmo di essere ascoltati quando facciamo proposte alternative. Se ci ostinassimo ad alimentare con altre armi la prosecuzione di questa sanguinosa guerra di logoramento, con l’Ucraina che è in estrema difficoltà, la posizione militare e, quindi, negoziale di Kiev può solo peggiorare, anche perché si fa sempre più concreta la possibilità che gli Stati Uniti si defilino, quindi con il conseguente tracollo dell’Ucraina, come è già successo, per quanto riguarda gli Stati Uniti, poco tempo fa in Afghanistan e decenni fa in Vietnam. Sono cose già successe ed è abbastanza probabile che succedano ancora. Chi vuole il bene dell’Ucraina deve provare a fermare a ogni costo questa guerra, prima che la situazione peggiori a vantaggio ulteriore della Russia. E l’unico modo di difendere l’Ucraina è risparmiare a essa altri mesi o anni di guerra, aiutandola diplomaticamente in tutti i modi, al fine di ottenere quanto più possibile dai negoziati con la Russia, ovviamente sostenendola nella ricostruzione. Non è mandando più armi che salveremo l’Ucraina, ma fermando questa guerra, che rischia di distruggerla. I fautori dell’invio a oltranza delle armi sostengono che, se smettessimo di inviarle, faremmo vincere Putin, perché l’Ucraina presto non potrebbe più difendersi dagli attacchi e, quindi, le sue Forze armate sarebbero costrette a soccombere. Vero, anche se questo dipenderebbe più dalla carenza di uomini, visto che le Forze armate ucraine sono state decimate dagli attacchi russi, che non da carenza di armi e di munizioni. Ma, comunque, chi critica la nostra posizione contraria all’invio delle armi e usa questa banale - perché tale è - argomentazione, cercando di farci passare per pazzi incoscienti, velleitari paci-finti o, peggio, come dei cinici filo-putiniani, ignora di proposito l’altra gamba su cui si regge la nostra proposta, cioè la richiesta di un cessate il fuoco immediato, di una tregua delle ostilità che impegni anche russi e ucraini, i quali, quindi, non avrebbero più bisogno di difendersi. Se le armi tacciono, non occorre inviarne altre. Giusto? Credo che possiamo essere d’accordo tutti su questo. Ma come arriviamo a un cessate il fuoco? Come convinciamo Putin e Zelensky a concordare una tregua? Certamente non continuando a mandare armi e a escludere ogni negoziato, ma, invece, proponendo a Ucraina e Russia una soluzione che soddisfi entrambe le parti, come diceva la Presidente Meloni al telefono pensando di parlare con un esponente africano e, invece, parlava con dei comici russi. Le soluzioni concrete possono essere diverse: stop agli attacchi russi in cambio di ritiro di sanzioni, missioni di peacekeeping per monitorare la tregua composta da forze neutrali accettate da entrambe le parti, un tavolo negoziale permanente per discutere del futuro status militare dell’Ucraina e del futuro status dei territori oggi occupati. Sono tante le soluzioni, saranno le due parti, sostenute dalla comunità internazionale, a decidere durante il negoziato. Mi avvio a concludere. È tempo che la politica italiana ed europea si tolga l’elmetto e discuta di questo orizzonte. La politica deve riprendere il suo spazio e il suo ruolo, che è quello di ragionare con pragmatismo sulle soluzioni più razionali e più convenienti per il bene degli ucraini e dei nostri popoli. Fino ad oggi, l’Italia e l’Europa sono state timorose e passive, incapaci di proporre una soluzione diplomatica, ostinandosi a seguire la ricetta anglo-americana del supporto militare a oltranza e prefigurando, tra l’altro, anche uno scontro diretto con la Russia, come dicono in queste settimane alcuni esponenti, anche importanti, della NATO.
PRESIDENTE. Concluda.
MARCO PELLEGRINI (M5S). Concludo, Presidente. Noi non vogliamo negare agli ucraini il diritto di difendersi, come scioccamente sostiene qualcuno. Noi, al contrario, vogliamo negare ai sostenitori della guerra a oltranza, ai bellicisti di professione il diritto di continuare a prendere in giro gli ucraini e tutti noi, sostenendo l’insostenibile e, cioè, che il terzo anno di guerra porterà vittorie militari impossibili da ottenere (Applausi dei deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle). Per tutti questi motivi, Presidente, annuncio il voto contrario a questo provvedimento, che giudichiamo profondamente sbagliato e nefasto per l’Ucraina (Applausi dei deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l’onorevole Formentini. Ne ha facoltà.
PAOLO FORMENTINI (LEGA). Grazie, Presidente. A distanza di un mese dall’ultimo dibattito dedicato al conflitto russo-ucraino, nulla purtroppo è cambiato. Come ci ha ricordato il Ministro della Difesa, l’aggressione russa all’Ucraina prosegue e la resistenza ucraina non ha possibilità di successo senza gli aiuti occidentali, anche quelli italiani. La situazione non accenna a migliorare, al punto che, per sopperire alle proprie accresciute necessità difensive, i vertici militari ucraini stanno considerando di reclutare mezzo milione di uomini per evitare che il riorganizzato dispositivo russo abbia la meglio. Non è, quindi, il momento di cedere, i russi non si fermerebbero, ma procederebbero alla conquista totale dell’Ucraina, sradicandone la statualità. Non ci sono motivi per illudersi: Putin ha chiarito, nella conferenza stampa di fine anno, che gli obiettivi della Russia in Ucraina non sono mai cambiati. Mosca, quindi, non combatte per rettifiche territoriali o per la tutela delle minoranze russofone del Donbass, ma per denazificare, denuclearizzare e smilitarizzare l’Ucraina ovvero sopprimerne la sovranità, oggi come il 24 febbraio 2022. I russi si stanno avvalendo della loro superiorità demografica e del successo di alcune misure militari di riassetto. Se non compensiamo con aiuti efficaci Kiev, la sconfitta sarà questione di tempo. Ecco perché non possiamo abbandonare l’Ucraina: avremmo una seconda Kabul, ma questa volta nel cuore dell’Europa. Abbiamo già confermato la posizione della Lega-Salvini Premier a questo riguardo, lo faremo di nuovo oggi, votando a favore della conversione in legge del decreto-legge dello scorso 21 dicembre. La comunità internazionale dovrà commisurare deterrenza e diplomazia, come ci ha detto in quest’Aula il Sottosegretario Perego Di Cremnago. Continueremo ad aiutare gli ucraini, senza che questo, peraltro, significhi rinunciare a profondere, con tutte le nostre energie, ulteriori sforzi diplomatici per arrivare alla cessazione delle ostilità. Proseguirà anche l’assistenza umanitaria alla popolazione ucraina e si assicurerà il supporto italiano a tutte le iniziative per la ricostruzione di un Paese martoriato dalla guerra, in piena sintonia con Unione europea e NATO. L’Ucraina ha ancora bisogno di noi, è necessario continuare a sostenerla. Dopo quasi due anni dall’attacco russo all’Ucraina, non possiamo non notare che, dopo la Russia, anche l’Iran, tramite le milizie filoiraniane, sta destabilizzando il Medio Oriente, il canale di Suez, dove gli Houthi attaccano i mercantili occidentali, risparmiando i mercantili russi e cinesi. Ma la libertà di navigazione non è in pericolo solo in quell’area: è sempre più in pericolo anche nel Mar Cinese meridionale, dove la Cina mostra assertività nel rivendicare il controllo di quelle rotte fondamentali per il commercio globale. Non è più la sola integrità territoriale dell’Ucraina a essere messa in discussione, ma l’intero sistema di regole costruito dall’Occidente. Viva la libertà, viva la democrazia (Applausi dei deputati del gruppo Lega-Salvini Premier)! Non dobbiamo permettere alle autocrazie di distruggere il nostro futuro e di ledere l’interesse nazionale italiano da Suez, alla Libia, al Sahel, fino allo Stretto di Taiwan (Applausi dei deputati del gruppo Lega-Salvini Premier).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l’onorevole Ascani. Ne ha facoltà.
ANNA ASCANI (PD-IDP). Grazie, Presidente. Colleghe e colleghi, il nostro gruppo esprimerà voto favorevole al decreto che proroga l’autorizzazione al Governo a cedere materiali, mezzi ed equipaggiamenti militari all’Ucraina e lo farà tenendo fede all’impegno assunto in quest’Aula il 25 febbraio 2022, quando, a poche ore dall’aggressione criminale della Federazione Russa ai danni di un Paese libero, sovrano ed indipendente, dichiarammo insieme agli altri gruppi che non avremmo mai voltato le spalle al popolo ucraino (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico-Italia Democratica e Progressista) e che, insieme ai nostri partner europei e dell’Alleanza atlantica, l’avremmo sostenuto nella resistenza e aiutato ad esercitare il legittimo diritto alla difesa. Si trattava di un’invasione - è utile ricordarlo per chi sembra mancare di memoria - anche se, con sprezzo del ridicolo e protervia tipica dei regimi, veniva qualificata come “operazione militare speciale”. Una potenza nucleare invadeva con carri armati e mezzi blindati con migliaia di militari uno Stato confinante per annientare il Governo e le istituzioni democratiche, per annetterlo. Putin voleva cancellare l’Ucraina dalla cartina geografica con la menzogna della denazificazione: questa è la storia di questa vicenda e questa storia non può essere scritta che così. Un folle disegno neoimperialista ha riportato qui, sul vecchio continente, fosche tenebre di guerra e morte che credevamo cancellate definitivamente, un tragico balzo nel passato, che neppure nelle più distopiche immaginazioni aveva trovato posto. Sotto attacco era l’Ucraina - certo - ma con essa i fondamenti delle nostre libere società e i pilastri su cui si sono poggiati decenni di pace, democrazia e giustizia nell’Europa riemersa dalla catastrofe della Seconda guerra mondiale, quella nella quale tutti si erano impegnati affinché prevalesse la forza del diritto e non più - mai più - il diritto della forza (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico-Italia Democratica e Progressista). Ce lo ha ricordato di recente il Presidente Mattarella: “La libertà e l’indipendenza dell’Ucraina” - ha detto - “sono tutt’uno con i valori fondanti dell’Europa”. Noi dunque decidevamo di aiutare il popolo ucraino a difendersi, ma nel contempo stavamo difendendo noi stessi e il modello di società che donne e uomini hanno conquistato, anche pagando con la vita, 80 anni fa, sconfiggendo totalitarismi e scellerate ideologie. Stavamo difendendo - ho detto - e stiamo difendendo, colleghe e colleghi, anche con il voto di oggi (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico-Italia Democratica e Progressista), anche due anni dopo, anche ora che la speranza di una rapida controffensiva si è scontrata con la complessità del campo di battaglia e un’innegabile stanchezza nelle nostre opinioni pubbliche comincia ad affiorare. Stanchezza che impallidisce, però, se si pensa alla fatica concreta del popolo ucraino, al desiderio che anima ogni cittadino in quel pezzo di Europa di vedersi restituita la pace. Una stanchezza diversa, la loro, che è conseguenza della lotta quotidiana per la libertà, non letta sui giornali, ma combattuta sulla propria pelle, vedendo morire persone care e allontanarsi, giorno dopo giorno, anche il ricordo dei tempi di quiete, cancellati dalla violenza immane di un invasore capace persino di deportare migliaia di bambini; bambini che abbiamo il dovere di riportare a casa, di restituire alle loro madri, alle loro famiglie e al loro Paese (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico-Italia Democratica e Progressista). Nel nostro sistema di valori, colleghi e colleghe, è chiaro il ripudio della guerra. Tra questi banchi - ne sono convinta - in nessuno scranno di quest’Aula siede una donna o un uomo intossicato da spirito bellicista. Noi speriamo e vogliamo che questa guerra finisca, che cessi la sofferenza di un intero popolo, in cui in milioni non hanno più nulla: una famiglia su 3 ha dovuto lasciare la propria casa, 6 milioni di cittadini sono dovuti fuggire in altri Paesi e altrettanti non riescono a mangiare tutti i giorni. E poi ancora bombe, missili e droni continuano a piovere su obiettivi civili, mietendo nuove vittime, spesso bambini. Ieri, 44 missili, 20 droni e 4 morti anche oggi, ogni giorno. E vogliamo che si ponga fine anche alla morte di decine di migliaia di giovani in divisa, una strage mostruosa: non è retorica, è realtà. Da subito abbiamo chiesto la fine del conflitto, abbiamo chiesto che tacessero le armi e vincesse la pace, abbiamo chiesto che venisse percorsa la via negoziale e noi oggi votiamo con quello stesso spirito, con quella stessa speranza e determinazione, perché una pace giusta e sicura sia possibile. Ed è per questo - lo abbiamo scritto esplicitamente nella risoluzione votata poco più di un mese fa - che riteniamo urgente uno sforzo diplomatico, rinnovato e incisivo dell’Unione europea e chiediamo al Governo di impegnarsi su questa linea e, sempre al Governo, di adoperarsi in ogni sede internazionale per una pace giusta, che si faccia carico delle ragioni dell’aggredito. Lo abbiamo chiesto a un Governo che - c’è da dire - non fa corrispondere a una narrazione baldanzosa sul proprio ruolo nei consessi internazionali altrettanta capacità di iniziativa ed orientamento e quest’assenza, questo vuoto pesano. Dinanzi al bene supremo della pace, occorre muoversi sul sentiero della franchezza; per questo dobbiamo dire e riconoscere che anche la voce dell’Europa è stata debole. Non nelle prime ore, in realtà, quando la risposta, per quanto difficile, c’è stata, plasticamente rappresentata dalla fotografia dei tre Presidenti Draghi, Macron e Scholz, in viaggio verso Kiev; fotografia che, non a caso, ha infastidito molto la Presidente Meloni. Alla reazione forte e risoluta al tentativo di Putin di dividere l’Unione, non ha fatto seguito però nel tempo una linea altrettanto forte e risoluta che ponesse l’Europa tra gli attori protagonisti della costruzione di una via d’uscita negoziale e diplomatica dal conflitto. Non dobbiamo certo ridimensionare l’importanza della decisione assunta lo scorso dicembre di aprire le porte dell’Unione a Kiev con l’avvio del percorso di adesione, né tantomeno l’approvazione, nei giorni scorsi, del nuovo pacchetto d’aiuti - approvazione purtroppo, come sappiamo, ritardata dal veto ungherese -, ma l’Europa politica, l’Europa che sa tradurre la solidità dei suoi valori in azione coraggiosa e tenace non si è vista. Eppure è quella l’Europa che serve oggi, anche perché - è inutile nasconderlo - una direzione isolazionista degli Stati Uniti, legata all’eventuale infausta affermazione di Trump, non resterebbe senza effetti sul terreno degli equilibri e dei pesi internazionali e di questa guerra naturalmente. Certo, la strada è impervia, anche perché in Europa esistono forze, come quella di Zemmour, e partiti di Governo, come quello di Viktor Orbán, entrambi prossimi aderenti al gruppo dei conservatori della Presidente Meloni, che la considerano luogo di mera contrattazione degli interessi nazionali e non casa comune di popoli affratellati da un destino condiviso e che in questa vicenda hanno assunto posizioni - per dirla con un eufemismo – “ambigue”. Ma se l’Europa non dovesse in questo tempo compiere un salto di qualità, comprendendo che siamo a un tornante della storia, ritrovando quel realismo profetico dei padri fondatori, allora il suo stesso futuro rischierebbe di essere condizionato, come quello di chi cammina verso una meta desiderata, frenato da pesanti catene. Signor Presidente, colleghi e colleghe, troppe vite spezzate, troppe rovine, troppe sofferenze frutto di atroce disegno di conquista devono spingere tutti fino a togliere il sonno alla ricerca del cessate il fuoco, ma sapendo bene una cosa, ossia che non ci può essere pace se essa è disgiunta dalla parola sorella “libertà” (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico-Italia Democratica e Progressista). Non vive in pace un popolo se non è libero; in quel caso, c’è un altro nome: “schiavitù”. Libertà e pace: questi sono i doni che abbiamo ricevuto da donne e uomini coraggiosi, saggi e illuminati all’indomani della Seconda guerra mondiale e su cui è nata l’Europa ed è questo quindi il destino che anche noi dobbiamo contribuire a restituire al popolo ucraino (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico-Italia Democratica e Progressista).
PRESIDENTE. Saluto una delegazione dell’Assemblea nazionale francese, che è in visita in Italia e che sta assistendo ai lavori dell’Aula dalle tribune del pubblico. Benvenuti (Applausi). Saluto anche i docenti e gli studenti dell’Istituto d’istruzione superiore Arturo Prever, di Pinerolo, Torino. Grazie e benvenuti (Applausi). Ha chiesto di parlare l’onorevole Gardini. Ne ha facoltà.
ELISABETTA GARDINI (FDI). Grazie, signor Presidente. Onorevoli colleghi, oggi votiamo la conversione in legge del decreto -legge n. 200 del 21 dicembre 2023. È un atto, per Fratelli d’Italia, di particolare importanza, mentre ci avviciniamo al secondo tragico anniversario dell’invasione su larga scala dell’Ucraina da parte della Federazione Russa. Sì, sono passati ormai due anni dal 24 febbraio 2022, quando la storia è tornata a bussare alle nostre porte e noi abbiamo il dovere di dimostrarci all’altezza delle sfide che ci vengono poste. Giorgia Meloni e Fratelli d’Italia non hanno avuto esitazioni, hanno subito condannato l’invasione della Russia, si sono subito schierati dalla parte dell’Ucraina, dalla parte dell’aggredito, dalla parte di chi difende democrazia e libertà e questo abbiamo fatto dai banchi dell’opposizione come, coerentemente, dai banchi della maggioranza. Non possiamo dire lo stesso per altri che, a seconda degli scranni su cui siedono, cambiano orientamento o perdono la memoria (Applausi dei deputati del gruppo Fratelli d’Italia). Signor Presidente, oggi siedono all’opposizione ma, allora, in maggioranza, dicevano: non si tratta di usare le armi per aggredire, si tratta di dare la possibilità a un popolo di difendersi e ha dell’incredibile l’appello che abbiamo ascoltato di nuovo ieri e ancora oggi a non sostenere l’Ucraina, a non inviare armi che permettano agli ucraini di difendersi e di così negoziare una pace giusta. Oxana Pachlovska, docente di ucrainistica all’università Sapienza, ha scritto su Limes, riferendosi proprio a questa specificità tutta italiana di marce per la pace, con l’appello a cessare l’invio di armi all’Ucraina, che una tal presa di posizione manca di visione strategica sulle sue conseguenze geopolitiche e mette sullo stesso piano aggressore e aggredito, per cui la violenza russa viene giustificata e il diritto all’autodifesa negato. É interessante leggere anche quanto scrive, invece, la stessa docente del Presidente Meloni. Scrive, infatti, che la società ucraina ha guardato con timore alle ultime elezioni in Italia - chissà perché, chissà che cosa avevano letto, chissà che cosa avevano sentito, chissà quali becere insinuazioni e da parte di chi - ma che, poi, è avvenuto qualcosa di estremamente interessante, la ferma e decisa posizione della Premier italiana nei confronti dell’Ucraina che ha cambiato non solo l’immagine della politica ma dell’Italia tutta e, oserei dire, non solo agli occhi dell’Ucraina ma della parte più solida delle democrazie occidentali. Si può dire, senza esagerare, che la Meloni ha cambiato l’immagine dell’Italia, vista ora come uno Stato forte e coerente. Tantissime persone in Ucraina seguono con attenzione e ammirazione il Governo italiano. Da quei banchi vedono e parlano solo di armi, di soldi e ancora di armi, ma non è così. Ieri, un altro autorevole giornale, The New York Times, ha definito Giorgia Meloni leader credibile e influente e ha pubblicato un articolo nella sezione World News, dedicata alle più importanti notizie del panorama mondiale, nel quale sottolinea l’autorevolezza sempre maggiore di Giorgia Meloni in Europa, un lungo articolo nel quale si ricostruisce l’azione del Presidente Meloni per convincere Orbán sugli aiuti all’Ucraina. È stato un grande momento per l’Europa ma è stato anche un grande momento per Meloni, che ha suggellato la sua credibilità come persona in grado di svolgere un ruolo influente ai massimi livelli tra i leader europei. Quindi, grazie proprio a questo lavoro di mediazione di Giorgia Meloni, si sono sbloccati i fondi europei per l’Ucraina per i prossimi quattro anni e, grazie al lavoro del Presidente del Consiglio italiano, l’altro ieri abbiamo letto il comunicato stampa del Consiglio europeo che annunciava proprio che Consiglio e Parlamento hanno trovato l’accordo sulla creazione di un nuovo strumento per sostenere la ripresa, la ricostruzione e la modernizzazione dell’Ucraina. Quindi, si tratta di 50 miliardi che non vanno alle armi, signor Presidente, lo riferisca all’opposizione. Lo strumento per l’Ucraina avrà un budget, appunto, di 50 miliardi di euro, per il periodo 2024-2027. Come vedete, si lavora su più fronti e da tempo. Non può essere sfuggito a nessuno che il Presidente Meloni, lo scorso maggio, ha partecipato al 4° vertice del Consiglio d’Europa a Reykjavik, in Islanda. In quell’occasione è stata presa la storica decisione di istituire il registro dei danni causati dalla guerra di aggressione condotta dalla Russia contro l’Ucraina, sotto l’egida del Consiglio d’Europa. Avrà sede all’Aja, con un ufficio satellite in Ucraina, e sarà la base per istituire un meccanismo di risarcimento per le vittime dell’aggressione russa. È già al lavoro, conformemente al diritto internazionale. Certo, la contabilità dei danni di guerra è sempre deprimente, ma necessaria. La guerra non è solo una immane tragedia umana ma fa anche danni giganteschi ed è proprio sul piano della ricostruzione che si vince la pace, ossia con la possibilità di dare un assetto il più possibile sicuro e stabile una volta terminata la guerra. Ci sarà molto da ricostruire, i danni arrecati alle infrastrutture fisiche, secondo la Banca Mondiale, sono stimati in 135 miliardi di dollari - anzi, sono stime già superate - concentrati soprattutto nelle oblast dove si combatte di più, nomi che ci sono, ahimè, diventati familiari: Donetsk, Kharkiv, Kherson, Luhansk, Kiev. Ricostruzione vuol dire anche rimozione delle macerie, bonifiche dei terreni, sminamento. A questo proposito, il Ministro Crosetto, nell’informativa del 10 gennaio scorso, ha già dato delle cifre, ha parlato di oltre 8 milioni di mine. Pensiamo a cosa vorrà dire liberare il territorio dalle mine che sono state disseminate, 8 milioni. Ma come potremo mai porre rimedio alla perdita di vite umane, al danno demografico, al mancato ritorno di una quota della massiccia emigrazione? L’Ucraina, oggi, dipende totalmente dall’estero, per questo l’aiutiamo. Tutti abbiamo sperato che non accadesse, anche contro gli avvertimenti che dicevano che sarebbe accaduto. Dice l’ambasciatore della Repubblica italiana in Ucraina che se le operazioni militari non hanno avuto successo bisogna dire che la Russia è riuscita a distruggere l’economia ucraina, che oramai dipende interamente dagli aiuti internazionali, siano questi provenienti dagli americani, dagli istituti finanziari internazionali o dalla stessa Unione europea. Anche l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa ha agito su un altro tema, drammaticamente attuale: l’urgente necessità di affrontare la situazione dei bambini ucraini trasferiti con la forza nei territori temporaneamente occupati dell’Ucraina, della Federazione russa e della Bielorussia (Applausi dei deputati del gruppo Fratelli d’Italia). Ad oggi, la piattaforma Children of War - ascoltate bene, Presidente, ascolti e riferisca perché è una cosa terribile - ha raccolto informazioni su quasi 20.000 bambini segnalati come trasferiti con la forza da varie località e di questi, ad oggi, solo 388 sono tornati a casa. Tornando alle istituzioni dell’Unione europea, ieri, l’Alto rappresentante Borrell, in visita a Kiev, ha ribadito al Primo Ministro ucraino che per l’Unione europea l’Ucraina rimane una priorità assoluta, perché questa guerra influisce direttamente anche sulla nostra sicurezza. Ha dovuto, purtroppo, porgere le condoglianze al Primo Ministro, perché nella notte, come abbiamo appreso anche noi dai media, c’erano state altre vittime civili, a seguito di altri attacchi indiscriminati da parte dei russi. L’Alto rappresentante ha, poi, fornito alcuni dati che smentiscono le cifre che vengono continuamente date dai banchi dell’opposizione. L’Unione europea - parole dell’Alto rappresentante - ha dato all’Ucraina un sostegno, negli ultimi due anni, di circa 88 miliardi di euro e, di questi 88 miliardi di euro, solo 28 miliardi sono stati dati in sostegno militare. A questi vanno aggiunti i 50 miliardi di cui abbiamo detto, che saranno probabilmente, anzi, sicuramente, votati definitivamente entro la fine del mese. Ebbene, mi sembra chiaro, e concludo, che nostro dovere, anche, forse prima di tutto, verso noi stessi, sia sostenere l’Ucraina. Come ha detto il Ministro Crosetto, questo Governo prosegue nel solco del precedente Esecutivo e pone la classifica di segretezza sugli aiuti inviati a Kiev, ma il Governo ha confermato che anche questo ottavo pacchetto di aiuti militari è costituito da equipaggiamenti e sistemi d’arma volti a rafforzare,solo e soltanto, le capacità difensive delle Forze armate ucraine. E permettetemi proprio di chiudere con le parole del Ministro Crosetto, pronunciate in quest’Aula: “C’è una Nazione che ogni giorno, ogni mattina, ogni pomeriggio, ogni sera, è attaccata e si deve difendere da centinaia di bombe che cadono su obiettivi civili e militari e questo da quasi due anni. Quando saranno passate 24 ore senza che questi attacchi partano e arrivino, potremo iniziare a parlare di pace. In attesa che questo accada, dobbiamo impedire a quelle bombe di cadere sui territori, di cadere sugli asili, sugli ospedali, sugli obiettivi civili ucraini (Applausi dei deputati del gruppo Fratelli d’Italia). Ed è quello che abbiamo fatto in questi due anni, fornendo pacchetti che hanno salvato migliaia di vite ucraine da un attacco russo. Per questo, ringraziando il Governo e il Presidente Meloni per la ritrovata centralità dell’Italia negli scenari internazionali, annuncio il voto favorevole del gruppo di Fratelli d’Italia (Applausi dei deputati del gruppo Fratelli d’Italia).
PRESIDENTE. Sono così esaurite le dichiarazioni di voto finale. (Votazione finale ed approvazione - A.C. 1666) PRESIDENTE. Passiamo alla votazione finale. Indìco la votazione nominale finale, mediante procedimento elettronico, sul disegno di legge n. 1666: S. 974 - "Conversione in legge del decreto-legge 21 dicembre 2023, n. 200, recante disposizioni urgenti per la proroga dell'autorizzazione alla cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari in favore delle autorità governative dell'Ucraina" (Approvato dal Senato). Dichiaro aperta la votazione. (Segue la votazione). Dichiaro chiusa la votazione. La Camera approva (Vedi votazione n. 1).
Votazione n.1 Nom. DDL 1666 - VOTO FINALE 
260 presenti - 260 votanti - 0 astenuti - 131 maggioranza richiesta - 218 voti favorevoli - 42 voti contrari - 70 deputati in missione - Decreto Approvato

19 dicembre. Ottavo pacchetto di aiuti militari all'Ucraina presentato da Crosetto al COPASIR.  Si era in attesa della reiterazione successiva del decreto Draghi già rinnovato dal governo Meloni. Il ministro Crosetto aveva dichiarato: "Non c'è fretta"... E invece, dietro pressioni USA, la fretta c'è stata. Il "decreto legge ombrello" rispetto ai DPCM attuativi è stato approvato in consiglio dei ministri lo stesso giorno in cui Crosetto riferiva al COPASIR... Ora le aule parlamentari devono confermarlo con il loro voto entro febbraio 2024 .

I "digiunatori della coerenza pacifista" si sono uniti al presidio di protesta (e proposta) convocato insieme alle attiviste e agli attivisti romani al Pantheon, il 19 dicembre, dalle ore 17:30.

Inviata una lettera ai parlamentari in cui si propone il taglio di 1/3 delle spese militari  incostituzionali (da 30 a 20 miliardi circa), proiettate verso il 2% del PIL, standard NATO da raggiungere, nel 2028, per "attrezzare le forze armate a combattere una guerra ad alta intensità".

Questa iniziativa, con l'adesione politica di Michele Santoro, non concretizzata però in presenza organizzativa, è stata spiegata in una nostra conferenza stampa, il 20 dicembre, con inizio alle ore 11:00, in via dei Fori imperiali, angolo S. Pietro in carcere.

1 - E' confermato che Crosetto si presenta al COPASIR con il pacchetto di aiuti (l'ottavo)

2- E' stato invece inatteso che il governo Meloni abbia lo stesso giorno riproposto il "decreto legge ombrello", già Draghi poi confermato da Meloni all'inizio del 2023 per tutto l'anno

3- L'appello dei pacifisti romani pubblicato su CONTROPIANO (sue criticità nella condanna del "genocidio israeliano a Gaza" e nella proposta di "uscire subito dalla NATO"). Ma noi riteniamo che diversi approcci e diverse prospettive debbano convergere in una mobilitazione comune sul punto specifico.

4- La lettera dei Disarmisti esigenti ai parlamentari impegnati nell'approvazione della legge di Bilancio per il 2014

5- Il documento dei Disarmisti esigenti che dimostra l'incostituzionalità delle spese militari orientate al 2 per cento NATO del PIL "onde attrezzare le forze armate a combattere guerre ad alta intensità".

6- Chi sono i "digiunatori per coerenza pacifista", in campo sin dal 5 novembre 2022, che si sono ritrovati nella conferenza stampa, convocata il  20 dicembre, alle ore 11:00, in via dei Fori imperiali, angolo San Pietro in carcere.

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1 - E' confermato che Crosetto si presenta al COPASIR il 19 dicembre con il pacchetto di aiuti militari all'Ucraina

Sulla stampa la notizia continua ad essere data per certa e  nel Calendario ufficiale del Senato l'audizione del Ministro della difesa è riportata alle ore 15:30.

Cliccando su Archivio delle notizie | Senato della Repubblica troviamo testualmente:

Audizioni in Copasir

Martedì 19 dicembre alle 15.30, il Copasir ha in programma l'audizione del Ministro della difesa, Guido Crosetto. Mercoledì 20 dicembre alle 14, sarà la volta del Direttore Public Affairs dell'Eni, Lapo Pistelli.

Come sempre, sulla base del decreto legge originario, quello di Draghi reiterato dalla Meloni, la quantità, la qualità (e i costi) delle armi da inviare restano secretate.

La redazione di TAG24 fa notare che solo un mese fa Crosetto parlava della necessità di trovare altre vie rispetto a quella dello scontro militare.

"Occorre prendere atto che oggi il costo militare per riportare l’Ucraina a prima della guerra non è sopportabile dalla stessa Ucraina. Occorre trovare altre vie ed è in atto uno sforzo importante della comunità internazionale per una soluzione politica. Io sono fiducioso".

(Si vada su: https://www.tag24.it/900589-ucraina-crosetto-armi/)

Un altro articolo su cui è utile soffermarsi: quello di Francesco Verderami, apparso a pagina 6 sul Corriere della Sera del 16 dicembre 2023, titolo: "La legge per le armi all'Ucraina in scadenza a fine anno. Le incognite nella maggioranza".

L'articolo parte con la presa d'atto che il governo non ha ancora deciso se prorogare la legge Draghi che scade il 31 dicembre.

"(Di fronte alla decadenza della legge - ndr) Crosetto non ha ancora sciolto la riserva. (...) Il punto è che per assistere l'Ucraina con un altro pacchetto, scaduti gli effetti giuridici dell'attuale provvedimento, il governo dovrebbe appoggiarsi a un'altra legge: la 185 (del 1990 - ndr) che stabilisce i criteri di cessione di armi all'estero. Mentre le norme in vigore autorizzano il passaggio di armamenti "da Stato a Stato", la 185 consente anche la vendita da parte di privati. E non prevederebbe il controllo parlamentare. Di più. Oggi la decisione di fornire materiale bellico a Kiev è regolata da un decreto interministeriale (DPCM - atto amministrativo - ndr) firmato dai titolari della Difesa, degli Esteri e dell'Economia, espressioni delle tre maggiori forze del centrodestra: FdI, Forza Italia e Lega. Con la 185, basterebbe invece il solo benestare di Crosetto. Messa così, la questione potrebbe assumere rilevanza politica e porrebbe in risalto le differenti posizioni della maggioranza sul conflitto. (...) Sia chiaro, nella delicata fase di crisi internazionale Meloni non pensa minimamente di arretrare né sulla linea decisa con i partner dell'Occidente né sulla difesa dell'Ucraina. (...) Ma se così stanno le cose, non si capisce questo surplace. E' vero, la sessione di Bilancio impegnerà il Parlamento fino all'ultima settimana dell'anno. (...) Resta però un interrogativo: se è vero - come riferiscono fonti di maggioranza - che per prorogare la legge Draghi si starebbe pensando di inserirla nel decreto Milleproroghe, perché non annunciarlo?"

(Nota bene: FdI sarebbe solleticato dal passare dalla normativa Draghi alla 185 del 9 luglio 1990.  Questa modalità lascerebbe l'unica firma a Crosetto, eviterebbe il controllo parlamentare nelle autorizzazioni e aprirebbe anche ai privati. Ma anche la 185, di cui Padre Alex Zanotelli fu tra i promotori, ha i suoi vincoli. E' una normativa che vieta l'esportazione di armi in paesi in guerra, sotto embargo Onu o in cui non si hanno garanzie rispetto ai diritti umani. A occhio e croce, non sembra sia questo il caso dell'Ucraina... Per il testo della 185/1990 si vada su: https://presidenza.governo.it/ucpma/doc/legge185_90.pdf )

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2 - L' inattesa riproposizione, da parte governo Meloni, lo stesso giorno, del "decreto legge ombrello", da fare valere per tutto il 2024; normativa "ombrello" già Draghi poi confermata da Meloni all'inizio del 2023 per tutto l'anno, fino alla nuova mossa del consiglio dei ministri del 19 dicembre 

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3 - L'appello dei pacifisti romani per il 19 dicembre pubblicato sul sito "CONTROPIANO" (con nostre note critiche)

No all’invio di armi all’Ucraina. Fermare la guerra, imporre la pace

Il Parlamento entro il 31 dicembre deve approvare o meno il rinnovo del decreto che autorizza l’invio di armi italiane nella guerra in Ucraina.

Da tempo la maggioranza del Paese chiede che l’Italia metta fine al suo coinvolgimento politico e militare in una guerra diventata una carneficina, alimentata e combattuta più per gli interessi di Usa e Nato che per quelli delle popolazioni ucraine e russe.

(Nota: si tratta, a nostro avviso, di uno scontro di due logiche imperiali, perché da parte del regime di Putin si sogna la restaurazione dell'impero russo).

La guerra deve cessare e passare la mano ai negoziati, raggiungendo tutti i compromessi oggi possibili per mettere fine ad una pericolosa escalation.

Continuare ad alimentare il conflitto e inviare armi è esattamente il contrario di quello che andrebbe fatto.

Il governo Meloni, in continuità con il governo di Draghi, ha invece sostenuto una linea guerrafondaia e di obbedienza servile alla Nato, rifiutando ogni ipotesi di negoziato e di cessate il fuoco.

(Nota: bisognerebbe mettere in evidenza che appoggiare guerre, anche se in posizione formale di retrovia, è contrario al ripudio costituzionale dei conflitti armati per risolvere le controversie internazionali)

Con la stessa linea il governo italiano sta sostenendo il genocidio dei palestinesi a Gaza, supportando Israele e respingendo le proposte di cessate il fuoco richieste dalla maggioranza dei paesi rappresentati nelle Nazioni Unite.

(Nota: le parole vanno pesate e un massacro di civili, per quanto sanguinoso e orribile, non va assimilato a un "genocidio". Il governo Netanyahu sta commettendo, secondo il diritto internazionale, ci sembra con lampante evidenza sotto gli occhi del mondo, crimini di guerra e contro l'umanità. L'ONU parla, giustamente, di inaccettabile "punizione collettiva" del popolo palestinese con massacri che rasentano la pulizia etnica. La condanna del governo Netanyahu va però sempre accompagnata da quella del blitz di Hamas, il 7 ottobre. Anche qui è bene fare riferimento al buon senso popolare. L'opinione pubblica italiana non condivide assolutamente la reazione "esagerata" di Israele e solidarizza con i civili martirizzati a Gaza. Nemmeno però si identifica tout court con la "causa palestinese". Non sta nello schema "imperialismo vs popoli oppressi" che vedrebbe il massimo campione della libertà/liberazione nel popolo palestinese, a prescindere da chi lo guida. Apprezza invece un dialogo, attualmente inesistente, sulla base dei "due popoli, due Stati". Insomma rifugge dai fondamentalismi ideologici e religiosi che si stanno scontrando e desidera che la faida etnica cessi e la situazione evolva verso un accordo di pace).

Noi chiediamo che il Parlamento voti contro il rinnovo dell’invio di armi all’Ucraina e, al contrario di quanto fatto fino a oggi, impegni il governo sulla richiesta di cessate il fuoco sia in Ucraina che in Palestina.

Ma chiediamo anche che, finalmente, in questo paese si metta fine all’obbedienza servile verso la Nato e si rimetta in discussione un’adesione che rischia di trascinare l’Italia in tutte le guerre che si profilano all’orizzonte.

(La nostra linea su questo punto coincide con "il partito della pace" cui pensa Michele Santoro: non è all'ordine del giorno, come è opinione della maggioranza del popolo italiano, l'uscita dalla NATO ma l'obbedienza servile ai diktat americani in essa. Per questo contestiamo un bilancio della difesa che si muove nella gabbia del 2 per cento del PIL - vedi lettera ai parlamentari - e avanziamo proposte di autonomia ispirate ai valori della nostra Costituzione nella conferenza stampa che abbiamo indetto il 20 dicembre).

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4 - La lettera dei Disarmisti esigenti ai parlamentari impegnati nell'approvazione della legge di Bilancio per il 2014 (presentata in una conferenza stampa il 20 dicembre)

da parte di Alfonso Navarra, coordinatore dei Disarmisti esigenti (cell. 340-0736871); e del gruppo di lavoro comprendente Ennio Cabiddu e Cosimo Forleo (www.disarmistiesigenti.org

La lettera è stata presentata in una conferenza stampa, convocata il 20 dicembre in via dei Fori imperiali, angolo San Pietro in carcere, alle ore 11:00. Alla conferenza stampa sono intervenute anche la femminista Antonella Nappi e la rappresentante di WILPF Italia, Enrica Lomazzi.

La registrazione di Radio radicale si trova al seguente link: 

https://www.radioradicale.it/scheda/716434/conferenza-stampa-per-presentare-la-proposta-di-taglio-del-bilancio-della-difesa-10

Marilena Correggia, collaboratrice de Il MANIFESTO, ha scritto un pezzo per PEACELINK che si trova al seguente link: 

No all'invio di armi (peacelink.it)

OGGETTO: CONVERTIRE LE SPESE MILITARI E GLI AIUTI DI GUERRA IN INVESTIMENTI SOCIALMENTE ED ECOLOGICAMENTE UTILI (in allegato testo più esteso della lettera più piccolo documento di accompagnamento)

Onorevole Senatrice/Senatore della Commissione Bilancio, impegnata/o nella discussione della Legge di Bilancio per il 2024

Riteniamo che ci siano serie motivazioni per rifiutare e comunque non rispettare l’obiettivo del 2% del PIL per le spese militari stabilito come standard NATO.

La premessa è che possiamo anche non considerarlo un impegno vincolante, diversamente da come comunemente si crede.

Va considerato – e lo si può fare legittimamente - che la decisione di un paese di rispettare o meno l’obiettivo del 2% del PIL in spese militari deve dipendere dall'esame di una serie di fattori, tra cui la sua situazione economica, le sue priorità politiche e la sua posizione geopolitica.

I Disarmisti esigenti, membri ICAN, rete internazionale insignita nel 2017 del premio Nobel per la pace, ed i loro collaboratori politici, per quanto riguarda le spese militari italiane, propongono una stretta attinenza ai valori e agli obiettivi costituzionali di “ripudio della guerra”, che rimandano non ad un modello offensivo e nuclearizzato, meno che mai all’”attrezzarsi per combattere guerre ad alta intensità”, come pretenderebbe di comandarci, in sostanza, l’ultimo vertice NATO, bensì ad un orientamento difensivo, con primi passi verso il disarmo, e in transizione verso una componente importante di difesa popolare nonviolenta.

Sulla base di tale orientamento strategico e valoriale di "ripudio della guerra", che oltretutto gli istituti di sondaggio danno per maggioritario nel popolo italiano, già nel 2024 potremmo operare il taglio di 1/3 della spesa passando dagli oltre 30 (più o meno) previsti dalla legge di Bilancio per il 2024 ai circa 20 miliardi di spesa annua.  

In questa linea risulta più che ovvio opporsi agli aiuti militari ai Paesi in guerra, l’Ucraina per prima, adesso anche Israele. 

L’Italia ha fornito un aiuto all’Ucraina che, assommante a un miliardo di euro secondo una recente intervista del ministro degli Esteri Taiani, deve comunque cessare nella sua forma militare.

Riteniamo che siate in grado, molto meglio di quanto possiamo fare noi, con la vostra competenza e con le strutture tecniche di supporto di cui disponete, di tradurre benissimo in emendamenti puntuali e accoglibili, le (SOTTOELENCATE) 10 PROPOSTE DEI DISARMISTI ESIGENTI e dei loro partners politici: 

1- Taglio dei fondi per la condivisione nucleare NATO.

2- Taglio del “Fondo per la realizzazione di programmi di investimento pluriennale per esigenze di difesa nazionale” e dei programmi militari del MIMIT. 

3- Drastica riduzione delle missioni militari (circa 1.500 milioni di euro di spesa) e conversione di gran parte dei loro fondi al Servizio Civile Universale (comunque da riformare), con particolare attenzione ai Corpi Civili di Pace.

4- Una legge nazionale per convertire al civile le produzioni militari. Un caso urgente è la riconversione della RWM.

5- Accoglienza dei giovani in fuga dalle guerre cui concedere asilo politico (campagna Object war, organizzata a livello internazionale da WAR RESISTERS' INTERNATIONAL & PARTNERS)

6- Cooperazione allo sviluppo da portare all’1% del PIL(quindi da triplicare come importo) e consistente contributo al fondo previsto dalle COP per il clima (con la logica della restituzione del debito ecologico)

7- rifinanziare Donne Pace Sicurezza in attuazione della risoluzione Onu n. 1325 

8- una legge per l’opzione fiscale (come da campagna SEI PER LA PACE SEI PER MILLE, collegata all’obiezione alle spese militari per la difesa nonviolenta). In generale bisognerebbe trovare il modo di sostenere tutte le obiezioni al “sistema di guerra”, nel senso di venire incontro alle loro richieste di alternativa. Segnaliamo in proposito tutta la problematica della finanza etica e della obiezione bancaria.

9- Abbiamo a suo tempo promosso, durante l’imperversare della pandemia da Covid19, un appello on line dal titolo: NO ARSENALI SI OSPEDALI. Il titolo parla di per sé.

10- Investimenti nella pubblica istruzione, indirizzati alle strutture scolastiche, edifici, sicurezza, laboratori scientifici, non virtuali e digitali. L’obiettivo di potenziare l’educazione civica e alla pace va perseguito nel contrasto alle attività che permettono di pubblicizzare l'opzione militare nelle scuole.  

Ringraziando per l'attenzione restiamo in attesa di riscontri e comunque di Vostre risposte scritte che, se pervenute in tempo, leggeremo nella conferenza stampa del 20 dicembre

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5 - Il documento dei Disarmisti esigenti che dimostra l'incostituzionalità delle spese militari orientate al 2 per cento NATO del PIL "onde attrezzare le forze armate a combattere guerre ad alta intensità". La proposta è di ridurre di 1/3 il bilancio della difesa e gli investimenti e le attività per conflitti e armamenti.

OGGETTO: CONVERTIRE LE SPESE MILITARI E GLI AIUTI DI GUERRA IN
INVESTIMENTI SOCIALMENTE ED ECOLOGICAMENTE UTILI

Cara/o Parlamentare, impegnata/o nella legge di bilancio 2024
Riteniamo che ci siano serie motivazioni per rifiutare e comunque non rispettare
l’obiettivo del 2% del PIL per le spese militari stabilito come standard NATO.
La premessa è che possiamo anche non considerarlo un impegno vincolante, come
comunemente si crede.
Va considerato – e lo so può fare legittimamente - che la decisione di un paese di
rispettare o meno l’obiettivo del 2% del PIL in spese militari deve dipendere
dall'esame di una serie di fattori, tra cui la sua situazione economica, le sue priorità
politiche e la sua posizione geopolitica.
Detto ciò, veniamo ora ad un’elencazione di motivazioni che possano indurre a dire
NO in piena consapevolezza e responsabilità:
1 - Priorità di bilancio nazionale: Ogni paese ha le proprie priorità di bilancio e
potrebbe scegliere di investire in altre aree, come l’istruzione, la sanità o
l’infrastruttura, piuttosto che aumentare le spese militari. Cosa ci impedisce una
opzione a favore dei bisogni vitali delle persone?
2- Dibattito politico: L’aumento delle spese militari può essere un argomento
controverso a livello politico. Ad esempio, in Italia, una forza politica di peso con
passate responsabilità di governo ha preso le distanze dalla decisione di aumentare
subito le spese militari al 2% del PIL. Anche la proroga al 2028 può benissimo
essere rimessa in discussione.
3- Implicazioni internazionali: Alcuni paesi potrebbero essere preoccupati per le
implicazioni internazionali di un aumento delle spese militari. Ad esempio, un
aumento delle spese militari potrebbe essere visto come un gesto ostile da parte di
altri paesi o potrebbe indebolire i piani di un paese per avere una maggiore
rilevanza in ambito internazionale. Perché non dare basi più ad un comportamento
italiano, da far diventare abitudinario, all’insegna del motto: “Amici di tutti, nemici di
nessuno”?
4- Efficienza della spesa: Infine, non è cervellotico sostenere che l’efficienza della
spesa è più importante della quantità di spesa. In altre parole, è più importante
come i soldi vengono spesi piuttosto che quanto viene speso.
I Disarmisti esigenti, membri ICAN, rete internazionale insignita nel 2017 del premio
Nobel per la pace, ed i loro collaboratori politici, per quanto riguarda le spese
militari italiane, propongono una stretta attinenza ai valori e agli obiettivi
costituzionali di “ripudio della guerra”, che rimandano non ad un modello offensivo
e nuclearizzato, meno che mai all’”attrezzarsi per combattere guerre ad alta
intensità”, come ci comanda, in sostanza, l’ultimo vertice NATO, bensì ad un
orientamento difensivo, con primi passi verso il disarmo, e in transizione verso una
componente importante di difesa popolare nonviolenta.
Non può non destare allarme il fatto incontestabile che la NATO abbia adottato un
orientamento e preso delle misure per prepararsi a guerre ad alta intensità. Un
documento importante in questo senso è il "Nato Military Strategy” del 2017, in cui
si afferma chiaramente che l’Alleanza deve essere pronta a condurre guerre ad alta
intensità nell’area euro-atlantica contro potenziali avversari pari o quasi pari”.
(Si vada su: https://www.jwc.nato.int/articles/warfare-development-making-nato-
better-now-and-tomorrow)

Queste misure sono state esplicitamente riaffermate nell’ultimo vertice NATO di
Vilnius del 2023, nel documento noto come “Vilnius Summit Communiqué”, che
sottolinea “l’impegno della NATO a difendere ogni centimetro del territorio degli
Alleati in ogni momento, a proteggere un miliardo di cittadini e a salvaguardare la
libertà e la democrazia, in conformità con l’articolo 5 del Trattato di Washington”.
(Si vada su: https://www.nato.int/cps/en/natohq/official_texts_217320.htm)
Sulla base del nostro - di italiani - orientamento strategico e valoriale del ripudio costituzionale della guerra, che oltretutto gli istituti di sondaggio danno per maggioritario nel popolo italiano, già nel 2024 potremmo operare il taglio di 1/3 della spesa passando dagli oltre 30 (più o meno) previsti dalla legge di Bilancio ai 20 miliardi di euro di spesa annua.
In questa linea risulterebbe più che ovvio opporsi agli aiuti militari ai Paesi in
guerra, l’Ucraina per prima, adesso anche Israele.
L’Italia ha fornito un aiuto all’Ucraina che deve cessare nella sua forma militare. Il
ministro degli Esteri Taiani in una intervista ha parlato di un miliardo di euro.
Questa cifra dovrebbe essere messa insieme dalla somma di tutti i DPCM varati
negli ultimi due governi, Draghi e Meloni, a partire dal primo decreto Ucraina del 21
marzo 2022.
(Si vada, ad esempio, su https://www.trend-online.com/politica-attualita/armi-
ucraina-quanto-ha-speso-italia-fino-ad-ora/)
Riteniamo che voi parlamentari  siate in grado, molto meglio di quanto possiamo fare noi, con la vostra competenza e con le strutture tecniche di supporto di cui disponete, di poter benissimo tradurre in emendamenti puntuali e accoglibili, le (SOTTOELENCATE) 10 PROPOSTE DEI DISARMISTI ESIGENTI
1 – Taglio dei fondi per la condivisione nucleare NATO. Ci riferiamo alle “atomiche”
USA che è un segreto di Pulcinella siano ospitate nelle basi di Aviano e Ghedi e che
ora sono in via di ammodernamento come B61-12. Abbiamo sottoscritto una
denuncia per accertare la loro illegalità, presentata il 2 ottobre scorso alla Procura
della Repubblica presso il Tribunale di Roma, sulla base di uno studio alla Sezione
italiana di IALANA, associazione di giuristi contro le armi nucleari specializzati in
Diritto Internazionale. Dal punto di vista economico, il loro mantenimento
assommerebbe a circa 500 milioni di euro all’anno.
2- Taglio del “Fondo per la realizzazione di programmi di investimento pluriennale
per esigenze di difesa nazionale” e dei programmi militari del MIMIT. Per il citato
Fondo, la disponibilità di risorse sarebbe di 7.515 milioni di € circa per il 2024; con
un aumento di oltre 1.400 milioni sempre su quest’anno, pari a +23%. Considerando le risorse stanziate anche dal Ministero delle imprese e del Made in Italy (MIMIT) che sostiene alcuni programmi di investimento selezionati (indicativamente, 1.775 milioni di €), la somma disponibile per il 2024 dovrebbe salire fino a 9,3 miliardi di €; con prospettive di crescita anche per gli anni a venire. Stiamo parlando, se andate a ben vedere, per lo più di acquisizioni di nuovi sistemi d’arma offensivi
3- Drastica riduzione delle missioni militari (circa 1.500 milioni di euro di spesa) e
conversione di gran parte dei loro fondi al Servizio Civile Universale (comunque da
riformare), con particolare attenzione ai Corpi Civili di Pace.
4- Una legge nazionale per convertire al civile le produzioni militari. Un caso urgente
è la riconversione della RWM.
5- Accoglienza dei giovani in fuga dalle guerre cui concedere asilo politico
(campagna Object war)

6- Cooperazione allo sviluppo da portare all’1% del PIL (quindi da triplicare come
importo) e consistente contributo al fondo previsto dalle COP per il clima (con la
logica della restituzione del debito ecologico)
7- rifinanziare Donne Pace Sicurezza in attuazione della risoluzione Onu n. 1325
8 – una legge per l’opzione fiscale (come da campagna SEI PER LA PACE SEI PER
MILLE, collegata all’obiezione alle spese militari per la difesa nonviolenta). In
generale bisognerebbe trovare il modo di sostenere tutte le obiezioni al “sistema di
guerra”, nel senso di venire incontro alle loro richieste di alternativa. Segnaliamo in
proposito tutta la problematica della finanza etica e della obiezione bancaria.
9- Abbiamo a suo tempo promosso, durante l’imperversare della pandemia da
Covid19, un appello on line dal titolo: NO ARSENALI SI OSPEDALI. 
(Si vada su: https://www.petizioni24.com/no_arsenali_si_ospedali)
Scrivevamo: “L'apparato militare-industriale-fossile-nucleare è la principale causa
delle minacce che incombono sull'umanità tutta: in primis il pericoloso intreccio tra minaccia nucleare e minaccia climatica in sinergia con la disuguaglianza economica e l'oppressione le cui vittime sono in crescita esponenziale a partire da donne, bambini e i soggetti fragili. E' necessario, allora, che le risorse pubbliche ad esso destinate comincino a essere dirottate verso un serio "Green New Deal", una conversione ecologica dell'economia, uno stop all'accumulazione illimitata e un focus sui bisogni umani e di salvaguardia dell'ambiente, realizzante la piena occupazione; un ecosviluppo che vede tra i suoi pilastri anche una sanità pubblica messa in grado di fronteggiare emergenze come quella terribile da coronavirus”…
10- Nella linea della valorizzazione dei beni comuni e pubblici, sottolineiamo infine
gli investimenti nella pubblica istruzione, indirizzati alle strutture scolastiche,
edifici, sicurezza, laboratori scientifici, non virtuali e digitali. L’obiettivo di
potenziare l’educazione civica e alla pace va perseguito nel contrasto alle attività
che permettono di pubblicizzare l'opzione militare nelle scuole.
Per concludere, ci permettiamo di richiamare l’attualità di quel “vecchio” appello del
2021, scritto durante una catastrofe sanitaria da cui riteniamo non si siano tratti i
giusti insegnamenti, in quanto siamo tornati a un “dopo-pandemia” con tutte le
fattezze del “prima” che ha contribuito a scatenarla.
“Noi, le promotrici e i promotori del presente appello, siamo tra quelli che vorremmo un  grande cambiamento in direzione positiva, in cui il
il malsviluppo dell';accumulazione per il profitto e per la potenza che ci ha
condotto alla catastrofe - sia consapevolmente abbandonato.
Questo dovrebbe incorporare i valori che, praticati durante la pandemia, ci
permetteranno di superare nel miglior modo possibile questo difficile momento:
dopo anni di chiusure nazionalistiche, di razzismi, di odi e conflitti armati, un senso
di solidarietà tra le persone e tra i popoli; dopo l'attacco a tutto ciò che è statale e le
privatizzazioni selvagge, una rivalutazione della sfera pubblica e degli interventi
programmati da parte dello Stato; e soprattutto un inizio di consapevolezza della
dipendenza e fragilità umana rispetto alle forze della Natura, che deve tradursi in
comportamenti individuali e collettivi sobri e prudenti, di rispetto per tutta la
comunità dei viventi.
Potremmo ora, edotti dalla drammatica esperienza che stiamo affrontando,
finalmente percepire che tutti gli esseri umani, articolati nei vari popoli, sono una
unica famiglia che appartiene alla Madre Terra e che, come consigliava Martin
Luther King: "Dobbiamo imparare a vivere tutti insieme come fratelli, altrimenti
periremo tutti insieme come idioti".

La petizione a suo tempo fu sostenuta da centinaia di firmatari, tra i quali
ricordiamo:
Primi firmatari/e: Alex Zanotelli  - Moni Ovadia -Luigi Mosca - Michele Carducci -
Vittorio Agnoletto - Guido Viale - Mimmo Lucano - Adelmo Cervi - Mario Agostinelli
Antonella Nappi - Sabina Santovetti - Tiziana Pesce - Ada Donno - Pola Natali
Cassola - Agnese Ginocchio - Daniela Padoan - Carolina Pozzo - Claudia Pinelli -
Isabella Horn - Francesca Cassarà
Cesidio Angelantoni - Moreno Biagioni - Maurizio Bucchi - Ennio Cabiddu -
Alessandro Capuzzo - Tiziano Cardosi - Tonino Drago - Cristian Facchetti -
Giuseppe Farinella - Cosimo Forleo - Renato Franchi - Francesco Lo Cascio -
Alessandro Marescotti - Pierangelo Monti - Renato Napoli - Giuseppe Natale - Enrico
Peyretti - Davide Ravaglia - Mimmo Rizzuti - Marino Severini - Oliviero Sorbini  -
 Luciano Zambelli
Coordinamento politico-organizzativo: Alfonso Navarra – Disarmisti Esigenti,

Buon lavoro e fateci sapere. Siamo comunque disponibili al dialogo.

In allegato un documento che esprime in modo più ampio, documentato e articolato le idee e le proposte che abbiamo sopra esposte
Per contatti: Alfonso Navarra – coordinatore dei Disarmisti esigenti cell. 340-0736871
Email coordinamentodisarmisti@gmail.com
Ennio Cabiddu – Cosimo Forleo

6 - Chi sono i "digiunatori per coerenza pacifista", in campo fin dalla manifestazione del 5 novembre 2022

(foto di ICAN)

SECONDO INCONTRO DEGLI STATI PARTE DEL TPNW (NYC dal 27 nov. al 1 dic. 2023)

Siamo stati presenti, DE & partners, con delegato Sandrino Ciani, portando un working paper, per dare qualità alla voce della società civile rappresentata da ICAN. Lavoriamo per il coordinamento con la Campagna NFU nel testo stesso del Trattato. L'universalizzazione del TPNW sarà frutto di una strategia di diplomazia popolare capace di coinvolgere le stesse potenze nucleari, a partire dalla presa d'atto della centralità del rischio costituito dalla deterrenza, rispetto alle argomentazioni giuridiche.

Per sottoscrivere online il documento: 

https://www.petizioni24.com/ican-nfu

Sull'Italia, in particolare, Paese della condivisione nucleare NATO, va continuata la pressione per una denuclearizzazione unilaterale: in questo senso va la denuncia sulla illegalità presentata il 2 ottobre 2023 al Tribunale di Roma.

QUI sotto i resoconti di Sandrino Ciani, di Mondo Senza Guerre e senza Violenza, le nostre considerazioni, e altro materiale relativo alla Conferenza di New York. 

Questo il link ufficiale ai documenti prodotti durante la Conferenza:
https://meetings.unoda.org/meeting/67225/statements

Si è concluso a New York il secondo incontro degli Stati parte del TPAN

Si è concluso Venerdì 1° dicembre a New York il secondo incontro degli Stati parte del Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari (TPAN).

Di seguito alcuni punti salienti dell’incontro avvenuto a NYC dal 27 novembre al 1° dicembre 2023 in base alle note quotidiane condivise:

  1. Un centinaio di Paesi hanno partecipato ai lavori, ossia 59 Stati parte, 11 Stati firmatari e 35 osservatori, dei quali una novantina hanno contribuito in modo dinamico e impegnato all’incontro;
  2. I lavori in corso coinvolgeranno oltre agli Stati anche il Comitato internazionale della Croce Rossa, l’ICAN ed i suoi membri associati e tutte le parti interessate, senza dimenticare il coinvolgimento per la prima volta di un comitato di esperti scientifici che ha lo scopo di valutare gli impatti umanitari causati da tali armi;
  3. Sulla base dei report del Comitato Scientifico sono state presentate nuove prove, anche sugli effetti a cascata sulle forniture alimentari, sul sistema finanziario e sulle forniture energetiche;
  4. Questi studi hanno spinto più di 90 investitori, che rappresentano oltre 1.000 miliardi di dollari di asset in gestione, ad incoraggiare gli Stati a collaborare con la comunità finanziaria per rafforzare ulteriormente le norme e gli obiettivi del trattato, anche per porre fine ai rapporti di finanziamento con l’industria delle armi nucleari;
  5. Una dichiarazione congiunta approvata da 26 organizzazioni guidate da comunità colpite dal nucleare e sostenuta da altre 45 organizzazioni alleate ha affermato: “Abbiamo il diritto e la responsabilità di parlare delle conseguenze reali delle armi nucleari… Chiediamo agli Stati parti del TPAN di spingere incessantemente per la sua universalizzazione”;
  6. Una delegazione di 23 parlamentari provenienti da 14 Paesi, la maggioranza dei quali deve ancora firmare il trattato, si è riunita a margine della conferenza e ha rilasciato una dichiarazione in cui denunciava le minacce nucleari esortando i propri governi a firmare e a ratificare urgentemente il trattato;
  7. A margine dell’incontro si sono svolti più di 65 eventi, tra cui mostre d’arte, concerti, tavole rotonde, cerimonie di premiazione ecc.

Tuttavia, l’aspetto principale sul quale si è convenuto riguarda la “deterrenza nucleare” in quanto rappresenta un problema di sicurezza significativo per il mondo.

Gli stati parte del TPAN hanno convenuto che la politica legata alla deterrenza nucleare rappresenta sia una minaccia alla sicurezza umana che un ostacolo al progresso verso il disarmo nucleare.

La terza riunione degli Stati parti del trattato si svolgerà dal 3 al 7 marzo 2025, sempre a New York.

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Post del 5 dicembre 2023

COSA E' STATO DECISO AL SECONDO MEETING DEL TPNW?Ne discutiamo su zoom oggi, martedì 5 dicembre, dalle ore 18:00 alle ore 20:00 L'incontro registrato, anche con scopi formativi ed educativi, è collocato su Radio Nuova Resistenza ed stavolta è co-promosso, oltre che dai Disarmisti esigenti, dalla Consulta della Pace di Palermohttps://us06web.zoom.us/j/81947587687
Siamo stati presenti, DE & partners, con delegato Sandrino Ciani, portando un working paper, per dare qualità alla voce della società civile rappresentata da ICAN. Lavoriamo per il coordinamento con la Campagna NFU nel testo stesso del Trattato.

L'universalizzazione del TPNW sarà frutto di una strategia di diplomazia popolare capace di coinvolgere le stesse potenze nucleari, a partire dalla presa d'atto della centralità del rischio costituito dalla deterrenza, rispetto alle argomentazioni giuridiche.

Per sottoscrivere online il documento:https://www.petizioni24.com/ican-nfu

Sull'Italia, in particolare, Paese della condivisione nucleare NATO, va continuata la pressione per una denuclearizzazione unilaterale: in questo senso va la denuncia sulla illegalità della collocazione di questi ordigni sul nostro territorio presentata il 2 ottobre 2023 al Tribunale di Roma.

Per quanto riguarda altre componenti pacifiste presenti a New York, il succo del loro ragionamento possiamo riassumerlo nei termini seguenti: siccome nulla osterebbe legalmente, e molte personalità autorevoli lo chiedono, la NATO dovrebbe in quanto tale aderire al TPAN, lasciando comunque disco verde ai singoli Stati membri. Ma l'argomentazione - ne siamo convinti - non può limitarsi al terreno giuridico, nel quale, oltretutto, le cose non sono così semplici come le prospettano Senzatomica o la RIPD. Se si vuole fare breccia, si devono comunque porre come centrali le esigenze di sicurezza, che sono quelle che possono essere prese in considerazione, quando si presenta in modo adeguato un mutamento di percezione. Il ragionamento puramente giuridico, in un mondo di Stati nazionali che non ha né una costituzione universale né una giurisprudenza robusta ed incontrovertibile - il diritto internazionale non è un fantasma ma nemmeno si staglia come una struttura solida, coerente e compiuta - risulta addirittura insultante per gli interlocutori istituzionali, che, se va bene, pensano e si muovono secondo la "geopolitica realistica" ...
Dopo l'analisi puntuale (si spera) delle risultanze del secondo meeting degli Stati parte del trattato di proibizione delle armi nucleari, svoltosi a New York dal 27 al primo dicembre 2023, vi saranno altri due incontri di approfondimento, per i quali è necessario attrezzarsi con gli strumenti della "geopolitica olistica". Si tratta di integrare nei ragionamenti l'impatto di due dimensioni trascurate o addirittura ignorate: quella economica e quella ecologica a livello globale. E di considerare la "forza delle unioni popolari", che può essere un altro nome per indicare le mobilitazioni di base e nonviolente. In particolare sono da porre a revisione critica due luoghi comuni del pensiero del progressismo giuridicista.

Il primo luogo comune afferma che la deterrenza nucleare è ormai un fossile nei rapporti di potenza, si tratterebbe di una realtà obsoleta di cui il sistema degli stati in lotta per l'egemonia potrebbe facilmente fare a meno. Spesso sentiamo questa frase: le armi nucleari sono obsolete. Ed anche l'energia nucleare!

 In questo ambito di pensiero riduttivo si colloca anche l'idea che il nucleare non abbia nessun ruolo nel cementare l'alleanza militare denominata con l'acronimo NATO. Una cosa sono le carte statutarie altra cosa i principi e i concetti strategici che rinviano a rapporti di forza che sono rapporti egemonici di potenza. Storicamente l'ombrello nucleare americano è stato il vero cemento strategico della NATO funzionale alla costruzione di un blocco occidentale guidato dagli USA presentato come "mondo della libertà " o "mondo libero". Il mondo oggi è in trasformazione ma bisogna esaminare quanto il retaggio della vecchia realtà, sopravvissuta al bipolarismo USA/URSS e all'unipolarismo americano successivo, resista ad essere consegnata alla pattumiera della Storia. Anzi rischi di trascinare con sé nel baratro la stessa avventura umana...

Domenica 10 dicembre 2023. Incontro online dalle 18:00 alle 20:00: Le armi nucleari sono obsolete? E lo è il cosiddetto nucleare "civile"?

https://us06web.zoom.us/j/86875072562?pwd=Q5Ud2QclP9z3SxAgqkU2PnEcDofYdJ.1

Domenica 17 dicembre 2023. Incontro online dalle 18:00 alle 20:00. E' possibile denuclearizzare la NATO senza traumi politici? La "condivisione nucleare" è considerata geopoliticamente anacronistica?

https://us06web.zoom.us/j/85742823761?pwd=MXmdCO9o1cY2XKsHhld8bKY1ny62t2.1

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Una strategia per arrivare dalla proibizione alla eliminazione delle armi nucleari 

Promotori: Disarmisti esigenti & Partners

in vista del secondo Meeting, a New York, presso il Palazzo di Vetro dell'ONU, degli Stati parte del Trattato di proibizione delle armi nucleari (27 novembre - 1 dicembre 2023)

e di appuntamenti successivi per la diplomazia dal baso

Primi firmatari:

Alfonso Navarra - Luigi Mosca - Michele Di Paolantonio - Mario Agostinelli - Sandro Ciani - Giovanna Cifoletti - Antonella Nappi - Daniele Barbi - Ennio Cabiddu - Cosimo Forleo - Alessandro Capuzzo - Guido Viale 

Per contattare telefonicamente a New York Sandro Ciani : +49 172 148 9551 

Su questa pagina prima testo del working paper in inglese, poi traduzione italiana.

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A Strategy to move from the legal prohibition to an effective, total and irreversible elimination of nuclear weapons

Working paper submitted by ‘Disarmisti Esigenti’, partner of ICAN 

in view of the second Meeting, in New York, at the UN Headquarters, of the States Parties to the Treaty on the Prohibition of Nuclear Weapons (27 November - 1 December 2023)

and subsequent appointments for grassroots diplomacy

To contact Sandro Ciani by telephone in New York: +49 172 148 9551

To this end, all 9 countries possessing nuclear weapons, together with their allies, should progressively sit at the negotiating table, and open negotiations depending on favorable opportunities, with the United Nations in the role of recognized mediator, having understood that the possession of nuclear weapons, illusorily justified with the aim of "deterrence", constitutes an unacceptable risk, firstly for themselves.The real danger of a possible nuclear war even just by mistake, accident or sabotage must be placed at the top of the concerns of anyone who cares about the survival of the human species and nature. If on one hand it is up to these states equipped with nuclear weapons to take the initiative of their elimination, it is also up to us, the civil society, to help them reach this awareness also through an exacting pressure from the grassroots.In recent times this risk has been increasing again, mainly due to three factors:1. the total or partial dismantlement of several bilateral or multilateral treaties controlling the nuclear armaments such as the INF (Intermediate-range Nuclear Forces Treaty), and more recently the CTBT (Comprehensive Test Ban Treaty) and the New-Start.2. the continued modernization of nuclear armaments and especially the development of "mini-nukes", i.e. nuclear weapons of intermediate power between that of the Hiroshima bomb and that of conventional weapons. These “mini nuclear weapons” will be easier to use on the battlefield and would therefore break the “taboo” of using nuclear weapons, with consequences we can easily imagine.3. the possible use of AI (Artificial Intelligence) algorithms in the interpretation of presumed detection of nuclear attacks and, even worse, in the decision-making process for possible retaliation.Consequently, we must focus primarily on these three risk factors to convince nuclear-armed states to decide on global nuclear disarmament. Then, universal membership to the TPNW, the Treaty on the Prohibition of Nuclear Weapons, should no longer face obstacles.

As a contribution to this approach, we propose to include in the text of the TPNW (Article Nb 1) the prohibition of nuclear weapons, “whatever their power”.

We also propose to integrate the ICAN campaign with the ‘No First Use’ (NFU) of nuclear weapons campaign, under the control of the IAEA (International Atomic Energy Agency), to facilitate the access to the TPNW. The exclusion of a first nuclear strike in all circumstances should be accompanied by measures, again under the control of the IAEA, that make the nuclear war more difficult by error, by incident or by sabotage, such as the 'de-alert’ of the nuclear warheads and the separation of them from their vectors.The TPNW, in article 4, provides a conversion period with some flexibility in the procedure of accession by the States with nuclear weapons and the States housing nuclear weapons controlled by another State. So, in this context, by preparing the coming TPNW Meeting of States Parties, it is desirable to also consider a number of States potentially supporting the TPNW, while not yet ready to fully access to it. This special category of States, assessing the TPNW as an appropriate and useful tool to obtain a world free of nuclear weapons, could also be mentioned in article 4.This is remarkably the case of Germany (see the Foreign minister Annalena Baerbock statement, at the NPT Revision Conference of 2022 in New York, proposing to create a “bridge” between the ‘North (nuclear weapons) States’ and the ‘South States’), among others.

Let’s conclude with Gorbachev’s statement : "If a State wants to be safe, it must first contribute to the security of all other States” : instead, nuclear deterrence' does exactly the contrary !

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Traduzione italiana del working paper

 

Per questo obiettivo del disarmo nucleare effettivo, tutti i 9 paesi che possiedono armi nucleari (insieme ai loro alleati) dovrebbero sedersi allo stesso tavolo delle trattative, con l’ONU nel ruolo di mediatrice riconosciuta, avendo compreso che il possesso di armi nucleari costituisce un rischio inaccettabile, in primo luogo per loro stessi. Il pericolo concreto di una possibile “guerra nucleare per errore” va messo in cima alle ragionevoli preoccupazioni di chiunque abbia a cuore la sopravvivenza della specie umana sulla Terra. Se da un lato spetta a questi Stati dotati di armi nucleari prendere questa iniziativa, spetta anche a noi, società civile, aiutarli a raggiungere tale consapevolezza anche mediante una “esigente” pressione dal basso. Negli ultimi tempi questo rischio è ancora aumentato principalmente a causa di due fattori: 1. lo sviluppo delle “mini-nuke”, cioè armi nucleari di potenza intermedia tra quella della bomba di Hiroshima e quella delle armi convenzionali. Queste “mini-armi nucleari” saranno più facili da usare sui campi di battaglia e quindi romperebbero il “tabù” dell’uso delle armi nucleari, con le conseguenze che possiamo facilmente immaginare. 2. il possibile utilizzo degli algoritmi di IA (“Intelligenza Artificiale”) nella rilevazione di attacchi nucleari e, cosa ancora peggiore, nel processo decisionale per un’eventuale ritorsione. Di conseguenza dobbiamo concentrarci principalmente su questi due fattori di rischio per convincere gli Stati dotati di armi nucleari a decidere un disarmo nucleare globale. Quindi, l’adesione universale al TPNW, il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari, non dovrebbe più incontrare ostacoli. Come contributo a questo approccio, proponiamo di includere nel testo del TPNW la proibizione delle armi nucleari, qualunque sia la loro potenza. (Possiamo anche ricordare in questo contesto quanto sosteneva Gorbaciov "Se uno Stato vuole essere sicuro, deve prima contribuire a garantire la sicurezza di tutti gli altri Stati": tuttavia, la 'deterrenza nucleare' fa esattamente il contrario!) Proponiamo di lavorare per armonizzare e integrare la Campagna ICAN con la Campagna No First Use (NFU) perché riteniamo importante schiudere ammorbidimenti e contraddizioni nel fronte nuclearista, già non del tutto monolitico. Sarebbe apprezzabile che l’adozione ufficiale di dottrine sulla deterrenza che escludano un primo colpo nucleare in qualsiasi circostanza sia accompagnato da misure, sotto controllo IAEA, che rendano più difficile la guerra nucleare per errore, come la deallertizzazione delle testate e la separazione delle stesse dai vettori. Il TPNW già, all’articolo 4, prevede un periodo di conversione e una certa flessibilità nelle forme di adesione da parte degli Stati dotati di armi nucleari e degli Stati che ospitano armi nucleari controllate da un altro Stato. Entro la prossima conferenza di revisione, fissata nel 2027, possiamo stabilire una categoria riconosciuta formalmente di Stati “fiancheggiatori” (o altro termine similare) del Trattato. Sarebbero Stati non aderenti a pieno titolo ma orientati positivamente verso il percorso della proibizione giuridica, valutato quale strumento utile e opportuno, compatibile con le istanze di sicurezza globale, per giungere a un mondo senza armi nucleari.

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Armi nucleari illegali in Italia: la denuncia

L'iniziativa delle associazioni per la denuclearizzazione unilaterale

Il 2 Ottobre è stata trasmessa alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Roma la denuncia sottoscritta a livello individuale da 22 esponenti di associazioni pacifiste e antimilitariste: Abbasso la guerra, Donne e uomini contro la guerra, Associazione Papa Giovanni XXIII, Centro di documentazione del Manifesto Pacifista Internazionale, Tavola della Pace Friuli Venezia Giulia, Rete Diritti Accoglienza Solidarietà Internazionale, Pax Christi, Pressenza, WILPF, Centro sociale 28 maggio, Coordinamento No Triv, e singoli cittadini.

Tra i denuncianti docenti universitari, avvocati, medici, saggisti, volontari, educatori, casalinghe, pensionati, padri Comboniani. Alcuni di loro sono molto conosciuti come Moni Ovadia e padre Alex Zanotelli. Portavoce dei 22 è l’avv. Ugo Giannangeli.

Hanno trasmesso la denuncia per conto degli assistiti gli avvocati Joachim Lau e Claudio Giangiacomo di IALANA Italia.

La denuncia è stata illustrata dai promotori in una conferenza stampa svoltasi, significativamente, di fronte alla base militare di Ghedi, dove fonti autorevoli ritengono che siano presenti ordigni nucleari.

La denuncia fa seguito a una campagna di un vasto settore del pacifismo italiano che ha chiesto uno studio alla Sezione italiana di IALANA, associazione di giuristi contro le armi nucleari specializzati in Diritto Internazionale, al fine di emettere un parere sulla legalità delle armi nucleari. Questa campagna, assolutamente autofinanziata, ha prodotto il libro Parere giuridico sulla presenza di armi nucleari in Italia edito da Multimage l’anno scorso.

La denuncia chiede agli inquirenti di accertare la presenza di ordigni nucleari in territorio italiano e, successivamente, di accertarne l’illegalità sulla base della normativa interna e internazionale. Gli inquirenti dovranno infine accertare le responsabilità, anche di rilevanza penale, che ricadono su coloro che hanno importato gli ordigni e/o su chi, illegittimamente, ne ha eventualmente autorizzato l’importazione e la successiva detenzione.

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Le valutazioni e i resoconti della direzione ICAN

La seconda riunione degli Stati parte concorda che il problema è la deterrenza nucleare

1 dicembre 2023

La seconda riunione degli Stati parte del TPNW si è conclusa con successo e ha convenuto che la deterrenza nucleare è un problema di sicurezza significativo, che richiede un'attenzione urgente da parte della comunità internazionale, che sono necessarie ulteriori ricerche sull'impatto delle armi nucleari e che i danni causati dall'uso e dalla sperimentazione di armi nucleari richiedono un'attenzione continua.

94 paesi hanno partecipato all'incontro in qualità di Stati parte o osservatori, tra cui alcuni che attualmente approvano l'uso di armi nucleari nelle loro dottrine di difesa. Questi paesi si sono impegnati in un dibattito approfondito e interattivo durante la settimana, adottando una dichiarazione politica e un pacchetto di decisioni.

La deterrenza nucleare è una causa di instabilità e insicurezza globale

Una delle decisioni adottate includeva, per la prima volta in assoluto, un accordo per lavorare insieme per sfidare le false narrazioni della deterrenza nucleare. Gli Stati parte hanno incaricato gli Stati, il Comitato Internazionale della Croce Rossa e l'ICAN e altre parti interessate ed esperti, di "sfidare il paradigma di sicurezza basato sulla deterrenza nucleare evidenziando e promuovendo nuove prove scientifiche sulle conseguenze e i rischi umanitari delle armi nucleari e giustapponendo questo con i rischi e le ipotesi inerenti alla deterrenza nucleare."

Rimane un divario informativo tra ciò che accadrebbe effettivamente a seguito di una guerra nucleare e le politiche degli stati dotati di armi nucleari e dei loro alleati, e gli sforzi per colmare questo divario sono la responsabilità primaria di coloro le cui politiche includono l'uso di armi nucleari.

Nuove prove sull'impatto delle armi nucleari richiedono un'azione da parte della comunità globale

Durante l'incontro sono state presentate anche nuove ricerche, tra cui quella che c'è una maggiore comprensione degli effetti a cascata sulle forniture alimentari, sul sistema finanziario e sulle forniture energetiche che ci aiutano a prevedere meglio i probabili effetti delle detonazioni nucleari.

Si è capito che la ricerca da sola non può ridurre i rischi delle armi nucleari, ma che può informare il pubblico e i responsabili politici sui danni esistenti nei loro arsenali o nelle loro dottrine di sicurezza.

Inoltre, il gruppo consultivo scientifico ha presentato i risultati di una ricerca che dimostra che l'eliminazione degli impianti di armi nucleari è possibile e che ci sono modi per ottenere la conversione degli impianti all'uso civile; e ci sono modi per sviluppare processi per il controllo degli armamenti, come il conteggio delle armi e l'autenticazione delle testate.

È importante sottolineare che il gruppo consultivo scientifico ha anche chiesto un nuovo studio delle Nazioni Unite sulle conseguenze di una guerra nucleare, dato che gli ultimi studi completi sono stati condotti alla fine degli anni '80.

Mettere al centro le comunità colpite

Gli Stati hanno ascoltato le testimonianze dei membri delle comunità colpite dall'uso, dai test e dallo sviluppo di armi nucleari e hanno ascoltato le loro richieste di riconoscimento da parte dei governi dei danni che hanno fatto alle persone, in particolare alle popolazioni indigene.

Hanno anche sentito parlare degli sforzi fatti finora per riparare i danni che hanno sfregiato le persone e la terra, nonché per aprire i registri ufficiali e fare più ricerche sugli impatti sulla salute e sull'impatto ambientale delle armi nucleari.

Questi rappresentanti, sostenuti da una più ampia società civile, hanno chiesto la pulizia e la bonifica delle terre - attraverso gli articoli 6 e 7 del TPNW - in cui i popoli indigeni devono essere coinvolti come proprietari tradizionali, e la ricerca sugli impatti delle armi nucleari sul patrimonio culturale immateriale.

Una dichiarazione congiunta, approvata da 26 organizzazioni guidate da comunità colpite dal nucleare, e sostenuta da altre 45 organizzazioni alleate, ha dichiarato: "Abbiamo il diritto e la responsabilità di parlare di ciò che le armi nucleari fanno veramente... Chiediamo agli Stati parte del TPNW di spingere incessantemente per la sua universalizzazione".

Altri stakeholder

Una delegazione di 23 parlamentari provenienti da 14 paesi, per lo più da paesi che devono ancora firmare il trattato, si è riunita a margine della conferenza e ha rilasciato una dichiarazione in cui denuncia le minacce nucleari e sollecita i governi a firmare e ratificare urgentemente il trattato.

Era presente anche la comunità finanziaria, che ha rilasciato una dichiarazione congiunta di oltre 90 investitori, che rappresentano oltre 1 trilione di dollari di asset in gestione, incoraggiando gli Stati a lavorare con la comunità finanziaria per rafforzare ulteriormente le norme e gli obiettivi del trattato, anche ponendo fine ai rapporti di finanziamento con l'industria delle armi nucleari.

Durante la settimana, più di 65 eventi, tra cui mostre d'arte, concerti, tavole rotonde, cerimonie di premiazione e altro ancora si sono svolti a margine dell'incontro.

La terza riunione degli Stati parte del trattato si svolgerà dal 3 al 7 marzo 2025 a New York.

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Dichiarazione della seconda Riunione degli Stati Parti del trattato sulla proibizione delle armi nucleari Armi. Progetto rivisto: "Il nostro impegno a sostenere la proibizione delle armi nucleari e scongiurarne la conseguenze catastrofiche"

1. Noi, Stati parti del Trattato sulla proibizione delle armi nucleari, abbiamo riuniti per la seconda Riunione degli Stati Parti, nella ferma determinazione di la minaccia esistenziale per l'umanità rappresentata dalle armi nucleari e per sostenere la nostra l'impegno a vietarne il divieto e la completa eliminazione. Accogliamo con favore l'ampia partecipazione degli Stati firmatari e degli Stati osservatori, nonché di altri osservatori, delle autorità rappresentanti della società, della comunità scientifica e dei sopravvissuti alle armi nucleari l'uso e il collaudo.

2. Celebriamo con successo la prima riunione degli Stati parte convocata a Vienna dal 21 al 23 giugno 2022 e ne accolgono con favore la dichiarazione, i risultati e le decisioni, compreso il piano d'azione di Vienna.

3. Accogliamo con favore i progressi compiuti dagli Stati parti in un ampio una serie di azioni previste dal piano d'azione di Vienna e riconosce ulteriormente la gestione dei copresidenti dei gruppi di lavoro informali, dei facilitatori e dei punto.

4. Proseguono inoltre i progressi verso l'universalizzazione del trattato sin dalla prima degli Stati parti e riconosciamo l'importanza e accogliamo con favore le firme delle Bahamas, delle Barbados, del Burkina Faso, di Gibuti, della Guinea Equatoriale, Haiti e Sierra Leone, le ratifiche da parte della Repubblica democratica del Congo, Repubblica Dominicana e Malawi, e l'adesione dello Sri Lanka.

5. Il trattato è attualmente in vigore con 93 firmatari e 69 Stati parte. Noi rinnoviamo il nostro appello a tutti gli Stati che non l'hanno ancora fatto a firmare e ratificare o aderire senza indugio del trattato. Continueremo a perseguire l'universalizzazione del Trattato come una delle nostre priorità.

6. L'elaborazione di politiche basate su dati concreti sugli effetti delle armi nucleari, il processo di cui è stato creato il trattato, deve essere al centro di tutte le decisioni e di tutte le azioni l'eliminazione delle armi nucleari. L'istituzione e i lavori in corso del Il gruppo consultivo scientifico rafforza l'effettiva attuazione del trattato che consentano di prendere in considerazione le conoscenze scientifiche e tecniche più attuali e consulenza in merito all'attuazione del trattato, che ha contribuito a informare la Commissione deliberazioni e decisioni degli Stati Parte. Il gruppo consultivo scientifico, il primo l'organismo scientifico internazionale creato per promuovere il disarmo nucleare multilaterale, è anche determinante per la creazione e il mantenimento di una rete con la più ampia comunità scientifica per rafforzare la consapevolezza e promuovere l'universalizzazione del Trattato.

7. Il trattato sulla proibizione delle armi nucleari continua a beneficiare coinvolgendo attivamente un'ampia gamma di parti interessate, come la Croce Rossa internazionale e il Movimento della Mezzaluna Rossa, la Campagna Internazionale per l'Abolizione del Armi, altre organizzazioni internazionali e regionali pertinenti, organizzazioni non governative organizzazioni accademiche, individui, leader religiosi e vittime di e comunità colpite da armi nucleari, tra gli altri. Riaffermiamo il genere disposizioni del Trattato e che la partecipazione paritaria, piena ed effettiva donne e uomini è essenziale per il disarmo nucleare.

8. I rischi nucleari sono esacerbati, in particolare, dal persistere e l'aumento della rilevanza e dell'enfasi sulle armi nucleari nelle posizioni militari e l'attuale modernizzazione qualitativa e quantitativa in corso, unitamente alla l'aumento degli arsenali nucleari e l'acuirsi delle tensioni. Non possiamo stare con le mani in mano Mentre i segnali indicano che l'umanità si sta avvicinando alla catastrofe nucleare globale in questo pericoloso punto di flesso.

 9. Riaffermiamo la nostra profonda preoccupazione per la catastrofica crisi umanitaria conseguenze delle armi nucleari, che non possono essere affrontate in modo adeguato, nazionali, comportano gravi implicazioni per la sopravvivenza e il benessere umano e sarebbe incompatibile con il rispetto del diritto alla vita. Armi nucleari inflitte distruzione catastrofica, sofferenza e morte indicibili. Il loro uso avrebbe danni a lungo termine all'ambiente, allo sviluppo socioeconomico e sostenibile, l'economia globale, la sicurezza alimentare e la salute delle generazioni attuali e future, compreso l'impatto sproporzionato che le armi nucleari hanno sulle donne e sulle ragazze.

10. Le catastrofiche conseguenze umanitarie e i rischi associati alle le armi sono alla base degli imperativi morali ed etici per il disarmo nucleare e la l'urgenza di realizzare e mantenere un mondo libero dalle armi nucleari, che tra l'altro hanno ispirato la creazione del trattato e ne guidano l'attuazione. Questi considerazioni devono essere al centro di tutte le politiche di disarmo, evidenziando la costo umano delle armi nucleari e la necessità di proteggere la vita umana e la ambiente.

11. L'uso e la sperimentazione di armi nucleari in passato hanno chiaramente dimostrato conseguenze umanitarie e ambientali inaccettabili e eredità in corso causati dalla loro incontrollabile capacità distruttiva e dalla loro natura indiscriminata. Noi riaffermiamo quindi il nostro sostegno per affrontare i danni dell'uso e della sperimentazione di armi nucleari, anche attraverso gli obblighi positivi del TPNW.

12. Nella ricerca scientifica ha sottolineato gli effetti multiformi e a cascata del catastrofico impatto umanitario delle armi nucleari e dei rischi associati. Questo prove scientifiche crescenti e convincenti dovrebbero essere ulteriormente ampliate, informazioni scientifiche su tali effetti che non sono ancora stati compresi nella loro interezza, e già giustifica risposte politiche urgenti a livello internazionale.

13. L'esistenza continua delle armi nucleari e la mancanza di progressi significativi disarmo minare la sicurezza di tutti gli Stati, aggravare le tensioni internazionali, aumentare il rischio di catastrofe nucleare e rappresentare una minaccia esistenziale per l'umanità un tutto. L'unica garanzia contro l'uso di armi nucleari è la loro completa l'eliminazione e l'assicurazione giuridicamente vincolante che non saranno mai più sviluppati.

14. Rimaniamo profondamente allarmati e deploriamo fermamente le minacce di usare armi nucleari, così come una retorica nucleare sempre più stridente. Sottolineiamo che qualsiasi uso o minaccia di uso di armi nucleari è una violazione del diritto internazionale, compresa la Carta dei diritti umani. Nazioni Unite, e sottolineano inoltre che qualsiasi uso di armi nucleari sarebbe diritto internazionale umanitario. Tali minacce servono solo a minare la disarmo e regime di non proliferazione e la pace e la sicurezza internazionali. Noi condannare inequivocabilmente tutte le minacce nucleari, siano esse esplicite o implicito e indipendentemente dalle circostanze.

15. Respingiamo i tentativi di normalizzare la retorica nucleare e qualsiasi nozione di cosiddetta comportamento "responsabile" per quanto riguarda le armi nucleari. La minaccia di distruzione di massa è in contrasto con i legittimi interessi di sicurezza l'umanità nel suo insieme. Si tratta di un approccio pericoloso, fuorviante e inaccettabile sicurezza. Le minacce nucleari non dovrebbero essere tollerate.

16. Accogliamo con favore il crescente riconoscimento esplicito del fatto che l'uso o la minaccia di armi nucleari è inammissibile. Tuttavia, tali dichiarazioni, come quella concordata membri del G-20, devono andare oltre le dichiarazioni e tradursi in azioni tangibili.

17. Lungi dal preservare la pace e la sicurezza, le armi nucleari sono utilizzate come strumenti legati alla coercizione, all'intimidazione e all'inasprimento delle tensioni. Il rinnovato l'insistenza e i tentativi di giustificare la deterrenza nucleare come un la dottrina della sicurezza dà falsa credibilità al valore delle armi nucleari per le sicurezza e aumenta pericolosamente il rischio di emissioni nucleari orizzontali e verticali proliferazione.

18. Ci rammarichiamo della crescente dipendenza dalle armi nucleari in ambito militare e di sicurezza Concetti, dottrine e politiche. Ora ci sono più Stati sotto l'estensione del nucleare garanzie di sicurezza e accordi per lo stazionamento nucleare rispetto all'ultima volta che ci siamo incontrati. Qualunque tendenza all'erosione del disarmo nucleare e della non proliferazione desta preoccupazione. Siamo disturbati da qualsiasi posizionamento di armi nucleari sul territorio di Stati non dotati di armi nucleari. Il TPNW vieta chiaramente di ricevere il trasferimento o il controllo di armi nucleari o di consentirne lo stazionamento, l'installazione e l'installazione o la distribuzione. Esortiamo tutti gli Stati che hanno tali accordi nucleari a porre fine alla aderiscono al trattato.

19. La perpetuazione e l'attuazione della deterrenza nucleare in ambito militare e concetti, dottrine e politiche in materia di sicurezza non solo erode e contraddice le proliferazione, ma ostacola anche i progressi verso il disarmo nucleare.

20. Non si tratta solo di un problema di sicurezza. In un mondo in cui le sfide persistono nell'incontrarsi bisogni umani fondamentali, l'investimento di ingenti risorse finanziarie nell'ammodernamento e l'espansione degli arsenali nucleari è indifendibile e controproducente in quanto la spesa per gli investimenti nello sviluppo sostenibile per un autentico benessere umano, disarmo, istruzione, diplomazia, ambiente,protezione dell'ambiente e la salute.

21. Come ha riconosciuto il Segretario generale delle Nazioni Unite nella sua Nuova Agenda per la Pace, la minaccia esistenziale che le armi nucleari rappresentano per l'umanità deve motivarci per garantirne la totale eliminazione. Noi, gli Stati parte del TPNW, Ascoltate questo appello e ribadiamo l'alta priorità che attribuiamo a un approccio urgente, disarmo nucleare irreversibile.

22. Questo contesto di sicurezza internazionale sempre più impegnativo sottolinea ulteriormente l'importanza vitale e la pertinenza del TPNW. Siamo più determinati che mai nel nostro inflessibile impegno a delegittimare, stigmatizzare ed eliminare totalmente armi nucleari.

23. Stiamo facendo la nostra parte per far progredire e rafforzare l'architettura del disarmo e della non proliferazione nel suo complesso, anche nell'ambito di altri trattati complementari come il trattato di non proliferazione nucleare (TNP), la pietra angolare dell'accordo sul regime di disarmo e di non proliferazione, il Comprehensive Nuclear-Test-Ban (CTBT) e i trattati che istituiscono zone libere da armi nucleari.

24. Ci preoccupa pertanto il fatto che due processi consecutivi di revisione del TNP siano stati non sono stati in grado di concordare le misure urgenti necessarie per compiere progressi credibili disarmo nucleare o garantire l'attuazione di una serie di misure concordate. In periodo trascorso dalla prima riunione degli Stati parti del TPNW, nessuno degli Stati dotati di armi nucleari ha compiuto progressi conformemente all'articolo VI del TNP e in il loro inequivocabile impegno a realizzare l'eliminazione delle loro armi nucleari. Al contrario, abbiamo assistito a potenziamenti degli arsenali nucleari, al perseguimento attivo di espansioni e persino una trasparenza ridotta. Indiscutibilmente, questo rappresenta un fallimento adempiere agli obblighi giuridicamente vincolanti di cui all'articolo VI del TNP di negoziati seri e in buona fede per l'eliminazione dei loro arsenali nucleari, nonché gli impegni inequivocabili di realizzare l'eliminazione totale dei loro arsenali nucleari concordati e ribaditi durante le conferenze di revisione del TNP.

25. In qualità di Stati parti del TNP pienamente impegnati, noi, gli Stati parti del TPNW, ribadiscono la complementarità tra il TPNW e il TNP. Continuiamo a adempiere ai nostri obblighi e rispettare le nostre responsabilità, impegni e accordi di non proliferazione del TNP. Siamo lieti di aver portato avanti l'implementazione di dell'articolo VI del TNP, mettendo in vigore un divieto giuridico armi nucleari.

26. Inoltre, continueremo a portare avanti le disposizioni del TNP del 2010 Conferenza di revisione in merito alla preoccupazione per la catastrofica conseguenze delle armi nucleari, nonché quelle relative alla risanamento, tra l'altro, dei territori colpiti dalla contaminazione radioattiva.

27. Sottolineiamo ancora una volta che nessuna disposizione del TPNW deve essere interpretata come che incidono sul diritto inalienabile degli Stati parti di sviluppare attività di ricerca, produzione e l'uso dell'energia nucleare per scopi pacifici senza discriminazioni.

28. È essenziale che tutti gli Stati continuino a compiere passi decisivi verso la firma e la ratifica del CTBT. I progressi verso la sua entrata in vigore dovrebbero essere rafforzati, e Ribadiamo il nostro impegno a continuare a sostenere tutti gli sforzi in tal senso. Siamo che i ritardi, le condizioni preliminari o altre condizionalità esistenti e supplementari dall'allegato II Stati continuano a rendere l'entrata in vigore un obiettivo sempre più lontano. Esortiamo tutti gli Stati che non hanno firmato o ratificato, o che hanno firmato ma non ratificato, del CTBT, in particolare quelli la cui ratifica è necessaria per la sua entrata in vigore, firmarlo e ratificarlo senza indugio. Esortiamo tutti gli Stati a continuare a sostenere la norma contro i test nucleari e di relegare la terribile eredità dei test a storia.

29. Riconoscendo l'immenso contributo delle zone libere da armi nucleari disarmo, la non proliferazione e il rafforzamento della pace e della sicurezza internazionali, invitano gli Stati parti dei trattati che istituiscono tali zone che non hanno ancora aderire senza indugio al TPNW riconoscendo la base condivisa di tali e il TPNW e rafforzare la cooperazione che si rafforza reciprocamente. Abbiamo anche riconoscere l'importanza del continuo rafforzamento di tutte le zone libere da armi nucleari esistenti, tra l'altro attraverso la ratifica dei trattati esistenti e delle pertinenti protocolli e il ritiro o la revisione di eventuali riserve o dichiarazioni contrarie all'oggetto e allo scopo dei trattati che istituiscono tali zone; e della creazione di tali zone in zone in cui attualmente non esistono, in Medio Oriente.

30. Noi, in qualità di Stati parti del TPNW, sottolineiamo l'importanza di continuare a progressi nell'universalizzazione e nella piena attuazione di questi strumenti finanziari e prevenire la regressione. I lavori proseguiranno con tutti gli Stati, compresi attraverso un dialogo aperto con coloro che hanno riserve sul TPNW, e altri parti interessate in merito ai lavori relativi alla complementarità.

31. Affermiamo inequivocabilmente che il nostro impegno nei confronti del TPNW e il suo oggetto e fini rimane inalterato quando si completa l'adempimento degli obblighi derivanti trattati precedentemente sottoscritti, qualora questi non siano in contrasto con gli obblighi del TPNW. Adotteremo tutte le misure necessarie per un'efficace attuazione finalità e gli obiettivi del presente trattato e continuerà a riesaminare le nostre obblighi internazionali e bilaterali al fine di garantire la coerenza per quanto riguarda del trattato, nonché il suo oggetto e la sua finalità. Chiediamo a tutti i paesi non Parte di astenersi dal qualsiasi attività che possa avere un impatto negativo sull'attuazione dell'oggetto e lo scopo del trattato.

32. Riteniamo inoltre che la comunità internazionale debba affrontare il problema sviluppi nuovi e in continua evoluzione della scienza e della tecnologia nel settore anche per quanto riguarda le possibili implicazioni di alcune applicazioni dei prodotti emergenti tecnologie che inibirebbero o comprometterebbero l'oggetto e lo scopo del trattato.

33. Riconoscendo il ruolo strumentale di una diversità di stakeholder, rinnoviamo la nostra impegnarsi a continuare a collaborare attraverso un approccio inclusivo con le organizzazioni parlamentari, la società civile, gli scienziati, le comunità colpite armi nucleari, le vittime di armi nucleari, le istituzioni finanziarie e i giovani.

 34. Alla luce di un clima globale caratterizzato da un deficit di fiducia, ribadiamo la creare fiducia tra tutti i membri della comunità internazionale. In quanto tale Siamo altrettanto inequivocabili sulla nostra volontà di lavorare in collaborazione con tutti Stati membri, in un'azione concertata per raggiungere e mantenere un mondo libero dalle armi nucleari.

35. Noi, Stati parti del TPNW, non staremo a guardare come spettatori di un aumento rischi nucleari e la pericolosa perpetuazione della deterrenza nucleare. Siamo risolutamente per l'universalizzazione e l'effettiva attuazione del trattato e della l'attuazione del piano d'azione di Vienna. Lavoreremo incessantemente per realizzare un mondo armi nucleari per il bene delle generazioni attuali e future. Ci impegniamo a e rinnovare l'impegno a garantire che le armi nucleari non siano mai più utilizzate, testate o minacciati di essere usati, in qualsiasi circostanza, e non riposeranno fino a quando non saranno completamente eliminato

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Decisions to be taken by the second Meeting of States Parties to the Treaty on the Prohibition of Nuclear Weapons

 I. Draft decision 1: "Intersessional structure for the implementation of the Treaty" The Meeting of States Parties decides: (a) To extend the intersessional structure as contained in decision 4 of the first Meeting of States Parties to the intersessional period between the second and third Meetings of States Parties: i. The informal working group on universalization will be co-chaired by South Africa and Uruguay. ii. The informal working group on victim assistance, environmental remediation, international cooperation and assistance will be co-chaired by Kazakhstan and Kiribati. iii. The informal working group on the implementation of article 4, in particular work related to the future designation of a competent international authority or authorities will be co-chaired by Malaysia and New Zealand. iv. Mexico will be appointed as gender focal point. (b) To reconfirm decision 3 of the first Meeting of States Parties regarding the complementarity of the Treaty with the existing nuclear disarmament and nonproliferation regime and to appoint Ireland and Thailand as informal facilitators between the second and third Meetings of States Parties. (c) That the co-chairs of the informal working groups, the informal facilitators and the gender focal point will be informed, inter alia, by documents TPNW/MSP/2023/2, TPNW/MSP/2023/3, TPNW/MSP/2023/4, TPNW/MSP/2023/5 and TPNW/MSP/2023/7, respectively.

II. Draft decision 2: Thematic debates at the Meetings of States Parties" The Meeting of States Parties decides: (a) That Presidents of future Meetings of States Parties shall have the option to convene thematic debates at the Meetings, taking into account the relevance of specific topics for the implementation of the Treaty's objectives and current international developments, amongst others; (b) That, towards that aim, the President – if they so choose – shall select a specific topic for thematic debate and propose it to the States Parties, for their concurrence, following consultations with the Coordinating Committee; (c) That, following the approval of the proposal, the President will work with the Secretariat to present the corresponding thematic debate in the timetable of the Meeting of States Parties.

III. Draft decision 3: "Voluntary reporting on articles 6 and 7" The Meeting of States Parties decides to adopt, on a provisional basis, for voluntary use by States parties', the reporting guidelines and the reporting format as contained in document TPNW/MSP/2023/3 and further recommends that States parties continue to review the voluntary reporting guidelines and format with a view to further improvement as part of the activities of the informal working group on victim assistance, environmental remediation, international cooperation and assistance.

IV. Draft decision 4: "International trust fund for victim assistance and environmental remediation" The Meeting of States Parties decides: (a) That focused discussions will be held under the informal working group on victim assistance, environmental remediation, international cooperation and assistance, taking into account inter alia document TPNW/MSP/2023/3, regarding the feasibility of, and possible guidelines for, establishing an international trust fund for victim assistance and environmental remediation. (b) That a report will be submitted to the third Meeting of States Parties with recommendations related to the feasibility of, and possible guidelines for, the establishment of an international trust fund for victim assistance and environmental remediation, with the aim of examining the establishment of such a trust fund at the third Meeting of States Parties as a priority.

V. Draft decision 5: "Consultative process on security concerns of States under the Treaty on the Prohibition of Nuclear Weapons" The Meeting of States Parties decides: (a) To establish an intersessional consultative process, between the second and third Meetings of States Parties, among States Parties and Signatories, with the involvement of the Scientific Advisory Group, the International Committee of the Red Cross, the International Campaign to Abolish Nuclear Weapons and other stakeholders and experts, to consult and submit a report to the third Meeting of States Parties containing a comprehensive set of arguments and recommendations: i. To better promote and articulate the legitimate security concerns, threat and risk perceptions enshrined in the Treaty that result from the existence of nuclear weapons and the concept of nuclear deterrence; ii. To challenge the security paradigm based on nuclear deterrence by highlighting and promoting new scientific evidence about the humanitarian consequences and risks of nuclear weapons and juxtaposing this with the risks and assumptions that are inherent in nuclear deterrence. (b) Austria will be appointed as coordinator for the consultative process on security concerns of States under the Treaty on the Prohibition of Nuclear Weapons. (c) The coordinator will collaborate closely with the co-chairs of the informal working group on universalization to maximize synergies with respect to universalization efforts.

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Si riportano qui alcune dichiarazioni di altre componenti  pacifiste che hanno sostenuto l'evento partecipando attivamente.

Quelli che... la NATO in quanto tale dovrebbe aderire al TNPW

«Italia ripensaci, il Trattato contro il nucleare non è anti-Nato»
L'appartenenza alla NATO, secondo la RIPD, non basterebbe a giustificare il no dell'Italia all'adesione al Trattato per la messa al bando delle armi atomiche. La campagna “Italia, ripensaci” - promossa da Senzatomica e da Rete italiana pace e disarmo - lancia un appello perché l'Italia compia passi concreti per il disarmo nucleare. E lo fa alla II Conferenza degli stati parti del Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (Tpnw), nella sede delle Nazioni Unite di New York. Secondo il sondaggio Ican del 2021, l'87% degli italiani vorrebbe aderire al Tpnw, il 74% vorrebbe le testate nucleari fuori dal territorio nazionale. E il no alle atomiche nel mondo non si arresta: prossima l'adesione dell'Indonesia, quarto paese al mondo per popolazione.
Continua su

https://www.avvenire.it/attualita/pagine/italia-ripensaci-firmare-il-trattato-contro-il-nucleare-non-e-anti-nato

La campagna ‘Italia, ripensaci’ alla Conferenza del Trattato contro le armi nucleari a New York: “Esortiamo i Paesi NATO ad aderire al TPNW” | Paxchristi
https://www.paxchristi.it/?p=24183

Per informazioni ed approfondimenti

Conferenza di revisione del Trattato di Non Proliferazione nucleare

https://www.peacelink.it/disarmo/a/49235.html

La dichiarazione di Senzatomica (Alessia Trama) al Secondo meeting TPNW

(Nota dei DE. Il succo del ragionamento da dilettanti e propagandisti di questa ONG è il seguente: nulla osta legalmente, molti lo chiedono, quindi la NATO deve aderire al TPAN. Ma l'argomentazione non può limitarsi al terreno giuridico, nel quale, oltretutto, le cose non sono così semplici come le prospetta Senzatomica. Se si vuole fare breccia, si devono comunque porre come centrali le esigenze di sicurezza, che sono quelle che possono essere prese in considerazione, se si presenta in modo adeguato un mutamento di percezione. Il ragionamento puramente giuridico in un mondo che non ha né una costituzione universale né una giurisprudenza robusta ed incontrovertibile - il diritto internazionale non è un fantasma ma nemmeno si staglia come una struttura solida, coerente e compiuta - risulta addirittura insultante per gli interlocutori, che, se va bene, pensano e si muovono secondo la geopolitica realistica ...)

Signor Presidente, Illustri delegati,

Senzatomica condivide la dichiarazione di ICAN sull’universalizzazione e desidera fare alcune osservazioni aggiuntive riguardo agli sforzi per promuovere il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari TPNW negli Stati della NATO.

In molte occasioni, anche durante questo incontro, i membri della NATO hanno affermato di non poter aderire al TPNW perché sarebbe in conflitto con i loro obblighi verso la NATO. Ma che dire dei loro obblighi verso le Nazioni Unite? E verso i loro cittadini?

La decisione di firmare e ratificare questo Trattato, come qualsiasi altro Trattato, deve essere presa su base nazionale, in modo libero e indipendente, e non dettata da un’istituzione sovranazionale o dai suoi membri dotati di armi nucleari.

Il documento costitutivo della NATO, il Trattato Nord Atlantico, non menziona le armi nucleari. Anzi, parla dell’importanza della democrazia e dello Stato di diritto. La NATO riconosce da tempo che il controllo degli armamenti e il disarmo svolgono un ruolo importante nella promozione della pace nella regione euro-atlantica. Eppure, oggi l’Alleanza sta scoraggiando i suoi membri dall’aderire al TPNW. Questa situazione deve finire. È tempo che i membri della NATO dimostrino una leadership di principio sul disarmo sul disarmo nucleare, come alcuni hanno fatto in passato.

Gli sforzi del Canada per il disarmo negli anni ’70 e l’iniziativa umanitaria della Norvegia sulle armi nucleari del 2013 hanno creato dei precedenti per una simile leadership.

Di fronte all’intensificarsi del rischio di uso di armi nucleari, il ruolo di leadership dei Paesi della NATO è particolarmente cruciale, in quanto ci spinge verso un’azione necessaria.

Gli Stati della NATO non hanno alcun impedimento legale a diventare Stati parti del TPNW. Questo è stato confermato da istituzioni accademiche e autorità governative di diversi Stati della NATO. Il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari offre a questi Stati un mezzo pratico per rinvigorire il perseguimento dell’obiettivo dichiarato dalla NATO di ridurre ed eliminare la minaccia rappresentata dalle armi nucleari.

Aderendo al TPNW, gli Stati della NATO possono contribuire a costruire e consolidare una nuova e solida norma globale contro le armi nucleari, rafforzando le barriere contro la proliferazione, diminuendo la pressione per la corsa agli armamenti nucleari e aprendo percorsi per il disarmo. Ciò dimostrerà il loro genuino impegno ad adempiere agli obblighi di disarmo previsti dall’articolo VI del Trattato di non proliferazione. Come ha dichiarato la Norvegia, “non ci sono motivi per affermare che il [TPNW] sia contrario alle disposizioni del TNP sul disarmo secondo il diritto internazionale”.

In quanto Stati firmatari del TPNW, i membri della NATO potrebbero lavorare con gli altri Stati firmatari per garantire che il regime del Trattato si sviluppi in modo da offrire le migliori possibilità di assicurare l’eventuale adesione di tutti gli Stati dotati di armi nucleari. Potrebbero inoltre contribuire in modo significativo agli sforzi compiuti nell’ambito del TPNW per l’assistenza alle vittime e la bonifica dell’ambiente.

È tempo che i membri della NATO superino le restrizioni di un pensiero impulsivo e a breve termine sulle armi nucleari e riabbraccino una visione di disarmo nucleare. Un impegno positivo e costruttivo con l’ambito del TPNW – compresa l’adesione al Trattato per quei membri della NATO disposti e pronti a farlo – sarebbe un punto di partenza logico. La pressione dell’opinione pubblica per un’azione di questo tipo sta aumentando. I governi non possono ignorare indefinitamente la volontà democratica dei loro popoli.

Più di mille parlamentari degli Stati della NATO si sono impegnati a lavorare per la ratifica del TPNW da parte dei rispettivi governi, tra cui il primo ministro dell’Islanda, il vice primo ministro del Belgio e i ministri degli Esteri di Germania e Slovenia.

Più di 400 città e paesi della NATO si sono uniti al coro di sostegno al Trattato TPNW, tra cui Parigi, Berlino, Lussemburgo, Amsterdam, Oslo e Washington D.C.

Nel 2020, più di 50 ex presidenti, primi ministri, ministri degli Esteri e ministri della Difesa di 20 Stati della NATO – tra cui due che hanno ricoperto la carica di segretario generale della NATO – hanno firmato una lettera aperta a sostegno del TPNW. In quel documento scrivevano:

“Non possiamo permetterci di esitare di fronte a questa minaccia esistenziale per l’umanità. Dobbiamo mostrare coraggio e audacia – e unirci al [TPNW]… Dato l’ampio sostegno popolare nei nostri Paesi per il disarmo, questa sarebbe una mossa incontestabile e molto apprezzata”.

In questo contesto, la posizione dell’Italia è fondamentale. La presenza di armi nucleari statunitensi sul territorio italiano rappresenta un paradosso per l’aspirazione collettiva a un mondo libero dalle armi nucleari sostenuta da movimenti come Senzatomica e Rete Italiana Pace e Disarmo. Il percorso dell’Italia, influenzato dalla visione di Senzatomica, potrebbe indirizzare la nazione verso l’approvazione del TPNW, allineando così la sua posizione internazionale alla crescente richiesta interna di disarmo e di adesione ai trattati internazionali dedicati alla dignità umana e alla sicurezza globale.

Esortiamo gli attuali leader degli Stati della NATO, tra cui l’Italia, a dare ascolto a questo appello collettivo.

 

Israele e Palestina: due Stati cooperanti (ma speriamo in una loro trasformazione ed estinzione grazie all’autogestione dialogica dal basso)

(sotto riportati anche: 1) sondaggio di Ilvo Diamanti illustrato su la Repubblica del 17 novembre 2023; 2) Raniero La Valle intervistato da Degiovannangeli su l'Unità del 16 novembre 2023 ; 3) Marco Alloni sul Fatto Quotidiano del 15 novembre 2023)

Nel mentre ci stiamo organizzando, in quanto membri ICAN, per contribuire, dal 27 novembre al 1° dicembre, con un working paper ufficiale, alla Conferenza di New York sulla proibizione delle armi nucleari (saremo rappresentati da Sandro Ciani) , abbiamo lanciato, Disarmisti esigenti & partners, la proposta di un Comitato per liberare Marwan Barghouti.  Questa idea la abbiamo presentata come un contributo a fare tacere le armi nel conflitto israelo-palestinese, svuotando i giacimenti di odio razzista in perenne coltivazione. “"La parola deve essere riconsegnata a una politica che sappia dialogare grazie a leader ragionevoli (dai due lati del fronte – ndr) e disponibili a mettersi a discutere intorno a un tavolo".

(si vada su: https://www.petizioni24.com/barghouti_libero).

rif. Alfonso Navarra (cell. 340-0736871) ed Ennio Cabiddu (cell. 366-6535384) - Milano 11 novembre 2023

Primi firmatari: Maria Carla Biavati - Ginevra Bompiani - Daniele Barbi - Giovanna Cifoletti - Sandra Cangemi - Ada Donno - Alessandro Capuzzo Mario Di Padova - Cosimo Forleo -Sandro De Toni - Luigi Mosca - Roberto Morea - Roberto Musacchio - Teresa Lapis - Enrica Lomazzi - Paola Mancinelli - Antonella Nappi -  Francesco Lo Cascio - Tiziano Cardosi - Angelo Cifatte - Paolo Grillo - Vittorio Pallotti - Tommaso Sodano - Elio Pagani - Olivier Turquet- Guido Viale 

La nostra iniziativa di costruzione del Comitato Barghouti vorrebbe coinvolgere, in quanto membri War Resisters International (WRI), gli obiettori israeliani nella opposizione alla guerra in corso intervenendo sul caso dei giovani ebrei russi scappati dal fronte ucraino. In Israele dove si sono rifugiati ora rischiano di essere arruolati a forza e mandati a combattere a Gaza: dalla padella nella brace.

Dal 4 al 10 dicembre la campagna Object War, di cui la WRI è co-promotrice, invita all’azione per sostenere gli obiettori di coscienza e i disertori provenienti da Russia, Bielorussia e Ucraina. La nostra idea è: potremmo prendere dei giovani russi e portarli da Tel Aviv in Italia per ospitarli ed aiutarli ad ottenere l’asilo politico cui avrebbero diritto. Questo accadrebbe nel 50ennale della fondazione della Lega Obiettori di coscienza che celebreremo con un murales illustrante “Il disertore di Boris Vian” di fronte alla sede nazionale di Milano (incrocio via Pichi, via Gola).

Per acquistare profondità strategica, proviamo ora ad affrontare, prendendo come spunto due interventi, uno dello studioso di politica Franco Ferrari e l’altro del sociologo ecologista Guido Viale, una questione legata all’attualità politica che riteniamo di importanza decisiva: quale deve essere la prospettiva perseguita dal movimento per la pace nel conflitto israeliani-palestinesi-arabi: quella della formula “due popoli, due Stati” oppure lo Stato unico binazionale in Palestina? O ci sono altre possibili soluzioni da sperimentare?

Ne discutiamo online, anche con scopi formativi, venerdì 17 novembre dalle ore 18:00 alle ore 20:00, su un incontro zoom la cui registrazione sarà disponibile sull’archivio web di Radio Nuova Resistenza.

Questo il link per partecipare:

https://us06web.zoom.us/j/87543174880?pwd=mB5h4WXwk3UiGCp2poGOZzHEwzLFaC.1

Possiamo anticipare un presupposto dei ragionamenti che andremo a svolgere. Se fossero in buona parte valide ed integrabili, come a noi sembra, le considerazioni che andremo a sintetizzare, cioè, sia quelle di Ferrari che quelle di Viale, altri approcci apparirebbero colmi sì di buone intenzioni ma anche forieri di rischiose strumentalizzazioni e conseguenze politiche negative, proprio perché astratti e fuori dal contesto storico. Ci riferiamo ad altri slogan e appelli che sognano, probabilmente in modo non meditato, quale soluzione politica al conflitto in corso, “un unico Stato” nella regione geografica palestinese. Anche se invitano ad “uscire dalla gabbia attuale” e auspicano di poggiare, giustamente, “sull'uguaglianza delle persone a prescindere dalla loro appartenenza e dal loro credo religioso”, spesso vivono la contraddizione di non parlare poi in concreto di diritti umani, sociali e culturali già violati e da difendere nel presente.

Non ha senso, in questo momento storico, ed è comunque del tutto dubbio che abbia un senso pacificatore, malgrado la motivazione della tensione utopica verso la pace, mettere sostanzialmente in discussione il diritto alla esistenza separata dello Stato di Israele. Questo sottinteso va esplicitato e, con dispiacere, non avallato, a maggior ragione se si ha chiaro il concetto gandhiano della “bellezza del compromesso”: si lavora non per la pace “giusta” (ogni attore ha il suo concetto di “giustizia”, negarlo è di per sé violenza) ma per la pace possibile, in quanto, ci si perdoni il ricorso a degli slogan , “la pace è la via” e “non c’è giustizia senza pace”.

Facciamo mente locale e vediamo di cogliere quello che al buon senso dovrebbe mostrarsi come evidente: vi pare che vi siano le basi di un dialogo per la pace se A dice a B: "Tu non dovresti esistere, anzi proprio non esisti", e B si pone nei confronti di A con il medesimo disconoscimento esistenziale?

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Secondo Franco Ferrari (si vada su: https://transform-italia.it/stato-bi-nazionale-o-due-stati-per-due-popoli-quale-soluzione-per-la-palestina/ ), per rispondere all’alternativa: due o un solo Stato?, ci sono due questioni di principio da assumere in premessa.

La prima è il rifiuto degli stati etnici, la seconda è il riconoscimento e l’applicazione del diritto all’autodeterminazione dei popoli.

Benché Israele nasca come“fatto coloniale”, non c’è dubbio che oggi gli israeliani siano un “popolo” che insiste su un territorio e come tale debba avvalersi del principio di autodeterminazione. Lo stesso evidentemente vale per i palestinesi e questo è un diritto, non una concessione subordinata al fatto che i palestinesi si “comportino bene”. Per molti israeliani, per loro natura, i palestinesi non possono “comportarsi bene” e quindi non potranno mai avere il “premio” dello Stato sovrano.

Oggi l’ipotesi dei “due popoli, due Stati” è fortemente indebolita, come dicono tutti gli osservatori onesti, dalle politiche israeliane, dalle politiche di annessione della parte araba di Gerusalemme est e dagli insediamenti di 700.000 coloni (sul numero esatto ci sono valutazioni diverse) nei territori occupati nel ’67. (…) Non si vede però come questi ostacoli svaniscano nell’ipotesi dello Stato unico.

D’altra parte, l’esistenza di due Stati non implica affatto l’esclusione di forme possibili, in un futuro che appare molto lontano, di confederazione o addirittura di unificazione in un unico Stato. Al momento però questa ipotesi appare ancora più difficile della realizzazione dei due Stati. Pensiamo alla difficoltà di coesistenza tra protestanti e cattolici nell’Irlanda del Nord e quanto lungo sia il percorso di una possibile riunificazione dell’isola in un unico Stato. Ancora oggi i protestanti celebrano la battaglia di Boyne del 1690 nella quale Guglielmo d’Orange sconfisse il cattolico Giacomo II.

I conflitti etnici, soprattutto quando sono stati caratterizzati da un elevato grado di violenza, e si mescolano ad altri elementi come quelli religiosi (chi può mettere in discussione il possesso di una terra se te l’ha promessa dio in persona?), possono richiedere tempi lunghi per essere riassorbiti e solo se cambiano gli aspetti strutturali e non solo quelli ideologici e di senso comune. La soluzione dei due Stati ha ancora alcuni vantaggi. Corrisponde alla soluzione legittimata dalle disposizioni dell’Onu. Ha il sostegno, almeno a parole, di tutte le maggiori potenze ed è quella che corrisponde al principio di autodeterminazione dei due popoli. Che poi venga utilizzata, come denunciano i comunisti israeliani, solo per coprire ipocritamente la realtà di fatto dell’occupazione israeliana è incontestabile ma non sufficiente per escluderla.

Dal punto di vista palestinese gli ostacoli principali sono rappresentati dalla debole rappresentatività e dalla mancanza di una strategia dell’ANP per uscire dallo stallo in cui si trova (e forse anche dalla volontà di farlo) e dalla divisione che si è prodotta tra Fatah e Hamas. Senza una ricomposizione unitaria su una linea chiara e realistica del movimento di liberazione nazionale palestinese, l’unico Stato realmente esistente e che tale resterà per un lungo su tutto il territorio della Palestina storica tempo, non può che essere quello israeliano che dispone della forza e della brutale determinazione necessaria ad imporra la propria soluzione”.

Guido Viale interviene nel dibattito con una proposta che può rompere molti degli schemi, diventati inamovibili per abitudine, che concepiscono la convivenza tra popoli solo in termini di rapporti di vertice definiti dalla dimensione statuale. (Si vada su: https://www.pressenza.com/it/2023/10/israele-e-palestina-due-stati-uno-o-nessuno/).

“(Si può invece immaginare il rapporto tra gruppi umani distinti nella forma di una estinzione degli apparati statali) a favore di una democrazia “dal basso” e confederale, che metta al centro i bisogni e le aspirazioni di ogni sua comunità.

Può sembrare un’utopia, ma bisogna cominciare a parlarne e non solo a proposito di Israele e della Palestina. Il Rojava dimostra che è una strada percorribile. Certo un intervento della “comunità internazionale” (un’entità che esiste sempre meno) a tutela dei diritti e dell’incolumità di tutte le comunità sarebbe indispensabile, ma lo sarebbe anche nel caso che si optasse seriamente per le soluzioni dei due o di un solo Stato.

Si tratterebbe in ogni caso non di un’utopia, ma di un esperimento anticipatore di soluzioni da riproporre in tutte le situazioni sempre più numerose di conflitto e di crisi “interetnica”. Un “esperimento” senza il quale il mondo sembra destinato a farsi seppellire dalle guerre o ad autodistruggersi per aver trascurato la minaccia che incombe su tutti più di ogni altra: quella del collasso climatico. La globalizzazione senza Stati è già stata in gran parte realizzata dalla finanza internazionale. Adesso è ora che a perseguirla siano invece i popoli.

Senza pretendere di essere esaustivi, i passi che nella situazione concreta sono ineludibili mi sembrano essere:

  • L’abbattimento delle barriere fisiche e di controllo su tutti i territori;
  • L’istituzione di una Commissione mista per la Verità e la Riconciliazione sull’esempio di quella messa in atto in Sudafrica;
  • La presa in consegna da parte di una commissione internazionale di tutti gli armamenti noti di entrambe le parti: dai kalashnikov all’atomica (molti sfuggiranno al controllo, ma si tratta di un work in progress);
  • La promozione di milizie miste per mantenere l’ordine pubblico composta di individui disposti a farne parte e a rispettarne le finalità;
  • La promozione di comunità miste tra tutte quelle reti che già ora ritengono di poter svolgere un lavoro comune (e tra queste un ruolo di primo piano spetta fin da subito alle donne);
  • La consegna a ogni comunità di territori sufficienti a garantirne la sopravvivenza;
  • Lo stanziamento di ingenti finanziamenti internazionali sotto un controllo congiunto degli enti donatori e dei rappresentanti delle due comunità.

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Segnaliamo un importante articolo a pagina 13 di la Repubblica del 17 novembre 2023. Ci riferiamo al sondaggio di Demos illustrato da Ilvo Diamanti. Titolo: "Tutti contro Hamas ma la guerra divide l'Italia. 3 su 4 vogliono due Stati". È il buon senso popolare che porta la stragrande maggioranza degli italiani a sostenere il progetto dei due stati indipendenti che garantiscano al popolo israeliano e a quello palestinese cittadinanza e legittimità.  "Una scelta secondo gran parte dei cittadini da perseguire "senza prendere parte ". Per garantire diritti e poteri a entrambi i popoli"...

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MAPPE. Tutti contro Hamas. Ma la guerra divide l'Italia: 3 su 4 vogliono i due Stati.

Gli elettori dei partiti di centro-sinistra condannano il 7 ottobre ma criticano anche lo Stato ebraico
di Ilvo Diamanti
 
Viviamo in tempi inquieti.  Segnati e scossi da guerre che agitano il contesto globale. E indeboliscono il nostro senso di sicurezza. Ormai orientato, rapidamente, verso l’in-sicurezza. Il recente sondaggio condotto da Demos lascia pochi dubbi al proposito. Il 53% degli italiani si dice, infatti, “molto” preoccupato del conflitto, innescato, il mattino del 7 ottobre, dall’attacco lanciato da Hamas contro Israele. Mentre un ulteriore 36% si dichiara “abbastanza” preoccupato. Circa 9 italiani su 10, dunque, denunciano un senso di preoccupazione per questa guerra. Che sentono vicina, incombente. Anche se si combatte a circa 4.000 chilometri dall’Italia. Una distanza rilevante, ma non troppo. Perché le armi e gli strumenti di guerra agiscono e re-agiscono a distanze anche maggiori. Inoltre, le tecnologie della comunicazione superano ogni distanza. E i media raccontano la guerra in diretta. In quanto “la paura fa spettacolo”. Attira e moltiplica l’attenzione delle persone. Alza gli indici di ascolto. Così lo spettacolo della guerra e della paura prosegue. Senza soluzione di continuità.
D’altronde, il conflitto che ha sconvolto l’area israelo-palestinese si affianca all’invasione della Russia in Ucraina nel febbraio 2022. Provocando una guerra che prosegue. In modo drammatico. Non lontano dai nostri confini. E continua a generare grande preoccupazione. In misura di poco inferiore rispetto a quanto avviene in Israele. Il sentimento degli italiani (e non solo...) è, quindi, attraversato da grandi tensioni. Provocate e alimentate da guerre che proseguono (e si inseguono). A conferma che viviamo una fase di instabilità globale. 
D’altra parte, queste guerre vedono protagoniste, in diversa misura e con ruoli diversi, due grandi potenze globali. Gli Usa e la Russia. Mentre la Cina è presente, sullo sfondo. Anche l’Europa è attenta. Coinvolta. Necessariamente. Nel caso dell’Ucraina, in particolare, è il teatro di guerra. Ma non riesce ad imporre il proprio ruolo quanto dovrebbe. Proprio perché è parte in causa. 
Così, gli italiani, come mostra il sondaggio di Demos, esprimono opinioni e (ri)sentimenti di segno diverso. Ma, inevitabilmente, di grande preoccupazione. Di fronte all'attacco di Hamas, la condanna appare pressoché unanime. Tuttavia, una parte molto ampia dei cittadini (il 44%) rileva e sottolinea come anche Israele abbia delle responsabilità. Questa opinione appare particolarmente estesa - e diviene maggioritaria - fra gli elettori di centrosinistra e del M5s. Mentre fra chi vota per i partiti di centro-destra, per quanto le responsabilità di Israele vengano denunciate con chiarezza, prevale la condanna di Hamas.
Appare comunque larghissima, fra i cittadini, la richiesta di sostenere il progetto dei due Stati indipendenti, che garantiscano al popolo israeliano e palestinese cittadinanza e legittimità. Una scelta, secondo gran parte di cittadini, da perseguire senza “prendere parte”. Per garantire diritti e poteri a entrambi i popoli. Questa soluzione viene indicata, come prioritaria, da circa 3 persone su 4. Mentre componenti molto più limitate, per quanto significative, ritengono più importante sostenere le ragioni specifiche del popolo palestinese e/o israeliano.
I due terzi del campione, comunque, auspicano che, per favorire la soluzione del conflitto, “il governo riconosca lo Stato indipendente paleestinese”. Mentre il 40% considera prioritario “sostenere Israele, insieme agli Usa e all’Occidente”. C’è, quindi, una quota significativa di cittadini, il 32%, che vorrebbe perseguire entrambe le soluzioni ritenendole “complementari”, o in grado di rafforzarsi reciprocamente.
Le posizioni principali, comunque, assumono un differente peso fra gli elettori, in base alla loro posizione nello spazio politico. A centro-sinistra si dà maggiore importanza al sostegno dello Stato palestinese, molto meno al sostegno di Israele. Una prospettiva che ottiene, invece, maggiore consenso fra gli elettori di centro-destra.
Il mondo, quindi, non appare più un’entità lontana e astratta. Al contrario, assume contorni e colori ben definiti. Utili a segnare i confini delle zone critiche. I contorni delle nostre paure. In questo modo, avvicina Paesi che, un tempo, poco tempo fa, apparivano lontani. Incolori. Mentre ora sono divenuti molto più vicini. E danno un colore e una posizione alle nostre paure. 

 

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Qui di seguito l'intervista a Raniero La Valle uscita il 16.11.23 sull'Unità

“L’Europa scelga da che parte stare: con gli USA o con la pace”, parla Raniero La Valle

intervistato da Umberto De Giovannangeli
La tragedia di Gaza e i balbettii della sinistra. Un tema scomodo. Ne discutiamo
con Raniero La Valle, scrittore, saggista, politico.
Nei giorni scorsi l’Unità ha scritto, a commento della manifestazione di Roma del Pd:
“Ascoltare per circa due ore i discorsi a piazza del Popolo, nei quali si affrontavano
questioni serissime, che io conosco bene, ma senza neanche accennare alla guerra e al genocidio del popolo della Palestina, faceva male”. Perché questa sottovalutazione, perché questi balbettii a sinistra?
Non so perché l’attenzione, l’impegno, il coinvolgimento di quelli che oggi sono considerati o passano per partiti di sinistra, sia meno forte, consapevole di quanto lo fosse in passato. Io so solo una cosa...
Quale?

Che nel passato il tema della pace, del rapporto tra le potenze, dell’ordine del mondo era un grande movente della politica e delle scelte della sinistra, in particolare del Pci. La pace, una visione del mondo e delle relazioni internazionali, non solo avevano un ruolo centrale nella proposta politica ed anche elettorale del Partito comunista ma aveva anche un grande riscontro elettorale. C’era moltissima gente che senza aderire alla prospettiva generale, complessiva, del comunismo, del socialismo, del superamento del capitalismo, cose più specifiche e per ciascuno magari più importanti, rispetto alla pace e alle relazioni internazionali, tra i popoli e non soltanto tra gli stati, orientava il suo voto, le sue scelte verso i partiti di sinistra aldilà delle opzioni ideologiche o politiche. La stessa Sinistra indipendente, che è stata l’esperienza politica che noi abbiamo fatto anche con molti cattolici, valdesi, democratici non credenti, era in gran parte fondata sulla convergenza,sulla condivisione dei temi della politica estera. E da questa considerazione discende la

domanda vera...
Vale a dire?
Che cosa c’era allora in gioco? Perché questo suscitava un coinvolgimento che invece oggi non esiste?
Le sue di risposte?
Al fondo c’erano due grandi questioni. La prima, era il pericolo di una guerra mondiale nucleare. Da pochi anni eravamo usciti dalla esperienza spaventosa della Seconda guerra mondiale, a cui si era aggiunto lo scempio delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki. Lo spettro di un nuovo conflitto mondiale, addirittura nucleare, era qualcosa che determinava i comportamenti non solo delle opinioni pubbliche ma anche dei governi. Era un periodo in cui per definizione la guerra non si doveva fare. Anche le grandi potenze erano tutte all’interno di questa cultura, secondo cui si doveva evitare la guerra, anche se non era per ragioni etiche o umanitarie, però c’era questa idea che la guerra non si poteva fare. Il coinvolgimento dell’opinione pubblica era in questo senso: la guerra non si deve fare. E questo era già una ragione di un impegno nei confronti della politica estera.
E la seconda ragione?

Era che in quel momento, all’interno di questo grande problema generale della guerra mondiale, c’era un mondo in ebollizione. C’erano molti paesi, molti popoli che erano in via di liberazione, che si battevano eroicamente per raggiungere questo obiettivo, per realizzare questo sogno. C’era una spinta molto forte di solidarietà, di coinvolgimento, di partecipazione alle lotte di questi popoli. Quale era, ecco un’altra domanda cruciale, la ragione per cui in Italia c’era questa forma di compartecipazione politica con i partiti della sinistra, in particolare con il Pci. La ragione la direi così. Perché quello che vigeva in Italia era, in qualche modo, l’obbedienza allo schieramento atlantico, all’alleanza con gli Stati Uniti, che aveva le sue ragioni politiche ma non poteva determinare qualsiasi comportamento. E allora il punto di una possibilità di una scelta diversa, di un’alternativa, di un appoggio alle lotte dei movimenti di liberazione anche contro i vecchi imperialismi, era

qualche cosa che portava ad una scelta di sinistra. Lì c’era stato il grande catalizzatore della guerra del Vietnam. Guerra apparsa come una prepotenza, una prevaricazione degli Stati Uniti contro un popolo di cui si riconosceva la dignità, il valore della sua lotta di liberazione, il diritto ad autodeterminarsi anche al di fuori dell’area delle grandi potenze. L’appoggio spontaneo nei confronti di questa lotta era molto forte.
E poi cosa è accaduto?
E’ accaduto che con la fine della Guerra fredda e dei blocchi, quella guerra che era stata esorcizzata da tutti, comprese le grandi potenze, e considerata proscritta, è stata invece rapidamente riabilitata, è stata recuperata. L’idea della guerra che aveva sempre determinato i rapporti internazionali, che per quei decenni era stata per così dire congelata, viene rapidamente ripristinata e riguadagnata in particolare dagli Stati Uniti che ne hanno fatto il modello per la guerra contro l’Iraq, la guerra del Golfo, la cosiddetta guerra umanitaria, per la democrazia.
C’è stata questa riabilitazione della guerra. E d’allora sono ricominciate le guerre
convenzionali che prima anch’esse erano considerate non possibili all’interno di quella situazione generale di contrasto tra blocchi e di rischio di guerra atomica. Questa riabilitazione della guerra è diventata opinione comune. Si accetta tranquillamente che si faccia una guerra dopo l’altra, e anche quelle che erano state lotte di liberazione sono oggi abbandonate.
Ad esempio?
L’esempio più attuale e drammatico.  La Palestina. Pur all’interno dello schieramento atlantico dell’Italia, era stato un grande tema di un’autonomia della politica estera italiana. Ricordo Andreotti, la Dc, per non restare solo nell’ambito dei partiti della sinistra. Anche all’interno di una solidarietà verso Israele, c’era questa aspirazione ad una soluzione del problema palestinese nei termini di una realizzazione della loro autonomia, della loro libertà e statualità. Oggi tutto questo appare finito. Triste ma vero. Purtroppo.
Per restare alla tragedia di Gaza. A me torna in mente un’affermazione molto forte di un grande intellettuale palestinese scomparso, Edward Said: “La tragedia di noi palestinesi è di essere vittime delle vittime”. Fino a quando il comportamento d’Israele viene da tutti in qualche modo avallato solo in forza del ricordo della Shoah, questo provoca un congelamento del giudizio politico, determina una impossibilità di fare una scelta che possa essere produttiva di conseguenze positive nella vita internazionale.

ll problema di superare il condizionamento assoluto che produce il ricordo della Shoah, di quell’immane genocidio, vale non solamente per le opinioni pubbliche, che si sentono in obbligo di dimostrare continuamente la propria solidarietà col popolo ebraico reduce dai campi di sterminio, ma è qualche cosa che travaglia lo stesso pensiero ebraico, di molti intellettuali, filosofi, scrittori, storici, rabbini, esponenti autorevoli del mondo ebraico e perfino d’Israele. Per restare all’Italia, pensiamo, ad esempio, alla posizione di Bruno Segre: non possiamo essere schiavi della memoria della Shoah. Questa memoria, era il suo messaggio, è produttiva e utile solamente se ci esorta a creare un mondo diverso, un mondo dove le vittime di ieri non diventino i carnefici di oggi, non si alimentino col dolore delle vittime di oggi. Ma nel senso in cui si fa in modo che nessuno debba essere vittima. C’è un

articolo molto bello pubblicato su Haaretz da un grande intellettuale, filosofo israeliano, Yehuda Elkana, in cui dice: ci sono nella società israeliana due atteggiamenti nei confronti della Shoah, uno è di quelli che dicono che questa cosa non deve accadere mai più. E altri che dicono questa cosa non deve accaderci mai più. Lui dice io sono con i primi e credo che la seconda posizione è una posizione che ci porta alla catastrofe. Io penso che qui ci sia una lettura molto giusta ed illuminata della situazione dell’Israele di oggi che poi produce le catastrofi. Se si pensa solamente al fatto che si debba preservare soltanto se stessi dalla
catastrofe e non anche gli altri, questo porta una rottura del rapporto pacifico e del
riconoscimento dei diritti altrui.
Molto si è banalizzato sul tentativo di diversi esponenti del mondo della cultura, prim’ancora della politica, di dar vita, per le prossime elezioni europee, ad una lista per la pace, che la vede coinvolto.

Il problema è riuscire ad influire sull’identità e sulle scelte politiche dell’Europa. Il vero problema non è tanto chi rappresenta i singoli paesi nel Parlamento, quanto che si riesca ad imprimere un indirizzo diverso alla soggettività, alla coscienza di sé, al ruolo che l’Europa deve avere nel mondo. Se oggi c’è da costruire un ordinamento mondiale che non sia fondato su un sistema di guerra ma lo sia un sistema di pace, l’Europa deve avere un ruolo, una soggettività sul piano internazionale per portare i suoi alleati ma anche i suoi avversari

su posizioni in grado di costruire un vero ordine mondiale pacifico. Di questo si tratta. Oggi ci sono due concezioni che si contrappongono: una è quella che sta scritta in tutti i documenti ufficiali della strategia americana, secondo cui il mondo è un luogo di competizione globale, in cui qualcuno deve vincere sugli altri, e naturalmente gli Stati Uniti si propongono come quelli che devono vincere questa partita e per questo accumulano armamenti, hanno il bilancio delle spese militari più ingente di qualsiasi altro paese al mondo. E poi c’è un’altra idea secondo cui non è affatto detto che la pluralità degli stati o delle potenze debba manifestarsi unicamente attraverso una lotta degli uni contro gli altri per la prevalenza dell’uno o dell’altro, per quella che potrebbe essere una egemonia ma che poi diventa di fatto una forma di dominio imperiale. Non è scritto da nessuna parte che debba essere così. L’ordine fondato sulla competizione, sulla ricerca della creazione di un unico impero, è un ordine micidiale che necessariamente porta alla guerra. Mentre un ordine pluralistico, multilaterale, che riconosce la varietà delle culture, delle tradizioni, degli ordinamenti giuridici, è l’unico ordine possibile per un mondo integrato, tecnologizzato come è quello di oggi.

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Qui un intervento di Marco Alloni

“DUE POPOLI, DUE STATI”. SÌ, MA DOPO? da IL FATTO QUOTIDIANO 15 novembre 2023

Poche, ma autorevoli voci hanno richiamato in questi giorni l’attenzione sul fatto che “estremismo produce estremismo”, ovvero che alimentare la disperazione palestinese equivale di fatto a fortificare Hamas. La domanda supera allora il piano morale e diventa geostrategica: a chi conviene tale estremismo, a parte le leadership di Netanyahu e Hamas? A nessuno, naturalmente. Ma a questo punto c’è da chiedersi: laddove è inverosimile figurarsi nei due estremismi una “miopia politica” tale da trascurare i propri effetti, a cosa mira realmente l’oltranzismo di quei due fronti?

Nel dibattito in corso una valutazione prospettica è quasi del tutto assente, essendo il leit-motiv dei moderati, secondo un ritornello che si ripete dagli accordi di Oslo in avanti: “Non esisterà pace se non nel rispetto delle reiterate risoluzioni delle Nazioni Unite e nella configurazione di due Stati indipendenti”. Vale a dire: “Senza il ritiro di Israele dai territori occupati nel 1967, il conflitto sarà destinato a protrarsi in eterno”.

A fronte di questa trasversale ragionevolezza si pone però, in controcanto, oltre alla sistematica disattesa dei suddetti accordi da parte dei governi israeliani di Netanyahu, un’incognita terrificante, a cui i due estremismi prestano orecchio dal tempo dell’appello del presidente egiziano Gamal Abdel Nasser a “buttare a mare gli ebrei”: e poi? Un richiamo all’intransigenza radicale che potrebbe essere declinato in un perentorio: quand’anche si giungesse alla soluzione di “due popoli, due Stati”, quale nuova minaccia tornerebbe a incombere su entrambi?

È la domanda sottaciuta che motiva Hamas non meno del Likud. Quasi nessuno, in Palestina, dopo 80 anni di suprematismo militare israeliano, crede all’ipotesi di un vicinato e di uno status quo pacifici e duraturi. Lo auspicano, ma non lo credono. Ma soprattutto quasi nessuno, in Israele, nel “non detto” e nei terrori dell’inconscio, crede che la partita con gli arabi potrà finire con la concessione di uno Stato sovrano ai palestinesi. E questo perché la “anomalia Israele”, di fatto funzionale alla fitna (“sedizione”) che da decenni gli Usa promuovono in Medio Oriente, non potrà essere sradicata se non nella prospettiva, utopistica e negletta da ogni Realpolitik, che nuove “strutture dell’immaginario” prendano vita in Terra Santa. Le stesse strutture che i grandi interessi del potere – ormai potere del capitale – hanno bandito dal proprio vocabolario: riconoscimento della radice semitico-abramitica che sottende ai tre monoteismi, etica del disarmo incondizionato, riabilitazione di una condivisa “antropologia delle differenze” e superamento della subordinazione alla bellicistica Pax Americana.

Siamo pronti a credere in uno scenario di questa natura? Purtroppo no. Perché è nell’ordine delle aberrazioni del capitale favorire la contrapposizione e ostacolare ogni possibile lavorìo nel segno della lungimiranza filosofica e morale.

È vero, anche la stampa rimuove spesso tali voci dal discorso per alimentare l’unico lettorato residuo, quello delle “tifoserie del contingente”. Ma allora non resta se non scegliere a quale Apocalisse votarsi. E laddove, all’angolo, alitano le brame di Iran, Cina, Russia, Nato e Stati Uniti, è doveroso domandarsi: davvero ci importerà un giorno tifare per l’Ecatombe invece che per l’Uomo?

Un Comitato per la liberazione di Marwan Barghouti

Proposta dei Disarmisti esigenti «dalla parte della pace»

La guerra deve essere espulsa dalla Storia ed è sempre una sconfitta per tutti. Non esistono più guerre giuste, se mai ve ne fossero state in passato (forse abbiamo avuto guerre "necessarie", non "giuste": e i due concetti vanno distinti).

Per questa sacrosanta causa della pace noi sottoscritte/i, da coinvolti in quanto donne e uomini pacifici, ci si scusi il termine, pretendiamo, volente o nolente, Barghouti libero, esigiamo che Israele lo liberi, che la grazia promessa gli sia immediatamente concessa.

E ci impegniamo a costituire un Comitato che persegua con determinazione lo scopo.

Di seguito la bozza di appello che sarà discussa nell'incontro online convocato su piattaforma Zoom.

Ecco il link per partecipare:

https://us06web.zoom.us/j/82871265378?pwd=7Q52CEOevLtMuvN6vaY9Ay2IshbW9S.1

Appello per la liberazione di Marwan Barghouti - Costituzione di un comitato che persegua l'obiettivo

bozza che discutiamo venerdi 3 novembre 2023 on line

Marwan Barghouti, nato a Ramallah nel 1959, è chiamato il Nelson Mandela palestinese: è stato varie volte nelle prigioni israeliane - la prima volta 18enne nel 1976 - e ormai consecutivamente da oltre 20 anni.
Così definisce sé stesso: "Sono un normale uomo della strada palestinese, che sostiene la causa che ogni oppresso difende: il diritto di difendermi in assenza di ogni altro aiuto che possa venirmi da altre parti”.
E' uno dei leader della prima Intifada delle pietre nel 1987, e - in West Bank - della seconda Intifada detta di Al-Aqsa del 2000; e del gruppo afferente ad al-Fatah, Tanzim.
Dopo gli accordi di Oslo del 1994 è eletto, nel 1996, nel Consiglio legislativo palestinese, in cui si è battuto per difendere il processo di pace tracciato dagli accordi citati: i "due popoli, due Stati".
Nel 2004 un tribunale israeliano lo ha condannato per cinque omicidi provocati da un gruppo armato, e di tre altri attentati.
Barghouti si è sempre dichiarato innocente dei capi d'imputazione elevati contro di lui.
Non c'è ragione per non credergli, ed Amnesty gli crede.

Dal nostro punto di vista - innocente del tutto o solo in parte, che elementi abbiamo e chi siamo per giudicare? - è decisivo prendere nota che, se si candidasse alle elezioni presidenziali per la Palestina, sondaggi americani lo danno per vincente nella stessa Striscia di Gaza, oltre che nella Cisgiordania amministrata dall'OLP.
Stiamo parlando di un leader amato e rispettato dai palestinesi, come appunto lo era Nelson Mandela dai sudafricani.
Non un pacifista identitario (ma neanche Mandela con l'ANC lo era) ma una persona sicuramente non fanatica, non accecata dall'odio, non votata all'occhio per occhio, che rende cieco il mondo. Insomma, non un fondamentalista invasato, che dall'una e dall'altra parte del conflitto, si sia nella posizione del gruppo umano dominante o meno, sono i peggiori nemici dei popoli che pretendono di rappresentare.

Già, nel 2007, gli era stata promessa la grazia da parte di Shimon Perez, ora riteniamo che questa promessa vada rispettata da parte del presidente in carica di Israele, Isaac Herzog.
Noi, esponenti della società civile italiana ed europea, esigiamo che la promessa di Perez sia rispettata subito!
Chiediamo che Israele, con le sue istituzioni, compia un atto intelligente che contribuirà a togliere la parola alle armi e a svuotare i giacimenti di odio razzista in perenne coltivazione.
Diamo la possibilità ai palestinesi di votare un leader che possa guidarli al dialogo e alla pace possibile.
Così, con gli abissi di orrore e di terrore cui stiamo assistendo, non si può andare avanti, è ora di una svolta concreta per fare finire le ostilità nella regione!
Le armi devono tacere e la parola deve essere riconsegnata a una politica che sappia dialogare grazie a leader ragionevoli e dialoganti.

Sappiamo che Barghouti, in linea con la sua dirittura morale, non vuole essere liberato da solo ed oggi, rinchiusi nelle carceri israeliane, ci sarebbero migliaia di palestinesi, forse 6.000, tra i quali 550 ergastolani (circa), e oltre 1.200 sottoposti a detenzione amministrativa. Una formula di arresto che Israele adotta per segregare chiunque, senza un capo d’accusa, e trattenerlo in prigione senza un processo. Questa ha una durata di sei mesi, ma alla scadenza può essere rinnovata all’infinito. Tutto ciò è possibile grazie al pretesto che i detenuti possano pianificare un futuro reato. Il 95% dei prigionieri palestinesi sarebbe sottoposto a tortura e trattamenti disumani.

Ma noi non siamo nella posizione di Barghouti, non siamo palestinesi, non viviamo sotto le bombe o i razzi, siamo nella posizione privilegiata di europei, che dobbiamo saper ben sfruttare tenendo alta la bandiera della ragionevolezza. E, nella condizione di immaginare un futuro di speranza, ci sentiamo soprattutto cittadini del mondo. Noi serviamo, dal basso, principalmente la causa della pace e solo secondariamente quella del popolo palestinese come quella di qualsiasi altro popolo che si senta oppresso.
La causa dell'Umanità è per noi più importante di ciò che oggi divide i due popoli, gli israeliani dai palestinesi, anche se tutte le ragioni fossero da una parte sola. Cosa che nei conflitti non succede mai, e questo conflitto arabo-palestinese non fa eccezione: ognuno ha le sue buone ragioni che vanno tenute in considerazione.
Dobbiamo tenere accesa la fiaccola dell'Umanità diventando un ponte per la pace e la conciliazione in un momento dove gli attori del conflitto, pur se stanchi dei massacri, per lo più non sono in grado di provare un sentimento di empatia reciproca.

Noi in questo nuovo millennio che avanza siamo per il motto: prima l'Umanità, prima le persone, prima i diritti umani, dell'Umanità e della Terra.
Oggi l'Umanità è su una sola barca in fiamme e se non la si fa approdare in un porto sicuro facendo pace con la Natura si va tutte e tutti a naufragare, Israele e Palestina inclusi.
Si vuole considerare questo dato elementare, il compito prioritario e ineludibile di disinquinare e riequilibrare l'ecosistema globale, che ci propone la comunità scientifica internazionale? O, nonostante le COP sul clima, si vuole continuare a proporlo in coda a ogni ragionamento?

La guerra deve essere espulsa dalla Storia ed è sempre una sconfitta per tutti. Nel mondo diventato villaggio globale non esistono più guerre giuste, se mai ve ne fossero state in passato (forse abbiamo avuto guerre "necessarie", non "giuste": e i due concetti vanno distinti).
Per questa sacrosanta causa della pace noi sottoscritte/i, da europei coinvolti in quanto donne e uomini "pacifici" ed in facile condizione di dimostrarlo, non indifferenti e non rassegnati alla barbara spirale dell'odio, pretendiamo, ci si scusi il termine, Barghouti libero, esigiamo che Israele lo liberi, che la grazia promessa gli sia immediatamente concessa.
E ci impegniamo, responsabilmente e guidati dall'intelligenza strategica, a costituire un comitato che persegua con determinazione lo scopo.


testo della presentazione powerpoint

Un Comitato per la liberazione di Marwan Barghouti

diapo 2

Stai con i palestinesi o con gli israeliani?

 

 

 

AL MOVIMENTO PACE TERRA DIGNITA' RIVOLTO AI PACIFICI SERVE UNA LISTA INDIPENDENTE ALLE ELEZIONI EUROPEE
RIPORTIAMO AL VOTO E ALLA POLITICA DI BASE I DELUSI E GLI ARRABBIATI!

Documento dei Disarmisti Esigenti & partners per la "lista dei pacifici" alle elezioni europee

rif. Alfonso Navarra (cell. 340-0736871) ed Ennio Cabiddu (cell. 366-6535384) - Milano 9 settembre 2023

Primi firmatari: Emanuela Baliva - Daniele Barbi - Michele Boato - Milly Bossi Moratti - Angelo Cifatte - Cosimo Forleo -Luigi Mosca - Giuseppe Musolino - Antonella Nappi -Cristina Rinaldi - Laura Marcheselli - Pino Arancio - Sandra Cangemi - Amalia Navoni  Maria Grazia Campari -Andrea Bulgarini - Marco Zinno - Mario Di Padova

(Si richiedono ulteriori adesioni che sono comunicabili al link: https://www.petizioni24.com/listapaceterraeuropee . E sono ancora possibili integrazioni migliorative. Già nel maggio 2022 ci eravamo schierati per il "partito della pace che non c'è")

Un appello di Raniero La Valle e Michele Santoro (per il suo testo completo: https://www.serviziopubblico.it/post/915) ) ci aveva chiesto, con il firmarlo, di promuovere insieme l'assemblea del 30 settembre a Roma, che poi si è effettivamente tenuta in quella data al Teatro Ghione.

L’assemblea si è svolta con grande e qualificata partecipazione; ed ha deciso, praticamente all’unanimità, di lanciare “un nuovo soggetto politico popolare, che abbia la pace come obiettivo urgente e orizzonte futuro”. 

L'assemblea ha altresì deciso "di avviare tutte le necessarie iniziative per partecipare, realizzando la maggiore unità possibile, alle prossime elezioni europee, allo scopo di incardinare, nel dibattito elettorale e poi nella stessa UE, l'assillo della pace".

Noi aderiamo a questa sfida e proponiamo di aderire ad essa con entusiasmo. Allo stesso tempo proponiamo che la lista indipendente per le prossime europee PACE TERRA DIGNITA' (o come verrà chiamata dopo il sondaggio tra gli associati a Servizio Pubblico) includa le motivazioni e le finalità del documento sotto riportato.

L’Europa per la quale ci battiamo deve (e si tratta di obiettivi che hanno una loro plausibilità e fattibilità):

1) Denuclearizzare

2) Convertire le spese militari in investimenti sociali (beni comuni e pubblici) e per la conversione ecologica

3) Predisporre un modello di difesa che attui il transarmo progressivo verso la resistenza nonviolenta quale capacità di opporsi all’ingiustizia con mezzi costruttivi, basati sulla forza dell’unione popolare.

Alcune campagne dei movimenti di base vanno sostenute da una sponda istituzionale più salda, sicura, convinta:

1- La proibizione delle armi nucleari che va messa in rapporto con il No First Use.

2- La denuclearizzazione sia militare che civile.

3- Object War per il diritto internazionale al non partecipare direttamente ai combattimenti armati.

4- L’obiezione di coscienza nelle sue varie forme e modalità: oltre a quella già citata al servizio militare, le obiezioni alle spese militari, alle banche armate, alle produzioni e ai traffici bellici.

5- Il contrasto alla militarizzazione della scuola, dell’università, della ricerca scientifica.

La lista da mettere in campo dobbiamo rivolgerla non, in modo limitato, alla "tribù pacifista" ma, in modo più ampio, ai “pacifici”, ad uno spontaneo atteggiamento e sentimento della maggioranza popolare, in Italia legittimato da una Costituzione esplicitamente e marcatamente pacifista. Deve servire a riconquistare alla politica di base settori che si sono relegati, per disperazione e per rabbia, nell’astensionismo.

Questa crisi di partecipazione ha un motore da non sottovalutare anche nel disprezzo dimostrato da tutto il quadro politico istituzionale verso il ripudio della guerra provato dal sentire popolare maggioritario. Gli stessi “media con l’elmetto” continuano a riferire di cinque punti in cui sia il governo che l’opposizione contraddicono la volontà popolare: 1) no aiuti militari ai belligeranti, incluso il governo ucraino (la popolazione va sostenuta in tutti gli altri modi possibili); 2) no aumento delle spese militari e della militarizzazione; 3) no sanzioni economiche distruttive ed autodistruttive; 4) cessate il fuoco immediato senza condizioni e avvio di trattative per la sicurezza globale; 5) rispetto dei referendum sui beni comuni per l’acqua pubblica e contro l’energia nucleare da fissione.

L’Arcobaleno deve spuntare per dare una rappresentanza coerente al no alla guerra. Dipende da tutte/i noi far emergere la pacifica e spontanea volontà popolare senza il quale non sono credibili neanche i percorsi per il clima e la giustizia sociale. Sottolineando lo spirito dell’aggiunta nonviolenta: non dobbiamo considerare i concorrenti elettorali come un nemico, tanto più se, anche grazie alla nostra sollecitazione, si porranno in qualche modo il tema del disarmo e della fine della guerra con una soluzione diplomatica.

Ai primi firmatari vanno aggiunte le seguenti firme (in ordine temporale di apposizione):

Gavino Cocco – Manuela Bonvecchiato – Anna Castellani – Paolo Yussef – Riccardo Bovolenta – Cristina Tarzia Venturini – Marco Tamborini – Bernardino Zerbini – Pinuccia Caracchi – Carla Cabiddu – Lucetta Sanguinetti – Lanfranco Peyretti – Edoardo Castignola – Elena Cornelli – Lodovica Bertoldi – Maria Cristina Costanzo – Carla Cabiddu – Maria Luigia Quattrociocchi – Carmelo Romeo – Alfonso Marzocchi – Pina Rozzo – Antonio Grasso – Gianni Pennazzi – Cristina Degan – Carlo Pozzoli – Grazia Casagrande – Davide Berok – Pasquale Balzano – Sara Ongaro – Gabriele Proto – Angela Bosio – Giuseppe Bruzzone – Giancarlo Consoli – Elena Urgnani – Riccardo Urigu – Vincenzo Motta – Fulvio Fiorentini – Rita Clemente – Maurizio Bucchia – Sergio Ruggeri – Arturo Pellegrino – Ivano Gallina – Susanna Sinigaglia – Rosanna Navarra – Alberto Liguori – Giuseppe Musolino – Serenella Fabiani – Claudia Zerboni – Michele Dargenio – Rosa Speranza – Maddalena Toscano – Carlo Citron – Maria Rosaria Tramontano – Laura Iacomino – Margherita Turco – Luigi Strazzanti – Vanna Tonielli – Domenico De Nito – Maria Paola De Paoli – Piergiorgio Rosetti – Daniele Mistura – Giusi Dossena – Patrizia Crepaldi – Elisabetta Caroti – Marcello Rinaldi – Paolo Attanasio – Guido Dalla Casa – Fortunata Fasano – Giorgio Rossi – Clara Tasca – Tiziano Zordan – Clara Quattrini – Andrea Bulgarini – Giuliana Contini – Eleonora Caroti – Laura Tornadu – Alessandra Tornadu – Aurora Frigerio – Valeria Ceron – Franca Ceron – Paolo Bonzi – Giuseppina Volpe – Maria Gloria Bertozzi – Giuseppe Cecchinato – Antonella Rosa – Davide Migliorino – Angela De Meo – Ludovico Di Giovane – Matteo Scarlato – Rosanna Attanasio – Maria Calabrese – Giulia Zamberletti – Laura Tussi – Gianluca Razzauti – Francesca De Renzio – Anna Klein – Elisa Breglia – Salvatore Fustilla – Monica Tagnocchetti – Adalberto Galassi – Umberto Squarcia – Nicoletta Pirotta – Francesco Tirrito – Ottavio Cerullo – Flora Fia – Raffaele Faggiano – Irene Manente – Marina Vaghi – Annalisa D’Orsi – Brunella Lottero – Lidia De Florentiis – Fabrizio Rosselli – Barbara Amantea – Salvatore Borriello – Valeria Belli – Martina Gerosa – Maria Elena Spampatti – Paolo Falleni

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CONTRIBUTO AL PROGRAMMA DELLA LISTA DEI PACIFICI ALLE EUROPEE 2024

IL DISARMO NUCLEARE PER PROMUOVERE LA PACE 

CON SOPRAVVIVENZA SICURA DEGLI ESSERI UMANI E DELLA NATURA

Con il coinvolgimento nella guerra in Ucraina, affermato dai suoi massimi portavoce e praticato con gli aiuti militari, è dubbio che la UE possa essere considerata ancora un progetto di pace, degna del premio Nobel che le fu conferito nel 2012.

La pace deve significare uscita dalla guerra, dal sistema di guerra e da una politica di difesa e sicurezza attualmente divisa sì tra gli Stati membri, ma condivisa e convergente nella subalternità all’atlantismo, poggiante sulla forza militare e sulla minaccia nucleare. 

La pace che perseguiamo è costruzione di una società dei diritti e del diritto, in cui la comune umanità viene prima di tutto il resto, prima sicuramente dell’identità nazionale ed europea; e nel costituzionalismo globale, che ci emancipa dalle tecnocrazie antropocentriche, si concepisca la cura degli altri quale parte integrante della cura dell’unico ecosistema vivente, cui organicamente apparteniamo.

Se condividiamo il rifiuto dell’esercito europeo a maggior ragione dovremmo condividere il rifiuto dell’ombrello di una deterrenza nucleare NATO ufficialmente definita come “suprema garanzia di sicurezza”. 

La UE dovrebbe procedere, per passi autonomi, anche primi piccoli passi, ma decisamente  e incontrovertibilmente, a una scelta di disarmo nucleare, rigettando quella “condivisione nucleare NATO” che la condurrebbe a reinstallare gli euromissili dismessi con gli accordi INF tra Reagan e Gorbachev del 1987 (disdetti da Trump nel 2019), a modernizzare le “atomiche” tattiche B-61 ospitate da cinque Paesi, tra i quali l’Italia, a implementare la dottrina di impiego, che rimanda a guerre nucleari limitate su teatri continentali, non globali, che va sotto il nome di “first use”.

Il nuovo Parlamento europeo, che emergerà dalle elezioni del 2024, insomma, dovrebbe assecondare e non osteggiare il percorso aperto dallo storico Trattato di proibizione delle armi nucleari (TPNW), adottato da una conferenza ONU nel 2017, facendo sì che alla proibizione giuridica ratificata al momento da 69 Stati segua l’eliminazione effettiva degli ordigni di sterminio e annientamento massivi.

Una strategia di lavoro in questo senso è tracciata dal working paper, ufficialmente agli atti, in lingua inglese, che organizzazioni membre ICAN, tra le quali i Disarmisti esigenti, hanno proposto per la conferenza di aggiornamento del TPNW del novembre-dicembre 2023, e qui di seguito riportato, in lingua italiana: 

Una strategia per passare dalla proibizione giuridica alla totale eliminazione delle armi nucleari, effettiva, totale e irreversibile.

A questo fine, tutti i 9 Stati che possiedono armi nucleari (insieme ai loro alleati) dovrebbero progressivamente sedersi ai tavoli delle trattative, che potranno essere aperti a seconda delle disponibilità volta per volta agibili, con l’ONU nel ruolo di mediatrice riconosciuta, avendo compreso che il possesso di tali ordigni, illusoriamente giustificato con la finalità della "deterrenza", costituisce un rischio inaccettabile, in primo luogo per loro stessi.

In prospettiva bisognerebbe allestire un tavolo unico e l'argomento chiaro su cui fare leva per arrivarci è quello di una presa di coscienza che il rischio di guerra nucleare è diventato inaccettabile,  in un contesto globale che vede la combinazione di incontrollati sviluppi tecnologici con il disordine crescente negli assetti di potere e di governance.

Il pericolo concreto di una possibile “guerra nucleare anche solo per errore, per incidente o per sabotaggio” va messo in cima alle preoccupazioni di chiunque abbia a cuore la sopravvivenza della specie umana e della natura. Se da un lato grava su questi Stati dotati di armi nucleari la responsabilità di prendere le decisioni determinanti, spetta a noi, società civile, aiutarli a raggiungere tale consapevolezza anche mediante una “esigente” pressione dal basso.

Negli ultimi tempi questo rischio è ancora aumentato principalmente a causa di due fattori:

  1. lo sviluppo delle “mini-nukes”, cioè armi nucleari di potenza intermedia tra quella della bomba di Hiroshima e quella delle armi convenzionali. Queste “mini-armi nucleari” saranno più facili da usare sui campi di battaglia e quindi romperebbero il “tabù” dell’uso delle armi nucleari, con le conseguenze che possiamo facilmente immaginare.
  1. il possibile utilizzo degli algoritmi di IA (“Intelligenza Artificiale”) nella rilevazione di attacchi nucleari e, cosa ancora peggiore, nel processo decisionale per un’eventuale ritorsione.

Di conseguenza dobbiamo concentrarci principalmente su questi due fattori di rischio per convincere gli Stati dotati di armi nucleari a decidere un disarmo nucleare globale. Allora, l’adesione universale al TPNW, il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari, non dovrebbe più incontrare ostacoli.

Come contributo a questo approccio, proponiamo di includere nel testo del TPNW (Articolo N°1) la proibizione delle armi nucleari, “qualunque ne sia la loro potenza”.

Proponiamo di lavorare per armonizzare e integrare la Campagna ICAN (International Campaign to Abolish Nuclear weapons) con la Campagna No First Use (NFU) perché riteniamo importante schiudere ammorbidimenti e contraddizioni nel fronte nuclearista, già non del tutto monolitico.

Sarebbe apprezzabile che l’adozione ufficiale di dottrine sulla deterrenza che escludano un primo colpo nucleare in qualsiasi circostanza sia accompagnata da misure, sotto controllo della IAEA (Agenzia internazionale per l’energia atomica), che rendano più difficile la guerra nucleare per errore, per incidente o per sabotaggio, come la ‘de-allertizzazione’ delle testate nucleari e la separazione delle stesse dai vettori.

Il TPNW già all’articolo 4, prevede un periodo di conversione e una certa flessibilità nelle forme di adesione da parte degli Stati dotati di armi nucleari e degli Stati che ospitano armi nucleari controllate da un altro Stato. Nelle prossime  conferenze di revisione, a partire da quella fissata nel dicembre 2023 sotto la presidenza del Messico, possiamo studiare di stabilire una categoria riconosciuta formalmente di Stati “fiancheggiatori/sostenitori" (o altri termini similari) del Trattato. Sarebbero Stati non aderenti a pieno titolo ma orientati positivamente verso il percorso della proibizione giuridica, valutato quale strumento utile e opportuno, compatibile con le istanze di sicurezza globale, per giungere a un mondo senza armi nucleari.

Come conclusione ricordiamo quanto sosteneva giustamente Gorbachev:

Se uno Stato vuole essere sicuro, deve prima contribuire a garantire la sicurezza di tutti gli altri Stati; invece, la deterrenza nucleare fa esattamente il contrario!

Primi Firmatari :

Alfonso Navarra - organizzazione Disarmisti esigenti

Luigi Mosca -  associazione “Abolition des Armes Nucléaires - Maison de Vigilance

Sandro Ciani - Mondo senza guerre e senza violenza

altri nomi ---------------------

 

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CONTRIBUTO  AL PROGRAMMA DI ENNIO CABIDDU

SOSTEGNO ALLE OBIEZIONI DI COSCIENZA ALLE OBIEZIONI DI COSCIENZA CONTRO IL SISTEMA DI GUERRA 
CON RIFERIMENTO ALLE CAMPAGNE "OBJECT WAR" E ALLE CAMPAGNE NAZIONALI CONTRO LE SPESE MILITARI (INCLUDENTI "SEI PER LA PACE SEI PER MILLE"), 
CONTRO LE BANCHE ARMATE, CONTRO LA PRODUZIONE E IL TRAFFICO DI STRUMENTI DI MORTE
 
Ennio Cabiddu referente per i Disarmisti esigenti di questo ambito programmatico
La guerra e' un crimine contro l'umanita';molte persone provenienti dalla Russia, dalla Bielorussia e dalla Ucraina cercano di evitare il servizio militare perche' non vogliono uccidere altre persone e non vogliono morire in guerra.I soldati al fronte vogliono deporre le armi di fronte all'orrore.Tutti rischiano la repressione e l'incarcerazione, in Bielorussia anche la pena di morte.Ma l'obiezione di coscienza è un diritto umano riconosciuto a livello internazionale dall'articolo 18 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani sula libertà di pensiero,coscienza e religione e dall'articolo 18 del Patto internazionale dei Diritti Civili e Politici.La Unione Europea deve aprire le frontiere per dare agli oppositori della guerra la possibilità di entrare e di essere protetti.La UE deve condannare fermamente la persecuzione degli obietori di coscienza e dei disertori da parte dei governi di Russia, Bielorussia e Ucraina sostenendo la "OBJECT WAR CAMPAIGN" accogliendo le richieste contenute nell'appello di "WAR RESISTERS'INTERNATIONAL","EUROPEAN BUREAU for CONSCIENTIOUS OBJECTION", "INTERNATIONAL FELLOWSHIP of RECONCILIATION" e "CONNECTION e V".Con riguardo ad altre forme di obiezione di coscienza, in Italia non possiamo che incoraggiare e sostenere la storica campagna di obiezione di coscienza alle spese militari per la difesa popolare nonviolenta. Una sua modalità di attuazione è la campagna "Sei per la Pace,sei per mille" che ha il dichiarato obiettivo di dare concretezza ad atti di disubbidienza civile sottraendo attraverso lo strumento fiscale risorse destinate alle spese per armamenti destinandole per finanziare servizi che la Carta Costituzionale riconosce primari come la Sanità e la Scuola.Allo stesso modo vanno incoraggiati e sostenuti (come gia' il Papa ha fatto)i lavoratori che si rifiutano di prendere parte ad operazioni della filiera delle armi con particolare riguardo per quelle prodotte in Italia e vendute a Paesi in guerra in totale spregio della Legge185/90.
NO ALL'ESERCITO EUROPEO
Noi ci opponiamo fermamente contro la costituzione di un esercito europeo che sarebbe solo un modo per moltiplicare (e non razionalizzare come si vuol far credere) la spesa militare che già vede la UE al terzo posto nel mondo dopo gli USA e la Cina.
Non crediamo neppure a chi afferma che sarebbe il modo per smarcarsi dall'onnipotente controllo della NATO che non avrà più motivo di esistere quando l'UE dovesse diventare un continente pacificato dall'Atlantico agli Urali. Noi ci opponiamo a tutti gli eserciti nazionali e sovranazionali,a tutte le spese militari che sottraggono risorse ai servizi sociali,ai diritti e alla conservazione dell'ambiente.E Con questo spirito che ci dobbiamo opporre alle basi militari,alle fabbriche di morte, alle scuole di guerra.

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CONTRIBUTO  AL PROGRAMMA DI DANIELE BARBI

DENUCLEARIZZAZIONE OBIETTIVO EUROPEO
Contributo al lavoro per la “lista dei pacifici” (nome da decidere) di Daniele Barbi
del Comitato antinucleare di Trier.
Sono personalmente aderente ai Disarmisti esigenti (www.disarmistiesigenti.org)
Discusso e approvato in un incontro online il 12 ottobre 2023, con la partecipazione
di Alfonso Navarra, Luigi Mosca, Ennio Cabiddu e Cosimo Forleo
La denuclearizzazione, sia a livello civile che militare, è un obiettivo complesso che
richiede un ampio sostegno politico, pianificazione dettagliata e misure appropriate.
L'inclusione o esclusione del nucleare e del gas nelle attività economiche ecosostenibili nell'Unione Europea è una questione politica e regolamentare che richiede discussione a livello europeo. Ecco alcuni passi che potremmo intraprendere per promuovere la denuclearizzazione civile/militare, partendo dalla decisione di non considerare nucleare e gas attività economiche sostenibili nella tassonomia della UE.:
Lobbying e sensibilizzazione: È importante coinvolgere organizzazioni non governative - GreenPeace e International Physicians for the Prevention of Nuclear War (IPPNW) sono già tra i capofila -, gruppi ambientalisti - in Germania il coordinamento dei gruppi antinucleari .ausgestrahlt ed in Francia Sortir du nucléaire sono promotori di iniziative per modificare i parametri della tassonomia -, esperti - Mycle Schneider, Luigi Mosca, Mario Agostinelli - e cittadini per aumentare la consapevolezza sull'importanza della denuclearizzazione civile/militare e spingere i responsabili politici a prendere in considerazione questo obiettivo. Diventa prioritario opporsi ai piani di sviluppo in Italia delineati dal ministro Pichetto Fratin, che il 21 settembre 2023 ha ufficialmente aperto la piattaforma per il nucleare sostenibile.
I Disarmisti esigenti stanno lavorando a un coordinamento antinucleare
europeo, progetto in cui sono impegnati come referenti Daniele Barbi, Giuseppe
Farinella, Alfonso Navarra.
Sviluppare fonti di energia rinnovabile: Investire in tecnologie e infrastrutture per le energie rinnovabili come l'energia solare, eolica e idroelettrica, che possono sostituire gradualmente le fonti di energia fossile e nucleare. Questo richiederà incentivi economici e investimenti da parte dei governi e del settore privato.
Ricerca e sviluppo: Sostenere la ricerca e lo sviluppo di tecnologie innovative per l'energia rinnovabile, l'efficienza energetica e il miglioramento delle reti elettriche, al fine di rendere queste alternative più competitive ed efficienti.
Politiche energetiche nazionali: Influenzare le politiche energetiche nazionali dei paesi membri della UE per favorire la transizione verso fonti energetiche più sostenibili e meno inquinanti. Questo può includere obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra, promozione dell'efficienza energetica, incentivi per le energie rinnovabili e soprattutto la riduzione delle sovvenzioni per l’utilizzo delle energie provenienti dai fossili.
Coinvolgere il settore privato: Collaborare con le aziende per incoraggiarle a investire in soluzioni energetiche sostenibili e ridurre gradualmente la loro dipendenza da fonti energetiche non sostenibili contrastando gli investimenti nel comparto fossile tramite tassazioni penalizzanti.

Educazione e consapevolezza: Promuovere programmi di educazione e sensibilizzazione sulle questioni energetiche, inclusi i vantaggi delle fonti di energia rinnovabile e i rischi associati al nucleare e al gas.
Monitoraggio e valutazione: Creare meccanismi di monitoraggio e valutazione per
misurare il progresso verso la denuclearizzazione civile/militare e la riduzione dell'uso del gas, tenendo conto degli obiettivi ambientali e climatici stabiliti a livello internazionale. Collaborazione internazionale: Lavorare a livello internazionale per promuovere la denuclearizzazione civile/militare, includendo l'adesione a trattati e accordi multilaterali che favoriscano l'abbandono del nucleare e l'adozione di fonti energetiche sostenibili.

Raggiungere la denuclearizzazione civile/militare richiederà tempo, sforzi e un impegno coordinato a livello europeo e globale. La transizione verso un'energia più sostenibile è una sfida importante, ma è anche cruciale per affrontare le questioni ambientali e climatiche del nostro tempo.
.ausgestrahlt
È un’organizzazione antinucleare attiva dal 2008 sul territorio federale tedesco.
Lo scopo principale si concentra sul coordinamento di azioni nazionali ed internazionali contro la lobby nucleare, nella convinzione sulla pericolosità di impianti industriali insicuri (Chernobyl e Fukushima ne sono un esempio chiarissimo) che costituicono una minaccia per gli esseri viventi e che le scorie irradiate continueranno a gravare sulle generazioni future.
Sortir du nucléaire
Riunisce tutti coloro che desiderano esprimere la loro volontà di eliminare gradualmente l'energia nucleare. Obiettivo principale consiste nella eliminazione del nucleare in Francia attraverso una politica energetica diversa, in particolare promuovendo la gestione dell'energia e lo sviluppo di altri mezzi di produzione di elettricità.
Dal 1997 l’associazione ha vissuto un'impressionante ascesa al potere con l'obiettivo di riunire il maggior numero possibile di persone e gruppi. Attualmente ne fanno parte circa 900 associazioni e 60.000 cittadini.
IPPNW
È un'associazione internazionale di medici che, tra le altre cose, si impegna
principalmente per il disarmo delle armi nucleari.
La sua sede internazionale è a Somerville, nel Massachusetts. Nel 1985, l'organizzazione ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace per il suo "informato e importante lavoro di informazione", che ha sensibilizzato la popolazione sulle "conseguenze catastrofiche della guerra nucleare“.
La sezione tedesca rappresenta la più grande organizzazione professionale per la pace in Germania, con circa 8.000 membri.

Nucleare civile e militare
Associamo nuleare civile e militare, perché qualunque paese tramite le tecnologie utili al nucleare civile può passare con facilità alla realizzazione di ordigni nucleari. Per alimentare le centrali nucleari sono necessarie le barre combustibili, che a loro volta sono il risultato di un processo industriale dove entra in gioco l’arricchimento del uranio, speficamente nella forma dell’isotopo 235. Dale turbine si possono ottenere concentrazioni di questo isotopo - per le barre cobustibili attualmente è sufficiente arrivare al 3 al 5 % per raggiungere il 20 % nei reattori avanzati - fino al 90%, dalle quali passare ad ordigni nucleari il passo è breve.

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CONTRIBUTO  AL PROGRAMMA DI ANTONELLA NAPPI

clicca sopra per il testo completo
13 Ottobre 2023

L’onore degli uomini non è avere le armi in pugno ma fare il lavoro di pulizia in casa (il lavoro di cura) senza pensare di perdere tempo

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OGGI, 26 SETTEMBRE 2023, E' IL PETROV DAY CONTRO LE ARMI NUCLEARI E MAI IL DISARMO E' STATO COSI' URGENTE.

IL Petrov Day è la giornata ONU contro le armi nucleari in memoria della notte in cui, proprio 40 anni fa, il 26 settembre 1983, il colonnello sovietico Stanislav Petrov salvò il mondo dalla guerra nucleare per errore: non comunicò ai superiori un presunto attacco missilistico contro la capitale, in realtà un falso allarme dei computer della base di avvistamento che comandava vicino Mosca.
Un atto, in un certo senso, di disobbedienza, coraggiosa e intelligente, che gli costò allontanamento dall'esercito e emarginazione da parte di un regime sedicente socialista che non voleva si diffondesse la conoscenza dei buchi della "deterrenza".
Petrov morì dimenticato e in miseria, come buona parte dei veri "eroi", che l'Umanità non riconosce, mentre tributa onori ad esempio a tonitruanti tribuni di presunte resistenze partigiane, in realtà spoliatori del proprio Paese per conto dei mandanti di guerre per procura.
Un TPAN - Trattato di proibizione delle armi nucleari (chi vi scrive era a New York per conto dei Disarmisti esigenti, quando, il 7 luglio 2017, venne adottato da 122 Paesi) esprime oggi l'illegalità della cosiddetta "difesa" imperniata su queste armi mostruose. Il problema, politico ma anche etico, è di passare dalla proibizione alla loro eliminazione effettiva.
Possiamo considerare questo trattato un tassello di un nuovo costituzionalismo globale, che mette in primo piano il diritto comune dell'umanità, non la sovranità assoluta dei singoli Stati. E' l'applicazione dell'appello Russel-Einstein che terminava con la famosa frase: "Ricordiamoci della comune umanità e dimentichiamo il resto".
Prima di tutto dobbiamo tenere a mente di essere membri di una umanità planetaria, oggi aggiungeremmo parte di un unico ecosistema vivente (la "terrestrità" che sostengo in "Memoria e futuro", propugnata da figure morali e intellettuali come Papa Francesco ed Edgar Morin) e non rimanere schiavi dei nazionalismi e dei militarismi, come pure di tutte le altre appartenenze sociali particolari.
Il TPAN si fonda sui principi del diritto umanitario, cioè della guerra che in teoria dovrebbe essere combattuta in modo umanitario, secondo le Convenzioni di Ginevra: le armi nucleari vengono considerate illegali perché il loro impiego coinvolge inevitabilmente per lo più i civili, non consente soccorsi sanitari, inquinano l’ambiente per anni rendendo impraticabile la vita quotidiana delle comunità, eccetera.
Questo approccio "umanitario" ha in parte funzionato, ma ora bisognerebbe mettere in rilievo la centralità del rischio: non c'è sicurezza assoluta che il sistema nucleare possa essere mantenuto sotto controllo e un errore potrebbe avviare l'escalation che conduce alla fine del mondo. E' proprio l'eventualità messa in luce dalla vicenda Petrov. E questo rischio si fa intollerabile quando la logica della deterrenza, i tempi sempre più angosciosamente ristretti di risposta alle mosse vere o presunte dell'avversario, porta sempre di più verso l'automazione dei sistemi di avvistamento, con l'impiego già deciso dell'intelligenza artificiale nell'early warning.
E quando l'idea di guerre nucleari limitate in territori circoscritti trova concretezza nelle minacce che vengono evocate, un giorno sì e l'altro pure, di ricorso alle "atomiche tattiche", in una Guerra Grande in Ucraina che rischia di unificare, copyright Papa Francesco, la "guerra mondiale a pezzetti" in corso.
Noi Disarmisti esigenti, membri in Italia della rete ICAN che ha promosso il TPAN, insignita nel 2017 del Premio Nobel per la pace, non riteniamo sufficiente che, Stato dopo Stato, si aumenti il numero di ratificanti del TPAN, oggi arrivati a 69.
La nostra missione non è limitata a fare pressione per fare sì che l'Italia con voto parlamentare diventi, che so, l'ennesimo Stato ratificante, magari il 70esimo (cosa impossibile stante la sua appartenenza alla NATO, che ufficialmente considera la deterrenza nucleare la "suprema garanzia di sicurezza").
A Vienna nel 2022 è avvenuta la prima conferenza di revisione del Trattato da parte degli Stati parte, ed è stata affermata la complementarietà tra il TPAN e il Trattato di non proliferazione. Complementarietà che le potenze nucleari attualmente non riconoscono e meno che mai riconosce, appunto, la NATO.
La centralità del rischio dovrebbe portare ad armonizzare, per intelligenza strategica, la campagna ICAN con la campagna per il NO first use. E' a portata di mano, anche grazie a una possibile sponda cinese, che le potenze nucleari vengano costrette ad abbandonare le dottrine sul primo impiego "limitato e condizionato", dell'"atomica" e che di conseguenza si stabilisca la "deallertizzazione" con separazione delle testate dai vettori, per rendere difficile un primo lancio per errore.
Gli Stati aderenti al TPAN (e ricordiamo sempre che l'Italia non rientra tra questi) potrebbero elasticizzare il Trattato istituendo norme per i Paesi in conversione, magari definendoli "sostenitori", non affiliati contraenti, che supportano il No first use e si defilano dalla condivisione nucleare NATO.
Nel frattempo noi movimenti di base abbiamo da portare avanti la lotta per la denuclearizzazione sia civile che militare (il nucleare cosiddetto civile è solo una copertura della potenza militare) e in Italia possiamo puntare, sul lato militare, alla dissociazione unilaterale dal nucleare NATO con, ad esempio, la rimozione delle testate ospitate a Ghedi ed Aviano in rapporto con il nuovo impiego da parte dei cacciabombardieri F35, omologati e predisposti per le missioni nucleari.

Alfonso Navarra - coordinatore dei Disarmisti esigenti cell. 340/0736871

 

 

ARRUOLATI IN BORSA

Su Avvenire del 13 agosto la prima pagina è dedicata agli “Arruolati in Borsa”. Il fatto analizzato è che “l’impegno bellico in Ucraina renderebbe «immorali» le scelte di sostenibilità Esg degli impieghi”.

L’inchiesta è di Angela Napoletano. ed è ampiamente sviluppata a pagina 3.

Quello che segue è il richiamo in prima pagina:

Con la guerra tra Russia e Ucraina che infuria alle porte dell’Europa è «perverso» che gli investitori che applicano criteri di sostenibilità continuino a evitare il settore della Difesa. È quello che due sottosegretari del governo britannico, Andrew Griffith e James Cartlidge, con delega, rispettivamente, ai servizi finanziari e agli appalti militari, hanno scritto in una lettera al “Mail on Sunday” del 1° agosto. Un’uscita estemporanea? Non proprio. L’attacco dei due deputati Tory è la coda delle polemiche innescate dalla decisione della banca Coutts di chiudere il contro di Nigel Farage, il leader brexiteer della destra oltranzista”.

Alessandro Bonini in terza pagina scrive un pezzo che documenta come, in tutte le grandi Borse, continui la corsa dell’industria bellica.