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La fissazione segreta di Winston Churchill nel 1947, subito dopo la guerra, quando ancora l’Unione sovietica non disponeva dell’atomica?  un attacco nucleare preventivo per “decapitare” il governo di Mosca e annientare il "comunismo" di Stalin!

È quanto emerge da un memorandum dell’Fbi ora declassificato, e pubblicato nel libro When Lions Roar* (*vai al link http://www.dailymail.co.uk/news/article-2826980/Winston-Churchill-s-bid-nuke-Russia-win-Cold-War-uncovered-secret-FBI-files.html) del giornalista Thomas Maier.

Il piano di Churchill era quello di fare leva sul senatore repubblicano Styles Bridges per convincere l'allora presidente Usa, Harry Truman, a scatenare l’olocausto nucleare sui sovietici, così come aveva già fatto sui giapponesi bombardando Hiroshima e Nagasaki. 

Londra temeva un attacco nucleare sovietico e suggeriva agli USA di muoversi preventivamente

Nel 1947 Churchill era molto ascoltato ma non più primo ministro dalla fine della Seconda guerra mondiale. Come si ricorderà, pur avendo vinto la guerra, Churchill fu bocciato dagli elettori che preferirono i laburisti pur avendo riconosciuto il suo ruolo “eroico” nell'animare e governare la resistenza ad Hitler. Tornerà infatti a Downing Street solo nel 1951. Questo benchè nel 1946 pronunciasse uno dei suoi discorsi più celebri, affermando che una “cortina di ferro” era scesa sull’Europa. Era iniziato il confronto tra Est ed Ovest che passerà alla storia come Guerra Fredda. E Churchill voleva proprio evitare il prolungarsi di un conflitto e soprattutto il rischio che Mosca, una volta in possesso dell’atomica, scatenasse un attacco su vasta scala contro gli Stati Uniti. Lo statista temeva più di tutto l’espansione del comunismo. Ed a quei tempi Bertrand Russell era della sua stessa opinione, schierato in prima linea per la necessità del Patto atlantico “al fine di preservare realisticamente la pace”!

Nel 1949 l’Urss riuscì a farsi la Bomba

Sempre in questa nota dell’Fbi apprendiamo che Churchill fosse intenzionato a liberarsi di Stalin colpendo direttamente il Cremlino. Era anche disposto a far morire per il suo piano migliaia di cittadini sovietici che l'attacco, possiamo dirlo col senno di poi, avrebbe polverizzato e/o radioattivizzato molto più massicciamente, a milioni. «Lo statista vedeva un attacco nucleare come una qualsiasi altra arma convenzionale, fino a quando realizzò che ci sarebbe stata molta più devastazione con l’atomica», ha spiegato Maier nel suo libro. Quando infatti tornò al governo, Churchill non presentò più il suo progetto di colpire la capitale russa. Anche perché ormai i sovietici avevano tutti i mezzi per rispondere nuclearmente ad un attacco nucleare…

Io stesso sono venuto in possesso, rinvenendoli per caso su bancarelle a Milano, di libri "inglesi" del 1948 e del 1949, che ho potuto studiare, costatando chel'impostazione base era comparare l'uso di armi nucleari ai bombardamenti strategici "a tappeto", considerati come risorsa militare dalla funzione analoga.

Non si era allora consapevoli dell'inquinamento radioattivo, così come adesso è praticamente ignorato il problema dell'inverno nucleare.

Forse fu Hiroshima l'inizio della Guerra Fredda

Cito in particolare “Conseguenze politiche e militari dell'energia atomica”, Einaudi, Torino, 1949,l scritto da un consulente del governo britannico, Patrick Maynard Stuart Blackett, che , en passant, era stato insignito nel 1948 del Premio Nobel per la fisica ed era politicamente laburista.

A Blackett risale una ipotesi molto interessante che personalmente ritengo più che verosimile, vera: l'uso dell'arma atomica a Hiroshima e Nagasaki bisognava considerarlo piuttosto come il primo atto della guerra fredda che come l'atto conclusivo della seconda guerra mondiale. La bomba, accelerando la capitolazione del Giappone avrebbe prevenuto l'attacco sovietico in Manciuria ovvero, quantomeno, ne avrebbe limitato gli effetti. In ogni caso l'impiego dell'arma atomica sarebbe stato un non molto velato monito per l'Unione Sovietica, che da alleato in guerra si andava mutando in avversario in pace.

Il “Leone britannico non poteva colpire direttamente ma neanche gli USA allora erano in grado di cancellare totalmente l'URSS

E' opportuno ripetere e sottolineare che nel 1949 il Regno Unito non poteva attaccare nuclearmente perché non disponeva di bombe atomiche: solo nel 1952 realizzò il suo primo test nucleare. La deterrenza nucleare britannica oggi viaggia su oltre 200 testate ed è totalmente organizzata in mare, con sottomarini e portaerei nucleari dislocate nell’Oceano Atlantico.
Il “Leone britannico” poteva, a quei tempi, solo incitare gli Stati Uniti a colpire, non colpire in prima persona. Dobbiamo per di più tenere presente che nel 1949, ed a maggior ragione nel 1947, la potenza nucleare a stelle e strisce non era in grado di “cancellare” l'URSS, disponendo (cifre governative elaborate con l'apporto di Kristensen che trovi su: 
https://rense.com/general47/global.htm) di poco più di 200 testate trasportabili sull'obiettivo mediante insicuri ed intercettabili bombardieri: la tecnologia dei missili balistici intercontinentali, in fondo erede delle V2 di Hitler, per quanto riguarda gli americani, partì con gli Atlas nel 1957.
L'URSS divenne potenza nucleare nel 1949  ma, ad esempio, nel 1951 possedeva solo 15 bombe nucleari al plutonio.
Per quanto riguarda la risposta pacifista alla minaccia atomica, possiamo caratterizzarla con tre grandi ondate di coinvolgimento dell'opinione pubblica (al momento possiamo parlare di sua “letargia”, come la definisce Luigi Mosca: l'ottimismo dei sondaggi commissionati dalla stessa ICAN dovrebbe fare i conti con il "peso" che gli interrogati attribuiscono all'argomento).
La prima ondata fu quella dei Partigiani della Pace, contro, appunto, l'ipotesi di un'invasione dell'URSS subito dopo la fine della seconda guerra mondiale.
La seconda ondata è quella dell'appello Russell-Einstein, che portò all'inizio degli anni '60 (nel 1963 per la precisione) a vietare i test nucleari nell'atmosfera: occhio non vede, cuore non duole.
La terza ondata è quella dell'opposizione agli euromissili: nel 1987 ottenne, con gli accordi tra Reagan e Gorbachev ed i successivi nagoziati, il più grande disarmo quantitativo della Storia. Frutto anche di grandi mobilitazioni popolari – va sottolineato – e non solo di affiancamenti e pressioni diplomatiche dentro il Palazzo di Vetro.
C'è bisogno – credo - di una preoccupazione seria perché monti una quarta ondata per il disarmo nucleare: forse la stura può essere data dal prossimo, probabile conflitto tra Israele e Iran.

Alfonso Navarra – coautore, con Mario Agostinelli e Luigi Mosca, de “La follia del nucleare, come uscirne con la Rete ICAN

Prefazione di Alex Zanotelli

Introduzione di Laura Tussi e Fabrizio Cracolici

Una postilla di Patrick Boylan

Sì, nel 1947 Churchill (che non possedeva ancora la bomba atomica) spingeva Truman ad usare le sue bombe atomiche per colpire il Cremlino ed eliminare Stalin in un istante -- insieme a milioni di moscoviti e di cittadini russi nelle città intorno a Mosca, ma questo per Winston era evidentemente una bazzecola. Truman rifiutò.

Già trent'anni prima questo signore, che un film recente ci presenta come "eroe" e che incarnava il conservatorismo britannico più ferocemente anticomunista, aveva cercato di fermare la rivoluzione bolscevica in Russia subito dopo la presa di potere di Lenin nel 1917, proponendo un attacco massiccio, con ricorso a gas letali, contro l'armata rossa. E, effettivamente, inviò 50.000 bombe chimiche (ovverosia le nuovissime bombe "M", appositamente create per l'occasione) alle forze aeree britanniche dislocate sulla frontiera russa, le quali subito iniziarono la "liberazione" dai bolscevichi dei villaggi russi situati dall'altra parte della frontiera, colpendoli ripetutamente con le bombe "M". (Naturalmente, insieme ai bolscevichi, morirono anche gli abitanti civili di quei villaggi ma, che volete, per battere il comunismo questo e altro.)

In pratica, dunque, il primo uso militare di gas letale, in assoluto, non va attribuito alle forze armate italiane in Africa durante il fascismo, come spesso si fa, bensì alle civilissime forze armate britanniche nel lontano 1919.

Purtroppo per Churchill (e meno male per l'umanità), gli scienziati britannici che hanno inventato le bombe "M" non avevano tenuto sufficientemente conto delle condizioni climatiche della Russia e quindi le bombe si rivelarono meno efficaci del previsto e furono ritirate. Ma attenzione: non ritirate in Gran Bretagna, bensì buttate nel mare russo al largo di Severodvinsk -- e stiamo parlando di decine di migliaia di bombe chimiche -- dove giacciono ancora oggi.

https://www.theguardian.com/world/shortcuts/2013/sep/01/winston-churchill-shocking-use-chemical-weapons

Beati i popoli che non hanno avuto eroi come Churchill!

 

Appello alla mobilitazione generale per portare il nostro paese e l'Europa intera, all'adesione al Trattato di interdizione di ogni ordigno nucleare approvato dall'ONU nel luglio 2017; per dare peso al Premio Nobel per la Pace conseguito da ICAN, in base alla azione svolta per questo risultato da centinaia di associazioni della società civile e di paesi interi; per dare senso alla ratifica dello stesso trattato , immediatamente sottoscritta dallo Stato del Vaticano; per raggiungere rapidamente le 50 ratifiche (di Stati Nazionali) che renderanno operativo il trattato con le relative responsabilità anche di carattere penale per stati e singoli governanti, che non rispettassero il Trattato medesimo. Per tutto questo riteniamo che non ci possano essere dubbi nel creare anche nel nostro paese il più ampio , esteso, eterogeneo ma concreto schieramento per il coordinamento italiano per ICAN. L'invito è a firmare e diffondere con tutti i mezzi a disposizione questo comunicato.

 

" Riteniamo un fatto positivo la costituzione del Coordinamento delle associazioni di ICAN in Italia e per questo auspichiamo che lo scopo sia l'allargamento il più ampio possibile a chi ne voglia far parte, ritenendo indispensabile a questo proposito chiarire alcune cose per perseguire gli obiettivi su basi comunque qualificate, coerenti .

E' nostra convinzione che il Coordinamento delle associazioni aderenti e supportanti ICAN Italia debba:

1) essere libero da ogni condizionamento, aperto nelle adesioni e rispettoso delle scelte di soggetti che decidessero di restarne fuori (per qualsiasi loro legittimo motivo); l'unità non è una obbligatoria e formalistica adesione, ma il frutto di dialogo permanente e di esperienza comune di lavoro per un fine che viene dichiarato comune.

2) Svolgere un lavoro comune per ottenere la ratifica da parte dell'Italia del Trattato di interdizione delle armi nucleari sia come lavoro di sensibilizzazzione dell'opinione pubblica, sia nel denunciare liberamente i limiti oggettivi, gli ostacoli e i veri e propri sabotaggi che su questa strada realizzano a) La Nato con il suo esplicito rifiuto e obbligo per i suoi aderenti a boicottare la ratifica del Trattato; b) l'eventuale mancata campagna per  "la denuclearizzazione unilaterale"(Vedi Sud Africa) che invece ha caratterizzato la lotta di base e che richiede l'immediata rimozione delle atomiche USA  (anche per coerenza giurisdizionale col TNP ); c) l'eliminazione del rischio radioattivo per l'uso promiscuo dei porti sia quelli utilizzati stabilmente dalla VI Flotta Americana, da poco affiancata nel Tirreno da una nuova Portaerei Americana, sia per transiti momentanei  di navi dotate o portatrici di ordigni nucleari; d) Il riarmo in corso (nuove B61-12, F35 e addestramento di piloti italiani all'uso di queste armi potenzialmente atomiche) e la partecipazione illegale ed illegittima del nostro paese a guerre con marcato significato neocoloniale  e spacciate per umanitarie e sicuramente all'origine di milioni di profughi senza casa, senza lavoro, senza terra che si stanno riversando nel Mediterraneo.

3)Portare avanti un lavoro comune anche con movimenti ecologisti e resistenti al cambiamento climatico nonchè tutti quei movimenti sociali e sindacali che lottano per il superamento delle diseguaglianze per la giustizia sociale, in quanto parte integrante della rivoluzione pacifica, disarmista, antimilitarista che vorremmo realizzare.

E' per questo che ci dobbiamo sentire liberi di "toccare la Nato" laddove si presenta come principale ostacolo ai nostri obiettivi antinucleari; liberi di poter nominare le guerre in corso come potenziale effettivo pericolo di degenerazione nucleare; liberi soprattutto di valorizzare e di considerare nostro comune patrimonio gli obiettivi, la sensibilità e le esigenze di tante lotte di base (pensiamo soltanto alle servitù militari "assassine" della Sardegna o alle servitù strategiche proprio per l'uso di armi nucleari delle basi non nucleari americane in Sicilia) che non rappresentano affatto delle deviazioni o una perdita di tempo, ma l'aggancio alla realtà popolare operativa per la nostra campagna per l'ottenimento della ratifica del TPAN.

Noi abbiamo già sperimentato una positiva unità d'azione anche relativamente alla pressione nei confronti del livello istituzionale e che col nuovo Parlamento ed il nuovo Governo dovremo recuperare rapidamente e  completamente, redigendo insieme testi base che poi sono diventati mozioni sia alla Camera che al Senato, mozioni che conseguentemente abbiamo presentato in conferenze stampa unitarie, in cui abbiamo parlato tutti; iniziative tutte registrate, ad esempio, dal sito di una importante radio nazionale.

Abbiamo anche sperimentato, in questa esperienza di lavoro comune, un metodo democratico e partecipativo: ogni lettera, comunicato, presa di posizione a nome di tutti è stata sempre sottoposta alla conoscenza e all'approvazione preventiva. 

Così ci siamo comportati e così il nuovo Coordinamento italiano per ICAN Italia riteniamo debba comportarsi.

a nome delle organizzazioni:

Disarmisti Esigenti (Alfonso Navarra)

No Guerra NO NATO  (Giuseppe Padovano)

Accademia Kronos (Oliviero Sorbini)

ANPI di Nova Milanese (Fabrizio Cracolici)

Il Sole di Parigi – (Giuseppe Farinella)

Città Verde - (Adriano Ciccioni)

Tavola della Pace Val di Cecina (Jeff Hoffmann)

Adesioni personali:


Franco Dinelli (Pax Christi – commissione internazionale)

Laura Tussi (redazione di Peacelink)

Per sottoscrivere:

https://www.petizioni24.com/mobilitiamoci_per_ican

Un gruppo composto da esperti mondiali nel campo del disarmo nucleare ha lavorato con ICAN (la Campagna internazionale per la messa al bando delle armi nucleari) per elaborare un piano per completa denuclearizzazione della Penisola Coreana: i membri del gruppo sono giunti alla conclusione che la soluzione migliore sia quella di prevedere un percorso nel quadro giuridico dei trattati internazionali esistenti.
ICAN, vincitrice del Premio Nobel per la Pace 2017 per la ragione di aver promosso il disarmo nucleare tramite un trattato internazionale, lo ha presentato  in una conferenza stampa svoltasi a Singapore : la sua “Roadmap per la Denuclearizzazione della Penisola Coreana”, ha anticipato di un giorno l’incontro tra Kim Jong-un e Donald Trump, svoltosi il 12 giugno 2018.
Il Piano ICAN inizia con l’affermazione che è fondamentale riconoscere la terribile perdita di vite umane e immane sofferenza che sarebbero causate da un qualsiasi uso di armi nucleari. Gli esperti concordano che anche un limitato scambio di armi nucleari sulla Penisola Coreana consisterebbe nella detonazione di almeno 30 testate nucleari con enorme perdita di vite umane, con danni ambientali di tipo cataclismatico nella Corea del Sud come in quella del Nord, e in tutta la regione dell’Asia nordorientale. La soluzione della crisi esigerebbe che tutte le parti esprimano il loro rifiuto totale delle armi nucleari  e aderiscano al Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari (TPNW).
La Roadmap di ICAN delinea una soluzione in cinque passi per l’effettiva denuclearizzazione della Penisola Coreana. Gli Stati devono: riconoscere l’inaccettabile rischio umanitario posto dalle armi nucleari: rifiutare quelle armi con l’adesione al TPNW; rimuovere le armi esistenti seguendo un piano con azioni verificabili e scadenze concordate; ratificare il Trattato Comprensivo per la messa al bando delle Sperimentazioni (CTBT); e rientrare nel consesso della Comunità internazionale tramite il Trattato di Non Proliferazione (TNP). “Il quadro giuridico dei trattati internazionali in vigore rappresenta l’unica soluzione che possa far diventare permanente la denuclearizzazione in Corea,” ha affermato Beatrice Fihn, Direttrice Esecutiva di ICAN. “Si è parlato poco dei possibili contenuti di un accordo. Questa nostra Roadmap offre la risposta alla domanda fondamentale alla base dei negoziati: come si può realizzare una denuclearizzazione della Corea del Nord e della Corea del Sud che avvenga in maniera verificabile, irreversibile, e che duri nel tempo?
Il Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari rappresenta il fulcro di questo piano ICAN; con l’adesione al Trattato, la Repubblica Popolare Democratica di Corea (DPRK) avrebbe l’obbligo di cessare immediatamente ogni azione di sviluppo, produzione e fabbricazione di armi nucleari. Sarebbe altresì obbligata a cancellare il proprio programma nucleare militare, a far rientrare in vigore l’accordo che prevede il rispetto delle salvaguardie imposte dall’AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica) , nonché concordare e attuare un Protocollo Aggiuntivo con l’AIEA.
Il piano chiede che anche la Repubblica di Corea (Corea del Sud), sul cui territorio non esistono più armi nucleari dai primi anni 1990, attui una denuclearizzazione. La Corea del Sud deve formalmente rifiutare il programma statunitense di deterrenza nucleare estesa, il cosiddetto ombrello nucleare, e garantire in tal modo che non vengano mai utilizzate le armi nucleari per suo conto. Ciò non richiederà modifiche dei trattati esistenti tra USA e Corea del Sud, e l’attuale sistema di “ombrello nucleare” potrà benissimo essere trasformato in un generico “ombrello di sicurezza”. Da parte loro gli Stati Uniti d’America possono compiere un passo pratico verso la denuclearizzazione finalmente mantenendo fede a un impegno già preso da molto tempo: ratificare il CTBT. La Corea del Nord e la Cina hanno sempre affermato che, una volta ratificato dagli USA, anche loro ratificherebbero il CTBT. E come atto finale di questo piano, ICAN chiede agli USA e a tutti gli Stati di firmare e ratificare il Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari per unirsi ai 122 Stati che lo hanno adottato alle Nazioni Unite nel luglio scorso, affinché tutti insieme possiamo giungere alla messa al bando globale delle armi nucleari.
Sintesi del piano di ICAN:
1. Riconoscere il rischio dell’uso di armi nucleari e le inaccettabili conseguenze umanitarie di un tale uso.
2. Rifiutare le armi nucleari aderendo al Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari (TPNW).
3. Rimuovere le armi nucleari, in base a un piano per il disarmo verificabile e irreversibile.
4. Ratificare il CTBT e garantire la verifica degli obblighi assunti tramite il CTBTO.
5. Rientrare nella Comunità mondiale e nel Trattato di Non Proliferazione.
Il documento completo – Korean Peninsula Denuclearization Framework – si trova qui:

Diritti dell'Umanità e Carta della Terra: una complementarietà che può portare acqua al mulino del disarmo nucleare (e della preliminare Campagna per l'abolizione delle armi nucleari)

di Alfonso Navarra – Disarmisti Esigenti (www.disarmistiesigenti.org)

La “Dichiarazione dei Diritti dell'Umanità”, ad avviso di chi scrive un decisivo progresso di impostazione culturale del diritto internationale, doveva essere allegata all'accordo di Parigi sul clima (12 dicembre 2015), ma non fu messa ai voti perché l'allora presidente francese François Hollande disgraziatamente la considerò "divisiva".

C'era un riferimento, evidentemente controverso (e contrastato dalle potenze nucleari, di cui fa parte la Francia) alle armi di sterminio di massa che fu oltretutto cassato dal draft.

Ma anche con questo taglio a Parigi si preferì sorvolare su un voto comunque scomodo per concentrarsi sul compromesso che avrebbe portato l'unanimità degli Stati ad aderire all'obiettivo concordato di limitare il riscaldamento globale a +2°C (possibilmente +1,5°C) rispetto ai livelli preindustriali entro fine secolo.

L'iniziativa sulla Dichiarazione, grazie all'ex ministro dell'ambiente francese Corinne Lepage, che ne era la promotrice ed animatrice, però prosegue: è forse possibile oggi qualificarla e rinforzarla ulteriormente nel rapporto con la Carta della Terra, un precedente progetto di presa di posizione etica, che può essere considerato un documento complementare nel suo puntare a costruire una giusta, sostenibile e pacifica società globale, attraverso una responsabilizzazione universale "per il benessere di tutta la famiglia umana, della grande comunità della vita e delle generazioni future".

L’obiettivo dei promotori della “Dichiarazione dei diritti dell'Umanità” è quello di diffonderla e di farla firmare a istituzioni, enti locali, associazioni, ma anche singoli individui. Nel momento in cui avrà raggiunto un numero considerato adeguato di sottoscrizioni, sarà presentata alle Nazioni Unite per chiederne il riconoscimento ufficiale. 

Stiamo parlando di una presa di posizione etico-culturale, senza che questa caratterizzazione voglia essere in qualche modo diminutiva: non quindi di una convenzione giuridica con carattere vincolante per gli Stati che la adottano. Non si pone dunque il problema di sanzionare chi viola i diritti affermati. Però non viene nemmeno escluso che la Dichiarazione debba essere vista come un momento propedeutico per una futura Convenzione giuridica.

Leggiamo sul sito ufficiale https://droitshumanite.fr/DU/: “Questo è un primo passo, come la Dichiarazione dei diritti del fanciullo trent'anni fa, che ha dato origine alla Convenzione sui diritti dell'infanzia vent'anni dopo. Allo stesso modo, la Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo del 1948 non è che una dichiarazione, ma ha permeato il nostro diritto per mezzo secolo.

Non si tratta, allora, di sostituire i testi esistenti, ma di costruire un testo complementare che stabilisca diritti e doveri che non sono più individuali ma collettivi.

Questa dichiarazione propone tra l'altro di creare un'interdipendenza tra le specie viventi, per garantire il loro diritto all'esistenza e il diritto dell'umanità a vivere in un ambiente sano ed ecologicamente sostenibile”.

La Dichiarazione si fonda sul concetto, incredibilmente non riconosciuto dal diritto internazionale odierno, che tratta solo di Stati, di persone e di popoli, di “umanità”, riprendendo quello di “famiglia umana“, già adottato dalla “Dichiarazione dei diritti umani dell’Onu”, del 10 dicembre 1948.  

Il testo è costituito da 16 articoli basati su quattro principi: la solidarietà tra le generazioni, la dignità dell’uomo, la sopravvivenza dell’umanità, la non-discriminazione in base all’appartenenza a una generazione. Oltre a questo, prevede sei diritti e sei doveri dell’umanità.

La Carta della Terra, chiamata in causa dalla Dichiarazione che focalizza il diritto per tutti a vivere in condizioni di sostenibilità ambientale, si mostra a sua volta consapevole dell'esistenza di un soggetto collettivo umano universale, ma ancora non lo inquadra come fattispecie giuridica.

E' opportuno ricordare che la Carta della Terra, promossa oggi dall'organizzazione non governativa Earth Charter Initiative (si vada sul sito: www.earthcharter.org/ ), ebbe origine nel 1987, quando la Commissione mondiale delle Nazioni Unite su sviluppo e ambiente raccomandò la stesura di una nuova Carta che guidasse la transizione verso lo sviluppo sostenibile. Nel 1992, in occasione del Summit della Terra di Rio de Janeiro, l'allora Segretario Generale Boutros Boutros-Ghali sollecitò nuovamente la stesura della Carta, perchè quanto emerso dalla Conferenza ONU non fu da lui ritenuto adatto. Nel 1994, Maurice Strong e Mikhail Gorbachev, rilanciarono la Carta della Terra come iniziativa della società civile, con l'ausilio del governo olandese.

La stesura della carta avvenne mediante un processo di consultazione mondiale durato 6 anni (1994-2000), sotto la supervisione di una Commissione Carta della Terra indipendente, istituita da Strong e Gorbachev. La Commissione svolge tuttora il ruolo di amministratore del testo della Carta della Terra. Il testo finale della Carta della Terra venne approvato nel marzo 2000 durante il meeting internazionale della Commissione della Terra presso il quartier generale dell'UNESCO, a Parigi ed è appunto l'UNESCO il principale sponsor istituzionale del documento. Il documento tutto sommato non è molto lungo, è diviso in 4 sezioni (definiti pilastri) che enunciano 16 princìpi fondamentali contenenti 61 articoli.

Riepiloghiamo i “4 pilastri”: 1) Rispetto e cura per la Comunità della Vita; 2) Integrità ecologica; 3) Giustizia economica e sociale; 4) Democrazia, nonviolenza e pace.

La Dichiarazione dei diritti dell'Umanità richiama esplicitamente la Carta della Terra, nel punto 5 del preambolo e nel punto 4 si riferisce al processo che da Rio 1992 ha portato a Parigi 2015.

Sia la Dichiarazione dei diritti dell'Umanità sia la Carta della Terra, per molte parti sovrapponibili, dovrebbero logicamente condurre alla proibizione giuridica delle armi nucleari quale passo indispensabile per la loro eliminazione.

Nella Dichiarazione viene affermato il “principio della sopravvivenza” che dovrebbe “garantire la salvaguardia e la tutela dell'Umanità e della Terra”, ovviamente da tutto ciò che li pone a rischio.

Vi è, nella Dichiarazione, l'articolo 9 che parla di “diritto alla pace”: in particolare, “alla risoluzione pacifica delle controversie e alla sicurezza umana, sul piano ambientale, alimentare, sanitario, economico e politico. Tale diritto riguarda, in particolare, la protezione delle generazioni future dal flagello della guerra”.

Questo “principio della sopravvivenza”, messo a rischio dalla guerra, ed in particolare dalla guerra nucleare, che dovrebbe essere assicurato dal “diritto alla pace”, potrebbe essere meglio compreso e specificato con il punto 16 della Carta della Terra, sviluppato entro il “pilastro della democrazia, della nonviolenza e della pace”:

Promuovi una cultura della tolleranza, della non violenza e della pace:

a. Incoraggiando e sostenendo la comprensione reciproca, la solidarietà e la cooperazione tra i popoli, all’interno e fra le nazioni.

b. Attuando strategie ampie per evitare i conflitti violenti ed utilizzando la risoluzione collaborativa dei problemi per gestire e risolvere conflitti ambientali e altre dispute.

c. Smilitarizzando i sistemi di sicurezza nazionale al livello di un atteggiamento di difesa non provocativa e riconvertendo le risorse militari a scopi di pace, compresa la bonifica ambientale.

d. eliminando gli armamenti nucleari, biologici e tossici e le altre armi di distruzione di massa.

e. Assicurandosi che i supporti orbitali e spaziali vengano utilizzati soltanto ai fini della tutela dell’ambiente e della pace.

f . Riconoscendo che la pace è l’insieme creato da relazioni equilibrate ed armoniose con se stessi, con le altre persone, con le altre culture, con le altre vite, con la Terra e con quell’insieme più ampio di cui siamo tutti parte”.

Michail Gorbachev, la ex ministro Lapage, i dirigenti UNESCO, i  promotori del Trattato di proibizione delle armi nucleari, potrebbero, su una base di principi e di obiettivi ampiamente comuni, riflettere su "minaccia nucleare e minaccia climatica", convergenti nel porre a rischio la sopravvivenza della specie e dell'ecosistema globale; ed in particolare su come l'effetto non considerato dell'”inverno nucleare” (così come l'inquinamento radioattivo non era valutato all'alba dell'”era atomica”) trasformi gli ordigni "atomici" in armi di distruzione climatica.

In qualche modo dovremmo far rientrare nel "percorso" ecologico di Parigi quello che a suo tempo Hollande fece espellere in quanto “fuori tema” pacifista: il diritto dell'Umanità al disarmo nucleare, e con una urgenza ed una cogenza che siano all'altezza del livello effettivamente “apocalittico” della minaccia.

L'inverno nucleare è lo scenario, di cui, tra gli altri, fu pioniere il famoso astrofisico Carl Sagan, che, leggiamo su Wikipedia, “conseguirebbe ad una ipotetica guerra termonucleare di estensione mondiale tra potenze, come la Russia, gli Stati Uniti, la Cina, la Francia, la Gran Bretagna e altri paesi in possesso di un arsenale di armamenti atomici dal potenziale distruttivo su scala globale”.

Gruppi di scienziati hanno elaborato nel corso degli anni diverse teorie riguardanti questo fenomeno: si sono basati  innanzitutto sugli effetti riscontrati durante le esplosioni atomiche avvenute a Hiroshima e Nagasaki (in Giappone) sul finire della Seconda Guerra Mondiale, poi sui vari esperimenti nucleari portati a termine da molti stati nel periodo post-bellico e della Guerra fredda; infine sugli effetti collaterali del disastro di Chernobyl.

La guerra nucleare andrebbe a formare, in virtù dei venti, delle particelle di materia carbonizzata, delle polveri radioattive e di qualsiasi altra sostanza in grado di alzarsi nell'aria, una barriera impermeabile ai raggi solari che farebbe crollare le temperature nell'atmosfera. La combinazione tra le temperature gelide, l'oscurità permanente e le radiazioni dovute alle esplosioni atomiche produrrebbero sconvolgimenti climatici tali da pregiudicare la sopravvivenza delle specie animali e vegetali e provocare effetti devastanti anche sullo strato di ozono.

L'inverno nucleare deriverebbe dalla produzione di polveri fini in conseguenza dell'esplosione di testate nucleari su obiettivi civili (e quindi non sui mari o nei deserti come durante i test atomici).

Lo scenario di impiego massiccio delle armi poggia sul fatto che al momento delle esplosioni un moto convettivo (il fungo atomico) trasporta rapidamente tutte le polveri verso strati più alti.

Spiega sempre Wikipedia: “Questo dovrebbe creare una uniforme nube di polvere e cenere radioattiva sospesa nell'aria fra i 1000 e i 2000 metri da terra. La nube accumulerebbe l'energia solare e farebbe salire le temperature degli strati della tropopausa e alta troposfera fino a 80 °C mentre la superficie della Terra rimarrebbe protetta dai raggi solari e si raffredderebbe in media di 40 °C”. Scusate se è poco!

Vi sono anche scenari di impiego più contenuto di armi “atomiche” che vanno sotto il titolo di “guerra nucleare locale”: vedi articolo de Le Scienze (marzo 2010), autori Alan Robock e Owen Brian Toon.

Questo il sottotitolo del pezzo: “Ci si preoccupa dei rapporti tra Stati Uniti e Russia, ma una guerra nucleare regionale tra India e Pakistan potrebbe offuscare il Sole e affamare buona parte dell’umanità”.

Qui la previsione diciamo ottimistica è di solo un miliardo di morti dopo una ventina di anni, a scalare dall'epicentro del conflitto.

Nel 2014 un altro studio su un possibile conflitto nucleare tra India e Pakistan è salito agli onori della cronaca: questo invece è stato pubblicato sulla rivista Earth's Future dell'American Geological Society (AGU).

(si vada alla URL: http://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/2013EF000205/full).

Siamo sempre ad uno scambio di 50 missili a testa di 15 kilotoni l'uno ma i morti previsti raddoppiano con l'uso di nuovi modelli: 2 miliardi al posto di uno.

La stessa cifra viene fuori da uno studio dell' International Physicians for the Prevention of Nuclear War (si vada su: http://www.ippnw.org/nuclear-famine.html). Secondo quel lavoro, un conflitto nucleare su piccola scala potrebbe portare ad una diminuzione nella produzione di grano  di almeno il 10% per dieci anni, con picchi che raggiungerebbero il 20% nei momenti peggiori.

Gli ordigni nucleari, se la teoria dell'inverno nucleare fosse pienamente comprovata, potrebbero secondo ogni logica essere inseriti a tutti gli effetti nella categoria delle armi di distruzione climatica: le catastrofi climatiche che possono provocare sono un effetto essenziale del loro impiego.

Arma direttamente climatica non è quindi, ad esempio, solo la tecnologia elettromagnetica usata militarmente per sconvolgere l'ambiente: è proprio l'arma nucleare, che produce onde d'urto, tempeste di fuoco, inquinamento radioattivo ed impatto elettromagnetico; ma, con un impiego relativamente allargato, anche il cosiddetto “inverno nucleare”.

Un attacco nucleare contro la Corea di poche decine di bombe H non farebbe solo milioni di morti subito su un territorio circoscritto: il cambiamento climatico e la destabilizzazione agricola ed ecologica investirebbero un'area molto più ampia (la Cina è vicina!) e nel periodo di un paio di decenni potrebbero causare, come si è visto, centinaia di milioni di morti.

Nel 1976, un'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha adottato una Convenzione internazionale (  Risoluzione 31/72 del 10 dicembre 1976) che ha vietato l'uso militare di tecniche di modifica dell'ambiente che hanno effetti diffusi, duraturi e gravi nel tempo.

Essa è nota come Convenzione ENMOD (Convention on the Prohibition of Military or Any Other Hostile Use of Environmental Modification Techniques), è stata aperta alla firma il 18 maggio 1977 a Ginevra ed è entrata in vigore il 5 ottobre 1978.

L'Italia ha firmato la Convenzione a Ginevra il 18 maggio 1977 e l'ha ratificata con la legge n. 962 del 29 novembre 1980.

(Per il suo testo andare alla URL: http://disarmament.un.org/treaties/t/enmod)

La Convenzione proibisce l'uso militare e ogni altro utilizzo ostile delle tecniche di modifiche ambientali aventi effetti estesi, duraturi o severi.

Il termine “tecniche di modifiche ambientali” si riferisce ad ogni tecnica finalizzata a cambiare – attraverso la manipolazione deliberata dei processi naturali – la dinamica, la composizione e la struttura della Terra, incluse la sua biosfera, litosfera, idrosfera e atmosfera, così come lo spazio esterno.

I criteri per la definizione di tali tecniche non sono definiti nel corpo della Convenzione ma nell'Intesa sull'Articolo I che, riportando quanto emerso in fase negoziale, esplicita i termini:

esteso” come riferibile ad un'area di diverse centinaia di kilometri quadrati;

duraturo” come riconducibile ad un periodo di mesi o di almeno una stagione;

severo” come correlato ad un'azione che provoca danni seri o significativi alla vita umana, naturale alle risorse economiche o altre attività.

I primi due criteri sono valutati con parametri quantitativi e l'ultimo criterio con elementi qualitativi in parte riconducibili al concetto di sviluppo sostenibile.

Il divieto di guerra climatica, ovvero di utilizzo delle tecniche di modifica del clima o di geoingegneria con lo scopo di provocare danni o distruzioni, viene ripreso anche nella Convenzione sulla diversità biologica del 2010.

Vogliamo, dopo queste informazioni, a questo punto cercare il pelo nell'uovo?

La Convenzione ENMOD non tutelerebbe l'ambiente da qualunque danno provocato dalle azioni belliche o ostili ma vieterebbe solo quelle tecniche offensive che trasformano l'ambiente stesso in un'arma, ascrivibili alle tecniche di manipolazione ambientale.

In questo senso non vieterebbe l'uso di armi atomiche per distruggere – che so – Pyong Yang ed altre città coreane. Ma si dovrebbe anche considerare l'eventualità che l'attacco alle città di un Paese piccolo possa essere solo uno schermo che nasconde l'intenzione di provocare modifiche ambientali capaci di disorganizzare e portare alla fame un Paese più grande confinante.

Gli ordigni nucleari capaci di tali effetti potrebbero allora essere considerati proibiti ai sensi della citata Convenzione ENMOD e una conferenza di revisione convocata ad hoc dall'ONU potrebbe avallare un tale sviluppo innovativo del diritto internazionale.

Un'altra strada, che abbiamo ventilato all'inizio di questa riflessione, potrebbe essere quella di considerare, all'interno del percorso dell'accordo per contrastare il riscaldamento globale di Parigi del 12 dicembre 2015, la minaccia nucleare direttamente come una minaccia climatica, non solo un problema collegato alla seconda dalla potenzialità analoga di estinzione della specie umana.

La minaccia nucleare potrebbe essere vista come possibile minaccia climatica diretta, allo stesso modo dell'accumulo di gas serra.

Questo ragionamento costituirebbe un salto di paradigma anche per noi Disarmisti esigenti, che pure abbiamo lavorato sull'intreccio tra le due minacce sia a Parigi, sia a New York che a Bonn, cioé sia nel percorso disarmista che in quello climatico.

Preparare la guerra nucleare significa comunque preparare il più sconvolgente e repentino cataclisma climatico. Potrebbe avvenire non solo come effetto collaterale ma come risultato di una azione intenzionale.

Sembrerebbe quindi opportuno, anzi doveroso, che il percorso ONU delle COP climatiche (ora dalla COP 23 di Bonn si va alla COP 24 a Katowice in Polonia) ne prendesse consapevolezza e si cautelasse dall'inverno nucleare o da quanto altro potesse essere prodotto dalle armi nucleari come alterazione climatica deliberata.

La crisi coreana rende questi discorsi molto concreti per chiunque, nel momento in cui due leader statali – e disgraziatamente non si tratta di una barzelletta – hanno fatto la gara a chi detiene il bottone nucleare più grosso!

Quanto sopra esposto dovrebbe comunque fare riflettere reti come la COALIZIONE PER IL CLIMA, che si sono costituite con l’obiettivo di costruire iniziative e mobilitazioni comuni, nazionali e territoriali, per raggiungere la massima sensibilizzazione possibile sulla lotta ai cambiamenti climatici, allo scopo di salvare il nostro Pianeta.

Se si ha a cuore il futuro dell'ecosistema globale bisogna adoperarsi per eliminare alla radice la minaccia nucleare, che oltretutto, come si è detto, potrebbe essere direttamente minaccia climatica.

Ne consegue la necessità di farsi partner attivo della Campagna ICAN (Abolizione delle armi nucleari), allo stesso modo in cui la Rete ICAN non farebbe male ad occuparsi dell'intreccio tra minaccia nucleare e minaccia climatica e a promuovere un quadro giuridico globale che culturalmente lo contrasti, a partire dalla complementarietà tra Dichiarazione dei diritti dell'Umanità e Carta della Terra.

Non sarebbe affatto fuori tema “ecologista” la richiesta che, al di là delle singole organizzazioni aderenti, la COALIZIONE in quanto tale si facesse addirittura componente di ICAN in Italia, accogliendo l'appello di “SIAMO TUTTI PREMI NOBEL”, lanciato con la conferenza stampa al Senato dell'11 dicembre 2017.

Per quanto riguarda i coordinatori della Coalizione l'impressione – avallata anche da iniziative che si sono prese in comune – è quella di “sfondare una porta aperta”. Il problema è invece quello di coinvolgere le 200 organizzazioni una per una, e l'ostacolo principale, per quello che finora si è potuto riscontrare, non è una contrarietà argomentata, bensì la difficoltà di comunicare con chi ritiene, a torto, che del problema si sta già occupando. Come aveva ragione Socrate a ritenersi il più sapiente perché sapeva di non sapere...

 

LA DICHIARARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI DELL'UMANITÀ

(con osservazioni emendative a cura dei Disarmisti esigenti)

(l'ONU da definire)

ricordando che l'umanità e la natura sono in pericolo e che, in particolare, gli effetti negativi dei cambiamenti climatici, l'accelerazione della perdita di biodiversità, il degrado del suolo e degli oceani costituiscono altrettante violazioni dei diritti fondamentali degli esseri umani e una minaccia per la vita delle generazioni sia presenti che future,

(si potrebbe aggiungere tra i fattori critici minacciosi: l'accumulo di materiale fissile e di inquinamento radioattivo derivanti dalla “deterrenza nucleare”, che potrebbe scatenare una guerra apocalittica persino per incidente, per caso o per errore di calcolo - ndr)

2. constatando che l'estrema gravità della situazione, che suscita preoccupazione nell'umanità intera, impone il riconoscimento di nuovi principi e di nuovi diritti e doveri,

3- ricordando il suo attaccamento ai principi e ai diritti sanciti dalla Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, compresa l'uguaglianza tra donne e uomini, e agli obiettivi e ai principi dellla Carta delle Nazioni Unite

4- rammentando la Dichiarazione di Stoccolma sull'ambiente umano del 1972, la Carta mondiale della natura adottata a New York nel 1982, la Dichiarazione di Rio sull'ambiente e lo sviluppo del 1992, le risoluzioni dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite “Dichiarazione del millennio” del 2000 e “Il futuro che vogliamo” del 2012,

5. ricordando che proprio questo rischio è riconosciuto dai soggetti della società civile, e in particolare dalle reti di cittadini, organizzazioni, istituzioni e città nell'ambito della Carta della Terra del 2000,

  1. ricordando che l'umanità, ossia tutti gli individui e le organizzazioni umane, include anche le generazioni passate, presenti e future, e che la continuità dell'umanità si basa su questo legame intergenerazionale,
  1. ribadendo che la Terra, culla dell'umanità, costituisce un insieme interdipendente e che l'esistenza e il futuro dell'umanità sono inscindibili dal suo ambiente naturale,
  1. 8. convinto che i diritti fondamentali degli esseri umani e i doveri di salvaguardia della natura siano intrinsecamente interconnessi, e che sia essenziale preservare l'ambiente in buono stato e fare in modo che la sua qualità migliori,
  1. considerando la particolare responsabilità delle generazioni presenti, e specialmente degli Stati, primi responsabili in materia, ma anche dei popoli, delle organizzazioni intergovernative, delle imprese, specie quelle multinazionali, delle organizzazioni non governative, degli enti locali e dei singoli cittadini, 10. considerando che tale responsabilità particolare configuri degli obblighi nei confronti dell'umanità, e che tali obblighi, come pure i diritti in questo campo, debbano essere applicati attraverso mezzi giusti, democratici, ecologici e pacifici,
  1. 10. ritenendo che il riconoscimento della dignità propria dell'umanità e dei suoi membri costituisca il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo                                                                          proclama i principi, i diritti e i doveri in appresso, e adotta la seguente dichiarazione:

 

  1. I. Principi

 

Articolo 1:

Il principio di responsabilità, equità e solidarietà all'interno delle generazioni e tra di esse impone alla stirpe umana, e in particolare agli Stati, un impegno comune e differenziato per la salvaguardia e la tutela dell'umanità e della Terra.

Articolo 2:

Il principio della dignità dell'umanità e dei suoi membri implica il soddisfacimento delle loro esigenze fondamentali e la tutela dei loro diritti intangibili. Ciascuna generazione garantisce il rispetto di questo principio nel tempo.

Articolo 3:

Il principio di sopravvivenza dell'umanità garantisce la salvaguardia e la tutela dell'umanità e della Terra, mediante attività umane giudiziose e rispettose della natura e in particolare degli esseri viventi, umani e non, e grazie allo sforzo volto a prevenire qualsiasi ripercussione transgenerazionale grave o irreversibile.

(si potrebbe aggiungere: Tale principio esige in primo luogo l'interdizione delle attività che mettono in  pericolo la vita sul Pianeta, a partire dalla ingiustificabile preparazione di guerre cataclismatiche con armi di sterminio di massa)

Articolo 4:

Il principio di non discriminazione in base all'appartenenza a una generazione preserva l'umanità, in special modo le generazioni future, e richiede che le attività o le misure intraprese dalle generazioni presenti non abbiano l'effetto di provocare o di perpetuare un'eccessiva riduzione delle risorse e delle scelte per le generazioni future.

II. Diritti dell'umanità

Articolo 5:

L'umanità, e tutte le specie viventi, hanno diritto di vivere in un ambiente sano ed ecologicamente sostenibile.

Articolo 6:

L'umanità ha diritto a uno sviluppo responsabile, equo, solidale e sostenibile.

Articolo 7:

L'umanità ha diritto alla protezione del patrimonio comune e del suo patrimonio naturale e culturale, sia materiale che immateriale.

Articolo 8:

L'umanità ha diritto alla tutela dei beni comuni, in particolare l'aria, l'acqua e il suolo, e a un accesso universale ed effettivo alle risorse vitali. La trasmissione di tali beni alle generazioni future costituisce un diritto di queste ultime.

Articolo 9:

L'umanità ha diritto alla pace, in particolare alla risoluzione pacifica delle controversie e alla sicurezza umana, sul piano ambientale, alimentare, sanitario, economico e politico. Tale diritto riguarda, in particolare, la protezione delle generazioni future dal flagello della guerra.

(si potrebbe aggiungere quanto già esplicitato nella Carta della Terra: la pace, fondata su una cultura della nonviolenza, si realizza attraverso la smilitarizzazione dei sistemi di sicurezza nazionale a partire dalla proibizione e dall'eliminazione delle armi di sterminio di massa)

Articolo 10:

L'umanità ha diritto a determinare liberamente il proprio destino. Questo diritto è esercitato attraverso la considerazione, nelle scelte collettive, delle esigenze di lungo termine, e specialmente dei ritmi inerenti all'umanità e alla natura.

III. Doveri nei confronti dell'umanità

Articolo 11:

Le generazioni presenti hanno il dovere di assicurare il rispetto dei diritti degli esseri umani e di tutte le specie viventi. Il rispetto dei diritti dell'umanità e dell'uomo, che sono inscindibili, si applica nei confronti delle generazioni successive.

Articolo 12:

Le generazioni presenti, garanti delle risorse, degli equilibri ecologici, del patrimonio comune e del patrimonio naturale, culturale, sia materiale che immateriale, hanno il dovere di garantire che tale lascito sia preservato e utilizzato con giudizio, responsabilità ed equità.

Articolo 13:

Per garantire la sopravvivenza a lungo termine della vita sulla Terra, le generazioni presenti hanno il dovere di compiere ogni sforzo per salvaguardare l'atmosfera e gli equilibri climatici e per evitare

nella misura del possibile gli spostamenti di persone legati a fattori ambientali o, ove tali spostamenti si producano, per assistere e proteggere le persone interessate.

(si potrebbe aggiungere un articolo 13 bis: le generazioni presenti hanno il dovere di evitare che le controversie degenerino in conflitti bellici e soprattutto che la predisposizione di mezzi di difesa si traduca nella più terribile minaccia di sterminio universale)

Articolo 14:

Le generazioni presenti hanno il dovere di orientare il progresso scientifico e tecnico verso la salvaguardia e la salute della specie umana e delle altre specie. A tal fine, esse devono in particolare garantire che l'accesso alle risorse biologiche e genetiche e la loro utilizzazione avvengano nel rispetto della dignità umana, delle conoscenze tradizionali e della biodiversità.

Articolo 15:

Gli Stati, gli altri soggetti e gli attori pubblici e privati hanno il dovere di integrare prospettive di lungo termine e di promuovere uno sviluppo umano e sostenibile. Tale sviluppo, così come i principi, i diritti e i doveri proclamati dalla presente dichiarazione devono essere oggetto di azioni di istruzione, di educazione e di attuazione.

Articolo 16:

Gli Stati hanno il dovere di assicurare l'efficacia dei principi, dei diritti e dei doveri proclamati dalla presente dichiarazione, anche predisponendo meccanismi che consentano di garantire il loro rispetto.

 

A GHEDI IL 20 GENNAIO LA MANIFESTAZIONE PER DIRE NO ALLE GUERRE SI AL DISARMO NUCLEARE

Chi non è bersaglio diretto non si senta al sicuro: in una guerra nucleare i sopravvissuti invidierebbero i morti!

di Alfonso Navarra – resoconto - un punto di vista particolare! - dopo Ghedi 20 gennaio 2018

A Ghedi si è svolta, il 20 gennaio, la manifestazione nazionale per dire “basta guerre, si disarmo nucleare”, indetta dal Forum contro la guerra (www.forumcontrolaguerra.org), con l'adesione di varie realtà, tra le quali i Disarmisti esigenti.

Il corteo ha attraversato la cittadina di circa 19.000 abitanti, si è fermato davanti alla RWM (produce le bombe che l'Arabia Saudita impiega in Yemen) e infine, dopo uno spostamento di 6 Km, si è concluso davanti alla base aerea “Luigi Olivari”, che ospita le B-61 del “nuclear sharing NATO”.

Secondo le informazioni diffuse dalla Federation of American Scientists (il progetto diretto dallo scienziato Hans Kristensen), sarebbero conservate a Ghedi 20 B61-4 dalla potenza variabile dai 45 ai 107 chilotoni (tra 3 e 8 volte più potenti della bomba di Hiroshima).

Tali testate dovrebbero essere sostituite da bombe termonucleari, di nuova generazione B61-12, trasportate dai cacciabombardieri invisibili e net-centrici F35 in assemblaggio presso lo stabilimento di Cameri (No); bombe che non saranno più a gravità ma sganciate dai bombardieri raggiungeranno autonomamente gli obiettivi anche a 80-100 km di distanza.

Non ci si può affatto lamentare della riuscita numera del corteo, visti i tempi che corrono: circa 1.000 attivisti reali, venuti da tutta Italia (anche da Napoli!), protagonisti di una marcia festosa, colorata e composita nelle sue presenze: comitati locali contro la militarizzazione, associazioni pacifiste cattoliche, gruppi no war e nonviolenti, centri sociali, sindacati di base, la lista Potere al Popolo...

Da menzionare la presenza di alcune personalità pacifiste: tra le altre, Claudio Carrara, presidente del MIR, don Fabio Corazzina, di Pax Christi, Vittorio Pallotti, del CDMPI (venuto a diffondere le copie de “La rivoluzione disarmista” di Carlo Cassola con il saggio di commento di Alberto L'Abate), Giuseppe Bruzzone, già obiettore di coscienza al servizio militare (ai tempi in cui la scelta si scontava con la galera), il consigliere regionale del M5S in Piemonte Gianpaolo Andrissi; e la curiosità della partecipazione dello scrittore Aldo Busi.

Per le assenze “brillano” invece tutti i politici locali: nessun (ex) parlamentare bresciano. Nessun esponente di partito che siede nei banchi del consiglio comunale. Del Sindaco, simpatizzante (così mi è stato riferito dai ghedesi) di Casa Pound, nemmeno l'ombra.

Al presidio finale, dopo gli organizzatori – Luigino Beltrami di Donne e Uomini contro la guerra faceva da presentatore - abbiamo preso la parola, tra i primi interventi: il sottoscritto, Alfonso Navarra, ricordando l'adesione dei Disarmisti esigenti anche alla piattaforma contro la guerra, lo scienziato critico Angelo Baracca e Giovanna Pagani, di WILPF Italia, che aveva già parlato davanti alla sede della RWM dichiarando "inaccettabile che lavoratori siano costretti a produrre armi omicide per guadagnare il pane."

Nel mio intervento finale ho citato la paura e la preoccupazione di Papa Francesco (le famose esternazioni sull'aereo in volo verso il Cile) per il possibile scoppio anche incidentale di una guerra “atomica”. Ed ho osservato che essere bersaglio, come i ghedesi, di uno scambio di testate nel contesto della prevista “guerra nucleare limitata in Europa” non esime affatto chi non è bersaglio diretto di uno scambio di colpi nucleare dal ritenersi fuori dal pericolo: se è vero, come è vero, che “i sopravvissuti invidieranno i morti”.

A questo proposito ho citato la testimonianza della sopravvissuta di Hiroshima proprio nel momento in cui è andata a ritirare ad Oslo, lo scorso 10 dicembre, il Premio Nobel per la pace assegnato ad ICAN.

L'orrore che ho visto non si può descrivere. Provo sensi di colpa per non avere capito che molta gente, in preda a sofferenze immani e insopportabili, di fatto mi chiedeva di aiutarla a morire subito”.

Per quanto riguarda più specificamente l'impegno locale della popolazione di Ghedi, ho ricordato l'esigenza, già richiamata in assemblea il 12 gennaio, nella sala consiliare, di un piano di protezione civile contro possibili incidenti nucleari con fuoriuscita di materiale fissile dovuti alla movimentazione delle testate (scontata visti i lavori di adattamento della base alle nuove armi e ai nuovi F-35).

Il mio intervento in quella assemlea, ripreso in parte da Carmine Piccolo, è reperibile su: https://www.facebook.com/100008920740111/videos/1774815556159119/?id=100008920740111

A Ghedi è stato anche distribuito un volantino dei Disarmisti esigenti, sotto riportato, riferentesi alla “Caravan Petrov” della Primavera 2018; e all'incontro internazionale del 19 maggio a Milano, primo anniversario della morte di Stanislav Petrov, su come affrontare e superare a livello globale il rischio nucleare.

APPELLO DEI DISARMISTI ESIGENTI

(www.disarmistiesigenti.org)

progetto e coalizione collegati con ICAN (International Campaign to Abolish Nuclear Weapons) – premio Nobel per la pace 2017

Esigete! Il disarmo nucleare totale (Stéphane Hessel, ispiratore degli “Indignati” e dei “Disarmisti esigenti”) nella cornice dellaCaravan Petrov” - Primavera 2018 : incontri, proiezioni di docufilm e iniziative a tappe nelle località sedi di infrastrutture della guerra nucleare

19 maggio, primo anniversario della morte di Stanislav Petrov, il colonello dell'ex URSS che, il 26 settembre 1983, salvò il mondo dall'apocalisse nucleare.

INCONTRO INTERNAZIONALE A MILANO:

RISCHIO NUCLEARE: COME USCIRNE?

(Location da stabilire).

Prenotate la partecipazione scrivendo a: coordinamentodisarmisti@gmail.com

Dal 20 gennaio di Ghedi al 19 maggio di Milano

Facenti parte della Campagna ICAN, premio Nobel per la pace 2017, siamo impegnati, in quanto “pacifisti” radicali, obiettori nonviolenti alle spese militari e nucleari, attivi innanzitutto in Italia, contro le guerre neocoloniali dell'Italia.

Sono gli interventi dello “schieramento Occidentale” che, sotto vari cappelli (si porta molto oggi quello della NATO), vengono, dai nostri governi, spacciate come missioni di pace e/o di contrasto al terrorismo e al “traffico criminale” dei migranti.

Tra i loro reali scopi rientra il profitto, tra le altre multinazionali con base in varie nazioni di vecchi e nuovi imperi, delle “italiane” Leonardo ed ENI (il nostro complesso militare-industriale-energetico).

L'ultima della serie è quella che porterà nostre truppe in Niger, ricco di uranio e di risorse minerarie. Di qui la nostra doverosa adesione alla manifestazione del 20 gennaio di Ghedi ed alla piattaforma proposta dal Forum contro la guerra (www.forumcontrolaguerra.org).

No alle guerre, No al nucleare: l'essenza della piattaforma del 20 gennaio di Ghedi. A maggio 2018 abbiamo deciso, secondo noi in continuità, di focalizzarci in modo più mirato, con la “Caravan Petrov” e con l'incontro internazionale di Milano, il 19, sul rischio nucleare, da noi considerato la priorità delle priorità: lo contrastiamo per motivazioni di diritto umanitario, ecologiche, di democrazia e di giustizia sociale; ma innanzitutto perché vogliamo, donne e uomini di buona volontà e di buon sentire, sopravvivere e vivere, come singoli e come specie.

Per questo concepiamo la proibizione delle armi nucleari proclamata dal Trattato adottato dall'ONU il 7 luglio 2007 (l'Italia rigettando i diktat della NATO deve ratificarla!) solo come il motorino di avviamento di una più ampia e profonda “rivoluzione disarmista”.

Vale a dire, la sconfitta del militarismo come la sognava Carlo Cassola, il fondatore, nel 1978, della Lega per il disarmo unilaterale: l'internazionale presente Umanità che abolisce gli eserciti e le frontiere passando attraverso la denuclearizzazione effettiva.

La prima tappa concreta della denuclearizzazione secondo noi significa, in concordanza con il Forum contro la guerra: dismissione unilaterale delle “atomiche”, a partire da Ghedi, da Aviano, dagli 11 porti nucleari, che è il “grimaldello” anche per sciogliere l'Alleanza Atlantica.

Questo se, oltre la mobilitazione nazionale, riusciamo da subito a collegarci alla rete europea ed internazionale che si batte per la rimozione di tutte le armi H oggi ospitate, in attuazione del “nuclear sharing NATO”, dall'Italia, dalla Germania, dal Belgio, dall'Olanda e dalla Turchia.

La modernizzazione delle B-61 in B-61-12 a Ghedi ed Aviano, dispositivi che esigono i nuovi cacciabombardieri F-35, non dobbiamo dimenticarlo, rientra nella tendenza a prevedere l'uso delle armi nucleari sul campo di battaglia, riesumando e riattualizzando, appunto, la dottrina NATO del “first use” delle atomiche “tattiche” sul Teatro europeo, oggi da mettere in relazione con l'imminente, aggressiva, Nuclear Posture Review del Presidente USA Trump.

Siamo consapevoli e convinti che la la lotta per il disarmo e per la pace è sinergica con le lotte ecologiste, per i diritti umani, contro le disuguaglianze, per lo sviluppo umano equo.

Per questo il percorso che promuoviamo è nel solco dell'articolo 11 della nostra Costituzione, per limitazioni di sovranità degli Stati necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni, nel riconoscimento di un "diritto dell'Umanità", che coroni i diritti delle persone e dei popoli già proclamati dall'ONU.

Perseguiamo il percorso che dal bando delle armi nucleari (New York, 7 luglio 2017) deve anche portare all'eliminazione effettiva degli ordigni; ed in modo parallelo anche il percorso che dal “bando dei combustibili fossili” (Parigi, 12 dicembre 2015) deve condurre a superare l'intreccio tra minaccia nucleare e minaccia climatica (gli ordigni “atomici” vanno considerati come armi di distruzione climatica, vedi inverno nucleare) con la conversione ecologica e rinnovabile dell'economia e della società.

Ci muoviamo, in sostanza, sulla base dei principi della Carta della Terra fatta propria da organizzazioni rappresentative di milioni di persone, compresa l'UNESCO: ispirare in tutti i popoli un senso di interdipendenza globale e di responsabilità condivisa per il benessere di tutta la famiglia umana, della grande comunità della vita e delle generazioni future.

Ed è su questa base che chiediamo la collaborazione delle donne e degli uomini che battono contro la guerra. Con mezzi di pace.

Contattateci!

Anche per telefono al cell. 340-0736871

Il Messico presenta la ratifica del Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari all’Onu

17.01.2018 - New York- da Pressenza Redazione Italia

Il Messico presenta la ratifica del Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari all’Onu
(Foto di ICAN)

Ieri, 16 gennaio, presso la sede delle Nazioni Unite all’ONU  Miguel Ruiz-Cabañas, vice ministro per gli affari multilaterali e diritti umani, e il rappresentante permanente del Messico presso le Nazioni Unite,  Juan José Gómez Camacho hanno presentato ufficialmente la ratifica del loro paese al Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari.

Hector Guerra, militante di ICAN per il Centroamerica e i Caraibi ha dichiarato: “”La ratifica del Messico non sarebbe potuta arrivare in un momento migliore, dopo il falso allarme nucleare alle Hawaii. La minaccia nucleare è reale come sempre, tuttavia, il movimento per il  disarmo umanitario avanza e avanzano le azioni per arrivare alla proibizione delle armi nucleari;  il Messico segue la linea aperta dalla Guyana e fa sperare nelle firme di altri paesi della nostra regione.

Il Trattato di Proibizione delle Armi nucleari conta ora su 4 delle 50 ratifiche necessarie per entrare in vigore; è stato già firmato da 56 paesi dopo la sua approvazione il 7 luglio del 2016 all’ONU.

MANIFESTAZIONE A GHEDI E ALLA SUA AEROBASE IL 20 GENNAIO 2018

Invito del Forum contro la guerra a manifestare contro la presenza di armi atomiche sul territorio italiano e affinché il governo sottoscriva e ratifichi il Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari approvato da 122 Paesi il 7 luglio 2017

...continua a leggere "Il 20 gennaio 2018 a Ghedi da tutta Italia per il disarmo nucleare"

La minaccia degli ordigni nucleari viene aggravata dai programmi contenuti nel draft diffuso dall' Huffington Post

15.01.2018 – Alfonso Navarra - portavoce dei Disarmisti esigenti

 

 

Il nuovo presidente USA Donald Trump, il cui isolazionismo propagandistico fino a qualche mese fa veniva presentato da molti nello stesso ambiente No-war come una specie di criptopacifismo (ricordiamo che la sua visita a Roma, nel maggio 2016, fu contestata da una “manifestazione” di sole tre persone anche per questo motivo), sta agendo invece in piena coerenza con una retorica sempre sbandierata di forza e “virilità” militariste. L'America di nuovo grande magari ha da barricarsi dietro alte mura, possibilmente a spese altrui, ma difendendo i portoni con fuciloni “atomici” - e convenzionali - ben spianati, e questa trucidità difensiva da cow-boy dei vecchi western fu gridata da subito, senza equivoci, nelle piazze della campagna elettorale, incluse quelle telematiche!

Dall'Huffington post sono filtrate indiscrezioni sulla Nuclear Posture Review che sarà varata sotto la responsabilità del presidente Trump : vi si può leggere la bozza finale del documento che la sua amministrazione adotterà a febbraio. Il commento è di Ashley Feinberg: “He wants a lot more nukes”.

(Si vada su: https://www.huffingtonpost.com/entry/trump-nuclear-posture-review-2018_us_5a4d4773e4b06d1621bce4c5)

La Nuclear Posture Review (NPR) è un documento che definisce la “postura”, la strategia nucleare che ogni amministrazione statunitense stabilisce all’inizio del proprio mandato. Quella precedente dell’amministrazione Obama risale al 2010 tondo tondo: essa senza dubbio rifletteva solo in parte il discorso visionario pronunciato da Obama nel 2009 a Praga su “un modo libero dalle armi nucleari” (e il Trattato Nuovo START che un anno dopo stabilì con la Russia confermava molti pacifisti creduloni nella loro disillusione).

(Per scaricare la NPR di Obama: https://www.defense.gov/Portals/1/features/defenseReviews/NPR/2010_Nuclear_Posture_Review_Report.pdf)

Questi atti dell'Amministrazione Obama, START e NPR, pur insufficienti e contraddittori, però diminuivano la minaccia nucleare immediata che era stata rilanciata dall’Amministrazione di Bush Jr. (il quale nella guerra all’Iraq del 2003 esplicitamente non aveva escluso il ricorso a qualunque tipo di arma, con evidente riferimento all’arma nucleare: la giustificazione di un attacco nucleare preventivo!).

Trump ci riporta indietro di vari decenni in materia di politica nucleare, e, per quanto qualsiasi presidente USA dobbiamo considerarlo condizionato dagli enormi interessi del Pentagono e del complesso militare-industriale, nel suo caso sembra anche legittimo dubitare della “genialità” che sta millantando di fronte a chi critica le mitragliate di tweet dai contenuti diciamo eufemisticamente poco rituali ed istituzionali.

(Si veda di Alfonso Navarra: “La guerra nucleare spiegata a Greta”, EMI edizioni, 2007. Una bozza del libro su Internet è rinvenibile alla URL: files.meetup.com/206790/guerra_nucleare_greta_redazione_11-12-06.rtf )

La NPR di Trump

La sua NPR sembra la proiezione emblematica di una ossessione alla sicurezza armata che può condurre ad esiti autolesionisti, così come il disprezzo della diplomazia internazionale non giova certamente alla attrattività egemonica degli USA. In sintesi,  gli Stati Uniti svilupperanno nuove testate nucleari di piccola potenza (low yield) – “più utilizzabili” (more usable) –, e moltiplicano le circostanze in cui potranno fare ricorso a queste armi, abbassando così la soglia per il loro uso.

Può venire utile menzionare che il citato Nuovo START del 2010 vieta espressamente lo sviluppo di testate nucleari “nuove “, anche se questa norma è già stata aggirata dalle modifiche sostanziali della testata termonucleare B-61. La B-61, che già ospitiamo nelle basi di Ghedi ed Aviano, ridenominata B-61-12, diventa di fatto una testata nuova, con nuove capacità militari, nelle "strategie di guerra limitata al Teatro europeo".

(Su questo aspettto, collegato al nuclear sharing NATO: alfonso-navarra.webnode.it/archivio-articoli/dossier-nato/ )

Da Greg Mello, del Los Alamos Study Group ci vengono segnalati anche: la cessazione del programma "Interoperabile" Warhead e il mantenimento della Bomba da 1,2 megatoni, di cui si era deciso il pensionamento.

E' importante precisare, sottolinea Mello, che esistono elementi di continuità tra i documenti sulla NPR che si sono susseguiti nella storia; quindi anche tra la NPR di Obama e quella di Trump c'è la fiaccola che si trasmette dei programmi di modernizzazione degli ordigni nucleari.

Di per sé, la NPR non autorizza o finanzia i programmi di armi nucleari, costruisce infrastrutture o ordina le distribuzioni delle testate. E' il Congresso che deve autorizzare e finanziare i programmi: questo spiega perché storicamente molti programmi di armi nucleari non sono stati implementati. Anche nella sfera puramente militare il Presidente può solo ordinare ciò che è possibile nelle condizioni date e può incontrare una dura resistenza da parte di generali e ammiragli.

La NPR ha quindi lo status generale di una serie di linee guida e una descrizione di un programma legislativo relativo alle armi nucleari.

(si vada su: https://www.pressenza.com/2018/01/leaked-trump-nuclear-posture-review-aims-continue-obama-weapons-modernization-significant-tweaks/)

Precisato ciò, vediamo separatamente, per facilitare l'esposizione, i due aspetti che possiamo ritenere più significativi, secondo una gerarchia individuata dallo scienziato critico Angelo Baracca: 1) le testate low yield; 2) le loro modalità d'uso. 

(si vada su: https://www.pressenza.com/it/2018/01/trump-aggrava-irresponsabilmente-la-minaccia-delle-armi-nucleari/)

  1. Nuove testate di piccola potenza

La nuova NPR stabilisce lo sviluppo di due nuovi tipi testate nucleari:

1) Una nuova testata  low yield, profondamente modificata, per i missili Trident D5 lanciati dai nuovi sommergibili nucleari della classe Columbia (con una sola parte della testata termonucleare, quella a fissione).

2) La reintroduzione di missili  Cruise, pure lanciati dai sommergibili: questa decisione, che Trump aveva preannunciato qualche settimana fa, viene giustificata con il pretesto di rispondere  all’accusa alla Russia di violare il trattato INF con gli Iskander installati a Kalinigrad.

Sviluppando testate nuove si va ovviamente in direzione contraria a quella del disarmo nucleare; ma il punto è che, con la piccola potenza, dalla “deterrenza” ci si sposta verso un possibile uso “sul campo di battaglia”.

Non dovrebbe però essere chiaro che una guerra nucleare non si può chiamare guerra perché non può rimanere limitata: l’escalation e la generalizzazione sarebbero inevitabili, e gli effetti dell’esplosione o di uno scambio anche limitati di testate nucleari avrebbe conseguenze catastrofiche e livello globale?

(si veda Alfonso Navarra, “Gli ordigni nucleari come arma di distruzione climatica”, https://www.pressenza.com/it/2018/01/gli-ordigni-nucleari-armi-distruzione-climatica/).

 Modalità di impiego allargate per gli ordigni nucleari

In questa direzione va anche un notevole allargamento delle circostanze formalizzate che consentono il ricorso alle armi nucleari. La precedente NPR di Obama escludeva tale uso contro “ Stati non nucleari aderenti al Trattato di Non Proliferazione che ottemperano gli obblighi del trattato”. La nuova NPT di Trump apre invece la possibilità di ricorrere alle armi nucleari in risposta a un attacco non nucleare “che causi vittime di massa (mass casualties)” o sia “diretto contro infrastrutture critiche o siti di comando e controllo nucleare”.

Osserva in proposito, nel citato articolo su Pressenza, lo scienziato critico Angelo Baracca: “L’ambiguità di termini quali “mass casualties” e “critical infrastructure” implica che gli Stati Uniti possono considerare il ricorso alle armi nucleari praticamente in qualsiasi conflitto armato!

Questa decisione di Trump, se confermata nel documento ufficiale, violerebbe gli impegni presi dagli USA , insieme agli altri Stati nucleari, nella Conferenza di Revisione del TNP del 2010: “diminuire il ruolo e il significato delle armi nucleari in tutti i concetti, le dottrine e le politiche militari e di sicurezza” e di perseguire negoziati per l’ulteriore riduzione degli arsenali nucleari”.

Ciò sarebbe del resto in linea con il boicottaggio del nuovo Trattato di proibizione delle armi nucleari (TPAN) del 7 luglio scorso, su cui l'Amministrazione Trump ha trascinato tutta la NATO: esso TPAN avrebbe “alimentato aspettative completamente irrealistiche”, sarebbe “divisivo”, e danneggerebbe il regime di non proliferazione.

Oltre a quanto menzionato, gli Stati Uniti – finalmente lo dichiarano in modo ufficiale - non ratificheranno il Trattato di messa al bando dei test nucleari (CTBT) del 1996: essi non lo avevano mai fatto nei trascorsi 21 anni perché – è sempre il parere di Angelo Baracca - si sono sempre riservati di poter riprendere i test nucleari, e avevano potenziato a tale scopo il poligono del deserto del Nevada.

La nuova NPT di Trump va infine messa in relazione con la nuova strategia di sicurezza nazionale, dove troviamo l'affermazione esplicita che "la Cina e la Russia sfidano la potenza, l’influenza e gli interessi dell’America, tentando di erodere la sua sicurezza e prosperità".

Qui penso si possa concordare con una parte dell'analisi di Manlio Dinucci, collaboratore de “Il Manifesto): la vera posta in gioco per gli Stati uniti (è) “il rischio crescente di perdere la supremazia economica di fronte all’emergere di nuovi soggetti statuali e sociali, anzitutto Cina e Russia le quali stanno adottando misure per ridurre il predominio del dollaro che permette agli Usa di mantenere un ruolo dominante, stampando dollari il cui valore si basa non sulla reale capacità economica statunitense ma sul fatto che vengono usati quale valuta globale”.

(Si vada su: https://ilmanifesto.it/il-vero-libro-esplosivo-e-a-firma-trump/).

Dinucci cita, traducendoli, alcuni passi salienti del documento: “Cina e Russia vogliono formare un mondo antitetico ai valori e agli interessi Usa. La Cina cerca di prendere il posto degli Stati uniti nella regione del Pacifico, diffondendo il suo modello di economia a conduzione statale. La Russia cerca di riacquistare il suo status di grande potenza e stabilire sfere di influenza vicino ai suoi confini. Mira a indebolire l’influenza statunitense nel mondo e a dividerci dai nostri alleati e partner”.

Da questa analisi strategica americana deriverebbe una vera e propria missione affidata allo strumento militare USA: “Competeremo con tutti gli strumenti della nostra potenza nazionale per assicurare che le regioni del mondo non siano dominate da una singola potenza”, ossia per far sì che l'egemonia attuale degli Stati uniti si perpetui.

La “Strategia della sicurezza nazionale degli Stati uniti”, a firma Trump, ricorda Dinucci, coinvolgerebbe quindi l’Italia e gli altri paesi della Nato, chiamandoli a rafforzare il fianco orientale contro l’”aggressione russa”, e a destinare almeno il 2% del PIL alla spesa militare e il 20% di questa all’acquisizione di nuove forze e armi.

Proprio su quest'ultimo punto del coinvolgimento europeo interviene Daniel Ellsberg, analista militare che svelò i Pentagono Papers sul Vietnam, intervistato da “Repubblica” (15 gennaio 2018) sul libro appena dato alle stampe: “The Doomsday Machine”.

La domanda della giornalista Stefania Maurizi è: “Nonostante i progressi significativi nel disarmo, oggi ci sono migliaia di armi nucleari in <hair-trigger-alert>, ovvero pronte ad essere lanciate in pochi minuti. Cosa andrebbe fatto immediatamente?”

La risposta di Ellsberg è: “Gli Stati Uniti e la NATO non dovrebbero solo adottare la politica di no first use, ma dovrebbero agire in accordo con essa, eliminando dall'Europa tutte le armi nucleari tattiche, che sono tutte altamente vulnerabili e possono portare ad un lancio su falso allarme. Ciò significa rimuovere tutte le armi oggi in Italia, Germania, Belgio, Olanda e Turchia.

Ellsberg, ovviamente, non lesina le critiche nemmeno alla Russia: “Le minacce da parte di Putin di un first use delle armi nucleari – in connessione con l'Ucraina o con Kaliningrad – sono folli e immorali, come lo sono sempre state quelle della NATO”.

L'impegno di Ellsberg è, in conclusione, si parva licet, sinergico con quello del sottoscritto: allertare l'opinione pubblica sul carattere mortale della minaccia universale costituita dalle armi atomiche. Il “caso Petrov” su cui lavoriamo ne è una clamorosa conferma (vedi trailer con link sotto riportato del film su l'uomo che il 26 settembre 1983 salvò il mondo dalla guerra nucleare). E' questo di esigere il disarmo nucleare subito l'essenza del messaggio lanciato da “La follia del nucleare: come uscirne?”. Mi riferisco al libro scritto insieme a Mario Agostinelli e Luigi Mosca (Mimesis edizioni, 2016), che è uno strumento del lavoro dei “Disarmisti esigenti” (www.disarmistiesigenti.org) di cui sono attualmente portavoce.

 'The Man Who Saved The World' Promo Trailer ...

 

di Alfonso Navarra 
Milano - 9 gennaio 2018

L'inverno nucleare è lo scenario, di cui, tra gli altri, fu pioniere il famoso astrofisico Carl Sagan, che, leggiamo su Wikipedia, “conseguirebbe ad una ipotetica guerra termonucleare di estensione mondiale tra potenze, come la Russia, gli Stati Uniti, la Cina, la Francia, la Gran Bretagna e altri paesi in possesso di un arsenale di armamenti atomici dal potenziale distruttivo su scala globale”.
Gruppi di scienziati hanno elaborato nel corso degli anni diverse teorie riguardanti questo fenomeno: si sono basati innanzitutto sugli effetti riscontrati durante le esplosioni atomiche avvenute a Hiroshima e Nagasaki (in Giappone) sul finire della Seconda Guerra Mondiale, poi sui vari esperimenti nucleari portati a termine da molti stati nel periodo post-bellico e della Guerra fredda; infine sugli effetti collaterali del disastro di Chernobyl.
La guerra nucleare andrebbe a formare, in virtù dei venti, delle particelle di materia carbonizzata, delle polveri radioattive e di qualsiasi altra sostanza in grado di alzarsi nell'aria, una barriera impermeabile ai raggi solari che farebbe crollare le temperature nell'atmosfera. La combinazione tra le temperature gelide, l'oscurità permanente e le radiazioni dovute alle esplosioni atomiche produrrebbero sconvolgimenti climatici tali da pregiudicare la sopravvivenza delle specie animali e vegetali e provocare effetti devastanti anche sullo strato di ozono.
L'inverno nucleare deriverebbe dalla produzione di polveri fini in conseguenza dell'esplosione di testate nucleari su obiettivi civili (e quindi non sui mari o nei deserti come durante i test atomici).
Lo scenario di impiego massiccio delle armi poggia sul fatto che al momento delle esplosioni un moto convettivo (il fungo atomico) trasporta rapidamente tutte le polveri verso strati più alti.
Spiega sempre Wikipedia: “Questo dovrebbe creare una uniforme nube di polvere e cenere radioattiva sospesa nell'aria fra i 1000 e i 2000 metri da terra. La nube accumulerebbe l'energia solare e farebbe salire le temperature degli strati della tropopausa e alta troposfera fino a 80 °C mentre la superficie della Terra rimarrebbe protetta dai raggi solari e si raffredderebbe in media di 40 °C”. Scusate se è poco!
Vi sono anche scenari di impiego più contenuto di armi “atomiche” che vanno sotto il titolo di “guerra nucleare locale”: vedi articolo allegato de Le Scienze (marzo 2010), autori Alan Robock e Owen Brian Toon, dal sottoscritto citato ne: “La follia del nucleare: come uscirne” (coautori Luigi Mosca e Mario Agostinelli – Mimesis Edizioni, 2016).
Questo il sottotitolo del pezzo: “Ci si preoccupa dei rapporti tra Stati Uniti e Russia, ma una guerra nucleare regionale tra India e Pakistan potrebbe offuscare il Sole e affamare buona parte dell’umanità”.
Qui la previsione diciamo ottimistica è di solo un miliardo di morti dopo una ventina di anni, a scalare dall'epicentro del conflitto.
Nel 2014 un altro studio su un possibile conflitto nucleare tra India e Pakistan è salito agli onori della cronaca: questo invece è stato pubblicato sulla rivista Earth's Future dell'American Geological Society (AGU).
(si vada alla URL: http://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/2013EF000205/full).
Siamo sempre ad uno scambio di 50 missili a testa di 15 kilotoni l'uno ma i morti previsti raddoppiano con l'uso di nuovi modelli: 2 miliardi al posto di uno.
La stessa cifra viene fuori da uno studio dell' International Physicians for the Prevention of Nuclear War (si vada su: http://www.ippnw.org/nuclear-famine.html). Secondo quel lavoro, un conflitto nucleare su piccola scala potrebbe portare ad una diminuzione nella produzione di grano di almeno il 10% per dieci anni, con picchi che raggiungerebbero il 20% nei momenti peggiori.
Gli ordigni nucleari, se la teoria dell'inverno nucleare fosse pienamente comprovata, potrebbero secondo ogni logica essere inseriti a tutti gli effetti nella categoria delle armi di distruzione climatica: le catastrofi climatiche che possono provocare sono un effetto essenziale del loro impiego.
Arma direttamente climatica non è quindi, ad esempio, solo la tecnologia elettromagnetica usata militarmente per sconvolgere l'ambiente: è proprio l'arma nucleare, che produce onde d'urto, tempeste di fuoco, inquinamento radioattivo ed impatto elettromagnetico; ma, con un impiego relativamente allargato, anche il cosiddetto “inverno nucleare”.
Un attacco nucleare contro la Corea di poche decine di bombe H non farebbe solo milioni di morti subito su un territorio circoscritto: il cambiamento climatico e la destabilizzazione agricola ed ecologica investirebbero un'area molto più ampia (la Cina è vicina!) e nel periodo di un paio di decenni potrebbero causare, come si è visto, centinaia di milioni di morti.
Nel 1976, un'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha adottato una Convenzione internazionale (  Risoluzione 31/72 del 10 dicembre 1976) che ha vietato l'uso militare di tecniche di modifica dell'ambiente che hanno effetti diffusi, duraturi e gravi nel tempo.
Essa è nota come Convenzione ENMOD (Convention on the Prohibition of Military or Any Other Hostile Use of Environmental Modification Techniques), è stata aperta alla firma il 18 maggio 1977 a Ginevra ed è entrata in vigore il 5 ottobre 1978.
L'Italia ha firmato la Convenzione a Ginevra il 18 maggio 1977 e l'ha ratificata con la legge n. 962 del 29 novembre 1980.
(Per il suo testo andare alla URL: http://disarmament.un.org/treaties/t/enmod)
La Convenzione proibisce l'uso militare e ogni altro utilizzo ostile delle tecniche di modifiche ambientali aventi effetti estesi, duraturi o severi.
Il termine “tecniche di modifiche ambientali” si riferisce ad ogni tecnica finalizzata a cambiare – attraverso la manipolazione deliberata dei processi naturali – la dinamica, la composizione e la struttura della Terra, incluse la sua biosfera, litosfera, idrosfera e atmosfera, così come lo spazio esterno.
I criteri per la definizione di tali tecniche non sono definiti nel corpo della Convenzione ma nell'Intesa sull'Articolo I che, riportando quanto emerso in fase negoziale, esplicita i termini:
“esteso” come riferibile ad un'area di diverse centinaia di kilometri quadrati;
“duraturo” come riconducibile ad un periodo di mesi o di almeno una stagione;
“severo” come correlato ad un'azione che provoca danni seri o significativi alla vita umana, naturale alle risorse economiche o altre attività.
I primi due criteri sono valutati con parametri quantitativi e l'ultimo criterio con elementi qualitativi in parte riconducibili al concetto di sviluppo sostenibile.
Il divieto di guerra climatica, ovvero di utilizzo delle tecniche di modifica del clima o di geoingegneria con lo scopo di provocare danni o distruzioni, viene ripreso anche nella Convenzione sulla diversità biologica del 2010.
Vogliamo, dopo queste informazioni, a questo punto cercare il pelo nell'uovo?
La Convenzione ENMOD non tutelerebbe l'ambiente da qualunque danno provocato dalle azioni belliche o ostili ma vieterebbe solo quelle tecniche offensive che trasformano l'ambiente stesso in un'arma, ascrivibili alle tecniche di manipolazione ambientale.
In questo senso non vieterebbe l'uso di armi atomiche per distruggere – che so – Pyong Yang ed altre città coreane. Ma si dovrebbe anche considerare l'eventualità che l'attacco alle città di un Paese piccolo possa essere solo uno schermo che nasconde l'intenzione di provocare modifiche ambientali capaci di disorganizzare e portare alla fame un Paese più grande confinante.
Gli ordigni nucleari capaci di tali effetti potrebbero allora essere considerati proibiti ai sensi della citata Convenzione ENMOD e una conferenza di revisione convocata ad hoc dall'ONU potrebbe avallare un tale sviluppo innovativo del diritto internazionale.
Un'altra strada potrebbe essere quella di considerare, all'interno del percorso dell'accordo per contrastare il riscaldamento globale di Parigi del 12 dicembre 2015, la minaccia nucleare direttamente come una minaccia climatica, non solo un problema collegato alla seconda dalla potenzialità analoga di estinzione della specie umana.
La minaccia nucleare potrebbe essere vista come possibile minaccia climatica diretta, allo stesso modo dell'accumulo di gas serra.
Questo ragionamento costituirebbe un salto di paradigma anche per noi Disarmisti esigenti, che pure abbiamo lavorato sull'intreccio tra le due minacce sia a Parigi, sia a New York che a Bonn, cioé sia nel percorso disarmista che in quello climatico.
Preparare la guerra nucleare significa comunque preparare il più sconvolgente e repentino cataclisma climatico. Potrebbe avvenire non solo come effetto collaterale ma come risultato di una azione intenzionale.
Sembrerebbe quindi opportuno, anzi doveroso, che il percorso ONU delle COP climatiche (ora dalla COP 23 di Bonn si va alla COP 24 a Katowice in Polonia) ne prendesse consapevolezza e si cautelasse dall'inverno nucleare o da quanto altro potesse essere prodotto dalle armi nucleari come alterazione climatica deliberata.
La crisi coreana rende questi discorsi molto concreti per chiunque, nel momento in cui due leader statali – e disgraziatamente non si tratta di una barzelletta – fanno la gara a chi detiene il bottone nucleare più grosso!
Quanto sopra esposto dovrebbe comunque fare riflettere reti come la COALIZIONE PER IL CLIMA, che si sono costituite con l’obiettivo di costruire iniziative e mobilitazioni comuni, nazionali e territoriali, per raggiungere la massima sensibilizzazione possibile sulla lotta ai cambiamenti climatici, allo scopo di salvare il nostro Pianeta.
Se si ha a cuore il futuro dell'ecosistema globale bisogna adoperarsi per eliminare alla radice la minaccia nucleare, che oltretutto, come si è detto, potrebbe essere direttamente minaccia climatica.
Ne consegue la necessità di farsi partner attivo della Campagna ICAN (Abolizione delle armi nucleari), allo stesso modo in cui la Rete ICAN non farebbe male ad occuparsi dell'intreccio tra minaccia nucleare e minaccia climatica.
Non sarebbe affatto fuori tema “ecologista” la richiesta che, al di là delle singole organizzazioni aderenti, la COALIZIONE in quanto tale si facesse addirittura componente di ICAN in Italia, accogliendo l'appello di “SIAMO TUTTI PREMI NOBEL”, lanciato con la conferenza stampa al Senato dell'11 dicembre 2017.

30.12.2017 - Venegono Superiore (Va) PAX

L’Arcivescovo di Milano firma per il Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari
(Foto di Pax Christi)
L’arcivescovo di Milano Mario Delpini ha sottoscritto oggi la petizione affinché l’Italia firmi il Trattato per la Proibizione delle Armi Nucleari presso il Castello dei Missionari Comboniani di Venegono Superiore (VA), su iniziativa congiunta col Punto Pace di Pax Christi di Tradate.
L’arcivescovo era venuto in visita allo storico presepio animato che viene presentato ogni anno diverso alla popolazione. Quest’anno il tema scelto dagli allestitori è la ”nascita di una nuova umanità”