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dal "Manifesto" quotidiano edizione del 29 novembre 2018 -

https://ilmanifesto.it/militari-di-tutto-il-mondo-in-guerra-col-clima/

Conflitti per il petrolio e più petrolio per nutrire la macchina della guerra, un cortocircuito letale che uccide e provoca il cambiamento climatico

di Marinella Correggia

C'è chi la chiama carbon bootprint: impronta climatica degli scarponi militari. E' l'impatto climalterante di energivori sistemi d'arma, basi e apparati, aerei, navi, carri armati, eserciti; e soprattutto degli interventi bellici veri e propri. Un cappio al collo del pianeta e un vero circolo vizioso, come sintetizzava l'appello «Stop the Wars, stop the warming» lanciato dal movimento globale World Beyond War alla vigilia della Conferenza sul clima di Parigi (2015): «L'uso esorbitante di petrolio da parte del settore militare statunitense serve a condurre guerre per il petrolio e per il controllo delle risorse, guerre che rilasciano gas climalteranti e provocano il riscaldamento globale. È tempo di spezzare questo circolo: farla finita con le guerre per i combustibili fossili, e con l'uso dei combustibili fossili per fare le guerre».

L'IMPATTO DELLE ATTIVITA' MILITARI (non solo statunitensi, ovviamente) sul clima è negletto perfino dai movimenti, lamenta Ben Cramer, autore del libro Guerre et paix...et écologie. Sarà così anche alla COP 24 (Conferenza Onu sul clima) che si apre fra pochi giorni in Polonia? Eppure, il rapporto Demilitarization for Deep Decarbonization dell'International Peace Bureau (Ipb) spiega: «Ridurre il complesso militar-industriale e ripudiare la guerra è una condizione necessaria per salvare il clima, destinando le risorse risparmiate all'economia post-estrattiva e alla creazione di comunità resilienti».

Le spese militari mondiali (gli Usa fanno la parte della tigre) sono arrivate a 1,74 trilioni di dollari nel 2017, secondo il Sipri di Stoccolma. Trilioni traducibili in un'enormità di tonnellate di gas serra. Trilioni per distruggere. Meno male che si stampano petrodollari.

Aerei, navi, carri armati, bombe. Secondo il rapporto A Climate of War. The war in Iraq and global warming, i primi quattro anni di pesantissime operazioni militari in Iraq dal 2003 hanno provocato l'emissione di oltre 140 milioni di tonnellate di gas serra (CO2 equivalente), più delle emissioni annuali di 139 paesi. Una stima al ribasso, avvertono gli autori.

Del resto, il bombardiere strategico B-52 Stratocruiser, fa notare la Citizen Climate Lobby,

consuma all'ora circa 3.334 galloni di combustibile (un gallone: oltre 3,7 litri). Un carro armato beve meno: in compenso, compatta il terreno e questo non è che uno dei danni delle attività belliche. Non finisce qui: «Il Pentagono è una ragnatela di 1.000 basi all'estero, un arco nero dalle Ande al Nordafrica, dal Medioriente all'Indonesia, ricalcando la distribuzione delle principali risorse fossili e delle rotte commerciali» (Patricia Hynes su Truthout). Strutture ed edifici che coprono circa 10 milioni di ettari in giro per il mondo (ci dice www.energytoday.net, il sito della American Energy Society), e oltre a inquinare bruciano fossili in quantità.

Ecco perché il complesso militar-industriale statunitense è l'imputato principale. Solo 35 paesi al mondo consumano più energia fossile (e quindi emettono più gas serra) di quest'entità.

Pensiamo anche ad altri costi energetico-climatici. Per esempio per la produzione delle armi. O per la ricostruzione dalle macerie belliche (non certo con la bioedilizia): ricavare un chiletto di cemento significa aggiungere un chilo di gas serra al totale.

Eppure, la maggior parte delle emissioni legate al consumo di combustibili fossili usati dal settore militare è stata esclusa dagli obblighi di riduzione stabiliti dagli accordi sul clima. Un'esenzione che ha dell'incredibile e che è derivata dall'intensa lobby statunitense durante i negoziati per il Protocollo di Kyoto alla metà degli anni 1990. Per ottenere la ratifica da parte degli Usa (che poi non arrivò!), ne fu accettato il ricatto: «US exempts military from Kyoto Treaty», denunciava l'agenzia Inter Press Service nel maggio 1998.

CON L'ACCORDO DI PARIGI DEL 2015, le forze armate dei vari paesi non sono obbligate a tagliare le emissioni, ma almeno non è più prevista un'esenzione automatica di queste ultime. Ovviamente l'interpretazione degli Stati uniti è stata la seguente (come ha riportato il Guardian): «La decisione su che cosa tagliare resta agli Stati».

In realtà, benché il presidente Donald Trump abbia dichiarato che l'effetto serra è un inganno e un complotto dei cinesi, il Pentagono e i militari statunitensi non ignorano affatto gli effetti dei cambiamenti climatici. Come leggiamo su news.mongabay.com, «i militari Usa si preparano per i cambiamenti climatici, non certo per proteggere l'ambiente della Terra, bensì per mantenere l'efficienza operativa - la capacità di combattere». Così quando possibile si punta sulle energie rinnovabili: il Forte Hunter Liggett in California installa a gran forza pannelli fotovoltaici per non rimanere al buio in caso di black-out.

Nelle guerre, il trasporto di combustibile per carri armati, jet e navi è uno dei crucci logistici principali del Pentagono. Il National Defense Authorization Act (Ndaa) per il 2018 firmato dallo stesso presidente Donald Trump si preoccupa della «vulnerabilità delle installazioni militari ai prossimi eventi climatici» e la US Navy ha pubblicato un manuale, Climate Change Installation Adaptation and Resilience Planning, sulle tecniche di resilienza grigioverde. La base di Norfolk, in Virginia, la più grande base del mondo, finisce ormai regolarmente allagata, e uno studio della Union of Concerned Scientists (Ucs) prevede lo stesso destino per una ventina di basi americane costiere sparse in tutto il mondo.

MA DI CERTO LA MACCHINA DA GUERRA non diventerà verde e sostenibile: lungi dall'affrontare le cause vere del caos e giocare un ruolo nella riduzione delle emissioni climalteranti, il Pentagono gonfia i muscoli e prevede grandi aumenti nel settore militare (e quindi più emissioni), per affrontare meglio un mondo destabilizzato dagli eventi nefasti causati dall'eccesso di emissioni climalteranti, appunto.

Del resto, il Dipartimento Usa alla difesa già nel 2004 sottolineava come i cambiamenti climatici siano un «moltiplicatore di minacce alla sicurezza nazionale, suscettibile di aumentare frequenza, scala e complessità delle future missioni militari». Sempre più necessarie visto che, come si legge nella Quadrennial Defense Review (2010) del DoD, «il caos climatico contribuirà alla scarsità di acqua e cibo, aumenterà le spese sanitarie e potrebbe determinare migrazioni di massa».

Il libro The Secure and the Dispossessed. How the Military and Corporations are Shaping a Climate-Changed World (Pluto Press) curato da Nick Buxton e Ben Hayes spiega la «convergenza catastrofica fra militarismo, neoliberismo e cambiamenti climatici» illustrando le strategie del settore militare e delle multinazionali per gestire i rischi (anche con la geoingegneria che pretenderebbe di attenuare gli effetti del riscaldamento globale senza la necessaria drastica riduzione delle emissioni).

IL FINE E' PROTEGGERE POCHI IN NOME della sicurezza escludendo i non privilegiati. In barba alla giustizia climatica, visto che (si veda sul sitowww.globalcarbonproject.org) i grafici sulle emissioni cumulative di gas serra dal 1870 al 2016 indicano con chiarezza le schiaccianti responsabilità storiche dell'Occidente nel disastro climatico che sta minacciando la vita stessa sul pianeta Terra.

E' da un pezzo che la dirigenza internazionale di ICAN va sostenendo in giro che la deterrenza nucleare è oramai solo un residuo fossile di una Guerra Fredda appartenente ai polverosi archivi della Storia.

Non si tratta solo delle recentissime dichiarazioni della giovane direttrice esecutiva di ICAN su "IO DONNA" del Corriere della Sera, alla vigilia di "Science for Peace", organizzata a Milano dalla Fondazione Umberto Veronesi.

Ecco quanto, ad esempio, la stessa Beatrice Fihn ha detto al quotidiano "L'Avvenire" già il 10 novembre 2017.

"Gli ordigni nucleari sono obsoleti, vecchi, superati. Un rimasuglio scomodo e pericoloso di un’altra era, da riporre definitivamente in soffitta. (Bisogna quindi) fare da pungolo ai loro stessi possessori, gli Stati nucleari, perché accettino una loro proibizione sul modello del Trattato contro le mine antiuomo".

Per prima cosa sarebbe da osservare che riferirsi ad uno strumento rimasto per lo più sulla carta, cioé il Trattato antimine, non è affatto di buon auspicio sull'efficacia del nuovo TPAN.

A che serve, infatti, avere una proibizione delle armi nucleari di impatto puramente morale, senza obblighi stringenti a condizioni e a percorsi che portino alla loro effettiva eliminazione?

Ma il cuore della critica da svolgere è molto più profondo: si tratta della sottovalutazione di quanto la logica del sistema della potenza e della guerra caratterizzi ancora oggi le relazioni internazionali.

Una logica che viene esplicitata nei documenti ufficiali NATO ad esempio senza equivoci e tentennamenti (vedi ultimo summit di Varsavia, lo scorso settembre).

Parlare di opposizioni ad armi "inutili" rischia di smobilitare proprio quella opinione pubblica che si vorrebbe chiamare all'attivismo per convincere i governanti a ratificare il Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari (adottato in una Conferenza ONU il 7 luglio 2017): attualmente siamo solo a quota 19 Stati sui 50 che occorrerebbero per l'entrata in vigore.

Il processo di ratifica va avanti, insomma, lentamente e questo succede mentre all’ONU ci si accapiglia con accanimento come non mai sulle varie risoluzioni in materia di disarmo; nel mondo si varano modernizzazioni con investimenti stratosferici negli armamenti nucleari (1.200 miliardi di dollari solo da parte USA); Trump denuncia i Trattati INF e gli euromissili vengono reinstallati (quelli per cui tanti attivisti a Comiso si fecero un bel po’ di galera); si rompe da parte americana l’accordo con l’Iran, si boicotta la Zona denuclearizzata in Medio Oriente (e si teme che su questo argomento si impantanerà il prossimo incontro TNP, come già è successo nel 2015).

Se si deve stare ai fatti nudi e crudi, e non alla narrazione edulcorata tipica da marketing di ONG "accreditata" ai balletti del Palazzo di Vetro, essere "ottimisti"

alla maniera dei nostri scienziati Rubbia e Calogero acquista allora quota e purtroppo consistenza!

Vale a dire, secondo le nostre illustri teste d'uovo: arriveremo sicuramente al disarmo nucleare, ma solo dopo una piccola guerra locale che avrà fatto un miliardino "sopportabile" di vittime...

Le uniche buone notizie perciò non vengono oggi dalle assemblee ONU, ma paradossalmente arrivano invece dalla California, che, supportando il TPAN, si ribella a Trump trascinandosi dietro altri 16 Stati e chiama alla lotta contro l'intreccio tra minaccia nucleare e minaccia climatica; lo Stato USA però, proprio per i problemi climatici, più che un posto da sogno sembra stia diventando da incubo, considerati gli incendi devastanti che lo rendono ampiamente inabitabile!

Se vuoi/volete sentire a Milano una campana fuori dai luoghi comuni deresponsabilizzanti (lasciate fare a noi lobbysti pacifisti che vi toglieremo dai piedi questo noioso fastidio del nucleare, che non ha alcun senso nemmeno per Washington e Mosca), l'occasione ce l'hai/l'avete a questa presentazione del libro "La follia del nucleare", Mimesis edizioni, seconda edizione del 2018 (con riferimento al Premio Nobel per la Pace 2017 attribuito ad ICAN).

L'incontro si tiene questa domenica, 25 novembre, con inizio alle ore 17.00, a Chiamamilano, via Laghetto,2, presenti autori del libro (Alfonso Navarra) e altri che vi hanno contribuito con interventi (Laura Tussi, Fabrizio Cracolici, Virginio Bettini). Con “ospiti” di livello come Milly Moratti e Paolo Limonta.

Siamo anche allietati dalla musica civile dell'Orchestrina del Suonatore Jones!

Spero siate venuti "armati" di caustico spirito critico: sparate pure contro questa provocatoria introduzione e chiedete conto e ragione di ogni suo aspetto!

E non mancate di mettervi in lista per fare parte della quarta grande ondata di mobilitazione globale antinucleare: quella “ecopacifista” (al centro il rischio, non considerazioni giuridiche o geopolitiche) a cui stiamo lavorando e che verrebbe dopo le altre tre. Quelle che: 1) hanno impedito l'attacco contro l'URSS chiesto da Churchill; 2) hanno portato al divieto dei test in atmosfera; 3) sospinto Reagan e Gorbachev a smantellare Cruise, Pershing e SS20 dall'Europa.

Alfonso Navarra - cell. 340-0736871 email alfiononuke@gmail.com

 

 

 

Mir sulla conferenza di Palermo sulla Libia: “Non saranno i militari a portare la pace”

DA PALERMO LE AMBASCIATE DI PACE PER UN MEDITERRANEO DISARMATO ED UNITO DALLA CULTURA DELL'UMANITA'

a cura  di Francesco Lo Cascio - portavoce della Consulta per la pace del Comune di Palermo
La Consulta per la pace di Palermo ha organizzato una quattro giorni, dal 29 settembre al 2 ottobre 2018,  sul tema del “Mediterraneo mare di pace”  per lanciare il progetto di una “Rete delle ambasciate di pace”. Tale Rete è stata considerata uno strumento fondamentale per realizzare il sogno di un bacino di popoli non squassati da conflitti distruttivi, ma costruttori di ponti di dialogo, di scambi, di libera circolazione di persone impegnate in un lavoro comune .  Primi promotori della Rete, oltre alla Consulta, saranno  i Disarmisti esigenti, la WILPF Italia, l’IPRI, PeaceLink.
Nella ricca discussione sono intervenuti i protagonisti delle esperienze nonviolente in Sicilia.
Le Ambasciate di pace, ha sottolineato il portavoce della Consulta Francesco Lo Cascio, nascono dall’esperienza nei conflitti dell’Iraq e dei Balcani (fondamentale il ruolo di Alberto L’Abate nella loro ideazione e sperimentazione); ed il convegno ha inteso delinearne una forma innovativa adatta a mettere in relazione i soggetti della società civile già impegnati nella risoluzione nonviolenta dei conflitti, favorendo lo scambio di esperienze al fine di inserire più facilmente nel conflitto locale l’aggancio con una prospettiva  globale di diritto internazionale.
Tale progetto, come è scritto nel Manifesto che il Convegno ha adottato all’unanimità , troverà una occasione di diffusione con la Marcia Mondiale della Nonviolenza, che nel suo percorso italiano farà tappa a Palermo.  Un grosso contributo alla diffusione internazionale della Rete sarà dato dal coinvolgimento di WILPF Internazionale, assicurato dalla presidente onoraria della sezione italiana Giovanna Pagani.
Il convegno ha espresso la sua adesione al progetto di pace per la Siria, proposto da Operazione Colomba; all’ICE “Welcome Europe”;  alla campagna “Salva Acquarius e il soccorso in mare”.
Ha deciso di impegnarsi  in una mobilitazione perché Turi Vaccaro, attivista No MUOS attualmente in carcere,  ottenga la grazia; e ha fatto  proprio un appello, presentato nella giornata dedicata all’intreccio tra minaccia nucleare e minaccia climatica, relatori Alfonso Navarra e Gianni Silvestrini, perché sia valorizzata ed imitata in Italia la decisione dello Stato di California di supporto al Trattato di proibizione delle armi nucleari anche in vista della mobilitazione per la COP24 in Polonia. 
L’incontro ha deciso di promuovere un nuovo Convegno sul “diritto alla pace” nei suoi vari aspetti (disarmo, ecologia, diritti umani, equo cosviluppo) i giorni in cui la marcia mondiale  passerà per Palermo.
Il Convegno ha infine proposto che Palermo si gemelli con la capitale della California, Stato all’avanguardia nella lotta contro la minaccia climatica ed insieme nucleare; e di candidare  la città a sede della Conferenza internazionale tra Unione Europea ed Unione Africana di cui si è parlato nella sessione del Parlamento Europeo convocata per le sanzioni all’Ungheria.
Il Sindaco di Palermo Leoluca Orlando ha ricevuto gli organizzatori del convegno ribadendo che ritiene “criminale” l’intenzione di fare dell’Europa una fortezza blindata e che il respingimento di uomini e donne che esercitano il loro diritto umano alla migrazione è passibile di un “processo di Norimberga”. Orlando ha ricordato di aver già presentato alla Procura della Repubblica di Roma, al presidente della Commissione Ue, a quello del parlamento europeo e alla Corte dell'Aia nel dicembre del 2017 un esposto contro le istituzioni europee e le loro "criminogene" politiche sull'immigrazione.  

IL MANIFESTO DI PALERMO

  • Vogliamo affermare il Diritto alla Pace per tutta l’umanità, l’ONU ha sancito questo diritto con le dichiarazioni 71/189, vogliamo che sia applicato ai nostri popoli del Mediterraneo e del Medio Oriente.
  • Vogliamo che questo diritto abbracci i diritti sanciti dalla Carta della Terradall’Accordo di Parigi (COP21)dalla Carta di Palermo e dalla Dichiarazione di Barcellona.
  • Vogliamopertanto che il diritto alla Pace sia in primo luogo riaffermazione della necessità del disarmo – a cominciare dalla proibizione delle armi nucleari – e della facoltà di obiezione a tutte le guerre. Vogliamo che il diritto alla Pace includa l’Ecologia nei rapporti tra gli esseri umani e la Natura[.
  • Sogniamoun Mediterraneo libero da conflitti, libero da armi di distruzione di massa, libero da muri, frontiere, vigilanze armate, libero nella circolazione delle persone e delle idee, ponte di dialogo tra persone impegnate in un lavoro comune, Mare di Pace e non di conflitti.
  • Vogliamoche la zona libera dalle armi nucleari dell’Africa si estenda a tutto il Mediterraneo e all’intero Medio Oriente.
  • Vogliamo farci Ambasciatori della Pace, in modo organizzato e non soltanto simbolico.
  • Il convegno “Mediterraneo, Nonviolenza Pace”, promosso dalla Consulta della Pacedel Comune di Palermo, lancia il progetto per una Rete di Ambasciate di Pace – sostenitrice del Diritto alla Pace e delle campagne che lo promuovono – collegandosi con le principali reti nonviolente europee e internazionali.
  • Le Ambasciate di Pace nascono dall’esperienza maturata nei conflitti dell’Iraqe dei Balcani, oggi vogliamo proporle in Europa e nel Maghreb. Il transito della 2a Marcia Mondiale della Nonviolenza sarà occasione per la loro diffusione, coinvolgendo realtà istituzionali e di base che operano per l’affermazione dei Diritti Umani, della Solidarietà, dello Stato di Diritto, della Giustizia.
  • Chiediamoa codeste realtà di esporre le insegne di “Ambasciata di Pace” e di condividere in rete il proprio operato in vista della promozione di un convegno internazionale nella città di Palermo.
  • Auspichiamo un comune eco-sviluppo euro-africano, attingendo ai finanziamenti resi disponibili dal green climate found, che possa soppiantare gli interventi aggressivi con logica da vecchie e nuove potenze coloniali.
  • Vogliamo che Palermo e la Sicilia siano gemellate con le città all’avanguardia nella lotta contro la minaccia climatica e nucleare, come Sacramento, Los Angeles e la California.
  • Vogliamo che Palermo sia candidata a sede di una prossima Conferenza internazionale tra Unione Europea ed Unione Africana.

Appello sostenuto da:

  • Consulta per la Pace, la Nonviolenza, i diritti umani, il disarmo del Comune di Palermo
  • IPRI CCP italian Peace research Institute
  • WILPF
  • Disarmisti Esigenti
  • PeaceLink

 

 Una presa di posizione del Coordinamento dei Disarmisti Esigenti, tra i promotori della Rete delle Ambasciate di Pace, sulla “Conferenza per la stabilizzazione della Libia”

(5 ottobre 2018)

Apprendiamo dalla stampa che il 12 e 13 novembre 2018 si terrà a Palermo, per iniziativa del Ministero degli Affari Esteri - MAE, la conferenza internazionale sulla Libia.

Il comunicato del ministro Moavero ricorda che “Palermo è una importante città italiana vicina allo scenario libico”, situata nel contesto Mediterraneo, “sul quale l’Italia ha una proiezione geografica, storica e politica naturale che le assegna un ruolo di primo piano per la stabilizzazione del Paese nordafricano”.

Moavero assicura che in Sicilia saranno invitati gli attori più importanti, sia a livello internazionale che regionale. Tra gli altri, ci saranno rappresentanti di Paesi come Arabia Saudita, Egitto, Turchia, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Francia, Germania, Spagna, Marocco, Tunisia, Gran Bretagna, Canada, Ciad, Algeria, Cina, Giordania, Malta. Ma anche rappresentanti dell’Unione Europea, dell’Onu, della Lega araba e dell’Unione africana. E, sempre secondo quanto riferito dal ministro, avrebbe confermato interesse a partecipare alla conferenza anche il generale libico Khalifa Haftar, uomo forte del governo cirenaico di Tobruk.

Sulla base delle posizioni espresse dal nostro Manifesto politico-culturale, frutto della 4 giorni di dibattito dal 29 settembre al 2 ottobre 2018 dalla Consulta di Palermo per la pace, possiamo da subito formulare alcune osservazioni ed avanzare alcune proposte.

Dovremmo seriamente riflettere sul ruolo che può giocare la diplomazia popolare di base partendo da un assunto fondamentale: non dobbiamo, noi italiani, alimentare guerre per procura con la posta del petrolio e del gas (= ENI contro TOTAL) né aspirare, come Paese, al ruolo di media potenza che punta neocolonialmente a controllare il destino del territorio libico.

La Libia è un crocevia di interessi internazionali di vecchio stampo, noi dovremmo provare a prospettare l'interesse nuovo ad un cosviluppo comune di tutta l'area all'insegna della conversione energetica ed ecologica. E questo senza temere che i discorsi sull’”economia verde” possano risultare ostici o addirittura improponibili per i libici.

La Libia, che, come tutti, ha come grande, vera ricchezza il sole e la terra (ed il lavoro degli uomini), ha aderito all’accordo di Parigi sul clima globale, come del resto Israele (e tutti nel mondo tranne gli USA di Trump che si sono ritirati).

L’accordo è entrato in vigore il 4 novembre 2016 (30 giorni dopo la ratifica del 55% degli Stati parte “carichi” contemporaneamente del 55% delle emissioni di CO2).

(Per lo stato delle ratifiche si vada su: https://unfccc.int/process/the-paris-agreement/status-of-ratification)

Per essere precisi, Israele ha ratificato (il 26 novembre 2016) mentre la Libia ha solo firmato (il 22 aprile 2016).

Quando si parla di riconciliazione e di pace tra gruppi umani squassati da lotte distruttive sembra logico partire da ciò che gli attori in conflitto hanno già di condiviso.

Il processo di conversione alle energie rinnovabili riguarda anche e soprattutto gli Stati carboniferi e petroliferi: si parla però nelle COP del percorso di Parigi di “giusta transizione”.

Una gradualità, con il gas risorsa ponte, che deve considerare anche il lavoro e il reddito di chi è impiegato nel settore fossile.

Gianni Silvestrini, direttore del Kyoto Club, nella sessione del nostro convegno che il 1 ottobre ha svolto con il portavoce dei Disarmisti esigenti Alfonso Navarra su minaccia climatica e minaccia nucleare - da contrastare insieme! - ha ricordato che i Paesi sviluppati nel 2050 dovranno azzerare le emissioni mentre i Paesi in via di sviluppo dovranno solo dimezzarle.

Questi risultati dovranno essere raggiunti attraverso le rinnovabili, l’efficienza ed il risparmio energetico.

L’accordo di Parigi, stipulato nel dicembre 2015, impegna i Paesi sviluppati ad aiutare i Paesi in via di sviluppo nella conversione energetica attraverso il “Green Climate Found”.

Entro il 2020 dovranno essere raccolti ed investiti allo scopo 100 miliardi di dollari. Da lì in poi verrà stabilita una cospicua cifra annuale che potrà essere considerata anche “restituzione del debito ecologico” accumulato dai “ricchi” che hanno sfruttato le risorse dei “poveri”.

Noi, al convegno di Palermo, abbiamo proposto di coinvolgere questo Fondo in un Piano per l’Africa ed abbiamo anche candidato la città ad un vertice tra UE ed Unione Africana con l’obiettivo di un ecosviluppo comune.

Il fatto che siamo tutti sulla stessa barca dell’emergenza climatica, espressione del conflitto principale tra società e natura, non è uno slogan ma una drammatica realtà cui ci richiama la scienza ufficiale dell’IPCC.

Che non è onnisciente, ha sicuramente i suoi limiti, ma come metodologia per affrontare i problemi è sicuramente meglio dell’affidarsi all’oscillazione del pendolino…

L’obiettivo di “attuare Parigi”, cioè di attuare l’accordo di Parigi (nel momento in cui paradossalmente è proprio la Francia a minare l’accordo che di fatto bandisce i combustibili fossili), può, a ben vedere, lo spiegheremo meglio in seguito, favorire le condizioni per una denuclearizzazione del Mediterraneo, al momento impraticabile (anche se dobbiamo continuare ad esigerla!) per tutta una serie di fattori ostativi che ora andiamo ad elencare.

  1. Esistono nell’area Stati dotati di armi nucleari: la Francia ed Israele.
  2. Insiste nell’area una alleanza nucleare: la NATO. Vi sono quindi Paesi direttamente coinvolti nella “condivisione nucleare NATO”: l’Italia e la Turchia, che ospitano caccia e bombe atomiche programmati per l’impiego nucleare.
  3. Esistono “Stati con capacità nucleari”, vale a dire che, già impegnati in programmi di nucleare “civile”, con un po’ di sforzo potrebbero procurarsi la Bomba. Riportiamo in proposito l’elenco dell’IAEA: Algeria, Egitto, Iran, Spagna;
  4. Esistono Stati che si stanno buttando ora nella costruzione di centrali nucleari che possono coprire ambizioni militari. Citiamoli: Arabia Saudita, Bahrein, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Yemen. I progetti attualmente allo studio riferiscono di 90 reattori nucleari posti in 26 siti in tredici Paesi dell’area, il tutto entro il 2030.

 

Il nucleare, apprezzato per il doppio uso civile-militare cui consente di fare capo in quanto tecnologia intrinsecamente ambigua, quindi è ben presente e fa da retrovia alle contese politiche che squassano l’area.

E’ anche possibile, per tale motivo, che diventi presto il pretesto per l’innesco di una guerra regionale ad ampia scala, generalizzata, non più solo “a pezzetti”, considerato il contenzioso che in materia, con posta l’egemonia regionale, oppone Israele e l’Iran e gli orientamenti assunti da Netanyahu che si è trascinato dietro Trump.

Non a caso Limes intitola la sua copertina del luglio 2018: “Attacco all’Impero persiano”.

E’ un fatto gravissimo che Trump abbia denunciato il JPCOA (l’accordo sul nucleare) firmato da Teheran con il P5+1 (le 5 permanenti del Consiglio di Sicurezza più la Germania) e che abbia scelto il “falco” John Bolton a consigliere della sicurezza nazionale USA. Il consiglio del nuovo consigliere è semplicissimo: appoggiare Israele in un attacco preventivo contro il nucleare iraniano che dovrebbe ripetere i precedenti di quelli contro l’Iraq nel 1981 e contro la Siria del 2007.

Lo “Stato ebraico” (ormai si autodefinisce così) si percepisce come “ostaggio strategico” di un Iran che avrebbe raggiunto la situazione di “soglia” rispetto alle capacità nucleari militari e che si starebbe allargando troppo con il suo “fronte sciita”, che governa l’Iraq dopo la caduta di Saddam Hussein, e comprende l’Azeibagian, la Siria dell’alauita Assad, il Bahrein, il Libano con gli Hezbollah, gli Houthy in Yemen; ed ha arruolato Hamas a Gaza.

In opposizione, schierato al fianco di Israele, l’Arabia saudita ha creato un “fronte sunnita” che comprende Emirati arabi, Qatar, Kuwait, Egitto, Giordania.

Potenze “sunnite” interessate a giocare un ruolo nell’area sono anche Turchia, Pakistan e Afghanistan. E, a ben vedere, lo giocano con eserciti schierati che in questo momento stanno sparando (vedi ingerenze turche in Siria contro i Kurdi)!

Questo incandescente guazzabuglio geopolitico, che vede l’intervento sul campo anche delle grandi potenze militari come USA e Russia e delle medie potenze europee (Francia, Gran Bretagna e Italia!) non è sgrovigliabile prendendo di petto fattori che incidono direttamente sugli equilibri militari di potenza.

Ecco perché è facile dedurre che non è il momento adatto per la realizzabilità di obiettivi di denuclearizzazione proposti in modo separato da un contesto complessivo e percepiti come “destabilizzanti” mentre bisognerebbe gettare acqua sul fuoco su conflitti che vanno a polarizzarsi sul polo attrattivo Israele contro Iran.

E’ la strada che proponiamo di fare leva sull’unica vera “buona notizia”, basata sulla reazione al rischio climatico coinvolgente tutta l’umanità, che possiamo registrare in un mondo che sembra andare alla deriva, tra nuove recessioni globali in arrivo, massicci riarmi nucleari e convenzionali, conflitti pronti a generalizzarsi su scala regionale, crescite esplosive del sovranismo nazionalistico e razzista in grandi e piccoli Paesi.

Ci riferiamo alla “secessione verde” della California, che ha deciso di supportare il Trattato di proibizione delle armi nucleari (risoluzione AJR 33, approvata dalle camere congiunte il 28 agosto del 2018), nel momento stesso in cui propone una rivoluzione energetica ed ecologica, esplicitamente indirizzata contro l’amministrazione Trump, e supportata dalla prospettiva di un “New Green Deal”.

Nel “Manifesto” lanciato dalla 4 giorni di Palermo abbiamo proposto il gemellaggio tra la capitale siciliana e la capitale dello Stato della California.

Questa proposta può assumere il significato dell’indicazione di una via di pace globale fondata sulla ricerca di un “diritto alla pace” che deve poggiare sulle intese già ufficialmente concordate dalla comunità internazionale.

In questa ottica possiamo considerare l’utilità di aggregare, per il 12 e 13 novembre a Palermo, non la solita adunata protestataria no-global e no-tutto, ma un momento di riflessione ed organizzazione regionale di coloro che, nell’intento di promuovere la Rete delle ambasciate di pace, intendono combinare l’opposizione alle guerre (e alle guerre per il petrolio, come in Libia) ai programmi costruttivi tipo il citato Piano per il Medio Oriente e per l’Africa.

 

Comunicato del M.I.R. (Movimento Internazionale della Riconciliazione) in riferimento alla Conferenza di Palermo sulla Libia (13 novembre 2018)

“Vogliamo affermare il Diritto alla Pace per tutta l’umanità, l’ONU ha sancito questo diritto con le dichiarazioni 71/189 vogliamo che sia applicato ai nostri popoli del Mediterraneo e del Medio Oriente”.

(Convegno di Palermo “Mediterraneo, Nonviolenza, Pace”)

In riferimento alla conferenza di Palermo sulla Libia, il MIR Italia, ramo italiano dell’IFOR, unitamente al MIR Palermo ed alla Consulta della Pace del Comune di Palermo, ritengono che il ripristino di condizioni di pace in Libia non possa venire da accordi all’estero tra le potenze che hanno causato la crisi libica stessa.

Il conflitto trae origine dai bombardamenti francesi e inglesi contro Gheddafi, che – differentemente dalle rivoluzioni nonviolente arabe (Tunisia, Egitto, etc.), tentavano una via militare al cambiamento di regime. Via militare volta a tutelare gli interessi commerciali degli eserciti coinvolti, nel tentativo di acquisire alle compagnie petrolifere nazionali il controllo delle risorse libiche. Il risultato dell’intervento militare è stato il proliferare delle bande armate e la divisione della Libia in più aree d’influenza.

Invece di contribuire agli sforzi di pace, L’Italia schiera in Africa circa 800 militari, asservisce le basi siciliane, come Sigonella e Birgi, alla guerra globale mediante i droni, aliena il proprio territorio per l’installazione del MUOS.

Non sono i militari a poter portare la pace.

Dalla crisi libica discende anche il dramma dei profughi e delle vittime in mare delle migrazioni.

Il tale quadro il governo italiano si sta muovendo unicamente in funzione della limitazione dell’operatività delle ONG che operano dell’ambito della Search and Rescue (SAR), fino ad arrivare a sollecitare la sottrazione, per ben due volte in un mese, della bandiera di navigazione della nave Aquarius di SOS Mediterranée, cui va la nostra incondizionata solidarietà.

 

Chiediamo in particolare che cessino tali provocazioni, sia ripristinato il diritto di navigazione, sia restituita la bandiera di navigazione all’Aquarius, nave che da sola ha salvato – direttamente e indirettamente – circa 70.000 vite umane.

Chiediamo inoltre l’istituzione di un corridoio umanitario che consenta l’evacuazione in sicurezza di tutti i profughi, a rischio di violazione dei diritti umani, attualmente in Libia.

Nel Mediterraneo soltanto un quadro di relazioni multilaterali tra tutti i paesi africani ed europei potrà governare i processi in atto, dalle migrazioni, ai conflitti, al proliferare delle armi di distruzione di massa (per la quale chiediamo l’estensione al Mediterraneo di una zona libera da armi nucleari).

“Vogliamo quindi che Palermo sia candidata a sede di una prossima Conferenza  internazionale tra Unione Europea e Unione Africana”.

(Convegno di Palermo “Mediterraneo, Nonviolenza, Pace”)

I processi di riconciliazione nel Mediterraneo possono partire dalla base comune dell’accordo di Parigi sul clima globale, non a caso firmato sia dagli israeliani, sia dagli arabi (inclusi libici e palestinesi), sia dagli iraniani: in particolare dal fondo di 100 miliardi di dollari che può essere in cospicua parte destinato all’ecosviluppo dell’Africa: il possibile tema di un vertice UE-Africa per il quale abbiamo candidato la città di Palermo.

MIR – Movimento Internazionale della Riconciliazione

INVESTIRE IN MODO RAGIONEVOLE NEL FUTURO DI TUTTI

100 miliardi almeno che sprechiamo in opere nocive potremmo reindirizzarli nell’occupazione “verde-rosa”, attuando l’accordo di Parigi sul clima

 Editoriale di Alfonso Navarra – direttore responsabile de "IL SOLE DI PARIGI" (www.ilsolediparigi.it)

No alle formule magiche - Si alle proposte concrete per la giustizia ecologica e sociale

L’economia “verde” genera posti di lavoro in quantità ed è una svolta necessaria per la sopravvivenza dell’intera umanità. La comunità internazionale la postula attraverso tutti gli accordi giuridici nei quattro “campi” in cui si articola il “diritto alla pace”: disarmo, ecologia, diritti umani, giusto sviluppo. Il problema da porsi non è quindi semplicemente la creazione di reddito e di occupazione, ma come garantire reddito ed occupazione ai lavoratori dei settori economici nella fase della transizione. Questo è, nell’essenziale, il problema della “giusta transizione”.

La svolta è necessaria tuttavia non è facile perseguirla: perché gli imprenditori, siano singoli lavoratori autonomi, siano cooperative, siano ditte di varie dimensioni che impiegano salariati, devono cambiare paradigma ed adottare nuovi modelli di business, possibilmente trovando un mercato regolato dai poteri pubblici in tal senso.

L’accoppiata tra grande burocrazia di Stato e profitti delle Corporations multinazionali spesso rema contro, all’insegna di cortine fumogene che nascondono la sostanza delle vecchie logiche e dei vecchi comportamenti.

Si adottano come dei mantra formule retoriche confuse e persino fuorvianti: della serie “sviluppo sostenibile” ed “economia circolare”.

Se qualcuno ci tiene, le usi pure, queste che sono spesso usate come formule magiche, ma quello che va messo in chiaro sono alcune cose che attengono alla corrispondenza tra i concetti e la realtà:

-         non basta che si riciclino gli scarti produttivi, quando è meglio evitare in partenza le emissioni nocive;

-         il “privato” è una cosa, altra cosa è l’appropriazione indebita da parte degli oligopoli di risorse (e beni comuni);

-         si deve poter misurare una “prosperità”, una situazione florida di appagamento duraturo, che ha da coincidere non con l’accumulazione di cose ma con il benessere psico-fisico delle persone e con la loro socializzazione conviviale;

-         diventa quindi determinante detronizzare il PIL dal trono in cui è stato posto. Ma anche in questo caso, come si può intuire da quanto si è affermato nel punto precedente, al dogma della “crescita” non bisogna contrapporre una altrettanto ideologica smania della “decrescita”! (Anche questa ultima  espressione, per molti mantrica, chi vuole la usi, purché non si resti schiavi delle parole!).

Quello di cui comunque bisogna prendere atto, con uno sguardo pragmatico è che già oggi il mercato è “libero” solo fino ad un certo punto e la logica della potenza lo condiziona pesantemente.  I movimenti dei capitali sono controllati, i dazi sono applicati, i lavoratori sono contingentati, le risorse sono spesso estorte con la violenza, le leve monetarie e fiscali sono usate a vantaggio di pochi. Dall’altro lato, pur in un ambiente sfavorevole, c’è, tra gli operatori economici,  chi pensa ai profitti senza voler danneggiare il prossimo e c’è anche chi, nel sociale – molti di più di quanto non si pensi -, si dà da fare secondo la logica del dono!

Dobbiamo, se possibile, evitare di essere ingabbiati in categorie che ci separano dalla complessità e contraddittorietà del reale.

La società, se la intendiamo  come la maggioranza dei membri che la compongono, non è guidata già oggi dalla “ricerca del massimo profitto monetario” e non può essere guidata domani con lo spirito (che era di San Francesco, ma oggi nemmeno francescano, a ben guardare) del “do tutto senza voler ricevere nulla in cambio”.

La verità è che i soldi sono importanti per tutti ma solo per alcuni “fuori di testa” (gli “affamati e folli” secondo l’invito di Steve Jobs) sono l’unica cosa che conta nella vita. Quello che dobbiamo evitare è che i “fuori di testa”, i dominati dall’avidità accumulatoria, siano al posto di comando della società, come oggi per lo più e disgraziatamente succede.

Detto e precisato questo, possiamo rivolgerci al “mondo economico” che vuole ragionare e prosperare “con giudizio” perché usi l’ultima crisi da cui veniamo come occasione di un profondo ripensamento verso uno “sviluppo” equilibrato e duraturo, che riconcilii l’antagonismo che abbiamo creato tra società e natura.

Il “bando ai combustibili fossili” che abbiamo adottato a Parigi con l’accordo sul clima, che perfezioneremo alla COP24 di Katowice, dobbiamo prenderlo sul serio e dobbiamo accompagnarlo, per le stesse ragioni di sopravvivenza, al “bando nei confronti del nucleare”. Quella proibizione giuridica che dopo il 7 luglio del 2017 con un voto dell’ONU a New York è ora a portata di mano come ci dimostra il supporto ricevuto nientepopodimenoché  dallo Stato USA della California il 23 agosto 2018.

Un decalogo di investimenti pubblici per l’occupazione ambientalmente e socialmente utile

Finora abbiamo stampato tanta moneta per immetterla nel circuito di una distorta finanza mondiale imperniata sulla centralità del dollaro. Si parla di 20.000 miliardi, mica noccioline! Da oggi un po’ di denaro pubblico, qui in Italia per cominciare, dove in seguito alle politiche del 4 marzo abbiamo mandato su un “governo del cambiamento”(speriamo non in peggio), faremmo bene magari a crearlo, ma soprattutto ad impiegarlo, per investimenti, trainanti i privati, con l’obiettivo della conversione energetica ed ecologica.

Questi investimenti dobbiamo attivarli non solo perché guardiamo ai loro vantaggi a breve termine, che pure indubbiamente esistono. Ma anche e soprattutto perché ormai – ce lo dicono gli scienziati dell’IPCC – non abbiamo alternative. Comunque è sempre bene stare attenti a che “sprechi verdi” non subentrino a “sprechi bruni” e che si indirizzino i soldi a ciò che più risparmia inquinamento, moltiplica giri economici, promuove innovazione, cioè saggio uso di nuove conoscenze.

Abbiamo un decalogo virtuoso di misure da implementare:

1-   convertire il più possibile i cannoni in mulini perché la preparazione della guerra è il processo più distruttivo per l’ambiente che possiamo immaginare

2-   sostituire le fonti fossili con le rinnovabili, riqualificare energeticamente abitazioni, scuole, uffici, fabbriche, sviluppare un modello energetico democratico e decentrato

3 - puntare sulla mobilità elettrica riequilibrando verso il trasporto pubblico e verso il ferro contro la gomma

4-   risistemare le città e ripopolare le campagne con una agricoltura deindustrializzata, rafforzando le produzioni biologiche e sostenibili

5-   sviluppare riutilizzo e riciclo dei rifiuti, ma anche prevenire la loro formazione

6-  intervenire per la riduzione del rischio idrogeologico mettendo in sicurezza i territori

7-   bonificare i siti inquinati e contaminati, a partire da quelli devastati dall’eredità  delle scorie radioattive

8-   riqualificare il sistema idrico nazionale nel rispetto del referendum del 2011 contro la privatizzazione dell’acqua

9-  tutelare e valorizzare beni comuni e pubblici: il suolo e i paesaggi, ma anche le strutture per poter rendere effettivi i diritti alla casa, alla salute, allo studio, alle pari opportunità per uomini e donne

10-    potenziare ed orientare ricerca, istruzione e formazione verso la conversione energetica ed ecologica e verso il “diritto alla pace”.

Questo decalogo può benissimo rimanere una serie di slogan vuoti. Per passare a piani concreti, ai fatti, abbiamo bisogno del sincero contributo di mente e di cuore delle donne e degli uomini di buona volontà. E del riferimento a situazioni concrete, con tanto di bei numeri stimabili e calcolabili in operazioni ben precise di addizioni e sottrazioni sul bilancio dello Stato. Uno sforzo in questo senso, ad esempio, è stato fatto dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile durante gli “Stati generali dell’economia verde”, svoltisi a Rimini lo scorso novembre nell’ambito della Fiera “ECOMONDO”.  Il presidente Edo Ronchi ha proposto investimenti e misure per raddoppiare entro 5 anni l’attuale occupazione nei settori ambientali portandola a 6,5 milioni di unità.

I Disarmisti esigenti, con i loro partner WILPF, Accademia Kronos, Energia Felice, PeaceLink, pensano invece ad un più radicale gruppo di lavoro per l’occupazione verde-rosa. La proposta, ribadita durante l’assemblea di SI’-AMO LA TERRA (Roma 11 novembre 2018), è quella di convertire ad opere ambientalmente e socialmente utili (vedi decalogo sopra riportato) i 100 miliardi circa ricavabili dai risparmi sulla legge Gentiloni che individua 24 opere prioritarie nocive, dai tagli sulle spese militari incostituzionali (riarmo atomico a Ghedi ed Aviano, F35, MUOS...), dallo stop a nuovi oleodotti/gasdotti e pozzi petroliferi, dall'abolizione degli incentivi alle fonti fossili...

La WILPF Italia, con il suo progetto “PACE FEMMINISTA IN AZIONE”, dovrebbe garantire quell’innovativo approccio di genere capace di sviluppare proposte per un nuovo lavoro in una nuova società con le donne protagoniste.

La verità della Grande Rapina va sostituita alla narrazione fake della Grande Invasione

A dire il vero, guardando a come si è messa la politica italiana, sia di “cambiamento”, sia di “opposizione”, abbiamo l’impressione che, per quanto pieni di buona volontà, resteremo voci declamanti al vento: forse dovremmo, come italiani,  rimettere il cervello al primo posto perché con la pancia abbiamo già dato.

Sembra, nel nostro dibattito pubblico sconclusionato e del tutto surreale, che il principale problema da fronteggiare sia una inesistente “invasione degli immigrati” che ci condurrebbe ad una “sostituzione etnica e culturale”: l’Italia rischierebbe di diventare addirittura musulmana!

La risposta efficace, a detta di chi scrive, non è contrapporre al “cattivismo” dilagante un “buonismo” ebete ed a volte anche peloso dell’”accogliamo tutti perché noi siamo umani e gli altri no” (il giorno delle manifestazioni in cui indossiamo le magliette rosse, perché gli altri giorni si ritorna agli affari usuali).

La mia convinzione è che dobbiamo contrapporre alla falsa narrazione dell’invasione musulmana che staremmo subendo una capacità di ricondurre l’attenzione sui problemi veri che ci affliggono e bellamente ignoriamo, cioè ci fanno ignorare con le balle di distrazione di massa propinate a tutto spiano.

Ne elenco due.

La finanziarizzazione imperniata sul dollaro (l’euro è subalterno) insieme all’appropriazione da parte dei proprietari dei grandi mezzi di produzione del progresso tecnologico “digitale” hanno operato una grande redistribuzione della ricchezza dai redditi da lavoro a favore dell’1% già più facoltoso. Per fare un esempio, se si guadagnano 1.600 euro al mese, che pare sia lo stipendio medio in Italia, avendo perso, dal 2008 al 2018, un terzo del potere di acquisto grazie al trasferimento di ricchezza sopra richiamato (dati Banca d’Italia), ci si dovrebbe lamentare per i 2.400 euro che si dovrebbero percepire e invece non si percepiscono!

La narrazione della “Grande Invasione” dovrebbe, insomma, essere soppiantata dalla narrazione della “Grande Rapina” subita!

Questa Grande Rapina spiega, ad esempio, perché il vero problema dell’Italia non è la Grande Invasione, che non c’è, ma la Grande Emorragia dei giovani che scappano, specialmente dal Sud,  e scappano dalle province periferiche alle città e soprattutto all’estero!

Per farla breve, prendiamo per buone le cifre che spara il Ministro Salvini: abbiamo, in Italia, 5 milioni di stranieri e 500.000 clandestini, su una popolazione di 60,5 milioni di abitanti. Allora, entrano 150.000 stranieri l’anno, con tendenza alla diminuzione (quest’anno se ne prevedono solo poco più di 100.000, di cui 20.000 dal mare),  ma quanti sono gli italiani che abbandonano il loro paesello? Il Dossier Statistico Immigrazione 2017 elaborato dal centro studi e ricerche IDOS e Confronti registra che oggi gli emigrati italiani sono tanti quanti erano nell’immediato dopoguerra. In numero ufficiale, oltre 250.000 l'anno, di cui 150.000 con la valigia per l’estero.

A emigrare - sottolinea il report - sono sempre più persone giovani con un livello di istruzione superiore: 1/3 circa laureati. Un laureato che va all’estero è costato allo Stato italiano la bellezza di 200.000 euro per formarlo! Queste cifre, poi, udite udite!, dovrebbero essere aumentate di almeno di 2,5 volte perché, ad esempio, le cancellazioni anagrafiche rilevate in Italia rappresentano appena un terzo degli italiani effettivamente iscritti nei registri pubblici tedeschi e britannici!

Morale della favola, stiamo subendo, specialmente nel Meridione, da decenni, uno spopolamento intellettuale e giovanile, un vero e proprio dissanguamento, ed invece nei talk show televisivi non si fa che dibattere se respingere o accogliere quelli che a paragone potrebbero essere considerati quattro gatti!

Il Paese rapinato, devastato e vessato è quello che subisce in silenzio l’emorragia dei suoi giovani senza speranza incazzandosi invece in modo inconsulto contro gli immigrati che, per quanto “cattivi” –  gli spacciatori nigeriani al servizio della ‘Ndrangheta calabrese, ad esempio – possono fare un danno sicuramente sensibile ma tutto sommato modesto!

Quello che allora dovremmo fare è trovare le risorse per gli investimenti pubblici nell’economia verde anche dalla restituzione da parte dei ricchi felloni dell’1% e dei loro maggiordomi politici e professionali (il 10%) di quanto ci hanno sottratto.

Se ci preoccupiamo di restituire la speranza ai giovani di casa nostra avremo anche la credibilità per portare avanti il giusto discorso della solidarietà con gli immigrati. Magari ricordandoci che la libertà di circolazione e di residenza è un diritto umano fondamentale (art. 13 della Dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo, di cui ricorre quest’anno il 70esimo anniversario).

Quando proponiamo un muro contro lo straniero in realtà stiamo rinchiudendo noi stessi dentro una prigione che riteniamo fortezza difensiva: sono le nostre libertà e sono i nostri diritti a cui per paura rinunciamo e questo non dovremmo dimenticarlo. Mai e poi mai.

 

Le informazioni sulla notizia, che arricchiamo di ulteriori particolari, le riprendiamo da un articolo pubblicato su Pressenza (vai su: https://www.pressenza.com/it/2018/08/la-california-invia-una-importante-risoluzione-contro-le-armi-nucleari-al-presidente-degli-stati-uniti/)

Il nostro pezzo include un commento di Alfonso Navarra, portavoce dei Disarmisti esigenti e riporta anche il testo della risoluzione, con traduzione italiana.

La California invia una importante risoluzione contro le armi nucleari al Presidente degli Stati Uniti

La California invia una importante risoluzione contro le armi nucleari al Presidente degli Stati Uniti

(Foto di Wikimedia)

Il 28 Agosto scorso il Senato della California ha approvato, con 22 voti favorevoli contro 8, la risoluzione AJR 33  che invita il governo federale ad aderire al Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari (TPAN), a fare del disarmo nucleare la chiave di volta della politica di sicurezza nazionale e a guidare uno sforzo globale per prevenire la guerra nucleare.

Monique Limón, membro dell’Assemblea di Santa Barbara, ha presentato la Risoluzione mentre l'ha introdotta nel dibattito che ha preceduto il voto Bill Monning, già direttore esecutivo globale di IPPNW (International Physicians for the Prevention of Nuclear War).

Nella risoluzione si sottolinea che dal culmine della Guerra Fredda, gli Stati Uniti e la Russia hanno smantellato più di 50.000 testate nucleari, ma 15.000 di queste armi esistono ancora e rappresentano un rischio intollerabile per la sopravvivenza dell’Umanità.

La risoluzione ricorda anche che Il 95 per cento di queste armi sono nelle mani di Stati Uniti e Russia e che “l’uso anche di una minima parte di queste armi potrebbe causare devastazione climatica in tutto il mondo e carestia globale; per esempio, solo un centinaio di bombe a grandezza di Hiroshima, piccole per standard moderni, metterebbero almeno cinque milioni di tonnellate di fuliggine nell’atmosfera superiore e causerebbero interruzioni del clima in tutto il pianeta, riducendo la produzione di cibo e mettendo a rischio la fame di due miliardi di persone”.

Per questo la risoluzione promuove, oltre la firma del trattato, la “rinuncia all’opzione di usare prima le armi nucleari, ponendo fine all’autorità unica e incontrollata del Presidente di lanciare un attacco nucleare, togliendo alle armi nucleari USA lo stato di allerta, annullando il piano per sostituire l’intero arsenale con armi potenziate e perseguendo attivamente un accordo verificabile tra gli Stati dotati di armi nucleari per eliminare i loro arsenali nucleari”.

Il testo completo della risoluzione 33/2018 è disponibile al link: https://leginfo.legislature.ca.gov/faces/billTextClient.xhtml?bill_id=201720180AJR33

Una risoluzione 30/2018, votata in contemporanea, ha affrontato più direttamente i poteri presidenziali in materia di armi nucleari da limitare (vai su: https://leginfo.legislature.ca.gov/faces/billTextClient.xhtml?bill_id=201720180AJR30).

La California è lo Stato più popoloso degli Stati Uniti d’America con oltre 38 milioni di abitanti, ha un PIL che, se fosse a sé stante, varrebbe come quinta economia del Pianeta (2.700 miliardi di dollari); ed è sicuramente uno dei più influenti nella politica nazionale. E' sotto amministrazione democratica sotto la guida di Jerry Brown (ma in passato è stata anche guidata da repubblicani), ed oggi rappresenta una delle principali spine nel fianco della presidenza Trump: più volte la California si è messa alla testa di gruppi di Stati ostili alle politiche del governo centrale. L’ultimo caso ha riguardato una causa mossa da 18 Stati contro l’allentamento sui vincoli ambientali delle emissioni dei veicoli a motore, segno di un aspro duello destinato a protrarsi nel tempo.

Sino ad ora, il governo di Sacramento ha intentato ben 29 cause all’amministrazione federale per scelte politiche riguardanti non solo l’ambiente, ma anche temi quali l’assistenza medica, l’immigrazione, la gestione dei confini, la legalizzazione della marijuana e il rimpatrio dei figli dei clandestini.

Nelle politiche climatiche è l'esatto opposto delle posizioni negazioniste di Trump, che ha rigettato l'accordo di Parigi sul clima globale, tanto da aver partecipato alla COP 23 di Bonn, la conferenza ONU che si propone di contrastare il riscaldamento del Pianeta. Con l'approvazione di una nuova legge, lo Stato californiano, da sempre primo della classe negli Stati Uniti in questa materia, si è dato l'ambizioso obiettivo di tagliare le emissioni di CO2 del 40% entro il 2030. Per raggiungerlo dovrà accelerare ancora di più il processo di decarbonizzazione che già sta perseguendo.

Qui di seguito riportiamo un commento di Alfonso Navarra, portavoce dei Disarmisti Esigenti:

Il voto dello Stato della California, di sostegno al TPNW, sospinto dalla Campagna "Recediamo dal baratro", una coalizione più ampia della Rete ICAN, dimostra che i risultati sostanziali si ottengono con la capacità di lavoro effettiva, mentre non serve litigare per l'uso di sigle, per quanto prestigiose per carità, che poi, almeno qui in Italia, non si è in grado di gestire come iniziativa politica, soprattutto come iniziativa politica di base.
Sottolineo che un fronte importante di coinvolgimento da perseguire per il successo della nostra causa è il movimento per la giustizia climatica.
In questo senso va il testo base di mozione che abbiamo preparato per possibili iniziative parlamentari preparato dalla conferenza stampa "SIAMO TUTTI PREMI NOBEL CON ICAN" (e ribadito anche in altre iniziative effettuate nella sala stampa del Senato).
Questi i tre obiettivi fondamentali che avanza il nostro, condiviso, testo base di mozione:

1) firmare e ratificare il Trattato per l’interdizione giuridica degli ordigni nucleari, adempiendo anche per questa nuova via agli obblighi del Trattato di non proliferazione interpretati con uno spirito conforme alla nostra Costituzione;

2) adoperarsi nelle COP (Conferenze delle Parti) che proseguono il percorso per la giustizia climatica dell’accordo di Parigi, la prossima si terrà in Polonia a Katowice, dal 3 al 4 dicembre 2018, affinché sia integrato e potenziato il quadro giuridico che riconosca l’Umanità in quanto tale quale soggetto di diritti preminenti rispetto all’autodifesa degli Stati. Questo a partire dal principio di sopravvivenza che può essere assicurato anche per la via di ricomprendere, nel Patto per salvare il Pianeta, quanto sostenuto, in interpretazione convergente ed armonizzata, dalla Dichiarazione dei Diritti universali dell’Umanità e dalla Carta della Terra, sul diritto alla pace e sul diritto al disarmo nucleare

3) avviare, nell’immediato, un percorso che porti alla totale rimozione, da parte degli Stati Uniti, delle armi nucleari presenti nelle basi e/o transitanti nei porti italiani, essendo necessario che il nostro Paese sia coerente e credibile nel supportare la volontà manifestamente maggioritaria degli Stati di pervenire ad un mondo libero dalla minaccia della guerra nucleare, che è, in virtù degli scenari dell’inverno nucleare, anche minaccia di sconvolgimento ambientale e climatico.

Lo slogan "SIAMO TUTTI PREMI NOBEL PER LA PACE CON ICAN" è diventato anche una campagna da portare avanti con un canale dedicato su You tube, con videotestimonianze che invitano le associazioni antinucleari a diventare partner della Rete ICAN.
Segnaliamo in proposito gli interventi, oltre che del sottoscritto, di Alex Zanotelli, Moni Ovadia, Vittorio Agnoletto, Laura Tussi, Fabrizio Cracolici ed altre personalità ed attivisti nonviolenti.
Così come è avvenuto nella scorsa legislatura, l'istanza antinucleare può e deve essere riproposta a partire dallo scontro che occorre riaprire sulla revoca della partecipazione italiana al programma F-35, tenendo presente che l'opposizione al cacciabombardiere nucleare è stato anche uno dei cavalli di battaglia del M5S, forza oggi approdata al governo.
Personalmente sull'argomento sto lavorando ad un dossier che spero coinvolga altri soggetti tecnicamente competenti e legati alle esigenze del movimento di base.

Ricordo infine che in preparazione dell'incontro di domani (31 agosto 2018) Disarmisti Esigenti - No Guerra No NATO, c'è da pensare  come rilanciare e valorizzar il denso e preveggente comunicato che costituisce il Coordinamento per il disarmo nucleare.

Esso è pubblicato on line alla URL:  https://www.petizioni24.com/mobilitiamoci_per_ican
Qui di seguito il testo della risoluzione con successiva traduzione italiana

California Legislature Votes to Support U.N. Nuclear Weapon Ban Treaty

STATE OF CALIFORNIA JOINS LOS ANGELES, BALTIMORE, AND OTHER U.S. CITIES THAT HAVE ENDORSED THE “BACK FROM THE BRINK” CAMPAIGN TO PREVENT NUCLEAR WAR

Assembly Joint Resolution 33 – Full Text

WHEREAS, Since the height of the Cold War, the United States and Russia have dismantled more than 50,000 nuclear warheads, but 15,000 of these weapons still exist and pose an intolerable risk to human survival; and

WHEREAS, Ninety-five percent of these weapons are in the hands of the United States and Russia and the rest are held by seven other countries: China, France, Israel, India, North Korea, Pakistan, and the United Kingdom; and

WHEREAS, The use of even a tiny fraction of these weapons could cause worldwide climate disruption and global famine; for example, as few as 100 Hiroshima-sized bombs, small by modern standards, would put at least five million tons of soot into the upper atmosphere and cause climate disruption across the planet, cutting food production and putting two billion people at risk of starvation; and

WHEREAS, A large-scale nuclear war would kill hundreds of millions of people directly and cause unimaginable environmental damage and catastrophic climate disruption by dropping temperatures across the planet to levels not seen since the last ice age; under these conditions the vast majority of the human race would starve and it is possible we would become extinct as a species; and

WHEREAS, Despite assurances that these arsenals exist solely to guarantee that they are never used, there have been many occasions when nuclear armed states have prepared to use these weapons, and war has been averted only at the last minute; and

WHEREAS, Nuclear weapons do not possess some magical quality that prevents their use; and

WHEREAS, Former Defense Secretary Robert McNamara said, speaking about the Cuban Missile Crisis, “It was luck that prevented nuclear war,” yet our nuclear policy cannot be the hope that luck will continue; and

WHEREAS, As the effects of climate change place increased stress on communities around the world and intensify the likelihood of conflict, the danger of nuclear war will grow; and

WHEREAS, The planned expenditure of more than $1 trillion to enhance our nuclear arsenal will not only increase the risk of nuclear disaster but fuel a global arms race and divert crucial resources needed to assure the well-being of the American people and people all over the world; and

WHEREAS, There is an alternative to this march toward nuclear war: in July 2017, 122 nations called for the elimination of all nuclear weapons by adopting the Treaty on the Prohibition of Nuclear Weapons; now, therefore, be it

Resolved by the Assembly and the Senate of the State of California, jointly, That the Legislature urges our federal leaders and our nation to embrace the Treaty on the Prohibition of Nuclear Weapons and make nuclear disarmament the centerpiece of our national security policy; and be it further

Resolved, That the Legislature calls upon our federal leaders and our nation to spearhead a global effort to prevent nuclear war by renouncing the option of using nuclear weapons first, ending the President’s sole, unchecked authority to launch a nuclear attack, taking U.S. nuclear weapons off hair-trigger alert, canceling the plan to replace its entire arsenal with enhanced weapons, and actively pursuing a verifiable agreement among nuclear-armed states to eliminate their nuclear arsenals; and be it further

Resolved, That the Chief Clerk of the Assembly transmit copies of this resolution to the President and Vice President of the United States, to the Speaker of the House of Representatives, to the Minority Leader of the House of Representatives, to the Majority Leader of the Senate, to the Minority Leader of the Senate, to each Senator and Representative from California in the Congress of the United States, and to the Governor.

La traduzione

CONSIDERATO CHE, dal culmine della Guerra Fredda, gli Stati Uniti e la Russia hanno smantellato oltre 50.000 testate nucleari, ma 15.000 di queste armi esistono ancora e rappresentano un rischio intollerabile per la sopravvivenza umana; e

CONSIDERATO CHE il 95% di queste armi è nelle mani degli Stati Uniti e della Russia e il resto è detenuto da altri sette paesi: Cina, Francia, Israele, India, Corea del Nord, Pakistan e Regno Unito; e

CONSIDERANDO CHE, L'uso anche di una minima parte di queste armi potrebbe causare devastazione climatica in tutto il mondo e carestia globale; per esempio, solo un centinaio di bombe a grandezza di Hiroshima, piccole per standard moderni, metterebbero almeno cinque milioni di tonnellate di fuliggine nell'atmosfera superiore e causerebbero interruzioni del clima in tutto il pianeta, riducendo la produzione di cibo e mettendo a rischio la fame due miliardi di persone ; e

CONSIDERANDO che una guerra nucleare su vasta scala ucciderebbe direttamente centinaia di milioni di persone e causerebbe danni ambientali inimmaginabili e catastrofiche perturbazioni climatiche facendo cadere le temperature attraverso il pianeta a livelli non osservabili dall'ultima era glaciale; in queste condizioni la stragrande maggioranza della razza umana morirebbe di fame ed è possibile che saremmo estinti come una specie; e

CONSIDERANDO che, nonostante le assicurazioni che questi arsenali esistono esclusivamente per garantire che non vengano mai usati, ci sono state molte occasioni in cui gli Stati dotati di armi nucleari si sono preparati ad usare queste armi, e la guerra è stata evitata solo all'ultimo minuto; e

CONSIDERATO CHE le armi nucleari non possiedono alcune qualità magiche che ne impediscono l'uso; e

CONSIDERANDO che l'ex segretario alla Difesa Robert McNamara ha detto, parlando della crisi missilistica cubana, "è stata una fortuna che ha impedito la guerra nucleare", ma la nostra politica nucleare non può essere la speranza che la fortuna continui; e

CONSIDERANDO CHE, poiché gli effetti dei cambiamenti climatici aumentano lo stress sulle comunità di tutto il mondo e intensificano la probabilità di conflitto, il pericolo di una guerra nucleare aumenterà; e

CONSIDERANDO che la spesa programmata di oltre 1 trilione di dollari per potenziare il nostro arsenale nucleare non solo aumenterà il rischio di disastri nucleari ma alimenterà una corsa agli armamenti a livello mondiale e devierà le risorse cruciali necessarie per assicurare il benessere del popolo americano e delle persone di tutto il mondo; e

CONSIDERANDO, C'è un'alternativa a questa marcia verso la guerra nucleare: nel luglio 2017, 122 nazioni hanno chiesto l'eliminazione di tutte le armi nucleari adottando il Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari;

per questi motivi viene deliberato

dall'Assemblea e dal Senato dello Stato della California, congiuntamente, di esortare i nostri leader federali e la nostra nazione ad abbracciare il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari e rendere il disarmo nucleare il fulcro della nostra politica di sicurezza nazionale; e viene ulteriormente deliberato di invitare i nostri leader federali e la nostra nazione a guidare uno sforzo globale per prevenire la guerra nucleare, rinunciando all'opzione di usare prima le armi nucleari, ponendo fine all'autorità unica e incontrollata del Presidente di lanciare un attacco nucleare, togliendo alle armi nucleari USA lo stato di allerta, annullando il piano per sostituire l'intero arsenale con armi potenziate e perseguendo attivamente un accordo verificabile tra gli Stati dotati di armi nucleari per eliminare i loro arsenali nucleari;

e viene infine deliberato

che il Direttore di Stato dell'Assemblea trasmette copie di questa risoluzione al Presidente e Vicepresidente degli Stati Uniti, al Presidente della Camera dei Rappresentanti, al Capo della Minoranza della Camera dei Rappresentanti, al Leader di maggioranza della Senato, al leader delle minoranze del Senato, a ciascun senatore e rappresentante della California al Congresso degli Stati Uniti e al Governatore dello Stato.

La fissazione segreta di Winston Churchill nel 1947, subito dopo la guerra, quando ancora l’Unione sovietica non disponeva dell’atomica?  un attacco nucleare preventivo per “decapitare” il governo di Mosca e annientare il "comunismo" di Stalin!

È quanto emerge da un memorandum dell’Fbi ora declassificato, e pubblicato nel libro When Lions Roar* (*vai al link http://www.dailymail.co.uk/news/article-2826980/Winston-Churchill-s-bid-nuke-Russia-win-Cold-War-uncovered-secret-FBI-files.html) del giornalista Thomas Maier.

Il piano di Churchill era quello di fare leva sul senatore repubblicano Styles Bridges per convincere l'allora presidente Usa, Harry Truman, a scatenare l’olocausto nucleare sui sovietici, così come aveva già fatto sui giapponesi bombardando Hiroshima e Nagasaki. 

Londra temeva un attacco nucleare sovietico e suggeriva agli USA di muoversi preventivamente

Nel 1947 Churchill era molto ascoltato ma non più primo ministro dalla fine della Seconda guerra mondiale. Come si ricorderà, pur avendo vinto la guerra, Churchill fu bocciato dagli elettori che preferirono i laburisti pur avendo riconosciuto il suo ruolo “eroico” nell'animare e governare la resistenza ad Hitler. Tornerà infatti a Downing Street solo nel 1951. Questo benchè nel 1946 pronunciasse uno dei suoi discorsi più celebri, affermando che una “cortina di ferro” era scesa sull’Europa. Era iniziato il confronto tra Est ed Ovest che passerà alla storia come Guerra Fredda. E Churchill voleva proprio evitare il prolungarsi di un conflitto e soprattutto il rischio che Mosca, una volta in possesso dell’atomica, scatenasse un attacco su vasta scala contro gli Stati Uniti. Lo statista temeva più di tutto l’espansione del comunismo. Ed a quei tempi Bertrand Russell era della sua stessa opinione, schierato in prima linea per la necessità del Patto atlantico “al fine di preservare realisticamente la pace”!

Nel 1949 l’Urss riuscì a farsi la Bomba

Sempre in questa nota dell’Fbi apprendiamo che Churchill fosse intenzionato a liberarsi di Stalin colpendo direttamente il Cremlino. Era anche disposto a far morire per il suo piano migliaia di cittadini sovietici che l'attacco, possiamo dirlo col senno di poi, avrebbe polverizzato e/o radioattivizzato molto più massicciamente, a milioni. «Lo statista vedeva un attacco nucleare come una qualsiasi altra arma convenzionale, fino a quando realizzò che ci sarebbe stata molta più devastazione con l’atomica», ha spiegato Maier nel suo libro. Quando infatti tornò al governo, Churchill non presentò più il suo progetto di colpire la capitale russa. Anche perché ormai i sovietici avevano tutti i mezzi per rispondere nuclearmente ad un attacco nucleare…

Io stesso sono venuto in possesso, rinvenendoli per caso su bancarelle a Milano, di libri "inglesi" del 1948 e del 1949, che ho potuto studiare, costatando chel'impostazione base era comparare l'uso di armi nucleari ai bombardamenti strategici "a tappeto", considerati come risorsa militare dalla funzione analoga.

Non si era allora consapevoli dell'inquinamento radioattivo, così come adesso è praticamente ignorato il problema dell'inverno nucleare.

Forse fu Hiroshima l'inizio della Guerra Fredda

Cito in particolare “Conseguenze politiche e militari dell'energia atomica”, Einaudi, Torino, 1949,l scritto da un consulente del governo britannico, Patrick Maynard Stuart Blackett, che , en passant, era stato insignito nel 1948 del Premio Nobel per la fisica ed era politicamente laburista.

A Blackett risale una ipotesi molto interessante che personalmente ritengo più che verosimile, vera: l'uso dell'arma atomica a Hiroshima e Nagasaki bisognava considerarlo piuttosto come il primo atto della guerra fredda che come l'atto conclusivo della seconda guerra mondiale. La bomba, accelerando la capitolazione del Giappone avrebbe prevenuto l'attacco sovietico in Manciuria ovvero, quantomeno, ne avrebbe limitato gli effetti. In ogni caso l'impiego dell'arma atomica sarebbe stato un non molto velato monito per l'Unione Sovietica, che da alleato in guerra si andava mutando in avversario in pace.

Il “Leone britannico non poteva colpire direttamente ma neanche gli USA allora erano in grado di cancellare totalmente l'URSS

E' opportuno ripetere e sottolineare che nel 1949 il Regno Unito non poteva attaccare nuclearmente perché non disponeva di bombe atomiche: solo nel 1952 realizzò il suo primo test nucleare. La deterrenza nucleare britannica oggi viaggia su oltre 200 testate ed è totalmente organizzata in mare, con sottomarini e portaerei nucleari dislocate nell’Oceano Atlantico.
Il “Leone britannico” poteva, a quei tempi, solo incitare gli Stati Uniti a colpire, non colpire in prima persona. Dobbiamo per di più tenere presente che nel 1949, ed a maggior ragione nel 1947, la potenza nucleare a stelle e strisce non era in grado di “cancellare” l'URSS, disponendo (cifre governative elaborate con l'apporto di Kristensen che trovi su: 
https://rense.com/general47/global.htm) di poco più di 200 testate trasportabili sull'obiettivo mediante insicuri ed intercettabili bombardieri: la tecnologia dei missili balistici intercontinentali, in fondo erede delle V2 di Hitler, per quanto riguarda gli americani, partì con gli Atlas nel 1957.
L'URSS divenne potenza nucleare nel 1949  ma, ad esempio, nel 1951 possedeva solo 15 bombe nucleari al plutonio.
Per quanto riguarda la risposta pacifista alla minaccia atomica, possiamo caratterizzarla con tre grandi ondate di coinvolgimento dell'opinione pubblica (al momento possiamo parlare di sua “letargia”, come la definisce Luigi Mosca: l'ottimismo dei sondaggi commissionati dalla stessa ICAN dovrebbe fare i conti con il "peso" che gli interrogati attribuiscono all'argomento).
La prima ondata fu quella dei Partigiani della Pace, contro, appunto, l'ipotesi di un'invasione dell'URSS subito dopo la fine della seconda guerra mondiale.
La seconda ondata è quella dell'appello Russell-Einstein, che portò all'inizio degli anni '60 (nel 1963 per la precisione) a vietare i test nucleari nell'atmosfera: occhio non vede, cuore non duole.
La terza ondata è quella dell'opposizione agli euromissili: nel 1987 ottenne, con gli accordi tra Reagan e Gorbachev ed i successivi nagoziati, il più grande disarmo quantitativo della Storia. Frutto anche di grandi mobilitazioni popolari – va sottolineato – e non solo di affiancamenti e pressioni diplomatiche dentro il Palazzo di Vetro.
C'è bisogno – credo - di una preoccupazione seria perché monti una quarta ondata per il disarmo nucleare: forse la stura può essere data dal prossimo, probabile conflitto tra Israele e Iran.

Alfonso Navarra – coautore, con Mario Agostinelli e Luigi Mosca, de “La follia del nucleare, come uscirne con la Rete ICAN

Prefazione di Alex Zanotelli

Introduzione di Laura Tussi e Fabrizio Cracolici

Una postilla di Patrick Boylan

Sì, nel 1947 Churchill (che non possedeva ancora la bomba atomica) spingeva Truman ad usare le sue bombe atomiche per colpire il Cremlino ed eliminare Stalin in un istante -- insieme a milioni di moscoviti e di cittadini russi nelle città intorno a Mosca, ma questo per Winston era evidentemente una bazzecola. Truman rifiutò.

Già trent'anni prima questo signore, che un film recente ci presenta come "eroe" e che incarnava il conservatorismo britannico più ferocemente anticomunista, aveva cercato di fermare la rivoluzione bolscevica in Russia subito dopo la presa di potere di Lenin nel 1917, proponendo un attacco massiccio, con ricorso a gas letali, contro l'armata rossa. E, effettivamente, inviò 50.000 bombe chimiche (ovverosia le nuovissime bombe "M", appositamente create per l'occasione) alle forze aeree britanniche dislocate sulla frontiera russa, le quali subito iniziarono la "liberazione" dai bolscevichi dei villaggi russi situati dall'altra parte della frontiera, colpendoli ripetutamente con le bombe "M". (Naturalmente, insieme ai bolscevichi, morirono anche gli abitanti civili di quei villaggi ma, che volete, per battere il comunismo questo e altro.)

In pratica, dunque, il primo uso militare di gas letale, in assoluto, non va attribuito alle forze armate italiane in Africa durante il fascismo, come spesso si fa, bensì alle civilissime forze armate britanniche nel lontano 1919.

Purtroppo per Churchill (e meno male per l'umanità), gli scienziati britannici che hanno inventato le bombe "M" non avevano tenuto sufficientemente conto delle condizioni climatiche della Russia e quindi le bombe si rivelarono meno efficaci del previsto e furono ritirate. Ma attenzione: non ritirate in Gran Bretagna, bensì buttate nel mare russo al largo di Severodvinsk -- e stiamo parlando di decine di migliaia di bombe chimiche -- dove giacciono ancora oggi.

https://www.theguardian.com/world/shortcuts/2013/sep/01/winston-churchill-shocking-use-chemical-weapons

Beati i popoli che non hanno avuto eroi come Churchill!

 

Appello alla mobilitazione generale per portare il nostro paese e l'Europa intera, all'adesione al Trattato di interdizione di ogni ordigno nucleare approvato dall'ONU nel luglio 2017; per dare peso al Premio Nobel per la Pace conseguito da ICAN, in base alla azione svolta per questo risultato da centinaia di associazioni della società civile e di paesi interi; per dare senso alla ratifica dello stesso trattato , immediatamente sottoscritta dallo Stato del Vaticano; per raggiungere rapidamente le 50 ratifiche (di Stati Nazionali) che renderanno operativo il trattato con le relative responsabilità anche di carattere penale per stati e singoli governanti, che non rispettassero il Trattato medesimo. Per tutto questo riteniamo che non ci possano essere dubbi nel creare anche nel nostro paese il più ampio , esteso, eterogeneo ma concreto schieramento per il coordinamento italiano per ICAN. L'invito è a firmare e diffondere con tutti i mezzi a disposizione questo comunicato.

 

" Riteniamo un fatto positivo la costituzione del Coordinamento delle associazioni di ICAN in Italia e per questo auspichiamo che lo scopo sia l'allargamento il più ampio possibile a chi ne voglia far parte, ritenendo indispensabile a questo proposito chiarire alcune cose per perseguire gli obiettivi su basi comunque qualificate, coerenti .

E' nostra convinzione che il Coordinamento delle associazioni aderenti e supportanti ICAN Italia debba:

1) essere libero da ogni condizionamento, aperto nelle adesioni e rispettoso delle scelte di soggetti che decidessero di restarne fuori (per qualsiasi loro legittimo motivo); l'unità non è una obbligatoria e formalistica adesione, ma il frutto di dialogo permanente e di esperienza comune di lavoro per un fine che viene dichiarato comune.

2) Svolgere un lavoro comune per ottenere la ratifica da parte dell'Italia del Trattato di interdizione delle armi nucleari sia come lavoro di sensibilizzazzione dell'opinione pubblica, sia nel denunciare liberamente i limiti oggettivi, gli ostacoli e i veri e propri sabotaggi che su questa strada realizzano a) La Nato con il suo esplicito rifiuto e obbligo per i suoi aderenti a boicottare la ratifica del Trattato; b) l'eventuale mancata campagna per  "la denuclearizzazione unilaterale"(Vedi Sud Africa) che invece ha caratterizzato la lotta di base e che richiede l'immediata rimozione delle atomiche USA  (anche per coerenza giurisdizionale col TNP ); c) l'eliminazione del rischio radioattivo per l'uso promiscuo dei porti sia quelli utilizzati stabilmente dalla VI Flotta Americana, da poco affiancata nel Tirreno da una nuova Portaerei Americana, sia per transiti momentanei  di navi dotate o portatrici di ordigni nucleari; d) Il riarmo in corso (nuove B61-12, F35 e addestramento di piloti italiani all'uso di queste armi potenzialmente atomiche) e la partecipazione illegale ed illegittima del nostro paese a guerre con marcato significato neocoloniale  e spacciate per umanitarie e sicuramente all'origine di milioni di profughi senza casa, senza lavoro, senza terra che si stanno riversando nel Mediterraneo.

3)Portare avanti un lavoro comune anche con movimenti ecologisti e resistenti al cambiamento climatico nonchè tutti quei movimenti sociali e sindacali che lottano per il superamento delle diseguaglianze per la giustizia sociale, in quanto parte integrante della rivoluzione pacifica, disarmista, antimilitarista che vorremmo realizzare.

E' per questo che ci dobbiamo sentire liberi di "toccare la Nato" laddove si presenta come principale ostacolo ai nostri obiettivi antinucleari; liberi di poter nominare le guerre in corso come potenziale effettivo pericolo di degenerazione nucleare; liberi soprattutto di valorizzare e di considerare nostro comune patrimonio gli obiettivi, la sensibilità e le esigenze di tante lotte di base (pensiamo soltanto alle servitù militari "assassine" della Sardegna o alle servitù strategiche proprio per l'uso di armi nucleari delle basi non nucleari americane in Sicilia) che non rappresentano affatto delle deviazioni o una perdita di tempo, ma l'aggancio alla realtà popolare operativa per la nostra campagna per l'ottenimento della ratifica del TPAN.

Noi abbiamo già sperimentato una positiva unità d'azione anche relativamente alla pressione nei confronti del livello istituzionale e che col nuovo Parlamento ed il nuovo Governo dovremo recuperare rapidamente e  completamente, redigendo insieme testi base che poi sono diventati mozioni sia alla Camera che al Senato, mozioni che conseguentemente abbiamo presentato in conferenze stampa unitarie, in cui abbiamo parlato tutti; iniziative tutte registrate, ad esempio, dal sito di una importante radio nazionale.

Abbiamo anche sperimentato, in questa esperienza di lavoro comune, un metodo democratico e partecipativo: ogni lettera, comunicato, presa di posizione a nome di tutti è stata sempre sottoposta alla conoscenza e all'approvazione preventiva. 

Così ci siamo comportati e così il nuovo Coordinamento italiano per ICAN Italia riteniamo debba comportarsi.

a nome delle organizzazioni:

Disarmisti Esigenti (Alfonso Navarra)

No Guerra NO NATO  (Giuseppe Padovano)

Accademia Kronos (Oliviero Sorbini)

ANPI di Nova Milanese (Fabrizio Cracolici)

Il Sole di Parigi – (Giuseppe Farinella)

Città Verde - (Adriano Ciccioni)

Tavola della Pace Val di Cecina (Jeff Hoffmann)

Adesioni personali:


Franco Dinelli (Pax Christi – commissione internazionale)

Laura Tussi (redazione di Peacelink)

Per sottoscrivere:

https://www.petizioni24.com/mobilitiamoci_per_ican

Un gruppo composto da esperti mondiali nel campo del disarmo nucleare ha lavorato con ICAN (la Campagna internazionale per la messa al bando delle armi nucleari) per elaborare un piano per completa denuclearizzazione della Penisola Coreana: i membri del gruppo sono giunti alla conclusione che la soluzione migliore sia quella di prevedere un percorso nel quadro giuridico dei trattati internazionali esistenti.
ICAN, vincitrice del Premio Nobel per la Pace 2017 per la ragione di aver promosso il disarmo nucleare tramite un trattato internazionale, lo ha presentato  in una conferenza stampa svoltasi a Singapore : la sua “Roadmap per la Denuclearizzazione della Penisola Coreana”, ha anticipato di un giorno l’incontro tra Kim Jong-un e Donald Trump, svoltosi il 12 giugno 2018.
Il Piano ICAN inizia con l’affermazione che è fondamentale riconoscere la terribile perdita di vite umane e immane sofferenza che sarebbero causate da un qualsiasi uso di armi nucleari. Gli esperti concordano che anche un limitato scambio di armi nucleari sulla Penisola Coreana consisterebbe nella detonazione di almeno 30 testate nucleari con enorme perdita di vite umane, con danni ambientali di tipo cataclismatico nella Corea del Sud come in quella del Nord, e in tutta la regione dell’Asia nordorientale. La soluzione della crisi esigerebbe che tutte le parti esprimano il loro rifiuto totale delle armi nucleari  e aderiscano al Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari (TPNW).
La Roadmap di ICAN delinea una soluzione in cinque passi per l’effettiva denuclearizzazione della Penisola Coreana. Gli Stati devono: riconoscere l’inaccettabile rischio umanitario posto dalle armi nucleari: rifiutare quelle armi con l’adesione al TPNW; rimuovere le armi esistenti seguendo un piano con azioni verificabili e scadenze concordate; ratificare il Trattato Comprensivo per la messa al bando delle Sperimentazioni (CTBT); e rientrare nel consesso della Comunità internazionale tramite il Trattato di Non Proliferazione (TNP). “Il quadro giuridico dei trattati internazionali in vigore rappresenta l’unica soluzione che possa far diventare permanente la denuclearizzazione in Corea,” ha affermato Beatrice Fihn, Direttrice Esecutiva di ICAN. “Si è parlato poco dei possibili contenuti di un accordo. Questa nostra Roadmap offre la risposta alla domanda fondamentale alla base dei negoziati: come si può realizzare una denuclearizzazione della Corea del Nord e della Corea del Sud che avvenga in maniera verificabile, irreversibile, e che duri nel tempo?
Il Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari rappresenta il fulcro di questo piano ICAN; con l’adesione al Trattato, la Repubblica Popolare Democratica di Corea (DPRK) avrebbe l’obbligo di cessare immediatamente ogni azione di sviluppo, produzione e fabbricazione di armi nucleari. Sarebbe altresì obbligata a cancellare il proprio programma nucleare militare, a far rientrare in vigore l’accordo che prevede il rispetto delle salvaguardie imposte dall’AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica) , nonché concordare e attuare un Protocollo Aggiuntivo con l’AIEA.
Il piano chiede che anche la Repubblica di Corea (Corea del Sud), sul cui territorio non esistono più armi nucleari dai primi anni 1990, attui una denuclearizzazione. La Corea del Sud deve formalmente rifiutare il programma statunitense di deterrenza nucleare estesa, il cosiddetto ombrello nucleare, e garantire in tal modo che non vengano mai utilizzate le armi nucleari per suo conto. Ciò non richiederà modifiche dei trattati esistenti tra USA e Corea del Sud, e l’attuale sistema di “ombrello nucleare” potrà benissimo essere trasformato in un generico “ombrello di sicurezza”. Da parte loro gli Stati Uniti d’America possono compiere un passo pratico verso la denuclearizzazione finalmente mantenendo fede a un impegno già preso da molto tempo: ratificare il CTBT. La Corea del Nord e la Cina hanno sempre affermato che, una volta ratificato dagli USA, anche loro ratificherebbero il CTBT. E come atto finale di questo piano, ICAN chiede agli USA e a tutti gli Stati di firmare e ratificare il Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari per unirsi ai 122 Stati che lo hanno adottato alle Nazioni Unite nel luglio scorso, affinché tutti insieme possiamo giungere alla messa al bando globale delle armi nucleari.
Sintesi del piano di ICAN:
1. Riconoscere il rischio dell’uso di armi nucleari e le inaccettabili conseguenze umanitarie di un tale uso.
2. Rifiutare le armi nucleari aderendo al Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari (TPNW).
3. Rimuovere le armi nucleari, in base a un piano per il disarmo verificabile e irreversibile.
4. Ratificare il CTBT e garantire la verifica degli obblighi assunti tramite il CTBTO.
5. Rientrare nella Comunità mondiale e nel Trattato di Non Proliferazione.
Il documento completo – Korean Peninsula Denuclearization Framework – si trova qui:

Diritti dell'Umanità e Carta della Terra: una complementarietà che può portare acqua al mulino del disarmo nucleare (e della preliminare Campagna per l'abolizione delle armi nucleari)

di Alfonso Navarra – Disarmisti Esigenti (www.disarmistiesigenti.org)

La “Dichiarazione dei Diritti dell'Umanità”, ad avviso di chi scrive un decisivo progresso di impostazione culturale del diritto internationale, doveva essere allegata all'accordo di Parigi sul clima (12 dicembre 2015), ma non fu messa ai voti perché l'allora presidente francese François Hollande disgraziatamente la considerò "divisiva".

C'era un riferimento, evidentemente controverso (e contrastato dalle potenze nucleari, di cui fa parte la Francia) alle armi di sterminio di massa che fu oltretutto cassato dal draft.

Ma anche con questo taglio a Parigi si preferì sorvolare su un voto comunque scomodo per concentrarsi sul compromesso che avrebbe portato l'unanimità degli Stati ad aderire all'obiettivo concordato di limitare il riscaldamento globale a +2°C (possibilmente +1,5°C) rispetto ai livelli preindustriali entro fine secolo.

L'iniziativa sulla Dichiarazione, grazie all'ex ministro dell'ambiente francese Corinne Lepage, che ne era la promotrice ed animatrice, però prosegue: è forse possibile oggi qualificarla e rinforzarla ulteriormente nel rapporto con la Carta della Terra, un precedente progetto di presa di posizione etica, che può essere considerato un documento complementare nel suo puntare a costruire una giusta, sostenibile e pacifica società globale, attraverso una responsabilizzazione universale "per il benessere di tutta la famiglia umana, della grande comunità della vita e delle generazioni future".

L’obiettivo dei promotori della “Dichiarazione dei diritti dell'Umanità” è quello di diffonderla e di farla firmare a istituzioni, enti locali, associazioni, ma anche singoli individui. Nel momento in cui avrà raggiunto un numero considerato adeguato di sottoscrizioni, sarà presentata alle Nazioni Unite per chiederne il riconoscimento ufficiale. 

Stiamo parlando di una presa di posizione etico-culturale, senza che questa caratterizzazione voglia essere in qualche modo diminutiva: non quindi di una convenzione giuridica con carattere vincolante per gli Stati che la adottano. Non si pone dunque il problema di sanzionare chi viola i diritti affermati. Però non viene nemmeno escluso che la Dichiarazione debba essere vista come un momento propedeutico per una futura Convenzione giuridica.

Leggiamo sul sito ufficiale https://droitshumanite.fr/DU/: “Questo è un primo passo, come la Dichiarazione dei diritti del fanciullo trent'anni fa, che ha dato origine alla Convenzione sui diritti dell'infanzia vent'anni dopo. Allo stesso modo, la Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo del 1948 non è che una dichiarazione, ma ha permeato il nostro diritto per mezzo secolo.

Non si tratta, allora, di sostituire i testi esistenti, ma di costruire un testo complementare che stabilisca diritti e doveri che non sono più individuali ma collettivi.

Questa dichiarazione propone tra l'altro di creare un'interdipendenza tra le specie viventi, per garantire il loro diritto all'esistenza e il diritto dell'umanità a vivere in un ambiente sano ed ecologicamente sostenibile”.

La Dichiarazione si fonda sul concetto, incredibilmente non riconosciuto dal diritto internazionale odierno, che tratta solo di Stati, di persone e di popoli, di “umanità”, riprendendo quello di “famiglia umana“, già adottato dalla “Dichiarazione dei diritti umani dell’Onu”, del 10 dicembre 1948.  

Il testo è costituito da 16 articoli basati su quattro principi: la solidarietà tra le generazioni, la dignità dell’uomo, la sopravvivenza dell’umanità, la non-discriminazione in base all’appartenenza a una generazione. Oltre a questo, prevede sei diritti e sei doveri dell’umanità.

La Carta della Terra, chiamata in causa dalla Dichiarazione che focalizza il diritto per tutti a vivere in condizioni di sostenibilità ambientale, si mostra a sua volta consapevole dell'esistenza di un soggetto collettivo umano universale, ma ancora non lo inquadra come fattispecie giuridica.

E' opportuno ricordare che la Carta della Terra, promossa oggi dall'organizzazione non governativa Earth Charter Initiative (si vada sul sito: www.earthcharter.org/ ), ebbe origine nel 1987, quando la Commissione mondiale delle Nazioni Unite su sviluppo e ambiente raccomandò la stesura di una nuova Carta che guidasse la transizione verso lo sviluppo sostenibile. Nel 1992, in occasione del Summit della Terra di Rio de Janeiro, l'allora Segretario Generale Boutros Boutros-Ghali sollecitò nuovamente la stesura della Carta, perchè quanto emerso dalla Conferenza ONU non fu da lui ritenuto adatto. Nel 1994, Maurice Strong e Mikhail Gorbachev, rilanciarono la Carta della Terra come iniziativa della società civile, con l'ausilio del governo olandese.

La stesura della carta avvenne mediante un processo di consultazione mondiale durato 6 anni (1994-2000), sotto la supervisione di una Commissione Carta della Terra indipendente, istituita da Strong e Gorbachev. La Commissione svolge tuttora il ruolo di amministratore del testo della Carta della Terra. Il testo finale della Carta della Terra venne approvato nel marzo 2000 durante il meeting internazionale della Commissione della Terra presso il quartier generale dell'UNESCO, a Parigi ed è appunto l'UNESCO il principale sponsor istituzionale del documento. Il documento tutto sommato non è molto lungo, è diviso in 4 sezioni (definiti pilastri) che enunciano 16 princìpi fondamentali contenenti 61 articoli.

Riepiloghiamo i “4 pilastri”: 1) Rispetto e cura per la Comunità della Vita; 2) Integrità ecologica; 3) Giustizia economica e sociale; 4) Democrazia, nonviolenza e pace.

La Dichiarazione dei diritti dell'Umanità richiama esplicitamente la Carta della Terra, nel punto 5 del preambolo e nel punto 4 si riferisce al processo che da Rio 1992 ha portato a Parigi 2015.

Sia la Dichiarazione dei diritti dell'Umanità sia la Carta della Terra, per molte parti sovrapponibili, dovrebbero logicamente condurre alla proibizione giuridica delle armi nucleari quale passo indispensabile per la loro eliminazione.

Nella Dichiarazione viene affermato il “principio della sopravvivenza” che dovrebbe “garantire la salvaguardia e la tutela dell'Umanità e della Terra”, ovviamente da tutto ciò che li pone a rischio.

Vi è, nella Dichiarazione, l'articolo 9 che parla di “diritto alla pace”: in particolare, “alla risoluzione pacifica delle controversie e alla sicurezza umana, sul piano ambientale, alimentare, sanitario, economico e politico. Tale diritto riguarda, in particolare, la protezione delle generazioni future dal flagello della guerra”.

Questo “principio della sopravvivenza”, messo a rischio dalla guerra, ed in particolare dalla guerra nucleare, che dovrebbe essere assicurato dal “diritto alla pace”, potrebbe essere meglio compreso e specificato con il punto 16 della Carta della Terra, sviluppato entro il “pilastro della democrazia, della nonviolenza e della pace”:

Promuovi una cultura della tolleranza, della non violenza e della pace:

a. Incoraggiando e sostenendo la comprensione reciproca, la solidarietà e la cooperazione tra i popoli, all’interno e fra le nazioni.

b. Attuando strategie ampie per evitare i conflitti violenti ed utilizzando la risoluzione collaborativa dei problemi per gestire e risolvere conflitti ambientali e altre dispute.

c. Smilitarizzando i sistemi di sicurezza nazionale al livello di un atteggiamento di difesa non provocativa e riconvertendo le risorse militari a scopi di pace, compresa la bonifica ambientale.

d. eliminando gli armamenti nucleari, biologici e tossici e le altre armi di distruzione di massa.

e. Assicurandosi che i supporti orbitali e spaziali vengano utilizzati soltanto ai fini della tutela dell’ambiente e della pace.

f . Riconoscendo che la pace è l’insieme creato da relazioni equilibrate ed armoniose con se stessi, con le altre persone, con le altre culture, con le altre vite, con la Terra e con quell’insieme più ampio di cui siamo tutti parte”.

Michail Gorbachev, la ex ministro Lapage, i dirigenti UNESCO, i  promotori del Trattato di proibizione delle armi nucleari, potrebbero, su una base di principi e di obiettivi ampiamente comuni, riflettere su "minaccia nucleare e minaccia climatica", convergenti nel porre a rischio la sopravvivenza della specie e dell'ecosistema globale; ed in particolare su come l'effetto non considerato dell'”inverno nucleare” (così come l'inquinamento radioattivo non era valutato all'alba dell'”era atomica”) trasformi gli ordigni "atomici" in armi di distruzione climatica.

In qualche modo dovremmo far rientrare nel "percorso" ecologico di Parigi quello che a suo tempo Hollande fece espellere in quanto “fuori tema” pacifista: il diritto dell'Umanità al disarmo nucleare, e con una urgenza ed una cogenza che siano all'altezza del livello effettivamente “apocalittico” della minaccia.

L'inverno nucleare è lo scenario, di cui, tra gli altri, fu pioniere il famoso astrofisico Carl Sagan, che, leggiamo su Wikipedia, “conseguirebbe ad una ipotetica guerra termonucleare di estensione mondiale tra potenze, come la Russia, gli Stati Uniti, la Cina, la Francia, la Gran Bretagna e altri paesi in possesso di un arsenale di armamenti atomici dal potenziale distruttivo su scala globale”.

Gruppi di scienziati hanno elaborato nel corso degli anni diverse teorie riguardanti questo fenomeno: si sono basati  innanzitutto sugli effetti riscontrati durante le esplosioni atomiche avvenute a Hiroshima e Nagasaki (in Giappone) sul finire della Seconda Guerra Mondiale, poi sui vari esperimenti nucleari portati a termine da molti stati nel periodo post-bellico e della Guerra fredda; infine sugli effetti collaterali del disastro di Chernobyl.

La guerra nucleare andrebbe a formare, in virtù dei venti, delle particelle di materia carbonizzata, delle polveri radioattive e di qualsiasi altra sostanza in grado di alzarsi nell'aria, una barriera impermeabile ai raggi solari che farebbe crollare le temperature nell'atmosfera. La combinazione tra le temperature gelide, l'oscurità permanente e le radiazioni dovute alle esplosioni atomiche produrrebbero sconvolgimenti climatici tali da pregiudicare la sopravvivenza delle specie animali e vegetali e provocare effetti devastanti anche sullo strato di ozono.

L'inverno nucleare deriverebbe dalla produzione di polveri fini in conseguenza dell'esplosione di testate nucleari su obiettivi civili (e quindi non sui mari o nei deserti come durante i test atomici).

Lo scenario di impiego massiccio delle armi poggia sul fatto che al momento delle esplosioni un moto convettivo (il fungo atomico) trasporta rapidamente tutte le polveri verso strati più alti.

Spiega sempre Wikipedia: “Questo dovrebbe creare una uniforme nube di polvere e cenere radioattiva sospesa nell'aria fra i 1000 e i 2000 metri da terra. La nube accumulerebbe l'energia solare e farebbe salire le temperature degli strati della tropopausa e alta troposfera fino a 80 °C mentre la superficie della Terra rimarrebbe protetta dai raggi solari e si raffredderebbe in media di 40 °C”. Scusate se è poco!

Vi sono anche scenari di impiego più contenuto di armi “atomiche” che vanno sotto il titolo di “guerra nucleare locale”: vedi articolo de Le Scienze (marzo 2010), autori Alan Robock e Owen Brian Toon.

Questo il sottotitolo del pezzo: “Ci si preoccupa dei rapporti tra Stati Uniti e Russia, ma una guerra nucleare regionale tra India e Pakistan potrebbe offuscare il Sole e affamare buona parte dell’umanità”.

Qui la previsione diciamo ottimistica è di solo un miliardo di morti dopo una ventina di anni, a scalare dall'epicentro del conflitto.

Nel 2014 un altro studio su un possibile conflitto nucleare tra India e Pakistan è salito agli onori della cronaca: questo invece è stato pubblicato sulla rivista Earth's Future dell'American Geological Society (AGU).

(si vada alla URL: http://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/2013EF000205/full).

Siamo sempre ad uno scambio di 50 missili a testa di 15 kilotoni l'uno ma i morti previsti raddoppiano con l'uso di nuovi modelli: 2 miliardi al posto di uno.

La stessa cifra viene fuori da uno studio dell' International Physicians for the Prevention of Nuclear War (si vada su: http://www.ippnw.org/nuclear-famine.html). Secondo quel lavoro, un conflitto nucleare su piccola scala potrebbe portare ad una diminuzione nella produzione di grano  di almeno il 10% per dieci anni, con picchi che raggiungerebbero il 20% nei momenti peggiori.

Gli ordigni nucleari, se la teoria dell'inverno nucleare fosse pienamente comprovata, potrebbero secondo ogni logica essere inseriti a tutti gli effetti nella categoria delle armi di distruzione climatica: le catastrofi climatiche che possono provocare sono un effetto essenziale del loro impiego.

Arma direttamente climatica non è quindi, ad esempio, solo la tecnologia elettromagnetica usata militarmente per sconvolgere l'ambiente: è proprio l'arma nucleare, che produce onde d'urto, tempeste di fuoco, inquinamento radioattivo ed impatto elettromagnetico; ma, con un impiego relativamente allargato, anche il cosiddetto “inverno nucleare”.

Un attacco nucleare contro la Corea di poche decine di bombe H non farebbe solo milioni di morti subito su un territorio circoscritto: il cambiamento climatico e la destabilizzazione agricola ed ecologica investirebbero un'area molto più ampia (la Cina è vicina!) e nel periodo di un paio di decenni potrebbero causare, come si è visto, centinaia di milioni di morti.

Nel 1976, un'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha adottato una Convenzione internazionale (  Risoluzione 31/72 del 10 dicembre 1976) che ha vietato l'uso militare di tecniche di modifica dell'ambiente che hanno effetti diffusi, duraturi e gravi nel tempo.

Essa è nota come Convenzione ENMOD (Convention on the Prohibition of Military or Any Other Hostile Use of Environmental Modification Techniques), è stata aperta alla firma il 18 maggio 1977 a Ginevra ed è entrata in vigore il 5 ottobre 1978.

L'Italia ha firmato la Convenzione a Ginevra il 18 maggio 1977 e l'ha ratificata con la legge n. 962 del 29 novembre 1980.

(Per il suo testo andare alla URL: http://disarmament.un.org/treaties/t/enmod)

La Convenzione proibisce l'uso militare e ogni altro utilizzo ostile delle tecniche di modifiche ambientali aventi effetti estesi, duraturi o severi.

Il termine “tecniche di modifiche ambientali” si riferisce ad ogni tecnica finalizzata a cambiare – attraverso la manipolazione deliberata dei processi naturali – la dinamica, la composizione e la struttura della Terra, incluse la sua biosfera, litosfera, idrosfera e atmosfera, così come lo spazio esterno.

I criteri per la definizione di tali tecniche non sono definiti nel corpo della Convenzione ma nell'Intesa sull'Articolo I che, riportando quanto emerso in fase negoziale, esplicita i termini:

esteso” come riferibile ad un'area di diverse centinaia di kilometri quadrati;

duraturo” come riconducibile ad un periodo di mesi o di almeno una stagione;

severo” come correlato ad un'azione che provoca danni seri o significativi alla vita umana, naturale alle risorse economiche o altre attività.

I primi due criteri sono valutati con parametri quantitativi e l'ultimo criterio con elementi qualitativi in parte riconducibili al concetto di sviluppo sostenibile.

Il divieto di guerra climatica, ovvero di utilizzo delle tecniche di modifica del clima o di geoingegneria con lo scopo di provocare danni o distruzioni, viene ripreso anche nella Convenzione sulla diversità biologica del 2010.

Vogliamo, dopo queste informazioni, a questo punto cercare il pelo nell'uovo?

La Convenzione ENMOD non tutelerebbe l'ambiente da qualunque danno provocato dalle azioni belliche o ostili ma vieterebbe solo quelle tecniche offensive che trasformano l'ambiente stesso in un'arma, ascrivibili alle tecniche di manipolazione ambientale.

In questo senso non vieterebbe l'uso di armi atomiche per distruggere – che so – Pyong Yang ed altre città coreane. Ma si dovrebbe anche considerare l'eventualità che l'attacco alle città di un Paese piccolo possa essere solo uno schermo che nasconde l'intenzione di provocare modifiche ambientali capaci di disorganizzare e portare alla fame un Paese più grande confinante.

Gli ordigni nucleari capaci di tali effetti potrebbero allora essere considerati proibiti ai sensi della citata Convenzione ENMOD e una conferenza di revisione convocata ad hoc dall'ONU potrebbe avallare un tale sviluppo innovativo del diritto internazionale.

Un'altra strada, che abbiamo ventilato all'inizio di questa riflessione, potrebbe essere quella di considerare, all'interno del percorso dell'accordo per contrastare il riscaldamento globale di Parigi del 12 dicembre 2015, la minaccia nucleare direttamente come una minaccia climatica, non solo un problema collegato alla seconda dalla potenzialità analoga di estinzione della specie umana.

La minaccia nucleare potrebbe essere vista come possibile minaccia climatica diretta, allo stesso modo dell'accumulo di gas serra.

Questo ragionamento costituirebbe un salto di paradigma anche per noi Disarmisti esigenti, che pure abbiamo lavorato sull'intreccio tra le due minacce sia a Parigi, sia a New York che a Bonn, cioé sia nel percorso disarmista che in quello climatico.

Preparare la guerra nucleare significa comunque preparare il più sconvolgente e repentino cataclisma climatico. Potrebbe avvenire non solo come effetto collaterale ma come risultato di una azione intenzionale.

Sembrerebbe quindi opportuno, anzi doveroso, che il percorso ONU delle COP climatiche (ora dalla COP 23 di Bonn si va alla COP 24 a Katowice in Polonia) ne prendesse consapevolezza e si cautelasse dall'inverno nucleare o da quanto altro potesse essere prodotto dalle armi nucleari come alterazione climatica deliberata.

La crisi coreana rende questi discorsi molto concreti per chiunque, nel momento in cui due leader statali – e disgraziatamente non si tratta di una barzelletta – hanno fatto la gara a chi detiene il bottone nucleare più grosso!

Quanto sopra esposto dovrebbe comunque fare riflettere reti come la COALIZIONE PER IL CLIMA, che si sono costituite con l’obiettivo di costruire iniziative e mobilitazioni comuni, nazionali e territoriali, per raggiungere la massima sensibilizzazione possibile sulla lotta ai cambiamenti climatici, allo scopo di salvare il nostro Pianeta.

Se si ha a cuore il futuro dell'ecosistema globale bisogna adoperarsi per eliminare alla radice la minaccia nucleare, che oltretutto, come si è detto, potrebbe essere direttamente minaccia climatica.

Ne consegue la necessità di farsi partner attivo della Campagna ICAN (Abolizione delle armi nucleari), allo stesso modo in cui la Rete ICAN non farebbe male ad occuparsi dell'intreccio tra minaccia nucleare e minaccia climatica e a promuovere un quadro giuridico globale che culturalmente lo contrasti, a partire dalla complementarietà tra Dichiarazione dei diritti dell'Umanità e Carta della Terra.

Non sarebbe affatto fuori tema “ecologista” la richiesta che, al di là delle singole organizzazioni aderenti, la COALIZIONE in quanto tale si facesse addirittura componente di ICAN in Italia, accogliendo l'appello di “SIAMO TUTTI PREMI NOBEL”, lanciato con la conferenza stampa al Senato dell'11 dicembre 2017.

Per quanto riguarda i coordinatori della Coalizione l'impressione – avallata anche da iniziative che si sono prese in comune – è quella di “sfondare una porta aperta”. Il problema è invece quello di coinvolgere le 200 organizzazioni una per una, e l'ostacolo principale, per quello che finora si è potuto riscontrare, non è una contrarietà argomentata, bensì la difficoltà di comunicare con chi ritiene, a torto, che del problema si sta già occupando. Come aveva ragione Socrate a ritenersi il più sapiente perché sapeva di non sapere...

 

LA DICHIARARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI DELL'UMANITÀ

(con osservazioni emendative a cura dei Disarmisti esigenti)

(l'ONU da definire)

ricordando che l'umanità e la natura sono in pericolo e che, in particolare, gli effetti negativi dei cambiamenti climatici, l'accelerazione della perdita di biodiversità, il degrado del suolo e degli oceani costituiscono altrettante violazioni dei diritti fondamentali degli esseri umani e una minaccia per la vita delle generazioni sia presenti che future,

(si potrebbe aggiungere tra i fattori critici minacciosi: l'accumulo di materiale fissile e di inquinamento radioattivo derivanti dalla “deterrenza nucleare”, che potrebbe scatenare una guerra apocalittica persino per incidente, per caso o per errore di calcolo - ndr)

2. constatando che l'estrema gravità della situazione, che suscita preoccupazione nell'umanità intera, impone il riconoscimento di nuovi principi e di nuovi diritti e doveri,

3- ricordando il suo attaccamento ai principi e ai diritti sanciti dalla Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, compresa l'uguaglianza tra donne e uomini, e agli obiettivi e ai principi dellla Carta delle Nazioni Unite

4- rammentando la Dichiarazione di Stoccolma sull'ambiente umano del 1972, la Carta mondiale della natura adottata a New York nel 1982, la Dichiarazione di Rio sull'ambiente e lo sviluppo del 1992, le risoluzioni dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite “Dichiarazione del millennio” del 2000 e “Il futuro che vogliamo” del 2012,

5. ricordando che proprio questo rischio è riconosciuto dai soggetti della società civile, e in particolare dalle reti di cittadini, organizzazioni, istituzioni e città nell'ambito della Carta della Terra del 2000,

  1. ricordando che l'umanità, ossia tutti gli individui e le organizzazioni umane, include anche le generazioni passate, presenti e future, e che la continuità dell'umanità si basa su questo legame intergenerazionale,
  1. ribadendo che la Terra, culla dell'umanità, costituisce un insieme interdipendente e che l'esistenza e il futuro dell'umanità sono inscindibili dal suo ambiente naturale,
  1. 8. convinto che i diritti fondamentali degli esseri umani e i doveri di salvaguardia della natura siano intrinsecamente interconnessi, e che sia essenziale preservare l'ambiente in buono stato e fare in modo che la sua qualità migliori,
  1. considerando la particolare responsabilità delle generazioni presenti, e specialmente degli Stati, primi responsabili in materia, ma anche dei popoli, delle organizzazioni intergovernative, delle imprese, specie quelle multinazionali, delle organizzazioni non governative, degli enti locali e dei singoli cittadini, 10. considerando che tale responsabilità particolare configuri degli obblighi nei confronti dell'umanità, e che tali obblighi, come pure i diritti in questo campo, debbano essere applicati attraverso mezzi giusti, democratici, ecologici e pacifici,
  1. 10. ritenendo che il riconoscimento della dignità propria dell'umanità e dei suoi membri costituisca il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo                                                                          proclama i principi, i diritti e i doveri in appresso, e adotta la seguente dichiarazione:

 

  1. I. Principi

 

Articolo 1:

Il principio di responsabilità, equità e solidarietà all'interno delle generazioni e tra di esse impone alla stirpe umana, e in particolare agli Stati, un impegno comune e differenziato per la salvaguardia e la tutela dell'umanità e della Terra.

Articolo 2:

Il principio della dignità dell'umanità e dei suoi membri implica il soddisfacimento delle loro esigenze fondamentali e la tutela dei loro diritti intangibili. Ciascuna generazione garantisce il rispetto di questo principio nel tempo.

Articolo 3:

Il principio di sopravvivenza dell'umanità garantisce la salvaguardia e la tutela dell'umanità e della Terra, mediante attività umane giudiziose e rispettose della natura e in particolare degli esseri viventi, umani e non, e grazie allo sforzo volto a prevenire qualsiasi ripercussione transgenerazionale grave o irreversibile.

(si potrebbe aggiungere: Tale principio esige in primo luogo l'interdizione delle attività che mettono in  pericolo la vita sul Pianeta, a partire dalla ingiustificabile preparazione di guerre cataclismatiche con armi di sterminio di massa)

Articolo 4:

Il principio di non discriminazione in base all'appartenenza a una generazione preserva l'umanità, in special modo le generazioni future, e richiede che le attività o le misure intraprese dalle generazioni presenti non abbiano l'effetto di provocare o di perpetuare un'eccessiva riduzione delle risorse e delle scelte per le generazioni future.

II. Diritti dell'umanità

Articolo 5:

L'umanità, e tutte le specie viventi, hanno diritto di vivere in un ambiente sano ed ecologicamente sostenibile.

Articolo 6:

L'umanità ha diritto a uno sviluppo responsabile, equo, solidale e sostenibile.

Articolo 7:

L'umanità ha diritto alla protezione del patrimonio comune e del suo patrimonio naturale e culturale, sia materiale che immateriale.

Articolo 8:

L'umanità ha diritto alla tutela dei beni comuni, in particolare l'aria, l'acqua e il suolo, e a un accesso universale ed effettivo alle risorse vitali. La trasmissione di tali beni alle generazioni future costituisce un diritto di queste ultime.

Articolo 9:

L'umanità ha diritto alla pace, in particolare alla risoluzione pacifica delle controversie e alla sicurezza umana, sul piano ambientale, alimentare, sanitario, economico e politico. Tale diritto riguarda, in particolare, la protezione delle generazioni future dal flagello della guerra.

(si potrebbe aggiungere quanto già esplicitato nella Carta della Terra: la pace, fondata su una cultura della nonviolenza, si realizza attraverso la smilitarizzazione dei sistemi di sicurezza nazionale a partire dalla proibizione e dall'eliminazione delle armi di sterminio di massa)

Articolo 10:

L'umanità ha diritto a determinare liberamente il proprio destino. Questo diritto è esercitato attraverso la considerazione, nelle scelte collettive, delle esigenze di lungo termine, e specialmente dei ritmi inerenti all'umanità e alla natura.

III. Doveri nei confronti dell'umanità

Articolo 11:

Le generazioni presenti hanno il dovere di assicurare il rispetto dei diritti degli esseri umani e di tutte le specie viventi. Il rispetto dei diritti dell'umanità e dell'uomo, che sono inscindibili, si applica nei confronti delle generazioni successive.

Articolo 12:

Le generazioni presenti, garanti delle risorse, degli equilibri ecologici, del patrimonio comune e del patrimonio naturale, culturale, sia materiale che immateriale, hanno il dovere di garantire che tale lascito sia preservato e utilizzato con giudizio, responsabilità ed equità.

Articolo 13:

Per garantire la sopravvivenza a lungo termine della vita sulla Terra, le generazioni presenti hanno il dovere di compiere ogni sforzo per salvaguardare l'atmosfera e gli equilibri climatici e per evitare

nella misura del possibile gli spostamenti di persone legati a fattori ambientali o, ove tali spostamenti si producano, per assistere e proteggere le persone interessate.

(si potrebbe aggiungere un articolo 13 bis: le generazioni presenti hanno il dovere di evitare che le controversie degenerino in conflitti bellici e soprattutto che la predisposizione di mezzi di difesa si traduca nella più terribile minaccia di sterminio universale)

Articolo 14:

Le generazioni presenti hanno il dovere di orientare il progresso scientifico e tecnico verso la salvaguardia e la salute della specie umana e delle altre specie. A tal fine, esse devono in particolare garantire che l'accesso alle risorse biologiche e genetiche e la loro utilizzazione avvengano nel rispetto della dignità umana, delle conoscenze tradizionali e della biodiversità.

Articolo 15:

Gli Stati, gli altri soggetti e gli attori pubblici e privati hanno il dovere di integrare prospettive di lungo termine e di promuovere uno sviluppo umano e sostenibile. Tale sviluppo, così come i principi, i diritti e i doveri proclamati dalla presente dichiarazione devono essere oggetto di azioni di istruzione, di educazione e di attuazione.

Articolo 16:

Gli Stati hanno il dovere di assicurare l'efficacia dei principi, dei diritti e dei doveri proclamati dalla presente dichiarazione, anche predisponendo meccanismi che consentano di garantire il loro rispetto.

 

A GHEDI IL 20 GENNAIO LA MANIFESTAZIONE PER DIRE NO ALLE GUERRE SI AL DISARMO NUCLEARE

Chi non è bersaglio diretto non si senta al sicuro: in una guerra nucleare i sopravvissuti invidierebbero i morti!

di Alfonso Navarra – resoconto - un punto di vista particolare! - dopo Ghedi 20 gennaio 2018

A Ghedi si è svolta, il 20 gennaio, la manifestazione nazionale per dire “basta guerre, si disarmo nucleare”, indetta dal Forum contro la guerra (www.forumcontrolaguerra.org), con l'adesione di varie realtà, tra le quali i Disarmisti esigenti.

Il corteo ha attraversato la cittadina di circa 19.000 abitanti, si è fermato davanti alla RWM (produce le bombe che l'Arabia Saudita impiega in Yemen) e infine, dopo uno spostamento di 6 Km, si è concluso davanti alla base aerea “Luigi Olivari”, che ospita le B-61 del “nuclear sharing NATO”.

Secondo le informazioni diffuse dalla Federation of American Scientists (il progetto diretto dallo scienziato Hans Kristensen), sarebbero conservate a Ghedi 20 B61-4 dalla potenza variabile dai 45 ai 107 chilotoni (tra 3 e 8 volte più potenti della bomba di Hiroshima).

Tali testate dovrebbero essere sostituite da bombe termonucleari, di nuova generazione B61-12, trasportate dai cacciabombardieri invisibili e net-centrici F35 in assemblaggio presso lo stabilimento di Cameri (No); bombe che non saranno più a gravità ma sganciate dai bombardieri raggiungeranno autonomamente gli obiettivi anche a 80-100 km di distanza.

Non ci si può affatto lamentare della riuscita numera del corteo, visti i tempi che corrono: circa 1.000 attivisti reali, venuti da tutta Italia (anche da Napoli!), protagonisti di una marcia festosa, colorata e composita nelle sue presenze: comitati locali contro la militarizzazione, associazioni pacifiste cattoliche, gruppi no war e nonviolenti, centri sociali, sindacati di base, la lista Potere al Popolo...

Da menzionare la presenza di alcune personalità pacifiste: tra le altre, Claudio Carrara, presidente del MIR, don Fabio Corazzina, di Pax Christi, Vittorio Pallotti, del CDMPI (venuto a diffondere le copie de “La rivoluzione disarmista” di Carlo Cassola con il saggio di commento di Alberto L'Abate), Giuseppe Bruzzone, già obiettore di coscienza al servizio militare (ai tempi in cui la scelta si scontava con la galera), il consigliere regionale del M5S in Piemonte Gianpaolo Andrissi; e la curiosità della partecipazione dello scrittore Aldo Busi.

Per le assenze “brillano” invece tutti i politici locali: nessun (ex) parlamentare bresciano. Nessun esponente di partito che siede nei banchi del consiglio comunale. Del Sindaco, simpatizzante (così mi è stato riferito dai ghedesi) di Casa Pound, nemmeno l'ombra.

Al presidio finale, dopo gli organizzatori – Luigino Beltrami di Donne e Uomini contro la guerra faceva da presentatore - abbiamo preso la parola, tra i primi interventi: il sottoscritto, Alfonso Navarra, ricordando l'adesione dei Disarmisti esigenti anche alla piattaforma contro la guerra, lo scienziato critico Angelo Baracca e Giovanna Pagani, di WILPF Italia, che aveva già parlato davanti alla sede della RWM dichiarando "inaccettabile che lavoratori siano costretti a produrre armi omicide per guadagnare il pane."

Nel mio intervento finale ho citato la paura e la preoccupazione di Papa Francesco (le famose esternazioni sull'aereo in volo verso il Cile) per il possibile scoppio anche incidentale di una guerra “atomica”. Ed ho osservato che essere bersaglio, come i ghedesi, di uno scambio di testate nel contesto della prevista “guerra nucleare limitata in Europa” non esime affatto chi non è bersaglio diretto di uno scambio di colpi nucleare dal ritenersi fuori dal pericolo: se è vero, come è vero, che “i sopravvissuti invidieranno i morti”.

A questo proposito ho citato la testimonianza della sopravvissuta di Hiroshima proprio nel momento in cui è andata a ritirare ad Oslo, lo scorso 10 dicembre, il Premio Nobel per la pace assegnato ad ICAN.

L'orrore che ho visto non si può descrivere. Provo sensi di colpa per non avere capito che molta gente, in preda a sofferenze immani e insopportabili, di fatto mi chiedeva di aiutarla a morire subito”.

Per quanto riguarda più specificamente l'impegno locale della popolazione di Ghedi, ho ricordato l'esigenza, già richiamata in assemblea il 12 gennaio, nella sala consiliare, di un piano di protezione civile contro possibili incidenti nucleari con fuoriuscita di materiale fissile dovuti alla movimentazione delle testate (scontata visti i lavori di adattamento della base alle nuove armi e ai nuovi F-35).

Il mio intervento in quella assemlea, ripreso in parte da Carmine Piccolo, è reperibile su: https://www.facebook.com/100008920740111/videos/1774815556159119/?id=100008920740111

A Ghedi è stato anche distribuito un volantino dei Disarmisti esigenti, sotto riportato, riferentesi alla “Caravan Petrov” della Primavera 2018; e all'incontro internazionale del 19 maggio a Milano, primo anniversario della morte di Stanislav Petrov, su come affrontare e superare a livello globale il rischio nucleare.

APPELLO DEI DISARMISTI ESIGENTI

(www.disarmistiesigenti.org)

progetto e coalizione collegati con ICAN (International Campaign to Abolish Nuclear Weapons) – premio Nobel per la pace 2017

Esigete! Il disarmo nucleare totale (Stéphane Hessel, ispiratore degli “Indignati” e dei “Disarmisti esigenti”) nella cornice dellaCaravan Petrov” - Primavera 2018 : incontri, proiezioni di docufilm e iniziative a tappe nelle località sedi di infrastrutture della guerra nucleare

19 maggio, primo anniversario della morte di Stanislav Petrov, il colonello dell'ex URSS che, il 26 settembre 1983, salvò il mondo dall'apocalisse nucleare.

INCONTRO INTERNAZIONALE A MILANO:

RISCHIO NUCLEARE: COME USCIRNE?

(Location da stabilire).

Prenotate la partecipazione scrivendo a: coordinamentodisarmisti@gmail.com

Dal 20 gennaio di Ghedi al 19 maggio di Milano

Facenti parte della Campagna ICAN, premio Nobel per la pace 2017, siamo impegnati, in quanto “pacifisti” radicali, obiettori nonviolenti alle spese militari e nucleari, attivi innanzitutto in Italia, contro le guerre neocoloniali dell'Italia.

Sono gli interventi dello “schieramento Occidentale” che, sotto vari cappelli (si porta molto oggi quello della NATO), vengono, dai nostri governi, spacciate come missioni di pace e/o di contrasto al terrorismo e al “traffico criminale” dei migranti.

Tra i loro reali scopi rientra il profitto, tra le altre multinazionali con base in varie nazioni di vecchi e nuovi imperi, delle “italiane” Leonardo ed ENI (il nostro complesso militare-industriale-energetico).

L'ultima della serie è quella che porterà nostre truppe in Niger, ricco di uranio e di risorse minerarie. Di qui la nostra doverosa adesione alla manifestazione del 20 gennaio di Ghedi ed alla piattaforma proposta dal Forum contro la guerra (www.forumcontrolaguerra.org).

No alle guerre, No al nucleare: l'essenza della piattaforma del 20 gennaio di Ghedi. A maggio 2018 abbiamo deciso, secondo noi in continuità, di focalizzarci in modo più mirato, con la “Caravan Petrov” e con l'incontro internazionale di Milano, il 19, sul rischio nucleare, da noi considerato la priorità delle priorità: lo contrastiamo per motivazioni di diritto umanitario, ecologiche, di democrazia e di giustizia sociale; ma innanzitutto perché vogliamo, donne e uomini di buona volontà e di buon sentire, sopravvivere e vivere, come singoli e come specie.

Per questo concepiamo la proibizione delle armi nucleari proclamata dal Trattato adottato dall'ONU il 7 luglio 2007 (l'Italia rigettando i diktat della NATO deve ratificarla!) solo come il motorino di avviamento di una più ampia e profonda “rivoluzione disarmista”.

Vale a dire, la sconfitta del militarismo come la sognava Carlo Cassola, il fondatore, nel 1978, della Lega per il disarmo unilaterale: l'internazionale presente Umanità che abolisce gli eserciti e le frontiere passando attraverso la denuclearizzazione effettiva.

La prima tappa concreta della denuclearizzazione secondo noi significa, in concordanza con il Forum contro la guerra: dismissione unilaterale delle “atomiche”, a partire da Ghedi, da Aviano, dagli 11 porti nucleari, che è il “grimaldello” anche per sciogliere l'Alleanza Atlantica.

Questo se, oltre la mobilitazione nazionale, riusciamo da subito a collegarci alla rete europea ed internazionale che si batte per la rimozione di tutte le armi H oggi ospitate, in attuazione del “nuclear sharing NATO”, dall'Italia, dalla Germania, dal Belgio, dall'Olanda e dalla Turchia.

La modernizzazione delle B-61 in B-61-12 a Ghedi ed Aviano, dispositivi che esigono i nuovi cacciabombardieri F-35, non dobbiamo dimenticarlo, rientra nella tendenza a prevedere l'uso delle armi nucleari sul campo di battaglia, riesumando e riattualizzando, appunto, la dottrina NATO del “first use” delle atomiche “tattiche” sul Teatro europeo, oggi da mettere in relazione con l'imminente, aggressiva, Nuclear Posture Review del Presidente USA Trump.

Siamo consapevoli e convinti che la la lotta per il disarmo e per la pace è sinergica con le lotte ecologiste, per i diritti umani, contro le disuguaglianze, per lo sviluppo umano equo.

Per questo il percorso che promuoviamo è nel solco dell'articolo 11 della nostra Costituzione, per limitazioni di sovranità degli Stati necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni, nel riconoscimento di un "diritto dell'Umanità", che coroni i diritti delle persone e dei popoli già proclamati dall'ONU.

Perseguiamo il percorso che dal bando delle armi nucleari (New York, 7 luglio 2017) deve anche portare all'eliminazione effettiva degli ordigni; ed in modo parallelo anche il percorso che dal “bando dei combustibili fossili” (Parigi, 12 dicembre 2015) deve condurre a superare l'intreccio tra minaccia nucleare e minaccia climatica (gli ordigni “atomici” vanno considerati come armi di distruzione climatica, vedi inverno nucleare) con la conversione ecologica e rinnovabile dell'economia e della società.

Ci muoviamo, in sostanza, sulla base dei principi della Carta della Terra fatta propria da organizzazioni rappresentative di milioni di persone, compresa l'UNESCO: ispirare in tutti i popoli un senso di interdipendenza globale e di responsabilità condivisa per il benessere di tutta la famiglia umana, della grande comunità della vita e delle generazioni future.

Ed è su questa base che chiediamo la collaborazione delle donne e degli uomini che battono contro la guerra. Con mezzi di pace.

Contattateci!

Anche per telefono al cell. 340-0736871