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europa da reiventare

"Ricostruire il mondo dopo la pandemia": il documento di 60 organizzazioni che "amano la Terra"

Segue il commento di Alfonso Navarra sullo spazio di lotta europeo chiamato in causa dal documento

Sessanta tra organizzazioni e  associazioni in Italia (tra le quali i Disarmisti esigenti) hanno sottoscritto un appello, "Ricostruire il mondo dopo la pandemia", che propone e chiede un modello diverso post-pandemia, per non ricadere negli stessi errori e per risollevarci dalla situazione drammatica in cui siamo finiti.

Sessanta tra organizzazioni e comitati in Italia (i Disarmisti esigenti tra questi) hanno sottoscritto un appello, "Ricostruire il mondo dopo la pandemia", che propone e chiede un modello diverso post-pandemia, per non ricadere negli stessi errori e per risollevarci dalla situazione drammatica in cui siamo finiti. Tra i promotori ci sono la Campagna Stop Ttip Italia, il Coordinamento nazionale No Triv, il Forum dei Movimenti per l'Acqua, Attac e A Sud onlus, .

Ne riportiamo qui il testo integrale.

«Da quasi due mesi stiamo vivendo una crisi globale attesa, ma in una forma inconsueta che ha messo in crisi il quadro politico economico, istituzionale, amministrativo e valoriale nel nostro Paese. Di fronte al dolore e allo shock che sta investendo l’Italia, l'Europa e l'intero Pianeta,, la narrazione di ciò che accade soccombe alle esigenze della cronaca e non lascia spazio a riflessioni più ampie e di prospettiva, che provino a fare tesoro dell'attuale situazione e della crisi economica, sociale e ambientale, per immaginare la ricostruzione del mondo all'indomani dell'epidemia.
L’Europa è epicentro di questa lotta tra pulsioni regressive-conservatrici e speranze di transizione-trasformazione, ma, se le prime sono ben rappresentate dai Governi centro-settentrionali, decisi a mantenere l’egemonia culturale, economica e politica dell’agenda UE, alcune istanze riformatrici sono sostenute senza convinzione dagli Stati dell’Europa mediterranea, che incapaci di pensare fuori dai paradigmi dominanti e atterriti all’idea di perdere terreno, se ne allontanano.
I movimenti sociali hanno avuto il merito di individuare e indicare strade diverse e possibili, in equilibrio tra lo sviluppo dei sistemi umani e la biosfera. Questa capacità di visione deve aiutarci anche adesso per organizzare l’uscita dalla crisi e ciò che verrà dopo. Dal dopoguerra ad oggi, forse, non abbiamo avuto una finestra di opportunità come questa per sovvertire la narrativa globale sul futuro. La pandemia sta mostrando la fragilità delle nostre società, delle forme di economia e democrazia. Di fronte a questa evidenza solare non possiamo accettare che le proposte avanzate da istituzioni, da parte del mondo scientifico e universitario e delle imprese, tentino di riportarci al fallimentare schema precedente. La risposta a questa crisi deve andare alla radice delle sue cause, prendendo di petto i fattori che rendono le nostre società così vulnerabili e inique.

L’Europa ha fatto evolvere il suo secolare dominio coloniale in una visione neoliberale, che dall’inizio del Novecento ha via via ridisegnato le istituzioni nazionali e internazionali con l’intento di proteggere il mercato dalle “irrazionalità” della democrazia. Questa operazione impedisce ai nostri Governi e Parlamenti di rispondere con la prontezza necessaria alle richieste di servizi, occupazione e transizione ecologica che vengono dalle comunità, per garantire diritti fondamentali e nuovi bisogni emersi con particolare urgenza in questa crisi.
Il regime di mercato che oggi regola l'esistenza e ha messo a profitto tutta la biosfera, mercificando e speculando sugli elementi alla base della vita stessa - ossigeno, idrogeno, carbonio e i loro composti - è un sistema che premia un ristretto numero di soggetti a spese della maggioranza.

Occorre invertire questa tendenza adesso. Noi chiediamo che i flussi economici mobilitati in queste ore e nel futuro siano sottoposti a rigorose e partecipate valutazioni d’impatto: vogliamo che inneschino e accompagnino una irrimandabile transizione ecologica, vincolando spese e investimenti al rafforzamento dei servizi pubblici essenziali (come la sanità, che solo in Italia ha subito tagli per 37 miliardi di euro in dieci anni) alla equa remunerazione e protezione dei lavoratori e alle produzioni non inquinanti. Siamo contrari all’ennesimo salvataggio indiscriminato delle grandi imprese insostenibili a scapito delle persone e dei territori, così come non accettiamo passivamente soluzioni securitarie non bilanciate da misure altrettanto energiche di prevenzione e cura. Non tolleriamo violazioni della privacy e sospensioni dello stato di diritto sull’onda dell’emergenza.

Gli interventi devono avere come priorità il supporto a chi soffre la fame, a chi è senza casa o vive in insediamenti informali, a chi non può accedere ai servizi igienico-sanitari e a tutte le fasce più vulnerabili della nostra società, che meno hanno gli strumenti materiali e immateriali per garantirsi una sopravvivenza dignitosa all’attuale pandemia e alla crisi che ne deriverà. I servizi pubblici devono essere intesi come beni comuni essenziali, sostenuti e potenziati.
C’è una cosa che questa crisi ha reso innegabile: l’irragionevolezza dell’austerity, della logica dei conti in ordine e dei pareggi di bilancio che trasformano le persone e le loro vite in numeri da far quadrare, secondo un dogma imposto da forze che hanno falsificato la narrazione sul futuro per cristallizzare i rapporti di potere del presente.
Le ricette per risollevare il sistema dalla crisi del 2008 hanno esacerbato la povertà e le diseguaglianze, ma una auspicabile e importante mobilitazione di risorse per contrastare il Coronavirus ci offre l’opportunità di cambiare strada: questa è forse l’ultima occasione per indirizzare gli sforzi verso la ricostruzione di una società equa ed ecologica, condizionando gli aiuti a profonde riforme del sistema scientifico, economico e produttivo per dotare le società di una maggiore resilienza rispetto alla crisi climatica e agli impatti connessi.

La risposta alla pandemia, per traghettarci verso un mondo più giusto, deve senza indugio assicurare:

  • Una elaborazione e valutazione partecipata e trasparente di tutte le misure da introdurre per arginare le crisi vecchie e nuove emerse con il Covid-19, valorizzando le esperienze e le competenze dei movimenti, dei sindacati, delle associazioni, dei protagonisti e delle reti dell’economia trasformativa e dei territori, per evitare di percorrere le strade battute e sbagliate che ci hanno portato alla situazione attuale;
  • un più forte spazio di contrattazione collettiva per i lavoratori, così che possano ottenere gli strumenti più adeguati per evitare l’impoverimento;
  • misure innovative come il reddito di base contro la povertà e l’emarginazione, per uscire dalla crisi chiudendo quanto possibile la forbice delle diseguaglianze;
  • un prelievo fiscale finalmente congruo sui profitti e rendite parassitarie delle imprese multinazionali, per evitare che scarichino il peso della ricostruzione sulle spalle delle persone e del pianeta;
  • la ripubblicizzazione piena dei servizi fondamentali come acqua, energia, trasporti, sanità e istruzione;
  • l’abbandono dei vincoli di spesa e di indicatori fallimentari o incompleti per stimare la performance economica dei paesi;
  • la moratoria sui negoziati e la revisione di tutti gli accordi di liberalizzazione commerciale, che hanno finora contribuito a bloccare politiche economiche espansive in direzione della sostenibilità;
  • il finanziamento immediato dei più ambiziosi obiettivi del Green deal europeo, attraverso
    • ferree condizioni da imporre alle imprese destinatarie degli aiuti;
    • il riorientamento delle spese militari a sostegno della transizione ecologica;
    • la moratoria su trivellazioni e grandi opere, con la cancellazione dei sussidi dedicati, per spostare finalmente l'attenzione sulla decontaminazione e la bonifica dei luoghi devastati dall’estrazione di valore dalla natura;
    • la liberazione del sistema scientifico dagli interessi privati e commerciali, per rafforzare la ricerca e orientarla all'interesse pubblico.

    Questi sono alcuni dei nodi da portare alla luce in un nuovo dibattito pubblico che vogliamo il più ampio e partecipato possibile. Insieme possiamo fare tesoro di questa crisi, costruire una reazione decisa al cambiamento climatico, lavorare al rafforzamento delle democrazie e delle idee più progressive di cooperazione dell’umanità nella rete della vita».

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Il commento di Alfonso Navarra - portavoce dei Disarmisti esigenti

L’Europa è da reinventare; e non basandosi sui sogni delle formiche (e nemmeno su quelli delle cicale) interni alla logica del debito…

Servono piani pubblici forti che subordinino le politiche monetarie nella loro stessa base strutturale alla scelta strategica della conversione ecologica

Riflessioni di un eco pacifista della terrestrita’ dopo l’Eurogruppo del 9 aprile

Da parte di Alfonso Navarra rivolto agli amici di SI’-AMO LA TERRA

Nel momento in cui si tratta di fronteggiare insieme la tempesta recessiva che sta per abbattersi sul Continente, l’ideologia neoliberista - nella tedesca versione ordo - non schioda l’”asse del Nord Europa” dai suoi - a questo punto suicidi - preconcetti.

La Germania, mandando in avanscoperta l’Olanda, continua ad opporsi all’ipotesi, caldeggiata dall’Italia, di eurobond, di uno «strumento di debito comune», mentre rimane nel limbo la proposta francese di istituire un «fondo di solidarietà» in grado di emettere obbligazioni a lungo termine.

E’ quello che emerge come risultato della discussione che si e’ avuta nell’Eurogruppo, che si e’ concluso ieri, 9 aprile, con un dubbio “compromesso”, per il quale non sembra appropriato il cantare vittoria alla maniera del governo Conte, rappresentato dal ministro Gualtieri.

Stante che, in conseguenza della pandemia, si andrà incontro a una regressione del processo di globalizzazione dei mercati ed un restringimento delle catene di produzione del valore, non si vede perché la Germania dovrebbe gioire della rovina degli Stati del Sud Europa che restringerebbe il suo export e colpirebbe la sua manifattura allargata. 

Lo ricorda oggi su Il Manifesto Luigi Pandolfi:

Secondo una stima riportata dal Financial Times, l’economia tedesca subirà una contrazione del 10% da qui a giugno, una cosa mai vista dal 1970 (anno d’inizio della serie storica dei conti trimestrali) ad oggi”.

Le Élites nordeuropee pare non abbiano afferrato che la crisi che incombe non è paragonabile a quella di dieci anni fa. Non si tratta di uno shock finanziario che colpisce in maniera asimmetrica l’Europa. Qui sta franando in modo consistente l’economia reale. E’ l’Unione europea nel suo insieme che rischia un’ecatombe di posti di lavoro e delle sue attività produttive.

Una situazione di possibile collasso e sconquasso sociale che richiede risposte nuove, strappi significativi con le regole, scritte e non scritte, sulle quali si è basato finora il processo di integrazione di questa UE.

La soluzione non può essere il MES per ripetere strozzinaggi come a suo tempo vennero fatti contro la Grecia (la passione che venne imposta al governo Tsipras e al popolo greco che nel 2015 venne pugnalato alla schiena dal governo italiano di allora, guidato da Renzi, per gli onori della cronaca).

Ma intanto la realtà incalza ed esige risposte. 

Serve si’ uno sforzo finanziario eccezionale per evitare il collasso dell’economia europea. 

Osserva il citato Luigi Pandolfi:

Dopo il lockdown, milioni di persone rischiano di finire per strada non per godersi la ritrovata libertà di movimento, ma perché nel frattempo avranno perso il loro lavoro. Non possono bastare il piano da 200 miliardi della Bei per le imprese e il cosiddetto progetto SURE da 100 miliardi annunciato dalla presidente della Commissione per finanziare, su richiesta dei singoli Stati, strumenti di stabilizzazione automatica come la cassa integrazione. Messi insieme non superano il piano di garanzie per le aziende che l’Italia, da sola, è riuscita ad approntare con l’ultimo “decreto liquidità”.

Il problema pero’ non e’ solo quello di mettere in circolo soldi, con il retropensiero che l’inflazione da prestiti a go go non vada fatta pagare ai creditori attuali. Anche per questo emettere eurobond da fare gravare su un debito europeo anziché solo su un debito nazionale e’ una soluzione del tutto insufficiente ed incngrua. 

L’alternativa tra MES “austero” ed eurobond “flessibili” potrebbe essere quella tra due facce di una unica medaglia mal posta, quella della centralità della politica monetaria del debito, dei soldi da chiedere in prestito ai mercati finanziari globali.

Su questo aspetto, secondo Marco Bersani di ATTAC Italia, la BCE nel quadro istituzionale attuale, interpretato e applicato opportunamente, potrebbe già giocare un ruolo positivo e risolutivo, come spiega nel suo articolo pubblicato dal Manifesto dell’11 aprile 2020.

(Si veda: “Eurogruppo, il pasto non e’ gratis” cliccando qui)

Si poteva e doveva pretendere che le risorse fossero messe a disposizione dalla BCE in diverse forme. La prima delle quali è inserita nell’art. 123, comma 2, del Trattato istitutivo dell’Unione europea, che permette alla BCE di finanziare direttamente istituti creditizi pubblici: cosa impediva di istituire un fondo pubblico europeo di emergenza sanitaria, chiedendo il finanziamento diretto della Banca centrale europea?
Inoltre, invocando le categorie giuridiche dello “stato di necessità”, del “cambiamento fondamentale delle circostanze” e della “causa di forza maggiore” (art. 25 della Commissione Onu del diritto internazionale) si sarebbe potuto chiedere la garanzia della BCE sui debiti pubblici nazionali, sospendendo il pagamento degli interessi (60 miliardi/anno per l’Italia) per i prossimi tre anni.
O, ancora, si poteva pretendere dalla BCE di esercitare, per un periodo di almeno tre anni, il ruolo di banca centrale pubblica, comprando direttamente i titoli di stato emessi dai paesi per far fronte all’emergenza sanitaria, sociale ed economica”.

Ma servono, oltre ai soldi da far circolare, e ai soldi propri, non ai soldi in prestito, anche una politica economica volta a cambiare il modo di produrre nel senso della conversione ecologica: un Green Deal ambizioso ed effettivo ben oltre le linee prospettate dalla presidente della Commissione Ursula Von Der Leyen.

L’ideale sarebbe allora, con piena sovranita’ effettiva, stampare e dispensare moneta non facendola gravare sul debito della collettività ma come immediata misura di redistribuzione. Per farlo occorrerebbe accettare le premesse della Teoria Monetaria Moderna, quella su cui non esclude di basarsi il piano “verde” da 3.000 miliardi di dollari che ha proposto per gli USA Alexandria Ocasio-Cortez. 

(Si vada per approfondire i rapporti tra MMT e Green New Deal su: https://www.businessinsider.com/alexandria-ocasio-cortez-ommt-modern-monetary-theory-how-pay-for-policies-2019-1?IR=T)

Le premesse per una tale azione politica sono, e scusate se e’ poco: primo, banca centrale pubblica, quindi ripubblicizzazione della moneta quale bene comune pubblico. Potere dello Stato di usare la politica monetaria, in aggiunta alla politica fiscale, in funzione ridistribuiva.

Secondo, un nuovo ruolo centrale dello Stato con precise responsabilita’ nella programmazione democratica degli indirizzi economici.

Il dopo pandemia, in Europa come nel mondo, se vorra’ essere realmente risolutivo, dovrà slegare lo sviluppo economico da emissioni di gas serra e inquinamento.

Non si deve cadere nella trappola di scegliere tra il pane e la salute delle persone e dell’ambiente. Non si deve puntare ad una ripresa incubatrice di pandemie e disastri ecologici ancor peggiori. La sfida diventa approfittare delle necessita’ attuali per fare dell’economia verde, con scelte politiche e regole ad hoc, oltre i comportamenti individuali, il sentiero della ripresa, come passaggio ad un “dopo” che sia di cambiamento radicale rispetto al “prima”.

Mi e’ stato segnalato il link alla traduzione di un articolo che alcuni economisti capeggiati da Emiliano Brancaccio hanno scritto sul Financial Times mi ha stimolato alcune brevi riflessioni accompagnato dalla seguente osservazione:

" Pare già incredibile che sul FT e sul Sole24ore si pubblichino articoli del genere; forse i tempi potrebbero contenere cambiamenti possibili".

Si', sono tempi di crisi che aprono la porta a bivi verso strade nuove e di radicali prese di distanza dalla situazione presente...

https://www.economiaepolitica.it/l-analisi/coronavirus-ed-economia-italia-cina-cinese-mondiale-effetti-economici/

Il succo della proposta del team di Brancaccio e’ un intervento da parte delle autorità monetarie e fiscali per attivare controlli sui mercati dei capitali, fornire liquidità per sostenere la domanda privata e garantire la solvibilità dei sistemi bancari e produttivi.

Nel frattempo, la banca centrale e i governi dovrebbero coordinarsi per preparare un grande piano di investimenti pubblici principalmente nel settore sanitario e più in generale nelle aree in cui si verificano fallimenti del mercato: welfare, infrastrutture, istruzione, ricerca, ecologia. Il piano dovrebbe intervenire non solo a sostegno della domanda effettiva, ma anche per contrastare possibili “disorganizzazioni” nei mercati e conseguenti strozzature dal lato dell’offerta.

Forse quello che andrebbe messo piu’ a fuoco, nel volere incamminarsi su tale percorso indicato da Brancaccio e dai suoi, e’ l’inadeguatezza dell’attuale struttura istituzionale della UE a garantire la centralizzazione dei finanziamenti e il coordinamento dell’azione politica.

La proposta italiana degli eurobond, che si inserisce in un quadro di flessibilizzazione delle attuali regole europee, e’ poi accompagnata, in forme di discutibile efficacia, dalla più o meno velata minaccia di “fare da soli”.

Qui possiamo citare l’intervista rilasciata da Giuseppe Conte alla BILD ZEITUNG (8  aprile 2020):

"In Germania potete avere tutto lo spazio fiscale che volete ma non potrete mai pensare di affrontare un'emergenza sanitaria, economica, sociale di così devastante impatto con il vostro spazio fiscale. È nell'interesse reciproco che l'Europa batta un colpo, che sia all'altezza della sfida, altrimenti dobbiamo assolutamente abbandonare il sogno europeo e dire ognuno fa per sé ma impiegheremo il triplo, il quadruplo, il quintuplo delle risorse per uscire da questa crisi e non avremo garanzia che ce la faremo nel modo migliore, più efficace e tempestivo".

Il ragionamento di Conte in sostanza è che se l'Europa non si darà strumenti finanziari all'altezza della sfida, come appunto gli Eurobond, l'Italia sarà costretta a far fronte all'emergenza e alla ripartenza con solo le proprie risorse.

Una presa di distanza rispetto a questa falsa alternativa tra “formiche” e “cicale” forse sta proprio nella consapevolezza, di cui mancano ambedue gli schieramenti, che proprio la gravità della crisi e l’esigenza di un “dopo” che eviti il “prima” che l’ha causata richiederebbero di andare ben oltre rispetto alla proposta di un semplice “rafforzamento” (alla tedesca) o “allentamento” (all’italiana) delle regole UE attuali. Bisognerebbe proprio cambiarle queste regole (e tatticamente si può partire persino da una loro interpretazione molto estensiva), mirando a sottrarre tutta l’area europea alla finanziarizzazione globale (il sistema del dollaro) e a perseguire un Green Deal “ambizioso” al punto da abbattere il potere degli oligopoli (a partire da quelli del digitale, ma anche quelli dei complessi militari-energetici) con una conversione ecologica che includa la ripubblicizzazione delle reti e delle infrastrutture, dei grandi servizi pubblici (sanita’, formazione …) e della protezione sociale (rilancio del welfare).

Bisognerebbe pensare ad un’Europa democraticamente integrata che superi l’occidentalismo neocoloniale (la NATO andrebbe sciolta!) e guardi a un grande spazio di cooperazione rafforzata euromediorientale ed euroafricana, ad un cosviluppo ecologico Nord-Sud su basi paritarie, alla Mattei, per fare un precedente storico, ma ribaltato: non energie fossili (o nucleari) ma rinnovabili. In questa prospettiva chi fugge dalle guerre e dalle difficolta’ economiche, nonché dai disastri ambientali, non va trattato come un invasore contro cui ergere muri (o come un untore!) ma come l’ambasciatore di una nuova alleanza, quindi accolto con i guanti bianchi, seguendo il “modello Riace”.

Il documento delle 60 organizzazioni, sottoscritto anche dai Disarmisti esigenti, su come “ricostruire il mondo” e’ pieno di bei concetti e di buona volontà, ma temo troppo generico, astratto e senza una vera meta comune verso cui si possano fare convergere i diversi percorsi delle resistenze particolari che desidera mettere insieme.

(Si vada su: https://stop-ttip-italia.net/2020/04/06/ricostruire-mondo-dopo-la-pandemia/)

Bisognerebbe compiere un salto di qualità e da questo punto di vista il progetto di mettere insieme una coalizione “Si’-amo la Terra” con capacita' di interloquire in modo unitario con le controparti istituzionali potrebbe essere una base più avanzata di quanto non si riesca a indicare con le iniziative più caratterizzate in senso testimoniale e settoriale, oltre che sostanzialmente localistico, di adesso.

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