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Domenica  29 maggio 2022

Le notizie principali apparse sui quotidiani del giorno

Escalation missilistica. Dopo il sistema a lungo raggio promesso dagli Usa a Kiev, la Russia testa una nuova arma ipersonica, lo Zircon che ha colpito un bersaglio situato a una distanza di circa 1.000 km.

Donbass allo stremo sotto i colpi dell’artiglieria russa, Severodonetsk, dove si concentrano gli attacchi di Mosca, prossima alla resa. Le truppe ucraine potrebbero ritirarsi perché rischiano l'accerchiamento. Anche Kherson più a Sud è stata conquistata dalle forze russe

Emergenza grano: Macron e Scholz chiamano Putin, che promette l’accesso al porto di Odessa in cambio di meno sanzioni. L'UE pensa a una missione navale nonostante il "rischio estremo" di uno scontro con la Marina russa. Il primo problema da affrontare sarebbe lo sminamento dei porti. Chi dovrebbe occuparsene? Ci sono 20 milioni di tonnellate bloccate che possono innescare una crisi alimentare globale

Putin può prendersi il 45% del neon. L'Occidente rischia di soffrire una grave carenza di chip e 5G. L'avanzata a Sud consegna alla Russia gli impianti per produrre il gas, fondamentale per i semiconduttori. Il polo di Odessa, se conquistato, può rivelarsi decisivo per tagliare fuori USA ed Europa dalla corsa tecnologica a favore della Cina. 

In Italia la proposta di Salvini di andare a Mosca per parlare con Putin diventa un caso. Di Maio lo gela: "Con il presidente russo ci parla Draghi". Critica pure la Meloni. Il leader della Lega ora tentenna. 

La Cina all'assalto di realtà tecnologiche e industriali italiane: la nostra tecnologia le fa gola per acquisire il dominio dei cieli con droni militari ed elicotteri.   

Trump prenota la rivincita alle presidenziali USA alleandosi con la "lobby del grilletto". Ricevute donanzioni record per 119 milioni di dollari

COMMENTO DI ALFONSO GIANNI SU IL MANIFESTO DEL 29 MAGGIO 2022

L’economia di guerra non è più una metafora

CRISI UCRAINA. L'Italia hub mondiale della produzione bellica. Nel 2021 record dell’export di armi: oltre 4,7 miliardi di euro. In campo la fusione Fincantieri e Leonardo. L’«occasione» ucraìna

Se c’è ancora qualcuno che si domanda per quale ragione il cosiddetto piano italiano per la pace sia stato accolto dalle parti in causa e nell’ambito internazionale con reazioni oscillanti fra il disinteresse e il rifiuto, può forse trovare una risposta più plausibile in quel che accade in queste ore.

L’artiglieria pesante italiana è entrata in azione del Donbass. Si tratta dei cannoni FH70, esito di un progetto tedesco, inglese e italiano, capaci di sparare tre colpi al minuto centrando obiettivi situati a 25 chilometri di distanza. Fanno parte delle armi letali che il nostro esercito ha consegnato alle forze armate ucraine in attuazione dei tre decreti interministeriali del governo Draghi su cui, essendo secretati, il Parlamento italiano non ha potuto mettere lingua. È evidente che la credibilità di un piano di pace, al di là dei punti in esso contenuti, è minata alle fondamenta dal sempre maggiore coinvolgimento, attuato senza dichiararlo, del nostro paese nella guerra in atto fra Russia e Ucraina.

Le armi italiane si aggiungono a una dotazione bellica alimentata da tempo in particolare da americani e inglesi. Esattamente un mese dopo l’invasione russa, si è tenuta a Roma una riunione, passata quasi sotto silenzio, dell’Agenzia informazioni e sicurezza esterna (Aise) che risponde direttamente al Presidente del Consiglio ed ha il compito di ricercare e fornire ogni informazione su quanto si muove fuori del territorio nazionale, a protezione degli interessi politici, militari, economici, scientifici e industriali dell’Italia.

Nella riunione si sottolineava come i russi avessero incontrato difficoltà impreviste anche per il vantaggio ucraino negli armamenti, dal momento che per ogni tank russo vi sarebbero 11 armi anticarro in dotazione agli ucraini. Infatti, parlando agli inizi di maggio ai lavoratori della Lockeed Martin – protagonista 50 anni fa di un famoso scandalo nelle relazioni con l’Italia – Biden era andato sul pesante, celebrando la produzione dei missili anticarro Javelin, di cui 5.500 inviati in Ucraina, e commentando perfino che i genitori ucraini chiamavano i neonati Javelin e Javelina – una esaltazione del complesso militare industriale Usa denunciato nella storia dal presidente Eishenower come «nemico della democrazia».

Davanti al nuovo pacchetto di aiuti di 40 miliardi di dollari a favore dell’Ucraina, il New York Times il 19 maggio si interrogava seriamente se l’obiettivo di Biden non fosse in realtà quello di destabilizzare e mortificare la Russia piuttosto che salvare gli ucraini. E il vecchio Kissinger ammoniva quanto tale obiettivo fosse sciagurato, dati i rischi concreti di una guerra nucleare. Ma la spinta bellicista e riarmista ha oramai invaso l’Europa. Lo abbiamo visto nelle scelte del nuovo governo tedesco in aperta controtendenza con quelle praticate nel dopoguerra da quel paese.

Lo vediamo nitidamente anche da noi. Il pregevole lavoro degli analisti della Rete italiana Pace e Disarmo ha condotto a significative correzioni del Rapporto annuale al Parlamento sull’export di armi, mettendo in luce che nel 2021 si è verificato il record storico di esportazioni effettive e definitive di materiale bellico (oltre 4,7 miliardi di euro) rimanendo alte le nuove autorizzazioni (per 4,6 miliardi). In totale gli Stati del mondo verso cui sono state autorizzate nel 2021 vendite italiane di armamenti sono stati ben 92. Il nostro paese si presenta come un hub della produzione militare, tanto per quantità che per qualità distruttiva. Progetti in sé non nuovi traggono alimento da questa rinnovata spinta alla produzione di armi.

Riappare il tormentone di una fusione fra Leonardo e Fincantieri. Così sono state intese le parole di Giorgetti, ministro dello sviluppo economico, durante la sua recente visita alla Fincantieri di Monfalcone, dove ha avanzato l’ipotesi di costruire «un polo militare italiano». Il governo è azionista di riferimento sia di Leonardo (partecipata dal Mef al 30%) che di Fincantieri (che Cdp industria controlla con il 71.32%). La sua è dunque la voce del padrone. Ma non ha finora trovato consensi tra gli Ad delle due imprese e neppure nel mercato. La reazione negativa di Profumo, Ad di Leonardo, ha subito fatto risalire le quotazioni azionarie dell’azienda, proponendo in alternativa di fare di Leonardo il polo di aggregazione per un gruppo europeo dell’elettronica della Difesa.

Altri centri finanziari si sono dichiarati contrari alla fusione. Ma l’ipotesi resta in campo, più forte che nel passato, in un curioso braccio di ferro tra politica e finanza. Infatti Giorgetti ribadisce che la domanda di difesa in Europa crescerà e quindi l’Italia deve mostrarsi all’altezza. Come a dire che non abbiamo ancora dato il peggio di noi stessi.

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da LA VERITA' DEL 29 MAGGIO 2022

Putin può prendersi il 45% del neon - di Claudio Antonelli

(...) E' ormai chiaro che l'obiettivo russo (in Ucraina - ndr) sarebbe di prendersi l'intera linea costiera e salire a Nord verso il fiune Dniepr, là dove sono presenti gli altri poli siderurgici (...). Il vero bottino non sarebbe però nell'acciaio da essi prodotto ma nei suoi gas di scarto (...). Tra i sottoprodotti dell'acciaio abbiamo, soprattutto negli impianti vecchi, il celebre neon, (...) che poi viene venduto ai maggiori consumatori: i produttori di chip. (...) Ed è qui che si sviluppa la guerra nella guerra. Il mercato del neon oggi vale soltanto 45 milioni di dollari, ma è destinato a crescere del 30% all'anno nel prossimo decennio. Soprattutto è un mercato strategico. (...) Se la Russia dovesse prendersi Odessa con gli impianti di neon già trattato diventerebbe per prima cosa ago della bilancia nel prezzo di questo materiale; in seconda istanza bloccherebbe la produzione di semiconduttori e di microchip negli USA; e in terza istanza - una volta rimesse in funzione le acciaierie - potrebbe dirottare il neon verso la Cina, (...) che punta a una supremazia militare nei settori del futuro. Dalla cybersecurity alla intelligenza artificiale, passando dal 5G e il 6G (...) E' chiaro quindi che attorno a Odessa si combatte la guerra del futuro e della supremazia tecnologica. Da un lato l'Occidente e dall'altro l'Asia, la Russia e la dittatura cinese...

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Dal Corriere della Sera del 29 maggio 2022

 RIPARTE IL MOTORE FRANCO-TEDESCO di Danilo Taino

Al World Economic Forum di Davos, George Soros è stato duro parlando di Angela Merkel e della eredità che l'ex cancelliere ha lasciato all'Europa. (...)

L'ex finanziere e attivista dei diritti civili ha però esplicitato una realtà (...): ha detto che l'economia tedesca è di fronte alla necessità di riorentarsi per ridurre la subordinazione ai paesi antidemocratici. (...) Detto in altri termini, il modello di crescita tedesco, così di successo negli scorsi anni, è arrivato drammaticamente alla fine di fronte all'invasione dell'Ucraina. (...) La svolta è un problema enorme per il cancelliere Olaf Scholz, anche perché non tutta l'élite tedesca ne è entusiasta (...).

Se negli scorsi 16 anni la leadership di Berlino, per quanto riluttante, è stata una conseguenza dei successi economici del Paese, ora Scholz sarà difficilmente in grado di svolgere un ruolo trascinante e unificante nel continente. (...) Il motore franco-tedesco, che a lungo ha mosso la UE, era già indebolito da anni: ora avrà uno dei due cilindri quasi bloccato. Proprio mentre l'altro cilindro, del quale Soros non ha parlato, sembra andare per i fatti suoi. Emmanuel Macron non è un leader che in Europa unisce, anzi. (...) La sua proposta di creare una Comunità politica europea - in sostanza una entità a corona attorno alla UE nella quale parcheggiare l'Ucraina e i Paesi in attesa (lunga) di accedere a Bruxelles - è vista a Est come una doccia fredda sulle speranze di Kiev (...). L'idea per la quale "stiamo vivendo la morte cerebrale della NATO, ha suscitato dubbi sulla saggezza dei suoi giudizi, visto il protagonismo attuale della Alleanza, e sospetti di vizio antiamericano. (...) Lo stesso obiettivo di "non umiliare Putin" solleva la domanda se con ciò Macron intenda che il capo del Cremlino non deve andarsene dall'Ucraina a mani vuote. (...) Ieri Macron e Scholz hanno telefonato a Putin assieme (...), hanno ricevuto le solite risposte/disponibilità generiche di quando telefonavano separatamente. (...) La rilevanza dei Paesi UE più vicini all'Ucraina è destinata ad aumentare nei palazzi di Bruxelles (...) perché saranno in prima linea nella relazione con la Russia, indipendemente da come finirà l'invasione dell'Ucraina. (...) La Germania disorientata, la Francia sempre più "francese", l'Est e il Nord europei in gran movimento, l'Italia con Draghi ma anche con un quadro politico che vacilla. La guerra di Putin ci ha uniti nell'obiettivo di respingerlo ma ha anche cambiato i rapporti e la conversazione nella UE. Gli anni sotto il segno di Angela Merkel sono davvero un'epoca finita. Forse dovremmo dircelo.

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Giovedi 26 maggio 2022

Le notizie principali apparse sui quotidiani del giorno

Donbass accerchiato e Kiev si lamenta della NATO. Acquisizione semplificata della cittadinanza nei territori occupati, il decreto di Putin scatena le ire di Kiev: "Violata nostra sovranità"

Svezia- Finlandia, la visita ad Erdogan non strappa il SI all'entrata nella NATO

Zelensky dice che ci verranno 600 miliardi per la ricostruzione dell'Ucraina e che i soldi dovranno essere presi alla Russia (legalmente però non è semplice).

L'UE minaccia punizioni a chi viola le sanzioni contro la Russia. Intanto resta sospeso il sesto pacchetto di misure. L'Ungheria continua a opporsi. Si tenta l'unità europea sugli  acquisti

Mosca sostiene di non avere mai ricevuto formalmente il piano di pace di Di Maio. 

Sui corridoi per il grano c'è una apertura della Russia, condizionata al ritiro di parte delle sanzioni. Ma l'Ucraina si indigna: "Nessun negoziato, pensate ai bimbi morti" 

Speculazione in corso sul grano. Il problema dei cereali non è solo la guerra, ma il boom dei prezzi. Causato dalle mosse di quattro multinazionali mondiali (e tre sono USA)

COMMENTO DI ALBERTO NEGRI SU IL MANIFESTO DEL 26 MAGGIO 2022:

"UN PIANO DI PACE BUTTATO NELLA BUCA DELLE LETTERE"

CRISI UCRAINA. Depositato all’Onu da un poco convinto ministro Di Maio senza spiegarlo, il piano italiano sull’Ucraina è contraddetto e «non letto» a Est come a Ovest. Peccato perché sarebbe una buona cosa da sostenere, in linea con la nostra Costituzione e con l’opinione pubblica del Paese. L’unica in cui non si parla di missili e cannoni

Che ci sia ognun lo dice ove sia nessun lo sa. L’amore degli amanti del Metastasio è come il piano di pace italiano per l’Ucraina: chi l’ha visto? È stato «depositato» alle Nazioni unite.

Ma come se il Palazzo di Vetro fosse una buca delle lettere, senza spiegarlo a nessuno, quasi scappando via da qualche cosa di cui non dico vergognarsi ma non essere troppo coinvolti, il piano italiano, impallinato da Est e Ovest, sembra che non l’abbia letto nessuno.

Peccato perché sarebbe una buona cosa da sostenere, in linea con la nostra Costituzione e con l’opinione pubblica del Paese. In più è anche l’unica iniziativa, al momento, in cui non si parla di missili e cannoni.

UN PECCATO se l’occasione venisse sprecata. Presentato la scorsa settimana al segretario generale dell’Onu Antonio Guterres dal ministro degli esteri Luigi Di Maio a nome del governo Draghi, consiste per quanto è dato sapere in quattro punti.

1 – Cessate il fuoco con il conseguente smantellamento della linea del fronte in Ucraina.

2 -Status internazionale dell’Ucraina. Contempla la neutralità del Paese basata su una «garanzia» internazionale e prevede un futuro ingresso nell’Unione europea.

3 -Il destino delle zone contese, Crimea e Donbass, che godrebbero di una piena autonomia, a patto però che Kiev conservi la sovranità sull’intero territorio nazionale.

4- Garanzie sull’equilibrio internazionale. Il piano propone un accordo multilaterale sulla pace e sulla sicurezza in Europa. Con alcune priorità: disarmo e controllo degli armamenti, prevenzione dei conflitti. Per quanto riguarda l’esercito russo si dovranno stabilire i termini del ritiro dal suolo ucraino con parallelo smantellamento delle sanzioni a Mosca.

«IL PIANO, di cui ho letto una sintesi, delinea una nuova Helsinki», commenta il generale Salvatore Farina, ex capo di stato maggiore, comandante in Bosnia e Kosovo, oggi docente di peacekeeping al corso di laurea (l’unico in Italia) in Scienza della Pace dell’Università Lateranense.

«Certo se ogni giorno dobbiamo sentire affermazioni roboanti dai leader occidentali come “l’Ucraina deve assolutamente vincere”, è difficile coltivare speranze”». Eppure Farina davanti al pubblico di studenti della Lateranense è in un certo senso ottimista: «Nelle prossime settimane è probabile una svolta e se i russi assumeranno qualche posizione di vantaggio, consolidando l’obiettivo minimo del Donbas e Mariupol, potrebbero anche negoziare».

Ma come mai il piano di pace italiano non piace? Forse non è stato «comunicato» nel modo giusto. «Da Roma non ci hanno inviato nulla, ma da quello che leggiamo sui media le proposte italiane sono talmente distaccate dalla realtà che in linea di principio è difficile che possano essere prese sul serio», ha dichiarato la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova, facendo eco alle parole de vice presidente del Consiglio di sicurezza russo ed ex presidente russo, Dmitri Medvedev.

INSOMMA I RUSSI questo piano non l’hanno letto o non gli è stato recapitato? Più o meno le stesse reazioni, con toni ovviamente diversi, le hanno avute gli ucraini.

«Qualsiasi tentativo internazionale di riportare la pace sul territorio ucraino e in Europa è benvenuto», ha detto il ministro degli Esteri ucraino Kuleba. Il quale però ha aggiunto: «Bene l’iniziativa italiana ma l’integrità territoriale dell’Ucraina va rispettata». E si vede che questo benedetto piano Kuleba non l’ha letto perché si parla di conservare la sovranità ucraina anche su eventuali territori autonomi.

Ma peggio va con gli alleati (presunti) dell’Italia. La portavoce del governo di Berlino, Christiane Hoffmann, afferma di non conoscerlo ancora e che comunque «spetta all’Ucraina decidere se il piano sia accettabile». Insomma pure i tedeschi non ne sanno nulla o dicono di non averlo visto. Sembra quasi incredibile – e comunque assai improvvisato – che su un’iniziativa del genere la diplomazia italiana non abbia consultato anche i suoi partner o per lo meno provveduto a recapitare il documento.

L’Alto rappresentante Ue, Josep Borrell, è apparso persino piccato: «Abbiamo preso nota del piano di pace dell’Italia…ma dal punto di vista europeo tutto questo deve passare dall’immediata cessazione dell’aggressione e dal ritiro senza condizioni dell’esercito russo». Una porta in faccia al negoziato.

MA FORSE neppure noi ci crediamo. Lo stesso Di Maio afferma che «il piano di pace italiano è ancora un lavoro embrionale, ci vorrà tempo. Noi abbiamo delineato un percorso che parte da un gruppo di facilitazione internazionale e ha l’ambizione di arrivare a una nuova Helsinki». Mah..

L’impressione è che si tratti di un’iniziativa arruffona – visto che secondo il ministro è «embrionale» – messa in piedi dal governo Draghi per tenere buoni alleati di governo come M5S, Lega e Forza Italia, contrari spesso solo a parole all’invio massiccio di armi ora pesanti e che vorrebbero un’azione diplomatica con Mosca. Dall’altra c’è anche la protesta di quel poco di sinistra pacifista che rimane.

L’IMPRESSIONE soprattutto, è che il piano sia stato elaborato all’interno della Farnesina e che la sua esistenza sia stata resa pubblica – in maniera maldestra – senza consultare le parti in conflitto né gli alleati. Eppure, anche nell’estrema sintesi che abbiamo dato del piano. non pare che sia tutta acqua sporca da buttare insieme al bambino.

Ma ci vuole determinazione e pazienza per sostenerlo, anche soltanto per arrivare a una tregua su una linea di cessate il fuoco dove, dice il generale Farina, «le truppe russe resteranno per anni». Che il governo italiano dovesse frequentare un corso di Scienza della Pace? Magari fa bene.

 

 

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Mercoledi 25 maggio 2022

Le notizie principali apparse sui quotidiani del giorno

L'offensiva russa stringe il cerchio attorno alle città del Donbass. Tutti e due i contendenti con il fiato corto. Si prevede una estate di guerra

A Severodonetsk colpito un impianto chimico 

Cresce l'allarme per il grano bloccato. Rischio di battaglia navale. Londra progetta di mandare una flotta militare nel Mar Nero per scortarlo. Ma serve l'ok di Putin ed Erdogan

L'Ucraina alla carica nel Forum di Davos: "Dateci armi più potenti". Ma Zelensky appare addirittura possibilista  nel suo "realismo" rispetto all'oltranzismo dei suoi. 

Piano di pace italiano, primo No da mosca. Medvedev boccia la proposta. Di Maio: è solo allo stato embrionale . Kissinger sdogana l'idea che Kiev ceda qualcosa in cambio della pace

Sanzioni: l'Ungheria non toglie il veto all'embargo al petrolio russo. Per la commissione UE l'intesa è lontana. Il vertice dei capi di Stato è in programma il prossimo 30 e 31 maggio 

La UE  lavora per un riarmo di cui l'Italia sarebbe ruota di scorta

QUAD: nessuna condanna di Mosca. Biden ribadisce il sostegno a Taiwan

Il Corsera vuole l'inciucio PD - FdI nell'interesse di Kiev

 

 

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Martedi 24 maggio 2022

Le notizie principali apparse sui quotidiani del giorno

La partita militare per il Donbass si gioca sulla sorte di Severodonetsk assediata dai russi.

Zelensky apre il forum di Davos, dove esplode il tema della crisi del grano, con la richiesta di più armi e soldi.

Mosca: «Studiamo il piano italiano per la pace».

Si dimette il diplomatico russo all’Onu Bondarev: «Mi vergogno del mio Paese»

Biden gela Pechino. «Pronti a intervenire per Taiwan».

MOSCA ACCELERA L'OFFENSIVA MILITARE NEL DONBASS: LA PRIORITA' ADESSO E' SEVERODONETSK

Si profila una nuova Mariupol? Sembra di no, perché la posizione geografica di Severodonetsk è meno difendibile di quella di Mariupol.

Secondo il governo di Kiev, ogni giorno, per l’Ucraina, sul fronte est possono morire sui 100 soldati.

IL FORUM DI DAVOS SI OCCUPA DI UCRAINA. IL RAPPORTO DI OXFAM SULLA DISUGUAGLIANZA

Zelensky ha inaugurato ieri (23 maggio) il Word Economic Forum di Davos, il primo appuntamento in presenza dopo la parentesi del Covid.
Gli sconvolgimenti geopolitici e le conseguenze sull’economia hanno concentrato l’attenzione dei circa 2.200 invitati, tra cui una quarantina di capi di stato e di governo accanto ai dirigenti dell’economia mondiale (ma del G20 c’è solo il cancelliere Olaf Scholz).

Una prima decisione è la convocazione a luglio, a Lugano, di una conferenza sulla ricostruzione dell’Ucraina. Zelensky valuta ad almeno 500 miliardi di dollari il costo della ricostruzione e appoggia l’idea della Ue di congelare gli averi russi per finanziare parte dei bisogni.

Il tema del Forum quest’anno è Restoring Trust, ritrovare la fiducia: il mondo è entrato in una fase post-neoliberista, è meno aperto, più frammentato, è in corso una de-mondializzazione che tende a costituirsi in grosse aree potenzialmente rivali. Come ricostruire la «fiducia» con la crisi climatica, che condiziona tutti i settori e che richiederebbe una collaborazione mondiale, mentre crescono protezionismo e tensioni? La guerra sta sregolando produzione e scambi.

Al centro dell’attenzione c’è la crisi alimentare, che ha cause molteplici, climatiche ed economiche, aggravata dal blocco dei cereali ucraini da parte dei russi nel Mar Nero, che ha già portato a un aumento dei prezzi del 30% negli ultimi mesi (e contemporaneamente a un aumento dei profitti nell’agroalimentare del 45%). L’aggressione all’Ucraina da parte della Russia sregola l’export di due grandi produttori mondiali. Ma anche altri paesi, presi dal panico per la minaccia di carestie, hanno bloccato l’export: ultima l’India per il grano, prima l’Indonesia per l’olio di palma, ma anche Ungheria, Serbia, paesi caucasici, Argentina per la carne, Iran per le patate, la Cina per i fertilizzanti, c’è una corsa pericolosa al protezionismo, anche solo parziale, che secondo la Fao non fa che aggravare la minaccia di crisi alimentare.

Tutti gli esperti mondiali, dalla Fao al Pam (Programma alimentare mondiale) sottolineano che non c’è una penuria globale di prodotti alimentari, ma che la minaccia di carestia proviene da distorsioni nella distribuzione, dalle spinte protezioniste alle diseguaglianze mondiali e all’eccessiva concentrazione nella produzione e nel controllo del commercio.

LA RUSSIA RIGETTA SULL'OCCIDENTE LA CRISI DEL GRANO.

LA CATASTROFE globale della “crisi del grano” scatenata dalla guerra in discussione proprio al forum economico viene evocata ieri da Peskov, che citato da Reuters addossa le responsabilità della crisi all’Occidente: Mosca «è sempre stata un’esportatrice di grano affidabile. Non siamo noi la fonte del problema». «La Russia – gli fa eco su Twitter il diplomatico Mikhail Ulyanov, rilanciando il ricatto sulle sanzioni – si aspetta un raccolto di grano da record nel 2022. Siamo pronti a offrire l’export di 25 milioni di tonnellate di grano… Cosa offriranno gli Stati uniti?».

Intanto la Lituania propone la formazione una «coalizione di volenterosi» – una «missione umanitaria e non militare» in cui la Nato non dovrebbe giocare alcun ruolo – che scorti le navi nel Mar Nero al di là del blocco russo per prelevare il grano fermo nei silos ucraini. Sempre la Lituania, insieme a Slovacchia, Estonia e Lettonia, manderà oggi una lettera al ministero delle Finanze Ue che esorta a impiegare i beni congelati agli oligarchi per contribuire alla ricostruzione dell’Ucraina.

Ieri Oxfam ha ricordato nel rapporto Profiting from Pain, che con la pandemia del Covid ogni 30 ore c’è stato un nuovo miliardario nel mondo e ogni 33 ore un milione di poveri in più. La strada per evitare una grave crisi alimentare passa per un aumento delle produzioni locali, per una maggiore diversificazione e minore concentrazione degli scambi internazionali: il mercato mondiale è dominato da 4 produzioni (zucchero, farina, mais, riso), da pochi paesi esportatori (24 paesi al mondo dipendono enormemente da Russia e Ucraina, Libano e Egitto all’80%, l’Eritrea al 100%), ci sono 4 multinazionali dominanti (Abcd: Archer Daniels Midland, Bunge, Cargill, Louis Dreyfus).

MOSCA STUDIA IL PIANO ITALIANO PER LA PACE

Cessate il fuoco immediato, smilitarizzazione del fronte, neutralità dell'Ucraina con garanzie di sicurezza, colloqui per risolvere la questione dello status di Crimea e Donbass, un nuovo patto di sicurezza europea e internazionale. Sono questi i quattro punti principali del piano di pace per tentare di risolvere il conflitto tra Russia e Ucraina, presentato dall'Italia questa settimana al segretario generale dell'Onu Antonio Guterres.

Dopo il silenzio iniziale, è arrivata una prima risposta da Mosca. La Russia «sta valutando» il piano presentato da Roma, dice il viceministro degli Esteri Andrei Rudenko.
L'Alto rappresentante per la Politica Estera dell'Unione Europea Josep Borrell ha subordinato qualsiasi ipotesi di accordo al «ritiro incondizionato della Russia».

Una sponda per la proposta di Di Maio è invece arrivata negli scorsi giorni dalla Francia, con fonti della presidenza francese dell'Ue a Bruxelles che hanno sottolineato: «C'è coordinamento tra Francia e Italia per arrivare a un cessate il fuoco, i due paesi sono in contatto».

Il nodo - appositamente lasciato sul vago nel testo presentato dall'Italia - è lo status dei cosiddetti «territori contesi» del Donbass e della Crimea, annessa dalla Russia nel 2014. La proposta italiana prevede che a contribuire a una trattativa sui confini e la sovranità territoriale delle due regioni cuore del conflitto sia una commissione internazionale. Secondo lo schema studiato dalla Farnesina, infatti, a supervisionare tutti i processi per arrivare a un accordo dovrebbe essere il Gruppo Internazionale di Facilitazione, a cui spetterebbe il compito di garantire imparzialità e sicurezza alle trattative di pace. Precisano da ambienti della Farnesina: «Ogni trattativa di pace dovrà essere approvata e decisa dall'Ucraina, che in questo caso è il paese che è stato invaso dalla Russia, quindi le decisioni sui termini di una futura pace devono essere prese da Kiev».

Il fronte europeo continua però a essere freddo in merito all’ingresso di Kiev nella Ue: «Dobbiamo essere onesti, se diciamo che l’Ucraina entrerà nell’Unione in sei mesi, un anno o due, sarebbe una bugia», ha detto in un’intervista il segretario francese degli affari europei Clément Beaune. «Ci vorranno probabilmente 15 o 20 anni». Ma nessuno si tira indietro sull’invio di armi: a un incontro “virtuale” per coordinare gli aiuti militari a Kiev 20 paesi (fra cui Italia, Grecia, Norvegia e Polonia) hanno concordato – ha detto il segretario della Difesa Usa Lloyd Austin – nuovi «pacchetti» di armamenti da destinare all’Ucraina.

LE DIMISSIONI DI BONDAREV, AMBASCIATORE RUSSO ALL'ONU

Boris Bondarev, il diplomatico russo con più anzianità alle Nazioni unite a Ginevra, nella lettera con cui ieri ha rassegnato le dimissioni, scrive: «Non mi sono mai vergognato tanto del mio Paese».

BIDEN E' PRONTO A INTERVENIRE CONTRO LA CINA SE SI PRENDESSE TAIWAN

Ora sappiamo che forse gli Stati uniti interverrebbero militarmente in caso di aggressione a Taiwan. O quantomeno questo è il messaggio che vuole dare Joe Biden, intervenuto durante la conferenza stampa congiunta col premier giapponese Fumio Kishida.
I rapporti tra Washington e Taipei si basano sulla celeberrima «ambiguità strategica» per la quale gli Usa si impegnano a tutelare la difesa taiwanese (per esempio attraverso la vendita di armi) senza stabilire l’obbligo di intervento diretto in caso di conflitto. Anche se da sempre l’impegno di Washington è quello di tutelare lo status quo. Quello status quo che da qualche tempo entrambe le potenze coinvolte in questo gioco a scacchi vedono minacciato dalle manovre o dalle parole del rivale. SECONDO LA CNN, gli alti funzionari sarebbero stati «colti alla sprovvista» dalla dichiarazione di Biden. Ma pare ormai limitativo bollare le sue uscite come «gaffe». Anche perché questa volta il messaggio è stato lanciato dal Giappone, il paese più deciso non solo nel seguire gli Usa ma anche a costruire un’architettura asiatica alternativa a quella cinese.

Ma Taiwan incassa al contempo la delusione (per ragioni geopolitiche) dell’esclusione dall’Indo-Pacific Economic Framework, al quale hanno aderito in 12. Oltre a Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda ci sono tutti i paesi dell’Asean tranne Cambogia, Laos (quelli più “filo cinesi”) e il Myanmar dei generali.

IL COMMENTO SU IL MANIFESTO DEL PATTO INDO-PACIFICO

Guido Moltedo

Patto indo-pacifico, le sorti incrociate di Biden, Xi e Putin
BIDEN IN GIAPPONE E COREA DEL SUD. Al via in Asia il mercato comune di 13 Paesi che gli Usa vogliono in chiave anti-cinese. Il presidente americano la spara grossa: avverte Pechino sulla sovranità di Taiwan

Gli Usa pronti a «intervenire militarmente» in difesa di Taiwan, se attaccata dalla Cina. Sarà la sua proverbiale inclinazione ai passi falsi. O sarà la vecchiaia, come spesso lo stuzzica il suo coetaneo Trump. Forse, più semplicemente, si tratta della sperimentata tecnica di spararla grossa per poi affidare all’ufficio stampa il compito di stemperare, smussare, spiegare.

No, la linea della politica americana nei confronti di Pechino – “One China” – non è cambiata. L’obiettivo, alla fine, è lanciare all’interlocutore/avversario il messaggio che si desidera fargli pervenire, anche se successivamente depotenziato dagli assistenti. Astuzie da politico stagionato a cui Joe Biden fa spesso ricorso. Troppo spesso, lasciando così intravvedere un disegno di politica internazionale non ben definito, se non confuso, dettato soprattutto dall’esigenza di prendere le distanze – se di progetto si trattava – da quello del suo predecessore e, probabilmente, di nuovo suo sfidante nelle prossime presidenziali.

SE SULLA MISSIONE di Joe Biden in Asia domina la sua affermazione muscolare su Taiwan, con il prevedibile carico di reazioni irritate delle autorità cinesi, il suo obiettivo principale è la costruzione di un “blocco” economico asiatico-pacifico, una sorta di mercato comune con la partecipazione di tredici nazioni, con gli Usa in posizione centrale.

In parte è la riedizione della Trans-Pacific Partnership (TPP) avviata da Barack Obama, che Donald Trump cancellò nel corso della prima settimana della sua presidenza, per concentrare il grosso della sua politica nella regione in un dialogo velleitario con la Corea del nord, in chiave anticinese.

Biden non immagina tuttavia una continuità con il TPP, al quale pure lavorò come vice di Obama, per il semplice fatto che fu molto contestato sia negli Usa e nel Partito democratico sia tra i partner asiatici. Resta lo stesso obiettivo, che è quello di strutturare una forte presenza politica americana nella regione asiatico-pacifica, incentrata sul commercio, con una dichiarata aspirazione a contrapporsi alla superpotenza cinese nella sua stessa area di influenza e di proiezione.

L’avvertimento pesante su Taiwan – quindi non una frase “scappata” ma voluta – sottolinea che l’operazione è sì di carattere economico ma è sostenuta da una forza militare operativa che la Cina non possiede.

È la medesima “tecnica” usata nei confronti della Federazione Russa, con l’escalation degli improperi rivolti a Putin stesso, anche se le forze militari americane non sono formalmente presenti sul terreno e se, ai massimi livelli militari, il titolare della difesa Austin parla con il omologo Shoigu e il generale Milley con il suo omologo Gerasimov, due fatti enormi, curiosamente sottovalutati dai media.

IN ENTRAMBI I TEATRI, quello cinese e quello russo, Biden si muove volendo dare l’impressione – proprio con le sue minacce che possono perfino sembrare gaffe – di potersi concedere il lusso di fare il bullo. Perché dispone d’informazioni specifiche sulla situazione ai vertici sia di Mosca sia di Pechino, secondo le quali le leadership di Putin e di Xi sono vulnerabili? Così si dice a Washington. Delle difficoltà di Putin si sa, meno di quelle di Xi, che sono considerevoli. Il controllo della Cina, sotto attacco di Covid, si rivela sempre più problematico, con una repressione che sembra riportare il paese ai tempi della rivoluzione culturale (intesa non nella sua accezione e portata “rivoluzionaria” ma piuttosto nelle sue manifestazioni duramente repressive).

BIDEN VEDE DUNQUE in questo momento due finestre di opportunità per l’America, per ridisegnare il mondo a suo favore, occasioni impensabili al momento del suo insediamento alla Casa bianca. Sembra un’epoca remota quando, due anni fa, a Davos – ricorda l’agenzia Bloomberg – un terzo dei partecipanti miliardari erano tycoon russi e “feste a base vodka e caviale sponsorizzate dai russi erano note per la partecipazione di gruppi di giovani senza accredito fatte passare per traduttrici”. Quest’anno l’ospite d’onore del Forum è Volodymir Zelenskyy.

Il fatto è che lo stesso Biden è in una condizione non troppo dissimile da quella di Putin e Xi per poter davvero approfittare della loro debolezza. A parte i sondaggi drammatici, lo stesso varo dell’Indo-Pacific Economic Framework (Ipef), l’intesa annunciata in questi giorni con i paesi asiatici e pacifici, presenta una serie notevole di complessità d’attuazione e di ostacoli, il primo dei quali riguarda la natura stessa dell’operazione.

I PARTNER VORREBBERO maggiore accesso nel mercato americano, ma questo non piace agli elettori di Biden, non solo a quelli di Trump. Inoltre gli asiatici sono contrari a una sua configurazione in chiave anticinese. «Non desideriamo vedere l’Ipef come meramente uno strumento per contenere altri paesi», ha detto al NYT il ministro indonesiano Lufti. Nei confronti della Cina, d’altra parte, sono gli stessi Usa a tenere un atteggiamento a dir poco ambivalente, se Biden, a Tokyo, ha confidato di voler rimuovere alcune tariffe imposte da Trump a beni cinesi, che, secondo il segretario al tesoro Janet Yellen, fanno più male che bene ai consumatori e alle imprese americane.

E sì, Biden, Putin, Xi, i loro destini sono più interdipendenti di quanto ciascuno di loro vorrebbe ammettere e simili tra loro rispetto alla reale possibilità per ognuno di lucrare sulla disgrazia degli altri due.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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