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LA TERRESTRITA' AL FESTIVAL DEL LIBRO PER LA PACE (EIRENE FEST dal 2 al 5 giugno 2022)

Memoria e futuro

CASA UMANISTA  via dei Latini, 12, Roma

La costruzione della Rete per l’Educazione alla Terrestrità

Terrestrità e nonviolenza al posto dei cannoni: per il coordinamento e la convergenza delle lotte ecopacifiste

Di Alfonso Navarra – portavoce dei Disarmisti esigenti (30-05-2022)

La “terrestrità”, esposta sinteticamente in “Memoria e futuro” (Mimesis edizioni, 2021, a cura di Alfonso Navarra, Laura Tussi e Fabrizio Cracolici), è la base culturale più coerente per suffragare il “ripudio della guerra”: l’atteggiamento pacifista in sintonia con la Costituzione, espresso, con consenso sorprendentemente maggioritario, stando ai sondaggi, in modo forse ingenuo dal popolo italiano e, stando alle loro manifestazioni, in modo più consapevole, ma culturalmente datato, dalle numerose organizzazioni ecopacifiste, nelle loro varie componenti più o meno storiche.

Lo slogan da lanciare è “dalla parte della Terra, contro la guerra”, intendendo con questo secondo termine “guerra” non solo il combattimento armato con epicentro Ucraina, ma la cinquantina e più di conflitti armati in corso sul globo: in questo momento, secondo Papa Francesco (che citerò spesso), fanno una “guerra mondiale a pezzetti” con la tendenza disgraziatamente ad accorparsi.

Dalla parte della Terra”, significa non essere dalla parte degli imperialismi e dei militarismi nazionalistici, che con le attività militari la aggrediscono e la violentano (la distruzione è inquinamento!); ma dalla parte dell’unico sistema vivente di cui la specie umana è parte organica: la terrestrità, appunto, che afferma, allo stesso modo dei popoli originari, una verità difficilmente contestabile: noi esseri umani siamo figlie e figli della Natura, ad essa inestricabilmente e indissolubilmente legati, come le foglie degli alberi di una grande foresta.

Non siamo i padroni dei diversi ecosistemi locali, uniti nell’unico ecosistema globale: siamo i precari custodi di essi grazie alla particolare responsabilità che ci deriva dal nostro grado speciale di intelligenza, frutto dell’evoluzione.

Le nostre organizzazioni politiche, gli Stati, non sono, ripetiamolo e precisiamolo da ecopacifisti conseguenti, i proprietari degli ecosistemi ma sono legittimi e legittimati in quanto li custodiscono e li tutelano, garantendo la prosperità dei popoli entro la dignità fissata dai diritti umani universali. La sovranità, quindi, non è un valore assoluto ma va relativizzata in funzione della capacità di garantire i diritti della Natura, dell’unica umanità, ed infine i diritti delle persone nelle loro varie dinamiche sociali.

Questo è lo sviluppo che dovrebbe essere garantito da una “Costituente della Terra”, preparata dalla crescita coordinata ed armonizzata del diritto internazionale attuale: una ONU che sempre di più deve rappresentare l’affermazione della forza del diritto sul diritto della forza.

La “terrestrità” ci porta allora a riconoscere più facilmente che la guerra (= le guerre), oggi deve diventare tabù, come ad esempio lo sono già oggi l’incesto o la schiavitù: qualcosa di inconcepibile, un crimine abominevole, che provoca l’automatico allontanamento dal consorzio umano di chi lo pratica. Non solo chi comincia, ma anche chi combatte una guerra ha sempre torto, quale che siano le sue ragioni, incluse le ragioni difensive, vere o presunte. Potevano esserci dei dubbi ieri, quando si poteva contare su una certa razionalità delle conquiste militari; ma nel mondo di oggi, con la potenza tecnologica che fa parlare di antropocene e con l’interdipendenza a tutti i livelli creata dalla globalizzazione, tutte le indecisioni su questo punto andrebbero dismesse.

Chi ricorre alla guerra ha sempre torto per due ragioni fondamentali. Il primo motivo è che si aggredisce comunque la Terra, la si ferisce, la si violenta, determinando danni ingenti (e non più relativamente trascurabili) che colpiscono la vita in quanto tale, quale sistema complesso e interdipendente di equilibri tra specie, e le vite di comunità umane e di persone che nulla hanno a che vedere con la controversia specifica per la quale si pon mano alle bombe.

Il secondo motivo è che, se si hanno ragioni da accampare, soprusi da respingere, violenze da rintuzzare, torti da vendicare, eccetera, oggi, dopo l’esperienza storica del XX secolo, dopo Gandhi e le rivoluzioni dell’Est europeo che hanno abbattuto senza armi il “socialismo reale”, si può essere ragionevolmente sicuri nell’efficacia della nonviolenza: il metodo funziona per fare valere i propri diritti in un arco di tempo non infinito ma accettabile, anche se non immediato. La bacchetta magica che risolve tutto e subito è il mito massimo di chi si affida al sogno, sempre deluso, del colpo di spada violento che spezza un nodo nel momento stesso che crea mille problemi ancora più gravi di quelli che crede di annichilire con l’impeto della forza.

Guardiamo al primo punto relativamente al caso Ucraina e domandiamoci: chi è l’aggressore e chi è l’aggredito? Certo, Putin ha ordinato l’invasione il 24 febbraio, ma il contesto che l’ha preceduta era anche caratterizzato, come ha ricordato il Papa, “dall’abbaiare della NATO ai confini della Russia”. Ma non è questo il punto su cui attardarsi e perdersi. Ogni giorno, per questa guerra nell’est europeo, leggiamo di raffinerie fatte esplodere, di depositi di carburante distrutti, di impianti chimici fatti saltare in aria. Ogni giorno ci riferisce di incidenti in impianti industriali che in periodo normale occuperebbero le prime pagine dei giornali sotto il titolone di “catastrofe”. Allora, in un contesto in cui, secondo l’IPCC nel suo sesto rapporto, abbiamo tre anni per invertire la rotta che gli accordi di Parigi sul clima, firmati all’unanimità dagli Stati, ci chiudono, per non superare gli 1,5° C di aumento della temperatura globale, possiamo tollerare un inquinamento da CO2 che ci manda in vacca (ci si scusi il francesismo) quegli stessi accordi scatenando effetti distruttivi per centinaia di milioni di morti, nella migliore delle ipotesi?

Chi è l’aggressore e chi è l’aggredito? Cerchiamo di dare una risposta sulla base dei fatti veramente rilevanti che non chiuda gli occhi davanti alla realtà! Qui non si sta scherzando come chi discetta sulla “russicità” o “ucrainicità” di questo o quel pezzo di territorio: continuare a sparare, a bombardare, a creare incidenti magari in centrali nucleari, potrebbe risvegliare il Generale Permafrost, con l’immissione di 1.600 miliardi di tonnellate di Co2 nell’atmosfera, il doppio di quella che ha aggiunto l’umanità dall’età industriale. Saremmo allora davvero tutti fritti in senso letterale!

Di qui la risposta più seria e fondata: aggressore è chiunque, per qualsiasi motivo, pratica la guerra (le guerre) in qualsiasi modo e in qualsiasi forma, inclusa quella economica; aggredito è chiunque subisce gli effetti, diretti e indiretti della guerra (delle guerre) per il loro impatto ecologico globale e locale; oppure per le conseguenze energetico-economiche (la fame, il freddo, la disoccupazione); oppure per i fenomeni migratori derivanti, eccetera, eccetera…

Aggressori sono i combattenti, chi spara per primo e chi risponde per secondo con le armi; aggrediti e bombardati siamo tutti noi, gli estranei al fronte, ma coinvolti dalle crisi ecologico-climatiche, energetico-economiche, sociali-culturali (i giacimenti di odio che si vanno coltivando).

La terrestrità ci dice questo: oggi nessun conflitto umano va messo in primo piano rispetto al compito prioritario, e diciamo anche esclusivo per i prossimi decenni, che la società umana globale ha di fare la pace con la Natura, di cessare la guerra portata avanti con i modelli di crescita che aggravano le emergenze del clima, della biodiversità e dell’inquinamento, di cooperare, e non di competere, per un futuro sostenibile che garantisca opportunità di vita dignitosa per tutte e tutti. Lasciamo perdere ogni bega di confine per Stati esistenti e/o sognati: in questo momento è peggio di un delitto occuparsene, è di una stupidità che rasenta l’assurdo. Consideriamo un grande dono per l’umanità intera l’interpretazione del principio di autodeterminazione dei popoli che dà la lotta della popolazione Kurda nel Rojava: ci permette di rifiutare la trappola del ricatto nazionalista-statalista, che ci condurrà dritti dritti verso il precipizio.

La pace con la Natura oggi è anche condizione della pace tra gli esseri umani: lo slogan “non c’è pace senza giustizia”, va ribaltato in “non c’è giustizia senza pace”. Anche e soprattutto perché possiamo costruire la giustizia nella pace attraverso strumenti di resistenza e di lotta pacifici, nonviolenti!

Oltre tre mesi sono passati da quando è suonato il gong per il secondo round della guerra in Ucraina (il primo era stato aperto nel 2014), e morte e distruzione si sta intensificando proprio grazie a chi alimenta gli eserciti in campo da ambedue le parti belligeranti.

Per tutto quello che mi sono sforzato di spiegare, è da ritenersi da tutti i punti di vista una tragica illusione credere che si tratti di un atto etico e di giustizia inviare nuove armi all’esercito ucraino con l’obiettivo, in verità più proclamato che perseguito da parte delle nostre élites governanti, di “fermare l’aggressione di Putin”.  L’aggressione da fermare è la guerra in sé di cui noi siamo già vittime in varie forme, mentre l’umanità intera e la Natura lo saranno sempre di più, se non blocchiamo – prima è meglio è - l’escalation in corso.

In questo senso, ricorrendo alla nutrita cassetta degli attrezzi della nonviolenza, delle obiezioni, delle disobbedienze, dei boicottaggi, nella cui potenza possiamo confidare, abbiamo parecchio che possiamo fare e supportare, per di più mettendo in rilievo un approccio di solidarietà con il popolo più debole e immediatamente martoriato e massacrato nel contesto conflittuale:

  • La resa militare, non quella civile, è quella che proponiamo agli ucraini, preoccupati per le vite di quella popolazione mandate inutilmente allo sbaraglio. Anche nel Paese occupato dall’invasore più numeroso e più armato, fossero gli stessi Stati Uniti ben più potenti della Russia, si può attuare la DIFESA POPOLARE NONVIOLENTA, sistematizzata teoricamente da Ebert, Galtung, Sharp (e in Italia Drago, L’Abate, Salio, Soccio). Come abbiamo già accennato, molti esempi storici dimostrano che si possono esercitare mille forme di non-collaborazione di massa, disobbedienza civile, tecniche di boicottaggio delle catene di comando oppressive che possono essere disarticolate in mille modi, rendendo costosa e impraticabile l’occupazione;
  • Inviare corpi civili di pace a Kiev e creare una ambasciata di pace in loco (ed anche a Mosca): su questo punto possiamo ricordare che il MEAN (Movimento Europeo di Azione Nonviolenta) sta organizzando per l’11 luglio una manifestazione di massa di migliaia di civili europei in Ucraina, che si realizzerà se avrà almeno 5.000 partecipanti (per ulteriori informazioni projectmean.it). Ma ci sono state anche le iniziative di “Un ponte per…” che ha coinvolto la “Società della cura”. E altri progetti di Carovane Comiso-Kiev, Comiso-Mosca, bollono in pentola, dalla Sicilia, nella cucina del pacifismo italiano;
  • Un GIORNALISMO DI PACE potrebbe fare da supporto a tali progetti: si dovrebbero stringere accordi tra giornalisti europei e giornalisti russi per realizzare reportages comuni su quanto accade in Ucraina, allo scopo di creare una verità condivisa, e non la propaganda spacciata attualmente per resoconti fattuali sui due lati della barricata;
  • Rifiuto della cultura del nemico costruendo RETI DI SOLIDARIETA’ DAL BASSO: gemellaggi tra associazioni culturali, sportive, Scuole, Università europee e loro omologhe ucraine e russe e creazione o evidenziazione di esperienze di amicizia ad ogni livello tra ucraini e russi. Riti e preghiere comuni tra ebrei, islamici e cristiani cattolici e ortodossi
  • Appoggio degli obiettori ma anche dei disertori ucraini e russi. E degli obiettori e disertori di tutti gli eserciti. Perché dobbiamo sempre distinguere le popolazioni dagli Stati che li governano. Il problema non sono i russi come popolo (anche se all’80% si riconoscono in Putin) ma lo Stato russo con la sua ideologia militarista e nazionalista. Il popolo russo dobbiamo trasformarlo da “nemico” in “amico”. Per quanto riguarda l’Ucraina, la solidarietà va data alla popolazione residente, non allo Stato governato dagli oligarchi o agli Stati fantoccio del Donbass. Chi sta pagando in modo più diretto ed evidente il prezzo della guerra è la popolazione residente in Ucraina; e – repetita iuvant -  è un bene per essa (oltre che per noi) che lo scontro armato si fermi subito. E che noi si agisca in tal senso ostacolando dal basso ed in ogni modo pacifico possibile i governi che mandano le armi agli eserciti belligeranti. La guerra, che, non mi stancherò mai di ripeterlo,  è contro tutti noi, non si ferma mandando le armi, e i soldi per le armi. La guerra finisce quando i soldati smettono di spararsi l’un l’altro e possibilmente si spogliano della divisa. Una misura che dobbiamo imporre contro questa guerra è il riconoscimento dello status di rifugiati a tutti i militari disertori, di tutti gli eserciti. Un esercito è meglio che sia prosciugato dalle diserzioni piuttosto che dissanguato dalle bombe: diventa un esercito che non fa la guerra.

Ora vengo alla seconda parte del discorso.

Si può “collegare fine del mese e fine del mondo” con la conversione della spesa pubblica da produzioni di morte (militari-nucleari-fossili) in investimenti per la conversione ecologica ed il welfare verde. Proponiamo, noi Disarmisti esigenti, questa “convergenza” per le lotte dei movimenti alternativi all’interno della comunità nazionale

Le strategie sopra menzionate avrebbero bloccato immediatamente la macchina militare di Putin, una volta scatenata? Sicuramente no, ma avrebbero evitato ciò che la resistenza armata ha prodotto: le migliaia di morti e feriti, gli stupri, le torture e le violenze di ogni tipo, milioni di profughi, rovina di città ridotte in macerie, catastrofi ambientali, rischio di guerra nucleare totale o parziale, prospettive di collasso finanziario, di recessione e crisi alimentare mondiale. Per gli anni, probabilmente i decenni che verranno, oltre a tutto quello che è da ricostruire, si dovrà fare i conti con un’eredità di odio reciproco tra russi e ucraini (erano quasi fratelli gemelli!), che si spera non abbia bisogno di secoli per un superamento riconciliativo.

Per fare estinguere la pratica della guerra e assicurare un futuro alla Storia ovviamente abbiamo il nostro da fare soprattutto sviluppando strategie e lotte disarmiste nei contesti in cui la nostra azione ha effetti più diretti in quanto si basa sul nostro appartenere a specifiche comunità. L’Opposizione alle politiche di riarmo dell’Italia e dell’Europa (aumento delle spese militari, invio di truppe, spedizione di aiuti militari) può registrare un nuovo impulso riattivando le campagne sulle obiezioni di coscienza. C’è da studiare ed attivare un coordinamento tra obiezione alle spese militari, obiezione al servizio militare e obiezione bellica. La pressione sul governo italiano dovrebbe ostacolare l’allargamento della NATO (è una disdetta la candidatura di Finlandia e Svezia) ed ottenerne la denuclearizzazione come grimaldello per il suo scioglimento in quanto Patto militare contrario alla sostanza dello Statuto dell’ONU. In questo senso la campagna ICAN per la proibizione delle armi nucleari, in collegamento con la campagna per il “NO FIRST USE”, può svolgere un ruolo fondamentale.

Nel 50ennale del riconoscimento della 772/72, che apre la strada al servizio civile nazionale come forma di difesa civile non violenta, la sperimentazione di un modello di difesa sociale nonviolenta in Italia può trovare il suo riferimento nell’approvazione di un riferimento istituzionale dotato di piena indipendenza dal Ministero della difesa e dal Ministero degli Esteri. Per lo scrivente un eventuale Ministero della pace dovrebbe, infatti, essere collegato non con la politica estera e militare nazionale ma con la missione dell’ONU di “evitare il flagello della guerra” e con gli organismi ad essa preposti. Questo riferimento istituzionale potrebbe anche coordinare l’elaborazione e la diffusione di una cultura di pace (a partire dalla preparazione di chi insegna a scuola e dalla ricerca universitaria, storiografica, antropologica etc.) e della conoscenza delle tecniche nonviolente di gestione dei conflitti.

Nel rifiuto della guerra economica condotta attraverso le sanzioni energetiche (il NO ad esse andrebbe inserito nelle piattaforme degli scioperi sindacali contro la guerra), si possono comunque promuovere campagne di risparmio energetico e di promozione delle energie rinnovabili. L’obiettivo di un modello energetico rinnovabile al cento per cento è intrinseco a società strutturalmente pacifiche basate su stili di vita ecosostenibili. Ma deve passare attraverso una “giusta transizione”, per ridurre al minimo i sacrifici da parte di lavoratori e consumatori dei ceti popolari. Politiche di ecologia sociale andrebbero comunque armonizzate con politiche contro le disuguaglianze economiche e di genere.

Per entrare in dialogo con il popolo che vogliamo risvegliare lo slogan che dobbiamo tenere presente è “collegare la fine del mese con la fine del mondo”. Dovrebbe essere chiaro che il conto in particolare della guerra in Ucraina verrà fatto pagare ad una società già allo stremo anche per come è stata gestita la crisi pandemica. In Italia una parte sempre più consistente del corpo sociale vive alla giornata e circa l’8 per cento della popolazione vive già in stato di povertà: ben cinque milioni di persone. La percentuale è destinata presto ad impennarsi di fronte a una situazione di crisi strutturale già operante: nel suo sviluppo andranno a braccetto il carovita con la contrazione dei redditi dovuta alla recessione (licenziamenti, cassa integrazione, precarizzazione generalizzata e blocco dei contratti sindacali). Se a questo aggiungiamo la fine del blocco degli sfratti ed il taglio di tutti i servizi pubblici, a livello nazionale e locale, abbiamo il quadro di un autunno-inverno in cui milioni di persone sono a rischio di finire in mutande se non addirittura in mezzo a una strada!

Il “cambiamento del sistema” non deve essere la scusa per un massimalismo astratto e puramente retorico, ma la bussola sulla quale impostare e orientare vertenze concrete per sostituire, alla guerra contro i poveri interni attualmente praticata, la soluzione strutturale della povertà, con raccordi internazionalisti (ad esempio il rapporto tra gli immigrati e i Paesi d’origine).

Salari e piena occupazione

Un momento di crisi e di impoverimento generale può trasformarsi nell’opportunità di innestare l’apertura di spazi alternativi al modello economico dominante se, non in alternativa con le lotte sindacali e politiche, avvia pratiche di mutualismo autogestito e conflittuale. Per metterlo in piedi non basta la buona volontà di individui o anche singoli collettivi impegnati nel mutuo aiuto: occorrono coordinamenti nazionali con chiarezza di intenti sulle strategie da adottare per andare oltre la mitigazione temporanea delle sofferenze sociali raccordandosi, appunto, con vertenze per trasformazioni sistemiche del welfare.

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EIRENEFEST:  PRIMO FESTIVAL DEL LIBRO PER LA PACE E LA NONVIOLENZA

A Roma, Quartiere San Lorenzo dal 2 al 5 giugno 2022.

Quattro giorni con 130 eventi in programma, tra presentazioni di libri, conferenze, workshop, musica, performance teatrali e mostre fotografiche, a cura delle 70 associazioni realtà editoriali coinvolte. Gli eventi si svolgeranno al Giardino del Verano e all’interno delle sedi delle istituzioni e delle associazioni nel quartiere San Lorenzo.

L'obiettivo del Festival Eirenefest (Eirene era la dea della pace) è approfondire e condividere le tematiche della pace, della nonviolenza, del disarmodella salvaguardia del Pianetadell'educazione alla nonviolenzadel Mediterraneo e accoglienza migranti.

Fra i 200 ospiti nazionali e internazionali che interverranno nei quattro giorni del Festival: il portavoce di Amnesty International, Riccardo Noury; l’attivista per il cambiamento ecologico nonviolento Vandava Shiva; l’ex deputata e Segretaria Generale della Fondazione RUTGiovanna Martelli; lo scrittore ed ex segretario della FIGC, Pietro Folena, il missionario, Alex Zanotelli; la fondatrice della prima Università al mondo per la nonviolenza in Libano - AUNOHR, Ogarit Younan;  l'antropologa e formatrice sulla nonviolenza belga, Pat Patfoort; il fondatore dell'associazione Mondo Senza Guerre e Senza ViolenzaRafael de la Rubia.

Sabato 4 giugno alle 21:00 Jacopo Fo metterà in scena"Sesso Zen Remix", dedicato all’Associazione Nazionale Vittime dell’Uranio Impoverito - Giardino del Verano Spazio Berha Kinnsky Von Sutter.

Tutti gli eventi del festival, interamente autofinanziato, sono gratuiti. Per offrire un sostegno economico : www.eirenefest.it/autofinanziamento

Programma e tutte le informazioni sul sito: www.eirenefest.it/ e https://fb.me/e/22Fao5790

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